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giovedì 23 settembre 2021

IL GENOA DA PREZIOSI AL FONDO 777 PARTNERS: E' IL MOMENTO DELL'OTTIMISMO, NON DELLE PERPLESSITA'. BREVE BILANCIO DI 18 ANNI DI JOKER

                                                  I nuovi proprietari sono già a Pegli (foto Genoa CFC)

Secondo molti, questo giorno non sarebbe mai potuto arrivare. Una chimera, un'illusione per gonzi e nulla più. Che fra questi "molti" vi fossero genoani in grande quantità la dice lunga sul punto di deterioramento a cui era giunto l'ambiente rossoblù. E la dice lunghissima sulla portata rivoluzionaria dell'evento di oggi. La notizia è fresca: ufficiosa ma pressoché scontata già ieri, ha assunto questa mattina i crismi dell'ufficialità assoluta. Il Genoa cambia proprietà, ad Enrico Preziosi subentra il fondo statunitense 777 Partners, che arriverà a detenere il 99,9 per cento delle quote societarie, praticamente l'intero pacchetto. 

IN BUONE MANI - In città c'è chi festeggia e stappa champagne, non metaforicamente. Certe celebrazioni preferisco riservarmele per quando, è nei voti, si centreranno titoli o piazzamenti di prestigio. Per il momento, prendo atto con soddisfazione di quella che è comunque una conquista di immenso valore: poter finalmente guardare al futuro con tanta fiducia, parecchio ottimismo, rinnovato entusiasmo, ciò che sembrava essere diventato impossibile; una chimera, per l'appunto. Su questo aspetto il vecchio Joker è stato di parola, bisogna dargliene atto: non ha lasciato il club in mano ad avventurieri di dubbia moralità e ancor più dubbia capacità finanziaria. Non tocca a me descrivere nel dettaglio le potenzialità economiche, gestionali e di investimento del gruppo con sede a Miami, in rete e sui giornali specializzati si trovano informazioni sufficientemente esaurienti; ma sembra chiaro che meglio di così non potesse andare, per un sodalizio del livello del Grifone. E c'è davvero poco da fare gli schizzinosi, o peggio ancora i nostalgici di un calcio che non c'è più, non tornerà e che aveva pur sempre i suoi lati oscuri: ai vertici della piramide pallonara, i tempi dei Rozzi e degli Anconetani sono finiti da un pezzo, è bene metterselo in testa una volta per tutte. 

18 ANNI, UN PEZZO DI VITA - Evento rivoluzionario, dicevo in apertura. Per tutta una serie di motivi: perché il "regno" di Preziosi è durato oltre diciotto anni, un pezzo di vita considerevole per chiunque, in cui si perdono e trovano lavori, iniziano e finiscono amicizie, si vedono andare via per sempre persone care; e perché la seconda metà di questi diciotto anni è stata una discesa agli inferi della passione calcistica: un Genoa via via sempre più marginale, con ambizioni ormai quasi inesistenti, privo di qualsiasi continuità tecnica e quindi di identità, con quel continuo viavai di calciatori divenuto infine smobilitazione, con una società poco presente (eufemismo) in città, nei rapporti con la stampa e soprattutto coi tifosi. Dal sogno all'incubo, in poche parole. 

2003: TRE SQUADRE IN MEZZA STAGIONE - Ho sempre trovato forzata la divisione fra preziosiani e antipreziosiani. Questa lunga gestione è stata talmente movimentata, variegata, "squilibrata", ricca di fatti positivi e negativi da non poter essere liquidata con ideologismi e schieramenti aprioristici. E' la classica situazione per la quale vale la frase "ci vorrebbe un libro", e magari prima o poi qualcuno lo scriverà, nella speranza che racconti tutto quel che c'è da dire. La gestione del Prez ha avuto tanti meriti, come detto concentrati quasi tutti nei primi sette anni, a partire dal salvataggio di un club che pareva destinato al fallimento e alla scomparsa dai radar del calcio che conta per chissà quanto tempo. Dopo la sua presa di potere, con contestuale ripescaggio dalla C1 alla B per via del famigerato caso Catania, il re dei giocattoli mostrò subito una caratteristica che si sarebbe portato dietro, nel maneggiare il... giocattolo Genoa, fin quasi alla fine del suo percorso, ossia l'iperattivismo, il forsennato compra-vendi di calciatori, che transitavano dalla sede di Pegli come in un porto di mare. In quella estate del 2003 allestì addirittura due squadre in poche settimane, la prima per dominare in terza serie, la seconda per fare bene in cadetteria, con in più una terza "riverniciata" alla rosa in sede di mercato di riparazione, per tentare subito l'assalto alla A. Tre Genoa quasi del tutto diversi fra loro in nemmeno metà stagione. 

