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domenica 9 ottobre 2016

LE MIE RECENSIONI: "LA VERITA' STA IN CIELO", OCCASIONE MANCATA


Temo che "La verità sta in cielo" sia destinato a diventare l'ennesima occasione perduta di questi trentatré anni senza Emanuela Orlandi. Trentatré anni di indagini finite nel nulla, di probabili depistaggi e mitomanie, di teorie cervellotiche a cui ci si è aggrappati con accanimento e che hanno sistematicamente prodotto tantissimo fumo e poco arrosto. Così, il film di Roberto Faenza in questi giorni nelle sale va considerato come un passaggio a vuoto, un altro inconcludente tassello del caotico puzzle venutosi a formare dal 1983 in poi, un puzzle in cui davvero in troppi hanno messo le mani. Un'opera che può essere derubricata a modesto giallo - thriller, con una fiacca rimasticatura di cose già viste, dette, analizzate e liquidate. 
FONDAMENTA FRAGILI - La scelta di campo del regista è evidente: questa pellicola non è una finzione "liberamente ispirata" al famigerato cold case. La fantasia è soltanto nel canovaccio narrativo, la storia inventata della giornalista inglese (Maya Sansa) spedita a Roma dal suo direttore (Shel Shapiro) nel 2015, per sollevare il coperchio dal vecchio pentolone della vicenda Orlandi in relazione agli ultimi sviluppi del caso "Mafia capitale". Il resto, cioè la sostanza del prodotto, vorrebbe essere uno stimolo per eventuali future nuove indagini, un serio tentativo di riprendere in mano il "fascicolo", di approfondire fatti in apparenza sottovalutati per aprire nuovi spiragli giudiziari. Peccato che lo si faccia muovendo da presupposti sbagliati: i veri protagonisti del film, più ancora della reporter inglese Maria e della collega che collabora con lei in terra italiana (l'ex "Chi l'ha visto?" Raffaella Notariale, interpretata da Valentina Lodovini) sono Sabrina Minardi (Greta Scarano) ed Enrico De Pedis (Riccardo Scamarcio). 
LA MAGISTRATURA AVEVA PARLATO CHIARO...- Due nomi che, con l'ombra immanente della Banda della Magliana, per un decennio circa sono stati accostati alla scomparsa di Emanuela con un'eco mediatica al diapason, ma sui quali il provvedimento di archiviazione firmato nell'ottobre scorso dal giudice Giovanni Giorgianni ha messo al momento una pietra tombale. Si legge infatti nel dispositivo: "In definitiva, alla stregua degli imponenti accertamenti investigativi effettuati con straordinaria capillarità, gli elementi emersi in favore dell'ipotesi di un coinvolgimento della Banda della Magliana nella scomparsa di Emanuela Orlandi, di intensità e grado diversi nei confronti degli odierni indagati e di coloro che sono deceduti (il PM parla di elementi minori nei confronti di Cassani, Cerboni, Virtù e Minardi rispetto ai deceduti De Pedis e Sarnataro) non possiedono senz'altro, per nessuno degli indagati iscritti e per i motivi sopra esposti, quella consistenza tale da imporre l'esercizio dell'azione penale e giustificare, dunque, il vaglio dibattimentale". E riguardo alla Minardi, si parla di "valutazione di totale inattendibilità delle dichiarazioni" da lei rese, precisando anche che "le incongruenze evidenziate sono talmente numerose e macroscopiche, per conclamato contrasto con altri elementi storicamente accertati, da compromettere in toto la credibilità del dichiarante, senza che sia ravvisabile una plausibile spiegazione delle molteplici incoerenze e dei vari contrasti con dati certi". 
MANCANO NUOVI ELEMENTI - Quanto sopra ha detto la magistratura nell'autunno scorso, ma di tutto questo il film non pare aver tenuto conto, mettendo i suddetti due personaggi al centro della scena: e un film che mira a dare un suo contributo, anche piccolo, al raggiungimento della soluzione di questo tragico mistero, non può essere costruito su fondamenta giudiziariamente superate e archiviate. Poi, per carità, le decisioni dei giudici vanno rispettate ma si possono discutere, e però per discuterle e magari tentare di cambiarle occorrerebbero elementi nuovi, fondati, concreti, non un continuo ripescare fatti già sottoposti al vaglio degli inquirenti e rivelatisi privi di adeguato sostegno probatorio, come evidenziato poco sopra. 
