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giovedì 23 settembre 2021

IL GENOA DA PREZIOSI AL FONDO 777 PARTNERS: E' IL MOMENTO DELL'OTTIMISMO, NON DELLE PERPLESSITA'. BREVE BILANCIO DI 18 ANNI DI JOKER

                                                  I nuovi proprietari sono già a Pegli (foto Genoa CFC)

Secondo molti, questo giorno non sarebbe mai potuto arrivare. Una chimera, un'illusione per gonzi e nulla più. Che fra questi "molti" vi fossero genoani in grande quantità la dice lunga sul punto di deterioramento a cui era giunto l'ambiente rossoblù. E la dice lunghissima sulla portata rivoluzionaria dell'evento di oggi. La notizia è fresca: ufficiosa ma pressoché scontata già ieri, ha assunto questa mattina i crismi dell'ufficialità assoluta. Il Genoa cambia proprietà, ad Enrico Preziosi subentra il fondo statunitense 777 Partners, che arriverà a detenere il 99,9 per cento delle quote societarie, praticamente l'intero pacchetto. 

IN BUONE MANI - In città c'è chi festeggia e stappa champagne, non metaforicamente. Certe celebrazioni preferisco riservarmele per quando, è nei voti, si centreranno titoli o piazzamenti di prestigio. Per il momento, prendo atto con soddisfazione di quella che è comunque una conquista di immenso valore: poter finalmente guardare al futuro con tanta fiducia, parecchio ottimismo, rinnovato entusiasmo, ciò che sembrava essere diventato impossibile; una chimera, per l'appunto. Su questo aspetto il vecchio Joker è stato di parola, bisogna dargliene atto: non ha lasciato il club in mano ad avventurieri di dubbia moralità e ancor più dubbia capacità finanziaria. Non tocca a me descrivere nel dettaglio le potenzialità economiche, gestionali e di investimento del gruppo con sede a Miami, in rete e sui giornali specializzati si trovano informazioni sufficientemente esaurienti; ma sembra chiaro che meglio di così non potesse andare, per un sodalizio del livello del Grifone. E c'è davvero poco da fare gli schizzinosi, o peggio ancora i nostalgici di un calcio che non c'è più, non tornerà e che aveva pur sempre i suoi lati oscuri: ai vertici della piramide pallonara, i tempi dei Rozzi e degli Anconetani sono finiti da un pezzo, è bene metterselo in testa una volta per tutte. 

18 ANNI, UN PEZZO DI VITA - Evento rivoluzionario, dicevo in apertura. Per tutta una serie di motivi: perché il "regno" di Preziosi è durato oltre diciotto anni, un pezzo di vita considerevole per chiunque, in cui si perdono e trovano lavori, iniziano e finiscono amicizie, si vedono andare via per sempre persone care; e perché la seconda metà di questi diciotto anni è stata una discesa agli inferi della passione calcistica: un Genoa via via sempre più marginale, con ambizioni ormai quasi inesistenti, privo di qualsiasi continuità tecnica e quindi di identità, con quel continuo viavai di calciatori divenuto infine smobilitazione, con una società poco presente (eufemismo) in città, nei rapporti con la stampa e soprattutto coi tifosi. Dal sogno all'incubo, in poche parole. 

2003: TRE SQUADRE IN MEZZA STAGIONE - Ho sempre trovato forzata la divisione fra preziosiani e antipreziosiani. Questa lunga gestione è stata talmente movimentata, variegata, "squilibrata", ricca di fatti positivi e negativi da non poter essere liquidata con ideologismi e schieramenti aprioristici. E' la classica situazione per la quale vale la frase "ci vorrebbe un libro", e magari prima o poi qualcuno lo scriverà, nella speranza che racconti tutto quel che c'è da dire. La gestione del Prez ha avuto tanti meriti, come detto concentrati quasi tutti nei primi sette anni, a partire dal salvataggio di un club che pareva destinato al fallimento e alla scomparsa dai radar del calcio che conta per chissà quanto tempo. Dopo la sua presa di potere, con contestuale ripescaggio dalla C1 alla B per via del famigerato caso Catania, il re dei giocattoli mostrò subito una caratteristica che si sarebbe portato dietro, nel maneggiare il... giocattolo Genoa, fin quasi alla fine del suo percorso, ossia l'iperattivismo, il forsennato compra-vendi di calciatori, che transitavano dalla sede di Pegli come in un porto di mare. In quella estate del 2003 allestì addirittura due squadre in poche settimane, la prima per dominare in terza serie, la seconda per fare bene in cadetteria, con in più una terza "riverniciata" alla rosa in sede di mercato di riparazione, per tentare subito l'assalto alla A. Tre Genoa quasi del tutto diversi fra loro in nemmeno metà stagione. 