DALL'INFERNO ALLA... QUASI CHAMPIONS - La massima serie arrivò nel 2005, poi ci fu il pasticciaccio del caso Venezia (in verità mai del tutto chiarito fino in fondo, ancora oggi permangono molti dubbi su alcuni aspetti della vicenda) e la conseguente retrocessione d'ufficio in C. Poteva essere il colpo di grazia, fu invece lo scossone (dolorosissimo) che diede un fondamentale input positivo, inaugurando un quinquennio, o giù di lì, denso di soddisfazioni: l'immediato seppur sofferto ritorno in B, la promozione in A nell'ambito di un torneo difficilissimo che vide la partecipazione, fra le altre, di Juventus e Napoli, il calcio innovativo e spettacolare di Gasperini, i grandi nomi ad illuminare la ribalta del Ferraris spingendo il Grifone fino alle soglie della Champions League, mancata nel 2009 a vantaggio della Fiorentina fra mille recriminazioni. Poi quella che ho sempre considerato la svolta negativa della presidenza, la campagna acquisti dell'estate 2010 in cui Preziosi investì pesantemente per tentare il definitivo salto di qualità: quattro grandi nomi dell'epoca, un paio di loro addirittura grandissimi, ossia Eduardo, Rafinha, Veloso e Toni. Non uno, non due, ma tutti e quattro fallirono, una congiunzione astrale negativa probabilmente irripetibile, e che rappresentò una insostenibile zavorra sotto molti punti di vista. 

DOPO IL 2011, SI SCENDE IN PICCHIATA - Da lì in poi, il buio. Qualche campionato tranquillo e molte salvezze col cuore in gola, l'abisso della vergogna nel 2015, con la qualificazione all'Europa League sfumata per il mancato conseguimento della licenza Uefa, mancanza da me definita "imperdonabile" su queste pagine, e ancora la considero tale. E' stato quello il punto di non ritorno, probabilmente la vera fine dell'era Prez: a seguire solo un modesto, in certi casi mortificante, tirare a campare. Giocatori, anche di valore, che arrivavano per poi ripartire dopo pochi mesi, giovani promettenti subito venduti, depauperamento qualitativo della rosa pressoché costante e inarrestabile, assenza di un cospicuo nucleo fisso di atleti attorno al quale costruire un abbozzo di formazione tipo "a lunga conservazione", un undici che permettesse ai tifosi di affezionarsi, di identificarsi con una squadra che sentivano invece sempre più distante; personalmente, lo ammetto con assoluta onestà, nel continuo tourbillon di calciatori a cui ho assistito, di molti mi sono perso i volti, le fattezze fisiche, in altre parole non sarei in grado di riconoscerli, cosa che anche solo fino al 2011 o 2012 sarebbe stata per me inconcepibile. 

La sensazione era quella di essere diventati soltanto una stazione di transito, un parcheggio per ragazzini da svezzare o per elementi di dubbio valore che erano in esubero in altre società, ed anche un approdo tranquillo per veterani ormai agli sgoccioli. Una situazione allucinante, in cui fare calcio serio, di prospettiva, non era obiettivamente impossibile, e infatti l'unica prospettiva era quella di vivere alla giornata, conquistare la permanenza in categoria e tornare a tribolare dopo l'estate, con un roster rifatto da capo a piedi o quasi.

