Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Lorenzo Pellegrini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lorenzo Pellegrini. Mostra tutti i post

mercoledì 8 giugno 2022

NAZIONALE RIVITALIZZATA DAI GRANDI ESCLUSI DI EURO 2020: CALABRIA, PELLEGRINI E POLITANO SUGLI SCUDI. ED E' UN'ITALIA "ROMANISTA"

 Nella mia ingenuità, rimango convinto che un'opera di ricostruzione azzurra come quella appena iniziata debba coinvolgere tutti, proprio tutti, dal vertice federale all'ultimo dei tifosi. Perché la Nazionale è il cardine di un movimento sportivo e cartina di tornasole del suo grado di sviluppo (o sottosviluppo). Riguardo ai tifosi, ho ormai perso qualsiasi speranza (quanto infantile accanimento, dopo Italia-Argentina, che squallida corsa alla denigrazione e all'insulto), ma un ruolo decisivo dovrebbe averlo anche l'apparato informativo, e qui cadono le braccia. Si invitano gli organi di stampa ad avere meno trasporto per le bufale d'oltrefrontiera e più attenzione per il vivaio nostrano, e loro interpretano la supplica con mentalità da seconda elementare: Gnonto azzecca un cross vincente al debutto in rappresentativa e diventa il possibile Messi italiano. Non contenti di aver contribuito, con la loro pressione, a frenare la crescita di Lucca, da possibile salvatore della patria nell'autunno scorso a mediocre protagonista cadetto, tentano ora di ripetersi rovinando la punta del Basilea, che in effetti ieri, a Cesena, ha commesso errori persino clamorosi nei sedici metri finali, pur non lesinando corsa e impegno. 

E' la stessa stampa, del resto, che parla di vittoria contro una modesta Ungheria: gli stessi magiari che sabato avevano battuto l'Inghilterra, e che all'Euro 2020 avevano fermato sul pari Francia e Germania. Che scarse, che modeste Inghilterra, Francia e Germania... Ah no, questo non si può dire, giusto? Peraltro, il vizio di diminuire sistematicamente i meriti azzurri, riducendone gli avversari a mere comparse, mi preoccupa un po' meno, anzi mi conforta: è il modus operandi adottato da molti osservatori, professionisti e non, nei tre anni che hanno condotto al trionfo continentale, e quindi è foriero di grandi soddisfazioni nel medio-lungo periodo. 

GIOVANI E ALTERNATIVE: CI SONO - Questa lunga premessa per dire che, ancora una volta, il Club Italia deve far da sé, contro tutto e contro tutti. Nessun vero programma di riforme è all'orizzonte da parte di chi comanda, bisognerà per il momento accontentarsi dei mal tollerati stage per ragazzi di interesse nazionale, comunque meglio di niente, se consentono di allargare in tempi rapidi il bacino di azzurrabili come in effetti sta avvenendo. Perché al di là degli impacci incontrati ieri, Gnonto è ormai parte del gruppo, va atteso e svezzato, e fra Germania e Ungheria hanno assaggiato il campo Cancellieri e Zerbin, oltre a chi già era in anticamera come Dimarco, Pobega e Ricci. 

Bene, molto bene così: era anche questo che chiedevo disperatamente, da Svizzera-Italia di settembre in poi. Ossia rinnovamento profondo muovendosi lungo due direttive: dare il cambio agli stanchi titolarissimi e campionissimi, attingendo alle nutrite retrovie già sperimentate dal Mancio nel suo primo triennio, e scandagliare la Penisola e l'Europa alla ricerca di nuovi prospetti da inserire subito nel giro, dando loro fiducia prima ancora che lo facciano i club di appartenenza. E' l'unica via al momento percorribile, certo rischiosa, ma che il cittì ha dimostrato ampiamente di saper battere con buoni risultati. Certo, dopo Euro 2021 l'ha intrapresa con colpevole ritardo, un ritardo che ci ha fatto perdere una qualificazione Mondiale ampiamente alla portata, e questo non va dimenticato. 

IL TRIONFO DEGLI "ESCLUSI EUROPEI" - Il match di Cesena ha dimostrato la bontà del lavoro di selezione attuato in questi anni dal trainer. Fra i protagonisti del successo sui danubiani ci sono stati Calabria, Lorenzo Pellegrini e Politano, tre che per un nonnulla sono rimasti fuori dal gruppo dei 26 per l'Euro. La conferma che non è vero che siamo di fronte a un deserto di talento. Pensate: avevamo perfino i ricambi per rinfrescare sollecitamente la squadra totem di Wembley, sol che si fossero lasciati da parte i debiti di riconoscenza (che il cittì continua a negare, ma di quello si è trattato). Il terzino neocampione d'Italia è stato molto utile soprattutto in fase di copertura, senza negarsi alcuni sganciamenti, mentre sull'altro versante Spinazzola, coi limiti di autonomia dovuti alla sosta di un anno, ha ripreso a scorrazzare in avanti, a triangolare coi compagni, ad aprire spazi e creare alternative al gioco d'attacco: elemento chiave nel definitivo decollo della prima Azzurra manciniana, la sua assenza è stata esiziale nel tremendo finale delle eliminatorie iridate. Intanto, nell'attesa di riacquisire piena e totale efficienza fisica, ha trovato comunque il modo di incidere sull'esito della gara scodellando il cross da cui è nato l'1-0 di Barella.

PELLEGRINI NUOVO UOMO CHIAVE - Pellegrini è uomo di forma e sostanza: costruisce, rifinisce (sapiente velo a favorire la sventola vincente di Barella) e va al tiro; un gol a Bologna, un altro a Cesena, con in più un eccesso di altruismo a servire in mezzo all'area Gnonto, poi fattosi anticipare, quando avrebbe potuto tranquillamente battere direttamente a rete. Dettagli, certo, che però potrebbero pesare nei confronti con compagini più dotate, quando occorre concretezza assoluta. Però è un fatto che, al momento, l'eclettico romanista sia elemento imprescindibile dalla cintola in su. E, si diceva, ottimo impatto anche per Politano, che ha splendidamente saltato l'uomo sulla destra mettendo proprio Pellegrini nelle condizioni di piazzare il 2-0, e in avvio di ripresa ha colpito la traversa con una staffilata da fuori dopo lunga progressione. Proprio nella mezz'ora a cavallo fra i due tempi si sono rivisti sprazzi della migliore Italia marca Bobby gol, rapida, precisa nel palleggio, ficcante, ancorché a tratti priva di killer instinct in avanti (caratteristica che accompagnò a lungo la Selezione nella fase post disastro 2018, se ben ricordate). Ha funzionato alla perfezione perfino la rischiosissima costruzione dal basso, attuata senza sbavature.

OCCASIONI MANCATE - In effetti, l'Italia avrebbe potuto e dovuto chiudere il match con uno scarto di reti più ampio: oltre alle due segnature e alle due citate occasioni mancate da Gnonto e Politano, ci sono stati altri "quasi gol", a partire dal salvataggio di Dibusz su inzuccata di Mancini, una carambola in area con Barella che ha mancato il tocco decisivo davanti al portiere, e un piattone di Locatelli da buona posizione neutralizzato a terra dal numero uno magiaro. Per gli ospiti, da segnalare due buoni tentativi di Szallai e altrettante efficaci risposte di Donnarumma;  i ragazzi di Marco Rossi, però, sono stati rimessi in corsa solo da un'autorete di Mancini: può capitare e macchia solo in parte la buona prova del romanista, che con Bastoni ha saldato egregiamente la terza linea, facendo sembrare inoffensivi coloro che, solo pochi giorni fa, hanno castigato i sudditi di Elisabetta. 

AZZURRI... GIALLOROSSI - E già, è un'Italia molto romanista, in questo momento: visto quanto vale un trionfo europeo col club, anche se ottenuto nella coppa ultima arrivata, la Conference? Dà autostima e personalità. Detto delle buone/ottime prove di Spina, Mancini e Pellegrini, da rilevare anche il cospicuo contributo di Cristante, prezioso collante  e uomo d'ordine nel mezzo, un ragazzo che sta raggiungendo la piena maturità pur se poco considerato dai media (ma forse è un bene, visti i danni giornalistici di cui si è detto in apertura). Dolenti note? Poche, nella circostanza: Gnonto, come detto, si è "sbattuto" ma ha parzialmente deluso, al di là degli errori di tocco in area. Deve meglio inserirsi nei meccanismi offensivi e giocare con meno foga e più sapienza. Sapienza mostrata da Raspadori, che ha lavorato di cesello, in appoggio ai compagni d'attacco, ma deve assolutamente accentuare il suo peso in fase conclusiva, perché, anche dopo una serata positiva come quella in Romagna, continuiamo a registrare la latitanza dei gol delle  punte pure, ed è un problema che prima o poi andrà risolto anche, come avevo scritto settimana scorsa, non lasciando nel dimenticatoio Immobile. Infine, da Locatelli, subentrato a gara in corso, continuo ad aspettarmi qualcosa di più dell'oscuro contributo da mediano, perché ha i piedi per costruire e tirare, e i tempi di inserimento per offrire un'opzione offensiva in più. 

ROVESCI POSSIBILI - In tutto questo, un punto deve rimanere ben chiaro: si sta ricostruendo, non era tutto nero dopo Wembley (quante lacrime amare piante per una amichevole di prestigio, perché questo era, e per una coppetta di inesistente valore storico), non è tutto roseo ora, ci mancherebbe, e quando si deve reimpostare una Nazionale possono arrivare anche rovesci dolorosissimi, fra un esperimento e l'altro. Ricordiamocelo, perché andremo a chiudere questa soffertissima e amara stagione con due trasferte quasi proibitive, in Inghilterra e in Germania: ma qualche seme è stato comunque gettato, e le basi, pur esigue, ci sono per guardare al medio termine con più ottimismo di quello dei tristi tifosi da tastiera. 

giovedì 2 giugno 2022

CLUB ITALIA: DA WEMBLEY NESSUNA SORPRESA, RIPETUTI GLI ERRORI FATALI DEI MESI SCORSI. CONTROCORRENTE: IL MATERIALE PER RIPARTIRE NON MANCA, MA...

 

                                          Chiesa e Tonali, due da cui ripartire (foto Guerin Sportivo) 

Invece di denigrarlo, sminuirlo e infangarlo stupidamente a ogni piè sospinto, fareste bene a riservare un posto speciale, nel vostro cuore, al trionfo azzurro di Euro 2021, a conservarlo fra i ricordi più belli e cari della vostra vita sportiva. Perché mi pare chiaro che dovranno passare parecchi anni prima di rivedere una Nazionale  italiana vincente, capace di alzare una qualsiasi coppa. Prepariamoci ad altri momenti difficili: le battute d'arresto, quando non le batoste, sono storicamente numerose nelle fasi iniziali di ogni ricostruzione (è stato così anche agli albori di questo ciclo ormai chiuso), e tanto più bisogna attendersi il peggio al momento di approcciarsi a questa rifondazione, nello specifico, che si preannuncia come una delle più difficili della storia calcistica nostrana. 

IL SECONDO TEMPO DELL'IMPOTENZA - La disfatta nella cosiddetta "Finalissima" londinese mi ha avvilito ma non sorpreso: è stata semplicemente il cascame di una ben nota situazione deteriorata, colpevolmente portata avanti dal settembre scorso senza correttivi apprezzabili. Poi, chiaro, i passi falsi nel girone mondiale e nel playoff furono frutto anche di  contingenze sfortunate e irripetibili, il k.o. con la Macedonia talmente assurdo da poter essere assimilato a un Roma-Lecce '86, per intendersi, mentre è ovvio che il confronto con una superpotenza mondiale, in stato di grazia tecnica e con una prima linea da podio iridato, abbia snudato le nostre attuali carenze oltre il limite del sopportabile. L'Argentina è grande, ma noi l'abbiamo resa grandissima, non prima di aver giocato una quarantina di minuti più che dignitosi, nei quali eravamo anzi stati noi a manovrare con buon palleggio e a tentare la via della rete (conclusioni di Raspadori e Belotti, pericoloso cross in mezzo di Bernardeschi), pur con le consuete deficienze in fase conclusiva. Dopo la prodezza di Di Maria, a pochi minuti dall'intervallo, si è spenta la luce, e nella ripresa è andata in scena la non-partita della nostra umiliazione e dell'impotenza manciniana, che ha cambiato formazione e modulo schierando un improbabile undici, fragile e senza riferimenti, ed esponendo a una inutile brutta figura alcuni degli elementi che dovrebbero essere i pilastri della nuova era. 

