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giovedì 9 settembre 2021

MONDIALI 2022: RIECCO LA GIOVINE ITALIA. DAL 5-0 ALLA LITUANIA ALLE PROSPETTIVE TECNICHE E TATTICHE OFFERTE DA KEAN E RASPADORI

Italia-Lituania è stata, nel suo piccolo, la riscoperta delle radici, quelle del 2018, quelle da cui è nato tutto il bello di questo triennio. Un nuovo inizio per l'Azzurra versione Mancio nella sua essenza più genuina, nei suoi princìpi cardine, e che sgombra il campo da qualsiasi "sindrome da riconoscenza" che possa frenare ogni ulteriore progresso della nostra Selezione: il cittì non sarà mai prigioniero del passato, sa che ci sono i margini per crescere innovando nella continuità, e percorrerà questa strada fino in fondo. La scorribanda di Reggio Emilia, un 5-0 maturato in meno di un'ora di gara, non merita ovviamente celebrazioni o trionfalismi, ma scrive un capitolo comunque significativo dell'era Bobby Gol, un capitolo perfettamente coerente con i passi fin qui compiuti. Passi che raccontano di una gestione "verde" nello spirito e nei fatti, con poche chiocce e tantissimi pulcini chiamati a misurarsi sul campo dopo brevi anticamere in panchina. La filosofia è sempre stata questa, fin dall'inizio dell'avventura: buttare nella mischia forze nuove appena se ne intravede la possibilità o, come in questo caso, quando il ringiovanimento diventa un'urgenza dettata dall'emergenza. Ieri, la preparazione atletica ancora in abbozzo e il cumulo di impegni ravvicinati consigliavano un forte turn over, la caratura dell'avversario incoraggiava la scelta, la gragnuola di infortuni e affaticamenti la rendeva obbligata, l'equilibrio psicologico del gruppo richiedeva uno scossone di qualche natura, uno stimolo particolare. 

CONCORRENZA - Corsi e ricorsi: spesso, per rivitalizzare campioni forse preda di un momentaneo rilassamento mentale, occorre pungolarli mettendoli di fronte a una agguerrita concorrenza. Il Trapattoni cittì nel 2003 ricorse alle seconde linee per scuotere i grossi calibri dell'epoca che troppe volte in azzurro diventavano fantasmi, e per un po' di tempo ci riuscì. Situazione radicalmente diversa, è chiaro, in questo dolce 2021, ma è giusto che gli Insigne e gli Immobile, i Bonucci e i Chiellini comincino da subito a sentire sul collo il fiato della nouvelle vague. Lo ripeto da mesi: il bacino da cui pescare si è ampliato quantitativamente e soprattutto qualitativamente, e dopo due lustri di magra sarebbe delittuoso non approfittare di questa buona semina. 

PESSINA E BERNARDESCHI ISPIRANO, KEAN E RASPA BRACCI ARMATI - Così è stata, di nuovo, "Giovine Italia": dinamica, avvolgente, precisa ed efficace nell'assediare i sedici metri avversari, con la vivacità e il movimento continuo di Pessina ad animare la fase di costruzione, con un Cristante determinato e sicuro di sé nel lancio e negli inserimenti, con Bernardeschi particolarmente ispirato nelle vesti di suggeritore e rifinitore. Con questi tre motori alle spalle, e Jorginho a fare il "padre nobile", sorvegliando da dietro senza strafare gli ardori dei compagni emergenti, i due baby Kean e Raspadori hanno potuto giostrare a briglia sciolta, sia pur con dinamiche tattiche diverse: guizzante, velocissimo, ficcante il neo juventino con le sue percussioni laterali e l'abilità nel convergere al centro, universale il giovanissimo del Sassuolo, attaccante ultramoderno, a tutto campo, capace di ripiegare e di presentarsi lucido in fase di "sparo", di concludere da media e corta distanza, di districarsi nel cuore dell'area senza paura (già lo aveva fatto nel finale di Firenze, pur trovando ovviamente meno spazi). Entrambi, soprattutto, puntano a rete senza eccessivi ghirigori, senza titubanze, in modo diretto (Kean ha cominciato a gigioneggiare solo quando si è trovato a corto di fiato), e in questo momento è forse quello che davvero ci vuole per accentuare la pericolosità del nostro team. 

NUOVI SCHEMI OFFENSIVI - Certo non bastano due gol a testa contro la Lituania (il primo di "Raspa" è, per la verità, più un autogol, ma vabbè) per avanzare candidature prepotenti alla titolarità, ma va tenuta in assoluta considerazione la modalità con cui si è approdati all'ottimo bottino delle... imberbi punte: tatticamente, è un modo di approcciare la fase offensiva diverso da quello incentrato su Immobile punta fissa, un modo che sembra offrire più variabili, più soluzioni, forse più imprevedibilità, fermo restando che gli attuali tenutari delle casacche azzurre dalla trequarti in su, Chiesa e Insigne, Berardi e Ciro, se al top della forma sono pur sempre in grado di tagliare a fettine le retroguardie nemiche. Ma ora le alternative ci sono, sono credibili e hanno avuto un discreto battesimo, senza contare che per Kean è una seconda nascita in Nazionale, dopo il folgorante debutto di inizio 2019 poi frenato da questioni soprattutto caratteriali. 

C'è dell'altro: nella scarsa attendibilità tecnica della ripresa di Reggio Emilia, oltre al casuale cross-gol di Di Lorenzo si è visto uno Scamacca che porta più peso, più fisicità in area e che necessita forse di schemi più tradizionali, e han fatto capolino alcuni bagliori di Castrovilli, apprezzabile nei tentativi di costruire e abile al tiro (un suo palo con un destro da fuori meritava la rete). Altri piccoli mattoncini di un edificio azzurro che sta aumentando di dimensioni senza perdere bellezza e armonia nelle linee.  

SBLOCCARLA SUBITO, POI... - Poco altro resta da scrivere, su una partita come quella di ieri era. Giochiamo con un interrogativo solo in apparenza banale: più meriti dei nostri o più demeriti dei rivali? La risposta è la medesima seguita a tante Italia-Lituania del passato (dove ai baltici si può sostituire il nome di altre nazionali di basso livello incontrate nel tempo, da Malta al Lichtenstein), ma val la pena di essere ribadita e tenuta a mente, quando ricapiterà di stentare contro le "piccole". Il segreto è sbloccare il risultato il prima possibile: se ci riesci, e poi continui a premere sull'acceleratore, tutto diventa più semplice, e si moltiplicano le possibilità di portare a casa uno score cospicuo. Se invece non sfondi subito, la controparte acquisisce coraggio e "cazzimma", moltiplica gli sforzi, rinserra ancor più le file accentuando il proprio atteggiamento difensivista e intasando gli spazi a ridosso della sua area e all'interno di essa: a quel punto, la goleada diventa impossibile, e si corre addirittura il rischio della suprema figuraccia, ossia la mancata vittoria. 

