Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Brasile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Brasile. Mostra tutti i post

martedì 21 luglio 2026

BILANCIO TECNICO DEL MONDIALE 2026. SPAGNA INGIOCABILE, GIGANTISMO DETERIORE, ABBASSAMENTO DEL LIVELLO QUALITATIVO, EUROPA DOMINANTE E BISTRATTATA

 


Finali come quella di quattro anni fa, una delle più belle di sempre, rappresentano un’eccezione. E’ la storia del calcio a dirlo, non solo quella dei Mondiali, e il calcio vero, quello che offre in giuste dosi attacco e difesa, gioco propositivo e solida copertura, gesti tecnici sopraffini ma anche sofferenza e furore agonistico, si è ripreso la scena proprio sotto lo striscione del traguardo, quando la Coppa 2026 avrebbe voluto celebrare i suoi fasti artificiosamente kolossal aggiungendo un'altra partita piena di gol al clima un po’ circense, un po’ da varietà di second’ordine, un po’ da rassegna canora estiva che ha caratterizzato il lungo, estenuante pomeriggio dell’atto conclusivo.

FINALE BRUTTA, SPORCA, VERA - Un’americanata, si diceva una volta e forse si dice ancora. Così come un’americanata è stato questo Mondiale quantomeno contraddittorio, con qualche cosa da salvare e molte da buttare al macero. Alla fine, si diceva, si è però rivisto il football puro e verace, quello che ha fatto innamorare generazioni di appassionati in tutto il globo terracqueo, quello che non deve essere necessariamente una gara a chi ne fa di più, estasi estetica dal primo all’ultimo minuto. Quanto di più lontano, insomma, dal calciobalilla della finalina, l’orrido 6-4 fra Inghilterra e Francia senza difese e alla viva il parroco, roba indegna in un tale contesto. Spagna-Argentina non è stata una bella partita: l’ha dominata la Roja, sul piano del gioco, ma è stato un dominio sommamente sterile, almeno fino a quando le due squadre sono state in parità numerica, cioè per tutti i tempi regolamentari. Le uniche, vere palle gol degli iberici sono arrivate dopo l’espulsione di Enzo Fernandez. Prima, tanto palleggio ma difficoltà quasi insormontabili a fare breccia in una retroguardia arroccata e decisa a usare le maniere forti.

UN LAMINE IN MINORE, UN NICO RITROVATO - Succede, ripeto, nelle finalissime dei grandi tornei, spesso non belle, anzi “brutte, sporche e cattive”, ma è nella logica di questo sport, e io preferirò sempre partite così, tirate allo spasimo, se il paragone dev’essere quello col flipper fra inglesi e francesi del giorno prima. E alla fine, comunque, ha vinto chi meritava: ha vinto chi ci ha provato, contro una rivale che ha rinunciato quasi subito al confronto a viso aperto, conscia della propria inferiorità sul piano della capacità di manovrare e produrre calcio, e ormai vuota di energie fisiche. Se un’Argentina così male in arnese, che aveva esaurito la scorta dei miracoli con la rimonta in semifinale, è riuscita a resistere fino all’inizio del secondo supplementare, imponendo persino all’avversaria un paio di brividi in chiusura di extra time, è stato soprattutto demerito delle leggerezza offensiva del team di De La Fuente, che ha sofferto l’intermittenza di uno Yamal dimezzato e che ha alzato i giri quando ha ritrovato in piene efficienza l’altra rivelazione di Euro 2024, Nico Williams.

COME NEL 1990 E NEL 2010 - Spagna campione di misura, dunque, e Argentina che ha difeso dignitosamente il titolo fino all’Inghilterra, favorita anche da un cammino facile facile, per poi giocare l’atto conclusivo di New York puntando ai rigori e facendo la faccia truce come in certe Intercontinentali degli anni Sessanta. Peccato, e peccato anche per Messi, costretto a un congedo mondiale (definitivo?) recitato quasi da spettatore, a parte appunto le poche luminarie nei minuti conclusivi. Qualcosa di molto simile a quanto si vide nella finalissima di Italia ’90: una Germania Ovest superiore, dominante ma poco incisiva (e stanca), incapace di penetrare nel bunker di una Selecciòn arroccata attorno al suo portiere Goycochea e infine trafitta solo da un rigore generosissimo. E del resto anche la prima finale mondiale delle Furie Rosse, quella del 2010 con l’Olanda, non fu molto migliore sul piano spettacolare.

L'UNICA INGIOCABILE - Ha vinto comunque la squadra migliore, al momento forse l’unica veramente “ingiocabile”, per usare un termine caro alle nuove generazioni calcistiche. Il percorso della Spagna è stato cosparso di ostacoli, Arabia Saudita a parte: alla fine persino Capo Verde, che le aveva imposto un incredibile pareggio all’esordio, si è rivelata compagine credibile. Poi, in rapida successione, Uruguay, Austria, Portogallo, Belgio, Francia e, appunto, i campioni uscenti. Tutti spazzati via con metodo, regolarità, pazienza. Questa Roja, che non ha paura di lanciare i giovani, che ha il gusto del football di iniziativa ma che ha fondamenta solidissime in un dispositivo di copertura pressoché impenetrabile (un solo gol incassato in tutto il torneo, record assoluto e, credo, difficilmente battibile), sembra destinata a durare, e fra quattro anni sarà uno dei Paesi ospitanti della kermesse iridata. Potrebbe aprirsi un altro ciclo, dopo quello 2008-2012.

I TANTI LATI OSCURI - In sede di bilancio, si diceva, tanti lati oscuri. Sul piano politico e organizzativo, col trattamento riservato alla delegazione iraniana, con l’arbitro somalo respinto, con l’inaudita sospensione della squalifica di Balogun e le ingerenze trumpiane, con gli hydration break che ridisegnano di fatto il normale sviluppo delle partite, che ora si articolano a tutti gli effetti su quattro frazioni (un’innovazione che i responsabili del pallone americano auspicavano fin dai tempi di USA ’94, per ragioni prettamente commerciali: poco più di trent’anni dopo hanno raggiunto l’obiettivo), fino alla dilatazione artificiosa (e in barba al regolamento) dell’intervallo della finalissima, per il modesto show di cui si è detto. Per certi versi è diventato un altro sport, e sarà sempre peggio fin quando rimarrà questa governance mondiale.

IL GIGANTISMO DI INFANTINO - Infantino è ormai prigioniero del suo gigantismo: se resterà presidente FIFA a lungo (e si spera di no), sa di non poter più tornare indietro, sognando anzi un futuro con 64 squadre finaliste (e le ultime indiscrezioni dicono che questa mostruosità potrebbe diventare reale fin dalla prossima edizione). Un sano ridimensionamento è quasi impossibile, ma se c’è una remota possibilità che si verifichi, essa è legata a un cambio al vertice e a un nuovo “capo” che sia espressione della UEFA.

UEFA DOMINANTE E BISTRATTATA - La confederazione europea è stata ancora una volta, come quasi sempre, la vera vincitrice, sul campo. Solo per rimanere alle sette edizioni tenutesi dal 2002 al 2026, quindi con un totale di 28 posti in semifinale disponibili, le squadre europee hanno occupato ben 20 “caselle”. Su un totale di quattordici posti per la finalissima, se ne sono accaparrati ben 10. Su un totale di sette coppe in palio, ne hanno vinte 5 (Italia, Spagna, Germania, Francia, ancora Spagna). E, restando a questa edizione, già nei quarti le rappresentanti del Vecchio Continente erano sei su otto, affiancate da una africana e una sudamericana.

Il movimento calcistico europeo continua a marcare dunque una schiacciante superiorità storica e attuale, sul piano dei risultati e della competitività, rispetto agli altri Continenti. Produce fatti, numeri, concretezza, mentre altri si esaltano per l’approdo ai sedicesimi di piccole e medie realtà che poi lì si fermano. Le africane, ad esempio, non hanno fatto male, ma nemmeno strabene: in nove ai sedicesimi, che peraltro sono semplicemente la versione snellita e a eliminazione diretta del primo turno dei Mondiali a 32, come li abbiamo conosciuti fino a Qatar ’22. Di queste nove, peraltro, quattro si erano qualificate tramite ripescaggio terze (altra follia: una prima fase di 72 match per eliminare la miseria di 16 compagini), e solo due sono riuscite ad approdare agli ottavi. Spiace dirlo, ma le attese erano altre, e finora questo continuo aumento dei posti per il Continente nero ha prodotto ben poco, che è comunque qualcosa rispetto al nulla asiatico e al quasi nulla Concacaf, con tre subito estromesse e le tre padrone di casa fermatesi tutte agli ottavi (il Messico, nei suoi due precedenti da Paese ospitante, era sempre riuscito a raggiungere i quarti).

E' IL MONDIALE, NON IL TORNEO OLIMPICO - Un Mondiale elefantiaco, dunque, per motivi elettorali e nulla più. Perché la volontà di promuovere il football in zone e realtà calcisticamente depresse, o comunque in ritardo rispetto ai continenti traino, potrebbe essere portata ugualmente avanti con efficacia anche con una più razionale distribuzione dei posti. Sedici per l’Europa sono una vergogna, venti sarebbe la soglia minima, se si andrà a 64 dovranno aumentare ancora di più, e Ceferin dovrà alzare la voce in modo pesante, come fece Artemio Franchi negli anni Settanta-Ottanta (con l'eccesso opposto: quando il Mondiale passò da 16 a 24 finaliste, lui ottenne 14 posti per l'Europa!).

La Coppa del Mondo non è il torneo olimpico di calcio, in cui le quote di partecipazione seguono criteri più geografici che sportivi, e sono estremamente equilibrate fra le varie Confederazioni (nell’ultima edizione le europee erano solo quattro su sedici, e una di queste era Israele...); al Mondiale dovrebbe esserci la crema del calcio mondiale, e la crema del calcio mondiale non è nei sei Paesi Concacaf né tantomeno nei nove asiatici. Discorso a parte per il Sudamerica, altro scandalo, visto che ha la possibilità di portare perfino sette squadre su dieci alla fase finale (questa volta la settima, la Bolivia, ha almeno perso il playoff). In pratica una qualificazione quasi in massa di una Confederazione, senza che ciò sia giustificato dai risultati recenti e attuali (con l’eccezione dei detentori e in parte della Colombia, le altre hanno fatto sincera pena, dall’Ecuador in trionfo per una qualificazione artigliata in extremis contro una Germania con la testa altrove, al Paraguay maestro di non gioco e di difensivismo spinto). Questa generosità, questo regalare opportunità iridate senza meritarle, non fa bene a questi movimenti, è la cronaca a dirlo.