ERA MEGLIO AFFONDARE COI FEDELISSIMI - Voglio dire: se proprio si vuol essere coerenti, occorre esserlo fino in fondo. Il cittì ha voluto proseguire su una strada già dimostratasi nefasta in stagione, quella della riconoscenza, e affrontare l'Intercontinentale con gli uomini del trionfo europeo, esclusi ovviamente gli acciaccati. E allora, invece di improvvisare la squadra nella ripresa, mandando Scamacca e compagni al massacro in un contesto tattico caotico, avrebbe potuto affondare con i suoi fedelissimi, perché tanto dietro ci pensava un ritrovato Donnarumma, unica nota lieta della serata, ad evitarci il cappotto con prodigi su prodigi. Personalmente, ma non sono nessuno, l'operazione rinnovamento l'avrei iniziata subito,  essendo di evidente urgenza da mesi. Per tutta una serie di motivi, per i meriti accumulati in tre anni, è stato giusto confermare Bobby gol sulla panca azzurra, ma non si può nemmeno pensare che un'eliminazione mondiale possa scorrere via liscia senza lasciare tracce, per quanto, l'ho scritto in altra sede e lo ribadisco qui, qualificarsi in Europa per il torneo iridato, oggi, sia molto più difficile rispetto a quanto accadeva nel secolo scorso, "è fattuale", direbbe Crozza-Feltri. 

LA FINALISSIMA... POMPATISSIMA - Alle corte: la sperimentazione poteva già iniziare ieri sera, perché tanto, figuraccia per figuraccia, tanto valeva consentire ai nuovi e semi-nuovi di accumulare subito esperienza e minutaggio in un confronto di altissimo spessore. Fosse stato un impegno di prestigio e importanza autentiche, poi... Un evento inventato, anzi ripescato dai meandri calcistici degli anni Ottanta e Novanta (ricordate la Coppa Franchi?), e pompato all'inverosimile a livello mediatico. Da onorare, certo, ma non come fosse davvero "la sfida delle sfide" per la supremazia planetaria: per sancire quella, bastano e avanzano i mondiali, quelli a cui noi non parteciperemo per la seconda volta consecutiva. 

GIOVANI PROMETTENTI, STRADE SBARRATE, PROBLEMA POLITICO - Così, ora, è tutto ancor più difficile di quanto già non fosse. La nuova fase comincia sabato  a Bologna, si è detto, e impostare di punto in bianco una formazione nuova in un paio di giorni, con la prospettiva di affrontare la ringalluzzita Germania, non è proprio il massimo della vita, né della programmazione. Detto questo, il quadro della situazione è chiaro. Il vivaio italiano, pur messo nelle peggiori condizioni operative possibili, continua a produrre diversi talenti, anche se non tanti come avveniva fino a qualche lustro fa. Lo stage dei giovani di interesse nazionale organizzato nei giorni scorsi è stato emblematico in tal senso. I nomi su cui puntare a medio termine ci sono: Carnesecchi, Bellanova, Lovato, Gatti, Zanoli, Parisi, Miretti, Okoli, Scalvini, Casale, Fagioli, Rovella, Udogie, Ricci, Vignato, Pafundi, Oristanio, Esposito, Gnonto, Gaetano... La base c'è tutta, e se anche solo la metà dei sopracitati diventassero elementi di caratura internazionale ci sarebbe di che leccarsi i baffi: il problema "di sistema" dell'ultimo decennio è che, ad un certo punto, la crescita dei migliori prospetti si blocca, non perché siano scarsi e inadeguati, ma perché non viene dato loro spazio. La favoletta del "se sono bravi giocano" ormai non se la beve più nessuno, il problema è politico e legislativo, e occorre un intervento, che non credo impossibile, per consentire ai virgulti di casa nostra di emergere adeguatamente. 

COVERCIANO ULTIMO FORTINO - E qui il Commissario Tecnico ha quasi le mani legate, e può fare solo ciò che ha fatto finora: in primis "forzare la mano" agli allenatori dl club, dando lui per primo fiducia agli emergenti, un modus operandi inaugurato da Prandelli e che, dal 2011 a oggi, ha garantito la sopravvivenza della Nazionale maggiore a livelli decenti, al netto delle due gravi disfatte mondiali (un primo e un secondo posto agli Europei, e un'eliminazione ai quarti, dopo i rigori, nel 2016: poteva andare peggio). E ora questi stage, appunto, che i soliti commentatori da bar social hanno accolto con sorrisini sprezzanti ma che rappresentano, al momento, l'unico modo per cominciare a inserire i giovanissimi in un progetto azzurro a lunga scadenza. 

SERIE A STRANIERA, VERGOGNA NAZIONALE - Restano, sullo sfondo, le gravissime lacune organizzative e di mentalità, che hanno trasformato la Serie A in un campionato "straniero" sbarrando la strada ai nostri. Da parte di addetti ai lavori e tifosi (questi ultimi hanno anche doveri, non solo diritti) sarebbe auspicabile una maggiore maturità, che nella fattispecie vuol dire maggior sostegno, fiducia e pazienza per il "prodotto interno" e minori... orgasmi quando si legge dell'arrivo di improbabili calciatori di fuorivia. Da parte delle istituzioni, sportive e politiche, ci vorrebbero le riforme tanto attese, ma mi rendo conto che è come aspettare l'arrivo degli alieni: quasi tutte le grandi nazioni europee, Francia, Spagna e Germania, hanno investito forte nell'allevamento dei calciatori di casa, noi proprio non riusciamo, forse non vogliamo, e allora ci meritiamo tutto il peggio, compresa la vergogna da parte mia, in questo momento, di sentirmi un calciofilo italiano innamorato della Nazionale. 

PER RIPARTIRE SUBITO: PESCARE NEL GRUPPO EUROPEO... - Sul piano strettamente contingente, è chiaro fin dall'autunno scorso che molti "califfi" di questa squadra non siano più all'altezza del compito, a causa di esaurimento fisico e/o psicologico: onestamente, non vedo più un'Azzurra aggrappata a Emerson, Bonucci (sempre più in difficoltà, sempre più falloso), Jorginho, Bernardeschi, Belotti e Insigne, per tacere di Chiellini che lascia per raggiunti limiti di età. Continuo a sostenere che i nomi per ripartire non manchino. Innanzitutto sarà fondamentale il recupero di un drappello di "lungodegenti", parlo di uomini chiave dell'Europeo vinto come Spinazzola (che si sta finalmente riaffacciando in campo) e Chiesa, senza dimenticare il giovane Castrovilli, che era nei 26 dell'estate scorsa ed è stato spazzato via da un grave infortunio. Bastoni sarà promosso d'autorità, per valore suo e mancanza di alternative immediate al centro della difesa, Pessina si è appena affacciato al calcio che conta e si ritroverà dopo una stagione in chiaroscuro, Cristante è un leader della Roma e merita più spazio, Berardi è sempre in gran forma, sempre più prolifico, sa saltare l'uomo, certe sue défaillance in rappresentativa sono state più occasionali che frutto di un evidente logorio, Raspadori sta crescendo e ieri è stato uno dei pochi a rendersi sporadicamente pericoloso dalle parti dell'area argentina.

... E ALLARGARLO - Poi c'è chi non ha fatto parte della vittoriosa spedizione continentale ma era già nel giro, e va provato con più convinzione. Calabria, Lazzari e Mancini in difesa, Tonali, Pobega e Frattesi nel mezzo, Zaniolo, Pellegrini, Zaccagni, Politano, Pinamonti e Scamacca davanti. Non è molto? Forse, ma è comunque sufficiente per fare punto e a capo, se unito al graduale inserimento di alcune delle verdi speranze sopra citate, perché qualcuno, tipo Udogie ma non solo, è già pronto per i primi approcci, e l'atto di coraggio manciniano su Gnonto non deve rimanere un episodio isolato. Certo, è lampante la più grave lacuna tecnica che affligge il nostro calcio: non eravamo mai stati così poveri di attaccanti di razza, disperati al punto che, nell'autunno scorso, in molti (non io) si sono aggrappati alle prime prodezze cadette di Lucca, poi sollecitamente rientrato nei ranghi, forse schiacciato dal peso di responsabilità precoci ed eccessive, oltreché da problemi fisici. 

COME GESTIRE IL CASO IMMOBILE - La situazione è drammatica: i rampanti Scamacca, Raspadori e Pinamonti meritano fiducia, si spera in una risalita di Kean, ma Belotti, come detto, si è involuto e, lo ha dimostrato anche ieri, non pare più proponibile sui massimi palcoscenici, mentre, guardando ai vertici della classifica cannonieri di A, siamo ancora tristemente fermi a Immobile. Il quale ha bisogno di un gioco "su misura" per rendere al meglio come, da anni, sa fare nella Lazio. Ma Mancini ha intrapreso una strada radicalmente diversa sul piano tattico,  una strada che gli ha dato pienamente ragione fino all'11 luglio scorso. L'alternativa sarebbe rimodellare profondamente le concezioni di gioco della sua Italia, costruendo una manovra fondata totalmente su Ciro. 

PER CIRO, MODULO ALTERNATIVO - La domanda è: ne vale la pena? Stiamo parlando di un validissimo elemento, non più di primo pelo, che in campionato fa il diavolo a quattro, ma in Nazionale, anche prima del Mancio, ha sempre segnato col contagocce. Voglio dire: si poteva anche costruire, ai bei tempi andati, una Nazionale Baggio-dipendente, con tutti i rischi del caso, ma Immobile-dipendente, ecco, ci penserei due volte. Ci vorrebbe un po' di elasticità, semplicemente, perché non è detto che una squadra debba giocare sempre allo stesso modo, e forse in tutti questi mesi, i mesi in cui il palleggio azzurro, l'avvolgente gioco di iniziativa marchio di fabbrica manciniano, ha perso via via brillantezza, precisione, efficacia, velocità, sarebbe stato opportuno sposare un modo di stare in campo più prosaico e "verticale", terreno di coltura ideale per il bomber biancoceleste. Che, solo in questo contesto, potrebbe avere ancora qualche anno di utilità nella Selezione. E sarebbe il caso di pensarci, perché non siamo nella condizione di gettare alle ortiche il potenziale bottino di gol che ci garantirebbe il napoletano. 

venerdì 25 marzo 2022

DISASTRO ITALIA, IL PEGGIORE DI SEMPRE: CAMPIONI EUROPEI E FUORI DAL MONDO. MA CAUSE E COLPE VANNO CERCATE ALL'INTERNO DI QUESTO GRUPPO AZZURRO

 Tante cose senza senso, in queste ore surreali. Come la graduatoria degli scempi azzurri storici. Interessa davvero a qualcuno sapere cosa sia stato peggio fra Corea '66, Svezia '17 e Macedonia '22? A parte che non ci vuole davvero una grande scienza... Senza risalire a ere calcistiche geologiche, quattro anni fa andò fuori dal Mondiale una Nazionale mediocre, con veterani sul viale del tramonto, giovani promettenti ma non ancora sbocciati, elementi senza spessore internazionale, un improbabile ensemble guidato da un trainer non all'altezza del compito; ieri ha alzato bandiera bianca la squadra campione d'Europa, escludendo il nostro movimento dal consesso iridato per la seconda volta consecutiva, fatto mai accaduto prima, di una gravità inaudita, ça va sans dire. 