LA "CRISETTA" SUPERATA - Ecco perché, "dopo", tutto sembra più facile. A Reggio Emilia, l'Italia ha approcciato l'incontro col piglio giusto: senza fasi di studio o di assestamento, ha subito aggredito e preso possesso del terreno. Non era scontato, dopo le due docce fredde di Firenze e di Basilea. Checché ne dicano i pompieri in servizio permanente effettivo, la "crisetta" c'è stata, una crisetta fatta di occasioni clamorose sprecate in entrambi i match, di due punti persi concedendo ai bulgari il cento per cento di percentuale realizzativa (un'occasione e un gol), e di una involuzione di gioco evidente soprattutto con gli elvetici, conseguenza soprattutto, lo avevo scritto, di una condizione deficitaria che è del resto fisiologica, per come sono attualmente impostati i calendari interni e internazionali. E definirla piccola crisi era opportuno, perché l'appannamento riguardava la rappresentativa campione d'Europa, non una selezione qualsiasi. 

Una formazione opportunamente rinfrescata è stata più che sufficiente ad archiviare la pratica lituana. Nel futuro immediato, Mancini dovrà essere abile a compiere un mirabile lavoro di sintesi, armonizzando veterani e new entry. Quello che, ripeto, ha sempre fatto dal 2018 in poi, ma operare su una squadra fresca di trionfo è mille volte più arduo. 

lunedì 6 settembre 2021

MONDIALI 2022: L'ITALIA ZOPPICA ANCORA E RISCHIA GROSSO. MANOVRA AD ALTO TASSO DI IMPRECISIONE, LUCIDITA' ZERO, CONDIZIONE DEFICITARIA: URGE CAMBIO DI ROTTA

E' stato un brodino, come si dice in gergo pallonaro. Ma uno di quei brodini che lasciano in bocca un retrogusto oltremodo sgradevole. Certo, di base un pareggio in casa della rivale più accreditata nella corsa al Qatar non è affatto da buttare, anzi; ma inquieta e irrita il modo in cui è arrivato. E irrita a maggior ragione dopo aver sentito le dichiarazioni post partita di Mancini e di Chiellini, che hanno straparlato di grande prestazione, superiore anche a quella di Euro 2020 a Roma contro i medesimi avversari: mi sono sentito preso in giro, senza offesa per nessuno, e non c'era bisogno di questo ulteriore boccone amaro per rendermi indigesta una serata già di per sé avvilente. 

LA PEGGIOR CRISI DEL TRIENNIO - Diciamolo: è il momento più difficile dell'eccellente era Bobby Gol. Non ci trovavamo in così evidenti ambasce tecniche dalla zoppicante Nations League 2018, ma all'epoca le giustificazioni erano solide: la squadra era un cantiere, un abbozzo, un'idea ancora di là dal diventare una realtà stabile e credibile. Oggi tutto ciò non esiste. Il fatto che questa fase di crisi si stia manifestando subito dopo il trionfo europeo è di una gravità inaudita. Nessuno ci toglierà mai quella coppa dall'albo d'oro, nessuno ci toglierà i giorni di gioia sportiva che abbiamo vissuto: ma certi titoli, importantissimi, epocali, vanno anche onorati. E onorati da subito; andate a vedervi, per esempio, il rendimento immediato della Spagna di Del Bosque dopo i suoi molteplici trionfi euromondiali: tantissime vittorie, qualche pareggio qua e là. Non si esprimeva sempre al massimo delle sue enormi potenzialità, incontrava qualche difficoltà anche contro formazioni modeste, ma in un modo o nell'altro la sfangava e portava a casa le partite. Perché le grandi squadre devono saper fare soprattutto questo: trarre il massimo anche nelle giornate di scarsa vena, anche nei momenti in cui la brillantezza latita. A maggior ragione se sono in palio punti pesantissimi, come quelli per una qualificazione mondiale. 

IL "SETTEMBRE MOSCIO" E IL CALENDARIO DA RIVEDERE - Oltretutto, questa storia della maledizione settembrina comincia francamente a stufare. Nel caso specifico forse non si poteva fare granché, per via dello slittamento di un anno dell'Euro 2020 che ha portato a un affollamento del calendario internazionale difficile da gestire con equilibrio. Ma questa défaillance di fine estate che colpisce la rappresentativa azzurra è una problematica nota da tempo: riuscirà prima o poi, la nostra federazione, a porre mano al programma calcistico interno per apportarvi le opportune modifiche? Non si chiede tanto: giusto un inizio di Serie A anticipato di sette giorni con in più l'aggiunta di un turno infrasettimanale, in modo da arrivare alla prima sosta per le nazionali con almeno quattro giornate di campionato nelle gambe e nella testa. Con i calendari che torneranno ai normali regimi pre Covid non dovrebbe essere difficile farlo, se davvero si tiene al Club Italia: a queste ultime, fondamentali e in certa misura sciagurate partite, hanno preso parte giocatori che ancora non erano scesi in campo coi rispettivi club, come Berardi, o che avevano disputato solo uno spezzone di incontro, come Chiellini. Ed errori clamorosi come quello compiuto dall'esterno del Sassuolo davanti a Sommer si spiegano anche con i muscoli imbastiti, la mancanza di abitudine all'impegno agonistico, l'assenza di lucidità e di freddezza che invece diventano bagaglio abituale per atleti rodati. 

SI PUO' VINCERE ANCHE IN QUESTO MESE - Rimango convinto che questa falsa partenza sia in larga parte dovuta al grave deficit di condizione atletica che ci affligge in questo periodo dell'anno ma, ripeto, ciò rappresenta una giustificazione solo parziale. Come avevo detto in apertura del commento a Italia-Bulgaria, in passato ci è capitato di vincere sfide importantissime in questo mese, nella identica situazione di fragilità psico-fisica. Proprio contro i bulgari, ad esempio, la Selezione di Prandelli si aggiudicò una sofferta e brutta partita nel settembre 2013, facendo il bis pochi giorni dopo con la Repubblica Ceca (e in quell'occasione offrì anche una prestazione di tutto rispetto) e conquistando in anticipo il pass per Brasile 2014; persino la mediocre Italia di Conte fece il pieno nel settembre 2015 con Malta e, ancora una volta, Bulgaria, senza incantare ma ponendo una seria ipoteca sulla qualificazione all'Europeo francese. 

TROPPI ERRORI A FRENARE LA MANOVRA - Anche la storia e la tradizione, dunque, dicono che si poteva e doveva fare meglio. Tanto più, e non mi stancherò mai di ribadirlo, da freschi campioni continentali. Nel dettaglio del match, non voglio e non posso lasciarmi incantare dalla dichiarazioni semi-trionfali del cittì e di Chiellini, di cui ho detto in apertura. Sostenere che la nostra prova di Basilea sia stata sullo stesso livello di quella del 16 giugno a Roma è un insulto alla logica e all'intelligenza. Gli azzurri hanno espresso un buon tasso di agonismo, rispondendo colpo su colpo al furore degli elvetici, ma sul piano tecnico il bilancio è in rosso. La consueta manovra avvolgente si è vista, ma stavolta è stata ostacolata da tanti, troppi errori di misura nei lanci, nei passaggi, nel controllo di palla: e se il nostro team smarrisce precisione millimetrica e rapidità di esecuzione nella fascia di mezzo, perde gran parte della propria pericolosità. Essendo, quella azzurra, una formazione dal tasso di classe piuttosto elevato, è fin troppo chiaro che tali lacune non siano fisiologiche ma dovute a fattori contingenti. 