Tutto vecchio, insomma, e pure scarsa originalità: perché oltre alla Magliana, a De Pedis e alla Minardi, ecco spuntare fuori anche Marcinkus, lo Ior e Roberto Calvi, quasi tutta la prima parte della pellicola spesa a disegnare scenari politico - economico - malavitosi intricati e sfuggenti, arrivando anche a tirare in ballo Carminati e Mafia Capitale, senza riuscire a spiegare chiaramente e inconfutabilmente quale legame tutto ciò potrebbe aver avuto con la scomparsa della giovane studentessa di musica; e grande vaghezza, in genere, pure sul ruolo delle gerarchie Vaticane, anche in quel finale che lancia il sasso (un altro "sasso" attorno a cui si ricama da anni) ma lascia tutto in un limbo di indefinitezza, di imprecisato, senza conferme incontrovertibili. Un'opera oltremodo pretenziosa, dunque, che mette tanta carne al fuoco ma che lascia lo spettatore pressoché a digiuno al momento di tirare le somme e far emergere qualcosa di clamorosamente inedito e sostanzioso, e che in definitiva non avvicina di un centimetro la verità, ammesso che dopo tanti anni e tanta confusione la verità sia ancora raggiungibile. 
BENE SCARANO, MALE LODOVINI, PIETRO ORLANDI EVITABILE - Essendo un film dichiaratamente di "impegno civile", gli aspetti squisitamente tecnici (attori, stile di regia...) passano in secondo piano: limitiamoci allora a parlare di una sceneggiatura banale e di una recitazione con rari picchi di pregio. Va comunque lodata Greta Scarano nei doppi panni della Minardi, prima giovane e sensuale, poi anziana e disfatta da una vita tormentata: certo almeno in un prodotto come questo potevano esserci risparmiate le scene di nudo sue e di Scamarcio, due "belli" i cui fisici statuari avremmo potuto ammirare in altre occasioni. Piuttosto anonime le performance di Sansa e Shapiro, pollice verso per la Lodovini, e ci dispiace perché è brava e talentuosa, ma quella sua espressione perenne da "ragazza solare" e sempre pronta al sorriso, quel suo sguardo vispo e sbarazzino, quella sua gioviale espressività mal si conciliano con la figura di una giornalista d'inchiesta alle prese con un affare drammatico e scabroso. Discutibili alquanto le pur fugaci apparizioni di Elettra (nipote di Emanuela) e soprattutto, in dirittura d'arrivo, di Pietro Orlandi, il fratello della ragazzina sparita nel nulla: il ricorso agli autentici familiari poteva essere tranquillamente evitato, per una questione di sensibilità, di stile e di buon gusto.
RIGORE STORICO NON INECCEPIBILE - Uno dei tanti scivoloni di quest'opera non certamente scritta in bella calligrafia, senza dimenticare una delle frasi "tramandate ai posteri" apparse sullo schermo prima dei titoli di coda: "Nel 2015, la Procura ha deciso l'archiviazione dell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, provocando le dimissioni del magistrato a capo delle indagini". Non è andata esattamente così: il magistrato in questione, Giancarlo Capaldo, non si è dimesso; riportiamo quanto affermava il comunicato diffuso dalla Procura di Roma nel maggio 2015: "Il Procuratore Aggiunto dottor Capaldo, non condividendo alcuni aspetti della richiesta di archiviazione, ha richiesto la revoca dell'assegnazione del procedimento, che è stata disposta anch'essa in data odierna". Insomma, troppe lacune in tema di rigore storico e documentaristico. Piange il cuore dirlo, ma se queste sono le nuove frontiere della ricerca della verità su Emanuela, ci trascineremo questo mistero per chissà quanti anni ancora. 

venerdì 3 aprile 2015

LE MIE RECENSIONI: "MA CHE BELLA SORPRESA", FILM NON FACILE. LEGGEREZZA, MALINCONIA E DRAMMATICITA' IN SOTTILE EQUILIBRIO


"Ma che bella sorpresa" non è l'ennesima commedia italiana "spuria" come tante, troppe, uscite di recente nelle sale della Penisola. Spurie, per chiarirci, in quanto non guidate da una linea artistica ben definita: commedie che si presentavano come palesemente "leggere", financo ridanciane, per poi perdere la bussola e deragliare, a secondo tempo inoltrato, verso un clima di stucchevole melassa sentimentale, quando non addirittura di drammaticità. Il fatto è che queste anime convivono anche nell'ultima pellicola di Alessandro Genovesi, ma la situazione qui è del tutto diversa: si tratta infatti di una scelta pressoché inevitabile per meglio rendere il complesso canovaccio narrativo di quest'opera, remake del film brasiliano "A mulher Invisivel", datato 2009. 
