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martedì 21 luglio 2026

BILANCIO TECNICO DEL MONDIALE 2026. SPAGNA INGIOCABILE, GIGANTISMO DETERIORE, ABBASSAMENTO DEL LIVELLO QUALITATIVO, EUROPA DOMINANTE E BISTRATTATA

 


Finali come quella di quattro anni fa, una delle più belle di sempre, rappresentano un’eccezione. E’ la storia del calcio a dirlo, non solo quella dei Mondiali, e il calcio vero, quello che offre in giuste dosi attacco e difesa, gioco propositivo e solida copertura, gesti tecnici sopraffini ma anche sofferenza e furore agonistico, si è ripreso la scena proprio sotto lo striscione del traguardo, quando la Coppa 2026 avrebbe voluto celebrare i suoi fasti artificiosamente kolossal aggiungendo un'altra partita piena di gol al clima un po’ circense, un po’ da varietà di second’ordine, un po’ da rassegna canora estiva che ha caratterizzato il lungo, estenuante pomeriggio dell’atto conclusivo.

FINALE BRUTTA, SPORCA, VERA - Un’americanata, si diceva una volta e forse si dice ancora. Così come un’americanata è stato questo Mondiale quantomeno contraddittorio, con qualche cosa da salvare e molte da buttare al macero. Alla fine, si diceva, si è però rivisto il football puro e verace, quello che ha fatto innamorare generazioni di appassionati in tutto il globo terracqueo, quello che non deve essere necessariamente una gara a chi ne fa di più, estasi estetica dal primo all’ultimo minuto. Quanto di più lontano, insomma, dal calciobalilla della finalina, l’orrido 6-4 fra Inghilterra e Francia senza difese e alla viva il parroco, roba indegna in un tale contesto. Spagna-Argentina non è stata una bella partita: l’ha dominata la Roja, sul piano del gioco, ma è stato un dominio sommamente sterile, almeno fino a quando le due squadre sono state in parità numerica, cioè per tutti i tempi regolamentari. Le uniche, vere palle gol degli iberici sono arrivate dopo l’espulsione di Enzo Fernandez. Prima, tanto palleggio ma difficoltà quasi insormontabili a fare breccia in una retroguardia arroccata e decisa a usare le maniere forti.

UN LAMINE IN MINORE, UN NICO RITROVATO - Succede, ripeto, nelle finalissime dei grandi tornei, spesso non belle, anzi “brutte, sporche e cattive”, ma è nella logica di questo sport, e io preferirò sempre partite così, tirate allo spasimo, se il paragone dev’essere quello col flipper fra inglesi e francesi del giorno prima. E alla fine, comunque, ha vinto chi meritava: ha vinto chi ci ha provato, contro una rivale che ha rinunciato quasi subito al confronto a viso aperto, conscia della propria inferiorità sul piano della capacità di manovrare e produrre calcio, e ormai vuota di energie fisiche. Se un’Argentina così male in arnese, che aveva esaurito la scorta dei miracoli con la rimonta in semifinale, è riuscita a resistere fino all’inizio del secondo supplementare, imponendo persino all’avversaria un paio di brividi in chiusura di extra time, è stato soprattutto demerito delle leggerezza offensiva del team di De La Fuente, che ha sofferto l’intermittenza di uno Yamal dimezzato e che ha alzato i giri quando ha ritrovato in piene efficienza l’altra rivelazione di Euro 2024, Nico Williams.

COME NEL 1990 E NEL 2010 - Spagna campione di misura, dunque, e Argentina che ha difeso dignitosamente il titolo fino all’Inghilterra, favorita anche da un cammino facile facile, per poi giocare l’atto conclusivo di New York puntando ai rigori e facendo la faccia truce come in certe Intercontinentali degli anni Sessanta. Peccato, e peccato anche per Messi, costretto a un congedo mondiale (definitivo?) recitato quasi da spettatore, a parte appunto le poche luminarie nei minuti conclusivi. Qualcosa di molto simile a quanto si vide nella finalissima di Italia ’90: una Germania Ovest superiore, dominante ma poco incisiva (e stanca), incapace di penetrare nel bunker di una Selecciòn arroccata attorno al suo portiere Goycochea e infine trafitta solo da un rigore generosissimo. E del resto anche la prima finale mondiale delle Furie Rosse, quella del 2010 con l’Olanda, non fu molto migliore sul piano spettacolare.

L'UNICA INGIOCABILE - Ha vinto comunque la squadra migliore, al momento forse l’unica veramente “ingiocabile”, per usare un termine caro alle nuove generazioni calcistiche. Il percorso della Spagna è stato cosparso di ostacoli, Arabia Saudita a parte: alla fine persino Capo Verde, che le aveva imposto un incredibile pareggio all’esordio, si è rivelata compagine credibile. Poi, in rapida successione, Uruguay, Austria, Portogallo, Belgio, Francia e, appunto, i campioni uscenti. Tutti spazzati via con metodo, regolarità, pazienza. Questa Roja, che non ha paura di lanciare i giovani, che ha il gusto del football di iniziativa ma che ha fondamenta solidissime in un dispositivo di copertura pressoché impenetrabile (un solo gol incassato in tutto il torneo, record assoluto e, credo, difficilmente battibile), sembra destinata a durare, e fra quattro anni sarà uno dei Paesi ospitanti della kermesse iridata. Potrebbe aprirsi un altro ciclo, dopo quello 2008-2012.

I TANTI LATI OSCURI - In sede di bilancio, si diceva, tanti lati oscuri. Sul piano politico e organizzativo, col trattamento riservato alla delegazione iraniana, con l’arbitro somalo respinto, con l’inaudita sospensione della squalifica di Balogun e le ingerenze trumpiane, con gli hydration break che ridisegnano di fatto il normale sviluppo delle partite, che ora si articolano a tutti gli effetti su quattro frazioni (un’innovazione che i responsabili del pallone americano auspicavano fin dai tempi di USA ’94, per ragioni prettamente commerciali: poco più di trent’anni dopo hanno raggiunto l’obiettivo), fino alla dilatazione artificiosa (e in barba al regolamento) dell’intervallo della finalissima, per il modesto show di cui si è detto. Per certi versi è diventato un altro sport, e sarà sempre peggio fin quando rimarrà questa governance mondiale.

IL GIGANTISMO DI INFANTINO - Infantino è ormai prigioniero del suo gigantismo: se resterà presidente FIFA a lungo (e si spera di no), sa di non poter più tornare indietro, sognando anzi un futuro con 64 squadre finaliste (e le ultime indiscrezioni dicono che questa mostruosità potrebbe diventare reale fin dalla prossima edizione). Un sano ridimensionamento è quasi impossibile, ma se c’è una remota possibilità che si verifichi, essa è legata a un cambio al vertice e a un nuovo “capo” che sia espressione della UEFA.

UEFA DOMINANTE E BISTRATTATA - La confederazione europea è stata ancora una volta, come quasi sempre, la vera vincitrice, sul campo. Solo per rimanere alle sette edizioni tenutesi dal 2002 al 2026, quindi con un totale di 28 posti in semifinale disponibili, le squadre europee hanno occupato ben 20 “caselle”. Su un totale di quattordici posti per la finalissima, se ne sono accaparrati ben 10. Su un totale di sette coppe in palio, ne hanno vinte 5 (Italia, Spagna, Germania, Francia, ancora Spagna). E, restando a questa edizione, già nei quarti le rappresentanti del Vecchio Continente erano sei su otto, affiancate da una africana e una sudamericana.

Il movimento calcistico europeo continua a marcare dunque una schiacciante superiorità storica e attuale, sul piano dei risultati e della competitività, rispetto agli altri Continenti. Produce fatti, numeri, concretezza, mentre altri si esaltano per l’approdo ai sedicesimi di piccole e medie realtà che poi lì si fermano. Le africane, ad esempio, non hanno fatto male, ma nemmeno strabene: in nove ai sedicesimi, che peraltro sono semplicemente la versione snellita e a eliminazione diretta del primo turno dei Mondiali a 32, come li abbiamo conosciuti fino a Qatar ’22. Di queste nove, peraltro, quattro si erano qualificate tramite ripescaggio terze (altra follia: una prima fase di 72 match per eliminare la miseria di 16 compagini), e solo due sono riuscite ad approdare agli ottavi. Spiace dirlo, ma le attese erano altre, e finora questo continuo aumento dei posti per il Continente nero ha prodotto ben poco, che è comunque qualcosa rispetto al nulla asiatico e al quasi nulla Concacaf, con tre subito estromesse e le tre padrone di casa fermatesi tutte agli ottavi (il Messico, nei suoi due precedenti da Paese ospitante, era sempre riuscito a raggiungere i quarti).

E' IL MONDIALE, NON IL TORNEO OLIMPICO - Un Mondiale elefantiaco, dunque, per motivi elettorali e nulla più. Perché la volontà di promuovere il football in zone e realtà calcisticamente depresse, o comunque in ritardo rispetto ai continenti traino, potrebbe essere portata ugualmente avanti con efficacia anche con una più razionale distribuzione dei posti. Sedici per l’Europa sono una vergogna, venti sarebbe la soglia minima, se si andrà a 64 dovranno aumentare ancora di più, e Ceferin dovrà alzare la voce in modo pesante, come fece Artemio Franchi negli anni Settanta-Ottanta (con l'eccesso opposto: quando il Mondiale passò da 16 a 24 finaliste, lui ottenne 14 posti per l'Europa!).

La Coppa del Mondo non è il torneo olimpico di calcio, in cui le quote di partecipazione seguono criteri più geografici che sportivi, e sono estremamente equilibrate fra le varie Confederazioni (nell’ultima edizione le europee erano solo quattro su sedici, e una di queste era Israele...); al Mondiale dovrebbe esserci la crema del calcio mondiale, e la crema del calcio mondiale non è nei sei Paesi Concacaf né tantomeno nei nove asiatici. Discorso a parte per il Sudamerica, altro scandalo, visto che ha la possibilità di portare perfino sette squadre su dieci alla fase finale (questa volta la settima, la Bolivia, ha almeno perso il playoff). In pratica una qualificazione quasi in massa di una Confederazione, senza che ciò sia giustificato dai risultati recenti e attuali (con l’eccezione dei detentori e in parte della Colombia, le altre hanno fatto sincera pena, dall’Ecuador in trionfo per una qualificazione artigliata in extremis contro una Germania con la testa altrove, al Paraguay maestro di non gioco e di difensivismo spinto). Questa generosità, questo regalare opportunità iridate senza meritarle, non fa bene a questi movimenti, è la cronaca a dirlo.

INEVITABILE CALO QUALITATIVO - La Confederazione guida è trattata a pesci in faccia, e il livello tecnico affonda. Nei primi turni si sono viste gare anche piacevoli per spettatori occasionali e per un pubblico poco scafato in materia, in alcuni casi ricche di gol e di emozioni, ma il valore effettivo di queste imprese si misura dalla capacità di ripeterle in sfide ultimative e contro avversari di reale consistenza, e lì la luce si spegne sistematicamente per quasi tutte le matricole. Ed è ciò che è puntualmente accaduto nelle prime settimane di questo torneo: poi, ripeto, chi è di gusti facili si può anche esaltare per le prodezze iniziali degli Stati Uniti o del Canada di turno, ma sono prodezze di cartone.

STELLE AL TOP - Di buono, a parte la Spagna, qualcosa è comunque rimasto. Non è scontato, ad esempio, che tutte o quasi le stelle più attese si facciano trovare pronte all’appuntamento con la storia: Mbappè, Kane, Bellingham, Messi, Haaland, Dembelè hanno tutti risposto presente, scaraventando palloni su palloni nelle porte avversarie. E poi, tutta una serie di partite gradevoli dagli ottavi in poi, cioè quando cominciano le sfide che contano. L’unico match “epico” che ci lascia in eredità questo Mondiale è probabilmente la semifinale Inghilterra-Argentina, ma merita una citazione anche il ciclone norvegese che ha abbattuto il Brasile e che avrebbe meritato miglior sorte con gli inglesi, segnò che l’Italia è stata surclassata, nella sua eliminatoria, da una compagine di statura internazionale consolidata e che potrà ancora dire la propria, nel futuro immediato.