JORGINHO: MAI COSI'  "DOWN" - Fra questi fattori, detto e stradetto della preparazione fisica quasi inesistente, non mi sento ancora di inserire l'appagamento post trionfo, perché un gruppo giovane come il nostro non può essere appagato, soprattutto se ha davanti l'obiettivo di un Mondiale da raggiungere e giocare, e perché comunque non ho visto in campo, né a Firenze né ieri sera, segnali di sufficienza o di scarsa umiltà, ma solo fiacchezza e poco sprint di gambe e di cervello. Non si può spiegare in altra maniera un Jorginho così timido, così rintanato nelle retrovie, così parsimonioso nel dispensare idee di gioco plausibili, così "sulle sue". Il rigore orrendamente calciato non è stato che l'inevitabile approdo di una prestazione gravemente insufficiente. A proposito del penalty: perché non farlo calciare ad Immobile, che dopo un primo tempo, al solito, con più ombre che luci, aveva bisogno di una iniezione di fiducia, e che i tiri dal dischetto li sa eseguire quasi sempre con maestria? Poteva essere la svolta positiva dell'incontro, per noi e per lui. Dettagli, sì, ma dettagli che in quadri tattici così equilibrati come quello di Basilea possono fare la differenza. 

PASSI INDIETRO RISPETTO A FIRENZE - Sarò una mosca bianca a pensarlo, ma secondo me, sul piano della fluidità di manovra, della precisione nella costruzione del gioco, della capacità di andare dentro e calciare pericolosamente in porta, si sono fatti grossi passi indietro rispetto a giovedì scorso. Certo, l'avversario era di consistenza diversa, giocava in casa e non è detto abbia tratto svantaggio dall'assenza di veterani come Shaqiri e Xhaka che hanno probabilmente già dato il meglio, ma, in questo triennio, i nostri avevano sofferto così tanto solo una volta, ossia nella semifinale di Wembley contro la Spagna. Potevamo vincerla comunque, certo, perché le occasioni grosse non sono mancate: nel primo tempo Ciro ha mancato l'ennesimo gol pesante del suo percorso azzurro sparando alle stelle su splendido assist di Berardi, il quale poi, lanciato da Locatelli in contropiede, ha calciato su Sommer, quindi Insigne, dopo bella combinazione con Locatelli e Immobile, ci ha provato con un tiro a giro dei suoi, purtroppo non ben calibrato come quello che a Monaco spezzò la resistenza del Belgio. Nella ripresa, detto del penalty, ci sono state altre due buone, ma non clamorose, opportunità per Insigne, la seconda ben rintuzzata da un Sommer che è più che mai, al momento, l'uomo simbolo del nuovo corso elvetico targato Yakin. 

POCHE OCCASIONI, SCARSO APPORTO DEL CENTROCAMPO - Non è molto, come si può evincere dalla cronaca: l'ItalMancio è abituata a creare molto di più, in fase di tiro. Con una produzione offensiva così modesta, sul piano qualitativo e quantitativo, già di per sé è difficile vincere, e diventa impossibile se si gettano alle ortiche le due uniche palle-gol veramente nette e limpide, che sono state due reti sbagliate, più che due prodezze del guardiano di casa. Una produzione modesta soprattutto a causa del modesto lavoro del reparto di mezzo, dove il solo Locatelli ha offerto buone illuminazioni con lanci e intuizioni di pregio, mentre della latitanza di Jorginho abbiamo detto e Barella non è mai riuscito a entrare nel vivo dell'opera di impostazione, limitandosi a un piccolo cabotaggio assolutamente inutile nella circostanza. 

BERARDI FA IL SUO, DI LORENZO SUFFICIENTE, BONUCCI NO - Insigne, come a Firenze, si è sbattuto ma non ha trovato la precisione sotto porta che un campione d'Europa "deve" avere, mentre ci penserei due volte prima di bocciare Berardi: era sì e no al 30 per cento della preparazione, ha sbagliato un gol ma ha anche messo lo zampino in quasi tutte le poche azioni pericolose dei nostri, procurandosi oltretutto il rigore causato da Ricardo Rodriguez. Certo peggio di lui ha fatto Chiesa, che probabilmente ben altro contributo avrebbe offerto giocando dall'inizio e che nel finale ha saputo solo conquistare un fallo prima di entrare in area con un insistito assolo tutto sommato fine a se stesso. Zaniolo ha toccato molti palloni, è stato presente dalla trequarti in su, ha combinato poco ma ha lasciato intravedere buone potenzialità per sviluppi nuovi e interessanti della nostra manovra d'attacco, che ne ha decisamente bisogno. Dietro, infine, a parte un paio di incertezze Di Lorenzo non ha demeritato: sicuramente un  passo avanti enorme rispetto al.... Florenzi fiorentino (ma non ci voleva molto), ma con la riserva dello scarsissimo apporto in fase di spinta, mentre ha profondamente deluso Bonucci, che ha commesso molti errori sia in copertura sia al momento di rilanciare. 

PROSPETTIVE, NUOVI TITOLARI, IL PERCORSO DA COMPIERE - Insomma, per quanto mi riguarda il quadro è questo, al di là delle surreali interviste post partita. Di eventuali correttivi sostanziali, cioè non dettati dall'ovvio turn over, cominceremo a parlare dopo Italia-Lituania, ossia dopo una vittoria obbligata, perché qualsiasi altro esito prefigurerebbe cataclismi a cui non voglio neanche pensare. I nomi, del resto, sono lì sotto gli occhi di tutti, e il bacino da cui pescare non è mai stato così ricco, negli ultimi dieci anni: dietro Lazzari, Calabria, Bastoni, Mancini, nel mezzo Pessina, Castrovilli, oltre a Locatelli ormai titolare aggiunto, dalla trequarti in su Pellegrini, Zaniolo, Kean, Raspadori: le strade per innovare e rinvigorire la squadra senza perdere competitività ci sono... 