INEVITABILE CALO QUALITATIVO - La Confederazione guida è trattata a pesci in faccia, e il livello tecnico affonda. Nei primi turni si sono viste gare anche piacevoli per spettatori occasionali e per un pubblico poco scafato in materia, in alcuni casi ricche di gol e di emozioni, ma il valore effettivo di queste imprese si misura dalla capacità di ripeterle in sfide ultimative e contro avversari di reale consistenza, e lì la luce si spegne sistematicamente per quasi tutte le matricole. Ed è ciò che è puntualmente accaduto nelle prime settimane di questo torneo: poi, ripeto, chi è di gusti facili si può anche esaltare per le prodezze iniziali degli Stati Uniti o del Canada di turno, ma sono prodezze di cartone.

STELLE AL TOP - Di buono, a parte la Spagna, qualcosa è comunque rimasto. Non è scontato, ad esempio, che tutte o quasi le stelle più attese si facciano trovare pronte all’appuntamento con la storia: Mbappè, Kane, Bellingham, Messi, Haaland, Dembelè hanno tutti risposto presente, scaraventando palloni su palloni nelle porte avversarie. E poi, tutta una serie di partite gradevoli dagli ottavi in poi, cioè quando cominciano le sfide che contano. L’unico match “epico” che ci lascia in eredità questo Mondiale è probabilmente la semifinale Inghilterra-Argentina, ma merita una citazione anche il ciclone norvegese che ha abbattuto il Brasile e che avrebbe meritato miglior sorte con gli inglesi, segnò che l’Italia è stata surclassata, nella sua eliminatoria, da una compagine di statura internazionale consolidata e che potrà ancora dire la propria, nel futuro immediato.

POCHE SQUADRE INARRIVABILI, TANTE CRISI - Si diceva che, per quel che si è visto in queste cinque estenuanti settimane, l’unica rappresentativa al momento offlimits per tutti è quella che ha conquistato la coppa. A seguire la Francia, che è stata messa ko da una Roja oggettivamente fortissima e più “squadra” e poi ha chiuso col mezzo sbraco con gli inglesi, ma resta una nazionale strabordante sul piano della classe e della “profondità della rosa” (altra espressione del neolinguaggio calcistico). Le altre, chi più chi meno, hanno i loro punti deboli e si possono mettere in difficoltà: lo potrà fare, ebbene sì, perfino la nostra Azzurra, ma non prima di avere operato una profonda ricostruzione dalle fondamenta, che metta gli emergenti al centro del progetto. 

Tutto questo senza dimenticare che, mentre in Europa ci si sbrana in playoff dai criteri cervellotici (partite in gara secca su campi estratti a sorte, passaggio diretto garantito solo alle vincitrici di girone, squadre che avevano fatto pena nel proprio gruppo rilanciate grazie alla Nations League, leggasi Svezia), il Brasile si qualifica e si qualificherà sempre fin quando le maglie del girone unico Conmebol saranno così larghe. Ed era, quello visto in Nord America, un Brasile davvero malmesso, in una fase di declino di cui non si intravede la fine, così come è parsa ridotta maluccio la Germania, altra squadra che, in questi anni di crisi azzurra, è riuscita comunque a non mancare gli appuntamenti mondiali incappando, in sede di eliminatoria, in avversari men che mediocri (nel 2022 la rivale più pericolosa fu la Macedonia, la stessa che battè l’Italia e che sconfisse pure i tedeschi, i quali riuscirono a porre rimedio perché quella non era una gara dentro o fuori), e che rispetto a noi può vantare due-tre elementi in più di classe internazionale.

BELGIO, PORTOGALLO, CROAZIA, ARGENTINA: E ADESSO? - Il Belgio, fra alti e bassi, ha fatto il suo arrendendosi combattendo ai futuri campioni, ma è a un passo dalla chiusura di un ciclo importante (non vincente), così come Portogallo e Croazia, mentre all’Inghilterra manca sempre il quid in più per fare il passo verso il trionfo: questa volta è stata sconfitta, prima ancora che dall’Argentina, dalle discutibili scelte tattiche e di uomini del suo trainer, ma dal 2018 a oggi ha avuto una continuità ad alti livelli spaventosa (un quarto posto e un bronzo iridati, due finali europee perse). E dovrebbe aver chiuso un cerchio anche l’Argentina, che ha sempre buone risorse ma dovrà ripartire (forse) senza il suo deus ex machina, Lionel, che in questo torneo, pur in circostanze a lui favorevoli (prima avversari malleabili, poi la rinuncia a giocare degli inglesi) ha sciorinato giocate decisive di altissimo magistero. Insomma, visto che alla fine il pensiero non può non tornare al Club Italia, il gap creatosi con le grandi potenze è notevole, ma, a parte le poche superbig irraggiungibili, non incolmabile come temevo alla vigilia di questo torneo. E però, ribadisco, ci sarà da lavorare, e tanto.

REGIA PENALIZZANTE - Ultima notazione sulla regia televisiva della finale. L'avrò notato solo io,  è una considerazione personalissima e per questo opinabile, ma lo stile di ripresa ha penalizzato e sminuito il fascino dell'ultimo atto: le inquadrature a livello campo davano quasi la sensazione di una partita su un terreno di periferia, non rendendo il giusto merito alla maestosità di un impianto colmo di circa 80mila spettatori. Un po' la stessa sensazione che avevo vissuto in occasione della finale 2018. Per uno degli eventi sportivi più importanti, prediligo inquadrature dall'alto o comunque maggiormente sopraelevate. Ma sono dettagli. 