LEGGEREZZA DI FACCIATA - No, non è una commedia leggera, questa, sebbene la presenza di Claudio Bisio e Frank Matano nelle vesti di interpreti principali possa indurre a crederlo. Certo, c'è allegria, ma è un'allegria a sprazzi, persino un po' posticcia, utile a rendere più lievi i contorni di una vicenda sicuramente malinconica, per certi versi inquietante. Perché Guido, ossia Bisio, professore di liceo a Napoli, non riesce proprio a superare il trauma di un'inattesa separazione dalla donna amata (che sembra non sopportarne più la vita un po' monotona e gli eccessi di romanticismo) e finisce col crearsi la più classica delle amanti immaginarie: un viaggio cerebrale che diventa, in breve, un disagio, una vera e propria ossessione, una patologia. 
DISAGIO PSICHICO - Questa donna ideale (interpretata da Chiara Baschetti) si chiama Silvia (vago richiamo alla poetica leopardiana?), e nella testa e negli occhi del povero Guido diventa in carne e ossa: con lei parla, divide il suo appartamento, fa persino l'amore, ma il guaio ulteriore è che la questione non rimane rinchiusa fra le mura di casa. Guido "esce" con Silvia, la porta al ristorante, chiacchiera con lei per strada, con lei mangia un gelato sul lungomare. Insomma, una situazione mica tanto divertente, in fondo, anzi... Per quanto la vicenda si presti, in certi suoi eccessi, a dare spazio a siparietti ironici, è l'amarezza a dominare, quasi l'ansia per la salute di un uomo che rischia davvero una pericolosissima deriva mentale. 
REGISTRI DIVERSI - Va da sé che, in un quadro a tinte così contrastanti, trovare il giusto equilibrio nel racconto non era semplice. Genovesi si è infilato in un terreno minato, una commedia multiforme da maneggiare con estrema cautela. Ne esce tutto sommato a testa alta, grazie a una buona scrittura e alle doti camaleontiche del cast: che Bisio sapesse passare da un registro ilare a uno più serio era cosa nota (lo testimonia soprattutto il suo percorso teatrale), più sorprendente vedere queste trasformazioni in corso d'opera sul volto di Matano, riapparso in versione decisamente più convincente dopo lo scempio autunnale di "Tutto molto bello" by Paolo Ruffini (scempio come film in generale, non solo per la sua dimenticabile performance). 
POZZETTO E VANONI MODESTI - In un canovaccio così articolato, tutti camminano sul filo recitativo, riuscendo a non cadere: la comicità "dura e pura" dovrebbe essere delegata, nell'occasione, a due figure di contorno, gli ospiti d'onore Renato Pozzetto e Ornella Vanoni, i genitori di Guido; due anziani brontoloni, le cui schermaglie tuttavia non strappano più di qualche stracco sorriso. Sono comunque oasi di disimpegno che ci stanno, in un'opera ben costruita e che arriva alla conclusione senza perdere mordente, dopo aver sviluppato il proprio filo conduttore anche con alzate d'ingegno non indifferenti, in primis la bizzarra seduta nello studio della psicanalista, o anche gli "incontri" fra Silvia, la donna di fantasia, e Giada, la donna in carne e ossa, una casalinga napoletana, dapprima moglie insoddisfatta e poi vedova, la migliore "medicina" che Guido abbia a... portata di cuore: riuscirà il nostro tormentato prof ad assumerla, questa "terapia"? 
