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mercoledì 15 giugno 2022

NATIONS LEAGUE: IN GERMANIA CROLLA UN'ITALIA-CANTIERE, DE PROFUNDIS INGIUSTI E SUPERFICIALI. IL PROGETTO CONTINUA E HA BUONE BASI


C'è chi già non crede più nel nuovo corso azzurro inaugurato da appena quattro partite, con colpevole ritardo, dal cittì Mancini. Forse perché non ci ha mai davvero creduto, se basta una serata nerissima per consegnarsi mani e piedi al disfattismo più spinto. Liberissimi, ci mancherebbe, ma sarebbe opportuno, almeno, ancorare il proprio pessimismo cosmico ad argomenti tecnici sostanziosi, piuttosto che a luoghi comuni ripetuti come un mantra e a falsi storici evidenti. 
Già è dura sopportare lo scempio che è stato fatto del titolo europeo 2021: il primo a non rispettare quell'impresa, intendiamoci, è stato lo stesso Club Italia, ma oggi è in atto addirittura una colossale opera di minimizzazione del trionfo, derubricato ad evento casuale o impresa in stile Grecia 2004 (roba da querela, per chi mastica un po' di calcio). Del resto, chi ha buona memoria ricorderà che casuale venne considerato da molti anche il mitologico successo spagnolo dell'82, di cui in questi giorni si celebra il quarantennale: quattro vittorie epiche precedute e seguite da sequele di partite brutte, pareggi e sconfitte, così si scriveva. Non cambia mai nulla e, soprattutto, non si impara mai nulla: è avvilente. 
OTTIMISMO - Personalmente, quei pochi che mi leggono l'avranno capito, ho sposato la causa dell'ottimismo: cauto e realista, sì, ma pur sempre ottimismo. Un po' perché le fasi di ricostruzione azzurra mi affascinano e mi appassionano da sempre, un po' perché la fiducia è ben riposta, in un trainer che ha già creato una volta una Nazionale vincente dalle macerie lasciate da altri, e in un bacino di giocatori numericamente esiguo ma tutt'altro che malvagio sul piano qualitativo, in fin dei conti lo stesso dal quale sono usciti i campioni continentali, nonché un altro drappello di validissimi elementi non compresi nel listone dei 26 dell'estate scorsa (ne ho parlato nel post di pochi giorni fa); un bacino che oltretutto, nonostante i colossali ostacoli strutturali, si sta allargando, grazie a nuove, credibili leve che si stanno facendo onore in Serie B, nelle Under azzurre e, ora, persino nella massima rappresentativa. 
PARTITA PER PARTITA - Era ciò che chiedevamo, no? A casa chi si è sentito precocemente appagato, e ha chiuso ingloriosamente il suo ciclo con la "finalissima" di cartapesta contro l'Argentina, e vigorose iniezioni di benzina verde. E invece, ecco ancora minimizzazioni e capovolgimenti di realtà; perché qui bisogna davvero cominciare a intendersi: il k.o. in Germania è l'unica, attendibile cartina di tornasole dello stato pietoso del nostro calcio? Il brillante pari di Wolverhampton è stato ottenuto contro un'Inghilterra carica di problemi, tanto da essere poi asfaltata dall'Ungheria? Benissimo, ma allora che si esalti il  nostro bel successo, in dominio quasi assoluto, contro gli stessi ungheresi, senza dimenticare la buona prova nell'andata contro i tedeschi. Non se ne può davvero più di questo strabismo critico volto, sempre e comunque, al tafazzismo, "Oh come siamo brutti, oh come siamo messi male". 
La verità è che ogni partita fa storia a sé, sempre, a maggior ragione quando si parla di partite ravvicinate buttate lì a fine stagione, da affrontare senza preparazione specifica come accade per Mondiali ed Europei, ai quali si arriva dopo settimane di ritiro e con progetti tecnici ben definiti. Certo, quella di ieri sera è stata una brutta, bruttissima storia, che però, personalmente, non mi ha sorpreso, come non mi aveva sorpreso la disfatta londinese, per altri motivi. 
COME FUNZIONA UNA RICOSTRUZIONE - Lo ha detto a più riprese il nostro trainer, molto più modestamente l'ho scritto io pochi giorni fa: nelle fasi iniziali di ricostruzione di una Nazionale non può esserci continuità di risultati e di prestazioni. Basta andare indietro di pochi anni, alle prime, timide uscite della nuova Selezione manciniana nel 2018. Ma, per i tanti nostalgici in servizio permanente effettivo, quelli per i quali la storia del calcio si è fermata all'82, non sarà difficile ricordare i vagiti dell'Italia di Bernardini e Bearzot, dallo 0-0 casalingo contro l'allora materasso Finlandia all'1-4 incassato dal Brasile nell'iconico torneo del Bicentenario americano, con gente che già chiedeva le dimissioni del Vecio proponendo candidature più o meno improbabili, da Vinicio a Giagnoni. 
E' assolutamente normale: gli undici titolari cambiano di partita in partita, non c'è amalgama, le formazioni vengono spesso stravolte a gare in corso, vengono immessi in gruppo giovanissimi alle prime armi, tutti privi di esperienza internazionale, alcuni persino digiuni di partite in  Serie A. Ma davvero, e scusate se mi altero: che cavolo pretendete da questa Italia che ancora non è squadra, ma solo un laboratorio in fermento, e che lotta contro i mulini a vento di campionati nazionali votati alla più ottusa esterofilia, totalmente chiusi alla valorizzazione degli emergenti nostrani? 
PERCHE' HA VINTO LA GERMANIA - Chiaro che poi occorra fare dei distinguo. Perché ad esempio in queste congiunture storiche si può vincere e perdere, brillare o deludere, ma non bisogna mai scendere al di sotto della soglia della decenza, cosa che invece gli azzurri ieri hanno fatto per larghissimi tratti dell'incontro di Moenchengladbach. La Germania ha vinto perché ci è stata superiore come atteggiamento mentale, come convinzione, come organizzazione, come tenuta fisica. L'aspetto della classe pura lo lascerei un attimo da parte: affermare perentoriamente "la Germania è più forte" vuol dire tutto e niente; precisare che "in questo momento è più forte" ha già più senso, ma è più forte perché è una squadra, se non proprio fatta e finita, più avanti di noi nell'opera di parziale riedificazione, con una fisionomia chiara e con leader tecnici ben definiti; l'Italia di un anno fa, nel pieno delle sue potenzialità, era superiore a questa Nationalmannschaft, anche come risorse complessive di talento e piedi buoni. 
Tutto cambia, nel calcio, perfino nel giro di pochi mesi, e comunque non è certo questo il momento per stilare graduatorie del valore effettivo di ogni singola rappresentativa: se tenessimo conto dei responsi di questo giugno calcistico un po' pazzerello, la Francia sarebbe relegata a compagine di seconda schiera, la stessa Inghilterra a mediocre formazione allo sbando. Capite che non è credibile, e che per questo la cosa migliore sarebbe giudicare e valutare le risultanze di ogni singolo match, prendendo il buono e il meno buono cercando poi di tracciare un quadro complessivo.
DA BOLOGNA A WOLVERHAMPTON - Questa sequenza di gare a tambur battente ci ha detto che un primo step è stato compiuto, quello più doloroso: l'accantonamento di alcuni mostri sacri non più competitivi, il ripescaggio di eccellenti professionisti rimasti fuori dal gruppone dei campionissimi 2021, e il lancio di una manciata di interessanti virgulti ai quali da settembre, ci scommetto, se ne aggiungeranno altri. 
Abbiamo visto un'Azzurra coriacea a Bologna nel primo rendez vous col team di Flick, poi dominante contro i magiari a Cesena (bugiardissimo il 2-1 finale), coraggiosa e propositiva al Molineux, ove si è mostrata sostanzialmente sicura dietro, agile e manovriera dalla cintola in su, più vicina alla vittoria di quanto non lo siano stati i padroni di casa, soprattutto in un  primo tempo di grana finissima, con opportunità clamorose per Frattesi, Tonali e Pessina e un buono spunto sprecato da Scamacca nell'area piccola, il tutto solo parzialmente bilanciato dal tiro di Mount deviato sulla traversa da Donnarumma, dal salvataggio in corner di Locatelli su passaggio avventato dello stesso portiere e dall'errore di Sterling davanti alla porta, perché contro i grandi avversari (e l'Inghilerra ancora lo è, o no?) ci sta di concedere occasioni, meno scontato è crearle, e per giunta crearle nitide. 
NON C'E' ANCORA UN'ITALIA TITOLARE - Di ieri c'è poco da dire e poca voglia di parlare: non si può neanche sostenere che con i titolari avremmo fatto miglior figura, semplicemente perché la nuova formazione titolare ancora non c'è, mentre quella dell'Europeo, lo abbiamo detto e ridetto, si è addormentata sugli allori e non è più in grado di darci alcunché. Ribadisco: la sconfitta, al di là della provvisorietà della nostra Selezione, è stata soprattutto di testa e di gambe. Ed è mancato un po' di amor proprio, quello sì, perché l'Italia cinque gol non dovrebbe permettersi di prenderli da nessuno, e la concentrazione deve rimanere alta anche sullo 0-3 per limitare i danni: spero lo capisca soprattutto Donnarumma, che ha chiuso una stagione per tanti versi disgraziata e che ora deve resettare, lavorando sui suoi pochi limiti, che però ci sono e che rischiano di essere esiziali (e Tiziana Alla della Rai aveva tutto il diritto di sottolinearlo: ci lamentiamo sempre di giornalisti che fanno domande  accomodanti, e una volta che ne troviamo una un po' "puntuta" la crocifiggiamo?). 
PUNTI FERMI DA CUI RIPARTIRE - Fatto un deferente ringraziamento a Gnonto e Bastoni, che coi loro gol hanno reso il tonfo meno pesante sul piano strettamente numerico (anche le statistiche contano), aggrappiamoci ad alcuni punti fermi: questa sessione di Nations League ha detto che l'Italia attuale non può fare a meno, nel reparto centrale e sulla trequarti, di Cristante, Tonali e soprattutto Lorenzo Pellegrini, che secondo me è un fior di campione, abile in tutte le fasi di gioco e utilissimo anche sotto porta, mentre Pessina è parso in crescendo e Frattesi rappresenta un'alternativa da coltivare accuratamente; che, in retroguardia, il citato Bastoni è comunque una certezza ma occorre lavorare sull'intesa con Mancini, mentre ci è spuntata quasi dal nulla una soluzione fresca e credibile come Gatti, preciso e autorevole in Inghilterra, e risulterà sicuramente utile anche Scalvini, che ha debuttato in una serata orribile come quella di ieri senza macchiarsi di colpe specifiche. Rimanendo in terza linea, Calabria ha avanzato una candidatura prepotente, mentre Dimarco, pur sottoutilizzato nell'Inter, si è messo in mostra con buoni spunti e intraprendenza (ieri, tanto per gradire, ha anche costretto al miracolo Neuer su punizione, anche se non sarebbe servito a nulla). 
IMMOBILE, GLI INFORTUNATI E LE FUTURE NEW ENTRY - I problemi davanti permangono: al di là delle sportellate e del palo colpito nell'andata coi tedeschi, Scamacca non incide, così come Raspadori, che lavora bene in rifinitura e in appoggio ma conclude poco, troppo poco. Meglio Gnonto, che fra alti e bassi ha dato un contributo perfino inaspettato: generosità, tanta esuberanza (a tratti eccessiva), buoni movimenti, un assist e un gol; e tuttavia, rimango del parere che si imponga un rilancio di Immobile, come del resto si puntò sullo stagionato Quagliarella all'inizio del primo ciclo manciniano. No, non possiamo proprio permetterci di rinunciare a un bottino di gol potenzialmente elevatissimo per mere questioni di adattabilità tattica: non sarà più un'Italia ancorata a un solo schema, si è provata la difesa a tre e si possono pertanto provare strade offensive diverse.
 Dopodiché, recuperiamo Spinazzola alla piena efficienza fisica, attendiamo con ansia il ritorno di Verratti e Chiesa, speriamo che Zaniolo confermi i recenti progressi, e vedremo incrementarsi nettamente le vie di accesso alla porta avversaria. Altri baby arriveranno, si diceva: Carnesecchi, Bellanova e Udogie i primi che mi vengono in mente, ma non solo. Poche ore prima del crollo dei grandi in Germania, i fratellini minori della sub-21 hanno conquistato trionfalmente la qualificazione nel torneo europeo. Non è vero, dunque, che c'è il vuoto generazionale assoluto: ci sarà se si continuerà a non far nulla per evitarlo e si continuerà a bloccare la crescita di chi esce dal nostro vivaio, ma questo è un discorso fatto e rifatto un milione di volte qui sul blog. 