IL PUNTO PIU' BASSO - Il fondo, mi pare palese, è stato dunque toccato a Palermo, ma non è questo il punto, non è della medaglia d'oro dei disastri, che mai nessuno toglierà ai Mancini boys, che qui dobbiamo discutere. Occorre invece capire il perché, e non è facile. Mi stomacano le immancabili grida di dolore sulle nefandezze del sistema calcio italiano: grida che si ripresentano periodicamente da oltre 15 anni, diciamo dal post trionfo del 2006, per nefandezze che nel mio piccolo denuncio e sottolineo su questo blog più o meno dal 2011. Ho perso io, e conta poco, ma hanno perso anche i grandi organi di stampa, che evidentemente non hanno impiegato tutte le energie necessarie per spingere i vertici a riforme e rivoluzioni veramente sostanziali. E però, oggi, questo conta fino a un certo punto, perché il percorso recente della nostra Rappresentativa dice altro. 

SENZA SENSO APPARENTE - Se il fallimento del 2017 fu in qualche modo "telefonato", prevedibile, nell'aria, questo pare senza una logica palese, quantomeno per chi ha davvero seguito, studiato, analizzato l'attività degli azzurri da quando il Mancio è salito sulla tolda di comando. Non date retta a chi parla di gruppo modesto e di massicce, determinanti dosi di fortuna ad accompagnare i successi colti fino all'estate scorsa: o ha poca memoria, o scarse capacità di valutazione. L'Italia 2018-2021 è stata qui raccontata con dovizia di particolari, e non è male fare un ripassino: una squadra tecnicamente di buonissimo livello, capace di dare del tu alla palla, di manovrare in agilità e scioltezza con grande precisione ed efficacia, di aggredire l'avversario tenendo costantemente l'iniziativa, di creare palle gol e di concretizzarne una buona parte. Ci stropicciavamo gli occhi di fronte a un team straordinariamente prolifico sotto porta come poche altre volte in passato, nonostante la mancanza di punte di autentica caratura europea. 

BUONA SQUADRA, EURO MERITATO. E POI? - L'apice del rendimento, probabilmente in anticipo sui tempi, è stato raggiunto in occasione dell'ultimo Euro, vinto assolutamente con merito, nonché con l'ovvio aiuto di un pizzico di buona sorte che sempre accompagna le grandi conquiste (prima o poi qualcuno dovrà trovare il coraggio di affrontare un'analisi critica su come ci aggiudicammo il Mondiale '82, totem intoccabile come la mamma e Garibaldi). Nessun dubbio è lecito, dunque, sul valore assoluto di quel Club Italia, non la compagine più forte del lotto ma la più "in palla" nel momento giusto (come anche quella dell'82, per l'appunto). Lì c'è stato un errore di valutazione globale, che ha coinvolto tutti, dal cittì alle penne più autorevoli, fino al sottoscritto, il quale pensava che con la rosa di Euro 2021 fosse possibile, se non aprire un ciclo di successi, restare quantomeno su ottimi livelli per parecchi anni: perché i vecchietti sono pochi, ci sono diversi elementi validi nel pieno della maturità e qualche giovane di talento da far crescere. 

APPAGAMENTO E MANCATO RINNOVAMENTO - Il punto, forse, è proprio quest'ultimo; il giorno dopo la gloriosa serata di Wembley avevo scritto: "Questa Italia è all'inizio della sua parabola, ben lungi dal potersi sentire appagata (guai, guai!). Dovrà essere svecchiata in alcuni (pochi) tasselli, ha titolari in grado di reggere sul piano internazionale ancora per un po' di anni, ha giovani elementi già nella rosa dei 26 (Bastoni, Locatelli, Pessina, Castrovilli, Raspadori) e altri rimasti momentaneamente a casa, per scelta tecnica (Kean, Cragno, Gianluca Mancini, Lazzari, Romagnoli) o per infortunio (Sensi, Zaniolo, Lollo Pellegrini), per tacere di altri virgulti in fase di salita dall'Under (Tonali, già provato nella Maggiore, e Scamacca, i primi nomi che mi vengono in  mente)". Ecco, è accaduto tutto ciò che non doveva accadere: l'appagamento è arrivato precocemente, troppo precocemente, e il moderato rinnovamento non è avvenuto. 

MANCINI COME IL PEGGIOR BEARZOT - Da settembre in poi, la reattività di Mancini è stata pericolosamente simile a quella di Bearzot nella stagione post Mundial spagnolo.  Si è legato mani e piedi ai suoi fedelissimi, al gruppo storico che l'ha portato ai vertici, maledetta gratitudine. Nel maggio '83, per la gara con la Svezia, ultima spiaggia per riacciuffare una qualificazione europea ormai compromessa, il Vecio non trovò di meglio che rimettere in campo la formazione del Sarrià, già prostrata da una sequela di pareggi e sconfitte, con gli esiti che tutti gli appassionati conoscono. Ecco, la sensazione è che l'ex Bobby gol a Palermo avrebbe fatto lo stesso, ossia schierare lo stesso undici di Wembley, se non ci fossero state le indisponibilità forzate di Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini (poi subentrato) e Chiesa. Che poi l'assenza più pesante, in questi mesi, è stata quella di Spinazzola: anche in questo caso, chi può si vada a vedere le partite del triennio, per comprendere quale peso abbia avuto lo sfortunato terzino romanista nell'elevato rendimento tenuto dalla nostra Selezione. 

LA DECADENZA DI JORGINHO, INSIGNE, IMMOBILE - Refrattario a qualsiasi cambiamento, il nostro trainer, eccezion fatta per la gara casalinga con la Lituania (sai che coraggio), non a caso dominata in attacco da Kean e Raspadori. Nulla è cambiato, da novembre a marzo: il solito Emerson timido (persino Biraghi avrebbe probabilmente inciso di più su quella corsia), un Jorginho da troppo tempo marginale nella tessitura di gioco, per tacere dei rigori scellerati, un Insigne fuori fase, poco ispirato e lento, e un Immobile quasi irritante nella sua pochezza offensiva. Non sono stati fulmini a ciel sereno, ma scenari tecnici e tattici ben noti, a cui il coach non ha saputo porre rimedio. Perché il problema dei giovani, ossia dei ricambi dei titolarissimi, esiste, ma è un problema che, ahinoi, riguarderà soprattutto la prossima generazione di calciatori: per quella al momento in sella, le risorse di classe non mancano, pur se non sovrabbondanti, ed erano comunque più che sufficienti per mandare a casa senza difficoltà una Macedonia piccola e catenacciara, a patto di saperle usare con destrezza. Perché, ad esempio, cosa c'è di meglio di "svezzare" gli emergenti mettendoli alla prova in una gara decisiva e però, al contempo, ampiamente alla portata come quella del Barbera?

Invece abbiamo mandato al massacro i pretoriani. Che, come scrissi l'estate scorsa, non dovevano assolutamente sentirsi appagati, perché erano solo all'inizio di un percorso che si annunciava ricco di soddisfazioni, e invece sono precocemente sfioriti, hanno staccato la spina mentalmente, sono calati fisicamente, hanno perso convinzione e sicurezza ed è gravissimo, perché un'impresa come quella continentale avrebbe dovuto accrescerne la fame, la personalità e, di conseguenza, la capacità di imporsi e di fare risultato anche in circostanze difficili, fattore che invece è totalmente mancato in questa terrificante seconda parte delle eliminatorie mondiali. 

IMPOTENZA - La gara siciliana è stata emblematica: è vero, come in molti si affannano a scrivere oggi, che l'Italia ha dominato, ma è stato un dominio sommamente sterile. Seriamente, quante palle gol veraci, clamorose, nitide avete contato? Direi che stanno ampiamente sulle dita di una mano. Berardi, protagonista di una stagione esemplare col Sassuolo, è stato inevitabilmente anche il più pericoloso, il più incisivo, il più continuo al tiro, ma la mira è mancata totalmente, e il gol fallito nel primo tempo su pasticcio difensivo avversario è da doppia sottolineatura blu. Immobile solo una volta è andato alla conclusione in maniera discretamente insidiosa, e nella ripresa ancora Berardi ci ha provato due volte dalla distanza e una con una girata sotto misura; possiamo aggiungere un destro di poco alto da parte di Raspadori e un bel diagonale di Pellegrini, due che dovevano essere dentro fin dall'inizio, tanto per dire. Oltre a questo, un florilegio di tiri ritardati, abbozzati, oppure deboli e prevedibili: scarsa reattività, scarsa velocità di pensiero e di esecuzione dal centrocampo in su. Lacune che, ripeto, erano palesi anche in autunno: il fatto di non avervi messo una pezza con ben quattro mesi a disposizione inchioda il Mancio alle sue responsabilità, che onestamente mi paiono evidenti. 

LA RETORICA DEL CARRO E DEL "IO STO CON" - Qui entra in scena anche la disfatta della critica, di certa critica. Quanti danni ha fatto quella ormai lontana battaglia fra pro e contro Bearzot, culminata con l'epopea del Mundial '82, quando si cominciò a parlare di "carro dei vincitori" e amenità simili! Una retorica insopportabile, quella del carro su cui non si può salire se non sei "pro" fin dall'inizio, e quella del "io sto con Tizio" a prescindere da tutto. Per me non funziona così. Parlo per esperienza personale, quella scritta "nero su bianco" su questo blog da undici anni a questa parte: sono stato da subito con Mancini non per ragioni di simpatia umana, ma per quanto scritto all'inizio, ossia per aver visto giocare la sua Nazionale e averne colto in tempi non sospetti le enormi potenzialità, tanto da poterne agevolmente prevedere il buon rendimento all'Euro 2020 (la vittoria finale quella no, non poteva prevederla proprio nessuno). Allo stesso modo, ero stato immediatamente scettico su Ventura, un po' perché il suo curriculum parlava chiaro, un po' perché fin dalle sue prime uscite era parso lampante che fosse inadeguato al compito, per scelte strategiche e di uomini; ed ero stato con Prandelli perché per due anni fece un po' quel che ha fatto, con ancor più convinzione, Mancini, prima dell'improvvisa involuzione post Euro 2012 che mi fece lanciare chiari segnali d'allarme sulle non esaltanti prospettive del suo progetto, poi puntualmente arenatosi in Brasile. 

Così, dallo scorso autunno ho fotografato il declino dei campioni d'Europa e le incertezze e i tentennamenti del cittì, di fronte a una situazione che stava palesemente degenerando. Sono sceso dal carro? Certo che no, semmai il contrario: ho cercato di portare il mio modesto contributo per scongiurare un disastro che stava prendendo lentamente forma quasi nell'indifferenza generale. L'avessero fatto anche altri, forse in questo triste 25 marzo 2022 non staremmo recitando il de profundis per un ciclo che poteva portarci molto in alto e che invece si è esaurito prematuramente. 

ANCORA MANCINI? SI' MA... - E già: cosa ci attende adesso? La situazione è estremamente complessa. Mancini potrebbe benissimo rimanere, per quanto mi riguarda. Il disastro della seconda qualificazione iridata fallita, oltretutto contro un competitor di terza fascia (che ha vinto con un tiraccio della domenica, l'unico scagliato verso Donnarumma, diciamo anche questo), pesa come un macigno, e presumibilmente potrebbe portare l'ex fuoriclasse della Samp a decidere autonomamente di farsi da parte, però i meriti accumulati nel suo primo triennio sono epocali, e non parlo solo dell'aver riportato in Italia un titolo europeo che mancava da oltre cinquant'anni, un'eternità. Ha fatto molto di più, ha lanciato segnali importantissimi dando fiducia a giovani che inizialmente faticavano a trovare spazio anche nei club, ha puntato sul dominio del gioco e sulla tecnica, ha svecchiato l'immagine di un calcio italiano che può conseguire risultati anche percorrendo le vie dello spettacolo e della vivacità offensiva, non solo quelle della prudenza. 

