Finali come quella di
quattro anni fa, una delle più belle di sempre, rappresentano un’eccezione. E’ la storia del calcio a dirlo,
non solo quella dei Mondiali, e il calcio vero, quello che offre in giuste dosi
attacco e difesa, gioco propositivo e solida copertura, gesti tecnici sopraffini ma anche sofferenza e furore agonistico, si è ripreso la scena proprio
sotto lo striscione del traguardo, quando la Coppa 2026 avrebbe voluto
celebrare i suoi fasti artificiosamente kolossal aggiungendo un'altra partita piena di gol al clima un po’
circense, un po’ da varietà di second’ordine, un po’ da rassegna canora estiva
che ha caratterizzato il lungo, estenuante pomeriggio dell’atto conclusivo.
FINALE BRUTTA, SPORCA, VERA - Un’americanata, si diceva
una volta e forse si dice ancora. Così come un’americanata è stato questo
Mondiale quantomeno contraddittorio, con qualche cosa da salvare e molte da
buttare al macero. Alla fine, si diceva, si è però rivisto il football puro e verace,
quello che ha fatto innamorare generazioni di appassionati in tutto il globo terracqueo, quello che non deve essere necessariamente
una gara a chi ne fa di più, estasi estetica dal primo
all’ultimo minuto. Quanto di più lontano, insomma, dal calciobalilla della
finalina, l’orrido 6-4 fra Inghilterra e Francia senza difese e alla viva il
parroco, roba indegna in un tale contesto. Spagna-Argentina non è stata una
bella partita: l’ha dominata la Roja, sul piano del gioco, ma è stato un dominio
sommamente sterile, almeno fino a quando le due squadre sono state in parità
numerica, cioè per tutti i tempi regolamentari. Le uniche, vere palle gol degli
iberici sono arrivate dopo l’espulsione di Enzo Fernandez. Prima, tanto palleggio ma
difficoltà quasi insormontabili a fare breccia in una retroguardia arroccata e
decisa a usare le maniere forti.
UN LAMINE IN MINORE, UN NICO RITROVATO - Succede, ripeto, nelle
finalissime dei grandi tornei, spesso non belle, anzi “brutte, sporche e
cattive”, ma è nella logica di questo sport, e io preferirò sempre partite
così, tirate allo spasimo, se il paragone dev’essere quello col flipper fra inglesi e francesi del
giorno prima. E alla fine, comunque, ha vinto chi meritava: ha vinto chi ci ha
provato, contro una rivale che ha rinunciato quasi subito al confronto a viso
aperto, conscia della propria inferiorità sul piano della capacità di manovrare
e produrre calcio, e ormai vuota di energie fisiche. Se un’Argentina
così male in arnese, che aveva esaurito la scorta dei miracoli con la rimonta
in semifinale, è riuscita a resistere fino all’inizio del secondo
supplementare, imponendo persino all’avversaria un paio di brividi in chiusura
di extra time, è stato soprattutto demerito delle leggerezza offensiva del team
di De La Fuente, che ha sofferto l’intermittenza di uno Yamal dimezzato e che
ha alzato i giri quando ha ritrovato in piene efficienza l’altra rivelazione di
Euro 2024, Nico Williams.
COME NEL 1990 E NEL 2010 - Spagna campione di misura,
dunque, e Argentina che ha difeso dignitosamente il titolo fino
all’Inghilterra, favorita anche da un cammino facile facile, per poi giocare l’atto
conclusivo di New York puntando ai rigori e facendo la faccia truce come in
certe Intercontinentali degli anni Sessanta. Peccato, e peccato anche per
Messi, costretto a un congedo mondiale (definitivo?) recitato quasi da
spettatore, a parte appunto le poche luminarie nei minuti conclusivi. Qualcosa
di molto simile a quanto si vide nella finalissima di Italia ’90: una Germania
Ovest superiore, dominante ma poco incisiva (e stanca), incapace di penetrare nel bunker
di una Selecciòn arroccata attorno al suo portiere Goycochea e infine trafitta
solo da un rigore generosissimo. E del resto anche la prima finale mondiale
delle Furie Rosse, quella del 2010 con l’Olanda, non fu molto migliore sul
piano spettacolare.