POCHE SQUADRE INARRIVABILI, TANTE CRISI - Si diceva che, per quel che si è visto in queste cinque estenuanti settimane, l’unica rappresentativa al momento offlimits per tutti è quella che ha conquistato la coppa. A seguire la Francia, che è stata messa ko da una Roja oggettivamente fortissima e più “squadra” e poi ha chiuso col mezzo sbraco con gli inglesi, ma resta una nazionale strabordante sul piano della classe e della “profondità della rosa” (altra espressione del neolinguaggio calcistico). Le altre, chi più chi meno, hanno i loro punti deboli e si possono mettere in difficoltà: lo potrà fare, ebbene sì, perfino la nostra Azzurra, ma non prima di avere operato una profonda ricostruzione dalle fondamenta, che metta gli emergenti al centro del progetto. 

Tutto questo senza dimenticare che, mentre in Europa ci si sbrana in playoff dai criteri cervellotici (partite in gara secca su campi estratti a sorte, passaggio diretto garantito solo alle vincitrici di girone, squadre che avevano fatto pena nel proprio gruppo rilanciate grazie alla Nations League, leggasi Svezia), il Brasile si qualifica e si qualificherà sempre fin quando le maglie del girone unico Conmebol saranno così larghe. Ed era, quello visto in Nord America, un Brasile davvero malmesso, in una fase di declino di cui non si intravede la fine, così come è parsa ridotta maluccio la Germania, altra squadra che, in questi anni di crisi azzurra, è riuscita comunque a non mancare gli appuntamenti mondiali incappando, in sede di eliminatoria, in avversari men che mediocri (nel 2022 la rivale più pericolosa fu la Macedonia, la stessa che battè l’Italia e che sconfisse pure i tedeschi, i quali riuscirono a porre rimedio perché quella non era una gara dentro o fuori), e che rispetto a noi può vantare due-tre elementi in più di classe internazionale.

BELGIO, PORTOGALLO, CROAZIA, ARGENTINA: E ADESSO? - Il Belgio, fra alti e bassi, ha fatto il suo arrendendosi combattendo ai futuri campioni, ma è a un passo dalla chiusura di un ciclo importante (non vincente), così come Portogallo e Croazia, mentre all’Inghilterra manca sempre il quid in più per fare il passo verso il trionfo: questa volta è stata sconfitta, prima ancora che dall’Argentina, dalle discutibili scelte tattiche e di uomini del suo trainer, ma dal 2018 a oggi ha avuto una continuità ad alti livelli spaventosa (un quarto posto e un bronzo iridati, due finali europee perse). E dovrebbe aver chiuso un cerchio anche l’Argentina, che ha sempre buone risorse ma dovrà ripartire (forse) senza il suo deus ex machina, Lionel, che in questo torneo, pur in circostanze a lui favorevoli (prima avversari malleabili, poi la rinuncia a giocare degli inglesi) ha sciorinato giocate decisive di altissimo magistero. Insomma, visto che alla fine il pensiero non può non tornare al Club Italia, il gap creatosi con le grandi potenze è notevole, ma, a parte le poche superbig irraggiungibili, non incolmabile come temevo alla vigilia di questo torneo. E però, ribadisco, ci sarà da lavorare, e tanto.

REGIA PENALIZZANTE - Ultima notazione sulla regia televisiva della finale. L'avrò notato solo io,  è una considerazione personalissima e per questo opinabile, ma lo stile di ripresa ha penalizzato e sminuito il fascino dell'ultimo atto: le inquadrature a livello campo davano quasi la sensazione di una partita su un terreno di periferia, non rendendo il giusto merito alla maestosità di un impianto colmo di circa 80mila spettatori. Un po' la stessa sensazione che avevo vissuto in occasione della finale 2018. Per uno degli eventi sportivi più importanti, prediligo inquadrature dall'alto o comunque maggiormente sopraelevate. Ma sono dettagli. 

lunedì 19 dicembre 2022

QATAR 2022: TRIONFA CON MERITO L'ARGENTINA IN UNA FINALE EPOCALE. BILANCIO TECNICO E SGUARDO D'ASSIEME SUL PRIMO MONDIALE "NATALIZIO"

 

C'era mai stata, prima di oggi, una finale mondiale così? Fra quelle che ho potuto personalmente vedere, in diretta o a distanza di anni, sicuramente no. Sfide ben giocate, intense, combattute, come Germania-Olanda del '74; sfide non bellissime ma ugualmente incerte, tese ed equilibrate, come quella che ci ha condotto al nostro ultimo titolo iridato nel 2006; atti conclusivi a senso unico dall'inizio, come Francia - Brasile del '98, o indirizzatisi nettamente solo dopo l'intervallo, come la notte azzurra di Madrid '82. Ma nessuna, nessuna come questa Argentina-Francia che ha riportato la Coppa FIFA nelle pampas dopo ben 36 anni, un digiuno inaccettabile per un Paese che, anche in questo lungo intervallo, è sempre rimasto ai vertici planetari per capacità di produrre talenti del pallone. 

LA FINALE PIU' BELLA - Unica, unica davvero questa memorabile finalissima: per emozioni, altalena nel punteggio, classe dei protagonisti, spettacolo, qualità di gioco, siamo su livelli di eccellenza. Forse, andando molto indietro nel tempo e affidandoci alle cronache d'epoca dei giornali, qualcosa di simile può essersi visto in occasione del celebre "miracolo di Berna", il confronto del 1954 fra Germania Ovest e Ungheria, da 0-2 a 3-2 con tante occasioni, gol mancati di un soffio o annullati, prodezze d'alta scuola soprattutto da parte dei maestri magiari. Un incontro che però si concluse nei tempi regolamentari, senza prolungamenti. Quello del Lusail Stadium è stato un match infinito, ma senza cali di tensione, senza fasi di stanca neanche quando si sono superate le due ore di gioco, contando anche gli abbondanti recuperi. Un inno al calcio a cui non è mancato nulla, nemmeno la sfida nella sfida fra i due trascinatori. E sì, perché spesso in queste gare ultimative accade che i personaggi più attesi e più dotati stecchino, o comunque rendano al di sotto delle aspettative. Non vorrei risultare blasfemo, ma persino il Maradona dell'Azteca '86, ingabbiato tatticamente dai tedeschi, soffrì in apnea per larga parte di gara, prima di offrire a Burruchaga il pallone della sudatissima vittoria. 

SCONTRO FRA TITANI - Ieri no, ieri i due assi, Messi e Mbappè, si sono presi la scena quasi per intero, lasciando briciole di gloria ad altri degnissimi campioni. Ha fatto  letteralmente faville Di Maria, fin quando il fisico ha retto e fin quando il suo cittì l'ha tolto troppo frettolosamente dal campo, ma a pilotare la partita sono stati loro, gli attuali padroni del calcio mondiale a livello individuale, appurato che Cristiano Ronaldo pare ormai in parabola discendente. Due gol l'argentino, addirittura tre il francese, come Hurst dell'Inghilterra '66. E una presenza costante nel vivo dell'azione per Leo, mentre Kylian è stato, semplicemente, la Francia: si è preso sulle spalle una squadra smunta, spaurita, smarrita, rassegnata, e l'ha condotta a un passo da un un'impresa epocale, che avrebbe però rappresentato un premio eccessivo. 

TANTE PARTITE IN UNA - La magnificenza forse inarrivabile di questa finalissima '22 è stata data anche dai suoi molteplici volti: tante partite in una sola, ognuna delle quali carica di significati tattici, psicologici, morali destinati a diventare argomento di studio, in futuro, per chi vorrà fare calcio ai massimi livelli. La prima partita è durata per tutto il primo tempo, e sembrava la citata Francia-Brasile di 24 anni fa: troppa Argentina per i Bleus, indemoniata, motivata, feroce, brillante, agile, rapida. Con le spalle ben coperte da un'impostazione tattica perfetta, in avanti il solito Messi faceva faville e si accendeva uno straripante Di Maria, che prima si procurava il rigore dell'1-0 e poi siglava il raddoppio finalizzando una vertiginosa azione corale in contropiede. Quell'Argentina dominava al punto da ridurre i rivali a spente comparse. Ma nella prima parte della ripresa commetteva il tremendo errore di cercare con scarsa convinzione il tris, che era ampiamente alla portata, mentre il trainer Scaloni rinunciava precipitosamente a Di Maria rimpiazzandolo con Acuna, dichiarando apertamente il proprio intento conservativo. 

Facile adesso parlare di errore, in realtà poteva benissimo funzionare, come mossa strategica, anche perché dall'altra parte i campioni uscenti marciavano in folle e avevano già vissuto un piccolo psicodramma, con la sostituzione-bocciatura di Giroud e Dembelè prima del 45'. La verità è che, nonostante il risultato non fosse ancora al sicuro, non era assolutamente nell'aria la rinascita dei galletti. E' bastata una disattenzione difensiva, il rigore su Kolo Muani e la trasformazione di Mbappè, per dare inizio alla terza partita, invero piuttosto breve, quella in cui in francesi prendevano a volare presi per mano da Mbappè, che trovava fulmineamente il pari con un gran destro al volo. Ancora tanta Francia fino all'occasionissima sottomisura di Rabiot su cross di Tchouameni, ma già prima della fine dei regolamentari la Seléccion rimetteva la testa fuori con un gran sinistro dalla distanza di Messi alzato da Lloris. 

MEZZ'ORA STREPITOSA - Era l'inizio dell'ultima mini-partita, la più bella, quella in cui le due splendide rivali si sono scambiate colpi su colpi come due pugili indemoniati, ma erano colpi di finissima grana tecnica. Anche in questa fase equilibrata, incertissima, si vedeva però che l'Argentina aveva superato lo shock per la rimonta, mandava Lautaro due volte a un passo dal gol, e la terza, su respinta di Lloris, era pronto al tap-in l'impagabile Leo per quello che pareva essere il sigillo sulla finale. Niente affatto, incredibile braccio in area di Montiel su tiro di Mbappè, ancora lui, che trasforma il penalty resuscitando nuovamente i transalpini, prima che, nel finale del secondo supplementare, Emiliano Martinez si erga a salvatore della patria murando Kolo Muani presentatosi solo davanti a lui per il 3-4; il portiere completerà poi l'opera col rigore parato a Coman nella lotteria finale.  

ARGENTINA CON MERITO - Una giostra mozzafiato che ha emozionato anche chi, come me, era fuori dalla mischia, senza simpatie particolari. E che ha premiato, alla fine, chi più lo meritava. L'Argentina ha fatto un signor Mondiale: non era facile rialzare la testa dopo la tremenda batosta al debutto con l'Arabia, e non tutti i cittì hanno la personalità e l'autorevolezza per togliere di squadra, senza colpo ferire, alcuni titolarissimi per dare spazio a ragazzi con meno fama ma più in palla. La squadra, fino ai quarti, non sempre ha incantato, anzi, ma ha mostrato pragmatismo, ordine tattico, saldezza mentale, trovando un Messi costantemente ispirato come mai  nei precedenti Mondiali, e due giovani esplosi nel momento cruciale, Enzo Fernandez e Alvarez. Nelle ultime due uscite, e soprattutto ieri, i biancocelesti, ormai liberi dall'incubo dell'ennesimo fallimento iridato, hanno ritrovato compiutamente il gusto della manovra di qualità, dello svolazzo peraltro mai fine a se stesso. 

FRANCIA IN CHIAROSCURO - Anche se sono sfumature, il cammino del team di Deschamps mi è parso leggermente meno brillante: buonissimo esordio con l'Australia, splendido ottavo con la Polonia (altra seratona magica di Mbappè), ma per il resto un'alternanza di momenti di altissimo spessore e altri di sofferenza e di pagnotta portata a casa col mestiere: perché nei quarti l'Inghilterra ha ben giocato, e ha lasciato il campo fra mille recriminazioni, non solo per il rigore fallito da Kane. E in semifinale, nella prima mezz'ora del secondo tempo, il Marocco ha fatto vedere i sorci verdi a Varane e compagni. Insomma, una Francia dalle potenzialità enormi ma solo parzialmente espresse, con l'ombra colossale di una finalissima giocata in totale sottomissione fino a dieci minuti dalla fine, perché al tirar delle somme solo il suo fuoriclasse l'ha tirata fuori dalle sabbie mobili regalandole un'altra ora di speranza. Ma il secondo titolo consecutivo non sarebbe stato del tutto meritato. 