Il tabellino di marcia che avevo abbozzato dopo Italia-Bulgaria resta valido: dieci punti da fare, di cui tre con la Svizzera, e la qualificazione è sicura. Il primo punto è stato fatto, e non è da buttare, ma era preferibile farne subito tre contro gli incompleti rossocrociati, perché vivere con l'obbligo di doverle vincere tutte non è semplice, e perché un ulteriore motivo di pressione potrebbe essere rappresentato da una Svizzera che si presenterebbe a Roma in vantaggio in classifica, e quindi con la possibilità di giostrare al meglio sul piano tattico, e abbiamo visto che, quanto a malizia e a intelligenza strategica, Seferovic e compagni sono messi piuttosto bene. Una pressione che potrebbe diminuire se, nel frattempo, i nostri rivali perdessero qualche punto per strada, ma dover cominciare già a settembre a guardare i risultati degli altri rappresenta l'ennesimo elemento di disonore di questo balordo post Europeo. 

venerdì 3 settembre 2021

MONDIALI 2022: L'ITALIA SI INCEPPA CON LA BULGARIA. COSA E' MANCATO? IL KILLER INSTINCT E IL PIGLIO DA CAMPIONI D'EUROPA. PREOCCUPARSI SI', MA NON TROPPO

 Niente da fare. Proprio non ci si riesce a smarcare dalla maledizione agostano-settembrina che grava da anni sulla nostra Nazionale. Non si scappa: alla prima uscita stagionale o non si vince, e a volte si perde persino, o si vince ma giocando in maniera deludente quando non invereconda (ricordo un Cipro-Italia e un Italia-Malta da far accapponare la pelle...). Inutile dire che per ieri sera sarebbe stata di gran lunga preferibile questa seconda soluzione, perché non era una partita qualsiasi e perché i due punti persi rischiano di pesare parecchio, sulla strada verso Qatar '22. Se e quanto peseranno effettivamente, lo sapremo a breve, domenica sera per l'esattezza, dopo il confronto di Basilea, che delicato lo era già di per sé e che adesso è diventato delicatissimo. Vogliamo fare due conti? Per arrivare al Mondiale basteranno venti punti, ossia basterà ripetere nella seconda parte del girone quanto è stato fatto nella prima: ma venti punti vuol dire prenderne almeno quattro alla Svizzera. Qualsiasi altra soluzione ci esporrà a rischi enormi: lotta punto a punto e incerta fino alla fine, decisione alla differenza reti, secondo posto e gironcini di spareggio. E' innegabile che siamo più forti degli elvetici, ma lo siamo anche dei bulgari, eppure...

DOV'ERA L'AUTOREVOLEZZA DEI CAMPIONI? - La premessa, cruda ma realistica, era doverosa. Non posso negare di essere profondamente deluso: non possiamo ricadere nell'errore di sbagliare le gare da non sbagliare, non ora, da campioni d'Europa. Se c'è un'eredità del trionfo di Wembley che dobbiamo conservare e mettere a frutto, è la riconquistata autorevolezza internazionale, che porta con sé quel pizzico di mestiere utile a risolvere a nostro favore anche le sfide più intricate nelle serate meno propizie. Ecco, questo quid in più, il piglio dei vincitori, a Firenze non si è visto, ed è la cosa che più mi preoccupa, oltre al risultato. Certo, di qui a lasciarsi andare al disfattismo più nero ce ne passa, perché le chance di arrivare primi al traguardo del gruppo permangono ancora intatte. Oltretutto, la partita di ieri non lascia particolari inquietudini sul piano della prestazione collettiva: in fin dei conti, si è visto il solito Club Italia targato Mancio. Una compagine che ha menato le danze dall'inizio alla fine, ha aggredito, ha cercato di stanare l'avversario con fitte trame, a volte troppo fitte, e ha concluso più di una volta pericolosamente. 

TANTE OCCASIONI, POCHISSIMA LUCIDITA' - Parliamoci chiaro: gli azzurri nulla avrebbero rubato portando a casa l'intera posta. Prima e dopo il sinistro vincente di Chiesa, Insigne due volte e Immobile erano andati vicini alla segnatura, e nella ripresa ci sono state altre occasioni per Chiesa, Barella, Ciro, più altre situazioni di potenziale pericolo nell'area dei rossi. In tutto questo, Iliev ha trovato il pari sull'unica incursione offensiva bulgara autenticamente pericolosa, ma favorita da una grave incertezza in ripiegamento di Florenzi. Per il resto, il copione avversario è stato il medesimo di tanti nostri oppositori dell'ultimo triennio: difesa stretta e spazi intasati, con qualche ripartenza più dimostrativa e di alleggerimento che effettivamente in grado di far male. 

Della difficoltà a far gioco contro retroguardie chiuse a catenaccio abbiamo più volte detto ed è inutile ritornarci. La giustificazione, peraltro, vale relativamente, riguardo al match di poche ore fa, perché, come detto, alla resa dei conti i ragazzi di Mancini qualche spiraglio per cercare la porta l'hanno trovato. Ma se su otto palle gol più o meno nitide ne concretizzi soltanto una, non hai poi diritto a recriminare molto se non riesci a fare bottino pieno. Cos'è mancato, dunque? In primis, ma non solo, la cattiveria in fase di finalizzazione, problema già più volte emerso in passato e che pareva esser stato parzialmente risolto durante l'Europeo. Non è stata una questione di appagamento: questa Azzurra non può essere appagata, non può compiere lo stesso, malinconico percorso dei campioni di Spagna '82 perché, al contrario di quegli eroi indimenticabili, questi sono in maggioranza elementi ancora nel pieno della vigoria psico-fisica, molti di loro sono giovani se non giovanissimi, e quindi più che mai affamati. 

LA PRECARIETA' FISICA HA INCISO - Ha un bel dire il cittì che lo stato fisico dei giocatori non c'entra, che stavamo bene: la condizione atletica c'entra eccome, a inizio settembre, con una preparazione brevissima e con due sole gare di campionato alle spalle. E la condizione lacunosa incide sulla lucidità, quella che dovrebbe darti la freddezza e la precisione necessaria per non sbagliare gol e assist determinanti. Immobile e gli altri hanno sparato ripetutamente sul portiere: è stato bravo ma non fenomenale, il buon Georgiev; più che di sue prodezze, nella maggior parte dei casi parlerei, appunto, di mira difettosa dei nostri. Perché fare gol infierendo su certe modeste difese di casa nostra è un discorso, riuscirci a livello internazionale, perlopiù districandosi a fatica in fortini munitissimi, è un altro. 

MANOVRA LENTA E TROPPO ELABORATA - Non è stato solo questo, ci mancherebbe. La partenza dell'azione è stata visibilmente e ripetutamente a velocità da moviola, consentendo agli orientali di disporsi opportunamente sul terreno, e la manovra di approccio e rifinitura, fra trequarti e area, è stata spesso troppo elaborata, sono mancate intuizione e velocità di pensiero per mettere palla dentro e per smarcarsi al momento giusto. E non sempre si son presidiati i sedici metri bulgari come si doveva: esempio lampante il cross rasoterra di Emerson che, nel finale, ha attraversato tutta l'area piccola senza che nessuno appoggiasse in rete, proprio perché nessuno era in posizione ideale. Anche queste défaillance sono il prodotto, credo, dello scarsissimo minutaggio ancora nelle gambe e nella testa dei nostri. Non fossimo campioni continentali, e quindi col dovere di volare al di sopra degli alibi, potremmo dire che non siamo stati favoriti dal calendario, visto che di fatto ci giocheremo l'accesso ai mondiali nel mese per noi meno propizio, quello delle figuracce anche contro le scartine, mentre la Svizzera disputerà ben cinque dei suoi otto match da ottobre in poi: ma tant'è. 