mercoledì 8 giugno 2022

NAZIONALE RIVITALIZZATA DAI GRANDI ESCLUSI DI EURO 2020: CALABRIA, PELLEGRINI E POLITANO SUGLI SCUDI. ED E' UN'ITALIA "ROMANISTA"

 Nella mia ingenuità, rimango convinto che un'opera di ricostruzione azzurra come quella appena iniziata debba coinvolgere tutti, proprio tutti, dal vertice federale all'ultimo dei tifosi. Perché la Nazionale è il cardine di un movimento sportivo e cartina di tornasole del suo grado di sviluppo (o sottosviluppo). Riguardo ai tifosi, ho ormai perso qualsiasi speranza (quanto infantile accanimento, dopo Italia-Argentina, che squallida corsa alla denigrazione e all'insulto), ma un ruolo decisivo dovrebbe averlo anche l'apparato informativo, e qui cadono le braccia. Si invitano gli organi di stampa ad avere meno trasporto per le bufale d'oltrefrontiera e più attenzione per il vivaio nostrano, e loro interpretano la supplica con mentalità da seconda elementare: Gnonto azzecca un cross vincente al debutto in rappresentativa e diventa il possibile Messi italiano. Non contenti di aver contribuito, con la loro pressione, a frenare la crescita di Lucca, da possibile salvatore della patria nell'autunno scorso a mediocre protagonista cadetto, tentano ora di ripetersi rovinando la punta del Basilea, che in effetti ieri, a Cesena, ha commesso errori persino clamorosi nei sedici metri finali, pur non lesinando corsa e impegno. 

E' la stessa stampa, del resto, che parla di vittoria contro una modesta Ungheria: gli stessi magiari che sabato avevano battuto l'Inghilterra, e che all'Euro 2020 avevano fermato sul pari Francia e Germania. Che scarse, che modeste Inghilterra, Francia e Germania... Ah no, questo non si può dire, giusto? Peraltro, il vizio di diminuire sistematicamente i meriti azzurri, riducendone gli avversari a mere comparse, mi preoccupa un po' meno, anzi mi conforta: è il modus operandi adottato da molti osservatori, professionisti e non, nei tre anni che hanno condotto al trionfo continentale, e quindi è foriero di grandi soddisfazioni nel medio-lungo periodo. 

GIOVANI E ALTERNATIVE: CI SONO - Questa lunga premessa per dire che, ancora una volta, il Club Italia deve far da sé, contro tutto e contro tutti. Nessun vero programma di riforme è all'orizzonte da parte di chi comanda, bisognerà per il momento accontentarsi dei mal tollerati stage per ragazzi di interesse nazionale, comunque meglio di niente, se consentono di allargare in tempi rapidi il bacino di azzurrabili come in effetti sta avvenendo. Perché al di là degli impacci incontrati ieri, Gnonto è ormai parte del gruppo, va atteso e svezzato, e fra Germania e Ungheria hanno assaggiato il campo Cancellieri e Zerbin, oltre a chi già era in anticamera come Dimarco, Pobega e Ricci. 

Bene, molto bene così: era anche questo che chiedevo disperatamente, da Svizzera-Italia di settembre in poi. Ossia rinnovamento profondo muovendosi lungo due direttive: dare il cambio agli stanchi titolarissimi e campionissimi, attingendo alle nutrite retrovie già sperimentate dal Mancio nel suo primo triennio, e scandagliare la Penisola e l'Europa alla ricerca di nuovi prospetti da inserire subito nel giro, dando loro fiducia prima ancora che lo facciano i club di appartenenza. E' l'unica via al momento percorribile, certo rischiosa, ma che il cittì ha dimostrato ampiamente di saper battere con buoni risultati. Certo, dopo Euro 2021 l'ha intrapresa con colpevole ritardo, un ritardo che ci ha fatto perdere una qualificazione Mondiale ampiamente alla portata, e questo non va dimenticato. 