LIVELLO COMPLESSIVO: BUONO MA NON ECCELSO - La superfinale ha innalzato in extremis il livello qualitativo di un torneo senza dubbio piacevole ma non eccezionale, sul piano delle espressioni tecniche. Si diceva che la collocazione tardo autunnale avrebbe consentito di vedere le migliori rappresentative, e i campioni più attesi, al top della forma e quindi al massimo del rendimento possibile. Alla resa dei conti, mi pare non sia accaduto nulla di diverso rispetto al tradizionale andazzo dei Mondiali estivi, diventati improvvisamente oggetto di disprezzo quando in realtà la leggenda di questa manifestazione, e la leggenda del calcio tout court, è nata, cresciuta e si è consolidata proprio grazie a ventuno edizioni tenutesi a cavallo fra primavera ed estate europea. Fra le Nazionali in prima linea, son state più le delusioni che le conferme: il Belgio è giunto al capolinea di una straordinaria fioritura generazionale che ha però partorito il topolino, quanto a conquiste concrete; la Germania, seconda eliminazione consecutiva ai gironi, ha problemi di ricambio e lacune di organico non minori di quelle che affliggono l''Italia; loro, alla fase finale ci sono arrivati grazie a un gruppo eliminatorio senza avversari, in cui sono riusciti perfino ad ammortizzare una sconfitta interna con quella Macedonia che poi ha ripetuto lo scherzetto ai danni degli azzurri, i quali invece non hanno avuto possibilità di riscatto e, contrariamente ai teutonici, si sono trovati fra i piedi una Svizzera confermatasi ruvida e indigesta anche in Qatar, prima del crollo al cospetto dei lusitani. 

SPAGNA E INGHILTERRA: LE INCOMPIUTE - E ancora: la Spagna è partita in pompa magna goleando la Costarica, ma negli impegni più probanti ha manifestato una sconfortante tendenza al "tutto fumo e niente arrosto", possesso palla e palleggio insistito ma con scarsissima forza penetrativa. L'Inghilterra, secondo gli esperti, era la squadra che più avrebbe dovuto avvantaggiarsi della nuova collocazione del torneo, ma, come tante volte in passato, non ha cavato un ragno dal buco: è rotolata quasi per inerzia fino ai quarti, grazie a un primo turno di tutto riposo e a un ottavo comodo contro il non trascendentale Senegal; con la Francia, lo si è detto, ha ben giocato ma ha mostrato le solite stimmate dell'incompiuta, già fatali nell'Europeo perso in casa: perché, ad esempio, Saka è un attaccante davvero interessante, rapido, sgusciante, pieno di iniziativa, ma ancora troppo poco incisivo e cattivo sotto porta, quando la posta in palio è pesante. 

BALLETTI PREMATURI - Il gruppone delle grandi deluse ha avuto, ancora una volta, il suo esponente di punta nel Brasile. Quando ho visto il buon Tite mettersi a ballare coi suoi ragazzi nel bel mezzo della scampagnata con la Corea del Sud (altro ottavo facile facile) ho capito che era tornata la solita Seleçao, o meglio quella vista troppe volte in passato, prigioniera del suo mito, troppo impegnata a specchiarsi in una bellezza solo presunta, perché i verdeoro hanno faticato per piegare la Svizzera e hanno anche perso contro il Camerun, per poi, dopo aver preso a pallonate i coreani (promossi al secondo turno in maniera rocambolesca), andarsi a infilzare sulla praticità estrema dei croati, con la genialata finale di non far battere a Neymar uno dei primi rigori (quando avrebbe dovuto, infine, andare sul dischetto, i giochi erano già fatti). Era un buon Brasile, non un grande Brasile, con alcuni elementi troppo stagionati, alcuni ruoli non adeguatamente coperti (Richarlison va bene per le prime partite, ma quando il gioco si fa duro...), tanti ottimi giocatori ma non più di due-tre capaci di spostare gli equilibri nelle sfide al vertice, nessun trascinatore alla Messi o alla Mbappè: Neymar è uno splendido giocoliere e un finalizzatore micidiale, ma raramente prende per mano la squadra nei momenti topici o in quelli delicati; ha segnato ai croati uno dei gol più belli della kermesse, ma è stato l'unico vero acuto di un'avventura condizionata ancora una volta dai guai fisici. 

CROAZIA: TERZA MA IN REGRESSO - Abbiamo citato la Croazia, straordinaria nell'ultimo quadriennio per continuità di risultati ai massimi livelli (mettiamoci anche il raggiungimento della prossima Final four di Nations League, tutto fa) ma regredita rispetto a Russia '18: arrivata in semifinale vincendo una sola gara nei tempi di gioco (col Canada), sovente in sofferenza (persino col Giappone e col decadente Belgio), salvata da singole fiammate, da una difesa di ferro raccolta attorno al fenomenale Gvardiol e dalle prodezze di un portiere di spessore, Livakovic, con Modric nel mezzo a dettare il suo immenso magistero calcistico, sprecato però da una prima linea non all'altezza. Anche se era dall'altra parte del tabellone, fra le semifinaliste avrebbe meritato di figurare maggiormente il Portogallo, che strada facendo stava acquisendo la sicurezza della grande squadra e si era anche elegantemente liberato della presenza ormai troppo ingombrante di un CR7 a scartamento ridotto, trovando nuove e fruttuose strade offensive. Ma poi è arrivato il Marocco...

RISCOSSA AFRICANA - Già, il Marocco. Attendevamo la riscossa dell'Africa dal Mundial '82, dagli sfortunati exploit di Algeria  e Camerun. Nel frattempo, persino l'Asia aveva preceduto il Continente nero nella corsa alle semifinali, raggiungendole nel 2002 con la Corea del Sud, peraltro attraverso un percorso discutibile. Una lunga marcia durata 40 anni, decisamente troppi per un movimento calcistico ricchissimo di talenti, pieno di giocatori formatisi al calor bianco dei principali tornei di club europei, e con rappresentative allenate da coach di prestigio internazionale. Dovevano arrivare ben prima là in alto, il Marocco ha infine centrato il traguardo perché, in mezzo alle tante "piccole" Nazionali che hanno offerto prodezze più o meno isolate in Qatar, Hakimi e compagni sono stati i più continui, e i più sagaci tatticamente. Calcio tradizionale, di matrice difensiva ma senza mai indulgere al catenaccio, anzi, con "esplosioni" offensive travolgenti e mortifere. Hanno messo in difficoltà tutti, anche la Francia, come abbiamo visto. Tra l'altro, è dagli anni Ottanta che il Marocco si propone periodicamente per ospitare il massimo evento calcistico, venendo regolarmente bocciato. Non sarebbe il caso, prima o poi, di dargli una chance, visto che ora può anche vantare meriti acquisiti sul campo, al contrario del Qatar o del Sudafrica 2010? 

POCA CONTINUITA', GIOCO DI STAMPO DIFENSIVO - Continuità: l'ha avuta il Marocco, è mancata a quasi tutte le protagoniste più attese, e soprattutto per questo non mi sento di parlare di Mondiale di alto livello, nel momento in cui le Selezioni-pilastro del calcio planetario alternano prove convincenti ad altre all'insegna del grigiore. Mancanza di continuità anche nell'ambito delle singole partite, in cui spesso si è assistito a isolate vampate di gioco che scaturivano da lunghi momenti di stasi. Tatticamente poche novità: si è tornati a curare maggiormente la copertura, ed è un bene, mentre latitano le idee per lo sviluppo della manovra d'attacco: a parte il citato Portogallo che, ripeto, aveva trovato una chiave di gioco offensiva che coinvolgeva diversi uomini e prescindeva dal suo ex trascinatore, le altre grandi hanno dovuto fare affidamento sugli estri delle loro star, che accendendosi facevano girare l'intero reparto, come Messi per tutto il Mondiale, come Di Maria nella finale, come Mbappè prima di ieri, perché contro l'Argentina, ribadiamolo, il futuro imperatore del calcio mondiale ha fatto tutto, proprio tutto, da solo. A proposito di Francia: in finale ha steccato come buona parte dei compagni, ma nelle gare precedenti ho visto un Griezmann sontuoso, il vero tuttocampista, fondamentale in appoggio ai compagni di attacco e utilissimo nei ripiegamenti; ancora una volta, come all'Euro 2016, gli è mancata la consacrazione conclusiva. 

CHE ITALIA SAREBBE STATA?  - Nell'ultimo numero del Guerin Sportivo, un bell'articolo di Tucidide affronta il tema della Nazionale italiana sotto vari aspetti, ma partendo da un punto: che Italia avremmo visto al Mondiale? Secondo l'autore del pezzo, non avremmo superato il primo turno, soprattutto, mi è parso di capire, per questioni atletiche. Rispetto l'opinione, ma non la condivido (del resto stiamo parlando del nulla: solo ipotesi, una vale l'altra): i campioni d'Europa non sarebbero diventati campioni del mondo, ma avrebbero trovato il modo di farsi onore. Come già scritto ripetutamente, e d'ora in poi vorrei non tornarci più sopra, la nostra seconda esclusione consecutiva è stata frutto più di circostanze contingenti, forse irripetibili, che dell'indubbia crisi che attanaglia il nostro movimento (e che nessuno pare voglia decidersi a prendere di petto, per cui prepariamoci ad altre delusioni). Ma, con la qualificazione in tasca, Mancini avrebbe sperimentato molto meno e si sarebbe presentato in Qatar con una squadra fatta più di esperti che di scommesse, e come per l'Euro, avrebbe senz'altro schierato giocatori in buone condizioni fisiche (a maggior ragione, essendo nel pieno della stagione agonistica). Dopodiché avremmo probabilmente pagato l'assenza di uno Spinazzola che chissà se tornerà l'imprendibile freccia di un tempo, e la precarietà di un Chiesa appena rientrato dal grave infortunio, ma, insomma, ce la saremmo giocata. 

mercoledì 16 novembre 2022

CLUB ITALIA: BASTA COI PIAGNISTEI. ALBANIA E AUSTRIA OCCASIONI PER CRESCERE, NON TAPPE DI UNA VIA CRUCIS GIA' FINITA. E DOMENICA SCATTA UN MONDIALE SENZA POESIA

 

Più Tirana, meno Doha. Ebbene sì: seguirò con più interesse le due amichevoli azzurre di questa settimana, rispetto al plastificato Mondiale qatariota, e pazienza se mi si prende per pazzo. I motivi li ho già spiegati mesi fa. In estrema sintesi: le fasi di ricostruzione della Nazionale mi affascinano, e ce ne sono state già tante, nella sua storia ultracentenaria. A otto mesi dalla sciagurata notte palermitana, è perfettamente inutile continuare a fustigarsi, e secondo me sbaglia Mancini  a sottolineare a ripetizione quanto sia duro per noi questo periodo in cui gli altri affrontano la sfida iridata, e quanto sia importante psicologicamente superare novembre e dicembre. Basta, è successo, guardiamo avanti, i mezzi e gli uomini per farlo li abbiamo, ancorché sempre più ridotti all'osso. 

Allo stesso modo, sono ormai fuori luogo e fuori tempo le ironie spicciole di certi frequentatori del web: le battutine sulla presunta inutilità dei nostri impegni del 2022 potevano esser tollerate all'inizio, alla lunga diventano stracche e ripetitive, e del resto i social non hanno mai sfornato nuovi geni della satira calcistica. Sulla seconda eliminazione mondiale ho scritto chilometri di blog. Sintetizzo ancora: le ragioni contingenti sono state decisive assai più dei guai strutturali del nostro calcio, innegabili e da me denunciati da lustri. Episodi di campo: bastava uno dei due rigori sbagliati per evitare persino gli spareggi. Contingenze stagionali: il calo fisico e mentale post Europeo non adeguatamente intercettato dal CT, che avrebbe avuto tempo e modo di porre rimedio immettendo forze fresche (e meno fresche, ma più in palla) in luogo di certi campioni spompati e appagati.

ILLUSTRI PRECEDENTI - Basta così, la frittata è fatta, amen. Del resto, l’Inghilterra saltò due Mondiali di seguito nel ’74 e nel ’78, e andò vicina al clamoroso tris anche nel 1982, salvata unicamente dai risultati degli altri; la Francia ne saltò due nel ’90 e nel ’94, e vi tornò nel ’98, senza passare attraverso le insidie della fase eliminatoria, perché giocò in casa; la Spagna ne mancò due nel ’70 e nel ’74. Insomma, non siamo casi umani unici: l’importante è saper ripartire senza piangersi addosso. Mi sembra che questa Italia l’abbia in parte già fatto, più solida e più fiduciosa di tanti tifosi piagnucolanti: dopo il tonfo macedone, ha vinto il suo girone di Nations League, un girone di ferro in cui, secondo i soliti satiri improvvisati della rete, sarebbe sicuramente stata il vaso di coccio, persino dietro l’Ungheria. 