L'UNICA INGIOCABILE - Ha vinto comunque la squadra
migliore, al momento forse l’unica veramente “ingiocabile”, per usare un
termine caro alle nuove generazioni calcistiche. Il percorso della Spagna è
stato cosparso di ostacoli, Arabia Saudita a parte: alla fine persino Capo Verde,
che le aveva imposto un incredibile pareggio all’esordio, si è rivelata
compagine credibile. Poi, in rapida successione, Uruguay, Austria, Portogallo,
Belgio, Francia e, appunto, i campioni uscenti. Tutti spazzati via con metodo,
regolarità, pazienza. Questa Roja, che non ha paura di lanciare i giovani, che
ha il gusto del football di iniziativa ma che ha fondamenta solidissime in un
dispositivo di copertura pressoché impenetrabile (un solo gol incassato in tutto
il torneo, record assoluto e, credo, difficilmente battibile), sembra destinata
a durare, e fra quattro anni sarà uno dei Paesi ospitanti della kermesse
iridata. Potrebbe aprirsi un altro ciclo, dopo quello 2008-2012.
I TANTI LATI OSCURI - In sede di bilancio, si
diceva, tanti lati oscuri. Sul piano politico e organizzativo, col trattamento
riservato alla delegazione iraniana, con l’arbitro somalo respinto, con
l’inaudita sospensione della squalifica di Balogun e le ingerenze trumpiane, con gli hydration break che
ridisegnano di fatto il normale sviluppo delle partite, che ora si articolano a
tutti gli effetti su quattro frazioni (un’innovazione che i responsabili del
pallone americano auspicavano fin dai tempi di USA ’94, per ragioni prettamente
commerciali: poco più di trent’anni dopo hanno raggiunto l’obiettivo), fino
alla dilatazione artificiosa (e in barba al regolamento) dell’intervallo della
finalissima, per il modesto show di cui si è detto. Per certi versi è diventato
un altro sport, e sarà sempre peggio fin quando rimarrà questa governance
mondiale.
IL GIGANTISMO DI INFANTINO - Infantino è ormai
prigioniero del suo gigantismo: se resterà presidente FIFA a lungo (e si spera di no),
sa di non poter più tornare indietro, sognando anzi un futuro con 64 squadre
finaliste (e le ultime indiscrezioni dicono che questa mostruosità potrebbe
diventare reale fin dalla prossima edizione). Un sano ridimensionamento è quasi
impossibile, ma se c’è una remota possibilità che si verifichi, essa è legata a
un cambio al vertice e a un nuovo “capo” che sia espressione della UEFA.
UEFA DOMINANTE E BISTRATTATA - La confederazione europea è
stata ancora una volta, come quasi sempre, la vera vincitrice, sul campo. Solo per rimanere alle
sette edizioni tenutesi dal 2002 al 2026, quindi con un totale di 28 posti in
semifinale disponibili, le squadre europee hanno occupato ben 20 “caselle”. Su
un totale di quattordici posti per la finalissima, se ne sono accaparrati ben 10. Su
un totale di sette coppe in palio, ne hanno vinte 5 (Italia, Spagna, Germania,
Francia, ancora Spagna). E, restando a questa edizione, già nei quarti le
rappresentanti del Vecchio Continente erano sei su otto, affiancate da una
africana e una sudamericana.
Il movimento calcistico
europeo continua a marcare dunque una schiacciante superiorità storica e
attuale, sul piano dei risultati e della competitività, rispetto agli altri
Continenti. Produce fatti, numeri, concretezza, mentre altri si esaltano per
l’approdo ai sedicesimi di piccole e medie realtà che poi lì si fermano. Le
africane, ad esempio, non hanno fatto male, ma nemmeno strabene: in nove ai sedicesimi, che
peraltro sono semplicemente la versione snellita e a eliminazione diretta del
primo turno dei Mondiali a 32, come li abbiamo conosciuti fino a Qatar ’22. Di
queste nove, peraltro, quattro si erano qualificate tramite ripescaggio terze (altra
follia: una prima fase di 72 match per eliminare la miseria di 16 compagini), e
solo due sono riuscite ad approdare agli ottavi. Spiace dirlo, ma le attese
erano altre, e finora questo continuo aumento dei posti per il Continente nero
ha prodotto ben poco, che è comunque qualcosa rispetto al nulla asiatico e al
quasi nulla Concacaf, con tre subito estromesse e le tre padrone di casa
fermatesi tutte agli ottavi (il Messico, nei suoi due precedenti da Paese
ospitante, era sempre riuscito a raggiungere i quarti).