SOLO GLI INVESTITORI STRANIERI POSSONO SALVARE IL NOSTRO CALCIO - Un cambio di mentalità che purtroppo il movimento ha recepito solo in minima parte, e qui può tornare valido il discorso sui massimi sistemi. E' di pochi giorni fa l'amara considerazione del cittì dell'Under 21, Nicolato, sullo scarsissimo spazio riservato ai giovani nelle squadre di A. Ma è roba vecchia, lo ripeto: discorsi che si facevano già nel 2010, e qui sta tutta la tragicommedia del calcio italiano, che si è condannato a lustri di marginalità internazionale non prendendo nessuno dei provvedimenti necessari per cercare almeno di iniziare la risalita. Perché non c'è solo la Nazionale che non volerà in Qatar (ammesso e non concesso che quel Mondiale si giochi, visti gli scenari internazionali di guerra); ci sono anche i nostri club zeppi di stranieri che puntualmente, da dodici anni a questa parte, recitano in Europa il ruolo delle comparse. Ma non è neanche più utile sottolineare tutto ciò, è solo una stanca litania destinata a rimanere inascoltata. Sì, ho perso le speranze. Solo gli stranieri, parlo in questo caso di imprenditori, possono salvarci: a Genova, sponda Genoa, si sta tentando di lanciare un progetto calcistico serio, organizzato, razionale, di matrice tedesco-americana: l'auspicio è che nel nostro calcio barzelletta approdino sempre più investitori come i 777 rossoblù. Ma tutto questo, ribadisco per l'ennesima volta, c'entra poco e nulla con il ko palermitano, le cui cause sono all'interno del gruppo azzurro, non nel sistema calcio Italia. 

NAUSEA AZZURRA - Per quanto mi riguarda, e mi scuso per questa ennesima digressione personale, in questo momento nei confronti della Nazionale ci sono più rabbia e nausea che voglia di ricominciare. Sono stanco e penso che staccherò la spina azzurra per un bel po'. Non mi appassiona l'Intercontinentale con l'Argentina, mi interessa poco e niente la Nations League, trovo persino frustrante l'idea di dover inseguire un altro Europeo, il Mondiale nordamericano del 2026 è troppo lontano, e non so se avrò le forze e l'energia critica per seguire questa ennesima ricostruzione del Club Italia che nemmeno doveva esserci, viste le premesse estive. 

lunedì 11 ottobre 2021

NATIONS LEAGUE: CONTRO IL BELGIO UN'ITALIA DI NUOVO VICINA ALLE SUE MIGLIORI ESPRESSIONI. GIGANTEGGIANO I TRE DI CENTROCAMPO

 L'eterna domanda senza risposte definitive: che valore tecnico ha la finalina dei tornei internazionali? Di certo dipende dalla manifestazione: per quanto riguarda la giovane Nations League, dal fascino indiscutibilmente ancora acerbo, la sfida per il bronzo vale grosso modo un po' più di un'amichevole di lusso. Poi però conta soprattutto quello che dice il campo: e lo Stadium, ieri, ha mostrato due squadre che hanno onorato l'impegno, interpretando seriamente la gara e battendosi fino alla fine per fare risultato. Ecco perché Italia-Belgio non è stata giocata invano: contro un avversario probante, qualitativo al di là delle assenze (che avevamo anche noi) e per nulla arrendevole, Mancini ha sicuramente avuto una buona parte delle risposte che cercava, al culmine di una momento azzurro sovrastato da qualche nube di troppo. 

QUASI COME AI "VECCHI TEMPI" - Era importante tornare subito a vincere, ovvio; ma era fondamentale la strada che avrebbe percorso la Nazionale per centrare l'obiettivo, e da questo punto di vista le indicazioni del pomeriggio torinese sono state confortanti anche al di là delle aspettative. Per settanta minuti si sono rivisti ampi sprazzi dell'ItalMancio, ossia dell'undici dominante tante volte ammirato negli ultimi tre anni fino ad Euro 2020. Si è sempre detto che la chiave di volta dei successi di questo ciclo stia nell'enorme mole di lavoro che il centrocampo riesce quasi costantemente a sviluppare con esiti di grande efficacia. Ebbene, ieri il nostro reparto di mezzo, riveduto e corretto rispetto a San Siro, è tornato a svettare: padronanza della manovra, abilità nelle due fasi, rapidità e precisione estrema nel tocco e nel palleggio. Sono i pilastri su cui è stata edificata la compagine campione continentale. Il fatto che, col parziale cambio degli interpreti, la sostanza non sia mutata, testimonia della bontà della generazione attualmente vestita di azzurro, ricca di classe nei piedi e di intelligenza calcistica. 

CENTROCAMPO A PIENO REGIME - Locatelli è stato un autentico califfo, sicuro, deciso, autorevole, inesorabile soprattutto nell'azione di interdizione, ma abile anche in costruzione quando ne ha avuto l'opportunità; Barella è tornato ad avvicinarsi ai suoi vertici di rendimento, con chiusure, inserimenti, assist e conclusioni: ha sfiorato il bersaglio nel primo tempo mancando di poco il bersaglio, lo ha ottenuto in avvio di ripresa con un gran destro al volo sugli sviluppi di un corner, confermandosi fra le nostre armi offensive più pericolose, soprattutto perché non sai mai quando e in che modalità piomberà in avanti per cercare di lasciare il segno. Ma personalmente, più degli altri, mi ha impressionato Lorenzo Pellegrini, "olandese" nell'accezione settantiana del termine, splendido uomo ovunque, visto a dar manforte in difesa, per poi lavorare un'infinità di palloni nel mezzo e contribuire massicciamente all'impostazione: fra le tante giocate di qualità, ottimo il lancio per Chiesa in avvio di gara, con tiro poi smorzato da un difensore. Gli è mancato il guizzo al tiro, ma è chiaro che un elemento così, in questo momento, non può essere relegato al ruolo di alternativa. 

BERARDI E CHIESA ATTIVI E ISPIRATI - Attorno a un nucleo così bene assortito, continuo e funzionale, tutta la macchina Italia ha girato a buon regime, esibendo anche pressing e frequenti spostamenti del fronte di gioco. Nel dettaglio dei singoli, si è rivisto un Di Lorenzo dal discreto slancio nelle sue proiezioni offensive, pur non accompagnato dalla necessaria precisione al cross, mentre Emerson, sull'altro versante, ha dato il meglio in copertura. Convincenti assai anche gli esterni alti, con un Berardi ispiratissimo e massicciamente presente nella nostra produzione d'attacco: per lui tante accelerazioni, un tiro che ha impegnato Courtois, un assist che ha messo Chiesa in posizione di sparo (altro salvataggio del portierone ospite) e il rigore del 2-0, pur trasformato con qualche difficoltà.

 Proprio Chiesa si è confermato la costante positiva di questo turbolento avvio di stagione azzurra: sempre nel vivo dell'azione, sempre con lo sguardo rivolto alla porta; tre volte ha cercato la conclusione nella prima frazione (un tiro fuori, un diagonale rintuzzato dalla difesa e un salvataggio del guardiano del Real Madrid), una volta ha difeso un pallone recapitatogli da Bastoni per poi mandare alla battuta Raspadori, che avrebbe fatto centro senza la provvidenziale deviazione di Castagne, e ha infine costretto Castagne al fallo da rigore; solo "Raspa" ha un po' sofferto, ma nel match di Torino gli approcci offensivi del Club Italia hanno battuto sentieri tattici diversi, come abbiamo visto, puntando più sulle corsie laterali e sugli sganciamenti di uomini dalla zona nevralgica. 

DIFESA SOLIDA E PROPOSITIVA - Incoraggianti anche le indicazioni offerte dalla terza linea: molto "alta" e propositiva fin quando il nostro undici ha tenuto pallino, con frequenti avanzamenti di Acerbi e un Bastoni sempre pronto al rilancio, poi serrata e attenta nei venti minuti finali, allorché i Diavoli Rossi hanno intensificato la loro spinta, grazie anche all'ingresso di un brillante De Bruyne; e Donnarumma è tornato ai livelli che gli competono sventando due insidiosissime conclusioni di Alderweireld. 

Il fatto che, nonostante un quadro di rendimento generale piuttosto elevato da parte degli italiani, i belgi siano stati pericolosi al punto di colpire tre legni con Saelemaekers, Batshuayi e Carrasco, è ulteriore conferma di quanto la partita sia stata presa sul serio dai numeri uno del ranking Fifa, costituendo un test di grande severità per un team, il nostro, ancora scosso dalla semifinale perduta. Il punto dell'1-2, realizzato in contropiede da De Ketelaere, ha rappresentato un giusto premio per gli uomini di Martinez, restituendo uno specchio più fedele dell'andamento del match, e tuttavia, un'analisi complessiva dei vari momenti dell'incontro, dell'atteggiamento degli azzurri nelle varie fasi tattiche, dell'efficacia delle loro trame, non può che confermare la piena legittimità di un successo sofferto, in fin dei conti, soltanto nell'ultimo quarto di gara. 

LE INDICAZIONI DEL CAMPIONATO - Una vittoria di sostanza, dunque, piena di spunti di riflessione per il Mancio. Ai rilievi positivi già qui evidenziati, aggiungiamo una lezione di fondo: in futuro andranno tenute in maggiore considerazione, rispetto a quanto fatto in questo post Europeo, le indicazioni del campionato e più in generale dell'attività dei club. Come avevo rilevato dopo la Spagna e come la finalina ha dimostrato, in questo momento gente come Locatelli e Pellegrini non può stare fuori (e senza l'infortunio avrebbe trovato spazio anche Calabria), così come è stata confermata la necessità di insistere su Bastoni, prospetto che offre assolute garanzie al di là di piccoli errori frutto dell'inesperienza. Allo stesso modo, occorre proseguire la sperimentazione di Raspadori e Kean, ancora non perfettamente inseriti nei meccanismi ma che lasciano intravedere sviluppi interessanti per un ampliamento delle soluzioni offensive della squadra. 

Di negativo, la perdita di incisività nei sedici metri finali una volta raggiunto il 2-0: dopo, sono state imbastite altre azioni potenzialmente insidiose ma che non hanno trovato sbocchi; come già detto, peraltro, in quello scorcio di match sono emerse solidità e pragmatismo di una formazione che ha saputo difendersi senza troppo affanno, certamente anche con l'aiuto di un pizzico di buona sorte (che un po' ci era mancata a Milano). Un sistema difensivo che però è saltato in occasione dell'1-2, incassato dopo errori da matita blu, ripartenza avversaria su corner a favore  e in situazione di doppio vantaggio nel punteggio, roba da far ammattire qualsiasi trainer; ma è stata l'unica autentica sbavatura (giustamente pagata) di una prestazione ampiamente soddisfacente. 

FRANCIA CON MERITO - La Nations l'ha vinta la Francia, tutto sommato con merito; in entrambe le sue prove ha mostrato grande spirito di reazione, nella finalissima è stata la prima ad accelerare dopo tanti sbadigli. Ha grandi individualità, da anni, e nella circostanza ha saputo farle fruttare, mentre la Spagna troppo a lungo è caduta nell'antico vizio del palleggio fine a se stesso, un possesso sterile che sovente non sfocia in tiri in porta. Dopo lo svantaggio ha avuto due grandi occasioni per portare la gara ai supplementari, entrambe sventate da Lloris, ma in precedenza anche i Bleus avrebbero potuto mettere dentro qualche altro pallone. Verdetto equo, dunque, anche se la selezione di Deschamps pare nel complesso meno efficiente rispetto ai tempi del Mondiale russo, sostenuta più che altro dalle eccelse qualità tecniche e dai lampi di genio dei suoi meravigliosi solisti. 

FISCHI AGLI INNI: BASTA VUOTA INDIGNAZIONE, VIA ALLE SOLUZIONI - Due parole, infine, sui fischi nostrani agli inni altrui, ricomparsi mercoledì al Meazza. In tutta onestà, il problema è ormai talmente annoso che trovo persino ozioso continuare a parlarne, e stucchevole cadere ogni volta nella retorica dell'indignazione, nel senso che la fase dell'indignazione dovrebbe essere stata superata da un pezzo, per passare oltre, alle cose concrete. Alle corte: dalle prime manifestazioni dello spregevole fenomeno sono trascorsi lustri e lustri. Le soluzioni per porvi un argine vi sono, e sono note: soluzioni di controllo e punitive sul breve periodo, soluzioni educative nel medio. Se non le si applica, come sarebbe ampiamente possibile, non si può poi sperare che di punto in bianco, da un giorno all'altro, i fischi spariscano come per incanto. 