giovedì 5 luglio 2018

RUSSIA 2018: FLASHBACK SUGLI OTTAVI. BELGIO COL FIATONE, SPAGNA IN DECLINO, FRANCIA E BRASILE QUASI AL TOP


La caduta degli dei, si potrebbe intitolare il secondo capitolo del romanzo di Russia 2018. Già la prima fase aveva offerto la clamorosa sorpresa dell'eliminazione dei campioni in carica tedeschi, battuti da Messico e Corea del Sud e addirittura ultimi nel loro girone. Gli ottavi hanno seguito il solco: fuori Argentina, Spagna e Portogallo. Un nutrito drappello di favoriti raso al suolo, nel segno di un Mondiale controcorrente: per trovare un andazzo simile, occorre risalire fino al discusso torneo del 2002, quando caddero immediatamente le due maggiori indiziate per la conquista del titolo, la Francia detentrice e l'Argentina (oltre ai quotatissimi lusitani), e le seguì a stretto giro di posta l'Italia di Totti e Vieri, Maldini e Buffon, martoriata dalle direzioni arbitrali e penalizzata da certe scelte discutibili di coach Trapattoni.
FRANCIA - ARGENTINA NELLA STORIA - Francia - Argentina è stata una di quelle partite destinate a restare nella storia della Coppa del Mondo. Senza scomodare paragoni ingombranti come quelli con Italia - Germania Ovest '70 o Italia - Brasile '82, per spettacolarità, livello tecnico, altalena di emozioni può senz'altro reggere l'accostamento con la famosa Belgio - URSS del 1986, altro 4-3. Nella sfida che ha aperto gli ottavi, i transalpini hanno compiutamente mostrato, per la prima volta in questa rassegna, il loro strepitoso potenziale, mix micidiale di atletismo, classe e rapidità. Mbappè ha risolto quasi da solo la gara in chiave offensiva, con due gol che ne hanno evidenziato agilità e velocità di esecuzione, e ancor prima procurandosi il rigore dell'1-0 con una vertiginosa fuga a capovolgere il fronte del gioco. Contro una simile corazzata, l'Argentina è rimasta a galla fino alla fine grazie a prodezze dei singoli (strepitoso il tiro dalla distanza di Di Maria per l'1-1) e un pizzico di fortuna (deviazione di Mercado su sinistro telefonato di Messi), ma in realtà il match è stato costantemente nelle mani degli europei. Per il team di Sampaoli, la conferma a quanto qui si era scritto pochi giorni fa: il successo sulla Nigeria aveva solo mascherato gli enormi problemi di una squadra priva di una visibile linea di gioco e aggrappata alle alterne lune dei suoi solisti. 
BELGIO OK COL FIATONE, GIAPPONE VICINO ALLE GRANDI - In quanto a gol ed emozioni forti, non ha scherzato neppure Belgio - Giappone. In questo caso si può scomodare un precedente storico meno nobile di quelli prima citati, ma estremamente calzante: la sfida con l'Italia in Confederations 2013. Anche allora, i nipponici si portarono su un inatteso ma meritatissimo 2-0, poi subirono, a cavallo tra le due frazioni, la rapida rimonta azzurra fino al 3-2 ma riuscirono ancora a pareggiare, prima di incassare in extremis il colpo del ko da Giovinco, così come in extremis, e per di più su un contropiede (condotto in maniera vorticosa e magistrale) hanno ceduto le armi qualche sera fa.
Ingenui all'epoca e ingenui oggi, i giapponesi, che comunque sono una realtà: il talento c'è, l'organizzazione pure, se riusciranno ad acquisire malizia e capacità di gestire i momenti topici in certe sfide ultimative, potranno davvero aspirare a qualcosa di più concreto. Resta comunque la grande impresa dei belgi, risalti dallo 0-2 al 3-2 in quella che sembrava la classica serata storta. Come già dimostrato a livello di prima fase, la squadra di Martinez pratica il calcio offensivo più efficace e prolifico, per capacità realizzativa ma anche per produzione di occasioni da rete. I rischi corsi contro gli asiatici hanno fatto suonare un campanello di allarme che dovrebbe portare Fellaini e compagni a una maggiore attenzione in fase di copertura. Al momento, ritengo i francesi e i Diavoli Rossi i più autorevoli candidati al titolo, ma questi ultimi se la dovranno vedere col Brasile...
IL BRASILE C'E' - Già, la Seleçao. Contro il Messico ha marciato in folle per tutto il primo tempo, irretita da un avversario messo in campo in maniera eccellente, capace di praticare una manovra anche stilisticamente pregevole ma inguaribilmente leggero nei sedici metri finali, ciò che per l'ennesima volta l'ha privato del traguardo dei quarti, raggiunto solo nelle due rassegne giocate sul terreno amico ('70 e '86). Una volta sbloccato il risultato con Neymar, i pentacampioni hanno legittimato la vittoria costruendo altre tre palle gol nitide e trovando il meritato raddoppio con Firmino. E' un Brasile che ha qualche difficoltà a concretizzare la gran mole di gioco costruita, ma che mostra un atteggiamento sempre propositivo e pare soprattutto compagine equilibrata, con un centrocampo in cui quantità e qualità sono ben miscelate e una difesa che non è più preda delle terrificanti amnesie di quattro anni fa. Manca di continuità nell'arco dei novanta minuti, e ha quel Neymar che regala giocate sontuose ma anche atteggiamenti irritanti: col Belgio sarà una splendida sfida, ed è un peccato che una delle due già domani debba lasciare la compagnia.
SPAGNA: CONCLAMATA DECADENZA - Ha deluso la Croazia, dopo le luminarie del primo turno. La Danimarca, squadra poco più che discreta, ne ha spento gli estri ed ha anzi tenuto lungamente pallino, nella seconda parte di gara. Anche in una serata grigia, Rakitic e compagni hanno comunque avuto la grande chance per chiudere l'incontro, ma Modric ha sbagliato il penalty procurato da Rebic, andando ad affiancarsi a gente come Maradona, Zico, Platini, Donadoni e Baggio nella galleria dei super che, ai Mondiali, hanno fallito l'occasione dagli undici metri. Nella giostra finale dei rigori, i croati l'hanno spuntata, proseguendo con qualche certezza in meno verso il confronto coi padroni di casa russi, che hanno eliminato senza scandalo la sopravvalutata Spagna. Ridendo e scherzando, la Roja non vince più alcunché dal 2012, trionfo continentale sull'Italia di Prandelli. Da allora, tacendo della Confederations Cup 2013 persa in finale col Brasile, due Coppe del Mondo e un Europeo disputati, un'eliminazione al primo turno (Rio 2014) e due agli ottavi (Euro 2012 e 2016), quindi in fasi sostanzialmente precoci delle manifestazioni. Un ruolino di marcia che non giustifica più l'atmosfera di grandeur costruita attorno alla Selecciòn, e che riporta casomai all'antica tradizione spagnola di essere "perdente di successo": fino al 2006 le Furie si presentavano ai grandi appuntamenti nel ristretto drappello dei favoriti, ma poi facevano puntualmente le valigie in anticipo, non andando mai oltre i quarti e fermandosi talvolta anche prima (celebre l'esclusione immediata da Francia '98 per mano di Nigeria e Paraguay).
Così come per la Germania, che dopo otto anni era ancora aggrappata ai Neuer, Muller e Ozil, affiancati da poche novità, la Spagna si regge essenzialmente sugli ultimi reduci dell'età dell'oro, Ramos e Piqué, Basquets e Iniesta, protagonisti di un tramonto prolungato, che pur sempre tramonto rimane; i giovani sono bravi, uno di loro, Isco, è addirittura eccezionale, ma ricostruire immediatamente una squadra supervincente non è impresa di tutti i giorni, a maggior ragione se si torna a insistere su un tiki taka imbolsito e fine a se stesso, che produce solo uno sterile possesso palla e si riduce a una pallida imitazione dell'autoritario atteggiamento tattico della gloriosa Spagna euromondiale. La fusione tra vecchio e nuovo non è riuscita, insomma, e alla Russia è bastata una paziente e orgogliosa difesa per disinnescare il fucile iberico, peraltro caricato a salve. 
LA SVEZIA OLTRE I PROPRI LIMITI -  I padroni di casa non sono gran cosa, ma con l'entusiasmo e la spinta del fattore campo possono regalare ancora qualche sorpresa, sorpresa che invece non mi aspetterei più dalla Svezia. Gli scandinavi hanno davvero fatto il massimo entrando fra le prime otto, il che non cambia il giudizio su di loro già espresso dai tempi del playoff con l'Italia (che comunque non è stata eliminata da una scartina, almeno questo va sottolineato): squadra tecnicamente da 6 - 6,5, non di più; consapevole dei propri limiti, aggrappata a un atteggiamento tattico rigidamente prudente, un assetto di contenimento che neutralizza attacchi anche reputati e che consente qualche controffensiva mortifera, fin qui sfruttata magistralmente. La fortuna c'è stata (ottavo con la Svizzera deciso da un autogol), ma è bilanciata dal rigore clamoroso negatole con la Germania. Tuttavia, affrontando i gialloblù, per l'Inghilterra c'è un'occasione unica di ritornare finalmente fra le prime quattro al mondo.
BELL'URUGUAY, MA SENZA CAVANI... - I sudditi di Sua Maestà hanno finora brillato solo a sprazzi con la Tunisia e nell'allenamento con Panama, deludendo moltissimo nel mediocre confronto coi colombiani: ma hanno un buon impianto di gioco. un attacco ispirato in Kane, e un portiere rivelazione, Pickford, decisivo coi cafeteros. D'ora in poi devono però convincere pienamente. In prospettiva avrei dato più credito all'Uruguay del commovente maestro Tabarez, ai suoi veterani ringalluzziti che hanno consentito ai nuovi (Laxalt, Bentancur, ecc) di inserirsi positivamente in un meccanismo già perfettamente oliato. Ben coperti alle spalle, Suarez e Cavani hanno mostrato cose meravigliose contro il Portogallo: il primo eccellente uomo ovunque della prima linea, capace di creare e concludere, il secondo implacabile finalizzatore con soluzioni mai banali. L'infortunio di quest'ultimo toglie diverse chances alla Celeste, destino crudele perché si tratta di una delle migliori realtà finora ammirate, in un Mondiale che ha proposto tante conferme ma poche autentiche novità agli alti livelli. Comunque mai dire mai, Godin e compagni hanno sette vite.

martedì 30 dicembre 2014

NOTE D'AZZURRO: BILANCIO AGRODOLCE DEL 2014


Meno di ventiquattr'ore a San Silvestro, ed è dunque giunto anche per il blog il momento del consuntivo annuale, che traccerò con la schiettezza di sempre. Del resto, non è mia abitudine vantare successi inesistenti, casomai mi piace gioire dei piccolissimi traguardi raggiunti con tempo, fatica e pazienza, e che in quasi tre anni e mezzo di cammino non sono mancati, tutto sommato. Il mio obiettivo più realista, per questo 2014 che se ne va, era tenere "Note d'azzurro" sugli stessi livelli dei dodici mesi precedenti, e il post che pubblicai nel dicembre scorso me ne è testimone; il sogno, talmente scontato da non dover nemmeno essere sottolineato, era quello di crescere e ampliare il cosiddetto "bacino d'utenza" di questo spazio semi - giornalistico. 
DIFENDERE LE POSIZIONI - Ecco, in tutta franchezza: se il primo traguardo è stato sostanzialmente raggiunto, pur se con una lieve tendenza al ribasso, il sogno di cui sopra è rimasto, per l'appunto, un sogno. Da gennaio ad oggi, il blog ha registrato circa 25mila visite, grosso modo quanto aveva messo insieme nel 2013 (per la verità leggermente meno, ma si tratta comunque di una oscillazione di scarso rilievo). Mi accontento perché di questi tempi è già tanto "tenere il mercato", stabilizzarsi, conservare uno zoccolo duro di aficionados e non rimetterci troppo nella forbice fra nuovi lettori e defezioni: in fondo, e dovrei ripetermelo più spesso, questo è solo uno spazio amatoriale, per quanto curato con scrupolo, amore, attenzione. Gli dedico il tempo che posso, e negli ultimi due mesi sono forse stato un po' meno assiduo, ma quando arriva un po' di lavoro in più (lavoro vero), pur se provvisorio, il tempo che rimane per le passioni cala enormemente, a meno di decidere di non dormire più (e già io a letto ci sto proprio lo stretto indispensabile...). A tal proposito, debbo scusarmi anche con i vari amici blogger ai quali negli ultimi tempi ho riservato meno attenzioni di un tempo, per i medesimi motivi: conto di rifarmi nei prossimi mesi. 
SANREMO E MONDIALI - Le suddette cifre un po' mi hanno stupito, perché una prima analisi aveva rivelato in realtà tendenze assai positive: i post sul Festival di Sanremo son stati gettonatissimi anche quest'anno, e l'evento traino del 2014, il Mondiale di calcio, pareva in effetti aver davvero spinto il blog, registrando un afflusso di lettori quasi commovente, anche grazie all'appoggio datomi dall'amico Ruggero, che mi ha concesso di pubblicare i miei pezzi sulla pagina Facebook del Guerin Sportivo. 
TRE POST IN TOP TEN, MA... - Evidentemente, sono venute meno altre fonti di pubblico: un po' deludenti i risultati delle recensioni cinematografiche, pochi exploit per quelle teatrali, come sempre a corrente alternata il seguito dei post calcistici extra Mondiali, pur se nel complesso discreto. Si è forse un po' esaurita la spinta di pezzi cult come quelli dedicati al defunto sito Pagine 70 (pezzi che però continuano comunque ad attrarre utenti), ma è anche vero che ben tre degli articoli di quest'anno sono entrati nella top ten dei più letti di sempre su NdA: la recensione alla piéce teatrale di Ambra Angiolini, il toto - cast dedicato al prossimo Sanremo e, cosa che non mi aspettavo, la celebrazione del ritorno in A del Palermo. Certo, occorrerebbero analisi più approfondite  dei flussi di visitatori, e decisamente non ho il tempo di farlo; forse, più semplicemente, blog come il mio oltre un certo livello non possono salire, anche se l'ambizione di alzare un po' l'asticella rimane. Del resto io vado avanti solo con le mie idee e le mie opinioni, e con pochissimi mezzi per fare promozione: ma preferisco così piuttosto che riempire la mia home page con gigantografie di ragazze discinte o con link a siti di scommesse online, roba che assicura boom di visite anche a blog e portali caratterizzati dal vuoto spinto, in fatto di contenuti. 
IL SOGNO DI UN RAGAZZINO - Pensiamo agli aspetti positivi. L'evento clou dell'anno, come detto, è stato Brasile 2014. Quando inaugurai il blog, nella lontana estate del 2011, mi posi fra gli obiettivi quello di accompagnare per mano la nostra Nazionale fino alla Coppa del Mondo, e  poi narrare day by day la kermesse iridata, come avevo sempre sognato fin da ragazzo. Beh, il mio sogno era in realtà quello di poterlo fare da giornalista inviato sul posto, e verosimilmente non lo potrò mai realizzare; l'ho fatto da blogger, ed è stato bello comunque, perché nella vita, a 40 anni, bisogna cominciare ad accontentarsi....  
Per un mese un post al giorno, a volte due: analisi di squadre e partite, critiche a volte feroci, soprattutto nei confronti degli spompatissimi azzurri, ma anche i giusti peana a una Germania che avevo intuito grandissima fin dalla gara del debutto; approfondimenti tattici nei limiti, preferendo una visione più nazionalpopolare e meno tecnicistica della manifestazione, linea editoriale che è stata comunque apprezzata. In genere non mi lascio andare ad autocelebrazioni, ma in quelle quattro settimane piene di football penso di aver fatto un buonissimo lavoro, e ne sono orgoglioso: mi inorgoglisce meno l'aver intuito, addirittura fin dall'estate precedente (brutta amichevole persa con l'Argentina) la pessima china che stava prendendo la squadra di Prandelli, senza poi lasciarmi troppo incantare dall'illusorio debutto vincente con l'Inghilterra, ma è inutile riaprire ferite ancora dolorose. 
DAL MONDIALE '34 A... LOCKE - I miei personalissimi pezzi "top" del 2014? Il dossier in due parti sui Mondiali del 1934 resterà a lungo un mio vanto, così come la lettera aperta a Balotelli, la presa di posizione contro l'ascesa dell'impresentabile Tavecchio ai vertici federali, le puntuali analisi delle partite dell'Italia e l'ancor più puntuale registrazione delle varie fasi di declino del nostro movimento calcistico; della sequela di post su Sanremo e World Cup ho già detto. Gli articoli più amari? L'addio a Boskov e Vilanova, scomparsi quasi in contemporanea, e lo sfogo dopo l'alluvione dell'ottobre scorso, doloroso ma necessario. Il gioiello nascosto? La recensione di "Locke" che ha avuto scarso seguito come limitato è stato il successo di quel film, a parer mio un capolavoro che avrebbe meritato molto di più. 
LA TV DEL DOLORE - Mi accorgo che, col passare dei mesi, ho parlato sempre meno di tv, ma che volete che vi dica? Il tubo catodico è stato fonte di continue delusioni: il 60esimo compleanno Rai festeggiato in tono minore, poche novità degne di nota, trasmissioni di livello sempre più basso: ad esempio, nei giorni scorsi avrei voluto scrivere dell'inguardabile "Storie vere" di Uno Mattina, che fornisce una ribalta nazionale a gente che dice di dialogare con gli angeli, e sovente non rinuncia alla dose quotidiana di orrori assortiti, fra omicidi e scomparse: ma ho lasciato perdere, per una volta la rabbia rischiava di prevalere sulla lucidità critica, e poi certi prodotti meritano solo l'oblio. Di certo è un programma di cui la Rai di un tempo avrebbe fatto a meno senza rimpianti 
Più in generale, è una tv sempre più immersa nelle lacrime, sempre più concentrata sulle tragedie, oltre ogni limite sopportabile: fino a pochi anni fa, mia madre si lamentava del fatto che sul piccolo schermo ci fosse troppo calcio. Oggi, per chi non può permettersi Sky e Premium, di pallone ce n'è invece pochissimo, mentre è in atto un'overdose di fatti di sangue, violenze, stupri, cadaveri occultati, bambini massacrati: fatti analizzati andando ben oltre il diritto di cronaca, con la ricerca e l'esposizione al pubblico di particolari truculenti o privatissimi che nulla aggiungono al racconto delle vicende. In sintesi: una tv che merita davvero il minimo di attenzione, ma cercherò comunque di dedicarmici di più nel 2015. 
IL FUTURO - A proposito dell'anno nuovo, dirò il meno possibile: azzardato e controproducente sarebbe far previsioni sul numero di visite. Spero solo di avere sempre un po' di tempo da dedicare a questa mia creatura. Guardando al futuro degli argomenti "forti" del blog, auspico tre cose: un Genoa che mantenga almeno in parte le abbacinanti promesse di questi primi mesi di campionato, perché ce lo meritiamo, noi grifoncini, dopo anni vissuti fra illusioni e puntualissime docce fredde; un calcio italiano che sappia liberarsi del bluff Tavecchio e riesca a trattenere un Conte sempre più scontento, per poi affidarsi a uomini che abbiano davvero il coraggio di far piazza pulita e gettare nuove fondamenta per un carrozzone allo sfascio completo; dulcis in fundo, un Sanremo di nuovo glamour, leggero, più digeribile dell'ultimo, con una spruzzatina di baudesco nazionalpopolare e con una manciata di canzoni che rimangano. Buon anno a tutti da Note d'azzurro. 

