Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Ornella Vanoni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ornella Vanoni. Mostra tutti i post

domenica 11 febbraio 2018

FESTIVAL DI SANREMO 2018: IL CLASSICO PAGELLONE DEI CAMPIONI. MEDIA ALTA: DALLO STATO SOCIALE A DIODATO, DA RON A VANONI, TANTE ECCELLENZE


Et voilà il pagellone dei Campioni sanremesi, un classico di "Note d'azzurro" dal 2012. Un riepilogo finale che in parte sintetizza, in parte amplia quanto già ho scritto in questi giorni nei vari articoli di commento. Le canzoni sono in ordine di classifica, dalla prima alla ventesima. La media voti è piuttosto alta (due sole "insufficienze, peraltro non gravi), come alto è stato, a mio avviso, il livello qualitativo delle proposte selezionate da Baglioni. 
Non mi avete fatto niente - ERMAL META E FABRIZIO MORO: tutto sommato una degna vincitrice, al di là del pasticcio di cui tanto si è scritto anche qui. Canzone che abbina impegno a commerciabilità (e non è un male: i dischi si devono anche vendere, in versione "tangibile" o digitale); l'impegno si esprime attraverso un testo fatto di flash, immagini semplici che ci riportano con immediatezza sui luoghi degli attentati Isis. Efficace e diretto anche il messaggio scelto per il titolo, buona sintonia fra la voce dolente di Ermal e quella rabbiosa di Fabrizio. In chiave Eurovision Song Contest non è l'ideale, ma potrebbe funzionare: tutto sta a intercettare i gusti delle giurie continentali, sovente indecifrabili. VOTO: 7,5.
Una vita in vacanza - LO STATO SOCIALE: rivelazione assoluta per la platea mainstream, un tormentone di scanzonata critica sociale che potrebbe spingersi fino alla stagione estiva. Hanno impreziosito un prodotto già vincente con una coreografia centrata, grazie all'anziana signora danzante e alla soluzione "doppio stage", con uno dei membri del gruppo che ogni sera si è posizionato lontano dal palco, in un punto diverso del teatro, intervenendo a brano in corso. Raccolgono l'ideale testimone dissacratorio da Elio e le Storie Tese, ma con uno  stile  più diretto sul piano linguistico. VOTO: 8. 
Il mondo prima di te - ANNALISA: riecco la Scarrone che preferiamo, giusto mix fra stilemi canori classici e contemporanei. Il brano è orecchiabile, grazie anche a un refrain azzeccato, e ci riporta ai suoi primi successi festivalieri, "Scintille" e "Una finestra tra le stelle"; in più, Sanremo 2018 ci ha mostrato un'interprete finalmente matura, che ha saputo sfruttare al massimo le sue doti vocali ed è riuscita a trasmettere emozioni. VOTO: 7,5. 
Almeno pensami - RON: la delicata poesia di Lucio Dalla ha trovato l'interprete ideale, e non poteva essere altrimenti. Rosalino Cellamare l'ha cantata coi toni sommessi che erano necessari nella circostanza, porgendola con grazia assoluta, accompagnato da un arrangiamento scarno ma fortemente evocativo . Un piccolo grande gioiellino. VOTO: 7/8. 
Imparare ad amarsi - ORNELLA VANONI CON BUNGARO E PACIFICO: meritato ritorno sulla scena di Sanremo per due cantautori mai scontati nelle loro proposte, ma fin qui troppo spesso relegati in una nicchia. Il loro estro in punta di penna ha messo a disposizione di Ornella una composizione buona per tutte le stagioni, senza tempo, antica e moderna insieme, elegante ma immediata, che la voce sempre calda della cantante milanese ha adeguatamente valorizzato. VOTO 7/8.
La leggenda di Cristalda e Pizzomunno - MAX GAZZE': Sanremo 2018 ha significato anche la riscoperta di certe culture regionali italiane mai abbastanza esplorate. Così, ecco la rilettura di una leggenda della tradizione pugliese, e una scrittura favolistica, sostenuta da una musica di stampo sinfonico. Opera coraggiosa, raffinata ed elaborata, che ha l'unico difetto di non "arrivare" subito. VOTO: 7. 
Passame er sale - LUCA BARBAROSSA: a proposito di coraggio e di tuffo nelle culture locali, ecco una rentrée festivaliera fuori dagli schemi, con una ballata in romanesco che ha il merito di rinnovare e attualizzare una certa tradizione folkloristica. Sogno irrealizzabile: quanto sarebbe stato bello sentire questo pezzo interpretato da Gabriella Ferri? VOTO: 7. 
Adesso - DIODATO E ROY PACI: un crescendo sonoro e vocale di grande forza emotiva, per un brano impreziosito dagli interventi strumentali della tromba di Roy Paci, mai invasivi e dai toni particolarmente soffusi nella parte centrale del pezzo. Per il giovane Diodato, la conferma di un talento fin qui scarsamente valorizzato. Per me, "Adesso" è una delle migliori proposte di Sanremo 2018. VOTO: 8. 