CAMPAGNA COI CAMPIONI - Ancor prima delle suddette soluzioni radicali e culturali, la cui messa in pratica dipende dalla volontà delle istituzioni sportive e politiche nazionali e dalle agenzie educative della nostra società civile, un primo, timido passo potrebbe essere di natura pubblicitaria. Avete presenti le recenti campagne pro vaccino Covid animate da sportivi e uomini di spettacolo? Ecco, perché non fare una campagna massiccia e martellante, attraverso i media e anche con eventi "live", contro questa disgustosa dimostrazione di maleducazione, ignoranza e cafonaggine? I calciatori del Club Italia vivono un momento di grandissima popolarità grazie al trionfo di Wembley: usiamoli tutti, dunque, per mettere in piedi questa iniziativa, usiamo i loro volti e le loro parole per combattere il becerume pseudo-tifoideo. 


giovedì 7 ottobre 2021

NATIONS LEAGUE: PER L'ITALIA SCONFITTA BALORDA. NEL PRIMO TEMPO MEGLIO (A TRATTI) DELLA SEMIFINALE EUROPEA, MA IL ROSSO A BONUCCI RIPORTA IN ORBITA LA SPAGNA

 E' stata, prima di tutto, una partita balorda. O meglio, una mezza partita, conclusasi dopo 45 minuti, anzi 46. Di quell'altra "cosa" che ha preso forma sotto i nostri occhi dopo l'intervallo sarebbe forse meglio non parlare, ma lo farò comunque più avanti, per dovere di analisi. Match balordo, sì, questo Italia-Spagna: tristemente simile ad altri match squinternati che la nostra Nazionale, storicamente, tende spesso a offrirci all'indomani dei suoi grandi trionfi internazionali. I più maturi e attempati fra i lettori potranno ad esempio ricordare un'Italia-Cecoslovacchia 2-2 del novembre 1982, pochi mesi dopo la sbornia Mundial, e si era a  San Siro anche quel giorno, fra l'altro. 

RUOTA CHE GIRA - Ecco, la gara di ieri sera, limitatamente al primo tempo, ha avuto qualche punto di contatto con quella lontana sfida di qualificazione europea. Incontri in cui, dopo il magic moment in cui va tutto, ma proprio tutto, come desideriamo che vada, il vento comincia a soffiare in direzione contraria: manchi occasioni che pochi mesi prima non avresti fallito, subisci gol che prima non avresti preso, paghi a caro prezzo sbavature tecniche e tattiche alle quali prima avresti saputo porre rimedio. La triste semifinale di Nations League può sintetizzarsi così: la partita della ruota che non gira più, o meglio, che gira in senso opposto. Un episodio su tutti: pensiamo a come sarebbero andate le cose senza la sciagurata espulsione di Bonucci, una leggerezza che un capitano di lungo corso mai dovrebbe commettere e che, non a caso, non commise ad Euro 2020. 

FINO AL ROSSO, MEGLIO CHE A LONDRA - Ognuno può pensarla come vuole: io penso che contro gli iberici, in parità numerica, non sarebbe finita come è finita. Vado oltre: l'Italia del primo tempo è stata, per larghi tratti, migliore di quella della semifinale di Wembley, sul piano delle espressioni di gioco e dell'autorevolezza, perché la ricordiamo tutti la sofferenza in trincea di quei 120 minuti, vero? La cartina di tornasole sta nel fatto che la Roja ci ha messo un bel po' prima di salire in cattedra, e lo ha fatto comunque senza continuità. L'Azzurra del primo quarto d'ora, e poi quella che ha reagito allo 0-1 dopo alcuni minuti "groggy", è stata una compagine dinamica, intraprendente, coraggiosa, sufficientemente precisa nel palleggio. Lungi dall'essere perfetta, certo, altrimenti non sarebbe andata sotto per poi rimanerci; ha pagato la giornata no di uno dei suoi califfi nel mezzo, Verratti, la scarsa vena di Barella, alcuni blackout difensivi di Di Lorenzo, soprattutto, e del citato Bonucci. Ma ha creato e concluso, prima e dopo la deviazione vincente di Ferran Torres: un grande intervento di Unai Simon su staffilata di Chiesa, un colpo di testa di Di Lorenzo a lato di poco, il palo di Bernardeschi, e soprattutto il clamoroso tiro a lato di Insigne, solo davanti al portiere, dopo un perentorio contropiede di Emerson. Come si suol dire, il pari era nell'aria, sarebbe anche stato giusto e avrebbe posto le basi di una seconda frazione apertissima; poi l'espulsione dello juventino e il raddoppio firmato ancora da Torres allo scadere del recupero hanno fatto calare la tela. 

PUGNALATA - Ripeto, un Club Italia apprezzabile, pur se non irresistibile, al cospetto di una selezione che solo in parte stava riuscendo a ripetere il dominio della manovra sciorinato ai tempi del rendez vous europeo. Rispetto a luglio ci è mancato, ancora una volta, il killer instinct, problema che già aveva causato intoppi notevoli nelle qualificazioni mondiali e che non poteva non essere pagato a caro prezzo contro un avversario superiore a Svizzera e Bulgaria. Dopo, in dieci contro undici, la partita da balorda è diventata avvilente, epperò inattendibile. E' stata una pugnalata, la visione di una Nazionale per oltre mezz'ora in balia totale delle Furie, irridenti al punto da meritare una punizione che, nel finale, è arrivata solo parzialmente. Mai così in sofferenza, l'ItalMancio, neppure nelle sue prime timide apparizioni di tre anni fa. 

SALVATA LA FACCIA - Ma, lo ribadisco, è stato uno spezzone di match giocato ad armi talmente impari da poter essere valutato solo con ampio beneficio d'inventario: essere sotto di due, immeritatamente, e con l'uomo in meno, contro questa Spagna vuol dire andare incontro al martirio, e possiamo anzi dire che i ragazzi dell'ex Bobby Gol siano stati bravi a evitare il naufragio completo, di fatto rendendo inoffensivo il possesso palla di Busquets e compagni e trovando il guizzo dell'1-2, anche se di pura rabbia, sull'asse Chiesa - Pellegrini. Nel salvare la dignità ci ha messo del suo anche Donnarumma, stordito inizialmente dagli stupidi fischi del Meazza (al punto da regalare, quasi, il raddoppio con una paperissima su diagonale del redivivo Marcos Alonso), ma poi ripresosi alla grande da campione qual è, con uno splendido salvataggio sullo stesso Alonso e molte tempestive uscite. Ed è stato utile Chiellini, per ridare compattezza, reattività e morale a tutta la truppa, tanto che perfino Di Lorenzo, a lungo in difficoltà nella prima parte, si è prodotto in un bell'anticipo su Sergi Roberto a pochi passi dalla porta. 

DA CHIELLINI A BASTONI - Gli interrogativi più amari della serata milanese partono proprio da qui: se a un anno dal Mondiale (che dobbiamo comunque ancora conquistarci) siamo aggrappati al vecchio bucaniere bianconero per tappare certe falle, è forse lecito nutrire qualche dubbio quantomeno sul futuro della nostra difesa: in campo c'era Bastoni che nel complesso dei novanta minuti non ha fatto male, a parte la piccola (ma decisiva) incertezza sul primo acuto di Torres; ma da parte sua si sono viste anche qualche preziosa chiusura e una buona dose di intraprendenza, personalità nel cercare di far ripartire l'azione, e insomma, è anche da esperienze tempestose come questa che passa la maturazione internazionale dei nomi nuovi; guai, quindi, a buttare a mare l'interista.  

ERA POSSIBILE CAMBIARE L'INERZIA? - Da questa considerazione nasce il secondo interrogativo: mettere in campo una formazione più fresca e "affamata", seguendo fra l'altro l'esempio di Luis Enrique, avrebbe aperto prospettive migliori? Io credo di sì ma, come detto, fino al rosso a Bonucci la prova dei nostri, pur fra qualche smagliatura e gravata da alcuni uomini sottotono, non era stata assolutamente negativa; anche se più dei singoli era il collettivo che stava funzionando, senza picchi particolari, se non in un Emerson molto propositivo, in Jorginho che era partito col piede giusto governando ottimamente il reparto di mezzo con notevole carica agonistica, e col solito Chiesa vispo e voglioso.  Ed era possibile cambiare l'inerzia in quel secondo tempo largamente gestito dagli ospiti? Ecco, qui invece ritengo che sarebbe stato quasi impossibile: Locatelli, Kean e Pellegrini potevano forse entrare prima, ma saremmo stati pur sempre in doppio svantaggio e in inferiorità numerica, e contro questa Roja, lo si è detto, avere questi handicap vuol dire essere destinati a sconfitta sicura. 

INSEGNAMENTI - E adesso? Adesso il futuro è probabilmente della Spagna, ma può essere anche nostro (e di altre rappresentative, beninteso). Questa serata, oltre all'ovvia amarezza per aver perso la possibilità di alzare un trofeo alla nostra portata, lascia in eredità tanti insegnamenti importanti. Oddio, un paio di questi, poche proteste e gomiti bassi, un uomo dell'esperienza di Bonucci avrebbe dovuto impararli da tempo, ma tant'è. Ecco, c'è stato pure tanto nervosismo in campo, frutto forse della desuetudine alla sconfitta, e il ko sarà utile anche a questo, a saper gestire meglio le situazioni di difficoltà che inevitabilmente ci si pareranno davanti sempre più numerose, di qui in avanti. 

Altro insegnamento: insistere su uno stile, un modo di stare in campo e di aggredire le partite, che la Spagna porta avanti con convinzione da quasi due decenni e che noi abbiamo fatto nostro, in pratica, solo dal 2018; loro ce l'hanno ormai nel DNA e si vede, noi l'abbiamo acquisito e dobbiamo interiorizzarlo ancor di più, perché è vincente, e in questo senso, dopo gli iberici, i migliori d'Europa siamo sempre noi; oltretutto, quando lo facciamo bene (ed è accaduto nel 99 per cento del percorso manciniano), il nostro possesso non è mai sterile e stucchevole, tendente ad addormentare e congelare, ma attivo e propositivo. Wembley e il primo tempo di Milano, per di più, hanno dimostrato che non ci manca la duttilità tattica, la capacità di adattarci a soffrire, le poche volte che ci si trova soggiogati sul piano del governo delle operazioni (e a questa Italia, diciamolo, succede esclusivamente contro la Spagna...). In undici, nella ripresa di ieri, avremmo potuto contenere e ripartire, aiutati dai boys subentrati che hanno avuto ben poco spazio di manovra in una compagine menomata, rattrappita, ammassata sulla trequarti per arginare la giostra impostale dai visitanti. 

DOVEVA ESSERE UNA PALESTRA - Chiudo questo pezzo pieno di interrogativi con... un altro interrogativo. E' stato giusto puntare in massa sui "pretoriani" azzurri per inseguire questa Nations League? Ecco, secondo me no, e parlo della filosofia di base con cui si è affrontata la manifestazione, non già della gara di ieri sera che, l'ho scritto prima, l'undici in campo ha per 45 minuti interpretato discretamente. Ma forse questo torneo andava preso come palestra di crescita per le nostre nuove leve, non come ulteriore premio per i pluridecorati, perché il campionato e le coppe ci stanno dicendo che gente come Calabria, Locatelli e Pellegrini, in questo momento, merita la maglia più dei titolarissimi storici, più spazio meriterebbero Kean e Raspadori, più considerazione Tonali. Occhio perché, per quanto la si neghi e la si respinga a parole, la riconoscenza verso chi ti ha portato in alto rappresenta una tentazione troppo grossa, che ha piegato anche uomini tutti d'un pezzo come Bearzot e Lippi. 

giovedì 15 ottobre 2020

NATIONS LEAGUE: ITALIA IN DIFFICOLTA' CON L'OLANDA. CI SALVANO L'ASSE CHIELLINI - BARELLA E UN'OTTIMA TENUTA DIFENSIVA

Non si era mai vista così in difficoltà la Nazionale del Mancio, perlomeno da quando è diventata una squadra vera, ossia dalla trasferta in Polonia per la prima Nations League, gara qui pluricitata in quanto pietra angolare del processo di maturazione del nuovo Club Italia. Nella serata di Bergamo l'Olanda, a tratti, ci ha fatto veder le streghe, e in simili circostanze è sempre meglio guardare alla metà piena del bicchiere: non aver perso è un grande risultato e mantiene intatte le nostre speranze di artigliare il primato nel girone. 