sabato 7 dicembre 2013

BRASILE 2014, IL SORTEGGIO: GIRONE DI FERRO PER L'ITALIA, SCANDALO FRANCIA MA... GLORIA A CHI VINCE!

                               Argentina '78: allora come oggi, girone di ferro per gli azzurri

E' lecito discutere della bontà o della crudeltà di un sorteggio mondiale, quando quattro anni fa la spompatissima Italia di Lippi, da campione in carica, riuscì nella stratosferica impresa di arrivare ultima in un girone di pasta frolla con Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda, col riprovevole ruolino di marcia di due pareggi e un ko? Ragionevolmente no, così come non sono ammesse troppe recriminazioni sulla qualifica di testa di serie negata alla nostra rappresentativa: bastava battere l'Armenia, ciò che una Nazionale come quella di Prandelli, per caratura tecnica (lasciamo perdere il blasone) dovrebbe essere in grado di fare sempre, quasi per dovere morale. E dunque, non è il girone di ferro toccatoci in sorte (Uruguay e Inghilterra, con la novità Costarica) a fare rabbia, quanto l'odiosa mossa geopolitica che ha consentito alla Francia di reinserirsi in una fascia di squadre che non le spettava, essendo risultata la peggiore europea sulla base del ranking FIFA di ottobre (considerato invece Vangelo assoluto per la designazione delle teste di serie): per ripescare i transalpini, due giorni prima della composizione dei gironi, si sono inventati un'urna europea di nove squadre (dovevano invece essere otto), con conseguente pre - sorteggio per escluderne una e spedirla nella fascia più debole, quella che sarebbe dovuta toccare "di diritto" ai Bleus; l'ulteriore giro di bussolotti ha penalizzato gli azzurri, costretti a scendere di un'altra posizione nelle gerarchie non per proprio demerito, ma per una forzatura senza alcun fondamento logico che dovrebbe destare scandalo e indignazione fra gli amanti di questo sport. 
COME NEL '78 - Alla Francia, arrivata al Mundial brasiliano per il rotto della cuffia dopo un affannoso playoff con l'Ucraina, è così toccata in sorte una partenza soft con Svizzera, Ecuador e Honduras. Per l'Italia, l'atmosfera al calor bianco di un girone di ferro che da tempo, in sede iridata, non respiravamo. Era stato piuttosto duro l'avvio di Germania 2006, contro Ghana, Stati Uniti e Repubblica Ceca (soprattutto africani e cechi all'epoca schieravano formazioni di altissimo spessore), ma per trovare una prima fase così impegnativa occorre risalire, nientemeno, ad Argentina '78, quando l'urna ci recapitò assieme alla Francia dell'astro nascente Platini, all'Ungheria degli spauracchi Nyilasi e Torocsik e ai padroni di casa, predestinati al trionfo. All'indomani di quel verdetto, all'apparenza infausto, il Guerin Sportivo titolò: "Gloria a chi vince - Un girone difficile ma anche affascinante", schierando in copertina una Gloria Guida vestita d'azzurro. Le cose andarono decisamente bene, ed è giusto ripetere oggi l'auspicio, anche se cullarsi sulla convinzione che l'Italia dia sempre il meglio contro le squadre forti potrebbe essere pericoloso: del gruppo di Prandelli abbiamo diffusamente parlato in questi anni, "Note d'azzurro" ne ha a lungo esaltato i pregi e ne ha dovuto registrare, negli ultimi mesi, il progressivo appannamento. 
MOLTO DA LAVORARE - Ci sarà ampiamente modo, nei prossimi mesi, di tornarvi sopra, ora vale solo la pena sottolineare che la squadra ha manifestato limiti di varia natura (squilibri tattici, difesa esposta alle intemperie, scarsa tenuta fisica e psicologica, discontinuità nella manovra, regresso sul piano della qualità di gioco) tali da non poterci far dormire sonni tranquilli: allo stato delle cose, un esordio contro l'Inghilterra è una delle cose peggiori che potessero capitarci, così come va sottolineato che, se i nostri sapranno recuperare la brillantezza messa in mostra fino a Euro 2012 (quando gli inglesi li prendemmo letteralmente a pallonate, passando però solo ai rigori) e in qualche sporadica occasione nell'ultimo anno e mezzo, il girone D lo si potrebbe addirittura vincere, perché le risorse di spirito, classe e personalità internazionale non ci fanno difetto. Dopodiché, superate queste terribili forche caudine, potrebbe toccarci un ottavo teoricamente morbido (proprio come in occasione del nostro ultimo alloro iridato, sette anni fa), andando a incrociare il gruppo C con Colombia, Grecia, Costa d'Avorio e Giappone (anche se i sudamericani si presenteranno con una delle formazioni più scintillanti della loro storia, e potrebbero essere una delle sensazioni della Coppa, assieme al rifiorito Belgio).  
POCO RIGUARDO PER LE GRANDI - Sul resto del quadro uscito dall'inutilmente lunga cerimonia brasiliana, sorprende il trattamento riservato a tre delle quattro favorite della vigilia: la Spagna campione in carica dovrà addirittura esordire ripetendo la finalissima di quattro anni fa con l'Olanda, schiacciasassi in fase di qualificazione, mentre Cile e Australia non possono certo considerarsi comodi materassi. La Germania aprirà le danze col Portogallo di un Cristiano Ronaldo all'apice della carriera (meglio avere lui che il sopravvalutato Ibra al Mondiale, non ci sono dubbi) e poi dovrà vedersela con Stati Uniti e Ghana, mine vaganti che negli ultimi tornei sono state capaci di regalare exploit clamorosi anche contro avversarie più reputate. E lo stesso Brasile non ha la strada spianata verso il secondo turno, perché Croazia, Messico e Camerun non vanno a formare un percorso cosparso di rose: squadre solide ma non eccezionali, del tipo di quelle che, consapevoli dei loro limiti, danno il massimo nelle prime gare, rischiando di far saltare il banco (l'Italia ne sa qualcosa, basti ricordare le sofferenze patite proprio contro croati e messicani al mondiale nippo - coreano del 2002). 
Insomma, sulla carta ci è andata male ma siamo in buona compagnia e la sensazione è che nessuna delle grandi (la Francia, al momento, non lo è) possa sentirsi totalmente al sicuro. Ecco, l'unico aspetto positivo di questo sorteggio rivoluzionato, con teste di serie del tutto inedite, è forse questo: non ci sono più intoccabili, non basta più cullarsi sugli allori passati, bisogna stare sempre "sul pezzo", dare il massimo anche nelle partite di qualificazione in apparenza scontate, e nelle amichevoli (quelli che scrivevano "non servono a niente, se non per interrompere il campionato" ora sono serviti). Metodo discutibile e non privo di controindicazioni (vedasi il generale squilibrio nei giorni di questa Coppa del Mondo, con il citato gruppo C, il gruppo E della Francia o l'H con Belgio, Algeria, Russia e Corea del Sud, o ancora l'Argentina alle prese con Bosnia, Iran e Nigeria), però almeno quello del ranking è un criterio che si fonda su parametri oggettivi, laddove in passato le teste di serie venivano designate secondo criteri piuttosto ballerini: l'albo d'oro, il piazzamento nel precedente Mondiale, i risultati nelle qualificazioni... Il Brasile, per dire, ha continuato ad essere testa di serie ininterrottamente anche nei 24 anni, dal '70 al '94, in cui non ha più vinto la Coppa: non il massimo della giustizia. Solo che il ranking è stato tradito col discutibile trattamento riservato alla Francia, e allora... 