E' IL MONDIALE, NON IL TORNEO OLIMPICO - Un Mondiale elefantiaco, dunque, per motivi elettorali e nulla più. Perché la volontà di promuovere il football in zone e realtà calcisticamente depresse, o comunque in ritardo rispetto ai continenti traino, potrebbe essere portata ugualmente avanti con efficacia anche con una più razionale distribuzione dei posti. Sedici per l’Europa sono una vergogna, venti sarebbe la soglia minima, se si andrà a 64 dovranno aumentare ancora di più, e Ceferin dovrà alzarare la voce in modo pesante, come fece Artemio Franchi negli anni Settanta-Ottanta (con l'eccesso opposto: quando il Mondiale passò da 16 a 24 finaliste, lui ottenne 14 posti per l'Europa!).
La Coppa del Mondo non è il torneo
olimpico di calcio, in cui le quote di partecipazione seguono criteri più
geografici che sportivi, e sono estremamente equilibrate fra le varie
Confederazioni (nell’ultima edizione le europee erano solo quattro su sedici, e una di queste era Israele...);
al Mondiale dovrebbe esserci la crema del calcio mondiale, e la crema del
calcio mondiale non è nei sei Paesi Concacaf né tantomeno nei nove asiatici.
Discorso a parte per il Sudamerica, altro scandalo, visto che ha la possibilità
di portare perfino sette squadre su dieci alla fase finale (questa volta la
settima, la Bolivia, ha almeno perso il playoff). In pratica una qualificazione
quasi in massa di una Confederazione, senza che ciò sia giustificato dai
risultati recenti e attuali (con l’eccezione dei detentori e in parte della Colombia, le altre
hanno fatto sincera pena, dall’Ecuador in trionfo per una qualificazione
artigliata in extremis contro una Germania con la testa altrove, al Paraguay
maestro di non gioco e di difensivismo spinto). Questa generosità, questo
regalare opportunità iridate senza meritarle, non fa bene a questi movimenti, è
la cronaca a dirlo.
INEVITABILE CALO QUALITATIVO - La Confederazione guida è
trattata a pesci in faccia, e il livello tecnico affonda. Nei primi turni si
sono viste gare anche piacevoli per spettatori occasionali e per un pubblico
poco scafato in materia, in alcuni casi ricche di gol e di emozioni, ma il
valore effettivo di queste imprese si misura dalla capacità di ripeterle in
sfide ultimative e contro avversari di reale consistenza, e lì la luce si
spegne sistematicamente per quasi tutte le matricole. Ed è ciò che è
puntualmente accaduto nelle prime settimane di questo torneo: poi, ripeto, chi è
di gusti facili si può anche esaltare per le prodezze iniziali degli Stati Uniti o del Canada di turno, ma sono prodezze di cartone.
STELLE AL TOP - Di buono, a parte la Spagna,
qualcosa è comunque rimasto. Non è scontato, ad esempio, che tutte o quasi le
stelle più attese si facciano trovare pronte all’appuntamento con la storia:
Mbappè, Kane, Bellingham, Messi, Haaland, Dembelè hanno tutti risposto
presente, scaraventando palloni su palloni nelle porte avversarie. E poi, tutta
una serie di partite gradevoli dagli ottavi in poi, cioè quando cominciano le
sfide che contano. L’unico match “epico” che ci lascia in eredità questo
Mondiale è probabilmente la semifinale Inghilterra-Argentina, ma merita una
citazione anche il ciclone norvegese che ha abbattuto il Brasile e che avrebbe
meritato miglior sorte con gli inglesi, segnò che l’Italia è stata surclassata,
nella sua eliminatoria, da una compagine di statura internazionale consolidata e che potrà
ancora dire la propria, nel futuro immediato.