VERRATTI IN OMBRA, JORGINHO SUPER - Assenza di killer instinct a parte, dunque, i tre di punta hanno tutto sommato fatto parecchio, quanto a vivacità e iniziative: lo stesso Immobile, tornato bersaglio preferito di critica e tifosi già dai quarti dell'Europeo, ha comunque triangolato con Chiesa nell'azione del gol. Dei subentrati, Raspadori ha trovato un guizzo in un'area affollatissima e il tiro gli è stato ribattuto in corner, Berardi si è acceso a intermittenza ma si è anche trovato addosso mezza difesa bulgara, manco fosse Maradona; e, non essendo appunto Diego, non poteva dribblare tutti ed entrare in porta col pallone... A centrocampo Jorginho ha dato l'anima, toccando un'infinità di palloni e alimentando incesantemente l'azione, meno a fuoco e meno incisivo è parso Verratti, discontinuo ma generoso Barella, utile al solito anche in copertura. 

PROBLEMI SULLE FASCE, DA SFRUTTARE MEGLIO LO STATO DI GRAZIA DI CHIESA - Ci si aspettava di più da Cristante, troppo timido negli inserimenti, e doveva entrare prima Pellegrini: probabile che i due romanisti trovino maggiore spazio già in Svizzera, essendo anche più rodati di altri per via degli impegni in Conference League. Palmieri ha corso e tentato spesso l'incursione, ma l'efficacia di Spinazzola è tutt'altra cosa ed è un'assenza che stiamo scontando pesantemente, anche se molti sembrano essersene dimenticati. Perplessità sull'utilizzo di Florenzi, non solo per l'errore che ha portato all'1-1 ma per una generale insicurezza palesata in varie fasi di gioco: le alternative sul versante destro non mancano, e Di Lorenzo dovrebbe comunque essere la prima scelta, come da indicazioni dell'Europeo. Comunque, su con la vita: tra tanta paura, restano ancora molte certezze. La prima, valida da tre anni, è che non andremo a Basilea a fare bieco attendismo ma cercheremo di giocarcela, e ciò è di grande conforto. La seconda è che abbiamo un Chiesa ancora "caldo" dopo gli splendori di Wembley, e in crescita continua: non approfittare del suo stato di grazia sarebbe delittuoso. 

giovedì 2 settembre 2021

POWER HITS 2021: A VERONA MENGONI VINCE LA GARA DEI TORMENTONI ESTIVI. OCCASIONE PER UN BILANCIO (POSITIVO) DELLA STAGIONE CANORA BALNEARE