DALL'INFERNO ALLA... QUASI CHAMPIONS - La massima serie arrivò nel 2005, poi ci fu il pasticciaccio del caso Venezia (in verità mai del tutto chiarito fino in fondo, ancora oggi permangono molti dubbi su alcuni aspetti della vicenda) e la conseguente retrocessione d'ufficio in C. Poteva essere il colpo di grazia, fu invece lo scossone (dolorosissimo) che diede un fondamentale input positivo, inaugurando un quinquennio, o giù di lì, denso di soddisfazioni: l'immediato seppur sofferto ritorno in B, la promozione in A nell'ambito di un torneo difficilissimo che vide la partecipazione, fra le altre, di Juventus e Napoli, il calcio innovativo e spettacolare di Gasperini, i grandi nomi ad illuminare la ribalta del Ferraris spingendo il Grifone fino alle soglie della Champions League, mancata nel 2009 a vantaggio della Fiorentina fra mille recriminazioni. Poi quella che ho sempre considerato la svolta negativa della presidenza, la campagna acquisti dell'estate 2010 in cui Preziosi investì pesantemente per tentare il definitivo salto di qualità: quattro grandi nomi dell'epoca, un paio di loro addirittura grandissimi, ossia Eduardo, Rafinha, Veloso e Toni. Non uno, non due, ma tutti e quattro fallirono, una congiunzione astrale negativa probabilmente irripetibile, e che rappresentò una insostenibile zavorra sotto molti punti di vista. 

DOPO IL 2011, SI SCENDE IN PICCHIATA - Da lì in poi, il buio. Qualche campionato tranquillo e molte salvezze col cuore in gola, l'abisso della vergogna nel 2015, con la qualificazione all'Europa League sfumata per il mancato conseguimento della licenza Uefa, mancanza da me definita "imperdonabile" su queste pagine, e ancora la considero tale. E' stato quello il punto di non ritorno, probabilmente la vera fine dell'era Prez: a seguire solo un modesto, in certi casi mortificante, tirare a campare. Giocatori, anche di valore, che arrivavano per poi ripartire dopo pochi mesi, giovani promettenti subito venduti, depauperamento qualitativo della rosa pressoché costante e inarrestabile, assenza di un cospicuo nucleo fisso di atleti attorno al quale costruire un abbozzo di formazione tipo "a lunga conservazione", un undici che permettesse ai tifosi di affezionarsi, di identificarsi con una squadra che sentivano invece sempre più distante; personalmente, lo ammetto con assoluta onestà, nel continuo tourbillon di calciatori a cui ho assistito, di molti mi sono perso i volti, le fattezze fisiche, in altre parole non sarei in grado di riconoscerli, cosa che anche solo fino al 2011 o 2012 sarebbe stata per me inconcepibile. 

La sensazione era quella di essere diventati soltanto una stazione di transito, un parcheggio per ragazzini da svezzare o per elementi di dubbio valore che erano in esubero in altre società, ed anche un approdo tranquillo per veterani ormai agli sgoccioli. Una situazione allucinante, in cui fare calcio serio, di prospettiva, non era obiettivamente impossibile, e infatti l'unica prospettiva era quella di vivere alla giornata, conquistare la permanenza in categoria e tornare a tribolare dopo l'estate, con un roster rifatto da capo a piedi o quasi.