QUELLE CHE PENSAVANO AL QATAR - Dicono: la Nations non conta nulla. Sono gli stessi che hanno intonato il de profundis dopo lo 0-3 contro l’Argentina nella comica “finalissima” londinese, quello sì un trofeo importante e storico, no? Per la cronaca, le semifinaliste della precedente edizione del nuovo torneo europeo sono state Francia (vincitrice), Spagna, Italia e Belgio, di quella in corso Italia, Spagna, Olanda e Croazia, cioè i campioni d’Europa e tre squadre qualificate per gli imminenti Mondiali, fra le quali la finalista sconfitta di Russia 2018. Sarà anche un torneo burletta, ma è onorato da molte grandi Selezioni, per cui diventa anche patetico giustificare i fallimenti di certe big (Francia e Inghilterra, disastrose, quest’ultima perfino retrocessa) dicendo che tanto “pensavano al Qatar”. Può essere, ma si può pensare al Qatar anche vincendo e giocando bene, come hanno fatto Furie Rosse e Furie… arancioni.

PAFUNDI? MAH... - Tornando a noi: dopo Palermo nessuna partita è stata inutile, non lo saranno nemmeno le prossime due. Anzi, raramente, dopo un obiettivo così sciaguratamente mancato, c’è stato tanto tempo e spazio di manovra per rimettere insieme i cocci. Tempo che non venne concesso per preparare la sfida alla Macedonia, ma questo è un altro discorso. Mancini sta facendo ciò che deve, avrebbe forse dovuto cominciare a farlo dopo le prime due infelici uscite post Euro, ma non si può avere tutto dalla vita: sta ristrutturando il gruppo, ha ripescato uomini di valore che erano ingiustamente rimasti fuori dal vittorioso listone del 2021, ha spalancato le porte ai giovani, talvolta esagerando. La convocazione di Pafundi ha scarsa logica, e lo scrive uno che la linea verde per il Club Italia l’ha sempre sposata in pieno, Note d’azzurro me ne è testimone dal 2011 a oggi. 

Pafundi è, a detta di tutti gli esperti di calcio giovanile, una delle massime speranze del nostro vivaio. Ma ha 16 anni e una sola presenza in A, nessuna in altri campionati professionistici, cinque in rappresentativa Under 17. Penso che pochi come me possano capire l’ansia, il desiderio di scoprire e lanciare gli azzurri del domani, ma questo mi sembra davvero il classico passo più lungo della gamba, che rischia di fare più male che bene al ragazzino. A meno che non siano tutti già convinti di essere di fronte a un potenziale crack, crack vero, ma di nuovi Maradona, nuovi Van Basten e nuovi Maldini ne ho già visti tanti, dacché seguo il calcio, e il più delle volte non è finita bene. Discorso diverso per Miretti e Fagioli, che di presenze in A ne stanno mettendo insieme un bel gruzzoletto e hanno già avuto modo di risultare decisivi nelle sorti della Juve, non propriamente l’ultimo dei club. 

SPIRAGLI DI LUCE GIOVANE - Al di là di tutto, questi nomi dimostrano ciò che ho sempre scritto: nonostante le politiche giovanili folli, nonostante l’esterofilia perniciosa, il vivaio  nostrano continua a sfornare prospetti di valore. Il guaio è che, spesso e volentieri, ai massimi livelli li aspetta la panchina, e non per colpa loro. Qualche spiraglio si sta intravedendo quest’anno (gli exploit dei suddetti juventini, di Casale, di Parisi, di Scalvini, di Udogie, le conferme di Pobega e Frattesi) ma sono casi singoli, non il frutto di una strategia pianificata volta a valorizzare capillarmente il “prodotto interno”. Rimane il problema di alcuni ruoli scoperti: poca gente per il centro della difesa (sperando che Okoli opti definitivamente per l’azzurro), e un pauroso vuoto generazionale per gli attaccanti di peso, una carenza mai vista e secondo me non casuale, ma frutto di concezioni tattiche a livello giovanile che andrebbero analizzate e rimodellate. Speriamo comunque nell’esplosione di almeno qualcuno fra i vari Lucca, Pellegri, Vignato, Cambiaghi, Colombo, Oristanio, e, per quanto riguarda il medio termine, nella consacrazione del bel Raspadori visto in Nations; poi, che Scamacca possa al più presto togliersi di dosso le ruggini azzurre e che Kean continui nella risalita intrapresa nelle ultime uscite bianconere.

MONDIALE SENZA GIOIA - Ritorno al Mondiale. Aspetto domenica con tanta malinconia, e non solo per l’assenza dei nostri. Oggi appare come il Mondiale più falso e insensato di sempre. A partire dalle modalità di assegnazione, sulle quali molti giornalisti investigativi hanno scritto parole di pietra, fino alla fase organizzativa che ha richiesto un colossale tributo di sangue, per chiudere con la questione dei diritti umani in loco. E ancora, la manifestazione assegnata a un Paese senza alcuna tradizione calcistica (e credo che neanche comincerà a costruirla a partire da questo torneo, come invece accadde negli Stati Uniti dopo il ’94), la collocazione nell’autunno – quasi inverno europeo, con conseguente brusca interruzione dei campionati nazionali del Vecchio Continente, che potrebbero ripartire con equilibri falsati dagli strascichi della kermesse. Tornei che sono andati avanti fino a una settimana prima del match inaugurale, e convocazioni diramate dieci giorni scarsi prima dell’evento. Una vigilia, cioè, praticamente inesistente, pathos e attese ridotte all’osso. 

Niente più poesia, per quanto mi riguarda. E non è una questione di età, di tempo che passa: ancora nel 2014, e avevo già 40 anni, contavo con emozione i giorni che mancavano all'inizio della festa. Quell’anno, poi, avevo grande fiducia nell’Italia, vice campione d’Europa, qualificatasi con due partite di anticipo (mai accaduto prima), con elementi validi in ogni reparto: fiducia che venne tradita da tutti, da Prandelli in primis, ma è inutile riaprire la ferita. Però la voglia di calcio e di Mondiale c’era sempre, nonostante gli anni, i pensieri, le delusioni. Ora no. Ovviamente vedrò qualcosa, sempre se me lo consentiranno impegni lavorativi e problematiche familiari che negli ultimi tempi si sono moltiplicati, ma senza l’ansia di un tempo di dover correre a casa per non perdere la tal partita. Dai quarti in poi, quello sì, cercherò di seguire tutto. Ma la magia, la poesia di un appuntamento unico, non riesco più a percepirle. 

 

sabato 13 novembre 2021

QUALIFICAZIONI MONDIALI: ITALIA-SVIZZERA 1-1. GLI AZZURRI E MANCINI SONO RIMASTI A WEMBLEY, GESTIONE INACCETTABILE DEI MOMENTI TOPICI. URGE RINFRESCARE LA FORMAZIONE

Tradimento azzurro. Non avrei mai pensato di dover usare espressioni così forti nei confronti dell'Italia di Mancini. Non così presto almeno. Ma anche le storie più belle prima o poi finiscono. Perché la realtà dei fatti questo dice: la Nazionale europea si è dissolta in questo freddo e grigio autunno, non esiste più, ed è opportuno prenderne atto prima che sia troppo tardi. Il dopo Wembley è stato fin qui una via crucis, un viaggio doloroso attraverso tappe opache, deludenti, discutibili: tolti il 5-0 alla Lituania, che fa relativamente testo, e l'acuto col Belgio, in quella che qui ho definito poco più di un'amichevole di prestigio, abbiamo assistito al ko interno con la Spagna, contraddistinto da fasi di gioco quasi umilianti, e a tre pareggini che equivalgono ad altrettante mezze sconfitte, se è vero che hanno fatto pericolosamente impennare la strada verso il Qatar. 

Già i due passi falsi settembrini di Firenze e Basilea avevano fatto suonare chiari allarmi, che su queste pagine erano stati prontamente sottolineati ma che troppi avevano preso sottogamba. Ora, se è vero che tre indizi fanno una prova, qui di indizi ne sono stati accumulati decisamente di più, fino all'abisso di ieri sera, alla "partita dell'anno", così l'aveva pomposamente battezzata il CT (dimenticando che  le nostre partite dell'anno si sono giocate in luglio), approcciata in maniera che definisco soltanto approssimativa, per carità di patria, e che si è sviluppata sotto i nostri occhi come sappiamo. 

COME BEARZOT - La sensazione, da parte mia, è netta: il Mancini post Londra somiglia pericolosamente al Bearzot post Mundial '82. Bobby-gol è rimasto fermo a quell'impresa, la sua foga opportunamente innovatrice si è placata, la sindrome della riconoscenza e della fedeltà al gruppo storico lo hanno incatenato come accaduto al suo mitico predecessore. Non saprei spiegare in altra maniera il surreale schieramento iniziale di Roma, con un Barella uscito malconcio dal derby, con Belotti a scartamento ridotto dopo il lungo infortunio e sì e no al 30 per cento delle proprie possibilità, con un Insigne che in questa prima parte di stagione si è costantemente dimostrato poco "a fuoco" in rappresentativa. 

Non è un caso che i pochi sprazzi degni di nota, all'altezza di una compagine campione continentale, si siano manifestati all'ingresso in campo di Tonali, svettante nel reparto di mezzo, e Berardi, guizzante e propositivo. Due che dovevano essere dentro da subito, come Calabria e Raspadori, entrati a giochi ormai fatti: e se è vero che la minuscola punta del Sassuolo continua a incidere poco nei match di alto livello con la Selezione, è altresì innegabile che forse bisognerebbe puntare su di lui (o su Kean, o su Scamacca) fin dall'inizio, perché giocando pezzettini di partita risulta giocoforza più impervio l'inserimento in un meccanismo tattico comunque complesso come il nostro. E, stante la penuria drammatica di attaccanti di peso, non possiamo permetterci di vivacchiare nell'attesa della maturazione di Lucca, che promette tantissimo ma al momento è soltanto al primo anno di Serie B. 

IL POLSO DELLA SITUAZIONE - Il cittì, lo ribadisco, sembra prigioniero di un sogno, il nostro bellissimo sogno estivo. E' rimasto inchiodato sulla panchina londinese. Perché un allenatore che abbia il polso della situazione, all'89esimo minuto, o urla a squarciagola o entra in campo per strappare il pallone dalle braccia di Jorginho e affidarlo a qualcun altro, che sia Berardi, Bonucci, Chiesa o addirittura Tonali. "Si sentiva di tirarlo", quel rigore, si è detto a fine gara. Già: in genere i calciatori si sentono di fare tutto, anche l'impresentabile Barella di ieri si sentiva di restare in campo, e del resto la storia è piena di pugili che si sentivano di restare sul ring e poi sono finiti all'ospedale massacrati di pugni. Un trainer, a questi livelli, non può affidarsi mani e piedi al "sentiment" dei suoi atleti. E non mi si venga a dire, per favore, che comunque l'italobrasiliano resterà il rigorista principale della squadra. Sono convinto che così non sarà, perché le gerarchie non sono immutabili, e in tal caso potevano essere cambiate con congruo anticipo; se invece così sarà, attendo con curiosità di vedere cosa accadrà dopo un eventuale quarto penalty decisivo sbagliato. Come se dare un paio di turni di riposo sulle massime punizioni fosse un'offesa o una diminutio. 

PASSI INDIETRO RADICALI - Chiaro, poi, che l'episodio del tiro dal dischetto mandato alle stelle rappresenti solo la punta dell'iceberg, però è sintomatico di uno stato di disagio che parte dalla panchina per trasferirsi a tutta la squadra. Ed è evidente che, al ritorno in campo dopo l'indimenticabile trionfo di pochi mesi fa, il Club Italia abbia fatto passi indietro sotto ogni profilo: tecnico, tattico, atletico, e soprattutto mentale. Ritmo, brillantezza, precisione, ferocia, continuità non sono più quelli dei primi tre anni di questa gestione. Le ragioni? Onestamente non saprei. Se è vero che si è già manifestato un qualche appagamento inconscio, il tradimento sta soprattutto qui, perché l'Italia europea, al contrario di quella mundialista del 1982, non è una compagine al capolinea, sulle soglie dell'anzianità, ma, a parte pochi elementi (Bonucci e Chiellini soprattutto) ancora sostanzialmente giovane e quindi, in teoria, con la fame giusta per poter inseguire altri traguardi. Anche perché dopo l'Euro ci sarebbe il Mondiale, non proprio un torneo di dopolavoristi, e gli stimoli dovrebbero sorgere in automatico. 