I 15 ANNI DI A, IL TOURBILLON DI GIOCATORI, L'IMMOBILISMO DELL'ESTATE '21 - Ecco, questo trovano gli americani di 777, e piange il cuore a dirlo. Perché fra tanti errori operativi, scivoloni, promesse mancate, l'ex proprietario, lo ripeto, qualcosa di buono aveva combinato. I quindici anni di A, alla fine, non sono una barzelletta per boccaloni: nel medesimo lasso di tempo, hanno conosciuto l'onta della retrocessione realtà come Sampdoria, Bologna, Torino, e, udite udite, Atalanta. E non sono stati un'illusione i grandi campioni che abbiamo visto sfilare davanti ai nostri occhi in casacca rossoblù: il magico trio della quasi Champions Ferrari-Motta-Milito, ma anche Palacio,  Borriello, Gilardino, per tacere di tanti altri validissimi elementi, da Moretti ad Ansaldi, da Mesto a Kaladze, da Pavoletti a Piatek, fino al gruppo dell'ultima salvezza poi volatilizzatosi in sede di mercato, Perin e Zappacosta, Strootman e Scamacca, Piaça e Shomurodov. Anche alla luce di questi dati di fatto, di questi risultati, di questi nomi, risulta incomprensibile il distacco/disamoramento del patron manifestatosi sempre più massicciamente nell'ultimo quinquennio, col culmine dell'immobilità toccato questa estate, una campagna acquisti quasi provocatoria per la sua impalpabilità, prima della parziale impennata di fine agosto che però, come prevedibile, ha al momento risolto solo in parte i problemi di assetto, ponendo nelle mani del povero cireneo Ballardini la proverbiale patata bollente. 

MEDIATICAMENTE SENZA DIFESA - Gli americani trovano anche un Genoa fragilissimo, quasi indifeso, sul piano comunicativo. Una società e una squadra incapaci di fare la voce grossa, come fanno tutti, di fronte a torti o ingiustizie arbitrali (che ci sono ancora e vanno sottolineate, anche in epoca Var), una società non in grado di rispondere a illazioni, accuse, prese in giro e offese da parte di testate nazionali e locali, quasi disinteressata alle dinamiche mediatiche, trattata spesso a pesci in faccia, con arroganza, e che tutto si fa scorrere addosso, in un mondo in cui se porgi l'altra guancia sei invece spacciato. Non è un aspetto secondario, e anche su questo la nuova proprietà dovrà lavorare. 

VIA IL MUGUGNO, LARGO ALL'OTTIMISMO (GIUSTIFICATO) - Va anche detto che certi media, soprattutto quelli regionali, nel loro atteggiamento non benevolo nei confronti del Genoa (club storico, lo ricordiamo: il più antico d'Italia, e anche solo per questo meriterebbe un minimo di rispetto) hanno trovato terreno fertile nello scetticismo e nel disfattismo a oltranza di una parte (minoritaria, ma rumorosa) della tifoseria. Le tante scottature e delusioni patite non possono portare al tafazzismo, non al punto di cominciare da subito a storcere il naso e a fare le pulci ai nuovi arrivati. No, ragazzi: la svolta c'è stata, e  stavolta è di portata storica. Mettete per una volta da parte l'amore per il mugugno e rialzate la testa. E' ovvio che il 777 sarà chiamato a operare su più fronti: rilancio dell'immagine, riorganizzazione aziendale, potenziamento economico, accrescimento della competitività tecnica del team e altro ancora. Di questo, a tempo debito, negli anni, non mancheremo di chiedere conto: ma ora l'orizzonte è più sereno. "Lasciatelo lavorare": era il finto titolo di giornale che Gianni Ippoliti, nelle sue fantasiose rassegne stampa, faceva ripetutamente comparire sui quotidiani berlusconiani ai tempi in cui Silvio era presidente del Consiglio. Ecco, "lasciamo lavorare" anche il Fondo, senza mordere il freno, perché i tempi saranno lunghi. Ma stavolta sono convinto che l'attesa e la pazienza saranno adeguatamente ricompensate. E allora, signori Wander, Pasko, Arciniegas e Blazquez: benvenuti, e buon lavoro. 