In principio fu il Festivalbar, poi arrivò il Summer Festival di Mediaset, ma da qualche anno tocca soprattutto al Power Hits Estate fornire un quadro d'assieme della musica leggera canicolare. Soprattutto ma non solo, perché fra luglio e agosto la carretta delle rassegne vacanziere l'ha tirata il Battiti Live di Radio Norba. Ma il "punto e a capo" lo mette la kermesse targata RTL 102.5, che martedì sera ha celebrato  il suo atto finale in un'Arena di Verona nuovamente affollata di pubblico, pur con le ovvie limitazioni richieste dalla pandemia. L'occasione è quantomai ghiotta per tentare di stilare un bilancio, di valutare il livello qualitativo della proposta canora stagionale. 
BILANCIO IN ATTIVO - Ebbene, vogliamo dirlo? Il bilancio è assolutamente positivo. Trattasi chiaramente di giudizio strettamente personale. Da anni cerco di evitare come la peste il nostalgismo fine a se stesso, all'insegna del "una volta era tutto più bello", "non ci sono più le canzoni di un tempo", "la musica di oggi fa schifo". Semplicemente non è vero: non lo è in senso assoluto, non lo è per il pacchetto canzoni che l'estate 2021 lascia in eredità ai posteri. Come anche le ultime edizioni del Festival di Sanremo hanno dimostrato, gli autori di casa nostra stanno attraversando un momento di buona vena. In questa sede mi riferisco esclusivamente all'easy listening balneare, il cui compito è di sottolineare la leggerezza dei mesi caldi con ritmi allegri e ritornelli accattivanti. Il che non è uno scandalo: è sempre stato così da quando la canzonetta è diventata affare industriale; era così anche ai tempi oggi tanto rimpianti dai suddetti nostalgici, anzi, anche di più, perché oggi il settore vive un momento di crisi vera, non come quella sbandierata ad ogni pié sospinto dagli addetti ai lavori nei decenni passati, anche in periodi di autentiche vacche grasse, coi dischi che si vendevano letteralmente a milioni. 
CONFORMISMO STILISTICO - Assurdo munirsi di puzza sotto il naso, dunque, nell'approcciarsi a una serata come quella veronese, che è stata soprattutto serata di musica di presa immediata, quella che una volta si gettonava nei juke box. Certo, buona parte di questa fresca produzione canora  è votata a un certo conformismo stilistico: cioè, individuato il genere sulla cresta dell'onda, ci si butta a pesce e lo si inflaziona. Anche qui, perfettamente inutile appellarsi ai bei tempi che (non) furono, perché non vi è nulla di nuovo sotto il sole: Nella parte centrale degli Eighties, per dire, ci fu l'abuso della dance modalità "italo disco", e dell'elettronica infilata anche dove era meglio non ci fosse; in tempi più recenti è stata la volta del rap e del trap, a cui da un po' di tempo si è aggiunto e sovrapposto il reggaeton. Oggi come ieri, il segreto del successo sta nell'interpretare questi stili con un minimo di originalità creativa: chi ci riesce è destinato a durare un po' di più, nell'archivio della memoria dei tormentoni estivi all time. 
REGGAETON: HUNT E MENA I MIGLIORI - Esempio: Elettra Lamborghini con la sua "Pistolero" non ha portato nessuna ventata d'aria fresca, e il suo pezzo scorre via come acqua, senza lasciare tracce. Nella galassia reggaeton, decisamente meglio le due coppie italo-ispano-americane, Fred De Palma-Anitta e Rocco Hunt-Ana Mena: fra "Un altro ballo" e "Un bacio all'improvviso", due proposte analoghe, si fa preferire la seconda di Rocco e Ana, per quel tocco di romanticismo da melodia nostrana vecchio stile che va ad ammorbidire le sonorità frizzanti  richieste dal genere, e per l'arrangiamento un po' più variegato. Sono andati sul sicuro i Boomdabash, che hanno... sostituito Alessandra Amoroso con Baby K e fatto centro con una "Mohicani" abbastanza banale ma indubbiamente furbetta e facile da mandare a memoria. La Amoroso quest'anno ha fatto da sola, con il semplice inno alla positività "Un sorriso grande", indubbiamente gradevole. 
POLLICE IN SU: MENGONI, AMOROSO, EMMA-BERTE', BLANCO-SFERA - Pop italiano contemporaneo, il suo, che non strizza l'occhio a tentazioni esotiche, proprio come quello di Marco Mengoni", che con la trascinante "Ma stasera" è stato il trionfatore della serata: il suo brano si è infatti aggiudicato il titolo di "tormentone estivo 2021". Verdetto che ci può stare, per quello che può valere; la stessa Alessandra avrebbe meritato l'alloro (ma era reduce da due successi consecutivi nelle passate edizioni), e poteva farcela perfino il duo Blanco - Sfera Ebbasta con una "Mi fai impazzire" martellante e dalla struttura sonora variegata. Pollice in su anche per la coppia Emma-Loredana Bertè, in perfetta sintonia nell'esecuzione di "Che sogno incredibile", reggae all'acqua di rose che emana davvero profumo d'estate, ma che si sarebbe adattato benissimo anche a una ribalta più ovattata e invernale come quella sanremese. 
VANONI-COLAPESCE-DIMARTINO: IRONIA PREVEDIBILE - Del trio Fedez-Lauro-Berti si è fin troppo parlato, "Mille" è tre canzoni in una, per via degli stili e delle modalità interpretative degli interpreti radicalmente diverse e distanti tra loro: un prodotto intergenerazionale, più intelligente che astuto, con gli ingredienti giusti per accontentare un po' tutti, ragazzi e adulti. Diverso il discorso per un altro strano trio, quello formato da Colapesce, Dimartino e Ornella Vanoni, con una "Toy Boy" che punta tutto su un'ironia un po' "telefonata", prevedibile, visti i protagonisti, ma tutto sommato riuscita, pur non attingendo vette epocali.   
IL POP DI CLASSE DI SAMUEL-MICHIELIN E IL RITORNO DEI SOTTOTONO - Chi rischia e chi no: non ha rischiato Irama con "Melodia proibita", che prosegue il discorso della festivaliera "La genesi del tuo colore" senza ripeterne la possanza e la forza penetrativa; lo ha fatto invece Mahmood con una straniante "Klan" ed una esibizione corale centrata soprattutto sull'aspetto coreografico. E coraggiosa pure Madame (ma ci mancherebbe che non lo fosse, alla sua età e già con la bacheca gonfia di riconoscimenti di critica e pubblico), che in "Marea" prosegue nei suoi azzardi ritmici, e soprattutto continua a giocare con le parole e la pronuncia delle stesse. 
Ancora coppie a go go, come da tendenza recente ormai consolidata: non brillano Annalisa e Fede Rossi con una "Movimento lento" che pure ha mietuto notevoli successi discografici; un gradino sopra, pur senza eccellere, Noemi e Carl Brave con "Makumba", variopinta sul piano della struttura musicale, impreziosita dalla vocalità di Veronica e resa bizzarra dalla cadenza "centroitalica" dell'interprete maschile. Decisamente meglio "Cinema" by Samuel e Francesca Michielin, pezzo di sostanza, una pop dance contemporanea di spessore internazionale, con venature autoriali. E a proposito di cinema... ecco ricomparire i Sottotono in "Mastroianni", sempre fedeli ai loro canoni stilistici di un tempo, forse meno efficaci ma perfino con tratti di eleganza compositiva. Non male. 
TAKAGI-KETRA-FERRERI: NESSUN GUIZZO - Pilota automatico per il collaudato trio Takagi-Ketra-Giusy Ferreri, che hanno fatto centro, radiofonicamente parlando, anche con "Shimmy Shimmy", ma devono stare attenti a non prosciugare del tutto il prezioso filone "da ombrellone" inaugurato con "Amore e capoeira". Ottima conferma per La Rappresentante di Lista con "Vita", diversa e più ballabile rispetto alla classica e struggente "Amare" presentata all'Ariston, a dimostrazione del loro eclettismo. Da rivedere sulla lunga distanza Sangiovanni, per ora ancorato a un easy listening giovanilistico ma con acrobazie e originalità testuali non disprezzabili in "Malibù". Fra gli stranieri, da segnalare Bob Sinclair che azzecca con mestiere "We could be dancing" grazie soprattutto alla voce di Molly Hammar, e Dotan con una "Mercy" di grande atmosfera pur se non particolarmente innovativa. 
CHI NON C'ERA E DOVEVA ESSERCI - Assenti che avrebbero meritato la ribalta scaligera: i Coma_Cose con la avvolgente "La canzone dei lupi", i Kolors in fase di netto rilancio con l'ottimo recupero in chiave moderna di certe soluzioni ritmiche degli anni Ottanta in "Cabriolet Panorama", e soprattutto i Pinguini Tattici Nucleari, la cui briosa "Scrivile scemo" è stata senz'altro una delle colonne canzonettistiche dell'estate che sta per concludersi. E ancora Ariete, che ne "L'ultima notte" fa pop tradizionale all'italiana svecchiandolo con linguaggio e con una dizione adolescenziale (abitudine che ha preso piede nell'ultima nouvelle vague nostrana ma che alla lunga potrebbe perfino risultare fastidiosa), per finire con il "Coro Azzurro" di Arisa e degli Autogol, frizzante port bonheur del trionfo a Euro 2020. 
PRESENTATORI A GO GO - Per contro, il gala è stato arricchito da alcune presenze d'eccezione, come i Duran Duran e una Carmen Consoli che prepara un rientro in grande stile. In assoluto, la serata è stata riuscitissima perché snella, veloce, consacrata totalmente alle sette note nonostante la pletora di presentatori, non tutti essenziali: Angelo Baiguini e Federica Gentile nelle vesti di "vecchi saggi" (senza offesa, naturalmente), i tre giovani Matteo Campese, Fabrizio Ferrari e Paolo di Benedetto a menare le danze con disinvoltura per larga parte della maratona, e un Massimo Giletti di cui non si è ben compresa l'utilità specifica, ma tant'è. Di buono c'è stato che i conduttori non hanno insistito più del dovuto sui riconoscimenti discografici ottenuti dalle varie canzoni in concorso, come invece, tanto per dire, è avvenuto in maniera financo irritante nel corso dell'ultimo Battiti Live. 
DALL'ARENA ALL'ARISTON - L'architettura dell'evento, dalla conduzione alla rapida successione degli artisti, ha ricordato molto il Festivalbar, eterno, inevitabile paragone per i suoi "successori": di diverso, rispetto all'ultima versione della manifestazione di Vittorio e Andrea Salvetti, una parvenza di competitività, visto che il premio a Marco Mengoni è stato il risultato di una classifica fondata sia sull'esposizione radiofonica dei brani in concorso, sia sulle preferenze espresse dagli ascoltatori di RTL. Un'ultima postilla: La Rappresentante di Lista e Colapesce-Dimartino hanno riproposto, nell'occasione, anche i loro pezzi sanremesi, ulteriore testimonianza di quanto sia stata azzeccata la selezione effettuata quest'anno da Amadeus. E a proposito: quali dei cantanti visti all'opera in Arena saranno presenti all'Ariston a febbraio? Secondo me più di uno, anzi parecchi. Arrivo a dire che, per alcuni di loro, provare la carta rivierasca sarà quasi un dovere, per diversi motivi. Ne riparleremo a breve. 

lunedì 12 luglio 2021

EURO 2020: L'ITALIA SBANCA WEMBLEY, E' CAMPIONE D'EUROPA SULLE ALI DEL GIOCO. UN TRIONFO CRISTALLINO E UN FUTURO CHE FINALMENTE CI SORRIDE

 "Un'estate italiana" di Nannini-Bennato può finalmente risuonare, nel catino di Wembley, a sottolineare una serata azzurra memorabile, e non un cumulo di rimpianti. Non eravamo più nessuno, il nulla cosmico calcistico, e oggi ci ritroviamo sul tetto del Vecchio Continente. Siamo usciti dal tunnel con una velocità che era difficile prevedere anche per chi, come me, ha sempre accompagnato questa nostra Nazionale con parole di fiducia e ottimismo. Dall'inferno al paradiso in meno di quattro anni. Campioni d'Europa, e scriverlo suscita perfino un effetto straniante. L'emozione è enorme, da groppo in gola che non passa dopo una notte quasi insonne. Si dice che in casi come questo risulti superfluo avventurarsi in analisi tecniche dell'evento in sé, perché conta il fattore sociale, l'entusiasmo che l'ItalMancio ha trasmesso al Paese, facendolo scendere in piazza a folleggiare dopo oltre un anno da incubo. 

