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giovedì 7 ottobre 2021

NATIONS LEAGUE: PER L'ITALIA SCONFITTA BALORDA. NEL PRIMO TEMPO MEGLIO (A TRATTI) DELLA SEMIFINALE EUROPEA, MA IL ROSSO A BONUCCI RIPORTA IN ORBITA LA SPAGNA

 E' stata, prima di tutto, una partita balorda. O meglio, una mezza partita, conclusasi dopo 45 minuti, anzi 46. Di quell'altra "cosa" che ha preso forma sotto i nostri occhi dopo l'intervallo sarebbe forse meglio non parlare, ma lo farò comunque più avanti, per dovere di analisi. Match balordo, sì, questo Italia-Spagna: tristemente simile ad altri match squinternati che la nostra Nazionale, storicamente, tende spesso a offrirci all'indomani dei suoi grandi trionfi internazionali. I più maturi e attempati fra i lettori potranno ad esempio ricordare un'Italia-Cecoslovacchia 2-2 del novembre 1982, pochi mesi dopo la sbornia Mundial, e si era a  San Siro anche quel giorno, fra l'altro. 

RUOTA CHE GIRA - Ecco, la gara di ieri sera, limitatamente al primo tempo, ha avuto qualche punto di contatto con quella lontana sfida di qualificazione europea. Incontri in cui, dopo il magic moment in cui va tutto, ma proprio tutto, come desideriamo che vada, il vento comincia a soffiare in direzione contraria: manchi occasioni che pochi mesi prima non avresti fallito, subisci gol che prima non avresti preso, paghi a caro prezzo sbavature tecniche e tattiche alle quali prima avresti saputo porre rimedio. La triste semifinale di Nations League può sintetizzarsi così: la partita della ruota che non gira più, o meglio, che gira in senso opposto. Un episodio su tutti: pensiamo a come sarebbero andate le cose senza la sciagurata espulsione di Bonucci, una leggerezza che un capitano di lungo corso mai dovrebbe commettere e che, non a caso, non commise ad Euro 2020. 

FINO AL ROSSO, MEGLIO CHE A LONDRA - Ognuno può pensarla come vuole: io penso che contro gli iberici, in parità numerica, non sarebbe finita come è finita. Vado oltre: l'Italia del primo tempo è stata, per larghi tratti, migliore di quella della semifinale di Wembley, sul piano delle espressioni di gioco e dell'autorevolezza, perché la ricordiamo tutti la sofferenza in trincea di quei 120 minuti, vero? La cartina di tornasole sta nel fatto che la Roja ci ha messo un bel po' prima di salire in cattedra, e lo ha fatto comunque senza continuità. L'Azzurra del primo quarto d'ora, e poi quella che ha reagito allo 0-1 dopo alcuni minuti "groggy", è stata una compagine dinamica, intraprendente, coraggiosa, sufficientemente precisa nel palleggio. Lungi dall'essere perfetta, certo, altrimenti non sarebbe andata sotto per poi rimanerci; ha pagato la giornata no di uno dei suoi califfi nel mezzo, Verratti, la scarsa vena di Barella, alcuni blackout difensivi di Di Lorenzo, soprattutto, e del citato Bonucci. Ma ha creato e concluso, prima e dopo la deviazione vincente di Ferran Torres: un grande intervento di Unai Simon su staffilata di Chiesa, un colpo di testa di Di Lorenzo a lato di poco, il palo di Bernardeschi, e soprattutto il clamoroso tiro a lato di Insigne, solo davanti al portiere, dopo un perentorio contropiede di Emerson. Come si suol dire, il pari era nell'aria, sarebbe anche stato giusto e avrebbe posto le basi di una seconda frazione apertissima; poi l'espulsione dello juventino e il raddoppio firmato ancora da Torres allo scadere del recupero hanno fatto calare la tela. 

PUGNALATA - Ripeto, un Club Italia apprezzabile, pur se non irresistibile, al cospetto di una selezione che solo in parte stava riuscendo a ripetere il dominio della manovra sciorinato ai tempi del rendez vous europeo. Rispetto a luglio ci è mancato, ancora una volta, il killer instinct, problema che già aveva causato intoppi notevoli nelle qualificazioni mondiali e che non poteva non essere pagato a caro prezzo contro un avversario superiore a Svizzera e Bulgaria. Dopo, in dieci contro undici, la partita da balorda è diventata avvilente, epperò inattendibile. E' stata una pugnalata, la visione di una Nazionale per oltre mezz'ora in balia totale delle Furie, irridenti al punto da meritare una punizione che, nel finale, è arrivata solo parzialmente. Mai così in sofferenza, l'ItalMancio, neppure nelle sue prime timide apparizioni di tre anni fa. 

SALVATA LA FACCIA - Ma, lo ribadisco, è stato uno spezzone di match giocato ad armi talmente impari da poter essere valutato solo con ampio beneficio d'inventario: essere sotto di due, immeritatamente, e con l'uomo in meno, contro questa Spagna vuol dire andare incontro al martirio, e possiamo anzi dire che i ragazzi dell'ex Bobby Gol siano stati bravi a evitare il naufragio completo, di fatto rendendo inoffensivo il possesso palla di Busquets e compagni e trovando il guizzo dell'1-2, anche se di pura rabbia, sull'asse Chiesa - Pellegrini. Nel salvare la dignità ci ha messo del suo anche Donnarumma, stordito inizialmente dagli stupidi fischi del Meazza (al punto da regalare, quasi, il raddoppio con una paperissima su diagonale del redivivo Marcos Alonso), ma poi ripresosi alla grande da campione qual è, con uno splendido salvataggio sullo stesso Alonso e molte tempestive uscite. Ed è stato utile Chiellini, per ridare compattezza, reattività e morale a tutta la truppa, tanto che perfino Di Lorenzo, a lungo in difficoltà nella prima parte, si è prodotto in un bell'anticipo su Sergi Roberto a pochi passi dalla porta. 