Frida (mai, mai, mai) - THE KOLORS: piazzamento sorprendentemente basso, per una boy band che avrebbe dovuto contare sui massicci favori del televoto. Un peccato, perché si sono presentati al Festival in forma smagliante, con un brano energico e assolutamente "à la page", e con un ritornello martellante che, assieme a quello degli Stato Sociale, dovrebbe fare di "Frida" il secondo tormentone partorito dalla rassegna numero 68. Superbo arrangiamento, voce di Stash senza cedimenti. VOTO: 8. 
Eterno - GIOVANNI CACCAMO: difficile, l'ho scritto stamane, trovare un'opera veramente brutta in questa edizione della rassegna. Non è tale nemmeno la canzone del vincitore dei Giovani 2015. Ben costruita, bella voce (che però non coinvolge più di tanto), inserita nella tradizione romantica festivaliera, ma scorre via senza lasciare troppo il segno. Per diventare un vero Big, il bravo Giovanni ha bisogno di qualcosa di più solido. VOTO: 5,5. 
Così sbagliato - LE VIBRAZIONI: Sarcina e compagni si ritrovano dopo qualche anno di separazione. La distanza non sembra averne minato l'ispirazione: ho ritrovato la band che scrisse un capitolo breve ma significativo della canzone italiana di inizio secolo, tanto pop e un po' di rock con la spinta vigorosa della batteria e ritmi tesi dall'inizio alla fine. Può avere una buona riuscita radiofonica. VOTO: 7. 
Il coraggio di ogni giorno - ENZO AVITABILE E PEPPE SERVILLO: soddisfacente esordio sanremese per Avitabile, coi suoi suoni mediterranei al servizio di un etno-pop accessibile a tutti, che arriva dritto al cuore. Di grana buona il sostegno vocale di Servillo. VOTO: 7.
Custodire - RENZO RUBINO: al ragazzo non mancano genio creativo e voglia di osare. Con lui, si può star sicuri che non arriverà mai sul palco un qualcosa di poco originale. Questa "Custodire" è finemente lavorata, complessa nella tessitura musicale e con un testo non banale, ma non rinuncia alla cantabilità. VOTO: 6,5. 
Non smettere mai di cercarmi - NOEMI: tutt'altro che una brutta canzone, ma nemmeno un'opera in grado di far definitivamente spiccare il volo alla "rossa". Nel solco delle precedenti partecipazioni, non toglie e non aggiunge alcunché alla carriera dell'artista. Ritornello di buona presa e le solite, notevoli doti interpretative e di personalità scenica. VOTO: 6. 
Ognuno ha il suo racconto - RED CANZIAN: va a lui la vittoria nel derby in famiglia con gli altri ex Pooh, anche se è una vittoria di Pirro. Il pezzo è ritmato, orecchiabile e cantato con grinta da Red (forse un po' giù di corda nella serata finale, ma ci sta); dispiace non abbia ottenuto maggior considerazione da parte delle giurie. VOTO: 7. 
Lettera dal Duca - DECIBEL: revival in salsa ottantiana, con un rock blandamente new wave che nulla concede alle sonorità più contemporanee. Un purissimo tuffo nel passato, anche nell'impronta vocale del ritornello in inglese. VOTO: 6,5. 
Senza appartenere - NINA ZILLI: raccoglie meno di quanto avrebbe meritato. Più convincente rispetto a precedenti sue apparizioni all'Ariston, ha trovato l'abito ideale indossando al meglio una canzone molto sanremese, di stampo classicheggiante, ma gradevole e con un testo "al femminile" di notevole spessore. A mezza via fra "Quello che le donne non dicono" e "Donna" di Mia Martini, senza raggiungerne i picchi qualitativi ma comunque dignitosissima. VOTO: 7. 
Il segreto del tempo - ROBY FACCHINETTI E RICCARDO FOGLI: i due amici non hanno osato, puntando su una melodia a sfondo malinconico, una di quelle che tanto andavano di moda a Sanremo negli anni Novanta, e che comunque è pienamente nelle corde di entrambi. E' la continuazione di una modalità espressiva già più volte esplorata da Roby e Riccardo (il primo in non grandissima forma vocale), ma che contribuisce poco a dare slancio alla "nuova" coppia. VOTO: 5,5. 
Rivederti - MARIO BIONDI: la prima volta da concorrente in Riviera, per il "Barry White" italiano, è stata di tono decisamente elevato ma di non facile percezione da parte della grande massa del pubblico. Voce soul e atmosfere jazz sofisticatissime e avvolgenti. Un brano che sarà piaciuto ai fans dell'artista siciliano, e che probabilmente diventerà presenza fissa nelle scalette dei suoi concerti, ma difficilmente servirà ad ampliarne in misura apprezzabile la cerchia di estimatori. VOTO: 6,5. 
Arrivedorci - ELIO E LE STORIE TESE: un congedo più malinconico che divertente. Consueti ghirigori linguistici, col ricorso a termini di non frequentissimo uso, la parabola artistica di un gruppo di rottura "fumettizzata" ma senza alzate di ingegno particolarmente audaci. Come sopra per Biondi: i fans hanno probabilmente apprezzato, i semplici simpatizzanti come me prendono atto di un prodotto medio, senza infamia e senza lode, che forse accrescerà col tempo il suo appeal. Nella finalissima, si sono portati "in incognito" sul palco i Neri per Caso, loro partners durante la serata dei duetti. VOTO: 6. 