Di più: pur in una situazione di notevole sofferenza, i nostri le hanno prese ma anche date, nel senso che, a fronte dei rischi corsi, hanno avuto almeno tre opportunità clamorose per conquistare l'intera posta, due delle quali, una per tempo, capitate sui piedi di Immobile, per il quale in azzurro continua a mancare il killer instinct laziale. La svolta negativa del match è coincisa proprio con la palla gol fallita da Ciro su perfetto assist di Verratti: dal possibile, e non immeritato, 2-0, si è passati all'1-1 nel volgere di una manciata di minuti, coi tulipani oggettivamente fortunati, visto che il pari di Van de Beek è stato propiziato da un rimpallo a centro area. 

Da quel momento, lo si è detto, Italia in ambasce, ma più per una situazione di imbarazzo tattico che per la classe degli avversari, visto che quanto a livello tecnico, a qualità dei singoli, le due rappresentative grosso modo si equivalgono, a parer mio. I problemi che affliggono il cittì sono noti, al di là delle contingenze della partita: Jorginho ha confermato di attraversare un periodo di scarsa brillantezza, Immobile ha sempre il "braccino" nei sedici metri finali, Chiesa continua ad essere troppo fumo e poco arrosto: qualche giocata la azzecca, ma non basta, e l'incisività in avanti è ancora una chimera. Come vivacità, come spirito di iniziativa, meglio il subentrante Kean, che però parte eccessivamente da lontano non riuscendo a diventare pericoloso in zona tiro. 

E tuttavia, giusto sottolinearlo, non sono mancati i motivi di consolazione. Tre nomi dalla cintola in su: Verratti, per il citato lancio ad Immobile e per aver saputo comunque dare ordine a un reparto di mezzo un po' sballottato, a costo di qualche scorrettezza di troppo in fase di copertura; Barella, ottimo sia in interdizione che in impostazione, scheggia in perenne movimento e autore del geniale passaggio in diagonale che ha mandato in gol Pellegrini; e Lorenzo, appunto, confermatosi incursore di vaglia e il cui contributo al lavoro offensivo è stato questa volta premiato da una meritata segnatura. Ma è naturale e confortante che, in una gara di notevole sofferenza come quella di ieri, le cose migliori siano arrivate dalla difesa. Per una squadra abituata a tenere pallino, ad aggredire, a giocare sempre col muso puntato verso la porta avversaria, un esame di sostanza per la retroguardia era necessario, e va detto che è stato superato tutto sommato a pieni voti. Perché, come detto, il gol del pari è stato favorito da circostanze anche fortuite, mentre altre situazioni spinose sono state risolte con efficacia, spesso anche senza guardare troppo alla forma, all'estetica.

Il calcio italiano, si sa, sconta da almeno un decennio la crisi della sua leggendaria vocazione difensiva, e quando è costretto in trincea deve spesso aggrapparsi a certi vecchi draghi. A Bergamo, ad esempio, è stata la notte di Chiellini, gagliardo come ai bei tempi, tempista e risoluto, decisivo nel tappare falle che potevano risultare esiziali. Attorno a lui un po' tutta la terza linea si è esaltata, e così abbiamo visto, ad esempio, Donnarumma sventare l'1-2 su un preciso diagonale di Depay. Da elogiare anche Spinazzola, che nel primo tempo stava cominciando a carburare e a offrire le sue consuete discese sulla sinistra, anche con una insidiosa conclusione verso Cilessen, mentre nella ripresa ha fatto risaltare le sue doti di contenimento dando un prezioso contributo per arginare le folate Orange. 

In sintesi, sull'asse Chiellini - Barella si è sostanzialmente retta la Nazionale vista poche ore fa: sono stati i più continui ed efficaci nelle rispettive zone d'operazione, i collanti di una formazione che in certi passaggi del match ha rischiato il naufragio ma, con notevole personalità, ha saputo rimanere a galla. Ora però occorre qualcosa di più: se permangono le difficoltà di Jorginho, si può dare spazio con più convinzione a Locatelli, anche ieri abbastanza in palla nel poco minutaggio avuto a disposizione. Per il resto, più che di uomini penso sia questione di condizione atletica e mentale: a novembre dovrebbe registrarsi una crescita e l'Azzurra potrà riappropriarsi delle misure di gioco che le sono consuete. La Nations League è un torneo giovane e forse di scarso appeal, ma dopo tanti anni a secco di trofei non possiamo rinunciare a cuor leggero alla possibilità di giocare in casa nostra la final four. 

lunedì 9 settembre 2019

VERSO EURO 2020: FILOTTO ITALIA, SEI SU SEI. SENSI E PELLEGRINI SIMBOLI DEL NUOVO CORSO, SQUADRA CHE BRILLA AL CENTRO E SULLE FASCE

              Il "Gallo" Belotti: un gol (e mezzo) e varie occasioni mancate in Armenia (foto Guerin Sportivo)

Sei su sei, filotto di vittorie, e l'Europeo ormai a portata di mano. Chi l'avrebbe mai detto, solo un anno fa, dopo le prime, pallide prove della nuova Italia in Nations League? L'Azzurra di Mancini è cresciuta inaspettatamente in fretta, ha riconquistato una discreta credibilità internazionale, ha rialzato la testa dopo l'umiliazione dell'esclusione dal Mondiale. Tantissimo, in così poco tempo: non è pertanto il caso di fare troppo gli schizzinosi di fronte a certi cali di tensione, a certi impacci emersi in queste due prime gare stagionali. Fra Jerevan e Tampere, onestamente, non mi è parso di vedere un orizzonte così fosco come qualcuno lo ha dipinto. Ricordiamoci che siamo a settembre, il mese dell'azzurro - tenebra, quello in cui le nostre selezioni, storicamente, faticano di più; ma non è stato soltanto questo il problema. Fenomeni non ce ne sono, nel girone J, ma squadre belle toste sì: del resto l'Armenia, dopo averci creato non poche difficoltà, ha castigato la quotata Bosnia di Dzeko, e la Finlandia si era messa nella condizione di arrivare al confronto diretto di poche ore fa da seconda in classifica; se avesse vinto, ci avrebbe raggiunti. 
SENSI E PELLEGRINI, SIMBOLI DEL NUOVO CORSO - Esistono anche gli avversari, insomma, anche se spesso ce ne dimentichiamo. Con tutto ciò, la giovane Italia torna a casa con un bilancio largamente positivo non solo e non tanto sul piano dei risultati (contro i finnici poteva anche finire in parità, visto il generoso rigore poi trasformato da Jorginho), quanto su quelli del gioco espresso e del rendimento degli uomini utilizzati. Cominciamo da quest'ultimo punto: il Mancio sta allargando la rosa dei giocatori su cui fare totale affidamento. Sensi e Lorenzo Pellegrini sono ormai due titolari, e sono, se vogliamo, anche gli uomini simbolo della filosofia del nuovo corso. Se è vero che il cittì desidera una Nazionale che comandi il più possibile le operazioni in campo, una Nazionale propositiva, col muso costantemente puntato verso la porta dei rivali, ecco, l'interista e il romanista ne incarnano alla perfezione lo spirito: due centrocampisti che sanno appoggiare costantemente la fase offensiva, inserendosi, creando spazi, lavorando palloni, andando alla conclusione. E, nel caso di Pellegrini, adattandosi con profitto anche a giostrare nel trio avanzato, proprio per le sue caratteristiche di uomo di costruzione (ma mantenendo, in linea di massima, le attitudini di gioco tipiche del suo ruolo naturale): subentrato in Armenia, ha immediatamente cercato il gol su punizione, l'ha poi realizzato di testa su lungo traversone di Bonucci e ne ha sfiorato un altro nel finale con un destro sul portiere, mentre in Finlandia ha disputato una gara tatticamente ineccepibile pur se meno appariscente, giocando con abilità e intelligenza a sostegno dei compagni di prima linea. Quanto a Sensi, ieri in campo al posto di Verratti, due suoi formidabili tiri a lunga gittata avrebbero potuto dare ai nostri un vantaggio meritato già nella prima frazione: bravo il numero uno di casa la prima volta, questione di centimetri la seconda. 
IL CONTRIBUTO DELLE FASCE - L'ulteriore dimostrazione che le fortune di questa nuova Italia originano dal settore di mezzo, un settore manovriero, rapido, elastico, abile nel palleggio. E poi dallo sfruttamento delle fasce: giovedì Emerson ha fatto il diavolo a quattro sulla sinistra (suo l'assist per l'1-1- di  Belotti),  mentre poche ore fa, uscito dopo otto minuti appena per infortunio, è stato più che dignitosamente rimpiazzato da un Florenzi sempre pronto a proiettarsi in avanti, sfiorando anche la segnatura con un bel destro al volo parato a terra da Hradecky; se pensiamo che, in fatto di esterni bassi, dovremmo in futuro poter contare pure sui vari Piccini, Calabria, Zappacosta, Biraghi e Spinazzola, oltre all'ormai esperto De Sciglio e auspicando un recupero di Conti, il lavoro sulle corsie laterali è destinato a diventare una soluzione ancor più determinante per l'ulteriore crescita della rappresentativa. 
Di sostanza anche il contributo degli esterni alti. Oltre al già citato Pellegrini, Chiesa è salito di tono da un match all'altro: qualche pausa di troppo in Armenia (ma anche un assist sciaguratamente sprecato dal "Gallo"), una più consistente presenza a Tampere, con varie scorribande sulla destra, un pallone ribattuto dall'estremo difensore e il cross vincente per Immobile. Promosso con riserva Bernardeschi, che quando si accende fa balenare tutto il suo talento, peccato lo faccia ancora troppo a intermittenza: nel finale di primo tempo di giovedì, due splendide conclusioni, che hanno fruttato una traversa e una salvifica prodezza del guardiano Ayrapetyan.  
SOFFERENZE TEORICHE - Dicevamo dell'allargamento del Club Italia: ci sono nuovi titolari, ma sono venuti prepotentemente alla ribalta elementi che potranno tornare utili, pur non partendo dalle prime file. Izzo e Acerbi, ad esempio, hanno sbagliato poco in copertura e contribuito con continuità alla fase di costruzione, soprattutto il laziale, nel segno di una partecipazione corale a una pressione che, alla lunga, sfianca anche compagini chiuse a riccio. Fateci caso: al di là delle critiche preconcette da parte degli incontentabili, quanto hanno davvero sofferto i Mancini-boys in questa settimana azzurra? Poco, poco davvero. La prima metà del primo tempo in entrambe le partite, poi i primi 25' della ripresa contro Mkhitaryan e soci, quando i nostri sono paradossalmente calati proprio nel momento in cui hanno dovuto fronteggiare un avversario ridotto in dieci; infine, gli ultimi minuti coi finnici, protesi alla disperata, ma disordinata, ricerca del pareggio. In entrambi i match, spesso si è trattato di sofferenze più teoriche che reali: gol iniziale a parte, gli armeni hanno avuto le uniche vere occasioni nel corso della sfuriata di metà secondo tempo, con il citato neo romanista e con Mkrtchyan, mentre il rigore  del finlandese Pukki è frutto soprattutto di un isolato errore di un Sensi a quel punto in debito di ossigeno. In compenso, per i nostri, cinque gol, almeno un'altra decina sfumati di un soffio, una serie di azioni potenzialmente pericolose e un sostanziale controllo della situazione nei momenti topici delle due sfide. 
IN ATTACCO SI DEVE CRESCERE - C'è da lavorare sulla mira nei sedici metri finali, in effetti: difetto tipico, a ben pensarci, di tante buone squadre in sboccio, limite nonostante il quale si viaggia alla media di tre segnature a incontro nella fase eliminatoria, con tutto che Immobile ha interrotto un digiuno di due anni, Insigne e Kean sono ai box e aspettiamo ancora la prima prodezza di Chiesa junior. Insomma, questo duplice battesimo stagionale ci lascia più conferme che dubbi, più momenti brillanti  che fasi di sofferenza e gioco opaco. E siamo a settembre, il mese delle nostre sofferenze calcistiche. Come si fa a non essere ottimisti? Capisco l'ansia di riguadagnare al più presto le tante posizioni perdute, ma non è questo il momento di spaccare il capello in due. La ricetta giusta è quella di Bobby gol: responsabilizzare le nuove leve ma senza caricarle di pressioni eccessive. I risultati li stiamo vedendo e, ripeto, sono sbalorditivi, pensando al vuoto in cui eravamo precipitati dopo il castigo svedese. 