IL TRIONFO DEGLI "ESCLUSI EUROPEI" - Il match di Cesena ha dimostrato la bontà del lavoro di selezione attuato in questi anni dal trainer. Fra i protagonisti del successo sui danubiani ci sono stati Calabria, Lorenzo Pellegrini e Politano, tre che per un nonnulla sono rimasti fuori dal gruppo dei 26 per l'Euro. La conferma che non è vero che siamo di fronte a un deserto di talento. Pensate: avevamo perfino i ricambi per rinfrescare sollecitamente la squadra totem di Wembley, sol che si fossero lasciati da parte i debiti di riconoscenza (che il cittì continua a negare, ma di quello si è trattato). Il terzino neocampione d'Italia è stato molto utile soprattutto in fase di copertura, senza negarsi alcuni sganciamenti, mentre sull'altro versante Spinazzola, coi limiti di autonomia dovuti alla sosta di un anno, ha ripreso a scorrazzare in avanti, a triangolare coi compagni, ad aprire spazi e creare alternative al gioco d'attacco: elemento chiave nel definitivo decollo della prima Azzurra manciniana, la sua assenza è stata esiziale nel tremendo finale delle eliminatorie iridate. Intanto, nell'attesa di riacquisire piena e totale efficienza fisica, ha trovato comunque il modo di incidere sull'esito della gara scodellando il cross da cui è nato l'1-0 di Barella.

PELLEGRINI NUOVO UOMO CHIAVE - Pellegrini è uomo di forma e sostanza: costruisce, rifinisce (sapiente velo a favorire la sventola vincente di Barella) e va al tiro; un gol a Bologna, un altro a Cesena, con in più un eccesso di altruismo a servire in mezzo all'area Gnonto, poi fattosi anticipare, quando avrebbe potuto tranquillamente battere direttamente a rete. Dettagli, certo, che però potrebbero pesare nei confronti con compagini più dotate, quando occorre concretezza assoluta. Però è un fatto che, al momento, l'eclettico romanista sia elemento imprescindibile dalla cintola in su. E, si diceva, ottimo impatto anche per Politano, che ha splendidamente saltato l'uomo sulla destra mettendo proprio Pellegrini nelle condizioni di piazzare il 2-0, e in avvio di ripresa ha colpito la traversa con una staffilata da fuori dopo lunga progressione. Proprio nella mezz'ora a cavallo fra i due tempi si sono rivisti sprazzi della migliore Italia marca Bobby gol, rapida, precisa nel palleggio, ficcante, ancorché a tratti priva di killer instinct in avanti (caratteristica che accompagnò a lungo la Selezione nella fase post disastro 2018, se ben ricordate). Ha funzionato alla perfezione perfino la rischiosissima costruzione dal basso, attuata senza sbavature.

OCCASIONI MANCATE - In effetti, l'Italia avrebbe potuto e dovuto chiudere il match con uno scarto di reti più ampio: oltre alle due segnature e alle due citate occasioni mancate da Gnonto e Politano, ci sono stati altri "quasi gol", a partire dal salvataggio di Dibusz su inzuccata di Mancini, una carambola in area con Barella che ha mancato il tocco decisivo davanti al portiere, e un piattone di Locatelli da buona posizione neutralizzato a terra dal numero uno magiaro. Per gli ospiti, da segnalare due buoni tentativi di Szallai e altrettante efficaci risposte di Donnarumma;  i ragazzi di Marco Rossi, però, sono stati rimessi in corsa solo da un'autorete di Mancini: può capitare e macchia solo in parte la buona prova del romanista, che con Bastoni ha saldato egregiamente la terza linea, facendo sembrare inoffensivi coloro che, solo pochi giorni fa, hanno castigato i sudditi di Elisabetta. 

AZZURRI... GIALLOROSSI - E già, è un'Italia molto romanista, in questo momento: visto quanto vale un trionfo europeo col club, anche se ottenuto nella coppa ultima arrivata, la Conference? Dà autostima e personalità. Detto delle buone/ottime prove di Spina, Mancini e Pellegrini, da rilevare anche il cospicuo contributo di Cristante, prezioso collante  e uomo d'ordine nel mezzo, un ragazzo che sta raggiungendo la piena maturità pur se poco considerato dai media (ma forse è un bene, visti i danni giornalistici di cui si è detto in apertura). Dolenti note? Poche, nella circostanza: Gnonto, come detto, si è "sbattuto" ma ha parzialmente deluso, al di là degli errori di tocco in area. Deve meglio inserirsi nei meccanismi offensivi e giocare con meno foga e più sapienza. Sapienza mostrata da Raspadori, che ha lavorato di cesello, in appoggio ai compagni d'attacco, ma deve assolutamente accentuare il suo peso in fase conclusiva, perché, anche dopo una serata positiva come quella in Romagna, continuiamo a registrare la latitanza dei gol delle  punte pure, ed è un problema che prima o poi andrà risolto anche, come avevo scritto settimana scorsa, non lasciando nel dimenticatoio Immobile. Infine, da Locatelli, subentrato a gara in corso, continuo ad aspettarmi qualcosa di più dell'oscuro contributo da mediano, perché ha i piedi per costruire e tirare, e i tempi di inserimento per offrire un'opzione offensiva in più. 

ROVESCI POSSIBILI - In tutto questo, un punto deve rimanere ben chiaro: si sta ricostruendo, non era tutto nero dopo Wembley (quante lacrime amare piante per una amichevole di prestigio, perché questo era, e per una coppetta di inesistente valore storico), non è tutto roseo ora, ci mancherebbe, e quando si deve reimpostare una Nazionale possono arrivare anche rovesci dolorosissimi, fra un esperimento e l'altro. Ricordiamocelo, perché andremo a chiudere questa soffertissima e amara stagione con due trasferte quasi proibitive, in Inghilterra e in Germania: ma qualche seme è stato comunque gettato, e le basi, pur esigue, ci sono per guardare al medio termine con più ottimismo di quello dei tristi tifosi da tastiera. 

giovedì 2 giugno 2022

CLUB ITALIA: DA WEMBLEY NESSUNA SORPRESA, RIPETUTI GLI ERRORI FATALI DEI MESI SCORSI. CONTROCORRENTE: IL MATERIALE PER RIPARTIRE NON MANCA, MA...

 

                                          Chiesa e Tonali, due da cui ripartire (foto Guerin Sportivo) 

Invece di denigrarlo, sminuirlo e infangarlo stupidamente a ogni piè sospinto, fareste bene a riservare un posto speciale, nel vostro cuore, al trionfo azzurro di Euro 2021, a conservarlo fra i ricordi più belli e cari della vostra vita sportiva. Perché mi pare chiaro che dovranno passare parecchi anni prima di rivedere una Nazionale  italiana vincente, capace di alzare una qualsiasi coppa. Prepariamoci ad altri momenti difficili: le battute d'arresto, quando non le batoste, sono storicamente numerose nelle fasi iniziali di ogni ricostruzione (è stato così anche agli albori di questo ciclo ormai chiuso), e tanto più bisogna attendersi il peggio al momento di approcciarsi a questa rifondazione, nello specifico, che si preannuncia come una delle più difficili della storia calcistica nostrana. 

IL SECONDO TEMPO DELL'IMPOTENZA - La disfatta nella cosiddetta "Finalissima" londinese mi ha avvilito ma non sorpreso: è stata semplicemente il cascame di una ben nota situazione deteriorata, colpevolmente portata avanti dal settembre scorso senza correttivi apprezzabili. Poi, chiaro, i passi falsi nel girone mondiale e nel playoff furono frutto anche di  contingenze sfortunate e irripetibili, il k.o. con la Macedonia talmente assurdo da poter essere assimilato a un Roma-Lecce '86, per intendersi, mentre è ovvio che il confronto con una superpotenza mondiale, in stato di grazia tecnica e con una prima linea da podio iridato, abbia snudato le nostre attuali carenze oltre il limite del sopportabile. L'Argentina è grande, ma noi l'abbiamo resa grandissima, non prima di aver giocato una quarantina di minuti più che dignitosi, nei quali eravamo anzi stati noi a manovrare con buon palleggio e a tentare la via della rete (conclusioni di Raspadori e Belotti, pericoloso cross in mezzo di Bernardeschi), pur con le consuete deficienze in fase conclusiva. Dopo la prodezza di Di Maria, a pochi minuti dall'intervallo, si è spenta la luce, e nella ripresa è andata in scena la non-partita della nostra umiliazione e dell'impotenza manciniana, che ha cambiato formazione e modulo schierando un improbabile undici, fragile e senza riferimenti, ed esponendo a una inutile brutta figura alcuni degli elementi che dovrebbero essere i pilastri della nuova era. 