LA FINALE DI SANREMO 2018: META E MORO ONORANO I PRONOSTICI, AI PIEDI DEL PODIO LE PROPOSTE PIU' "ALTE" DI UN FESTIVAL FUORI DELL'ORDINARIO



Non ci può essere sempre la sorpresona finale, il Gabbani che ha la meglio sulla Mannoia, come avvenne lo scorso anno. Questa volta, il Festivalone è rimasto allineato ai pronostici della vigilia, che davano l'inedito duo Ermal Meta-Fabrizio Moro favorito per il trionfo, seppur nell'ambito di una gara assai equilibrata, che proponeva molte candidature per il massimo traguardo. Del resto, a giudicare dalle indicazioni molto parziali sulle preferenze delle varie giurie che erano state fornite nelle sere precedenti, le tendenze erano quelle che poi hanno trovato espressione nella classifica definitiva, e il podio poteva essere tutto sommato prevedibile. Un podio che ha un'unica bizzarria: affiancando ai due cantautori la rivelazione Stato Sociale e l'ottima Annalisa, si è riavvicinato alla linea artistica della precedente gestione, quella targata Carlo Conti; in un Sanremo caratterizzato da una notevole presenza di proposte "alte", un tantino sofisticate, non di impatto immediato, le tre medaglie sono infine andate a tre portabandiera dell'easy listening, seppur non banale e declinato in forme diverse. 
LA RAFFINATEZZA A UN PASSO DAL PODIO - Non può destare scandalo, questa conclusione. E' certo comprensibile il rammarico di molti, letto ieri sui social, riguardo al trattamento riservato a Ron, al trio Vanoni-Bungaro-Pacifico, a Gazzè, a Barbarossa e a  Diodato-Paci, piazzatisi da quarto all'ottavo posto. Sul piano strettamente qualitativo, della pregevolezza nella scrittura e nell'arrangiamento, tutte avrebbero meritato di arrivare più in alto, e probabilmente così sarebbe stato se il giudizio fosse stato affidato unicamente a una giuria di esperti. Ma a Sanremo non funziona in questo modo, lo sappiamo da anni, quando entra in scena il televoto torna a prevalere la cosiddetta radiofonicità, e del resto penso che, anche con una votazione esclusivamente tecnica, effettuata da gente "del ramo", il primato di "Non mi avete fatto niente" non sarebbe stato scalfito. 
PRIMI NONOSTANTE TUTTO, MA IN FUTURO... - Il Festival numero 68 ha trovato dei vincitori tutto sommato degni.. Il loro brano unisce orecchiabilità a impegno civile, quest'ultimo espresso con un testo fatto di flash e immagini scarne, semplici, per arrivare dritto al cuore; e le due voci si compensano bene, la rabbia dolente di Meta e quella dirompente di Moro. L'incidente infrasettimanale, il caso legato alla "citazione" del refrain presa da una canzone del 2015, non ha lasciato il segno; rimane però l'amaro in bocca legato a tutta la vicenda. Ribadisco la mia opinione: sul piano, diciamo, "moral - concettuale", non riesco proprio a definirlo un pezzo "nuovo", quello premiato stanotte intorno all'una e mezza. Il regolamento, però, lasciava una via di uscita, nella parte in cui parla di "stralci campionati" di opere precedenti, stralci che non devono superare il terzo della durata della composizione in concorso. Quindi in punta di diritto è stato giusto così e ha fatto anche piacere, trattandosi di due artisti che godono al momento di grandissima popolarità e posseggono indubbio talento, ma è altresì evidente che, sul punto, le "tavole della legge" sanremesi non sono chiare quanto dovrebbero, e quindi dovranno essere riscritte e rese più esplicite e dettagliate, per evitare che in futuro si creino certi spiacevoli equivoci. 
STATO SOCIALE E KOLORS: LA RADIOFONICITA' - C'era chi credeva in un exploit in extremis degli Stato Sociale, ma senza dubbio sono loro "gli altri" vincitori della kermesse, e  vanno a raccogliere di fatto il testimone di Elio e le Storie Tese, i quali, per una curiosa combinazione di fattori, hanno chiuso la loro parabola con quell'ultimo posto agognato da tempo. La band bolognese ha canoni espressivi diversi, più diretti, rispetto alle giravolte linguistiche degli Elii: sta di fatto che hanno sfornato uno di quei tormentoni di cui Sanremo non può fare a meno, per rimanere nell'immaginario collettivo; verosimilmente faranno loro compagnia, nei piani alti delle classifiche di vendita e download, quei Kolors penalizzati da un nono posto che non valorizza la freschezza e la buona costruzione di "Frida".
Meritato il bronzo per Annalisa, che aveva un po' smarrito la... retta via in occasione della sua ultima partecipazione, nel 2016, con una "Diluvio universale" forse troppo pretenziosa e al contempo eccessivamente classica nell'impostazione. In "Il mondo prima di te" ha ritrovato il giusto equilibrio fra tradizione e contemporaneità  che ne aveva decretato il successo di qualche anno fa, sfoderando nel contempo una verve interpretativa  in cui ha abbinato perizia tecnica a intensità emotiva. 
