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mercoledì 13 settembre 2023

CLUB ITALIA: CON L'UCRAINA UNA BUONA PROVA, DOPO LA FIGURACCIA MACEDONE. IL MATERIALE UMANO C'E'. COME RISOLVERE IL PROBLEMA ATTACCO?

 

                               Frattesi, nuova splendida realtà azzurra (foto Guerin Sportivo)

Le mattane della "Nazionale settembrina" sono ormai date per scontate da tutti gli esperti, da anni e anni. Ci hanno fatto l'abitudine, ed è sbagliatissimo, perché prestazioni come quelle di sabato scorso a Skopje rimangono inaccettabili, a prescindere da tutti i limiti atletici che i calciatori italiani manifestano a ogni inizio di stagione. Limiti che sono noti da tempo immemore (ne sento parlare più o meno da quando andavo alle elementari, quindi dai primi anni Ottanta del secolo scorso), e ai quali si potrebbe porre rimedio in maniera anche piuttosto semplice, sol che si volesse. Poi, chiaro, la mezza figuraccia macedone non è stata solo causata dai muscoli imballati, e, com'era prevedibile, sono bastati un lieve miglioramento del tono atletico e generosi ritocchi a una formazione sbagliata per vedere incrementare il nostro rendimento e cogliere tre punti vitali nella sfida quasi ultimativa con l'Ucraina.  

ITALIANI ALLA RISCOSSA NEI CLUB - C'è un altro elemento che, ad ogni prova negativa del Club Italia (e dopo l'Euro 2021 sono state tante, troppe) viene dato per acquisito dagli addetti ai lavori, ossia la povertà del calcio italiano che, in questo momento, non sarebbe in grado di produrre una Selezione competitiva ed è, quindi, destinato a soffrire sistematicamente anche contro formazioni di fascia medio-bassa, come accaduto contro Elmas e compagni. Anche in questo caso, ci si affida all'umoralità dell'ultima impressione, uno dei peccati più gravi per chi esercita il mestiere di critico. Analizziamo alcuni dati: ferma restando l'evidenza dell'eccessiva, assurda quantità di atleti d'oltrefrontiera negli organici delle  nostre società (il che, ad esempio, rende una squadra come il Milan quasi "inutilizzabile" per la Nazionale), siamo reduci da una stagione in cui si è registrata una sia pur minima inversione di tendenza, con la presenza nelle formazioni titolari di un discreto numero di italiani, e tre di queste formazioni, cioè quelle con un nucleo indigeno piuttosto consistente, hanno raggiunto, pur perdendole, le finali delle tre competizioni continentali per club, dico Inter, Roma e Fiorentina, fra l'altro tutte sconfitte di stretta incollatura e fra mille recriminazioni. E la nuova annata calcistica pare partire con gli stessi presupposti, anche se, pure fra i calciatori nostrani, si tende a insistere su uomini nel pieno della maturità, mentre per gli emergenti ci sono ancora difficoltà a ritagliarsi un posto al sole. 

SI PUO' COSTRUIRE UNA NAZIONALE COMPETITIVA - Questo per dire che, se il bacino in cui il cittì di turno può pescare si è irrimediabilmente ridotto rispetto a quindici-vent'anni fa, qualche spiraglio di luce si vede, e i ragazzi di casa nostra che arrivano alla titolarità hanno comunque dalla loro il fatto di aver dovuto superare selezioni e concorrenze più spietate di una volta, quando le limitazioni al numero di stranieri utilizzabili consentivano comunque una massiccia presenza in campo di italiani. E insomma, ciò che voglio dire, la nostra Serie A garantisce ancora un numero di giocatori sufficiente, per quantità e qualità, a mettere insieme una Nazionale di livello dignitoso, mediamente competitiva, in grado almeno di cogliere le qualificazioni alle fasi finali di Europei e Mondiali (come ci sia sfuggito il Qatar è stato qui raccontato in lungo e in largo, e non è il caso di ritornarci sopra); a questi, oltretutto, vanno aggiunti i ragazzi che si fanno onore all'estero, un piccolo drappello ai quali nelle settimane scorse si sono aggiunti Vicario e Tonali, potenzialmente due future colonne della nostra rappresentativa. 