lunedì 1 luglio 2013

CONFEDERATIONS CUP: IL BRASILE E' GIA' UNA SQUADRA DA MONDIALE

                                   Neymar, protagonista assoluto della Confederations

Il Brasile si è tenuto l'abito buono per la recita più importante. Come la Spagna di Euro 2012, che arrivò all'atto conclusivo della kermesse quasi camminando, per poi deflagrare proprio a Kiev contro gli stremati azzurri, la Seleçao ha trovato la quadratura del cerchio solo sulla dirittura d'arrivo di questa tormentata (per motivi extrasportivi) Confederations Cup 2013. Quella che ha schiantato le Furie Rosse, completando il... lavoro ai fianchi operato dall'Italia di Prandelli, è una squadra diventata finalmente adulta, e che ha ora in sé le stimmate della grande favorita della Coppa del Mondo prossima ventura. 
UNA SQUADRA DA... MONDIALE - Ho scritto più volte, nei giorni scorsi, di Brasile buono ma non trascendentale, soprattutto in riferimento alla qualità del football proposto. Un undici che stava costruendo le sue fortune su una difesa scolpita nel granito eppure manovriera assai, tanto da prevalere, in fase di costruzione del gioco, su di un centrocampo assai povero di genio e di inventiva; quanto all'attacco, bastava che Neymar accendesse la luce del suo fiammeggiante talento per far saltare il banco, con accecanti prodezze individuali o con movenze, intuizioni, giocate in appoggio ai compagni di reparto. Così è stato, fino alla semifinale, ma al Maracanà, al cospetto degli iberici pluridecorati, si è visto un Brasile diverso: una "squadra" con tutti i crismi, per l'appunto. Un Brasile dinamico, dal palleggio agile ed essenziale, capace di travolgere, con avanzate in rapidità, prima il centrocampo del tiki taka e poi una terza linea solitamente impermeabile nelle competizioni ufficiali (due gol subiti al Mondiale 2010, uno all'Europeo dell'anno scorso, uno in Confederations prima di questa notte). Una compagine corta, compatta, che si difendeva in blocco ma poi sapeva scatenarsi in avanti con controffensive imbastite a velocità vertiginosa, senza che ciò andasse a scapito della precisione. Scolari ha costruito, in pochi mesi, una formazione che non sarà la quintessenza della spettacolarità, ma che nelle serate di vena, come quella che ha chiuso questo torneo, sa comunque esprimere un calcio gradevole, abbinandolo a una spietata efficacia. 
SENZA STORIA - Non è, lo giuro, per togliersi qualche sassolino dalla scarpa rispetto a dodici mesi fa, ma l'equilibrio delle forze in campo a Rio non è stato tanto diverso rispetto alla famigerata finale europea fra Spagna - Italia, eterno e ingiusto metro di misurazione dei limiti dell'Azzurra di Prandelli. Fred e compagni, ieri sera, potevano vincere con uno scarto anche maggiore, e dopo nemmeno un quarto di gara sarebbero potuti essere sul 3 a 0, se Oscar non avesse sfiorato il palo di destro e se Fred non avesse sciaguratamente calciato addosso a Casillas in uscita disperata. Poi, è vero, prima del raddoppio di Neymar David Luiz, straordinario giocatore universale, difensore di rara efficacia e abile costruttore di gioco, ha letteralmente tolto dalla porta il pallone del pari calciato da Pedro, ma rientra nella logica che una grande squadra, anche nella sua versione più dimessa, ogni tanto si accenda e rischi di fare l'immeritato colpaccio con l'unico guizzo degno di nota in novanta minuti. 
DECLINO IBERICO? FORSE SI', MA... - Non è accaduto, ed è stato giusto così, anche se ora non è il caso di farsi soverchie illusioni sulla fine del ciclo spagnolo. E tuttavia, attenzione... La Confederations non è né il Mondiale né l'Europeo, d'accordo, ma non se ne possono nemmeno minimizzare gli esiti: questa Seleccion, tre giorni prima, aveva rischiato seriamente la ghirba anche contro un'Italia in emergenza fisica e di uomini, e priva del suo più micidiale terminale offensivo. E' pur vero che dietro i colossi di ieri e di oggi premono gli Isco e gli Alcantara, ma occhio: non è scontato che le stelle del calcio giovanile possano essere trapiantate con efficacia immediata nel tessuto di una Nazionale adulta reduce, oltretutto, da un ciclo leggendario, quindi con equilibri e dinamiche interne consolidate e delicatissime; e, anche se fosse, attorno ai ragazzi che fioriscono ci sarebbero gli "anziani", o i meno giovani, che cominciano a declinare. Voglio dire che questa Spagna è ormai bloccata da anni sul medesimo gruppo storico, con poche new entry periodiche: il giorno che il calo diventasse acclarato, confermando i verdetti di queste ultime gare, occorrerebbe rifondare la squadra, non basterebbe modificarla con pochi innesti, sia pure di qualità sopraffina. E le rifondazioni si compiono con grande dispendio di tempo, e passando anche attraverso delusioni ed amarezze. 

giovedì 27 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: IL CAVANI TERZINO E I TREMORI DELL'ITALIA

                                            Cavani, uomo ovunque dell'Uruguay

Cosa resterà di questo Brasile - Uruguay 2013, introdotto da un'attesa francamente sopra le righe, alimentata più dalle sue implicazioni storiche che dall'attualità legata alla Confederations Cup? Non di certo il gioco, che ha attinto livelli degni soltanto dopo una prima mezz'ora di memorabile bruttezza. L'istantanea che consegnerà agli annali la gara di Belo Horizonte sarà invece quella dell'impagabile Cavani, uno dei bomber più prolifici del globo, impegnato a giocare da terzino - stopper, scudo davanti alla propria area o addirittura all'interno della stessa, alle prese con chiusure, anticipi, tackles terrificanti ma corretti ed efficaci; il tutto, per poi andare a siglare la rete del provvisorio (e meritato, a quel momento) 1-1. Personalmente non conoscevo questa dimensione da "universale" del centravanti del Napoli (fino a quando?): un po' troppo universale, se devo dire la mia, perché costringere un giocatore letale nei sedici metri finali a sgobbare in ogni settore del terreno di gioco non mi pare, onestamente, una grandissima alzata di ingegno.
QUALE DISEGNO TATTICO? - Cosa è accaduto perché Cavani si trovasse a giostrare a tutto campo, finendo così per limitare il suo apporto alla prima linea? Quando si assiste a certe... bizzarrie, le cose sono due: o c'è una certa confusione tattica, con giocatori costretti a sbattersi anche ben oltre i limiti del proprio ruolo per andare a coprire certe lacune di schema, e non crediamo sia stato così per l'Uruguay di ieri sera, perché Tabarez è un trainer che non sa cosa sia l'improvvisazione; oppure il disegno strategico è chiarissimo ed è votato a un pragmatico "difendiamoci in massa e cerchiamo lo spiraglio per ripartire". Alla fine, credo sia andata così, e ciò non torna comunque ad onore della Celeste, che ha i mezzi, e lo ha dimostrato sporadicamente anche nella circostanza, per fare male, molto male agli avversari: alla fine della fiera, le sue occasioni da gol sono state, per quantità e pericolosità, sullo stesso livello di quelle dei brasiliani.
BRASILE TROPPO TESO - Gli "orientales" hanno invece preferito un approccio sparagnino, forse ulteriormente frenati dal rigore tirato malissimo dal decadente Forlan in avvio di gara; così, invece di ammirare le luminarie offensive di Suarez e del Matador, ci siamo dovuti limitare ad applaudire gli impeccabili, per tempismo e pulizia, interventi difensivi di Diego Lugano e di Godin, oltre a quelli già celebrati del buon Edinson. Una grande occasione persa, in definitiva, per gli ospiti, al cospetto di un Brasile di certo assai concreto ma ancora una volta non trascendentale, e per lunghi tratti inspiegabilmente frenato dalla tensione.
Possibile che tutto questo ricamare sulla tragedia del Maracanà del 1950 abbia creato negli auriverdes una sorta di inconscio blocco psicologico? Eppure, dopo di allora la Seleçao ha avuto modo di vendicare ripetutamente quell'affronto, e in contesti di certo più importanti della Confederations: penso in primis alla semifinale mondiale del 1970, o alla gara decisiva per l'assegnazione della Copa America 1989, che oltretutto si svolse proprio nel medesimo Maracanà, il teatro della precedente disfatta... Fatto sta che il team di Felipe Scolari, a livello offensivo, continua a vivere solo degli accecanti sprazzi di Neymar (da una sua giocata di folgorante bellezza è scaturito il gol dell'opportunista Fred) e a farsi forte di una indiscutibilmente buona organizzazione difensiva, mentre a livello propositivo non ci siamo ancora, la manovra in fase di costruzione continua ad essere troppo scarna e alterna, e si vedono qua e là delle lacune persino nel tocco di palla, che pure per i brasiliani dovrebbe essere qualcosa di scontato.

                               El Shaarawy: lo vedremo finalmente in campo dall'inizio? 