NESSUNA CANZONE VERAMENTE "BRUTTA" - In linea di massima, non riesco a trovare, fra le venti dei Campioni, una canzone veramente scadente. Ce ne sono due o tre di non eccezionale levatura, questo sì: le proposte di Caccamo e del duo Facchinetti-Fogli, per quanto ben strutturate, scivolano via senza lasciare il segno; quella presentata da Noemi non è male, ma non porta nessun valore aggiunto alla carriera della "rossa", che avrebbe invece avuto bisogno di un nuovo slancio in grado di valorizzarne le sempre intatte capacità vocali e sceniche. Per il resto, non posso che promuovere il tenore qualitativo della selezione operata da Baglioni. 
CONTI E BAGLIONI: FILOSOFIE DIVERSE MA VINCENTI - Dopo tre edizioni in cui Conti ha puntato massicciamente sull'immediatezza delle canzoni (ed ha realizzato tre ottimi Festival, lo scrissi negli anni scorsi e lo ribadisco), il suo successore ha optato per una linea artistica più coraggiosa e variegata: salvata comunque una quota di brani dalla notevole forza commerciale, si è puntato con più decisione sul pregio autoriale delle opere. Due filosofie diverse, semplicemente, e va detto che la scelta dell'anchorman toscano era stata perfettamente giustificabile da quel momento storico: occorreva creare dei Sanremo che incidessero sul mercato discografico nostrano, andando in particolare incontro ai gusti del pubblico più giovane che, altrimenti, avrebbe potuto voltare le spalle alla manifestazione. L'obiettivo è stato indubbiamente centrato, e così Claudio ha potuto muoversi con maggiore libertà, fornendo una rappresentanza più vasta di territori musicali. 
DA GAZZE' A DIODATO: CI RICORDEREMO DI LORO - E dunque, non è il caso di dare troppo peso alla graduatoria finale, che in Riviera conta sì, ma fino a un certo punto: perché in pochi, fra qualche anno, ricorderanno che Ron è arrivato quarto e la Vanoni quinta, ma in molti, scommetto, terranno a lungo nel cuore le loro proposte, la delicata poesia targata Dalla, la raffinatezza compositiva che Bungaro e Pacifico hanno messo a disposizione della voce sempre calda di Ornella; così come non dimenticheremo il favolistico Gazzè, un Barbarossa che ha dato nuova linfa al folk romanesco, il crescendo emozionale del duo Diodato-Paci. Peccato, casomai, per il diciassettesimo posto di Nina Zilli, finalmente convincente con una melodia tipicamente sanremese ma impreziosita da un bel testo "al femminile". 
PAUSINI: NUOVO PRIMATO - La serata finale è filata via con un ritmo piacevolmente sorprendente, visti i precedenti: le canzoni in concorso si sono susseguite senza eccessivi tempi morti. All'inizio, qualche lieve imperfezione tecnica "on stage" e persino disturbi sul collegamento tv, cosa quest'ultima che, a memoria, non accadeva dai primi anni Ottanta... Poi tutto si è aggiustato e i cantanti in gara hanno dato fondo alle loro energie. Laura Pausini, guarita a tempo di record e benevolmente presa in giro via telefono da Fiorello, ha trovato il modo di aggiungere un altro primato alla sua carriera: durante l'esecuzione di "Come se non fosse stato mai amore", è uscita dal teatro e ha continuato a cantare al cospetto delle tante persone che, tradizionalmente, sostano davanti all'Ariston per tutta la durata dell'evento; mai nessuno prima di lei aveva... osato tanto. 
FAVINO SUGLI SCUDI - Da dieci e lode lo stupendo monologo di Pierfrancesco Favino dedicato all'esperienza dei migranti, perfettamente fusosi con "Mio fratello che guardi il mondo", interpretata con trasporto da Fiorella Mannoia e da Baglioni. Un momento intenso e commovente, come lo era stato anche, ventiquattr'ore prima, il messaggio di Milva letto sul palco dalla figlia della grandissima cantante, insignita a furor di popolo col premio alla carriera. Due picchi emozionali in un Sanremo 2018 in cui, va rilevato, si è cantato per la quasi totalità del tempo, lasciando pochissimo spazio al "contorno". Sembrerebbe un'ovvietà, ma su quel palco spesso è avvenuto il contrario. Ieri sera, poi, nessuna intrusione "extra", a parte la citata, graditissima performance di Favino. Certo, il cast è stato nel complesso di prim'ordine, contando anche gli ospiti italiani e le tante parentesi canterine del direttore artistico, ma il succo del discorso è che uno show quasi esclusivamente musicale può ancora fare breccia nel "cuore di pietra" delle famiglie Auditel. 
E' RIPROPONIBILE IL FORMAT BAGLIONI? - Ci sarà un Baglioni bis? Non so se auspicarlo o meno: per come è stato strutturato, per la presenza eccezionale di un cantautore che, almeno a livello televisivo, non è certo un prezzemolino, questo Festival numero 68 ha avuto tanto il sapore di un unicum nella quasi settantennale storia della kermesse. Un Sanremo concepito in maniera inedita, non più "messa cantata" in stile baudiano o contiano, ma comunque capace di salvaguardare una buona parte della sua liturgia riuscendo però a declinarla con schemi di spettacolo a tratti spiazzanti. Di un'altra edizione così ci sarebbe forse bisogno, ma per un tale format Baglioni dovrebbe trovare nuovi interpreti e una chiave di lettura diversa rispetto a quella appena proposta. Non è facile e si rischierebbe l'effetto minestra riscaldata. Vedremo.