lunedì 17 giugno 2019

EURO UNDER 21: SUPER CHIESA TRASCINA UN'ITALIA IMPERFETTA

                                      Chiesa, hombre del partido (foto Guerin Sportivo)

Sul piano del risultato, l'Europeo degli azzurrini non poteva iniziare in maniera migliore. Battuta, anche piuttosto nettamente, la Spagna dei nostri incubi, che sulla carta rappresentava l'ostacolo più duro del girone. Il tabù iberico cancellato dopo tempo immemore, soprattutto dopo le amarezze della finale 2013 e della semifinale 2017 (in particolare quest'ultima, in cui la Roja era parsa meno inarrivabile rispetto a quattro anni prima). Sul piano del gioco, invece, ci sarebbe oltremodo da eccepire. Certo, il 3-1 conclusivo mitiga la delusione per quei lunghi tratti di gara in cui la squadra di Di Biagio ha girato a vuoto, contratta, prevedibile, con errori ripetuti nelle due fasi. E tuttavia non si può far finta di nulla: perché se l'obiettivo primario è vincere il girone per conquistare un posto fra le prime quattro e la qualificazione olimpica, e se il sogno neanche troppo recondito è di arrivare a giocarsi la finalissima, beh, occorre sottolineare che con prestazioni come quelle di ieri sera non si potrà puntare al bersaglio grosso.
CHIESA UBER ALLES - Stranezze del calcio, certo: si è battuta l'avversaria più forte e temuta giocando sì e no al 30 per cento delle nostre possibilità. E non è nemmeno il caso di parlare di fortuna, anzi: trovarsi sotto dopo pochi minuti non è propriamente un favore della buona sorte, e nel complesso quanto raccolto da Barella e compagni è stato farina del loro sacco, non regali trovati per strada. Diciamo allora che per "spaccare la partita", come si dice oggi, ci è voluto un Chiesa monumentale, fuori categoria, che si è inventato dal nulla il gol del pari con una ficcante iniziativa sulla sinistra, chiusa con un diagonale chirurgico da posizione defilatissima, e che nella ripresa, dopo aver sfiorato il palo con un morbido tocco di piatto destro, ha completato la rimonta raccogliendo una palla vagante in area dopo un tentativo in girata di Cutrone, per poi battere Simòn da distanza ravvicinata. Dicono sia il campioncino più atteso dell'Europeo, il figlio del grande Enrico, ma non ha avvertito il peso della responsabilità e, anzi, si è caricato sulle spalle un'Italia che, fino alla sua prodezza per l'1-1, sembrava aver imboccato un vicolo cieco. Non si può neanche dire che sia pronto per la Nazionale maggiore, perché è già fra gli intoccabili di Roberto Mancini. Semmai, questo torneo gli potrà servire per ritrovare confidenza col fondo della rete, che nell'ultima stagione in maglia viola ha visto raramente.
UNA SPAGNA ANTICA E MODERNA - Resta il fatto, però, che non si può andare avanti sperando nelle prodezze di uno dei nostri assi già promossi al piano superiore, dei Barella e dei Kean, oltre a Chiesa. Ci vuole un'idea di gioco e, onestamente, ieri ho faticato a vederla. Una prima mezz'ora abbondante in soggezione di fronte alle Furie Rosse che, pur sciorinando la consueta maestria nel far girare palla e nell'assumere il controllo delle operazioni in ogni zona del campo, nella circostanza hanno saputo anche rispolverare la filosofia "pre tiki taka". nel senso che, a tratti, si è vista una squadra corta e compatta sulla propria trequarti, davanti alla difesa, abile a intasare i corridoi ai nostri, a puntare sull'agonismo molto più di quanto abbia fatto negli ultimi lustri (sia a livello giovanile che "adulto"), a venire avanti con azioni manovrate rapide ed essenziali. Una Spagna che peraltro, sul piano della dotazione complessiva di classe, mi è parsa inferiore a quella del precedente Europeo, anche se non mancano picchi di eccellenza, soprattutto quel Ceballos che ha sollecitamente sbloccato il risultato con un gran destro da fuori ed è stato il principale animatore delle azioni offensive iberiche.
CONCRETEZZA AZZURRA - Dopo il pari e dopo la fiammata di puro orgoglio che ne è seguita, con finale di tempo all'assalto, anche la nostra seconda frazione non è stata immune da pecche, e Meret si è ritagliato il suo spicchio di gloria alzando sulla traversa un tiro dalla distanza di Soler quando il punteggio era ancora sull'1-1; ma se non altro, dopo l'intervallo, l'Italia è parsa nel complesso più viva e continua, anche se raramente ordinata e non sempre con le idee chiare sul da farsi. A sigillare il risultato è stato un rigore via VAR, concesso per trattenuta in area su Pellegrini e trasformato con freddezza dallo stesso romanista. In definitiva, una vittoria giunta soprattutto col cuore e grazie a una mirabile concretezza, che ha consentito di finalizzare la quasi totalità delle occasioni create: concretezza frutto dell'esperienza ad alto livello maturata da alcuni di questi ragazzi, sia nei club sia nella Nazionale A, un atout che troppo spesso ci è mancato in tante recenti edizioni della kermesse Under 21.
CENTROCAMPO SOTTOTONO - Gaudio per una vittoria che fa morale e classifica, dunque, ma è doveroso pretendere di più dal team di Di Biagio. Se Chiesa ha cantato e portato la croce con eccellenti risultati, e se il subentrato Cutrone ha confermato la sua enorme incisività in area mettendo lo zampino nella rete del sorpasso, Kean ha girato quasi sempre a vuoto pur dannandosi l'anima, smarcandosi, dettando il passaggio. Chiaro che le responsabilità degli impacci in fase di attacco ricadano principalmente su centrocampisti e trequartisti, con Barella che si è acceso solo a tratti e con un Zaniolo poco ispirato, prima dell'infortunio che lo ha costretto all'abbandono. Con un reparto di mezzo più in palla, non avremmo subìto il possesso palla e le trame di avversari che, lo ripeto, non mi sono parsi su livelli stratosferici. Le défaillances in fase creativa hanno pesato pure sulla difesa, reparto in cui nessuno, a parte il citato Meret, è stato indenne da sbavature, anche se non getterei la croce addosso al criticato Dimarco, che ha sbagliato molto ma ci ha messo l'anima, difendendo, ripartendo e cercando pure la conclusione personale.
DOPO DUE ANNI DI AMICHEVOLI... - Ricordiamo poi che questa selezione azzurra, sul piano del rendimento complessivo,  rappresentava la autentica incognita del torneo, era una favorita più che altro teorica, grazie all'indubbia ricchezza di talento: ma il biennio trascorso a giocare amichevoli, spesso con risultati tutt'altro che esaltanti, non poteva rappresentare una attendibile cartina tornasole per valutare il peso effettivo del nostro organico. Il fattore campo (col pubblico bolognese che si è acceso a intermittenza, ma quando lo ha fatto ha saputo spingere autenticamente i nostri), le ritrovate motivazioni dettate dall'impegno ufficiale, la voglia di ribaltare la tradizione negativa con gli spagnoli hanno portato al fondamentale successo. Ma per arrivare a Udine, sede della finalissima, ci vorrà ben altro. E occhio alla sindrome della seconda partita, troppo spesso in passato fatale sia all'Under (Europeo 2015 in particolare), che alla Maggiore.