POCHE SQUADRE INARRIVABILI, TANTE CRISI - Si diceva che, per quel che si è visto in queste cinque estenuanti settimane, l’unica rappresentativa al momento offlimits per tutti è quella che ha conquistato la coppa. A seguire la Francia, che è stata messa ko da una Roja oggettivamente fortissima e più “squadra” e poi ha chiuso col mezzo sbraco con gli inglesi, ma resta una nazionale strabordante sul piano della classe e della “profondità della rosa” (altra espressione del neolinguaggio calcistico). Le altre, chi più chi meno, hanno i loro punti deboli e si possono mettere in difficoltà: lo potrà fare, ebbene sì, perfino la nostra Azzurra, ma non prima di avere operato una profonda ricostruzione dalle fondamenta, che metta gli emergenti al centro del progetto.
Tutto questo senza dimenticare che, mentre in Europa ci si sbrana in playoff
dai criteri cervellotici (partite in gara secca su campi estratti a sorte, passaggio
diretto garantito solo alle vincitrici di girone, squadre che avevano fatto
pena nel proprio gruppo rilanciate grazie alla Nations League, leggasi Svezia),
il Brasile si qualifica e si qualificherà sempre fin quando le maglie del
girone unico Conmebol saranno così larghe. Ed era, quello visto in Nord
America, un Brasile davvero malmesso, in una fase di declino di cui non si intravede la fine, così come è parsa ridotta maluccio
la Germania, altra squadra che, in questi anni di crisi azzurra, è riuscita comunque a non mancare gli appuntamenti mondiali incappando, in sede di eliminatoria, in avversari men che mediocri
(nel 2022 la rivale più pericolosa fu la Macedonia, la stessa che battè l’Italia
e che sconfisse pure i tedeschi, i quali riuscirono a porre rimedio perché
quella non era una gara dentro o fuori), e che rispetto a noi può vantare due-tre elementi in più di classe internazionale.
BELGIO, PORTOGALLO, CROAZIA, ARGENTINA: E ADESSO? - Il Belgio, fra alti e bassi,
ha fatto il suo arrendendosi combattendo ai futuri campioni, ma è a un passo
dalla chiusura di un ciclo importante (non vincente), così come Portogallo e
Croazia, mentre all’Inghilterra manca sempre il quid in più per fare il passo
verso il trionfo: questa volta è stata sconfitta, prima ancora che dall’Argentina,
dalle discutibili scelte tattiche e di uomini del suo trainer, ma dal 2018 a
oggi ha avuto una continuità ad alti livelli spaventosa (un quarto posto e un
bronzo iridati, due finali europee perse). E dovrebbe aver chiuso un cerchio
anche l’Argentina, che ha sempre buone risorse ma dovrà ripartire (forse) senza il suo
deus ex machina, Lionel, che in questo torneo, pur in circostanze a lui favorevoli
(prima avversari malleabili, poi la rinuncia a giocare degli inglesi) ha sciorinato
giocate decisive di altissimo magistero. Insomma, visto che alla fine il
pensiero non può non tornare al Club Italia, il gap creatosi con le grandi
potenze è notevole, ma, a parte le poche superbig irraggiungibili, non incolmabile
come temevo alla vigilia di questo torneo. E però, ribadisco, ci sarà da
lavorare, e tanto.
REGIA PENALIZZANTE - Ultima notazione sulla regia televisiva della finale. L'avrò notato solo io, è una considerazione personalissima e per questo opinabile, ma lo stile di ripresa ha penalizzato e sminuito il fascino dell'ultimo atto: le inquadrature a livello campo davano quasi la sensazione di una partita su un terreno di periferia, non rendendo il giusto merito alla maestosità di un impianto colmo di circa 80mila spettatori. Un po' la stessa sensazione che avevo vissuto in occasione della finale 2018. Per uno degli eventi sportivi più importanti, prediligo inquadrature dall'alto o comunque maggiormente sopraelevate. Ma sono dettagli.


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