giovedì 8 febbraio 2018

FESTIVAL DI SANREMO 2018, LA SECONDA SERATA: TANTO (TROPPO?) BAGLIONI, SEMPRE PIU' CREDIBILI DIODATO-PACI, ANNALISA, RON E VANONI. IL GIALLO META-MORO


Dalla notte fra martedì e mercoledì, su Sanremo 2018 grava l'ombra del caso Meta - Moro. Giusto farne ancora cenno, prima di parlare della seconda serata. Il nodo "squalifica - non squalifica" dovrebbe venir sciolto nelle prossime ore, e nella conferenza stampa delle 12.30 ne sapremo probabilmente di più. Innanzitutto la vicenda è già entrata nella storia della rassegna, perché ha portato per la prima volta alla "sospensione" (è il termine utilizzato da molte testate) di due partecipanti alla gara: la coppia di bravi cantautori avrebbe dovuto proporsi in seconda esibizione ieri sera, ma è stata "congelata" in attesa di ulteriori accertamenti sulla questione. Di certo, tutto può accadere: la seconda giornata del Festival era iniziata con affermazioni rassicuranti, in merito, da parte dei dirigenti Rai, ma dopo le prime, legittime perplessità manifestate da alcuni giornalisti, lo stesso Claudio Baglioni ha lasciato intendere di voler prendere la cosa molto seriamente e di dover effettuare attente valutazioni; di qui alla suddetta sospensione il passo è stato breve. 
RISCHIO SQUALIFICA CONCRETO - E' veramente una patata bollente, quella che la direzione artistica si ritrova fra le mani: perché Meta e Moro, non è un mistero, sono forse i più chiari favoriti per il successo finale. Col loro pezzo uniscono impegno civile, testo dalla forte carica emotiva, notevole orecchiabilità, e si tratta di due personaggi tutto sommato "trasversali", amati dai giovani ma graditi anche a un pubblico più adulto, come dimostrò ad esempio il terzo posto di Meta l'anno passato. Insomma, ci vorrà del coraggio per sbatterli fuori; però, parliamoci chiaro, il regolamento qualche rischio lo lascia intuire, in particolare riguardo al discorso sulla legittimità dell'utilizzo di "stralci campionati" di canzoni già edite, la clausola a cui si appellano gli "innocentisti"; nella situazione in oggetto non mi pare si sia davanti a un campionamento propriamente detto, in senso tecnico, bensì al riutilizzo, in versione minimamente rielaborata, del ritornello di un vecchio brano.
Non si parla assolutamente di plagio, come gli stessi cantanti hanno ieri equivocato sui social (le due opere hanno un autore in comune, Andrea Febo), quanto, semplicemente, della mancanza del requisito dell'inedito. Su questo dovrà pronunciarsi lo staff organizzativo della kermesse. La mia opinione? Io non sono un esperto di diritto, ma credo che le canzoni "nuove" siano altra cosa, questa non lo è, anche se il pezzo "ispiratore" era pressoché sconosciuto, fino all'altroieri. Se poi nei meandri del regolamento si riuscirà a trovare la strada per mantenerlo in concorso, contento per i due ragazzi. Ma ci ritorneremo sopra... 
TANTO BAGLIONI E UNA LEOSINI FUORI POSTO - Eccoci dunque alla seconda serata. L'impressione è che, stavolta, il direttore artistico si sia lasciato prendere un po' troppo la mano: a tratti, lo show è parso quasi una "Baglioni compilation". Si è trovata l'occasione per proporre, in un modo o nell'altro, tre pezzi del suo repertorio: "La vita è adesso" in duetto col Volo (la performance più riuscita), "Mille giorni di te e di me" con Biagio Antonacci e "Questo piccolo grande amore" con Franca Leosini. Una comparsata, quest'ultima, di cui avremmo fatto volentieri a meno, assolutamente superflua e per di più assai mal riuscita. In teoria, ogni strofa dell'evergreen doveva essere contrappuntata da un intervento più o meno ironico della conduttrice di "Storie maledette"; in pratica, ogni volta che il cantautore si interrompeva per dare spazio all'estemporanea partner, il pubblico in sala proseguiva a cantare, come in un concerto live, coprendo e togliendo forza agli inserimenti della giornalista. E poi, scusate, non si era detto che questo Sanremo avrebbe rinunciato a personaggi estranei al mondo della musica, dagli astronauti agli chef, alle famiglie con figli in quantità? E allora, cosa diavolo c'entrava la Leosini con il Festivalone? "Mistero", avrebbe esclamato Enrico Ruggeri...
BAUDO, LETTERA STRUGGENTE - Per il resto, una Michelle Hunziker sempre più padrona del palco e un Favino che si ritaglia i suoi spazi con l'abilità e perfino l'istrionismo dell'attore consumato: l'inglese sfoggiato nell'intervista a Sting non l'avevo mai sentito da parte di nessun precedente conduttore della manifestazione. Il cantante inglese innamorato dell'Italia ha proposto un duetto surreale con Shaggy, mentre il momento più emozionante della serata è stato senz'altro l'intervento di Pippo Baudo, "l'uomo Festival" per antonomasia, con una lunga "lettera aperta a Sanremo" che ha indotto più malinconia che allegria, assumendo a tratti i contorni di un bilancio di fine carriera. Poi il padrone di casa di tredici Festival ha riportato il sorriso con il lungo siparietto su un lontano fidanzato siciliano di Michelle (storiella già sentita e risentita, peraltro), parentesi che ha ritardato l'esibizione di Elio e le Storie tese. Volendo, per Superpippo è stato un contrappasso: cinquant'anni dopo aver costretto (gentilmente) Louis Armstrong ad abbandonare il palco di Sanremo '68, è stato lui a dover essere "tagliato" per lasciare spazio a Belisari e compagnia. 
L'ESEMPIO DI VECCHIONI - Bilancio magro per i superospiti italiani: i ragazzi del Volo non sono emersi per originalità, con l'inflazionatissimo "Nessun dorma" (ma si sono parzialmente riscattati con l'omaggio a Sergio Endrigo), dimenticabile Antonacci, che ha tentato di rilanciare il suo recente brano "Fortuna che ci sei", mentre a notte alta Roberto Vecchioni ha dato un plastico esempio di ciò che dovrebbero fare i cantanti di casa nostra fuori concorso a Sanremo, se proprio ci devono essere: omaggiare il repertorio canoro proprio o di altri, senza indulgere alla promozione del prodotto più recente. Chapeau. In generale, l'impressione è stata quella di una serata troppo carica di orpelli trascurabili: abbiam detto  della Leosini, ma aggiungiamoci anche il ballo Favino - Hunziker sulle note di Despacito (che speravo di non sentire almeno all'Ariston) e il lungo e non entusiasmante sketch "del trapano" col mago Forrest. In tutto ciò, il Dopofestival, che inizia ampiamente dopo l'una, diventa impossibile da vedere per le persone normali, che qualche ora di sonno devono pur concedersela... 
DA DIODATO A RON E VANONI, TANTA QUALITA' - La gara, adesso: è iniziata quella fra le Nuove proposte. Inutile discutere di classifiche parzialissime, per cui al momento limitiamoci a dire che le opere migliori sono sicuramente quelle dei due maschietti, il godibile elogio al congiuntivo dell'estroso Lorenzo Baglioni (nessuna parentela) e lo straniante, doloroso recitato di Mirkoeilcane in "Stiamo tutti bene", sulla tragedia dei barconi dei migranti. Riguardo ai Big, confermata la buona impressione sullo spessore di "Adesso", con Diodato e Roy Paci che a questo punto diventano papabili per le primissime posizioni; in crescita Annalisa, con un brano contemporaneo ma rispettoso della tradizione e un refrain tutto sommato di buon impatto, che potrebbe condurla a un piazzamento di rilievo. Da non trascurare "Senza appartenere" di Nina Zilli, classica melodia sanremese ma corroborata da un testo interessante sull'universo femminile, a meta fra "Donna" di Mia Martini" e "Quello che le donne non dicono" della Mannoia, non al livello di queste due gemme ma comunque dignitosissima ("Donna siete tutti", "Donna non di tutti", sono versi semplici, ma intelligenti ed efficaci). Sempre convincenti e radiofonici Vibrazioni e Canzian, anche se quest'ultimo non sta ottenendo i riscontri che mi sarei aspettato. Notevole la forza evocativa del Dalla cantato da Ron, ottimamente scritta nelle parole e nella musica "Imparare ad amarsi" del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico, forse la miglior espressione del nuovo corso "baglioniano" all'insegna della ricercatezza autoriale ed interpretativa. E' anche questa da podio, e le votazioni delle prime due giornate lo confermano. 
ABBIAMO UNA SIGLA! - A tal proposito, non mi pare una gran trovata quella di rendere note, a fine spettacolo, solo le preferenze espresse da una singola giuria, per di più non le graduatorie vere e proprie ma una mera divisione tra fascia alta, media e bassa. Si rischia di generare solo una gran confusione. Una nota piacevole: Sanremo ha finalmente una nuova sigla, come quelle che si facevano fino a metà anni Novanta, anche se su tutte le emittenti tv della Penisola continua a imperversare "Perché Sanremo è Sanremo": buona l'idea, vista nel galà di apertura, di fare interpretare la canzone a tutti i Campioni (ma perché ieri la clip non è stata riproposta?), buona anche l'esecuzione finale da parte del trio di presentatori. Vedremo se questo "Popopopo" riuscirà a lasciare il segno nella storia della rassegna.
ULTIM'ORA - La Rai e la direzione artistica del Festival hanno deciso, dopo perizia sulle due canzoni "incriminate", di mantenere in concorso "Non mi avete fatto niente" di Meta e Moro. Sussiste il requisito dell'inedito. 

venerdì 3 aprile 2015

LE MIE RECENSIONI: "MA CHE BELLA SORPRESA", FILM NON FACILE. LEGGEREZZA, MALINCONIA E DRAMMATICITA' IN SOTTILE EQUILIBRIO