NIENTE FUORICLASSE, SOPRATTUTTO IN AVANTI - Certo, abbiamo tante buone individualità, in qualche caso ottime, con buona pace degli pseudoesperti da social, ma non abbiamo fuoriclasse, e in effetti viene un po' di tristezza a pensare che un po' tutti, persino la modesta Macedonia del Nord, hanno in rosa almeno una pedina in grado di risolvere una partita con una singola giocata, un calcio piazzato, come è accaduto a Bardhi. Noi no, perlomeno in questo momento, e si tratta di un fattore che ci limita parecchio. Non il principale, tuttavia; sia nell'infelice sabato, sia nella parziale resurrezione meneghina con l'Ucraina, è riemersa la lacuna maggiore di questa fase storica azzurra, che si conferma partita dopo partita in quanto non facilmente risolvibile in un amen, ossia la sterilità offensiva. Perché a Skopje non si è giocato bene, soprattutto in quel secondo tempo con la tremarella alle gambe, sempre più contratti, sempre più chiusi a difendere il golletto trovato subito dopo l'intervallo; però nel primo tempo le occasioni erano arrivate persino copiose, ma Di Marco, due volte Cristante e Politano le hanno sistematicamente fallite, mentre a Tonali concediamo almeno l'alibi della scalogna, con la sua conclusione respinta dal palo. 

SCORPACCIATA - A San Siro, si è forse toccato l'apice della prodigalità: prima e dopo la doppietta di Frattesi, fortunatamente decisiva, i nostri hanno fatto una letterale scorpacciata di palle gol, alcune delle quali oggettivamente clamorose. Nel primo tempo Di Lorenzo e due volte Raspadori, nel secondo Zaccagni, ancora Raspadori, Scalvini e Gnonto, con in più il secondo legno della settimana azzurra, questa volta centrato da Locatelli (traversa). Mi pare un po' troppo, e dispiace soprattutto per la rampante punta napoletana, che dalla trequarti in su compie un lavoro assolutamente apprezzabile anche in appoggio ai compagni, però se ti capitano tre palle d'oro in un match, almeno una la devi mettere dentro; vale comunque la pena di insistere sull'ex Sassuolo, che in fin dei conti è stata una delle poche note liete dell'ultima fase della gestione Mancini, con già cinque reti all'attivo, non dimentichiamolo.

SPALLETTI SI CORREGGE - A proposito di Commissari Tecnici vecchi e nuovi, Spalletti ha steccato la prima con poche colpe, certo, ma con qualcuna sì. Non mi è parsa una genialata, come prima mossa nel nuovo incarico, dare la fascia di capitano a un Immobile che forse ha già spesso il meglio, in carriera, e che comunque in rappresentativa non è mai stato un fulmine di guerra. Più in generale, al di là dei citati deficit fisici che affliggono i calciatori italiani (ma solo loro, chissà perché) in questa fase della stagione, la formazione iniziale non è stata delle più felici, perché il centrocampo ha bisogno di più geometrie e ispirazione di quelle che può fornire un generoso come Cristante, e perché elementi freschi e già affidabili quali Scalvini e Frattesi devono sempre trovare posto, in questa squadra, come è effettivamente accaduto ieri sera, idem per Raspadori, al di là del piede non particolarmente caldo mostrato al cospetto del portiere ucraino Buschchan. Sul resto si può discutere, a seconda del momento: il ripescaggio di Locatelli è stato ad esempio una scelta vincente; lo juventino, pur non sempre perfetto, ha sfoderato comunque l'intelligenza tattica e il senso della posizione da regista classico, ed è anche andato vicino a cogliere il successo personale,  con quella schioccante traversa. 