RINFRESCARE LA FORMAZIONE: SI PUO' - Ma tant'è, ripeto: l'ItalMancio, l'Azzurra d'assalto che abbiamo conosciuto e apprezzato dall'autunno 2018 in poi, non c'è più. Forse è solo un momento, forse i Jorginho e gli Insigne ritroveranno l'inesorabilità di un tempo, ma al momento la cruda realtà è questa. E quando all'inizio ho detto che "è opportuno prenderne atto prima che sia troppo tardi" non mi riferivo certo a soluzioni drastiche, a repulisti vari, ci mancherebbe: Mancini è saldo in sella e merita il nostro appoggio (non incondizionato, però), la rosa da lui costruita fornisce ancora, in larga parte, buone garanzie. Semplicemente, si chiedono quei correttivi di formazione che l'attuale bacino azzurro consente: nonostante gli ultimi rovesci abbiano ridato fiato ai boccheggianti contestatori a oltranza, quelli per cui i calciatori italiani sono scarsi a prescindere (incredibile: nemmeno un meritato titolo europeo li ha tacitati), dietro ai campionissimi c'è una manciata di elementi in grado di sostituire (momentaneamente o definitivamente) certi abulici titolari senza farli troppo rimpiangere, e i nomi per il ricambio graduale, personalmente, ho cominciato a farli addirittura nel commento post Inghilterra-Italia, quindi personalmente la coscienza l'ho a posto. 

VANTAGGIO NOSTRO? SOLO SULLA CARTA - Restando all'attualità stringente, non sono indotto a ragionare sul futuro immediato con troppo ottimismo. Sarà per la rabbia che ha suscitato in me la prestazione di ieri, rabbia che, giuro, non provavo da Italia-Svezia, ma non mi sento di dar troppo credito a chi dice che abbiamo ancora il coltello dalla parte del manico, grazie ai due golletti di vantaggio nella differenza reti. I numeri dicono questo, certo, ma il campo sta dicendo altro: ossia che la squadra in vantaggio di classifica e psicologico, ossia la nostra, sta mostrando enorme disagio, come se fosse lei a dover rincorrere, mentre gli svizzeri inseguitori giocano in scioltezza e con atteggiamento positivo. Anche questo si è detto: un'Italia schiacciata dalla responsabilità di dover vincere. A parte che un'affermazione del genere è risibile, se applicata a una rappresentativa campione continentale, se fosse vero sarebbe un ulteriore tradimento, perché vorrebbe dire che Euro 2020/21 non ha dato a questo gruppo quella personalità internazionale che serve anche per tirarsi fuori dai guai nelle serate peggiori, e per vincere partite pur senza meritarlo, come quella di ieri. 

Quindi: per la classifica siamo ancora avanti noi, mentalmente la situazione in mano, piaccia o meno, l'hanno gli uomini di Yakin. Che hanno strappato due punti ai rivali freschi di gloria, hanno segnato in casa loro (anche questo potrebbe contare, alla fine), hanno evitato due sconfitte in maniera anche rocambolesca e ora si trovano di fronte a un impegno casalingo tutto sommato semplice, contro la modestissima Bulgaria che noi non siamo riusciti a piegare. E' vero, l'Italia vola a Belfast ad affrontare un team anch'esso di mediocre qualità, ma gioca in trasferta, fatto non trascurabile, e dovrebbe imporsi con un discreto scarto di reti (almeno tre, mi vien da dire) per mettersi al riparo da eventuali goleade elvetiche che purtroppo, al momento, non mi sento di escludere. 

OTTIMISMO? DI FRONTE A CERTE PRESTAZIONI... - Il punto è questo: l'Italia attuale è in grado di vincere nitidamente in Nord Irlanda? Sinceramente ho i miei dubbi. Il match di ieri non ha offerto spunti incoraggianti. Già si è detto dei momenti topici gestiti in maniera superficiale: non solo il rigore, ma anche il contropiede "infantilmente" preso, che ha poi prodotto la rete di Widmer. Ma in quel terrificante primo tempo, i rossocrociati hanno scherzato col centrocampo azzurro, facendolo quasi a fette con le loro veloci incursioni, recuperando palloni e manovrando in velocità, ciò che noi non sembriamo più in grado di fare. Sono naufragati tutti, lì in mezzo, e anche peggio sono andate le cose in avanti, con il trio di punta assente ingiustificato, non un guizzo, non una conclusione pericolosa; uniche occasioni per Barella, che non ha saputo ribadire in gol da pochi passi dopo un tiro di Jorginho smorzato da Zakaria, e per Di Lorenzo, che ha messo dentro di testa su punizione di Insigne. Schema elementare, da preistoria del calcio, utilizzato più o meno da tutti in ogni epoca, ma che ieri qualcuno ha esaltato come capolavoro covercianese. Mah...

TONALI E BERARDI SEMPRE DENTRO - Qualcosa di più si è visto nella ripresa, soprattutto, lo si è detto, dopo gli ingressi di Tonali e di Berardi, che ora come ora dovrebbero essere sempre nell'undici titolare. Un bel tiro di Insigne deviato da un difensore, sul quale Sommer si è salvato neanche lui sa come (il portiere elvetico è bravo ma, va detto, anche molto fortunato, e prima o poi la fortuna gira...), un'occasionissima per Chiesa che si è trovato nelle condizioni migliori per battere a rete ma ha orrendamente alzato sulla traversa, e poi lo sciagurato rigore che si era procurato abilmente l'ispirato Berardi. Non molto, come si vede. Dove è finita l'abbondante produzione offensiva del Club Italia? Ora i nostri manovrano e toccheggiano senza trovare sbocchi, si muovono attorno all'area avversaria senza riuscire a mettere nei sedici metri finali palloni davvero insidiosi, cincischiano, concludono poco, e mancano anche di precisione, facendo morire sul nascere costruzioni potenzialmente ricche di sviluppi. Tutto questo, senza dimenticare che gli ospiti avrebbero potuto piazzare il ko con Okafor subito dopo lo 0-1, e mandarci anticipatamente agli spareggi nel finale, con il mancato tocco in rete di Zeqiri dopo svarione di Donnarumma. 

Ecco, questo è  accaduto in una gara affrontata in buonissime condizioni di partenza, se non proprio ideali, con il destino serenamente nelle nostre mani. Dopo una prova del genere si può essere ottimisti? Insomma... Ricordiamo che, se siamo ancora primi per una strettissima incollatura, lo dobbiamo ai tre 2-0 consecutivi di inizio anno, mentre il trend recente fa tremar le vene ai polsi. L'Italia può vincere largo, lunedì, se ritrova le antiche misure di gioco: ritmo, rapidità, continuità di azione e velocità di esecuzione, precisione nei passaggi e nella battuta a rete. Ovvero, tutto quello che da settembre ad oggi non è stato quasi mai fatto. Si può cambiare pelle in tre giorni? Sì, ma solo rinfrescando la formazione. Nel momento attuale, sperare in reazioni d'orgoglio dei leoni feriti mi pare esercizio puramente fideistico, senza fondamento tecnico. 

giovedì 1 aprile 2021

LITUANIA-ITALIA 0-2: BENE (FINO A UN CERTO PUNTO) SOLO IL RISULTATO. TROPPI GOL SBAGLIATI, E IMMOBILE CONTINUA A ESSERE UN REBUS

Più vuoto che pieno, il bicchiere di Vilnius. Visto che su questo blog non sono mai mancate le sottolineature dei (tanti) elementi positivi emersi in quasi tre anni di gestione Mancini, penso di poter dire, in assoluta libertà, che la terza sfida azzurra sulla strada di Qatar 2022 non mi ha soddisfatto, risultato a parte che peraltro, visto l'obiettivo "vitale" da raggiungere, assume rilevanza decisiva, tale da far passare in secondo piano ogni altra considerazione. E però, finora, non mi era mai capitato di concludere la visione di un match del nuovo Club Italia con un deciso sapore amaro in bocca, coi nervi a fior di pelle, con una sensazione di sollievo più che di soddisfazione per il terzo 2-0 consecutivo nel girone, percorso simile a quello che aveva compiuto Bearzot nelle eliminatorie per Spagna '82, che iniziarono proprio con quattro 2-0 su Lussemburgo, Danimarca, Jugoslavia e Grecia. 

EL SHAARAWY: ALTRA DELUSIONE - Il rilievo statistico-scaramantico, per chi ci crede (io no), è una delle poche cose da salvare della nostra serata lituana. Alle corte: il primo tempo dei ragazzi del Mancio è stato da matita blu. Possesso palla sterile, pressione fin troppo compassata, pericoli zero o quasi per la grintosa, serrata, ma modesta difesa locale. E la triste, ennesima conferma della totale idiosincrasia di El Shaarawy alle importanti sfide internazionali: parliamo di un altro talento mai del tutto sbocciato, fra i tanti di quella generazione che ci aveva illuso di poterci regalare qualche pur minima soddisfazione, dopo il tramonto degli eroi di Berlino '06. Il Faraone ha giocato una prima frazione indisponente per mancanza di incisività, facendosi notare giusto per un gol clamorosamente fallito con una mancata deviazione sotto misura su assist di Pessina. 

ALTERNATIVE SONTUOSE - Come scritto in coda al commento sul match con la Nord Irlanda, la rosa azzurra attuale è così ampia e qualitativa ("profonda", direbbero i giovani che fanno cronaca calcistica oggi) da consentire al trainer di pescare dalla panchina, in ogni momento, ragazzi in grado di imprimere alla squadra il necessario cambio di marcia. Ieri è avvenuto in avvio di ripresa, con l'ingresso di Chiesa e di Sensi, entrambi decisivi nell'azione che ha portato al gol il centrocampista dell'Inter con un sinistro dal limite. Poi lo juventino è nuovamente scivolato fuori dal match, cosa che avviene un po' troppo spesso in rappresentativa e che deve far riflettere, perché sul suo lato le alternative più convincenti al momento non mancano (un nome su tutti: Berardi), mentre Sensi è rimasto su ottimi livelli dando solidità al reparto di mezzo, e consentendo a Locatelli di dedicarsi alla costruzione con l'ormai assidua perizia. Il riassetto tattico elaborato dal cittì, oltretutto, ha dato nuova linfa a un Bernardeschi fin lì velleitario, e invece continuo e preciso nelle sue incursioni per buona parte del secondo tempo. 

IL PROBLEMA IMMOBILE - Nei primi venti minuti dopo l'intervallo, in effetti, si è rivista un'Italia apprezzabile per continuità e rapidità degli approcci offensivi. Ma con un "ma" grosso come una casa: l'enorme, assurda quantità di occasioni mancate, che avrebbero potuto dare al punteggio proporzioni persino tennistiche, gettando acqua fredda sull'ossessione della differenza-gol che sta attanagliando buona parte della critica. Purtroppo, un rilievo si impone: cinque di queste opportunità sono capitate sui piedi e sulla testa di Immobile, e almeno un paio sono state fallite piuttosto banalmente. Fuori dai denti: una Nazionale che ambisce legittimamente a tornare nel gotha mondiale, e che ha tutto sommato buoni numeri per centrare l'obiettivo (è attualmente risalita al settimo posto del ranking FIFA, impensabile dopo il disastro di Italia - Svezia '17), non può avere un centravanti che fallisce quattro gol contro un avversario men che mediocre, e non può bastare il rigore in extremis a cancellare le colpe precedenti. Lo ha capito lo stesso Ciro, che dopo aver trasformato il penalty è uscito dal campo visibilmente contrariato, quasi in lacrime. 

CHI FA CATENACCIO E CHI NO - E' un fatto che la sua percentuale realizzativa in azzurro rimanga troppo bassa, e ciò è tanto più inaccettabile  per il detentore della Scarpa d'oro. Immobile è una punta di valore, e concediamogli pure l'attenuante di una condizione tutt'altro che ottimale, che sta influendo anche sull'attuale rendimento col club: ma non può esserci sempre una scusa a giustificare la latitanza sotto porta, perché il ragazzo, fra assenze e alterne vicende, milita in selezione dal 2014. Occorre metterla dentro, e se non lo si fa contro la Lituania, con tutto il rispetto, quando? Sì, perché la goleada, nonostante tutto, era alla portata, e sarebbe stata una novità rispetto alle precedenti trasferte da queste parti, tutte sofferte, addirittura con un pareggio a reti bianche ottenuto a fatica dalla selezione "all stars" di Trapattoni nel 2001 (in campo Totti, Vieri, Del Piero, per dire). 
Al netto delle nostre difficoltà ataviche nel produrre "vendemmiate" di gol (che però parevano essere state superate nel girone di qualificazione per Euro 2020), rilevo con curiosità che, contro di noi, difficilmente le avversarie più deboli assumono atteggiamenti remissivi: tutti a far mucchio dietro e a intasare gli spazi, per poi ripartire in contropiede quando possibile, come hanno fatto i lituani ieri in un paio di occasioni andando anche vicini alla clamorosa segnatura (prodezza di Donnarumma su Eliosius). Ventiquattr'ore prima, per dire, avevo visto una Bielorussia imbarazzante dare il via libera al Belgio: bravi i Diavoli rossi, per carità, implacabili sotto porta, ma i loro avversari hanno giocato su livelli amatoriali, fra belle statuine e maglie larghissime in retroguardia. Forse anche l'Immobile poco ispirato di ieri sera ci sarebbe andato a nozze... 