"Ma che bella sorpresa" non è l'ennesima commedia italiana "spuria" come tante, troppe, uscite di recente nelle sale della Penisola. Spurie, per chiarirci, in quanto non guidate da una linea artistica ben definita: commedie che si presentavano come palesemente "leggere", financo ridanciane, per poi perdere la bussola e deragliare, a secondo tempo inoltrato, verso un clima di stucchevole melassa sentimentale, quando non addirittura di drammaticità. Il fatto è che queste anime convivono anche nell'ultima pellicola di Alessandro Genovesi, ma la situazione qui è del tutto diversa: si tratta infatti di una scelta pressoché inevitabile per meglio rendere il complesso canovaccio narrativo di quest'opera, remake del film brasiliano "A mulher Invisivel", datato 2009. 
LEGGEREZZA DI FACCIATA - No, non è una commedia leggera, questa, sebbene la presenza di Claudio Bisio e Frank Matano nelle vesti di interpreti principali possa indurre a crederlo. Certo, c'è allegria, ma è un'allegria a sprazzi, persino un po' posticcia, utile a rendere più lievi i contorni di una vicenda sicuramente malinconica, per certi versi inquietante. Perché Guido, ossia Bisio, professore di liceo a Napoli, non riesce proprio a superare il trauma di un'inattesa separazione dalla donna amata (che sembra non sopportarne più la vita un po' monotona e gli eccessi di romanticismo) e finisce col crearsi la più classica delle amanti immaginarie: un viaggio cerebrale che diventa, in breve, un disagio, una vera e propria ossessione, una patologia. 
DISAGIO PSICHICO - Questa donna ideale (interpretata da Chiara Baschetti) si chiama Silvia (vago richiamo alla poetica leopardiana?), e nella testa e negli occhi del povero Guido diventa in carne e ossa: con lei parla, divide il suo appartamento, fa persino l'amore, ma il guaio ulteriore è che la questione non rimane rinchiusa fra le mura di casa. Guido "esce" con Silvia, la porta al ristorante, chiacchiera con lei per strada, con lei mangia un gelato sul lungomare. Insomma, una situazione mica tanto divertente, in fondo, anzi... Per quanto la vicenda si presti, in certi suoi eccessi, a dare spazio a siparietti ironici, è l'amarezza a dominare, quasi l'ansia per la salute di un uomo che rischia davvero una pericolosissima deriva mentale. 
REGISTRI DIVERSI - Va da sé che, in un quadro a tinte così contrastanti, trovare il giusto equilibrio nel racconto non era semplice. Genovesi si è infilato in un terreno minato, una commedia multiforme da maneggiare con estrema cautela. Ne esce tutto sommato a testa alta, grazie a una buona scrittura e alle doti camaleontiche del cast: che Bisio sapesse passare da un registro ilare a uno più serio era cosa nota (lo testimonia soprattutto il suo percorso teatrale), più sorprendente vedere queste trasformazioni in corso d'opera sul volto di Matano, riapparso in versione decisamente più convincente dopo lo scempio autunnale di "Tutto molto bello" by Paolo Ruffini (scempio come film in generale, non solo per la sua dimenticabile performance). 
POZZETTO E VANONI MODESTI - In un canovaccio così articolato, tutti camminano sul filo recitativo, riuscendo a non cadere: la comicità "dura e pura" dovrebbe essere delegata, nell'occasione, a due figure di contorno, gli ospiti d'onore Renato Pozzetto e Ornella Vanoni, i genitori di Guido; due anziani brontoloni, le cui schermaglie tuttavia non strappano più di qualche stracco sorriso. Sono comunque oasi di disimpegno che ci stanno, in un'opera ben costruita e che arriva alla conclusione senza perdere mordente, dopo aver sviluppato il proprio filo conduttore anche con alzate d'ingegno non indifferenti, in primis la bizzarra seduta nello studio della psicanalista, o anche gli "incontri" fra Silvia, la donna di fantasia, e Giada, la donna in carne e ossa, una casalinga napoletana, dapprima moglie insoddisfatta e poi vedova, la migliore "medicina" che Guido abbia a... portata di cuore: riuscirà il nostro tormentato prof ad assumerla, questa "terapia"? 
LODOVINI E BASCHETTI, FEMMINILITA' PROROMPENTE - Giada è interpretata da Valentina Lodovini, che con questo ruolo accresce vieppiù la sua immagine di nuova... maggiorata del cinema italiano: al di là delle forme, esposte maliziosamente ma con discreta parsimonia e senza alcun volgarità, rimane una prestazione di notevole spessore per uno dei volti rampanti della nouvelle vague tricolore: una recitazione costruita sapientemente anche sulla sua prorompente espressività fisica, per certi versi sulla scia della Loren degli esordi. Non dello stesso livello la Baschetti (dieci anni fa candidata, secondo i rumors, a presentare Sanremo con Bonolis, poi non se ne fece nulla), che del resto è una modella prestata al cinema: una prova piuttosto "scolastica", ma a parlare è soprattutto il suo corpo, come richiesto dalla parte a lei assegnata: l'incarnazione di una donna sognata, bellissima, statuaria, fedele, innamorata, addirittura con le stesse passioni e gli stessi interessi del proprio uomo. Sognata sì, ma tutt'altro che perfetta, per inciso: perché la compagna o il compagno non possono essere un nostro alter ego di sesso opposto... 
L'EX MONELLA - Si è rivista con piacere Anna Ammirati (la compagna di Guido - Bisio a inizio film), più matura e ancor più fascinosa rispetto agli esordi con Tinto Brass in "Monella", e che nel frattempo si è costruita un corposo curriculum attoriale, soprattutto in teatro. In definitiva, "Ma che bella sorpresa" supera un esame non facile, quello di raccontare una storia complessa (delusione d'amore e conseguente disagio anche mentale che rasenta l'anormalità, e anzi vi sconfina) trattandola con la giusta chiave di lettura, senza buttarla in caciara ma mantenendo comunque una sottile patina di leggerezza. 