ERA MEGLIO AFFONDARE COI FEDELISSIMI - Voglio dire: se proprio si vuol essere coerenti, occorre esserlo fino in fondo. Il cittì ha voluto proseguire su una strada già dimostratasi nefasta in stagione, quella della riconoscenza, e affrontare l'Intercontinentale con gli uomini del trionfo europeo, esclusi ovviamente gli acciaccati. E allora, invece di improvvisare la squadra nella ripresa, mandando Scamacca e compagni al massacro in un contesto tattico caotico, avrebbe potuto affondare con i suoi fedelissimi, perché tanto dietro ci pensava un ritrovato Donnarumma, unica nota lieta della serata, ad evitarci il cappotto con prodigi su prodigi. Personalmente, ma non sono nessuno, l'operazione rinnovamento l'avrei iniziata subito,  essendo di evidente urgenza da mesi. Per tutta una serie di motivi, per i meriti accumulati in tre anni, è stato giusto confermare Bobby gol sulla panca azzurra, ma non si può nemmeno pensare che un'eliminazione mondiale possa scorrere via liscia senza lasciare tracce, per quanto, l'ho scritto in altra sede e lo ribadisco qui, qualificarsi in Europa per il torneo iridato, oggi, sia molto più difficile rispetto a quanto accadeva nel secolo scorso, "è fattuale", direbbe Crozza-Feltri. 

LA FINALISSIMA... POMPATISSIMA - Alle corte: la sperimentazione poteva già iniziare ieri sera, perché tanto, figuraccia per figuraccia, tanto valeva consentire ai nuovi e semi-nuovi di accumulare subito esperienza e minutaggio in un confronto di altissimo spessore. Fosse stato un impegno di prestigio e importanza autentiche, poi... Un evento inventato, anzi ripescato dai meandri calcistici degli anni Ottanta e Novanta (ricordate la Coppa Franchi?), e pompato all'inverosimile a livello mediatico. Da onorare, certo, ma non come fosse davvero "la sfida delle sfide" per la supremazia planetaria: per sancire quella, bastano e avanzano i mondiali, quelli a cui noi non parteciperemo per la seconda volta consecutiva. 

GIOVANI PROMETTENTI, STRADE SBARRATE, PROBLEMA POLITICO - Così, ora, è tutto ancor più difficile di quanto già non fosse. La nuova fase comincia sabato  a Bologna, si è detto, e impostare di punto in bianco una formazione nuova in un paio di giorni, con la prospettiva di affrontare la ringalluzzita Germania, non è proprio il massimo della vita, né della programmazione. Detto questo, il quadro della situazione è chiaro. Il vivaio italiano, pur messo nelle peggiori condizioni operative possibili, continua a produrre diversi talenti, anche se non tanti come avveniva fino a qualche lustro fa. Lo stage dei giovani di interesse nazionale organizzato nei giorni scorsi è stato emblematico in tal senso. I nomi su cui puntare a medio termine ci sono: Carnesecchi, Bellanova, Lovato, Gatti, Zanoli, Parisi, Miretti, Okoli, Scalvini, Casale, Fagioli, Rovella, Udogie, Ricci, Vignato, Pafundi, Oristanio, Esposito, Gnonto, Gaetano... La base c'è tutta, e se anche solo la metà dei sopracitati diventassero elementi di caratura internazionale ci sarebbe di che leccarsi i baffi: il problema "di sistema" dell'ultimo decennio è che, ad un certo punto, la crescita dei migliori prospetti si blocca, non perché siano scarsi e inadeguati, ma perché non viene dato loro spazio. La favoletta del "se sono bravi giocano" ormai non se la beve più nessuno, il problema è politico e legislativo, e occorre un intervento, che non credo impossibile, per consentire ai virgulti di casa nostra di emergere adeguatamente. 

COVERCIANO ULTIMO FORTINO - E qui il Commissario Tecnico ha quasi le mani legate, e può fare solo ciò che ha fatto finora: in primis "forzare la mano" agli allenatori dl club, dando lui per primo fiducia agli emergenti, un modus operandi inaugurato da Prandelli e che, dal 2011 a oggi, ha garantito la sopravvivenza della Nazionale maggiore a livelli decenti, al netto delle due gravi disfatte mondiali (un primo e un secondo posto agli Europei, e un'eliminazione ai quarti, dopo i rigori, nel 2016: poteva andare peggio). E ora questi stage, appunto, che i soliti commentatori da bar social hanno accolto con sorrisini sprezzanti ma che rappresentano, al momento, l'unico modo per cominciare a inserire i giovanissimi in un progetto azzurro a lunga scadenza. 

SERIE A STRANIERA, VERGOGNA NAZIONALE - Restano, sullo sfondo, le gravissime lacune organizzative e di mentalità, che hanno trasformato la Serie A in un campionato "straniero" sbarrando la strada ai nostri. Da parte di addetti ai lavori e tifosi (questi ultimi hanno anche doveri, non solo diritti) sarebbe auspicabile una maggiore maturità, che nella fattispecie vuol dire maggior sostegno, fiducia e pazienza per il "prodotto interno" e minori... orgasmi quando si legge dell'arrivo di improbabili calciatori di fuorivia. Da parte delle istituzioni, sportive e politiche, ci vorrebbero le riforme tanto attese, ma mi rendo conto che è come aspettare l'arrivo degli alieni: quasi tutte le grandi nazioni europee, Francia, Spagna e Germania, hanno investito forte nell'allevamento dei calciatori di casa, noi proprio non riusciamo, forse non vogliamo, e allora ci meritiamo tutto il peggio, compresa la vergogna da parte mia, in questo momento, di sentirmi un calciofilo italiano innamorato della Nazionale. 

PER RIPARTIRE SUBITO: PESCARE NEL GRUPPO EUROPEO... - Sul piano strettamente contingente, è chiaro fin dall'autunno scorso che molti "califfi" di questa squadra non siano più all'altezza del compito, a causa di esaurimento fisico e/o psicologico: onestamente, non vedo più un'Azzurra aggrappata a Emerson, Bonucci (sempre più in difficoltà, sempre più falloso), Jorginho, Bernardeschi, Belotti e Insigne, per tacere di Chiellini che lascia per raggiunti limiti di età. Continuo a sostenere che i nomi per ripartire non manchino. Innanzitutto sarà fondamentale il recupero di un drappello di "lungodegenti", parlo di uomini chiave dell'Europeo vinto come Spinazzola (che si sta finalmente riaffacciando in campo) e Chiesa, senza dimenticare il giovane Castrovilli, che era nei 26 dell'estate scorsa ed è stato spazzato via da un grave infortunio. Bastoni sarà promosso d'autorità, per valore suo e mancanza di alternative immediate al centro della difesa, Pessina si è appena affacciato al calcio che conta e si ritroverà dopo una stagione in chiaroscuro, Cristante è un leader della Roma e merita più spazio, Berardi è sempre in gran forma, sempre più prolifico, sa saltare l'uomo, certe sue défaillance in rappresentativa sono state più occasionali che frutto di un evidente logorio, Raspadori sta crescendo e ieri è stato uno dei pochi a rendersi sporadicamente pericoloso dalle parti dell'area argentina.

... E ALLARGARLO - Poi c'è chi non ha fatto parte della vittoriosa spedizione continentale ma era già nel giro, e va provato con più convinzione. Calabria, Lazzari e Mancini in difesa, Tonali, Pobega e Frattesi nel mezzo, Zaniolo, Pellegrini, Zaccagni, Politano, Pinamonti e Scamacca davanti. Non è molto? Forse, ma è comunque sufficiente per fare punto e a capo, se unito al graduale inserimento di alcune delle verdi speranze sopra citate, perché qualcuno, tipo Udogie ma non solo, è già pronto per i primi approcci, e l'atto di coraggio manciniano su Gnonto non deve rimanere un episodio isolato. Certo, è lampante la più grave lacuna tecnica che affligge il nostro calcio: non eravamo mai stati così poveri di attaccanti di razza, disperati al punto che, nell'autunno scorso, in molti (non io) si sono aggrappati alle prime prodezze cadette di Lucca, poi sollecitamente rientrato nei ranghi, forse schiacciato dal peso di responsabilità precoci ed eccessive, oltreché da problemi fisici. 