RISCHIO GOLEADA? - Intanto, la vigilia azzurra sta trascorrendo tra poche speranze e tanti, troppi, tremori. C'è chi avverte addirittura aria di goleada. Vista la disparità di rendimento fra Italia e Spagna in questa Confederations, visto soprattutto il divario atletico che va ad aggiungersi a quello di gioco, verrebbe quasi voglia di non dar torto ai disfattisti, che del resto hanno dalla loro solide argomentazioni. Prandelli e i suoi sono però consapevoli di non potersi permettere un'altra batosta, dodici mesi dopo Kiev, e si regoleranno di conseguenza. Altre volte, in passato, è capitato alla nostra rappresentativa di accostarsi a sfide di alto livello in posizione di chiara soggezione: si potrebbe citare l'epica gara col Brasile del 1982, ma mi sembra troppo banale; preferisco tornare con la mente a due semifinali europee, quella del 2000 in casa dell'Olanda e quella dell'anno scorso, contro una Germania che marciava a ritmi da rullo compressore. In entrambi i casi l'Italia partiva largamente dietro, nei pronostici, ma poi riuscì a venirne fuori alla grande, seppure attraverso modalità diametralmente opposte. 
Certo, il match di questa sera presenta caratteristiche diverse da quelle di quei trionfali precedenti, e, ahinoi, in gran parte sfavorevoli a Buffon e soci. L'esordio ad Euro 2012, e volendo anche l'amichevole dell'agosto precedente a Bari, hanno dimostrato che l'Italia può giocarsela, contro l'Invincibile Armada spagnola di questi anni, ma a una condizione: godere di una condizione atletica buona se non ottimale. E' questa la grande incognita, perché del serbatoio di benzina in riserva dei nostri prodi abbiamo parlato diffusamente nei giorni scorsi. E' anche vero, però, che l'ultima mezz'ora del match col Brasile ha mostrato un'Azzurra in progresso fisico, un po' più pimpante, il necessario per riprendere baldanza e piglio aggressivo, per alzare il baricentro del gioco e mettere in difficoltà i padroni di casa. Se il trend di crescita verrà confermato, pensando che magari la preparazione sia stata calibrata proprio in previsione di un lungo percorso in Confederations, c'è la possibilità di tenere testa agli uomini di Del Bosque, che per un tempo hanno visto i sorci verdi contro i dinamici nigeriani. 
DIFESA A TRE? - Conterà, e molto, anche la tattica. L'1 a 1 all'Europeo giunse adottando la difesa a tre che, tuttavia, non convinse appieno, soprattutto nel match successivo con la Croazia, e che non a caso Prandelli ben presto abbandonò, tornando ad affidarsi al modulo a quattro dietro che, in effetti, è stato quello che maggiori soddisfazioni gli ha dato in azzurro. Possibile che si torni a quell'esperimento, ma sarebbe una variante strategica delicata, un cambiamento strutturale dell'impianto di gioco, forse non la formula ideale da azzardare in un'occasione così impegnativa. Personalmente, resterei ancorato alla tradizione, schierando davanti a Buffon una linea Maggio - Barzagli - Bonucci - De Sciglio, casomai dandole protezione ulteriore con un De Rossi più... rintanato del solito, in posizione da centromediano all'antica, diga di un centrocampo che dovrà tessere gioco  e verticalizzare con rapidità sull'asse Pirlo - Montolivo.
ATTACCO SENZA RIFERIMENTI CENTRALI: FOLLIA? - Le novità le riserverei semmai alla prima linea, ove mi affiderei a un trittico di sguscianti e leggeri folletti, senza dare agli spagnoli il riferimento fisso di una punta centrale, come potrebbe esserlo Gilardino. Ad esempio, Giaccherini e Cerci a svariare con El Shaarawy, il quale avrebbe il compito di accentrarsi, ogni volta che ve ne fosse la possibilità, per diventare centravanti atipico, non essendolo di ruolo e di vocazione ma avendo l'intelligenza tattica, la duttilità, la classe e la forza penetrativa per andare a riempire sia pure estemporaneamente tale... casella sul terreno di gioco.  Il Faraone, del resto, è stato l'inesorabile terminale offensivo del Milan prima dell'avvento di Balotelli: che, per l'appunto, questa sera non ci sarà, il che potrebbe in parte ricreare l'assetto rossonero nel quale emerse prepotentemente il giovane savonese. Assenza pesantissima, forse determinante, quella di Balo, ma anche una grande occasione in termini di progettualità, perché troppo rischioso sarebbe ancorare i futuri destini offensivi della Nazionale ai soli estri di Supermario ed è necessario varare soluzioni alternative.
Audaci fantasie, le mie, in ogni caso: probabile che il cittì adotti uno schieramento più abbottonato e assai meno "rivoluzionario". Certo, per lui il dilemma è di quelli non da poco: badare al sodo oltre ogni limite, cercando cioè non solo di puntare alla vittoria, ma anche, nel caso le cose volgessero al peggio, di scongiurare punteggi troppo penalizzanti come quello dell'anno scorso, o giocarsela fino in fondo senza sconfessare lo spirito della squadra, uno spirito, come detto più e più volte, da sempre propositivo e votato all'offesa più che alla difesa? 

giovedì 20 giugno 2013

ITALIA - GIAPPONE 4-3: SI VA AVANTI, MA IL CALCIO AZZURRO NON PUO' PERMETTERSI FIGURE SIMILI

                                       Giovinco: suo il gol decisivo al Giappone

Non è scandaloso che la Nazionale italiana vada in sofferenza contro quella giapponese, perché siamo nel 2013, e negli ultimi dieci - quindici anni le espressioni di vertice del football asiatico (direi, per l'appunto, nipponici e sudcoreani) hanno drasticamente ridotto le distanze nei confronti dei massimi esponenti dei continenti calcisticamente più avanzati. E' invece inaccettabile che gli azzurri, vicecampioni d'Europa, dagli atleti del Sol Levante si vedano impartire per mezz'ora abbondante una autentica lezione di gioco, e che nel quarto d'ora finale si lascino schiacciare nella propria area, salvo poi sgraffignare il gol vittoria in una delle rare sortite in avanti, complice anche un errore della retroguardia avversaria. 
C'è a chi piace vincere così. Non a me, soprattutto non quando in campo c'è la nostra rappresentativa. E però, paradossalmente, la prestazione di questa notte, imbarazzante sotto molti punti di vista, ha schiarito l'orizzonte azzurro dalle inquietanti nubi che vi si erano addensate nelle ultime settimane, a partire dalla prova all'insegna dell'impotenza, e ugualmente fortunata, in quel di Praga: non c'è stato alcun.... imbrocchimento improvviso dei nostri calciatori, né un improvviso logorio del progetto tecnico di Prandelli. Il problema è, principalmente anche se non unicamente, fisico. 
CONDIZIONE FISICA DISASTROSA - I nostri prodi sono al lumicino, le gambe non rispondono: al netto delle difficoltà climatiche denunciate ieri da De Rossi a fine gara ("Mai giocato in condizioni ambientali simili, al 70esimo minuto mi sembrava di essere in campo da tre ore...."), che comunque esistono anche per gli altri, affermo sommessamente che questa Confederations non è stata preparata alla perfezione, sul piano atletico. E' vero, c'è il logorio di una stagione stressante: è innegabile, in questo periodo i giocatori italiani spesso non si esprimono al meglio. Però va anche detto che siamo a giugno, e a giugno solitamente si giocano Mondiali ed Europei, e qualche volta (come capitato quest'anno con la Repubblica Ceca) anche importanti match di qualificazione. Insomma, era opportuno presentarsi  in Brasile in condizioni perlomeno dignitose: ora però, visto che ci siamo guadagnati altri due incontri sicuri oltre a quello di sabato con la Seleçao, è doveroso cercare di limare il deficit e di portare questi ragazzi a una maggiore brillantezza. 
SPETTACOLO IMBARAZZANTE - Sì, doveroso, perché la Nazionale italiana di calcio, oltre a dover ottenere risultati in linea col suo status passato e presente, o almeno provarci con tutte le sue forze, ha anche un'immagine storica da difendere, e non può permettersi di fornire "spettacoli" come quello di questa notte. Il Giappone è una squadra in crescita e che continua a progredire a vista d'occhio, grazie anche al lavoro di Zaccheroni: è compagine agile, scattante, ben organizzata, coraggiosa, con un palleggio che molte rappresentative europee si sognano. Però, contro gli azzurri, a tratti i nipponici sono parsi... spagnoli, per rapidità di esecuzione, precisione nel far girare la palla e capacità di mandare in tilt gli avversari. 
In casi come questo, e fatta la tara all'effettiva caratura del team che si affronta (buono, non stratosferico), è evidente come vi sia una corresponsabilità di chi questo gioco lo subisce. Alle corte: un'Italia "vera", o quantomeno al 70 per cento delle proprie potenzialità, non avrebbe incassato quasi passivamente una lezione di football come quella di Recife. Perché il nostro calcio non ha la perfezione tecnica di quello iberico, ma non è nemmeno un calcio fatto di passaggi sbagliati, di tocchi approssimativi, di idee latitanti, ossia tutto ciò che si è visto ieri per settanta minuti su novanta. Un assist perfetto per i tanti superficiali che già stanno bollando la nostra Nazionale sulla base della gara di poche ore fa, e che forse dovrebbero ricordarsi di almeno una decina di prestazioni azzurre, negli ultimi tre anni, andate in direzione diametralmente opposta, una direzione all'insegna di un atteggiamento aggressivo e propositivo che, nonostante le recenti défaillance, continua a rappresentare il marchio di fabbrica di questa nostra squadra. 
LE COSE DA SALVARE - L'imperativo, dunque, è ora ritrovare quella strada. Di buono, nel rocambolesco e immeritato 4 a 3 sul Giappone, solo due cose: in primis la grande capacità di reazione psicologica, dopo un uno - due che avrebbe abbattuto un toro, anche perché giunto inaspettato: e, si badi bene, non è cosa da poco, perché in passato ho avuto modo di vedere all'opera Nazionali azzurre anche più dotate di questa, sul piano della classe pura, andare in bambola dopo aver subito anche un solo gol. Secondo aspetto da salvare, la grande praticità: aver realizzato quattro reti e averle fatte ben fruttare, in una serataccia come quella di ieri, significa che si sta acquisendo la spietatezza delle grandi squadre. 
UOMINI E TATTICA DA RIVEDERE - Dopodiché, lo si accennava prima, mi pare che il problema fisico, seppure preminente, non sia l'unico a minare le certezze dell'Italia. Al di là di come andrà a finire questa Confederations, è evidente come il team abbia bisogno di una iniezione di freschezza in tutti i reparti, che le può arrivare solo dalla splendida Under di Devis Mangia: perché in difesa, per dire, da troppo tempo Chiellini alterna qualche prova buona a troppe deludenti, mentre Maggio non sa più garantire la spinta dei bei tempi, al centro Pirlo ha bisogno ogni tanto di tirare il fiato e in avanti.... Ecco, la situazione della prima linea dimostra come il quadro tattico si stia ingarbugliando un poco: lo si era scritto dopo l'esordio col Messico, lo schema a una sola punta può funzionare solo con Balotelli al cento per cento e con una batteria di incursori in piena forma  e in grado, per visione di gioco, sincronismi, tempismo negli inserimenti, precisione, dinamismo, di assecondare gli estri di Supermario: ciò che si è visto solo in parte con i nordamericani, e che non si è visto affatto contro gli asiatici. E' dunque una formula assai rischiosa, perché se una sola rotella non gira a pieno regime, tutto il meccanismo rischia di saltare, lasciandoci a secco di soluzioni offensive: meglio, allora, il classico schieramento con due attaccanti, perché El Shaarawy in primis, e  poi anche Cerci, sono carte in più che è un peccato non potersi giocare fin dall'inizio, e in prospettiva si veda di trovare un posto a Insigne, ma di questo ci sarà modo di riparlare. 
E SABATO? - L'Italia di Recife, a occhio e croce, ha poche possibilità di procurar danni al Brasile, ma mai dire mai: perché in queste competizioni con impegni ravvicinati tutto può cambiare da una gara all'altra, e perché il team di Scolari visto all'opera col Messico non è parso davvero al massimo dello splendore. Ha fatto tutto uno strepitoso Neymar, per il resto si è vista una Seleçao "europea" nel senso deteriore del termine:  spettacolare solo per brevi tratti di gara e dalla manovra assai poco ariosa, addirittura costretta a impostare il gioco dalla difesa (molto bene David Luiz e Marcelo) scavalcando un centrocampo scarsamente costruttivo. Servirà un'Italia in palla e concentrata, e sarà utile vedere all'opera qualche elemento più fresco, senza però rivoluzionare lo schieramento. 