venerdì 21 febbraio 2014

SANREMO 2014: IL CASO SINIGALLIA, I MEANDRI DEL REGOLAMENTO DEL FESTIVAL E LA REGOLA FERREA DELL'INEDITO


A Sanremo, dunque, è esploso il caso Riccardo Sinigallia. Il cantautore romano, musicmaker di valore e, per anni, elemento cardine del progetto Tiromancino, rischia la squalifica dal Festival: il brano con cui è rimasto in gara, "Prima di andare via", è stato eseguito in pubblico nel giugno dell'anno scorso, nel corso di una rassegna musicale in quel di Cremona. Non uso il condizionale perché la cosa è certa, documentata da una ripresa video presente sul sito del quotidiano "La provincia di Cremona", prima misteriosamente sparita e poi rimessa online, stamane, nel giro di poche ore. L'organizzazione di Sanremo numero 64 si riunisce in questi momenti per decidere la sorte dell'artista, e, da quel che si è percepito dalle dichiarazioni rilasciate durante l'odierna conferenza stampa, il direttore di Rai Uno Giancarlo Leone e gli altri membri dello staff non hanno per nulla preso alla leggera la questione, anzi... 
COSA DICE IL REGOLAMENTO - Precisazione personale: la mia speranza è che Sinigallia rimanga in concorso, perché la sua, l'ho scritto nel post di stamattina, è una delle canzoni a maggior tasso qualitativo di questa edizione della kermesse, anche se ritenevo ancor più valida "Una rigenerazione", esclusa invece al televoto nel ballottaggio di mercoledì; lo spero nonostante l'evidenza, perché credo che, così come è concepito, il regolamento sanremese conceda qualche margine di manovra e di "mano morbida" agli organizzatori. Vediamolo, il regolamento, che sulla fattispecie in analisi recita, testualmente, quanto segue:  "L’eventuale mancanza del requisito di canzone nuova potrà essere rilevata, oltre che dall’Organizzazione in qualsiasi momento, su denuncia degli Artisti e/o Case/Etichette discografiche in competizione. La denuncia, da formularsi a pena di inammissibilità in forma scritta, dovrà pervenire all’Organizzazione non oltre la ventiquattresima ora successiva all’esecuzione della prima prova ufficiale resa dal relativo Artista e realmente effettuata a Sanremo". Per quanto mi riguarda, ma sono tutt'altro che un esperto di diritto, la situazione non è chiarissima. Le previste 24 ore dalla prima prova ufficiale a Sanremo sono abbondantemente passate e nessuno ha sporto denuncia, però, se tutto si esaurisse su questo punto, il busillis sarebbe già stato liquidato nel corso della conferenza stampa di oggi, quando è stato sollevato il caso, il che non è invece avvenuto. 
CAVILLOSITA' - La questione è in realtà assai più complicata: il riferimento alla facoltà di denuncia potrebbe infatti riguardare soltanto "gli artisti e/o case/etichette discografiche in competizione", mentre nelle righe precedenti è scritto che la mancanza del requisito dell'inedito può essere rilevata "dall'Organizzazione in qualsiasi momento", quindi anche oggi, a prescindere dal suddetto termine delle 24 ore. L'amico Eddy Anselmi, autore nel 2009 del pregevole "Almanacco della canzone italiana" dedicato alla storia del Festival di Sanremo, mi fa invece notare che il principale punto chiave è rappresentato dall'uso del verbo "potrà" invece di "dovrà", a sottolineare la discrezionalità dell'Organizzazione. Di certo, si tratta di due cavilli che farebbero la gioia di tanti principi del Foro nostrani. 
I PRECEDENTI - Purtroppo il passato non aiuta a vederci chiaro. Ci sono stati tanti, tantissimi casi simili, e sono stati spesso risolti in maniera diametralmente opposta: quello con più clamore mediatico riguardò Loredana Bertè, squalificata nel 2008 per aver presentato un pezzo, "Musica e parole", addirittura pubblicato vent'anni prima da un'altra cantante, con titolo e testo diversi. In maniera opposta, ossia con notevole indulgenza, venne trattata Chiara Civello, fra i Big nel 2012: "Al posto del mondo" rimase in concorso, ma era un brano che già da tempo circolava su Internet, in quanto era stato presentato da un debuttante (Daniele Magro) alle selezioni per la sezione giovani di Sanremo 2010. Severità eccessiva, invece, per Ornella Vanoni: la melodia della sua "Bello amore", che sarebbe dovuta essere in lizza nel 1996, era già stata eseguita durante una trasmissione radiofonica Rai da un'altra, sconosciuta interprete, e Pippo Baudo la escluse dalla lista, sostituendola con "L'amore è un attimo" di Enrico Ruggeri. Caso accostabile all'affaire Sinigallia potrebbe essere considerato quello di Andrea Mingardi: "Canto per te" restò in gara a Sanremo '98 nonostante lo scoop di Striscia la notizia, che mostrò il filmato dell'esecuzione pubblica del pezzo nel corso di una serata di festa a bordo di una nave da crociera (fonte Corriere della sera)... 
INEDITO, REQUISITO FONDAMENTALE - Casi simili, spesso uguali, ed esiti diversi. Segno che il regolamento, che muta negli anni ma che mantiene nel requisito dell'inedito un suo caposaldo, non è sempre chiarissimo, e interpretabile con una certa elasticità. Si può poi discutere su quanto sia al passo coi tempi l'obbligo di presentare canzoni nuove, nell'epoca del web e delle tante piattaforme comunicative, ma la "multimedialità" c'entra poco col caso in questione e, comunque, su questo punto sono particolarmente intransigente. Uno degli elementi di maggior fascino, alla base della magia di Sanremo, risiede proprio nella possibilità di poter apprezzare in una volta sola, in un unico evento televisivo e canoro, una notevole quantità di proposte musicali nuove di zecca. L'eccezionalità del Festivalone risiede anche in questo. 
Ci sta lo strappo alla regola degli ultimi anni in favore delle Nuove proposte, i cui brani vengono messi online con qualche settimana di anticipo sullo svolgimento della kermesse: ma va bene perché i giovani hanno bisogno di maggior promozione, ancor più nell'ambito di un Festival che oggi li tratta veramente male, relegandoli, nel corso delle dirette delle serate, a orari impossibili. Ma per i big no, assolutamente: senza inediti, sanremo diventa un altro Festival, un Festivalbar o cosa simile, e invece la rassegna rivierasca ha una sua unicità che va difesa ad ogni costo. Casomai si possono fare riflessioni nel senso di dare maggiore elasticità al concetto di "inedito", ma mi pare che già il regolamento di quest'anno conceda più di un distinguo. Però un'esecuzione pubblica come quella cremonese di Sinigallia no, non va bene: e francamente mi domando cosa spinga, anno dopo anno, più di un cantante (e relativi entourage) a sfidare la sorte con queste uscite pre festivaliere: il regolamento di Sanremo, su questo punto, è noto da anni, e se non lo si conosce lo si dovrebbe studiare. Mah! 

venerdì 10 febbraio 2012

FESTIVAL DI SANREMO: GLI ESCLUSI CHE HANNO FATTO STORIA

Il cast dei cantanti ammessi ogni anno a partecipare al Festival di Sanremo rappresenta solo il risultato di un lungo e spesso discusso lavoro di selezione. Sono infatti tante, a volte tantissime, le richieste di ammissione alla gara che pervengono alla direzione artistica. Di conseguenza, sono sempre tantissimi i delusi per il mancato inserimento nel "listone" finale. La storia del Festival è piena di esclusioni illustri. Ne riproponiamo qui alcune, sorvolando sulle più famose (direi "Meraviglioso" di Modugno, anno 1968, e "Bruci la città" di Irene Grandi nel 2007). E un pizzico di attenzione la riserviamo anche a quelle canzoni che, invece, nel cast ci erano entrate, per poi venirne escluse a pochi giorni dal via della rassegna.