DA CHIELLINI A BASTONI - Gli interrogativi più amari della serata milanese partono proprio da qui: se a un anno dal Mondiale (che dobbiamo comunque ancora conquistarci) siamo aggrappati al vecchio bucaniere bianconero per tappare certe falle, è forse lecito nutrire qualche dubbio quantomeno sul futuro della nostra difesa: in campo c'era Bastoni che nel complesso dei novanta minuti non ha fatto male, a parte la piccola (ma decisiva) incertezza sul primo acuto di Torres; ma da parte sua si sono viste anche qualche preziosa chiusura e una buona dose di intraprendenza, personalità nel cercare di far ripartire l'azione, e insomma, è anche da esperienze tempestose come questa che passa la maturazione internazionale dei nomi nuovi; guai, quindi, a buttare a mare l'interista.  

ERA POSSIBILE CAMBIARE L'INERZIA? - Da questa considerazione nasce il secondo interrogativo: mettere in campo una formazione più fresca e "affamata", seguendo fra l'altro l'esempio di Luis Enrique, avrebbe aperto prospettive migliori? Io credo di sì ma, come detto, fino al rosso a Bonucci la prova dei nostri, pur fra qualche smagliatura e gravata da alcuni uomini sottotono, non era stata assolutamente negativa; anche se più dei singoli era il collettivo che stava funzionando, senza picchi particolari, se non in un Emerson molto propositivo, in Jorginho che era partito col piede giusto governando ottimamente il reparto di mezzo con notevole carica agonistica, e col solito Chiesa vispo e voglioso.  Ed era possibile cambiare l'inerzia in quel secondo tempo largamente gestito dagli ospiti? Ecco, qui invece ritengo che sarebbe stato quasi impossibile: Locatelli, Kean e Pellegrini potevano forse entrare prima, ma saremmo stati pur sempre in doppio svantaggio e in inferiorità numerica, e contro questa Roja, lo si è detto, avere questi handicap vuol dire essere destinati a sconfitta sicura. 

INSEGNAMENTI - E adesso? Adesso il futuro è probabilmente della Spagna, ma può essere anche nostro (e di altre rappresentative, beninteso). Questa serata, oltre all'ovvia amarezza per aver perso la possibilità di alzare un trofeo alla nostra portata, lascia in eredità tanti insegnamenti importanti. Oddio, un paio di questi, poche proteste e gomiti bassi, un uomo dell'esperienza di Bonucci avrebbe dovuto impararli da tempo, ma tant'è. Ecco, c'è stato pure tanto nervosismo in campo, frutto forse della desuetudine alla sconfitta, e il ko sarà utile anche a questo, a saper gestire meglio le situazioni di difficoltà che inevitabilmente ci si pareranno davanti sempre più numerose, di qui in avanti. 

Altro insegnamento: insistere su uno stile, un modo di stare in campo e di aggredire le partite, che la Spagna porta avanti con convinzione da quasi due decenni e che noi abbiamo fatto nostro, in pratica, solo dal 2018; loro ce l'hanno ormai nel DNA e si vede, noi l'abbiamo acquisito e dobbiamo interiorizzarlo ancor di più, perché è vincente, e in questo senso, dopo gli iberici, i migliori d'Europa siamo sempre noi; oltretutto, quando lo facciamo bene (ed è accaduto nel 99 per cento del percorso manciniano), il nostro possesso non è mai sterile e stucchevole, tendente ad addormentare e congelare, ma attivo e propositivo. Wembley e il primo tempo di Milano, per di più, hanno dimostrato che non ci manca la duttilità tattica, la capacità di adattarci a soffrire, le poche volte che ci si trova soggiogati sul piano del governo delle operazioni (e a questa Italia, diciamolo, succede esclusivamente contro la Spagna...). In undici, nella ripresa di ieri, avremmo potuto contenere e ripartire, aiutati dai boys subentrati che hanno avuto ben poco spazio di manovra in una compagine menomata, rattrappita, ammassata sulla trequarti per arginare la giostra impostale dai visitanti. 

DOVEVA ESSERE UNA PALESTRA - Chiudo questo pezzo pieno di interrogativi con... un altro interrogativo. E' stato giusto puntare in massa sui "pretoriani" azzurri per inseguire questa Nations League? Ecco, secondo me no, e parlo della filosofia di base con cui si è affrontata la manifestazione, non già della gara di ieri sera che, l'ho scritto prima, l'undici in campo ha per 45 minuti interpretato discretamente. Ma forse questo torneo andava preso come palestra di crescita per le nostre nuove leve, non come ulteriore premio per i pluridecorati, perché il campionato e le coppe ci stanno dicendo che gente come Calabria, Locatelli e Pellegrini, in questo momento, merita la maglia più dei titolarissimi storici, più spazio meriterebbero Kean e Raspadori, più considerazione Tonali. Occhio perché, per quanto la si neghi e la si respinga a parole, la riconoscenza verso chi ti ha portato in alto rappresenta una tentazione troppo grossa, che ha piegato anche uomini tutti d'un pezzo come Bearzot e Lippi. 

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