I PROMOSSI, SENSI A PARTE - Se è vero che dalla panchina sono arrivate soluzioni efficaci per sbloccare lo stallo della prima parte, è anche innegabile che rivoltare come un calzino la formazione rispetto alla partita precedente porta inevitabilmente con sé problemi di fluidità e sincronismo di manovra. Anche per questo, lo ripeto, la prova collettiva è parsa nel complesso grigia e priva di slanci, esclusa la citata parte iniziale dei secondi 45 minuti. Rimangono comunque alcune eccellenti prestazioni individuali: da un Donnarumma sempre reattivo anche quando, come ieri, è chiamato in causa una sola volta a partita, al solito Spinazzola ficcante e preciso nei cross, da Bastoni e Mancini senza sbavature in retroguardia, a Locatelli sempre nel vivo del gioco, abile a costruire e a concludere (altra segnatura sfiorata ieri con una botta al volo). Buono, come detto, anche il rendimento di Bernardeschi nelle vesti di movimentatore offensivo (anche per lui un gol mancato di un soffio, gran sinistro da fuori nella nostra fase di maggior forcing). Il guaio è che, purtroppo, certe prestazioni per lui non rappresentano la consuetudine. Genio e sregolatezza, appunto, con qualche giornata di luna buona e molte altre da dimenticare: il timore è che sia una tendenza non più modificabile. Ora, il Club Italia torna in naftalina, poi saremo pronti, dopo i due test con San Marino e Repubblica Ceca, a tuffarci nell'avventura europea. 

lunedì 8 giugno 2020

ITALIA '90 TRENT'ANNI DOPO: EMOZIONI E AMAREZZE DEL NOSTRO MONDIALE "SOTTO CASA"

                   Un'immagine della splendida cerimonia d'apertura al Meazza (foto Guerin Sportivo)

Trent'anni dopo, un turbinio di sensazioni e non saper da dove iniziare per descrivere l'estate più magica, emozionante, dolceamara della mia vita. Esagerazioni, si dirà: in fondo, erano solo partite di calcio. Beh, no, le cose non stanno proprio così. Italia '90 non fu soltanto un mero susseguirsi di sfide al vertice del football internazionale. Arrivo a dire che non fu semplicemente una Coppa del Mondo come le tante che la precedettero e la seguirono. Almeno non per me, adolescente italiano che da pochi anni, per l'esattezza dal Mundial precedente, Mexico '86, aveva scoperto la passione per il pallone e ne era stato travolto. Ecco, immaginate cosa potesse significare, per un ragazzino di sedici anni che viveva di pane e calcio, poter avere, praticamente, un Mondiale sotto casa. Respirare da vicino l'atmosfera dell'evento sportivo e sociale più importante del pianeta assieme alle Olimpiadi, un evento che, ogni quattro anni, invade le pagine di cronaca per poi passare direttamente nei libri di storia e, a volte, nella leggenda. 
IL MONDIALE SOTTO CASA - E sì: era inebriante, l'aria che si respirava in quell'estate italiana. La canzone - inno della kermesse, "Un'estate italiana", per l'appunto, le notti magiche cantate a squarciagola da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, rende solo in parte il clima che vivemmo, noi che abbiamo avuto la fortuna di esserci. Si creò il mix perfetto, ideale, probabilmente irripetibile: la spensieratezza della gioventù e l'amore per questo sport, sul piano personale, e in generale la massima competizione planetaria ospitata dal Paese che in quel momento era davvero la patria del calcio. Vi si giocava una Serie A di altissimo livello tecnico, zeppa di campionissimi di ogni latitudine, e i nostri club si facevano onore nelle coppe europee: quella stagione 1989/90 si era conclusa col secondo trionfo consecutivo del Milan in Coppa Campioni, con il primo alloro internazionale della Samp in Coppa Coppe, con lo scontro fratricida fra Juve e Fiorentina nella finale Uefa, scontro vinto dai bianconeri. E per completezza storica, ritengo giusto aggiungere anche il Bari, che si aggiudicò la Mitropa Cup superando il Genoa in finale. Senza dimenticare che, allo spirare dell'89, sempre il Milan aveva conquistato Supercoppa europea e Coppa Intercontinentale. 
La Scala del calcio non era solo San Siro, era tutta la Penisola. E, importante sottolinearlo in questa sventurata epoca di bassa esterofilia, il merito non era solo dei fuoriclasse d'oltrefrontiera. Il vivaio nostrano scoppiava di salute, al punto che, nel periodo 1986-1990, sarebbe stato possibile schierare due differenti Nazionali maggiori con simile competitività; andatevi a rileggere la rosa della nostra selezione olimpica che partecipò a Seul '88, per dire: un gruppo che avrebbe fatto la sua degnissima figura in tanti Mondiali ed Europei recenti. 
AZZURRI, GENERAZIONE DI FENOMENI - C'era, soprattutto, una generazione di calciatori italiani ricca di classe e personalità, la generazione cresciuta da Azeglio Vicini nella sua Under 21 1984-1986, che mancò il titolo continentale di categoria per un soffio ma che incantò osservatori italiani e stranieri, grazie al suo gioco propositivo e spettacolare e ai piedi buoni  di quasi tutti i suoi elementi. Diventato CT della Selezione A dopo l'addio di Bearzot in seguito al fiasco del Mundial messicano, il buon Azeglio vi trapiantò gradualmente i suoi "pulcini". Era la nidiata di Zenga, Riccardo Ferri, Donadoni, De Napoli, Giannini, Vialli, Mancini. Altri ragazzi di assoluto valore si aggiunsero col passare del tempo: fra gli altri il poco più che ventenne Maldini, che aveva già le stimmate del fuoriclasse, il travolgente Nick Berti, il già fenomenale Roby Baggio non ancora Divin Codino, e dulcis in fundo Schillaci, approdato alla Serie A dopo una lunghissima gavetta e diventato subito protagonista e trascinatore della Juventus di Zoff, con gol e prestazioni a cui Vicini non poteva restare insensibile. Su questi e su altri validissimi giocatori, a far da chioccia, vegliava il carisma di Kaiser Franz Baresi, Pallone d'argento 1989. 
Ecco, Italia '90 è rimasto nell'immaginario di noi giovani di allora anche perché a difendere i colori azzurri c'era una squadra come quella appena descritta: talento, freschezza, spigliatezza, spirito offensivo. Una squadra che era l'immagine ideale del momento storico perfetto del pallone italiano, ossia gli anni a cavallo fra la decade degli Ottanta e quella dei Novanta: anni in cui il nostro movimento calcistico scoprì il gusto dell'attacco senza dimenticare la propria arte difensiva. L'Azzurra di Vicini ne era l'esempio plastico: giocava per vincere, spingeva, creava, ma dietro era quasi impenetrabile. "Quasi", purtroppo: il primo gol subìto in quel Mondiale, dall'argentino Caniggia nella semifinale di Napoli, le costò in pratica il titolo iridato. Ma di questo magari parleremo più dettagliatamente un'altra volta, perché il senso del mio post è un altro: e, anzi, tengo a sottolineare che oggi, a trent'anni di distanza, l'amarezza per il mancato quarto alloro mondiale è nettamente surclassata dalla dolcezza del ricordo di quelle settimane meravigliose, indimenticabili. 
IL RUOLO DEL GUERINO - Fu un crescendo di attesa e di emozioni, fin dai lunghi mesi della vigilia, e lo fu anche, devo sottolinearlo, grazie al Guerin Sportivo, quello che amo definire "il giornale della mia vita". Il Guerino seguì il Mondiale italiano in maniera esemplare: servizi, approfondimenti, commenti, foto meravigliose, inserti, iniziative speciali, e questo già da molti mesi prima che iniziasse la kermesse; ovviamente non lesinò nemmeno le critiche, perché l'organizzazione ebbe anche lati negativi, addirittura tragici, con la morte di alcuni operai nei cantieri di ristrutturazione degli stadi, aspetto che non va mai dimenticato. Probabilmente, Italia '90 non avrebbe lasciato in me un ricordo tanto indelebile se non ci fosse stato il mitico "Guerriero" ad accompagnarmi in quei mesi. Lo aspettai, lo aspettammo spasmodicamente quel torneo, e per quanto mi riguarda, alla prova del campo, mi soddisfò. Non fu così per tutti, quantomeno per tanti esperti, che ancora oggi considerano Italia '90 uno dei Mondiali storicamente più deludenti, sul piano tecnico e spettacolare. 
COM'ERA IL CALCIO DEL 1990 - Sono convinto che, per valutare appieno e correttamente la caratura di un evento sportivo lungo, articolato e complesso come un campionato del mondo, sia doveroso anche tenere conto del contesto storico calcistico in cui si disputò: quel torneo iridato cadde in un momento particolarmente complesso, direi problematico, per l'evoluzione del football. Era un periodo in cui il tatticismo esasperato stava prendendo piede un po' ovunque: il debordante Milan di Sacchi rappresentava un'eccezione, in campo internazionale, mentre, val la pena ricordarlo, le finali delle coppe europee erano sempre più un inno alla prudenza e al difensivismo: basti pensare a Steaua - Barcellona dell'86 e a Benfica - PSV Eindhoven dell'88, entrambe finali di Coppacampioni, come esempi più eclatanti. Non è un caso che, di lì a qualche anno, sarebbero state introdotte importanti novità regolamentari tese a facilitare la corsa al gol. Era un calcio in generale più equilibrato, più attento alla copertura, rispetto a quello di oggi: di fronte a questo trend generalizzato, aspettarsi un Mondiale scoppiettante, ricco di reti e di sarabande offensive, era ingenuo e fuori luogo. 
IL MEGLIO E IL PEGGIO DELLE KERMESSE - Si segnò poco, ma i momenti di buon calcio e le belle partite non mancarono. Non sempre i tanti gol sono sinonimo di spettacolo: ricordo gare come Italia - Austria, Brasile - Argentina, Germania Ovest - Cecoslovacchia, tutte terminate con una sola segnatura eppure piacevoli, palpitanti, ben giocate. Nella valutazione storica del tenore qualitativo di Italia '90 pesa eccessivamente, purtroppo, la brutta finale fra tedeschi e argentini, ma prima ci fu modo di vedere delle sfide godibilissime. La Germania interista di Brehme, Matthaus e Klinsmann vinse tutto sommato con merito, anche se chiuse in calando e, in un atto conclusivo con gli azzurri, si sarebbe trovata in notevoli ambasce; l'Argentina ebbe una fortuna sfacciata, a partire dall'incredibile ottavo di Torino col Brasile in cui venne bersagliata di tiri da ogni parte, salvata ripetutamente dai legni per poi vincere con una singola giocata d'alta scuola Maradona - Caniggia; Inghilterra e Camerun furono fra le compagini che più onorarono la rassegna, abbinando piacevolezza estetica e concretezza; Cecoslovacchia e Jugoslavia, che avevano mancato l'appuntamento con Mexico '86, si ripresentarono su ottimi livelli di rendimento, ma per loro la storia, e non parlo solo di quella calcistica, sarebbe cambiata radicalmente di lì a poco. 
Ancora: la Spagna di Luisito Suarez cittì e dello scatenato Michel ben figurò, uscendo per mano di due prodezze di Dragan Stojkovic proprio quando pareva in crescita di fiducia e di condizione; la Seleçao, nella versione più "europea" e prudente di sempre, addirittura con un libero (Mauro Galvao), non offrì le consuete luminarie, però creò moltissime palle gol ma con una bassa percentuale realizzativa, e ciò le costò la qualificazione nel citato derby con il team di Bilardo campione in carica; deluse profondamente l'Olanda, detentrice del titolo europeo, pur con una rosa straordinariamente competitiva ma penalizzata da una situazione incerta nella stanza dei bottoni (Leo Beenhakker fu nominato Commissario Tecnico poche settimane prima dell'inizio delle ostilità); e dulcis in fundo l'Italia, che disputò un grandissimo torneo pagando un prezzo esorbitante per l'unico calo di tensione, l'unico errore difensivo in sette partite giocate: una punizione abnorme, che Vicini e i suoi ragazzi non meritavano. 
INSEGNAMENTI PREZIOSI - Ecco, Italia '90 fu importante anche sotto questo aspetto, un aspetto educativo. In una estate in cui tutto sembrava perfetto, e in cui ad ognuno di noi italiani, ad un certo punto, parve quasi inevitabile che la sera dell'8 luglio sarebbe toccato a capitan Bergomi alzare la Coppa FIFA, capimmo invece che lo sport e la vita sono costellati anche di battute d'arresto improvvise, di sconfitte impreviste e per questo ancor più dolorose. Capimmo in maniera definitiva che non bisogna mai dar nulla per scontato, che spesso la realtà non è bella come nei nostri sogni. Diciamo che quella sconfitta calcistica un po' mi temprò, mi rese più preparato ai ko facendomi godere più pienamente i successi che nel percorso terreno di ciascuno di noi, in fondo, non sono poi tanti. Ebbene sì, Italia '90, col suo finale dolceamaro, fu persino una lezione di vita. Anche per questo, è stato finora il mio Mondiale più bello e più sentito. 
La Pagina Fans Facebook del Guerin Sportivo darà vita, fino all'8 luglio, a "ITALIA '90 REWIND": racconteremo giorno per giorno il Mondiale italiano con resoconti sull'andamento del torneo e foto d'epoca.