Cominciamo dal 1969, quando, parafrasando la sigla tormentone di qualche anno fa, Sanremo era più che mai Sanremo, ossia uno snodo fondamentale e irrinunciabile per tutto il mondo musicale italiano e per buona parte di quello internazionale. C'era una coda chilometrica per entrare a far parte del cast, gli esclusi eccellenti erano numerosi, e quell'anno (fonte Archivio storico La Stampa) toccò a Giorgio Gaber con "Il Riccardo", poi destinata comunque a vasta popolarità. 



Anche nel 1973 sono tanti i grossi nomi a rimanere al palo, ma desta scalpore l'esclusione di Lucio Dalla, che era stato, come si suol dire, il "vincitore morale" delle due precedenti edizioni, con "4/3/1943" e "Piazza grande". Ma la sua proposta, "Un'auto targata TO", non convince proprio la commissione di selezione. 



Facciamo un bel salto fino al 1981: nella lista dei partecipanti inizialmente comunicata alla stampa figura Mia Martini con "E ancora canto". Tempo pochi giorni e la cantate calabrese esce dal cast, sostituita dal giovane Domenico Mattia. Il brano godrà comunque di discreto successo, anche grazie a qualche buon passaggio televisivo. Va detto comunque che Gianni Ravera, all'epoca l'organizzatore della kermesse, l'anno successivo inserirà nuovamente nell'elenco dei concorrenti un brano di Mia, la bellissima "E non finisce mica il cielo", che verrà presentata senza intoppi sul palco dell'Ariston e diventerà un evergreen della canzone italiana. 



1984: nella categoria "Nuove proposte" compare il nome della sconosciuta Silvia Conti. Porta un brano dal testo struggente, antiabortista (è la storia di "un bambino mai nato"), intitolato "Favola triste". E' ben confezionato, con un arrangiamento tipico di quegli anni, con sonorità vagamente dance, ma a pochi giorni dal via si scopre che il pezzo è già stato eseguito in pubblico, tempo prima, da un'altra cantante. Regolamento alla mano, scatta l'esclusione. A Silvia subentrano i Trilli, complesso folk conosciutissimo a Genova e in Liguria ma pressoché ignoto fuori regione. La ragazza potrà comunque presentare il medesimo pezzo a un'altra rassegna organizzata da Ravera, Saint Vincent Estate, dove non vige il requisito dell'inedito, e l'anno dopo potrà finalmente partecipare  aSanremo con "Luna nuova", ma senza fortuna. 



Nel 1993 arriva a un passo dall'ammissione la cantautrice sarda Maria Carta, con "Le memorie della musica". Sarebbe un momento di grande suggestione e raffinatezza, ma il pezzo non passa l'ultimissima selezione. Maria Carta è già gravemente malata, scomparirà poco tempo dopo. Una occasione tristemente mancata, per Sanremo. 







L'anno dopo, altra opportunità ghiottissima gettata alle ortiche: una canzone scritta da Fabrizio De Andrè. Si tratta di "Cose che dimentico", la presenta alle selezioni il figlio Cristiano e l'ammissione sembra scontata, vuoi per la firma prestigiosa, vuoi perché De Andrè junior era stato la rivelazione del Sanremo precedente (secondo posto con "Dietro la porta"), vuoi perché il brano è di buonissima fattura. Invece, scatta la clamorosa esclusione, in un Festival che ammette alla gara chicche (ehm) come "Se mi ami" di Claudia Mori. "Cose che dimentico" verrà presentata da Cristiano De Andrè, nello stesso anno ma in autunno, al "Festival italiano", concorso canoro creato da Canale 5 e per molti aspetti troppo simile alla kermesse rivierasca. 



Uno dei fiori all'occhiello del cast del Sanremo '96 dovrebbe essere Ornella Vanoni, con "Bello amore". Secondo la critica è una delle favorite, ma si viene a sapere che la sua canzone è stata eseguita in una radio nazionale pochi giorni prima da una giovane cantante, sia pure con testo diverso ma stessa musica. Niente da fare: nonostante il prestigio del nome, e il fatto che dovesse essere una delle attrazioni della manifestazione, Pippo Baudo, direttore artistico, non fa sconti, e al suo posto ammette alla gara Enrico Ruggeri con la comunque gradevole "L'amore è un attimo". 






Il 1998 è uno degli anni peggiori di sempre per Sanremo, in quanto a qualità del cast e delle canzoni in gara. La commissione selezionatrice, che vede nelle sue file anche Gianni Boncompagni, fa cadere comunque molte "teste" celebri, e fra queste Anna Oxa con "Chissà". La cantante pugliese si prenderà la rivincita l'anno successivo, vincendo a sorpresa con "Senza pietà".



2002: ritorna Pippo Baudo a dirigere il carrozzone e la discografia italiana è percorsa da un fremito, facendo pervenire al direttore artistico una autentica marea di richieste di partecipazione. Inevitabile che ci siano molte vittime illustri, ma brucia l'esclusione dei Nomadi, che proprio in quel periodo stanno vivendo una "terza giovinezza". Presentano "Sangue al cuore", che diverrà un grosso successo commerciale. 



2004: è l'anno di Tony Renis direttore artistico e del boicottaggio delle grandi case discografiche. Nonostante ciò, i nomi non mancano per allestire comunque un cast più che dignitoso. Ci sono in lizza giovani rampanti, vecchie glorie, artisti validi ma fuori dal giro delle multinazionali e cantanti della "generazione di mezzo" sempre in bilico fra consacrazione e limbo, come Mariella Nava. Il suo pezzo è "It's forever", ma rimane fuori dal cast.





Infine, un jolly. Un brano su cui non ho certezze, e sul quale chiedo aiuto agli esperti, se qualcuno passerà di qui. Dunque: nel 1980, viene inizialmente inserita nel cast dei Big la cantante indiana Asha Puthli, allora sulla cresta dell'onda. Dovrebbe cantare "Se ti va", ma poi viene sostituita da Peppino Di Capri. Nel 1981 esce sul  mercato un 45 giri di tal Francesco Calabrese, intitolato proprio "Se ti va". Che fosse la canzone destinata alla bella Asha? Se qualcuno sa, parli!