TRIONFO SENZA OMBRE - Invece no, perché proprio l'aspetto sportivo della finale di ieri ne esalta ancor più i contorni di impresa. Si è trattato di un successo limpido, cristallino, meritato. Nessun dubbio è lecito sulla legittimità di un titolo che ritorna nello Stivale dopo 53 anni, un'eternità. Non vale mai la pena dover aspettare così tanto per assaporare la gioia della vittoria, ma possiamo dire che, perlomeno, l'attesa sia stata ripagata da un Club Italia pienamente all'altezza della situazione. Migliore di tutti per continuità di rendimento, ad alto livello, dalla prima alla settima partita. Pochi i momenti di cedimento: le difficoltà nel secondo tempo con l'Austria, la semifinale con la Spagna, la prima frazione della finalissima. L'avevo scritto dopo il soffertissimo successo sugli iberici, nel mio piccolo: giocando in quel modo, old style tricolore, si possono vincere le singole battaglie, non le guerre. Per prevalere in un atto conclusivo così impervio, da disputare in casa dell'avversaria, di fronte a un pubblico di oltre 60mila persone quasi interamente ostile, ci sarebbe voluta la vera Azzurra, quella che mi ha fatto innamorare in questo triennio manciniano, quella propositiva e brillante, col gusto della manovra, quella dal palleggio inesorabile e preciso al millimetro. 

IL NOSTRO "SECONDO INIZIO" - Ebbene, quell'Italia non si è vista, nella prima mezz'ora allo stadio Imperiale. I nostri hanno stranamente impiegato più del lecito ad entrare nel clima rovente del match e hanno pagato il loro "cuore freddo" con lo sbandamento difensivo che li ha visti in versione "belle statuine" sul cross di Trippier da destra e sull'appoggio in rete di Shaw dopo meno di due minuti. La classica mazzata che potrebbe abbattere un toro. Ma già nell'ultimo quarto d'ora della frazione si è cominciata a intravedere una Nazionale diversa, una squadra che si era ripresa di prepotenza l'iniziativa e la gestione della palla. La nostra... seconda finale era iniziata: certo, in partenza il possesso pareva un po' fine a se stesso, una lunga serie di trame che però non producevano granché, nei sedici metri finali, anche se ottenevano il non trascurabile risultato di schiacciare sempre più gli inglesi sulla loro trequarti. 

INGLESI SOLIDI DALLA CINTOLA IN GIU', KANE RIFINISCE MA NON TIRA - Diamo qualche merito anche alla truppa di Southgate, per diana: compagine che raramente ruba lo sguardo, che produce scariche elettriche soltanto con le improvvise accelerazioni di uno Sterling il quale peraltro, nella circostanza, è parso velleitario e nervoso. Ma, anche, una compagine di invidiabile solidità dalla cintola in giù, perfetta nei sincronismi difensivi che sono davvero difficili da forzare, mentre in avanti fa reparto quasi da solo Kane che ieri si è esaltato però solo nel lavoro di rifinitura, come sapevano mirabilmente fare il Rossi e il Bettega della prima Italia bearzottiana, mentre in zona tiro non è stato in grado di incidere come ci si attendeva. 

Un collettivo granitico che però forse si è specchiato un po' troppo nella sua presunta superiorità, o che semplicemente non è riuscito a chiudere l'incontro, quando ne ha avuto la possibilità, perché i nostri, passato lo shock d'apertura, hanno assunto l'assetto più funzionale e adatto alla bisogna. Non si doveva soffrire come contro la Spagna, si è detto, e così è stato: disinnescate le offensive britanniche, rimaneva da trovare il modo di penetrare nella retroguardia. Nel primo tempo, quando il nostro ritmo era ancora troppo basso per mandare in tilt il loro dispositivo di copertura, occorreva un'iniziativa personale, una scossa d'estro, e l'ha tirata fuori dal cilindro Chiesa, con una poderosa progressione chiusa con un sinistro a lato di pochissimo. 

LA SERATA DIFFICILE DI BARELLA E IMMOBILE - Un buon inizio, ma, come detto, non sarebbe bastato se la manovra non fosse lievitata ai consueti livelli "manciniani". E' ciò che è accaduto dopo l'intervallo, complici anche due intuizioni del nostro citti. In queste settimane europee c'è stato perfino chi è riuscito a sostenere, senza vergogna, che, insomma, non è il massimo della vita dover ricorrere sempre alla panchina per correggere errori iniziali di formazione. A parte che la panchina è una ricchezza, se ben sfruttata (e la nostra offre ampie varianti, tutte di grande affidamento ed efficacia), ma non è stato comunque il caso dell'ultimo match di Wembley. Mancini non ha sbagliato l'undici di partenza, semplicemente Barella non ne aveva più e non è riuscito a offrire quegli strappi centrali, quelle idee e quegli inserimenti che spesso sono stati una delle armi in più della nuova Italia, mentre Immobile confermava la sua parabola discendente nel torneo, anche se aveva provato una girata da centro area contrata alla bell'e meglio dalla difesa. E tuttavia, l'ingresso di Cristante portava peso e sostanza nel mezzo, mentre Berardi, col suo movimento e la sua imprevedibilità, era senz'altro meno controllabile del buon Ciro. 

CAMBIO DI  MARCIA E DOMINIO AZZURRO - Anche grazie a queste due novità, la gestione della palla e la solita precisione di tocco venivano puntellate da una maggiore velocità di esecuzione, mentre mutava totalmente anche l'atteggiamento di base: passata la paura iniziale, messa da parte anche la successiva prudenza, rimaneva solo la voglia di provarci, in ogni modo, perché loro non erano marziani e "si poteva fare".  Insigne mancava di poco il bersaglio su punizione dopo averci già provato con un tiro da posizione defilata su assist di Chiesa, un'altra accelerazione di Federico portava lo juventino alla battuta, stavolta di destro, con ottima deviazione in tuffo di Pickford. Il pareggio era maturo e giungeva sugli sviluppi di un corner da destra di Emerson: dopo una torre di Cristante, un tentativo di intervento di Chiellini arginato da Stones (poteva starci il rigore) e un tocco di testa di Verratti deviato dal portiere sul palo, interveniva Bonucci per il facile tap in di sinistro: un gol vero, dopo quello cancellatogli per fuorigioco contro il Belgio. A quel punto, per venti minuti abbondanti, siamo diventati letteralmente padroni del campo, e qui sta il grande cruccio: potevamo chiuderla prima, evitando perfino i supplementari, e su lancio dello stesso Bonucci Berardi quasi pescava il jolly, scavalcando Pickford con un sinistro al volo che però terminava di poco alto. In tutto questo carosello azzurro, l'Inghilterra solo una volta tornava a rendersi pericolosa, con una inzuccata di Stones su angolo alzata sopra la traversa da Donnarumma. 