sabato 1 dicembre 2012

SCOLARI CT DEL BRASILE E LE FERITE MAI RIMARGINATE DI ZICO: AH, QUEL MUNDIAL '82...

                                           Scolari: di nuovo alla guida del Brasile

Il giorno dopo la sparata di Zico sulla celeberrima Italia - Brasile del Mundial '82 ("Quella nostra sconfitta non fu positiva per il calcio, da allora cominciammo a mettere le basi per un football nel quale bisogna conseguire il risultato ad ogni costo, fondato sulla distruzione del gioco avversario e sul fallo sistematico"), è stata ufficializzata la nomina di Felipe Scolari a Commissario Tecnico della Seleçao. Racchiusi nel breve volgere di poche ore, due eventi che sono la sintesi delle meravigliose contraddizioni dell'inquieto futébol verdeoro. 
E già: il Galinho non aveva ancora finito di urlare ai media mondiali l'ennesimo atto di dolore per quella ormai lontana batosta, una ferita destinata a rimanere eternamente aperta per tutta la torcida brasileira e per chi, come lui, il tonfo lo visse sul campo da protagonista, che la Federcalcio del suo Paese, sia pure indirettamente, lo sconfessava "moralmente", affidando la guida della Nazionale più vincente di sempre a un uomo, l'esperto Felipao appunto, che in buona sostanza rappresenta l'antitesi alla filosofia calcistica del grande Arthur Antunes de Coimbra. Una filosofia che, probabilmente, è  ancora quella più diffusa in larghissima parte degli appassionati di pallone cariocas e paulistas: romantica, certo, ispirata al "bello" che il calcio può produrre nelle sue più alte espressioni tecniche: attacco a tutto spiano, giocate di alta scuola, cercare sempre di segnare un gol in più degli altri. Tutto meravigliosamente affascinante, ma è una visione del football che la storia stessa di questo sport si è incaricata di bollare come parziale, incompleta e quasi sempre infruttuosa. Diremmo anzi la storia stessa del calcio brasiliano, e in parte proprio tramite le gesta di Scolari.
SCOLARI E IL BRASILE 2002 - Luiz Felipe aveva già guidato la Seleçao ai Mondiali 2002, e come finì quella volta lo ricordano tutti gli appassionati: con la Coppa alzata al cielo di Yokohama. Il trainer di origini italiane (ahi, altra pugnalata per Zico...) allestì una formazione equilibrata, compatta, che badava al sodo ma non per questo anti - spettacolare. Bloccata su una difesa rocciosa (il sorprendente portiere Marcos, il trio centrale Lucio - Roque Junior - Edmilson) e su una solida diga di centrocampo (Kleberson - Gilberto Silva, abili a interdire ma anche in appoggio), si avvantaggiava della formidabile spinta dei due terzini d'attacco Cafu - Roberto Carlos, che davano il meglio in proiezione ma che sapevano anche coprire con sufficiente proprietà, mentre dalla trequarti in su producevano magie tre fulgidi esempi della miglior scuola sudamericana: Rivaldo, all'apice del rendimento, Ronaldinho, che di lì a poco avrebbe vissuto una breve ma intensissima stagione da numero uno mondiale, grazie alle gesta nel Barcellona, e un Ronaldo che, dopo i tanti infortuni, non aveva più le movenze e le intuizioni da Fenomeno del primo anno interista, ma aveva conservato e accentuato il suo fiuto da mortifero goleador. Oltre a conquistare il titolo, quella squadra chiuse il torneo vincendo tutti gli incontri senza mai dover ricorrere ai supplementari, con il miglior attacco (18 gol, mica pochi), la seconda miglior difesa (4 reti subite)  e il capocannoniere della manifestazione (Ronie, 8 gol).
Ecco, era, quel Brasile 2002 costruito da Scolari, una compagine "europea" nella concezione più classica e positiva dell'espressione, ossia costruita per vincere senza eccedere in fronzoli e orpelli inutili. Ma era, anche, una formazione che non rinunciava al gusto del bel calcio, che sapeva offrire scampoli di gioco di buonissima fattura. Un esempio di intelligenza e realismo magari indigesto a Zico e ai puristi del futebol brasileiro, ma di sicuro il miglior modo di concepire il calcio. Perché nel calcio bisogna sì far sognare, stuzzicare l'immaginazione del tifoso, ma occorre anche portare a casa la pagnotta.

                                            Zico ai tempi d'oro del Mundial '82

SCELTA LOGICA - Tutto questo forse spiega la scelta della Federazione verdeoro: il Brasile ha già perso un Mondiale in casa, nel lontano 1950, e non può permettersi di fallire anche il secondo, fra un anno e mezzo. Ecco perché si è optato per l'uomo che, più di altri, ha saputo realizzare la sintesi perfetta fra le due concezioni del calcio: spettacolo e concretezza. Le vie di mezzo, nella vita, rappresentano spesso le soluzioni migliori, e quella di Scolari di dieci anni fa costituì la via di mezzo ideale fra la Nazionale bella e perdente del 1982 e quella trionfatrice ma sostanzialmente brutta del 1994, targata Caros Alberto Parreira. Una via di mezzo vincente, magari non in grado di rubare gli occhi con prodezze fiammeggianti, ma di certo non sgradevole. Che poi Scolari riesca a ripetere tutto ciò nel Mondiale casalingo è ovviamente da dimostrare, ci mancherebbe, ma intanto la sua nomina ci appare, realisticamente, come la più ovvia in vista di un appuntamento da affrontare col massimo pragmatismo, senza inseguire ideali di gioco che hanno avuto rarissimi riscontri nella storia.
ZICO HA TORTO - Ecco perché il grande Zico ha sostanzialmente torto. Forse quella sfida del Sarrià fu unica anche nel senso che, rigiocandola altre dieci volte, il Brasile avrebbe sempre battuto l'Italia, ma non c'è la controprova, è come parlare del sesso degli angeli. Se avesse vinto la selezione di Tele Santana tutto sarebbe stato diverso, e il calcio avrebbe vissuto momenti più allegri, dice il Galinho... Può essere, ma non ci scommetteremmo. Senza scomodare l'esempio delle squadre di Zeman, il calcio non è solo spensierato offensivismo, il calcio, per essere vincente, o quantomeno per ambire ad essere tale, deve inseguire l'equilibrio, la completezza, mirare all'ottimizzazione del rendimento di tutti i reparti. Molto modestamente, e lo diciamo in tono sommesso, fu ciò che riuscì a fare Bearzot con la sua Italia '82.
MA QUALE DIFENSIVISMO ITALIANO... - Zico è prigioniero di un luogo comune che proprio quella Nazionale azzurra, anche (e forse di più) nella sua versione precedente datata Argentina '78, smentì categoricamente: il calcio italiano come espressione solamente speculativa e difensivista. Forse lo fu in certi periodi del passato, ma dai tempi della Coppa del mondo in Spagna il nostro football non è quasi mai più stato così: e quell'estate di trent'anni fa l'Italia non fece barricate e catenaccio, anzi. Zico dovrebbe ricordarselo bene, perché fu battuto da una squadra che accettò il confronto a viso aperto con la sua grande e incompiuta Seleçao, che non si rintanò ma fece gioco senza timori reverenziali, creò occasioni e le concretizzò. Proprio come il Brasile, certo, ma in più ci mise praticità e un atteggiamento più saggio, un'attenzione difensiva maniacale che però non andò a discapito della qualità propositiva della manovra.
Che, a distanza di tanto tempo, Zico e molti brasiliani non abbiano ancora capito il senso e lo spirito di quella sconfitta, meritata e non casuale, potrebbe suonare come un grave campanello d'allarme per il calcio brasiliano tutto. Per fortuna di quel popolo così innamorato del pallone, Scolari e altri prima di lui la lezione l'hanno invece capita e mandata a memoria. Perché dopo il 1982, il calcio è sopravvissuto, e la Seleçao si è sbloccata dopo un lungo digiuno, e ha preso a vincere Mondiali, Coppe America e Confederations Cup, senza che i grandi fuoriclasse auriverdes smettessero di far sognare la torcida e gli appassionati di tutto il mondo; perché dopo Zico, Eder e Socrates sono arrivati i Bebeto e i Romario, i Ronaldo e i Ronaldinho. Belli anche loro come gli illustri predecessori, ma pure vincenti. 