venerdì 29 settembre 2017

IL GENOA RESTA DI PREZIOSI. MA ORA IL JOKER DEVE TORNARE OPERATIVO: NON C'E' PIU' TEMPO DA PERDERE

                                                Enrico Preziosi: è ancora in sella

Tre mesi di attese, speranze, dubbi e illusioni: tutto finito in una bolla di sapone. Niente di fatto: ma quale Gallazzi, quale Anselmi, quali fondi di investimento, il Genoa era e rimane nelle mani di Enrico Preziosi. Ieri, al momento della fumata nera, di primo acchito  ho pensato che fosse volata via una grandissima occasione, una di quelle che difficilmente si ripresenteranno. Ma si trattava di una sensazione. E del resto, in questa storia, noi comuni mortali, noi semplici osservatori non esperti di economia, non possiamo che affidarci alle sensazioni, anche se magari dettate dal buonsenso: perché di questa trattativa non abbiamo saputo, non sappiamo e non sapremo mai tutta la verità. Legittimo, da parte dei due contraenti, che hanno sottoscritto un patto di riservatezza e ad esso si atterranno senza lasciar trapelare gli elementi salienti; ingiusto verso il popolo rossoblù, perché quanto avvenuto in queste lunghe settimane ha pesato, eccome, sulla pelle del Grifo, intesa come sostenitori ma soprattutto come squadra: una squadra fragile e allo sbando, messa in secondo piano (questa è stata l'impressione) da una società in tutt'altre faccende affaccendata, guidata in panchina da un nocchiero incerto, confinata in fondo alla classifica dal non gioco, dagli equivoci tattici, dalla sfortuna che in queste tormentate lande non manca mai. 
Occasione persa? Pericolo scampato? Non lo so e non posso saperlo. Troppi in queste ore sbandierano certezze gratuite in un senso e nell'altro, mentre la stampa ha perso l'ennesima occasione per riguadagnare terreno nella classifica della credibilità, non riuscendo a far comprendere per bene i termini della questione, il reale stato di salute del Genoa (precario sì, ma quanto?) e le reali potenzialità finanziarie degli aspiranti nuovi proprietari. C'è stata solo tanta confusione. Vista col senno di poi, si può dire che la conclusione fosse prevedibile. Da profano chiedo: è così che ci si muove per rilevare un'azienda? La famiglia Garrone, anni fa, ha ceduto la Sampdoria nel riserbo più assoluto, rendendo noto il tutto a cose fatte. Per il Genoa la trattativa è stata quasi pubblica: notizie (ma più che altro voci) pressoché quotidiane, conferme, smentite, dichiarazioni di Preziosi, di Gallazzi, di Anselmi, tante, troppe parole. 
L'attuale patron ci ha messo del suo, confermando la sua idiosincrasia a una comunicazione equilibrata e serena. Si è esposto fin da subito, nel luglio scorso, quando il titolo "Ho venduto il Genoa" campeggiò sulle prime pagine delle principali testate, anche se le sue dichiarazioni erano state forse un po' "forzate" nell'interpretazione giornalistica; poi la frase "Dalla prossima intervista non sarò più il presidente del Genoa", parole portate via dal vento. E addirittura un comunicato ufficiale apparso sul sito della società di Villa Rostan, il 7 settembre (il compleanno del Grifone...) in cui si precisava che, da quel momento, qualsiasi ulteriore aggiornamento in merito alla trattativa sarebbe stato fornito "esclusivamente attraverso comunicati congiunti" delle due parti, dopodiché, puntualmente, sono continuate le dichiarazioni "disgiunte", a turno, di Preziosi e di Gallazzi. Un gran polverone, una montagna che ha partorito il topolino. 