FOSSE RIMASTO IN CAMPO CHIESA... - L'uscita per infortunio di Chiesa (ah, la famosa "fortuna" italiana...) poneva fine a questo periodo azzurro sontuoso. L'inerzia del match era ormai ribaltata, fatti salvi alcuni brevi break dei bianchi, ma ci mancavano le energie e, soprattutto, lo stoccatore per completare il capolavoro. Poteva esserlo il figlio d'arte, per l'appunto, protagonista della migliore prova in assoluto, pur senza trovare il gol, fra le ottime già fornite in questa competizione, e col piede palesemente "caldo". Nei supplementari accadeva poco, ma, tanto per gradire, una percussione di Emerson sulla sinistra mandava Bernardeschi, proprio il sostituto di Chiesa, a un passo dalla deviazione vincente sotto misura, mentre i locali ci provavano con un destro da fuori di Phillips. Ai rigori di spareggio erano tutti meno precisi del solito: per noi sbagliava Belotti e un terribile contrappasso sembrava dover colpire Jorginho, neutralizzato da Pickford con rimpallo sul palo, errore beffardo come beffardo era stato il penalty decisivo alla Spagna, ma Donnarumma, che già aveva respinto il tiro di Sancho, effettuava identica parata su Saka e non esultava, lasciandoci per un attimo con il cuore in gola davanti ai teleschermi. In realtà era fatta, e per Gigio era anche la consacrazione a miglior portiere del continente. Chissà che il Pallone d'oro... 

TUTTI DA ELOGIARE - Non solo il portierone nella conquista azzurra, comunque, e non è retorica dire che tutti, con diverse sfumature, siano da elogiare. Anche Di Lorenzo, qualche responsabilità sul gol inglese (come tutto il reparto, del resto) ma rialzatosi alla distanza, i monumentali Bonucci e Chiellini, ed Emerson quasi in versione Spinazzola, costante e incisivo nella spinta sulla sinistra. Al centro, Verratti, da leader autentico, ha tenuto a galla la squadra quando, nel primo tempo, rischiava di disunirsi, l'ammaccato Jorginho ha stretto i denti ed entrambi hanno alternato con apprezzabili risultati fioretto e sciabola, mentre Cristante è entrato col piglio giusto, scattando e proponendosi in avanti. Non sempre preciso Insigne, ma la sua presenza nel vivo dell'azione offensiva non è mai venuta meno, anche se, come detto, il migliore dei nostri per distacco, in prima linea, è risultato Chiesa, che prima di questo Euro 2020 non si era mai visto in azzurro così "sul pezzo", decisivo, trascinatore. Comunque il napoletano, pur fra alti e bassi, esce decisamente ingigantito da questa esperienza, avendo messo in curriculum gol pesanti, vivacità e generosità nei ripiegamenti.

NAZIONALE CHE UNISCE - Ribadisco: abbiamo vinto sulle ali del gioco e persino col parziale rimpianto di aver dovuto attendere la giostra finale dei penalty. Ma non è il caso di fare troppo gli schizzinosi, non oggi. L'Italia ha conquistato Londra, ha strappato ai padroni di casa un Europeo che sembrava disegnato su misura per loro, un England 2020 camuffato da torneo itinerante, costringendoli alla patetica scena conclusiva delle medaglie d'argento tolte una frazione di secondo dopo averle indossate (non sono stati i primi a farlo, intendiamoci, ma è un'abitudine pessima). Che impresa, per Mancio e Vialli. E che tristezza, consentitemelo, per i genoani che non esultano in virtù della presenza in panchina dei due ex dioscuri blucerchiati. Santo Iddio, la Nazionale è un fattore unificante, non divisivo. Non ci furono tanti contestatari nell'82 a schifare un'Italia a vistose tinte bianconere, e non ci sono stati nemmeno questa notte, deo gratias, perché alla fine la ragionevolezza vince sempre. Vince come questa splendida Azzurra, che ha meravigliosamente messo a tacere critici ad oltranza, disfattisti in servizio permanente effettivo, e quelli per cui il calcio italiano è sistematicamente peggiore degli altri. 

LA DISFATTA DEI CRITICI DELLA DOMENICA - Dovevano metterci sotto tutti, dicevano, pure i turchi. Quando abbiamo cominciato (anzi, continuato, come nei tre anni precedenti) a vincere e convincere, l'ultimo labile argomento dei bastian contrari era la debolezza degli avversari (fra cui la Svizzera che ha poi fatto fuori la Francia e sfiorato il bis con la Spagna). Ma alla fine sono arrivati anche i crash test terribili così pedantemente richiesti da chi, nonostante tutto, non credeva in questa truppa: e sono stati tre splendidi esami di maturità superati. Con sofferenza e abnegazione contro le Furie Rosse, con svettante autorità contro il Belgio e, dopo la prima mezz'ora, con l'Inghilterra. Per me è una scommessa vinta: metto da parte per un attimo l'umiltà dell'osservatore e mi sento di poter stare a pieno titolo sul carro del vincitore, dove sono salito già nell'autunno 2018, quando intuii le straordinarie potenzialità di una Nazionale allora ancora in abbozzo. Del resto, bastava guardare e giudicare... 

IL FUTURO, IN QUALCHE MODO, E' NOSTRO - Prima e durante questa kermesse, per la verità, ho anche scritto più volte che l'Italia di Bobby gol sembrava strutturata e pensata per dare il meglio dopo l'Europeo, pensavo cioè fosse già validissima ma non ancora pronta per un simile, straordinario traguardo. Ho sbagliato? Forse, ma non è neanche detto... Perché al contrario di quanto avvenne nel 2012, quando non si riuscì a dare un seguito al brillante argento conquistato a Kiev, stavolta ci sono le premesse per continuare a sognare. Questa Italia è all'inizio della sua parabola, ben lungi dal potersi sentire appagata (guai, guai!). Dovrà essere svecchiata in alcuni (pochi) tasselli, ha titolari in grado di reggere sul piano internazionale ancora per un po' di anni, ha giovani elementi già nella rosa dei 26 (Bastoni, Locatelli, Pessina, Castrovilli, Raspadori) e altri rimasti momentaneamente a casa, per scelta tecnica (Kean, Cragno, Gianluca Mancini, Lazzari, Romagnoli) o per infortunio (Sensi, Zaniolo, Lollo Pellegrini), per tacere di altri virgulti in fase di salita dall'Under (Tonali, già provato nella Maggiore, e Scamacca, i primi nomi che mi vengono in  mente). Inutile parlare della possibilità di aprire un ciclo, è prematuro e sicuramente presuntuoso pensarlo, ma di certo il futuro, in termini di competitività sui grandi palcoscenici, è nostro, quantomeno "anche" nostro. Non so se vinceremo altre coppe a breve, la concorrenza è sempre terribile, ma saremo lì a giocarcela. L'Italia è tornata, signori.