BENE SCALVINI E FRATTESI, CI VOLEVA PIU'... RETEGUI - Qualcos'altro è migliorabile, sempre nella scelta degli uomini. Al Meazza l'Italia si è mostrata in palla, aggressiva, capace di creare occasioni anche nella fase di maggiore sofferenza, per l'aumentata pressione avversaria a cavallo dei due tempi: ebbene, in un quadro del genere a noi favorevole, penso che sarebbe stato utile avere in campo più a lungo uno spietato finalizzatore come Retegui. Per il resto, questa volta, le scelte spallettiane non prestano il fianco a grosse critiche: Dimarco ha sbagliato forse la prima gara azzurra da quando è entrato in gruppo, Scalvini è in crescita costante e sa rendersi utile nelle due fasi, Frattesi è un formidabile centrocampista moderno, che sa fare quantità e qualità, si inserisce e non perde lucidità al momento di concludere. Ha deluso Gnonto, soprattutto per la timidezza al momento di affrontare l'uno contro uno (continuo a pensare che sia ancora afflitto da un gap fisico troppo grande nei confronti dei colossi del football internazionale), mentre ha stupito uno Zaniolo vivace, continuo e intraprendente nelle sue discese: bene così, ma deve confermarsi, perché ho assistito a troppe recite anonime in azzurro dell'ex romanista per fidarmi di una prestazione positiva... Barella, infine, ha fatto il compitino, portando a casa la pagnotta ma manifestando anche pause e incertezze insolite per uno come lui. 

DISFATTISMO FUORI LUOGO - Ecco, partiamo da quest'ultimo punto: contro il team di Rebrov, sono parzialmente mancati alla prova due elementi fra i più positivi degli ultimi anni azzurri, ossia Dimarco e Barella. Eppure, anche senza il loro contributo, si è vista una compagine manovriera, rapida, agile, che ha recuperato una sufficiente precisione nel palleggio, come ci aveva abituati l'Italia del Mancio. Ecco perché trovo del tutto fuori luogo certo disfattismo, certo assolutismo negativo sulla attuale modestia del nostro potenziale calcistico. Gente come Donnarumma, Di Lorenzo, Bastoni, Dimarco, Tonali, Barella, e i due infortunati Chiesa e Pellegrini, ma anche altri, frequentano da anni i massimi palcoscenici calcistici europei, facendosi spesso e volentieri onore. E dietro di loro ci sono i giovani vicecampioni mondiali Under 20 e campioni europei Under 19, alcuni dei quali già impiegati da titolari nei club (penso a Baldanzi, ma non solo). Siamo stati meglio, decisamente meglio, ma anche peggio. Non ha senso piangersi addosso, e non ha senso nemmeno considerare un miracolo irripetibile la conquista dell'Euro 2020-21, perché nel calcio, a certi livelli di eccellenza, i miracoli non esistono. 

IL PROBLEMA DELL'ATTACCO: CAUSE E PROSPETTIVE - Certo, questa è comunque una Nazionale che ha bisogno di essere sempre sorretta da una condizione fisico-mentale ottimale in tutti i suoi elementi. Lo si è visto anche ieri sera: basta mollare un attimo, e gli avversari ti puniscono subito, portando a casa un 2-1 che sarebbe dovuto essere un 4-1, a essere stretti. Ecco, al momento è questo l'unico, vero gap che non ci rende competitivi nei confronti del ristretto lotto delle grandi, Francia e Inghilterra, Portogallo e Spagna, limitandoci al quadro europeo che è quello che ci interessa fino al 2024. Come già spiegato in precedenti articoli, il vuoto generazionale che ha colpito l'attacco è qualcosa di epocale, che va al di là degli alti e bassi che caratterizzano da sempre il nostro vivaio, nella capacità di fornire ricambi nei vari ruoli; ed è un deficit dovuto anche ad errori di impostazione tecnica e tattica a livello di insegnamento giovanile, con una concezione dell'uomo d'attacco che ha privilegiato l'universalità e la duttilità, perdendo di vista la necessita di avere figure capaci di "vivere per il gol". Aspettiamo Scamacca, tornato in Italia con propositi bellicosi già dimostrati al debutto atalantino, valorizziamo un Retegui che anche in casacca Genoa ha sfoderato il fiuto per la rete dei primi passi azzurri, speriamo in un Chiesa di nuovo efficace e continuo ma soprattutto senza più acciacchi, in un Raspadori che possiede le armi tecniche per essere più preciso al tiro, in un Kean che l'anno passato ha dato confortanti segnali di risveglio e che deve solo mettere la testa a posto, e poi nell'emersione di qualche ragazzino già messosi in evidenza nelle giovanili. I  margini per sperare ci sono, la negatività a tutti i costi non porta da nessuna parte, così come il continuo rimpianto di un passato calcistico che non può essere un metro di paragone, perché era costruito su presupposti tecnici, economici e sociali completamente diversi. 


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