mercoledì 17 luglio 2019

17 LUGLIO 1994: ITALIA SECONDA NEL MONDO, OVVERO ELOGIO DI UNA SCONFITTA

                    Pagliuca e Taffarel abbracciati prima della lotteria dei rigori a Pasadena (foto Guerin Sportivo)

17 luglio 1994: a Pasadena, l’Italia perde ai rigori la finale mondiale col Brasile.  Fermi tutti, mi si potrebbe dire: stiamo qui a celebrare una sconfitta? Non esattamente. E' frutto di una mentalità profondamente sbagliata pensare che, chi non arriva sul gradino più alto del podio di una competizione sportiva, sia un perdente sempre e comunque. A parte il fatto che c'è una bella differenza fra l'arrivare secondi, settimi o diciottesimi, ma piazzarsi fra le prime quattro in un torneo iridato (o comunque in una grande competizione internazionale) è da considerare in assoluto un risultato di grande prestigio: la Germania, per fare un esempio, ci sopravanza nella classifica assoluta "all time" di Coppa del Mondo proprio grazie ai suoi numerosi piazzamenti, nettamente superiori ai nostri, a parità di titoli vinti. E dunque, l'argento azzurro a USA '94 fu un traguardo di rilievo, che confermò la posizione di preminenza planetaria del nostro movimento calcistico in quegli splendidi anni Novanta, un'età dell'oro che oggi sembra così lontana ma che auspico non sia irripetibile, per il football made in Italy. 
IL MONDIALE PIU' STRANO - Fu un Mondiale particolare, unico, curioso, drammatico. Il primo disputato in un Paese pressoché privo di tradizioni calcistiche, per cominciare. Il primo coi tre punti in palio per la vittoria. Drammatico per le condizioni ambientali scandalose, fra caldo asfissiante e umidità opprimente, in cui i calciatori furono chiamati a battersi, a rischio della loro stessa salute. Fattore quest'ultimo che, a maggior ragione oggi a mente fredda, deve indurre a valutare con benevolenza certe prestazioni sottotono da parte dei nostri rappresentanti così come di altre selezioni. Fu, infine, il Mondiale bello e maledetto di Maradona, presentatosi tirato a lucido, trascinatore di un'Argentina a trazione interiore che nelle prime due gare sembrava in grado di far saltare il banco, e poi messo fuori causa da un controllo antidoping, con susseguente, sollecita eliminazione della Selecciòn da parte della brillantissima Romania di Hagi, Raducioiu, Petrescu e Munteanu. 
LA GRIGLIA DI PARTENZA - Sul piano strettamente tecnico, a parte la citata Argentina che in verità non godeva di molta considerazione alla vigilia, avendo stentato penosamente per conquistare il pass (Australia battuta di misura nello spareggio), la griglia di partenza delle favorite vedeva nelle prime file le tre grandi classiche, ossia Germania (campione in carica), Italia e Brasile, e la Colombia unanimemente accreditata come probabile sorpresa dopo lo 0-5 inflitto nelle eliminatorie a Batistuta e compagni. Scivolò fra le outsider l'Olanda, sempre valida ma priva del lungodegente Van Basten e di un Gullit reduce da una stagione super con la Sampdoria, mentre c'era attesa attorno alla Norvegia, giustiziera dell'Inghilterra nelle qualificazioni, alla rivoluzionata Spagna poco bella e molto concreta di Javier Clemente, e alla Nigeria tutte stelle (Amokachi, Amunike, Yekini, Finidi, Okocha...) che pareva in grado di poter finalmente realizzare il sogno di una squadra africana nelle semifinali. Partivano nelle retrovie Svezia e Bulgaria, nonostante il merito di aver estromesso la Francia: sarebbero invece entrambe giunte fino in fondo. 
ITALIA RICCA DI TALENTO, SENZA MANCIO MA CON SUPER BAGGIO - L'Italia era l'Italia di Arrigo Sacchi, in sella dall'autunno 1991. Sull'onda lunga del suo Milan spettacoloso e pigliatutto, i tifosi attendevano una Nazionale in grado di ripercorrere suppergiù le stesse orme, anche grazie a un serbatoio di giocatori assai ampio e di grandissima qualità, nulla a che vedere col ristretto bacino in cui può pescare oggi il pur abile Mancini. Proprio il Bobby gol sampdoriano chiuse con la selezione poco prima del Mondiale, dopo una grigia prova in amichevole coi tedeschi, mentre il suo ex gemello del gol Vialli, pur riprendendosi in extremis da un grave infortunio che gli aveva fatto saltare larghissima parte della stagione, non riusci a convincere il cittì a portarlo negli States. Era comunque una selezione "tutte stelle": basti pensare a Pagliuca, Maldini e Baresi in retroguardia, Albertini e Donadoni in mezzo al campo, e poi lui, il Pallone d'oro in carica, Roby Baggio da Caldogno, pronosticato come possibile uomo del Mondiale in stile Maradona '86. Le cose non andranno proprio così ma... quasi. Altri elementi di grande affidamento erano Costacurta, che aveva superato gli impacci delle prime uscite in azzurro, il terzino destro Benarrivo, splendido stantuffo sulla fascia, il mediano Dino Baggio, mortifero nelle sue incursioni in avanti di testa e di piede, Nick Berti, anche lui risorto dalle ceneri di un infortunio e protagonista di un finale sprint con l'Inter, e il redivivo Massaro, che dai tempi di Bearzot non vedeva più la rappresentativa, detto "Provvidenza" per aver tolto più di una volta le castagne dal fuoco al Milan con gol puntualissimi e decisivi.
PERCORSO ACCIDENTATO - Il cammino della truppa di Sacchi verso l’atto conclusivo fu accidentato, sofferto, non privo di momenti fortunati ma anche di agguati della cattiva sorte bellamente superati. Passammo il primo turno tramite ripescaggio rientrando fra le quattro migliori terze, aiutati dalla formula allora in vigore: costò cara la sconfitta all'esordio con l'Eire, poi al successo sulla Norvegia riuscimmo a far seguire solo un pari col Messico, in un girone equilibratissimo in cui tutte le squadre finirono a quota quattro. Negli ottavi, pur giocando mediocremente, ci salvammo all’ultimo tuffo da un’immeritata sconfitta con la Nigeria, trovatasi in vantaggio su insolito errore difensivo del grande Maldini e poi regolata nei supplementari (e nonostante un’assurda espulsione inflitta a Zola), il tutto con la firma di un Roby Baggio fin lì deludentissimo e improvvisamente risorto dalle proprie ceneri come il Pablito di Spagna '82. 
POCO BEL GIOCO - Facemmo poi fuori la Spagna grazie all’asse vincente “baggesco” Dino – Roberto, con coda di polemiche per via di una gomitata di Tassotti a Luis Enrique in piena area italiana nel finale, non sanzionata dall’arbitro sul campo ma poi punita dalla Fifa con una lunga squalifica al difensore del Milan, che chiuse lì la sua esperienza in azzurro anche perché non più di primo pelo. In generale, nel nostro percorso di bel gioco se ne vide poco: contro la Norvegia fino all’espulsione di Pagliuca e alla conseguente sostituzione del Codino (con inevitabile assalto polemico della critica a Sacchi), poi fu vittoria di cuore e di orgoglio; nel primo tempo con gli iberici, prima di una ripresa in trincea; e nei primi 45 minuti della semifinale con la Bulgaria, quando la Nazionale sacchiana toccò il suo apice spettacolare così come lo toccò Baggino, splendido trascinatore e autore della doppietta decisiva. Una partita, quest'ultima, che si poteva vincere con scarto ampio e che invece provocò qualche brivido nella seconda frazione, con un 2-1 che comunque premiò la compagine più meritevole. 
FORMAZIONE TIPO... O QUASI - La gestione azzurra di Arrigo Sacchi è rimasta nella storia soprattutto per il gran numero di giocatori convocati e utilizzati e il conseguente, continuo mutare delle formazioni. A Usa ’94, strada facendo, la nostra Nazionale aveva tuttavia trovato un’inquadratura di massima, con Tassotti (o Mussi), Costacurta, Maldini e Benarrivo schierati davanti a Pagliuca (che per due partite e mezzo aveva lasciato il posto a Marchegiani, a causa della citata espulsione coi norvegesi), nonché Apolloni efficacissimo difensore aggiunto, capace di ritagliarsi molti spiccioli di gloria nell'avventura americana; a centrocampo Dino Baggio, Berti, Albertini e Donadoni, con Conte prima alternativa, qualche apparizione di Evani, e Signori spesso sacrificato lontano dalla porta (una delle principali contestazioni mosse al CT); attacco con Roby Baggio e Casiraghi o Massaro, con pochi sprazzi per Zola. 
Qualche episodio fortunato, dicevamo, come il fallo non sanzionato di Tassotti su Luis Enrique o un possibile rigore per la Bulgaria in semifinale, ma anche tanta scalogna, vedasi la lesione del menisco che tolse quasi subito di mezzo Baresi, leader carismatico della difesa e della squadra, l’espulsione incredibile di Zola con la Nigeria, per finire con l’infortunio del Divin Codino in semifinale, che lo costrinse a disputare la sfida conclusiva a scartamento ridotto; e andrebbe anche citato, come già accennato, il contesto climatico proibitivo in cui l’Italia si trovò quasi sempre a dover giocare, arrivando quasi “cotta” al confronto con un Brasile più fresco. Per il team di Carlos Alberto Parreira, percorso senza grossi patemi: vinto il primo girone su Russia, Camerun e Svezia, più di una difficoltà a smontare il dispositivo difensivo statunitense negli ottavi, fino al diagonale vincente di Bebeto, sfida combattutissima nei quarti con l'Olanda, che rimontò con Jonk e Berkamp le reti del duo Romario - Bebeto, prima che l'ex Genoa Branco decidesse la contesa con una punizione delle sue. In semifinale, di nuovo la Svezia, lungo assalto risolto dall'immancabile acuto dell'asso Romario.
FINALE NOIOSA - La finalissima del “Rose Bowl”, davanti a circa 100mila spettatori, fu senz’altro una delle meno spettacolari di sempre. L’Italia recuperò a tempo di record Kaiser Franz, che sostituì lo squalificato Costacurta. Nel quadro di un incontro bloccatissimo sul piano tattico, fu prevalentemente la Seleçao a fare la partita, ma le occasioni per passare non ci mancarono, e capitarono sui piedi di Massaro e del "menomato" Roby Baggio (due volte). Colossali opportunità anche per Romario, Bebeto e Mauro Silva, sul cui tiro Pagliuca si fece sfuggire il pallone che terminò sul palo, baciato poi con gratitudine dal portiere blucerchiato in procinto di passare all'Inter. Finì 0-0, soluzione ai rigori per la prima volta nella storia delle finali iridate: dei nostri a segno solo Evani e Albertini, mentre gli errori di Baresi, Massaro e Baggino diedero agli auriverdes il quarto titolo, che venne dedicato ad Ayrton Senna, tragicamente scomparso a Imola poco più di due mesi prima. Per il calcio italiano, un "argento" che fa comunque curriculum. 