I 15 ANNI DI A, IL TOURBILLON DI GIOCATORI, L'IMMOBILISMO DELL'ESTATE '21 - Ecco, questo trovano gli americani di 777, e piange il cuore a dirlo. Perché fra tanti errori operativi, scivoloni, promesse mancate, l'ex proprietario, lo ripeto, qualcosa di buono aveva combinato. I quindici anni di A, alla fine, non sono una barzelletta per boccaloni: nel medesimo lasso di tempo, hanno conosciuto l'onta della retrocessione realtà come Sampdoria, Bologna, Torino, e, udite udite, Atalanta. E non sono stati un'illusione i grandi campioni che abbiamo visto sfilare davanti ai nostri occhi in casacca rossoblù: il magico trio della quasi Champions Ferrari-Motta-Milito, ma anche Palacio,  Borriello, Gilardino, per tacere di tanti altri validissimi elementi, da Moretti ad Ansaldi, da Mesto a Kaladze, da Pavoletti a Piatek, fino al gruppo dell'ultima salvezza poi volatilizzatosi in sede di mercato, Perin e Zappacosta, Strootman e Scamacca, Piaça e Shomurodov. Anche alla luce di questi dati di fatto, di questi risultati, di questi nomi, risulta incomprensibile il distacco/disamoramento del patron manifestatosi sempre più massicciamente nell'ultimo quinquennio, col culmine dell'immobilità toccato questa estate, una campagna acquisti quasi provocatoria per la sua impalpabilità, prima della parziale impennata di fine agosto che però, come prevedibile, ha al momento risolto solo in parte i problemi di assetto, ponendo nelle mani del povero cireneo Ballardini la proverbiale patata bollente. 

MEDIATICAMENTE SENZA DIFESA - Gli americani trovano anche un Genoa fragilissimo, quasi indifeso, sul piano comunicativo. Una società e una squadra incapaci di fare la voce grossa, come fanno tutti, di fronte a torti o ingiustizie arbitrali (che ci sono ancora e vanno sottolineate, anche in epoca Var), una società non in grado di rispondere a illazioni, accuse, prese in giro e offese da parte di testate nazionali e locali, quasi disinteressata alle dinamiche mediatiche, trattata spesso a pesci in faccia, con arroganza, e che tutto si fa scorrere addosso, in un mondo in cui se porgi l'altra guancia sei invece spacciato. Non è un aspetto secondario, e anche su questo la nuova proprietà dovrà lavorare. 

VIA IL MUGUGNO, LARGO ALL'OTTIMISMO (GIUSTIFICATO) - Va anche detto che certi media, soprattutto quelli regionali, nel loro atteggiamento non benevolo nei confronti del Genoa (club storico, lo ricordiamo: il più antico d'Italia, e anche solo per questo meriterebbe un minimo di rispetto) hanno trovato terreno fertile nello scetticismo e nel disfattismo a oltranza di una parte (minoritaria, ma rumorosa) della tifoseria. Le tante scottature e delusioni patite non possono portare al tafazzismo, non al punto di cominciare da subito a storcere il naso e a fare le pulci ai nuovi arrivati. No, ragazzi: la svolta c'è stata, e  stavolta è di portata storica. Mettete per una volta da parte l'amore per il mugugno e rialzate la testa. E' ovvio che il 777 sarà chiamato a operare su più fronti: rilancio dell'immagine, riorganizzazione aziendale, potenziamento economico, accrescimento della competitività tecnica del team e altro ancora. Di questo, a tempo debito, negli anni, non mancheremo di chiedere conto: ma ora l'orizzonte è più sereno. "Lasciatelo lavorare": era il finto titolo di giornale che Gianni Ippoliti, nelle sue fantasiose rassegne stampa, faceva ripetutamente comparire sui quotidiani berlusconiani ai tempi in cui Silvio era presidente del Consiglio. Ecco, "lasciamo lavorare" anche il Fondo, senza mordere il freno, perché i tempi saranno lunghi. Ma stavolta sono convinto che l'attesa e la pazienza saranno adeguatamente ricompensate. E allora, signori Wander, Pasko, Arciniegas e Blazquez: benvenuti, e buon lavoro. 

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