COME GESTIRE IL CASO IMMOBILE - La situazione è drammatica: i rampanti Scamacca, Raspadori e Pinamonti meritano fiducia, si spera in una risalita di Kean, ma Belotti, come detto, si è involuto e, lo ha dimostrato anche ieri, non pare più proponibile sui massimi palcoscenici, mentre, guardando ai vertici della classifica cannonieri di A, siamo ancora tristemente fermi a Immobile. Il quale ha bisogno di un gioco "su misura" per rendere al meglio come, da anni, sa fare nella Lazio. Ma Mancini ha intrapreso una strada radicalmente diversa sul piano tattico,  una strada che gli ha dato pienamente ragione fino all'11 luglio scorso. L'alternativa sarebbe rimodellare profondamente le concezioni di gioco della sua Italia, costruendo una manovra fondata totalmente su Ciro. 

PER CIRO, MODULO ALTERNATIVO - La domanda è: ne vale la pena? Stiamo parlando di un validissimo elemento, non più di primo pelo, che in campionato fa il diavolo a quattro, ma in Nazionale, anche prima del Mancio, ha sempre segnato col contagocce. Voglio dire: si poteva anche costruire, ai bei tempi andati, una Nazionale Baggio-dipendente, con tutti i rischi del caso, ma Immobile-dipendente, ecco, ci penserei due volte. Ci vorrebbe un po' di elasticità, semplicemente, perché non è detto che una squadra debba giocare sempre allo stesso modo, e forse in tutti questi mesi, i mesi in cui il palleggio azzurro, l'avvolgente gioco di iniziativa marchio di fabbrica manciniano, ha perso via via brillantezza, precisione, efficacia, velocità, sarebbe stato opportuno sposare un modo di stare in campo più prosaico e "verticale", terreno di coltura ideale per il bomber biancoceleste. Che, solo in questo contesto, potrebbe avere ancora qualche anno di utilità nella Selezione. E sarebbe il caso di pensarci, perché non siamo nella condizione di gettare alle ortiche il potenziale bottino di gol che ci garantirebbe il napoletano. 

mercoledì 18 maggio 2022

DOSSIER GENOA: I PERCHE' DI UNA RETROCESSIONE. LE PROBLEMATICHE PRESENTI E FUTURE E LE SALVEZZE "IMMERITATE" DEL PASSATO

 

       Portanova segna e il Genoa batte il Toro: uno dei pochi momenti felici della stagione (foto Guerin Sportivo)

La retrocessione più logica, e al contempo la più illogica. Il Genoa torna in Serie B dopo quindici anni, e nessuno  può dire che non fosse un finale ampiamente prevedibile. Perché il quadro tecnico della rosa rossoblù 2021/22 era quello che era, ossia desolante, e perché nel calcio c'è anche una cosa, un'entità sfuggente e intangibile eppur terribilmente concreta, che si chiama "inerzia", difficile da correggere, quasi impossibile da ribaltare. Ecco, l'inerzia di questa stagione è stata definitivamente chiara fin dai mesi invernali e di inizio primavera: la dieta punti della sciagurata gestione Shevchenko, le sconfitte casalinghe con Samp e Spezia, e poi, nonostante la cura rivitalizzante operata da mister Blessin, gol che arrivavano col contagocce e mancate vittorie in scontri diretti decisivi, sempre fra le mura amiche, con Salernitana, Udinese ed Empoli. Lì la tela è calata definitivamente, e solo chi vive fra le nuvole poteva sperare in improbabili rimonte e, addirittura, in una vittoria sul campo di un Napoli che è perfino eufemistico definire fuori portata. 

QUOTA SALVEZZA IRRISORIA - Tutto nella norma, dunque? Non poteva esserci una miglior sorte per il peggior Genoa dal 2007 ad oggi? Ed eccola, l'illogicità di questa retrocessione. Perché nonostante tutto, nonostante la drammatica assenza di classe, gli errori marchiani nella costruzione della squadra e quelli, meno gravi ma comunque pesanti, in fase di aggiustamento nel mercato di riparazione, la quota salvezza di quest'anno è talmente bassa, e le rivali così modeste, che la permanenza non era un sogno, sarebbe bastata davvero una piccola manciata di punti in più, non da fare al Maradona, però, ma nelle occasioni suddette, alla portata e però gettate alle ortiche. Ecco, diciamo che il Grifone è stato tenuto in corsa dagli altri, ma in fin dei conti non lo meritava. Non perché non ci abbia messo cuore e voglia, soprattutto nel girone di ritorno, ma perché proprio non ci arrivava, non aveva i mezzi per arrivarci. Per fare risultato può bastare una difesa di ferro che inchioda gli altri sullo 0-0, e negli ultimi mesi è capitato spesso: per vincere bisogna fare gol, ed è stato un evento raro, troppo raro. 

IN ESTATE LE BASI DEL DISASTRO - Il succo è tutto qui, al netto di discorsi deliranti (di tifosi altrui, e passi; della stampa nazionale, e questo è un po' più grave) su una giustizia che si è finalmente compiuta, dopo anni di salvezze immeritate. Vedremo più avanti un excursus su queste presunte salvezze più o meno rubacchiate, ma per il momento ciò che conta è l'attualità, le macerie che restano e sulle quali si dovrà ricostruire. La storia di questo campionato, ormai, la conosce qualsiasi genoano: e se la si conosce, non si potranno avere dubbi sulle origini del disastro. Estate 2021: lo smembramento della squadra precedente,  costruita su fondamenta di cartapesta, ossia sui prestiti, quelli di Perin e di Zappacosta, di Strootman e di Scamacca, fino alla cessione dell'unico, piccolo talento di proprietà, Shomurodov, seguita da un mercato all'insegna del piccolo cabotaggio quando non dell'immobilismo (Sabelli, Hernani e poco altro), con annessi malumori del confermato Ballardini che, col senno di poi, avrebbe forse fatto meglio a togliere subito le tende. 

ACQUISTI LAST MINUTE, POCA RESA - Un ultimo giorno di campagna acquisti surreale, con l'arrivo in extremis di alcuni giocatori di nome ma dalla discutibile utilità specifica e pieni comunque di controindicazioni: l'ottimo Maksimovic tormentato da problemi fisici, il discontinuo Fares, che vinse quasi da solo la partita di Cagliari per poi sparire, l'indisponente Caicedo, sul quale è meglio evitare qualsiasi commento, per tacere dell'oscuro Galdames, da qualcuno definito "top player" con notevole senso dell'umorismo: operazioni che confermavano la stanchezza e il distacco con cui Preziosi guardava ormai alla sua creatura un tempo prediletta. Il tutto mentre Destro, dopo l'ottimo torneo precedente e dopo un avvio incoraggiante in questo, tornava il Destro troppe volte "ammirato" in carriera: un attaccante dai buoni mezzi ma dal rendimento troppo altalenante per poter ambire al definitivo salto di qualità che, in effetti, non è mai arrivato, nonostante qualche apparizione anche in azzurro. 

PROCLAMI INUTILI, SOGNI FOLLI - Poi venne l'autunno, ed era nel frattempo arrivata la svolta societaria attesa da lustri, col cambio di proprietà e il passaggio di consegne fra il Joker e gli americani 777 Partners. Tutto, in quei giorni, sembrava bellissimo, e meraviglioso il futuro che si spalancava davanti ai colori rossoblù. Ma la realtà è sempre più complessa di quel che sembra: certo, gli stessi neo proprietari ci hanno messo del loro. Hanno parlato tanto, hanno parlato troppo e non coi toni giusti, questo è stato secondo me il loro principale errore: discorsi su orizzonti di gloria che, guardando alle miserie tecniche del presente, lasciano il tempo che trovano. Certo, colpa anche di certi tifosi che, nonostante anni di amarezze (o forse proprio per quello), continuano a farsi accecare dai proclami che, nello sport, sono parole scritte sulla sabbia; e che hanno creduto a fantascientifici colpi di mercato, a nomi di campioni della Premier League che nella svalutata Serie A non ci verrebbero nemmeno per giocare nei club di vertice, non dico in un Genoa con un piede e mezzo in B: ma di queste voci folli e irrazionali, perlomeno, gli statunitensi non avevano responsabilità alcuna. 