martedì 5 giugno 2018

CLUB ITALIA: I SETTE PUNTI SU CUI LAVORARE DA SETTEMBRE E I FUTURI AZZURRABILI


Siamo ancora alla fase del "cantiere aperto". Per cui, al momento, tentare dotte analisi tecnico - tattiche sulla nuova Italia di Mancini risulterebbe esercizio puramente accademico. Tre partite giocate in una settimana, con pochissimi giorni di lavoro alle spalle: così, da San Gallo a Torino passando per Nizza, si è visto di tutto e di più, indicazioni contraddittorie, prestazioni singole incoraggianti e altre un po' meno, sprazzi di buon gioco e altri (ma pochi, onestamente) che ci hanno riportato alla mente gli ultimi, tristi mesi della gestione Ventura. Tutto normale. Ricostruire una squadra nazionale quasi da zero, dopo un fallimento tremendo come quello dell'autunno scorso, non è cosa che si possa portare a compimento in tempi ristretti.
IL PRECEDENTE DEL '74 - Torno a fare, come nel precedente post, l'esempio della rifondazione post Monaco '74: il CT Fulvio Bernardini, prima da solo e poi assieme a Bearzot, impiegò più di due anni per trovare una minima quadratura del cerchio, per dare caratura internazionale ai tanti giovani che in quella metà dei Seventies stavano emergendo, da Gentile a Scirea, da Antognoni a Graziani, da Tardelli a Bettega, fino allo sfortunatissimo Rocca. Giovani che all'epoca avevano ampio spazio per giocare e fare esperienza, in una Serie A a frontiere chiuse e con le rose dei club totalmente italiane (a parte gli ultimi scampoli di carriera di Clerici e di Altafini, quest'ultimo in realtà brasiliano "oriundo" italiano, tanto da aver giocato con la nostra selezione il Mondiale cileno del 1962).
Oggi non è più così e, dunque, ci vuole tanta pazienza, ma, se vogliamo dar credito ai corsi e ricorsi storici, la recente sconfitta con la Francia somiglia tanto a quella che proprio la giovane Italia del grande "Fuffo" rimediò a Rotterdam con l'Olanda di Cruijff, in una delle prime uscite dopo la delusione al Mondiale tedesco: stesso punteggio (1-3) e stesso confronto improponibile, perché quell'Italia era a distanza siderale dalla splendida Arancia meccanica, così come questa, allo stato attuale, non può competere con i rampanti transalpini che puntano dritti al titolo iridato. Vediamo ora per sommi capi alcuni spunti offerti da questa settimana azzurra.
1) Sto diventando noioso, me ne rendo conto, ma non posso che ripetermi: questa Italia in fasce non può assolutamente prescindere, al momento, da Balotelli. L'unico della batteria d'attacco a non avere le polveri bagnate, uno dei pochi a giocare sempre "in verticale", a cercare la conclusione non appena ne trova la possibilità, peccando a volte anche di egoismo, giustificabile (per ora...) con la fame di gol nata dai quattro anni di assenza in rappresentativa. Oltre a questo, c'è anche il lavoro sporco fatto per per la squadra, la capacità di far reparto da solo che già c'era nel primo Supermario ma che ora appare ulteriormente affinata.
2) Altro elemento da cui è impossibile prescindere in fase propositiva è Federico Chiesa. Lo si era già intuito dai tempi dell'acuto di Wembley a marzo, la sera del pari conquistato in rimonta dalla squadra provvisoriamente affidata a Di Biagio (fu lui a procurare il rigore dell'1-1). Il figlio d'arte, come Balo, ha sempre il portiere avversario nel mirino, punta la rete con avanzate in velocità che portano scompiglio e creano varchi e opportunità anche per i compagni: la dinamica del gol di Zaza a Torino, con fuga sulla destra del fiorentino e cross al centro, è lampante, in tal senso. Gli manca ancora un po' di precisione al tiro, ma non ci sono dubbi che arriverà, una volta che tutto il meccanismo di squadra sarà andato a punto. 
3) A proposito di precisione nei sedici metri finali: è questa una delle più grosse lacune della Nazionale convalescente. Una squadra che crea, a volte lo fa anche con belle manovre in velocità e in punta di tecnica, ma che continua a sprecare troppo, pure in questa versione parzialmente rivitalizzata. Ieri sera, contro l'Olanda, il primo tempo poteva concludersi con un vantaggio persino insperato, ma Belotti (una volta) e Verdi (due) hanno mancato occasioni clamorose, mentre Criscito, di testa su angolo, si è visto respingere il pallone sulla linea di porta. Il gol è paradossalmente arrivato nella ripresa, quando sono stati i tulipani a mostrarsi più brillanti, cogliendo in extremis un pareggio non scandaloso. Al di là del livello qualitativo della rosa che Mancini sta allestendo, secondo me tutt'altro che malvagio, ciò che in questo momento ci tiene lontani da una accettabile competitività internazionale è proprio la mancanza di killer instinct, quello che consente alle grandi squadre di vincere anche in giornate di scarsa vena. 
4) L'apporto di Insigne al gioco azzurro continua ad essere sostanzialmente impalpabile. Poche luci e molte ombre anche ieri sera, pur se il tocco all'indietro per Verdi, sprecato poi dal bolognese con una conclusione alta, rimane una delle cose più pregevoli del match. Ma da uno come lui, iradiddio nel Napoli "sarriano", ci si aspetta molto di più. Avrà altre chances, perché rimane una delle pedine più talentuose dello scacchiere calcistico tricolore, ma si deve dare una mossa. 
5) Il decollo di questa Italia post disastro non potrà essere completo se non si risolverà l'enigma del centrocampo: Jorginho, sul quale il cittì ha puntato forte in questa prima fase, è sempre presente nel vivo del gioco ma non riesce a costruire azioni con apprezzabile continuità. Urge recuperare Verratti, insistere su Pellegrini, Mandragora e Baselli, provare anche l'indemoniato Benassi ammirato in quest'ultimo campionato, nonché il Barella impostosi come il centrocampista più efficace e completo dell'ultima leva, mentre sulla trequarti Cristante, pur non sempre preciso, ha mostrato a sprazzi quelle doti di "vivacizzatore" offensivo che ne hanno fatto un perno dell'Atalanta gasperiniana. La possibilità di scelta, come visto, non manca a Bobby Gol: a lui trovare il mix giusto. 
6) Prima Sirigu e poi Perin, nei novanta minuti avuti rispettivamente a disposizione contro Francia e Olanda, hanno ben figurato più di quanto sia riuscito a fare Donnarumma in tutte le sue uscite in azzurro. Nessun accanimento verso il giovanissimo milanista, ma al momento le cose stanno così: al di sotto della patina di visibilità mediatica, ci sono alternative più affidabili. Il rilievo vale in particolare per l'ormai ex genoano e neo juventino, che per età ha ancora margini di miglioramento e una carriera potenzialmente lunga davanti, e nel frattempo ha mostrato doti di reattività, coraggio e colpo d'occhio che lo rendono, parere mio, il più credibile aspirante alla maglia di "goleiro". 
7) Il ripescaggio di Criscito è andato a buon fine: nonostante la sbavatura nel finale di gara a San Gallo (senza conseguenze), nonostante l'espulsione esagerata di Torino, ha messo in mostra le qualità già note: buon rendimento difensivo, ottima propensione alla spinta e alla ricerca del gol. Un recupero fondamentale, dopo i sei anni di vuoto azzurro interrotti solo da due fugaci apparizioni a cavallo fra 2013 e 2014. Sarà una delle chiocce di questa delicata fase di incubazione, assieme a Bonucci. Intoccabile, anche perché le alternative sul suo versante, purtroppo, latitano: D'Ambrosio non pare da Nazionale, De Sciglio deve ritrovare le misure mostrate fino a Euro 2016, si potrebbe provare con Masina e Barreca. 
NATIONS LEAGUE -  Ieri sera allo Stadium si sono affrontate due selezioni malate, ma non moribonde. Già nelle versioni provvisorie messe in campo in questa amichevole, Italia e Olanda hanno mostrato di avere uomini, idee e carattere per risalire la china. Per loro la nuova Nations League potrebbe essere più che altro un apprendistato da vivere con pazienza e senza isterismi legati a eventuali insuccessi, visti i due gironi terribili in cui sono state inserite (Portogallo e Polonia per noi, Germania e Francia per gli arancioni), ma la voglia di riscatto e la qualità dei due trainer (il nostro Mancio e Ronald Koeman: i due rivali di Wembley '92...) potrebbero riservare qualche sorpresa.
SI RIPARTE DA LORO? - Il bacino da cui può pescare Mancini è ristretto, ma offre, credo, più alternative di quelle che si presentarono ad Antonio Conte e a Ventura. Ecco uno sguardo d'insieme sugli azzurrabili del momento e in prospettiva.
PORTIERI: Perin, Sirigu, Donnarumma, Meret. DIFENSORI DI FASCIA E CENTRALI: Zappacosta, Andrea Conti, Calabria, Darmian, Bonucci, Rugani, Caldara, Romagnoli, Criscito, De Sciglio, Barreca, Masina, Emerson. CENTROCAMPISTI E TREQUARTISTI: Verratti, Pellegrini, Barella, Jorginho, Mandragora, Benassi, Florenzi, Gagliardini, Baselli, Cristante, Insigne, El Shaarawy, Bernardeschi, Bonaventura, Berardi. ATTACCANTI: Balotelli, Chiesa, Cutrone, Belotti, Immobile, Zaza, Verdi.
Dopodiché, sicuramente il neo coach saprà tenere gli occhi bene aperti sull'Under 21 e su altre novità che il campionato gli prospetterà. Alcuni nomi "futuribili": Audero, Capradossi, Pezzella, Mancini, Biraschi, Bonifazi, Di Marco, Romagna, Sensi, Murgia, Cerri, Edera, Parigini, Orsolini, Favilli, Vido. Se son rose...

martedì 29 maggio 2018

NAZIONALE, IL DEBUTTO VINCENTE DI MANCINI: LA NUOVA ITALIA NON PUO' FARE A MENO DI BALOTELLI. COME VOLEVASI DIMOSTRARE


Balotelli in azzurro vuol dire gol, piaccia o meno. Lo dice chiaramente il suo stato di servizio con la Nazionale, lo ha ribadito la serata svizzera del debutto di coach Mancini. Prima di questa rentréè, l'ultima volta di Supermario in campo a difendere il tricolore fu al Mondiale brasiliano, nientemeno. Ora, passi per i due anni di crisi tecnica, psicologica e caratteriale che seguirono il fiasco iridato, ma aver rinunciato ai suoi servigi nelle ultime due stagioni è stata una scelta priva di qualsiasi fondamento, una delle tante colpe ascrivibili all'ex cittì Ventura, tornato fra l'altro a parlare in questi giorni senza che si avvertisse il bisogno di sue dichiarazioni.
Come già ricordato ieri, dal 2011 al 2014 Balotelli mise a segno 13 reti con l'Italia, in gran parte di pregevole fattura, quasi tutte decisive ai fini del risultato; dopo, in molti si sono avvicendati nel tentativo di rimpiazzarlo, ma nessuna altra punta è stata in grado di eguagliarne lo score. Per una squadra che, nella disgraziata annata dell'esclusione da Russia 2018, fra le tante sue lacune ha manifestato una esasperante sterilità realizzativa, il discusso attaccante avrebbe di certo tolto qualche castagna dal fuoco: pur senza trasformare l'Italia in uno squadrone, ci avrebbe magari consentito di superare il barrage con la Svezia, tutt'altro che proibitivo. E oggi, forse, staremmo in qualche località dal clima fresco a preparare la spedizione a Mosca e dintorni, invece di fare da sparring partner a chi, invece, la Coppa del Mondo la disputerà, come l'Arabia Saudita. 
MOMENTO "STORICO" - A proposito di Arabia: ci sarebbe da parlare della partita di ieri sera e lo faccio volentieri. Certo, è stata un'amichevole di fine stagione, contro un'avversaria di non trascendentale caratura (eufemismo). Ma era la prima gara col nuovo trainer in panca, era il vero inizio della rifondazione azzurra, dopo aver gettato alle ortiche i due probanti test match di marzo. Uno di quei passaggi storici che comunque si ricorderanno, perché rappresentano delle pietre miliari nel cammino della Nazionale. I grandi appassionati di calcio, ad esempio, probabilmente rammentano ancora come iniziò il percorso di Bearzot in azzurro, nel 1975: l'allenatore che ci avrebbe portati fin sul tetto del mondo, esordì con un pari casalingo contro la Finlandia, che la critica del tempo non esitò a definire scandaloso (e la prestazione fu in effetti sconfortante).  
SQUADRA PIMPANTE - Questo per dire che in qualche modo bisogna pur cominciare un capitolo nuovo, rompere il ghiaccio, e la nuova Italia l'ha fatto tutto sommato in maniera dignitosa. Non c'è solo il dato statistico del ritorno alla vittoria e al gol su azione, pur se significativo: entrambi gli eventi non si verificavano dalla cupa trasferta albanese dell'autunno scorso, quando già per il football nostrano iniziavano a palesarsi presagi di... sventura. A San Gallo, per un'oretta di gioco, si è vista una squadra pimpante, precisa nel tocco di palla come da tempo non le accadeva, rapida e ficcante negli scambi in velocità che tagliavano sistematicamente fuori la retroguardia asiatica. Con tale agilità di manovra, le occasioni sono giunte in quantità: Pellegrini, puntuale negli inserimenti in avanti, ha sprecato due volte calciando alto, Florenzi ha superato il portiere in uscita ma si è visto respingere il suo sinistro sulla linea di porta, Bonucci ha mancato di poco la deviazione da pochi passi sugli sviluppi di un corner, e il solito Balotelli ha prima sfiorato il gol di testa, per poi andare a segno con un destro dal limite al culmine di un'insistita azione personale. 
UN NUOVO INIZIO PER CRISCITO - Oltre a sbloccare il risultato, l'ex interista ha giocato molto anche per i compagni, facendo salire la squadra e smistando palloni: davvero non si poteva chiedere di più per questo suo ritorno in Nazionale. Stesso discorso che vale per Criscito, praticamente perfetto prima di calare alla distanza come tutti gli azzurri: poco impegnato in retroguardia, ha appoggiato costantemente la manovra offensiva e, quando si è presentato al tiro, ha sfoderato un poderoso sinistro stampatosi sulla traversa. Anche in questo caso, ribadisco quanto scritto ieri: almeno in questa prima fase, il genoano sarà un pilastro della nuova Italia, mentre a lui e a noi tutti rimarrà il rimpianto per i sei anni (sei anni!) di esilio dalla selezione: sappiamo chi dobbiamo ringraziare. 
ITALIA E ARABIA, PREPARAZIONE DIVERSA - Criscito e, dall'altro lato, Zappacosta, prima dell'ultima mezz'ora in affanno hanno spinto con costanza, rendendo ariose e quindi più incisive le trame del team tricolore. A ripresa inoltrata c'è stato anche il ritorno al gol (da grande opportunista d'area) di Belotti, ma a quel punto era già un'altra partita. Vuoi per l'inevitabile girandola di cambi operata da Mancini, vuoi per la crescita degli arabi, si è andati in sofferenza fino a concedere almeno tre tiri pericolosi agli avversari, che hanno trovato il gol della bandiera su una palla persa a centrocampo da Zappacosta e anche grazie a un'uscita fin troppo avventata del solito Donnarumma di questi tempi. Ma tutto rientra nella normalità; normale che i nostri siano calati alla distanza, normale che gli uomini di Juan Antonio Pizzi siano invece venuti fuori dopo un'ora in apnea: stanno preparando il Mondiale, sono verosimilmente imballati da notevoli carichi di lavoro che, però, consentono loro di emergere a match inoltrato. Stanno lavorando per essere al top in occasione del vernissage di Russia 2018, che li vedrà impegnati contro la squadra di casa. Per noi, una vittoria che fa morale e con gli aspetti positivi che prevalgono su quelli negativi, ma ovviamente tutto va rivisto alla prova di impegni più ardui, come i due dei prossimi giorni con Francia e Olanda. Lo spirito sembra quello giusto, anche se, probabilmente, la vera Italia la vedremo solo in autunno, in Nations League.