Amen, capitolo chiuso. Non sapremo mai se saremmo divenuti miliardari, o se la Sri Group sarebbe stata solo un palliativo, o peggio. E a questo punto è perfino meglio non saperlo, anche se mi riesce difficile pensare che un personaggio del calibro finanziario di Beniamino Anselmi si sia messo in gioco in questa avventura senza avere mezzi solidi alle spalle. Poi nel mondo degli affari tutto può essere, ma insomma...  Adesso c'è ancora il Joker, che continua a dire di voler comunque vendere, che si è fatto due conti e ha stabilito che a questo giro non conveniva né a lui né alla società. La ricerca di un acquirente prosegue tramite un advisor, ma ci sono acquirenti che vogliono accollarsi una tale patata bollente?
Perché il Genoa non sta bene, i debiti, lo abbiamo capito, sono tanti, anche se i media faticano a mettersi d'accordo sulla cifra esatta. E non solo loro, perché proprio le divergenze di vedute nella valutazione del monte debiti parrebbero essere state decisive nel mandare a carte quarantotto l'operazione. Ma anche in questo caso il condizionale è d'obbligo... Le più recenti sessioni di calciomercato dimostrano che la dirigenza deve muoversi entro paletti ben precisi; il destino sembra quello di continuare a vendere i pezzi migliori (con questi chiari di luna, pensare a Pellegri come futura bandiera è utopistico), mentre in entrata bisogna affidarsi più che altro all'intuito nello scovare giovani di prospettiva, ma in questo senso ci sarebbe da migliorare il settore scouting, che nell'ultima stagione non si è coperto di gloria.
Abbiamo Preziosi, adesso, e gli orizzonti sono oscuri. Perché la "piazza" è rimasta scottata da questa mancata cessione; se prima le simpatie per il presidente erano ai minimi storici, ora rischiano di andare sottozero. Il patron e il popolo rossoblù vivono da separati in casa ormai da tempo (diciamo dal pasticciaccio della mancata licenza Uefa, che io stesso non gli ho perdonato e mai gli perdonerò), questa estenuante trattativa finita nel nulla non potrà che raffreddare ulteriormente i rapporti. 
Preziosi non riguadagnerà mai il favore di gran parte dei tifosi, ma a questo punto è chiamato ad adottare tutta una serie di comportamenti. Riavvicinare la società alla squadra, prendere in mano la situazione tecnica dando a Juric tutto il sostegno possibile o liquidandolo al più presto, se continuerà a deludere; dare adeguato potere operativo al direttore sportivo, facendone una figura centrale e influente anche nei rapporti con le istituzioni calcistiche; e soprattutto mettere sul piatto il gruzzolo necessario a migliorare la situazione debitoria, riacquisire la suddetta licenza e poi, a gennaio, puntellare una rosa non certo scarsa (Perin, Izzo, Laxalt, Veloso, Bertolacci, Lapadula, Pellegri... Non scherziamo) ma evidentemente costruita male in determinati ruoli. 
Non è questione di fare i conti in tasca al proprietario: quelli auspicati sono atti di cui il Genoa ha bisogno da tempo, fondamentali per restare a galla in maniera quantomeno dignitosa, in attesa che arrivi (chissà quando) un nuovo aspirante acquirente il più possibile serio e "capiente". Preziosi ha sbagliato tantissimo, in questi ultimi anni, ma rimane un ottimo imprenditore: sa fin troppo bene che mettere nei guai il Grifone comprometterebbe anche la sua credibilità di uomo d'affari. Siamo dunque a una nuova ripartenza: Prez ha scelto consapevolmente di giocare col fuoco, di operare in un ambiente profondamente ostile con il dovere (morale, ebbene sì) di rinvigorire club e squadra. Ce la farà? 