SPORS: TROPPI AZZARDI - Poi, chiaro, fra Yarmolenko e il mercato di giovani promesse nordiche portato avanti dal nuovo manager Spors c'era l'oceano di mezzo, ma qui il discorso rischia di farsi antipatico e di non portare da nessuna parte. Ogni dirigente ha il suo modo di concepire la costruzione di un team: il tedesco, spalleggiato dai nuovi padroni, ha puntato forte su emergenti sconosciuti dalle nostre parti, nella speranza che avessero la freschezza e la personalità per impattare subito nel campionato nostrano, svalutato sì, come detto, ma pur sempre duro, ispido, competitivo. Gli ha detto male: a parte Ostigard e parzialmente Hefti, i vari Gudmundsson e Frendrup hanno lasciato pochi segni, così come Yeboah, promessa del calcio italiano che doveva portare in dote un gruzzoletto di gol da far pesare sulla bilancia della salvezza, e invece non ha battuto chiodo: nessuna rete, poche conclusioni, pericolosità a tasso zero. Ma più di lui, che in fondo ha tutto il tempo per dimostrare il suo ipotetico valore, ha fallito Amiri, ennesimo straniero sopravvalutato arrivato in queste desolate lande (penso ancora con raccapriccio all'accoglienza trionfale riservata al danese Schone al suo arrivo all'aeroporto genovese: non impareremo mai). 

IL FANTASMATICO BOMBER SALVEZZA - E qui torniamo al problema principale di questa lunga via crucis: l'attacco che non punge, l'inoffensività della nostra manovra offensiva, gioco di parole più che mai voluto. Nullo Yeboah, nullo Amiri, Ekuban che ha fatto quel che poteva, cioè molto poco, Piccoli non pervenuto, e Destro entrato in sciopero del gol. Dice: mercato di gennaio fallimentare soprattutto perché occorreva rinforzare la prima linea. Già, ma io ancora non ho capito, in tutti questi mesi, quale fosse questa famosa punta da doppia cifra acquistabile dal Genoa, cioè alla portata delle casse societarie e disposto a venire in una squadra con una situazione di classifica già gravissima, pur se non compromessa. Ecco, questo nome non me l'ha fatto ancora nessuno. Forse perché non esiste, e se esiste non era possibile arrivarci: il riferimento alle casse societarie non è casuale, perché poche settimane dopo la fine del mercato di riparazione è emerso in tutta la sua crudezza, con la pubblicazione dell'ultimo bilancio, lo stato da allarme rosso dei conti del Genoa. 

FINANZE DA INCUBO E POCHI MARGINI DI MANOVRA - Lì si sono capite molte cose, o almeno credo di averle capite, ma magari mi sbaglio, eh? Il Grifone, a gennaio, era in una situazione in cui i margini di manovra erano estremamente limitati: le primi iniezioni di denaro fresco operate da Wander, Blazquez e compagnia sono servite a mettere una toppa alle finanze e a consentire al Genoa di operare in sede di campagna trasferimenti, ma gli ingaggi faraonici vagheggiati da qualcuno erano fuori portata, e forse lo erano anche quelli di medio livello. Oltretutto, il processo di risanamento dei conti e di ristrutturazione gestionale è appena iniziato, temo quindi che ancora per un po' di tempo i soldi, tanti, nella disponibilità di 777 dovranno essere utilizzati per altri e più impellenti scopi che non per scritturare campioni. Di tutto ciò non si può non tenere conto, a mio avviso, nel valutare l'infelice piano di rafforzamento messo faticosamente in piedi da Spors dopo Natale. Si può semmai dire che non abbia avuto mano felicissima nello scegliere i giovani, dovrebbe essere più semplice scovarne altri che possano imporsi in cadetteria, dove peraltro i virgulti prima citati sicuramente troverebbero più spazio per esplodere ed affermarsi, Yeboah su tutti. 

ROTTURA COL PASSATO - Ecco, forse, in questa prima fase della nuova era, non si poteva fare di più, sul piano delle operazioni spicciole, dei singoli acquisti. E sul piano delle strategie societarie, delle linee da seguire, meglio così se la scelta è stata quella di tagliare i ponti con un certo passato, il passato dei prestiti, delle porte girevoli, dei giocatori che andavano e venivano con la necessità di ricostruire ogni volta da zero. All'instant team in stile Salernitana (cit. Iervolino) si è preferito un progetto di prospettiva, nel quale alcune pedine possono anche risultare fuori posto e si possono rimpiazzare, mentre altre vanno doverosamente attese al riscatto con la consapevolezza che sono, comunque patrimonio vero e concreto del Genoa. Dulcis in fundo, oltre ai debiti societari non va dimenticata l'altra, enorme, spada di Damocle che grava sul Grifo: un parco giocatori extralarge, assurdamente sovradimensionato; già a gennaio ne sono stati piazzati alcuni in giro per l'Italia, ne restano altri, e sono situazioni che pesano ed impediscono maggiore libertà di movimento in fase di acquisizione di nuovi elementi. 

I MESTIERANTI? C'ERANO, MA... - Tutto  ciò, beninteso, non esclude lacune e mancanze dei nuovi gestori: dalla scelta suicida di Shevchenko a quella di assumerlo prima di avere un general manager, fino alla scarsa attenzione per il panorama calcistico nostrano: un eccesso di esterofilia laddove sarebbe meglio guardare un po' anche al bacino calciatori italico. Ma, anche qui, non era questione di inserire "mestieranti che conoscono il campionato e abituati a lottare per la salvezza". Li avevamo già, da Criscito a Sturaro, da Masiello a Destro, ma tutti hanno parzialmente o totalmente deluso le attese per larghi tratti di torneo e per motivi diversi. Ergo, non sono mancati né il mestiere, né la gioventù: è mancata la qualità, semplicemente. 

BLESSIN SI' O NO? - Il "manico" giusto, quello era stato forse trovato. I discorsi su ritorni di fiamma con Gasperini, per ora del tutto ipotetici, rischiano di bruciare l'esperienza Blessin che secondo me andrebbe invece portata avanti con coraggio. In fondo, con lui, qualcosa è cambiato: sono arrivate tre vittorie (poche, ma sempre meglio del quasi nulla precedente), sono arrivate prove di sostanza e punti contro le grandi, si è rivista la "garra" rossoblù, ha fatto capolino una parvenza di organizzazione di gioco, certo appiattita eccessivamente sulla fase difensiva, ma forse il tedesco ha fatto due conti una volta resosi conto dell'assenza di attaccanti competitivi, e ha scelto di battere altre strade tattiche, più prudenti e conservative. Vorrei rivederlo all'opera con delle bocche da fuoco attendibili in prima linea, e con elementi nel mezzo, ai lati e sulla trequarti in grado di assisterle ed alimentarle adeguatamente. Sono convinto che potrebbe fare meglio di quanto già non abbia fatto. 

CREDITO FINITO? ANCHE NO - E' la scelta più difficile e delicata di questo immediato post retrocessione, da cui dipendono tutte le scelte future. Dovrà essere fatta in fretta, e la società sembra orientata in questo senso, nonostante lo sfogo napoletano di Zangrillo, più da tifoso che da presidente. Ci sta tutto, ma divisioni e malumori interni a pochi mesi dall'acquisizione del pacchetto societario anche no, dai: per quelli ci sarà eventualmente tempo in futuro, così come, dalla parte dei tifosi, ci sarà tempo per gli ultimatum. Capisco l'amarezza per  il declassamento, ma cominciare già con frasi del tipo "credito finito", quando per anni si è dato credito a chi non lo meritava, mi pare un atto di profonda irriconoscenza, vuol dire aver capito poco del tentativo di cambiamento in atto. L'importante è che sia ben chiaro che in B si va per vincere, non per provarci. Magari spendendo di più oggi per risparmiare domani, ossia allestendo una formazione che potrebbe discretamente figurare anche in  A, e di esempi il campionato cadetto in passato ne ha forniti tanti, senza necessariamente risalire alle due corazzate milaniste dei primi anni Ottanta. 

LE FAMOSE SALVEZZE RUBATE - Chiudo con un doveroso post scriptum. Dicevo prima della leggenda metropolitana di un Genoa che "da anni meritava di retrocedere, ce l'ha sempre fatta immeritatamente e per il rotto della cuffia". Bene, guardiamo i dieci campionati che hanno preceduto questo. 2012: effettivamente la salvezza giunge all'ultima giornata dopo vittoria sul Palermo, ma va detto che quel Genoa mai si viene a trovare nelle ultime tre posizioni di classifica, e la paura viene dettata più che altro dalla poderosa rimonta del Lecce, peraltro fermatasi nell'ultimo mese di torneo. 2013: salvezza con un turno di anticipo grazie a Ballardini, che aveva preso in mano la squadra dopo la disastrosa parentesi Delneri. 2014: salvi con tre turni di anticipo, ma squadra mai concretamente in pericolo, se non nelle prime giornate sotto la guida di Liverani. 2015: il Genoa si qualifica addirittura per l'Europa League, che però non disputa a causa del mancato ottenimento della licenza Uefa. 2016: parlare di salvezza è improprio, anche se aritmeticamente viene ottenuta con un mese di anticipo; in realtà è un torneo di sostanziale relax. 2017: salvezza con una giornata di anticipo. Come nel 2012, il Genoa non finisce mai in zona retrocessione, ossia negli ultimi tre posti in graduatoria: la sua sofferenza è dovuta più che altro al netto calo di rendimento dopo il mercato di gennaio e alla contemporanea rimontona del Crotone. 