LODOVINI E BASCHETTI, FEMMINILITA' PROROMPENTE - Giada è interpretata da Valentina Lodovini, che con questo ruolo accresce vieppiù la sua immagine di nuova... maggiorata del cinema italiano: al di là delle forme, esposte maliziosamente ma con discreta parsimonia e senza alcun volgarità, rimane una prestazione di notevole spessore per uno dei volti rampanti della nouvelle vague tricolore: una recitazione costruita sapientemente anche sulla sua prorompente espressività fisica, per certi versi sulla scia della Loren degli esordi. Non dello stesso livello la Baschetti (dieci anni fa candidata, secondo i rumors, a presentare Sanremo con Bonolis, poi non se ne fece nulla), che del resto è una modella prestata al cinema: una prova piuttosto "scolastica", ma a parlare è soprattutto il suo corpo, come richiesto dalla parte a lei assegnata: l'incarnazione di una donna sognata, bellissima, statuaria, fedele, innamorata, addirittura con le stesse passioni e gli stessi interessi del proprio uomo. Sognata sì, ma tutt'altro che perfetta, per inciso: perché la compagna o il compagno non possono essere un nostro alter ego di sesso opposto... 
L'EX MONELLA - Si è rivista con piacere Anna Ammirati (la compagna di Guido - Bisio a inizio film), più matura e ancor più fascinosa rispetto agli esordi con Tinto Brass in "Monella", e che nel frattempo si è costruita un corposo curriculum attoriale, soprattutto in teatro. In definitiva, "Ma che bella sorpresa" supera un esame non facile, quello di raccontare una storia complessa (delusione d'amore e conseguente disagio anche mentale che rasenta l'anormalità, e anzi vi sconfina) trattandola con la giusta chiave di lettura, senza buttarla in caciara ma mantenendo comunque una sottile patina di leggerezza. 

venerdì 24 febbraio 2012

LE MIE RECENSIONI - "BENVENUTI AL NORD"

Il cinema italiano ha spesso preso di mira, certo con intento ironico e per strappare qualche sorriso, tic e luoghi comuni legati al costume e ai modi di vivere e di essere del nostro "Mezzogiorno", da Totò in poi, ma non altrettanta cura, in termini quantitativi, ha dedicato a similari caratteristiche della "gente del settentrione", almeno a memoria di un "non espertissimo" come il sottoscritto. Ebbene, la pellicola "Benvenuti al nord", uscita nelle scorse settimane, cerca di attuare una sorta di par condicio, mettendo a nudo vizi comportamentali legati a una certa visione di vita "lumbard". Esasperandoli, certo, come del resto è naturale per un'opera con intenti comici. Una caricaturizzazione che rappresenta uno degli aspetti più riusciti di questo film, una commedia brillante di stampo tradizionale senza troppe pretese, che tutto sommato riesce nell'intento di regalare allo spettatore un'ora e mezza di spensieratezza, pur senza attingere vette sublimi e senza riuscire a eguagliare per freschezza talune produzioni di genere similare della nouvelle vague italiana. 
In fondo ci si può accontentare, perché, parere personalissimo, ritengo che la fotografia divertita e dissacratoria di certi stereotipi "regionali", ancorché operazione non originalissima, non sia da bocciare, se condotta riuscendo a trovare chiavi comiche non scontate. Del resto, il cinema ha da sempre certi tormentoni, certi argomenti più frequentati di altri (come nella musica leggera, con l'amore sempre in vetta alle preferenze degli autori). In breve la storia: un impiegato precario delle poste di un paesino della Campania, Mattia (Alessandro Siani), viene trasferito in un ufficio di Milano, dove ritrova l'amico Alberto (Claudio Bisio), il quale a sua volta, nel precedente "Benvenuti al sud", aveva dovuto fare i conti con un trasferimento "dall'altra parte dell'Italia". Da qui, la vicenda si snoda attraverso un canovaccio tutto sommato prevedibile, privo di guizzi di originalità. Il fatto però che il filo conduttore sia più o meno lo stesso di tante altre opere analoghe non implica in automatico che non si riesca a lavorare sul copione rendendolo gradevole e funzionale all'obiettivo finale che, nel caso specifico, è quello di far ridere. 
I tic "nordisti", si diceva: la sceneggiatura mette impietosamente a nudo, con amabile ironia, gli eccessi dell'operosità lavorativa "made in Brianza": iper attivismo sul posto di lavoro, con necessità di ridurre al minimo, se non a zero, i tempi morti. C'è il lato divertente, con il controllo dei dirigenti persino sul momento più intimo, quello della "ritirata" (non più di pochissimi minuti, forse secondi, da trascorrere... a tu per tu col water), e quello, diciamo con una iperbole, di "denuncia", rintracciabile nella mancanza di calore umano che tale laboriosità spinta al limite produce; si generalizza, di certo, ma questa "fotografia comportamentale" ha un suo senso all'interno di una pellicola di gran semplicità creativa, e pazienza se si indugia su un tentativo di analisi sociologica di grana grossa. Personalmente, ancor più divertente ho trovato la "messa a fuoco" di una certa incomprimibile necessità, da parte del milanese - tipo, di programmare al secondo ogni momento del proprio tempo libero anche con settimane di anticipo (non appena lo spaesato Siani propone ai nuovi colleghi una serata a cena insieme, questi tirano fuori all'unisono, e in un nanosecondo, le loro agende per verificare compulsivamente i giorni disponibili alla bisogna).  