mercoledì 11 luglio 2012

IL TRIONFO AZZURRO TRENT'ANNI DOPO: IL MIO MUNDIAL '82, FRA RICORDI "BAMBINI" E RIFLESSIONI

                                        Bearzot e Pertini si abbracciano al Bernabeu

Trent'anni fa. Nell'estate del 1982, il sottoscritto aveva otto anni, compiuti a maggio. E di calcio, onestamente, ne masticava pochino. I cartoni animati giapponesi erano la mia grande passione, e all'epoca la tv (Rai e private) ne trasmettevano a iosa, quasi a ogni ora del giorno. Guardavo, fra gli altri, Galaxy Express 999 e Astroboy, e parallelamente seguivo le gesta dei miei beniamini del Sol Levante sul mitico Corriere dei piccoli e su TV Junior, un settimanale per bambini edito dalla Eri (la casa editrice dell'Ente televisivo di Stato). Proprio questo giornale, inaspettatamente, ai primi di giugno mi calò nella realtà di quella colossale festa del football che stava andando a cominciare, con un giochino semplice semplice abbinato al Mundial: ritagliando alcuni "palloncini" da calcio (che riproducevano il pallone presente nel logo del Mondiale) e incollandoli su un tabellone si poteva tener conto dei gol segnati dai cannonieri del torneo. "Speriamo che vinca Pablito Rossi!", era il commento di un anonimo redattore scritto in calce al gioco. 
IL MIO MUNDIAL "BAMBINO" - Ecco: in quei mesi, con la seconda elementare da poco finita e con tanto tempo libero, così vissi uno dei momenti più magici nella storia del calcio italiano. E, forse, nella storia italiana tout court. Anzi, senza forse. Il mito degli eroi di Spagna l'ho ampiamente coltivato negli anni successivi, quando si accese in me il fuoco della passione per il calcio, cosa che, stranamente, avvenne in occasione del Mundial successivo, quello messicano dell'86. Stranamente, perché per l'Italia fu un campionato amaro, e probabilmente molti si allontanarono dal pallone, in quella circostanza. Non io: da allora, nella mia... ansia di documentarmi sulla storia del football, ho avuto modo di sviscerare quel lontano torneo in terra iberica, di scoprirne e analizzarne ogni aspetto.
Dunque, un mito costruito "a posteriori", per quanto mi riguarda: eppure lo sento, lo percepisco, lo avverto come se quei momenti li avessi vissuti davvero, in presa diretta e con piena, totale e consapevole partecipazione. Le partite le guardavo a spizzichi e mozzichi: mi rivedo, durante il primo tempo della finale di Madrid, seduto sul balcone di casa mia, a Genova, il silenzio del quartiere rotto dalle urla degli abitanti, vere e proprie urla da stadio, perché in quel momento la mia via, la mia città, l'Italia tutta erano come un gigantesco stadio. Mi emoziono, a rivedere quelle immagini e a rileggere gli articoli del tempo, perché in fondo c'ero, anche se un po'... distratto e ancora troppo bimbo. Il ricordo più nitido, ecco, è quello dei festeggiamenti post vittoria, che osservai dalla finestra con mio fratello e i miei genitori e che quasi mi spaventarono, perché un trambusto così non lo avevo mai visto né sentito nemmeno a Capodanno. 


                                                       Il logo del Mundial                                  
                                        
NIENTE PARAGONI COL 2006 - Questo per quanto riguarda il "mio" Mundial '82. Sul trionfo azzurro e su quel lontano torneo, difficile scrivere qualcosa che non sia stato già scritto. Una premessa: spiace che ancora ci sia chi paragona quel successo italiano a quello del 2006, con l'intento di sminuire l'ultimo all'insegna del "una volta era tutto più bello". Sciocchezze: la conquista di una Coppa del Mondo è sempre qualcosa di meraviglioso. Non sempre è possibile vincere un Mondiale schiantando i colossi sudamericani e piegando nettamente l'avversario della finalissima; spesso il calendario ti propone altri ostacoli, e l'atto conclusivo può essere equilibrato e sofferto, non necessariamente una marcia trionfale: forse quei giorni di Spagna hanno calcisticamente viziato molti tifosi... Detto ciò, non sputerei su un titolo arrivato battendo, fra le altre, una Repubblica Ceca che all'epoca era considerata una delle migliori espressioni del calcio europeo, e la nascente "nuova Germania", quella che adesso è apprezzata per gioco e risultati, e che superammo sul suo terreno, nonché, ai rigori, una Francia alla fine del suo decennio d'oro ma ancora validissima, e a cui ci opponemmo con fatica ma con grande orgoglio, dopo averla anche messa in seria difficoltà nel primo tempo. Ma questa è un'altra storia, e sono sicuro che un giorno non lontano narreremo anch'essa con toni da epopea. 
RIEVOCAZIONI POCO OBIETTIVE - Tornando a trent'anni fa, ciò che manca per una rievocazione veramente corretta di quel successo italiano è un pizzico di obiettività in più: ricordare ad esempio il rigore negato al Perù nella seconda partita, in un quadro di acuta sofferenza per la nostra squadra che già stava subendo il forcing dei sudamericani: forse, se concesso, avrebbe potuto cambiare il nostro Mondiale e la storia del calcio italiano, forse no, chi lo sa...; ricordare il fatto che la semifinale la giocammo contro una Polonia priva dello squalificato Boniek, e quindi depotenziata per un buon 80 per cento a livello offensivo (a noi mancava Gentile, ma non era la stessa cosa); e ricordare che in finale ci toccò una Germania Ovest in condizioni psicofisiche non dissimili da quelle in cui l'Italia di Prandelli ha affrontato la chiusura di Euro 2012. Ecco, ricordare tutto ciò farebbe onore alla stampa e all'editoria italiane, perché non è davvero più tempo di agiografie retoriche e incondizionate. 
Allo stesso tempo, giusto sgombrare il campo da alcune ombre costruite già all'epoca e alimentate successivamente: il caso Camerun, ossia il presunto aggiustamento della gara con gli africani, l'ultima del primo turno a Vigo, non ha al momento ragione di essere, in quanto non esistono prove di combine. Per la Fifa, quella gara fu assolutamente regolare, non vedo perché si debba continuare a rimestare nel torbido; così come non ha molto senso discutere sull'arbitraggio di Rainea nel match con l'Argentina, ritenuto da alcuni troppo permissivo nei confronti di un Gentile alle prese con la ferrea marcatura di Maradona: all'epoca i parametri di valutazione erano diversi, c'era più manica larga, si ammoniva con più parsimonia, emergeva un po' la tendenza a favorire, in linea di massima, il difensore nei confronti dell'attaccante, tutto il contrario rispetto ad oggi. Bisogna immergersi nella mentalità e nell'atmosfera del momento in cui l'evento si svolse, per poterlo valutare serenamente.

                                            Gentile contro Maradona al Sarrià

LE "VERE" CRONACHE - Il riferimento alla gara col Camerun apre un altro capitolo: quello riguardante il modo in cui le nostre gare di quel Mondiale vengono raccontate. Non sempre in maniera veritiera, a volte sbrigativa e superficiale, sovente riprendendo ciò che altri "storiografi" hanno scritto, senza curarsi di andare a verificare se fosse o meno la verità. Ancora oggi si parla di tre partite largamente deludenti, in relazione al primo turno. Falso, perché il debutto con la Polonia fu considerato del tutto dignitoso dalla critica dell'epoca, tanto che i nostri avrebbero potuto vincerlo con un po' di fortuna in più (occasioni per Graziani, salvataggio sulla linea su incornata di Collovati, traversa di Tardelli). Il match col Camerun viene raccontato come un semplice botta e risposta nel giro di un minuto, quello che fece registrare gli unici due gol del match (Graziani e M'Bida): invece, ci fu un primo tempo in cui i nostri sfiorarono a ripetizione la segnatura (clamorosa l'occasione mancata da Conti a tu per tu col portiere, così come la traversa colpita da Collovati), e nella ripresa, dopo l'1 a 1, il portiere africano N'Kono dovette opporsi di istinto a un colpo di testa ravvicinato di Cabrini. 
ITALIA - BRASILE, LA PIU' BELLA - Dopodiché, il Mundial '82 fu, essenzialmente, Italia - Brasile. Nel mio personalissimo cartellino, la più bella partita azzurra di tutti i tempi, di molto superiore a quella con la Germania Ovest del '70: al contrario del 4 a 3 messicano, al Sarrià (lo stadiolo fra i palazzi, tipo Ferraris di Genova, e purtroppo oggi non esiste più: demolito, un "santuario laico" profanato) i ragazzi di Bearzot vinsero con testa e cuore una partita razionale, non folle come quella di dodici anni prima. E, al contrario del rocambolesco successo dell'Azteca, non trascorsero un tempo intero a fare le barricate in attesa del fischio finale. No, in Spagna i nostri accettarono la sfida coi maestri auriverdes sul piano del gioco, dimostrando di poter regalare sprazzi di grande calcio, parallelamente alla immutata capacità di rintuzzare gli attacchi avversari. Fu un successo limpido, meritato, ancorché sofferto (inevitabile, contro una squadra monumentale come quel Brasile di Tele Santana). Dopo quell'impresa non poteva esserci ragionevolmente storia, e non ce ne fu. 
LA CAPORETTO DELLA STAMPA - Ancora: molti non ricordano che quell'Italia, fino a un minuto prima della sfida con l'Argentina, la prima della seconda fase, quella che diede la svolta, era considerata una squadra modesta. Brera, sì, proprio il sommo (non per me) Brera, esagerò: "Siam dei broccacci, inutile farci illusioni". Lo stesso Guerin Sportivo, che pure era schierato dalla parte degli azzurri, preferì non alimentare grosse speranze: "La logica - scrisse alla vigilia il grandissimo Adalberto Bortolotti - dice: passaggio del primo turno e poi ritorno a casa con dignità. Firmeremmo". Al di là della comprensibile prudenza del Guerin, l'atteggiamento del resto della stampa, quasi interamente sulle barricate contro il Club Italia, rimane ancora oggi ingiustificabile: un brocco non diventa fuoriclasse da un giorno all'altro; e dunque, come fu possibile, per dei presunti esperti, scambiare per mediocri pedatori i campioni che innervavano quella rappresentativa, i Cabrini e gli Scirea, i Conti e i Tardelli (per tacere di Zoff e Rossi, sulla cui caratura, almeno, dubbi non ne vennero manifestati)? 
I meno cattivi consideravano i nostri giocatori, semplicemente, passati di cottura: ma li consideravano tali già da dopo il Mundial argentino del '78 (qualcuno anche da prima...), e invece quel gruppo regalò lo splendido e inadeguato quarto posto nelle pampas, il medesimo piazzamento all'Europeo casalingo dell'80 (in condizioni ambientali terribili, per via dello scandalo scommesse e della forzata rinuncia a Paolo Rossi) e la facile qualificazione a Spagna '82. Fu una dimostrazione di superficialità e incompetenza giornalistica rimasta impunita: molte delle prime firme di quei tristi (per la loro professionalità) giorni spagnoli hanno continuato per anni a scrivere di calcio con l'aurea dell'autorevolezza. Poi ci si chiede perché il giornalismo italiano non riesca a uscire (lui sì) da una insuperabile mediocrità.