2018: salvezza conquistata alla 35esima, e ultimi  tre turni di "svacco", mentalmente già in vacanza. Mai in zona B nel girone di ritorno. 2019: è la più sofferta, ottenuta in extremis grazie allo 0-0 non giocato di Firenze. Che però non è "torta", in quanto conviene solo ai viola. Per il Grifo di Prandelli è un azzardo, che funziona unicamente perché l'Empoli, rivale diretto, perde con l'Inter. A pari punti coi toscani di Andreazzoli, genovesi salvi per aver vinto entrambi gli scontri diretti, e anche questo conta. O no? 2020: altra salvezza col fiatone, conquistata grazie alla rimonta firmata dallo specialista Nicola, che vince il derby di ritorno e poi chiude la pratica con un facile successo su un Verona vacanziero, partita che scandalizza i benpensanti, i quali non ricordano come la rivale Lecce, nel turno precedente, avesse vinto sul campo di un'Udinese anch'essa con la testa all'ombrellone. 2021: permanenza archiviata con due turni di anticipo, e anche in questo caso rischi assai relativi: in tutto il girone di ritorno, Grifone mai in zona B. E allora: dove sono tutte queste salvezze rubacchiate e immeritate? 

venerdì 25 marzo 2022

DISASTRO ITALIA, IL PEGGIORE DI SEMPRE: CAMPIONI EUROPEI E FUORI DAL MONDO. MA CAUSE E COLPE VANNO CERCATE ALL'INTERNO DI QUESTO GRUPPO AZZURRO

 Tante cose senza senso, in queste ore surreali. Come la graduatoria degli scempi azzurri storici. Interessa davvero a qualcuno sapere cosa sia stato peggio fra Corea '66, Svezia '17 e Macedonia '22? A parte che non ci vuole davvero una grande scienza... Senza risalire a ere calcistiche geologiche, quattro anni fa andò fuori dal Mondiale una Nazionale mediocre, con veterani sul viale del tramonto, giovani promettenti ma non ancora sbocciati, elementi senza spessore internazionale, un improbabile ensemble guidato da un trainer non all'altezza del compito; ieri ha alzato bandiera bianca la squadra campione d'Europa, escludendo il nostro movimento dal consesso iridato per la seconda volta consecutiva, fatto mai accaduto prima, di una gravità inaudita, ça va sans dire. 

IL PUNTO PIU' BASSO - Il fondo, mi pare palese, è stato dunque toccato a Palermo, ma non è questo il punto, non è della medaglia d'oro dei disastri, che mai nessuno toglierà ai Mancini boys, che qui dobbiamo discutere. Occorre invece capire il perché, e non è facile. Mi stomacano le immancabili grida di dolore sulle nefandezze del sistema calcio italiano: grida che si ripresentano periodicamente da oltre 15 anni, diciamo dal post trionfo del 2006, per nefandezze che nel mio piccolo denuncio e sottolineo su questo blog più o meno dal 2011. Ho perso io, e conta poco, ma hanno perso anche i grandi organi di stampa, che evidentemente non hanno impiegato tutte le energie necessarie per spingere i vertici a riforme e rivoluzioni veramente sostanziali. E però, oggi, questo conta fino a un certo punto, perché il percorso recente della nostra Rappresentativa dice altro. 

SENZA SENSO APPARENTE - Se il fallimento del 2017 fu in qualche modo "telefonato", prevedibile, nell'aria, questo pare senza una logica palese, quantomeno per chi ha davvero seguito, studiato, analizzato l'attività degli azzurri da quando il Mancio è salito sulla tolda di comando. Non date retta a chi parla di gruppo modesto e di massicce, determinanti dosi di fortuna ad accompagnare i successi colti fino all'estate scorsa: o ha poca memoria, o scarse capacità di valutazione. L'Italia 2018-2021 è stata qui raccontata con dovizia di particolari, e non è male fare un ripassino: una squadra tecnicamente di buonissimo livello, capace di dare del tu alla palla, di manovrare in agilità e scioltezza con grande precisione ed efficacia, di aggredire l'avversario tenendo costantemente l'iniziativa, di creare palle gol e di concretizzarne una buona parte. Ci stropicciavamo gli occhi di fronte a un team straordinariamente prolifico sotto porta come poche altre volte in passato, nonostante la mancanza di punte di autentica caratura europea. 

BUONA SQUADRA, EURO MERITATO. E POI? - L'apice del rendimento, probabilmente in anticipo sui tempi, è stato raggiunto in occasione dell'ultimo Euro, vinto assolutamente con merito, nonché con l'ovvio aiuto di un pizzico di buona sorte che sempre accompagna le grandi conquiste (prima o poi qualcuno dovrà trovare il coraggio di affrontare un'analisi critica su come ci aggiudicammo il Mondiale '82, totem intoccabile come la mamma e Garibaldi). Nessun dubbio è lecito, dunque, sul valore assoluto di quel Club Italia, non la compagine più forte del lotto ma la più "in palla" nel momento giusto (come anche quella dell'82, per l'appunto). Lì c'è stato un errore di valutazione globale, che ha coinvolto tutti, dal cittì alle penne più autorevoli, fino al sottoscritto, il quale pensava che con la rosa di Euro 2021 fosse possibile, se non aprire un ciclo di successi, restare quantomeno su ottimi livelli per parecchi anni: perché i vecchietti sono pochi, ci sono diversi elementi validi nel pieno della maturità e qualche giovane di talento da far crescere. 

APPAGAMENTO E MANCATO RINNOVAMENTO - Il punto, forse, è proprio quest'ultimo; il giorno dopo la gloriosa serata di Wembley avevo scritto: "Questa Italia è all'inizio della sua parabola, ben lungi dal potersi sentire appagata (guai, guai!). Dovrà essere svecchiata in alcuni (pochi) tasselli, ha titolari in grado di reggere sul piano internazionale ancora per un po' di anni, ha giovani elementi già nella rosa dei 26 (Bastoni, Locatelli, Pessina, Castrovilli, Raspadori) e altri rimasti momentaneamente a casa, per scelta tecnica (Kean, Cragno, Gianluca Mancini, Lazzari, Romagnoli) o per infortunio (Sensi, Zaniolo, Lollo Pellegrini), per tacere di altri virgulti in fase di salita dall'Under (Tonali, già provato nella Maggiore, e Scamacca, i primi nomi che mi vengono in  mente)". Ecco, è accaduto tutto ciò che non doveva accadere: l'appagamento è arrivato precocemente, troppo precocemente, e il moderato rinnovamento non è avvenuto. 

MANCINI COME IL PEGGIOR BEARZOT - Da settembre in poi, la reattività di Mancini è stata pericolosamente simile a quella di Bearzot nella stagione post Mundial spagnolo.  Si è legato mani e piedi ai suoi fedelissimi, al gruppo storico che l'ha portato ai vertici, maledetta gratitudine. Nel maggio '83, per la gara con la Svezia, ultima spiaggia per riacciuffare una qualificazione europea ormai compromessa, il Vecio non trovò di meglio che rimettere in campo la formazione del Sarrià, già prostrata da una sequela di pareggi e sconfitte, con gli esiti che tutti gli appassionati conoscono. Ecco, la sensazione è che l'ex Bobby gol a Palermo avrebbe fatto lo stesso, ossia schierare lo stesso undici di Wembley, se non ci fossero state le indisponibilità forzate di Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini (poi subentrato) e Chiesa. Che poi l'assenza più pesante, in questi mesi, è stata quella di Spinazzola: anche in questo caso, chi può si vada a vedere le partite del triennio, per comprendere quale peso abbia avuto lo sfortunato terzino romanista nell'elevato rendimento tenuto dalla nostra Selezione. 