Per il resto, dicevamo, pur risultando nel complesso dignitoso e in grado di centrare il bersaglio, "Benvenuti al Nord" non brilla per inventiva, anche se ogni cosa può essere variamente interpretata: il napoletano che si reca al Nord munito (dai parenti) di un improbabile giubbotto "fendinebbia" (ossia dotato di luminosissimi fari) non può non richiamare alla mente Totò e Peppino che giungono alla stazione di Milano bardati come fossero nella steppa russa, nonostante un'afa opprimente, con il secondo che si lamenta per l'elevata temperatura e il Principe che ribatte, piccato: "Impossibile, a Milano non può fare caldo!". C'è chi la chiama mancanza di idee, chi ispirazione o citazione, ma è inutile lambiccarsi troppo il cervello sul tema. 
Fondamentale, per la discreta riuscita del film, la buona ispirazione del protagonista, Alessandro Siani, che sta certo vivendo un particolare stato di grazia, evidenziato pure dall'eccellente performance al Festival di Sanremo. A chi volta il capo schifato per certi paragoni azzardati con Massimo Troisi, diciamo che è senza'altro una forzatura, ma personalmente non ricordo tutta questa unanimità di favore critico nei confronti del povero Massimo quando era ancora in vita. Più in generale, paragonare pur bravi attori di oggi con fuoriclasse autentici del passato è ingiusto e ingeneroso: i mostri sacri lasciamoli da parte e valutiamo caso per caso. 
Siani ha spigliatezza, simpatia e una vis recitativa che, tutto sommato, cerca di inserirsi nel solco della più classica tradizione comica napoletana, senza azzardare sperimentazioni. Nulla di paragonabile, per dire, alle cifre stilistiche di altri comici o personaggi brillanti sulla cresta dell'onda (e anch'essi presenti a Sanremo) come i Soliti Idioti e Geppi Cucciari, portatori invece di nuovi "format della risata". Di Siani, nel film, funziona anche l'intesa con Bisio, il quale dal canto suo offre una prova dignitosa ma senza particolari guizzi. Caricate all'inverosimile, sempre in stile commedia Cinquanta - Sessanta, le maschere partenopee dei compaesani del protagonista, fra cui un Nando Paone che per la sua espressività e mimica meriterebbe qualche "finestra" cinematografica in più. 
Di buon livello il Paolo Rossi paradigma del moderno dirigente d'azienda, tutto proteso a migliorare situazioni che forse andrebbero bene già come sono, perdendo di vista il benessere interiore e relazionale dei dipendenti, mentre Valentina Lodovini, che interpreta la fidanzata del protagonista, diventa prototipo e anche un po' stereotipo, questo sì un po' troppo abusato, della bellezza formosa mediterraneo - campana, che nel finale non manca di... strabordare con un "vedo non vedo" che è... più vedo che non vedo. 
Anche la costruzione filmica  del rapporto fra i due giovani, a ben vedere, parte con le migliori intenzioni per poi banalizzarsi un po': tutto sommato interessante, visti i tempi, lo "story board" della coppia una cui metà è  costretta al trasferimento lontano da casa per motivi di lavoro (e per mostrare all'altra metà una raggiunta maturità, la voglia di impegnarsi e di superare le crisi, costruendo un rapporto duraturo), più sottotono lo sviluppo, con un finale troppo scontato che non può prescindere dall'inevitabile ritorno al sud del buon Matteo, perché le radici son sempre le radici: ben più coraggioso sarebbe stato il mostrare una coppia emancipata e moderna, con lei che decideva alfine di seguire l'amato nell'avventura in Brianza: il che, attenzione, non è detto sia  la cosa più giusta "in assoluto" nella vita vera, ma forse la meno semplicistica sul piano della creazione filmica.