lunedì 16 luglio 2018

RUSSIA 2018: FRANCIA, CAMPIONE DEL MONDO COL "BRACCINO CORTO". GIOCO AL RISPARMIO, FIAMMATE DEI DIVI E UN SUPER GRIEZMANN GLI INGREDIENTI DEL TRIONFO


Se la partita fosse finita al 45esimo, sarebbe stato il trionfo più bugiardo e immeritato nella storia della Coppa del Mondo. La seconda parte del match ha in parte rimesso le cose a posto, e la Francia ha tutto sommato legittimato il casuale vantaggio con cui era arrivata all'intervallo: non a sufficienza, tuttavia, per poter affermare che Russia 2018 abbia espresso il campione ideale. I galletti sono i vincitori onesti di una finale dignitosa di un Mondiale tutt'altro che trascendentale, ma su questo ritorneremo più avanti. 
FINALE CON SEI GOL, MA... - La kermesse iridata si è congedata col botto, sul piano delle emozioni. Era dal 1966, nientemeno, che una finalissima non si chiudeva con sei gol, e anche allora fu un 4-2, fra Inghilterra e Germania Ovest, ma col prolungamento della mezz'ora supplementare. Chi mastica calcio senza fermarsi alla superficie sa benissimo, però, che tante reti non sempre sono sinonimo di spettacolo di qualità: da questo punto di vista, il match decisivo di Mosca presta il fianco a più di una critica, ma è stato del resto specchio fedele di un torneo che è vissuto sul filo di un equilibrio esasperato, che si è acceso saltuariamente grazie alle luminarie di qualche giocoliere per poi abbandonarsi a periodi di prolungato letargo e a sfide affrontate con prudenza, facendo leva soprattutto sulla ferrea applicazione di rigidi meccanismi di copertura che hanno spesso costretto alla resa le Nazionali maggiormente portate all'offesa, al football d'iniziativa. 
PIU' CROAZIA CHE FRANCIA, PER UN'ORA - E' più o meno ciò che si è visto questo pomeriggio: avevo detto, nel mio ultimo post, che mi sarei aspettato una finale con una Francia finalmente sbarazzina, finalmente in grado di dispiegare compiutamente il proprio notevolissimo potenziale; sarebbe stato un modo, per les Blues, di vincere il titolo con una prestazione in grado di farsi ricordare, dopo l'anonimato che ne ha caratterizzato fin troppe prove precedenti. E invece, per quasi un'ora di gara, è stata la solita Francia di questa campagna mondiale: attenta esclusivamente a presidiare le posizioni, a non prestare il fianco all'aggressività della Croazia, fidando soprattutto sulle ormai proverbiali ripartenze di Mbappè. Il fatto è che il piano non è riuscito molto bene, anzi: a fare la partita è stata quasi esclusivamente la Nazionale biancorossa, che ha vigorosamente dato fondo alle residue energie (un'ora e mezza di gioco in più nelle gambe, ricordiamolo) e ha condotto le danze sulla scorta di un magistero tecnico d'alta scuola, fatto di manovre rapide, avvolgenti, orchestrate sempre con grande proprietà di tocco, che hanno fatto vivere più di un momento di panico alla retroguardia transalpina.
FIAMMATA DA GRANDE SQUADRA, CON POGBA E MBAPPE' - Nonostante ciò, gli dei del football erano evidentemente dalla parte degli uomini di Deschamps, che si sono trovati in vantaggio con una punizione di Griezmann deviata accidentalmente da Mandzukic alle spalle di Subasic, hanno subìto il sacrosanto pareggio con una fiondata di sinistro di Perisic e si son riportati sopra nel punteggio grazie a un rigore (giusto, per carità) segnalato dal Var per un mani in area dello stesso Perisic e trasformato dal solito, impeccabile Griezmann. Verdetto parziale inconcepibile, ripeto, per quanto si era visto in campo fino a quel momento: Francia avanti senza aver mai tirato in porta su azione...
La ripresa era iniziata sulla stessa falsariga, Modric e compagni insistevano e parevano davvero in grado di forzare il bunker avversario (gran salvataggio di Lloris su tiro di Rebic), ma a quel punto gli indolenti assi in maglia blu decidevano che era tempo di far prendere alla coppa la strada dei Campi Elisi: così Pogba, che fino ad allora aveva lavorato soprattutto in fase di tamponamento, sfruttava un assist in palleggio volante dell'onnipresente Griezmann, tirando prima addosso a un difensore, poi riprendendo e scaraventando di sinistro alle spalle di Subasic, quindi Mbappè, che già aveva fatto le prove generali poco prima con una delle sue micidiali incursioni a velocità folle, trovava il varco giusto con un destro da fuori che finiva nell'angolino basso alla destra dello sconsolato numero uno croato. 
Dieci minuti, un quarto d'ora, non di più. Il solito leit motiv di questo Mondiale made in France: pochi sprazzi di gara ad alto livello, più che sufficienti per mettere in riga la concorrenza. Le eccezioni sono state rappresentate dall'ottavo con l'Argentina, quando l'ottima verve offensiva fu pagata però con una minor protezione della retroguardia, e dalla semifinale col Belgio, nella quale la presunta superiorità dei vincitori non si è proprio vista, essendo stata una gara giocata alla pari con i Diavoli Rossi e vinta con un golletto di Umtiti su calcio d'angolo, seguito dalla solita, inflessibile difesa con pericolose incursioni in contropiede. 
FRANCIA COME L'ITALIA OLD STYLE - Se ne avranno forse a male, i nostri non tanto amati cugini di Parigi e dintorni, ma il loro trionfo mondiale è stato un trionfo all'italiana, nel senso più vintage del termine: ottenuto, cioè, sulle ali di un gioco sparagnino e conservativo che la nostra Nazionale non pratica più da quando sulla panchina azzurra si sedette Bearzot, ossia dagli anni Settanta (con la sola, oscura parentesi della breve era di Cesarone Maldini, che adottò un atteggiamento oltremodo prudente pur trovandosi a disposizione un sensazionale ventaglio di assi dell'attacco). Nulla di male, se la Francia fosse una squadra con mezzi limitati: ma qui stiamo parlando della selezione più dotata in assoluto, assieme al citato Belgio, in quanto a classe pura, doti fisiche, esuberanza giovanile abbinata ad una già notevolissima esperienza internazionale. Solo che i ragazzi di Martinez hanno costantemente onorato il calcio, esprimendo una manovra in linea con i tanti piedi buoni in rosa, mentre quelli di Deschamps hanno avuto il... braccino corto, lesinando sul piano dello spettacolo e mettendosi a posto la coscienza con qualche fiammata assolutamente devastante per i rivali. 
GRIEZMANN ALL'OLANDESE - In quello spezzone di incontro in cui si è visto almeno in parte ciò che la Francia potrebbe fare, più di tutti ha impressionato Griezmann, forse in questo momento il miglior uomo d'attacco al mondo: definirlo attaccante è in effetti riduttivo, perché si tratta di un elemento universale, che svaria dalla trequarti in su costruendo, rifinendo e aprendo spazi per gli altri, un lavoro che in Russia ha svolto con tale intensità da costargli una minore presenza in fase conclusiva; e anzi non è stato raro vederlo risalire anche più indietro, per dar manforte nella zona nevralgica. Un autentico "olandese", pensando a certi fuoriclasse orange del'età dell'oro come Neeskens e Crujiff, altri uomini a tuttocampo in grado di sparigliare le carte dalla cintola in su. 
CROATI IRRIDUCIBILI - Le critiche qui espresse non stanno a significare, credo sia chiaro, che quello della Francia sia un titolo mondiale usurpato. Les coqs nulla hanno rubato, ma in futuro sono attesi a conferme più convincenti, avendo elementi ancora giovani (Varane, Umtiti, Pogba) se non giovanissimi (Pavard, Hernandez e soprattutto Mbappè, splendidi protagonisti del torneo) coi quali aprire quantomeno un miniciclo. Merita invece l'elogio pieno la Croazia: per come ha giocato la finalissima fin quando l'hanno assistita energie e lucidità, per come ha saputo a tratti mettere alle corde i francesi pur senza riuscire a finalizzare, se non col lampo del momentaneo 1-1, per come ha comunque dato battaglia fino alla fine, con Mandzukic che si è fatto perdonare l'autogol iniziale (sul quale ha comunque poche colpe) inducendo Lloris a un colossale errore che gli ha consentito di siglare il 2-4 conclusivo. Applausi agli uomini di Dalic anche e soprattutto per il loro cammino complessivo, affrontato non rinunciando mai al gioco, non piegandosi a logiche speculative. Per questo avevo scritto, e lo ribadisco, che la finale ideale sarebbe stata fra Croazia e Belgio, non solo per una questione meramente estetica, ma perché sono state queste le sole due squadre a sfoggiare un calcio moderno e completo, bello a vedersi ma efficace al contempo, attento alla copertura ma sempre col lo sguardo rivolto verso la porta avversaria. Ha invece vinto il "mestiere", ma non è stata la prima volta e non sarà l'ultima. 
INGHILTERRA E KANE: OCCORRONO ALTRI ESAMI - Che Mondiale è stato, in linea generale? Altre eminenti firme esprimeranno i loro giudizi, avendo potuto vedere, rivedere, studiare e analizzare tutte le compagini in lizza. Come osservatore e semplice appassionato, nonché spettatore di tanti altri Mondiali a partire dagli anni Ottanta, posso dire che questo non è stato uno dei migliori sul piano tecnico e della qualità di gioco: detto delle "magnifiche tre" finite meritatamente sul podio (e per i belgi è il miglior risultato iridato di sempre), la quarta classificata, quell'Inghilterra portata in palmo di mano da tanti esperti, mi è parsa sopravvalutata. Si è tanto parlato di progresso tattico (progresso che la Nazionale coi tre Leoni aveva già evidenziato a partire dai Novanta in poi, peraltro), ma io ho visto soprattutto tanti cross in area per conclusioni di testa sovente micidiali; e il prode Kane è diventato capocannoniere del torneo soprattutto coi cinque gol realizzati fra Tunisia e Panama e col rigore inferto alla Colombia, negli ottavi: ultima segnatura per lui, poi il silenzio. Insomma, per parlare di grande Inghilterra sarà meglio aspettare altre prove. 
LE GRANDI: RAGIONI DI UN FALLIMENTO - Le altre grandi, o non sono esistite (clamorose le figuracce di Argentina e soprattutto Germania) o sono durate lo spazio di una notte (Portogallo e Spagna hanno fatto scintille nel confronto diretto, ma poi si sono progressivamente liquefatte). L'Uruguay si è giovato di un solido impianto tattico e dei fuochi d'artificio accesi da Suarez e Cavani in particolare coi lusitani: una volta venuto a mancare l'ex Napoli per infortunio, alla Francia è bastata la solita, ordinaria amministrazione per estromettere la Celeste. La Russia padrona di casa ha preso lo slancio con le due vittorie facili facili su Arabia ed Egitto, ed ha poi fatto leva sull'ottimo dispositivo difensivo studiato da Cherchesov e su una garra a tratti sudamericana, il Brasile è rimasto impantanato nelle sabbie mobili di una scarsa incisività in prima linea, che ne ha vanificato gli indubbi progressi rispetto al disastro casalingo di quattro anni fa.
LA FOLLIA DELLE 48 SQUADRE - Poi ci sono stati gli exploit a breve gittata, come quelli di Messico, Colombia e Giappone, che però non bastano a fare grande un Mondiale. E anche il tanto strombazzato livellamento, alla fine, porta solo a un maggior equilibrio in partite singole o nell'arco di un girone (si pensi all'ottimo comportamento di Marocco e Iran), ma sulla lunga distanza emergono sempre le stesse realtà, mentre il solito fallimento del "calcio del futuro", ossia del football africano, ha fatto suonare l'ennesimo allarme in vista dell'ormai prossimo allargamento a 48 squadre della fase finale. Allarme che purtroppo resterà inascoltato perché, purtroppo, pare che nel calcio non si possa tornare indietro e si debba sempre puntare al gigantismo, non al (salutare) ridimensionamento. Insomma, se questo non è stato "il più bel Mondiale di sempre", come da sfiancante leit motiv Mediaset di questi giorni, aspettiamoci scenari ancora peggiori per il futuro...