LA DECADENZA DI JORGINHO, INSIGNE, IMMOBILE - Refrattario a qualsiasi cambiamento, il nostro trainer, eccezion fatta per la gara casalinga con la Lituania (sai che coraggio), non a caso dominata in attacco da Kean e Raspadori. Nulla è cambiato, da novembre a marzo: il solito Emerson timido (persino Biraghi avrebbe probabilmente inciso di più su quella corsia), un Jorginho da troppo tempo marginale nella tessitura di gioco, per tacere dei rigori scellerati, un Insigne fuori fase, poco ispirato e lento, e un Immobile quasi irritante nella sua pochezza offensiva. Non sono stati fulmini a ciel sereno, ma scenari tecnici e tattici ben noti, a cui il coach non ha saputo porre rimedio. Perché il problema dei giovani, ossia dei ricambi dei titolarissimi, esiste, ma è un problema che, ahinoi, riguarderà soprattutto la prossima generazione di calciatori: per quella al momento in sella, le risorse di classe non mancano, pur se non sovrabbondanti, ed erano comunque più che sufficienti per mandare a casa senza difficoltà una Macedonia piccola e catenacciara, a patto di saperle usare con destrezza. Perché, ad esempio, cosa c'è di meglio di "svezzare" gli emergenti mettendoli alla prova in una gara decisiva e però, al contempo, ampiamente alla portata come quella del Barbera?

Invece abbiamo mandato al massacro i pretoriani. Che, come scrissi l'estate scorsa, non dovevano assolutamente sentirsi appagati, perché erano solo all'inizio di un percorso che si annunciava ricco di soddisfazioni, e invece sono precocemente sfioriti, hanno staccato la spina mentalmente, sono calati fisicamente, hanno perso convinzione e sicurezza ed è gravissimo, perché un'impresa come quella continentale avrebbe dovuto accrescerne la fame, la personalità e, di conseguenza, la capacità di imporsi e di fare risultato anche in circostanze difficili, fattore che invece è totalmente mancato in questa terrificante seconda parte delle eliminatorie mondiali. 

IMPOTENZA - La gara siciliana è stata emblematica: è vero, come in molti si affannano a scrivere oggi, che l'Italia ha dominato, ma è stato un dominio sommamente sterile. Seriamente, quante palle gol veraci, clamorose, nitide avete contato? Direi che stanno ampiamente sulle dita di una mano. Berardi, protagonista di una stagione esemplare col Sassuolo, è stato inevitabilmente anche il più pericoloso, il più incisivo, il più continuo al tiro, ma la mira è mancata totalmente, e il gol fallito nel primo tempo su pasticcio difensivo avversario è da doppia sottolineatura blu. Immobile solo una volta è andato alla conclusione in maniera discretamente insidiosa, e nella ripresa ancora Berardi ci ha provato due volte dalla distanza e una con una girata sotto misura; possiamo aggiungere un destro di poco alto da parte di Raspadori e un bel diagonale di Pellegrini, due che dovevano essere dentro fin dall'inizio, tanto per dire. Oltre a questo, un florilegio di tiri ritardati, abbozzati, oppure deboli e prevedibili: scarsa reattività, scarsa velocità di pensiero e di esecuzione dal centrocampo in su. Lacune che, ripeto, erano palesi anche in autunno: il fatto di non avervi messo una pezza con ben quattro mesi a disposizione inchioda il Mancio alle sue responsabilità, che onestamente mi paiono evidenti. 

LA RETORICA DEL CARRO E DEL "IO STO CON" - Qui entra in scena anche la disfatta della critica, di certa critica. Quanti danni ha fatto quella ormai lontana battaglia fra pro e contro Bearzot, culminata con l'epopea del Mundial '82, quando si cominciò a parlare di "carro dei vincitori" e amenità simili! Una retorica insopportabile, quella del carro su cui non si può salire se non sei "pro" fin dall'inizio, e quella del "io sto con Tizio" a prescindere da tutto. Per me non funziona così. Parlo per esperienza personale, quella scritta "nero su bianco" su questo blog da undici anni a questa parte: sono stato da subito con Mancini non per ragioni di simpatia umana, ma per quanto scritto all'inizio, ossia per aver visto giocare la sua Nazionale e averne colto in tempi non sospetti le enormi potenzialità, tanto da poterne agevolmente prevedere il buon rendimento all'Euro 2020 (la vittoria finale quella no, non poteva prevederla proprio nessuno). Allo stesso modo, ero stato immediatamente scettico su Ventura, un po' perché il suo curriculum parlava chiaro, un po' perché fin dalle sue prime uscite era parso lampante che fosse inadeguato al compito, per scelte strategiche e di uomini; ed ero stato con Prandelli perché per due anni fece un po' quel che ha fatto, con ancor più convinzione, Mancini, prima dell'improvvisa involuzione post Euro 2012 che mi fece lanciare chiari segnali d'allarme sulle non esaltanti prospettive del suo progetto, poi puntualmente arenatosi in Brasile. 

Così, dallo scorso autunno ho fotografato il declino dei campioni d'Europa e le incertezze e i tentennamenti del cittì, di fronte a una situazione che stava palesemente degenerando. Sono sceso dal carro? Certo che no, semmai il contrario: ho cercato di portare il mio modesto contributo per scongiurare un disastro che stava prendendo lentamente forma quasi nell'indifferenza generale. L'avessero fatto anche altri, forse in questo triste 25 marzo 2022 non staremmo recitando il de profundis per un ciclo che poteva portarci molto in alto e che invece si è esaurito prematuramente. 

ANCORA MANCINI? SI' MA... - E già: cosa ci attende adesso? La situazione è estremamente complessa. Mancini potrebbe benissimo rimanere, per quanto mi riguarda. Il disastro della seconda qualificazione iridata fallita, oltretutto contro un competitor di terza fascia (che ha vinto con un tiraccio della domenica, l'unico scagliato verso Donnarumma, diciamo anche questo), pesa come un macigno, e presumibilmente potrebbe portare l'ex fuoriclasse della Samp a decidere autonomamente di farsi da parte, però i meriti accumulati nel suo primo triennio sono epocali, e non parlo solo dell'aver riportato in Italia un titolo europeo che mancava da oltre cinquant'anni, un'eternità. Ha fatto molto di più, ha lanciato segnali importantissimi dando fiducia a giovani che inizialmente faticavano a trovare spazio anche nei club, ha puntato sul dominio del gioco e sulla tecnica, ha svecchiato l'immagine di un calcio italiano che può conseguire risultati anche percorrendo le vie dello spettacolo e della vivacità offensiva, non solo quelle della prudenza. 

SOLO GLI INVESTITORI STRANIERI POSSONO SALVARE IL NOSTRO CALCIO - Un cambio di mentalità che purtroppo il movimento ha recepito solo in minima parte, e qui può tornare valido il discorso sui massimi sistemi. E' di pochi giorni fa l'amara considerazione del cittì dell'Under 21, Nicolato, sullo scarsissimo spazio riservato ai giovani nelle squadre di A. Ma è roba vecchia, lo ripeto: discorsi che si facevano già nel 2010, e qui sta tutta la tragicommedia del calcio italiano, che si è condannato a lustri di marginalità internazionale non prendendo nessuno dei provvedimenti necessari per cercare almeno di iniziare la risalita. Perché non c'è solo la Nazionale che non volerà in Qatar (ammesso e non concesso che quel Mondiale si giochi, visti gli scenari internazionali di guerra); ci sono anche i nostri club zeppi di stranieri che puntualmente, da dodici anni a questa parte, recitano in Europa il ruolo delle comparse. Ma non è neanche più utile sottolineare tutto ciò, è solo una stanca litania destinata a rimanere inascoltata. Sì, ho perso le speranze. Solo gli stranieri, parlo in questo caso di imprenditori, possono salvarci: a Genova, sponda Genoa, si sta tentando di lanciare un progetto calcistico serio, organizzato, razionale, di matrice tedesco-americana: l'auspicio è che nel nostro calcio barzelletta approdino sempre più investitori come i 777 rossoblù. Ma tutto questo, ribadisco per l'ennesima volta, c'entra poco e nulla con il ko palermitano, le cui cause sono all'interno del gruppo azzurro, non nel sistema calcio Italia. 

NAUSEA AZZURRA - Per quanto mi riguarda, e mi scuso per questa ennesima digressione personale, in questo momento nei confronti della Nazionale ci sono più rabbia e nausea che voglia di ricominciare. Sono stanco e penso che staccherò la spina azzurra per un bel po'. Non mi appassiona l'Intercontinentale con l'Argentina, mi interessa poco e niente la Nations League, trovo persino frustrante l'idea di dover inseguire un altro Europeo, il Mondiale nordamericano del 2026 è troppo lontano, e non so se avrò le forze e l'energia critica per seguire questa ennesima ricostruzione del Club Italia che nemmeno doveva esserci, viste le premesse estive.