domenica 27 agosto 2017

GENOA: IL PUNTO PRIMA DELLA SOSTA. QUANTO VALE DAVVERO IL NUOVO GRIFONE?


Più che di punto della situazione dopo le prime tre uscite ufficiali (due in campionato e una in Coppa Italia), sarebbe opportuno parlare di bilancio complessivo dell'estate genoana, ma ditemi voi come si fa... La stagione calda 2017 è stata fra le più movimentate di sempre della storia del club, e sì che in casa rossoblu c'è da tempo l'abitudine alle "hot summers" (in tal senso, si spera rimanga insuperabile quella sportivamente drammatica del 2005, con la promozione in A trasformata in retrocessione in C). Gli avvenimenti epocali sono per ora rimasti sulla carta, ma è evidente che qualcosa di grosso si stia muovendo a livello societario. 
QUATTRO RIFLESSIONI - Tuttavia, da questo punto di vista, c'è poco da dire: il passaggio di consegne sembra imminente (ma alcuni giornali genovesi, tre anni fa, avevano parlato di "questione di ore" per l'addio di Preziosi), quindi ne riparleremo quando tutte le carte saranno state scoperte. Solo qualche riflessione: 1) Il joker ha tutto l'interesse a lasciare il club in ottime mani, perché in caso contrario la sua futura credibilità di imprenditore ne risulterebbe gravemente compromessa. 2) Il joker è uno che sa ben navigare nel mondo degli affari, quindi auspico che passi la mano dopo aver ben valutato la solidità finanziaria degli aspiranti acquirenti, soprattutto in prospettiva. 3) Per mantenere a galla, stabilizzare e rilanciare il Genoa, ovviamente senza voli pindarici, occorrono robuste risorse economiche, ergo gli investitori dietro la Sri Group di Giulio Gallazzi dovranno avere contorni ben più definiti di quelli, assai sfuggenti, emersi dalle cronache giornalistiche delle ultime settimane. 4) In ogni caso, fossi stato in Gallazzi avrei evitato questo presenzialismo sui media e vicino al Genoa, visto che la trattativa non è ancora andata a buon fine: in certe circostanze, il basso profilo è sempre preferibile.  
PERIN IL VERO RINFORZO - Rimanendo dunque in attesa di sviluppi positivi o negativi, parliamo del campo. Il calciomercato ancora in corso e la prima sosta per la Nazionale ci hanno consegnato un Grifone  indecifrabile. Le iniziali luminarie in fase di campagna acquisti si sono ben presto spente, in linea con le difficoltà del club, e gira che ti rigira il miglior "rinforzo" è Perin, che dopo l'ennesimo infortunio si è ripresentato in campo tirato a lucido. Contro la Juve, ieri al Ferraris, ha regalato alcune prodezze strepitose, che non sono bastate a salvare la baracca sia perché il confronto coi bianconeri è al momento improponibile, sia perché il Genoa attuale è sì superiore, ma non di molto, a quello che nel maggio scorso ha ottenuto una salvezza risicata, grigia e sofferta al culmine di un girone di ritorno inguardabile, raggiunta con una quota punti bassissima e grazie al fondamentale apporto di rivali specializzate nel giocare a ciapanò. 
Perin è uno dei pochi portieri su piazza a garantire, con le sue sole prestazioni, un discreto gruzzolo di punti supplementari alla squadra di appartenenza: come Buffon, fatte le debite proporzioni, e non come Donnarumma, del quale non ho ancora rilevato la capacità di incidere che sarebbe logico pretendere dall'erede designato del più grande "arquero" degli ultimi vent'anni. Erede dello juventino sarebbe peraltro dovuto essere proprio il rossoblu, prima della catena di infortuni che ne hanno ritardato l'affermazione, ma pazienza, di tempo per recuperare ce n'è... Davanti a lui, come detto, c'è un Genoa che ha visto incrementare il suo tasso di classe rispetto all'ultimo disgraziato campionato, ma non al punto di poter aspirare a una placida navigazione fra centro classifica e "parte sinistra", allo stato attuale. 
UN CAGNACCIO PER PROTEGGERE DIFESA E CENTROCAMPO - La difesa ha perso un leader come Burdisso, per quanto l'ultima versione dell'argentino non fosse delle più scintillanti, ha trovato Rossettini, Zukanovic e Spolli che sono onesti mestieranti della categoria ma non fanno dormire sonni tranquillissimi. Biraschi è promettente ma deve crescere, e nel frattempo è logico metterne in preventivo alcuni black out, mentre Izzo, il vero califfo del reparto, tornerà in campo solo ad ottobre. Nel caso non arrivasse un ulteriore puntello (non sembra essere nei piani societari), per proteggere una difesa di valore medio aumenterebbe vieppiù l'esigenza di un "cagnaccio" di centrocampo, senza il quale oltretutto i "piedi buoni" Bertolacci e Veloso rischiano di andare in apnea e venire travolti. E' una necessità evidente da tempo, lo stesso Juric ha più volte sottolineato l'incompletezza della rosa, ed è sconsolante che ci si debba ridurre agli ultimi giorni di mercato per tamponare falle tecniche che potrebbero risultare esiziali. Così come è rischioso concentrarsi eccessivamente sull'inseguimento di un obiettivo, Sturaro, che pare di difficile raggiungimento. 
BERTOLACCI, VELOSO E FORSE ANSALDI: QUALITA', MA... - Sulle fasce, dovesse partire Laxalt per fare posto al cavallo di ritorno Ansaldi è chiaro che la squadra non ci rimetterebbe, anzi, ma siamo ancora alla teoria pura. Con l'argentino ex Inter (ma anche ex Genoa...), e con Bertolacci e Veloso nel mezzo ci sarebbe comunque una discreta dose di qualità pedatoria a far impennare le quotazioni del Grifo, là dove nasce e si sviluppa il gioco (con in più l'interessantissimo prospetto Brlek in anticamera). Ammesso e non concesso che il "Berto" possa tornare quello dell'era gasperiniana, talmente efficace e travolgente da essersi guadagnato la convocazione in azzurro, mentre la sensazione è che si continui a sovrastimare l'apporto di Miguel, il quale nei suoi anni sotto la Lanterna ha mostrato solo in minima parte le sue reclamizzate doti di perno della zona nevralgica e di buon tiratore della distanza. 
LAPADULA DIPENDENTI? - In avanti, ha salutato la compagnia Simeone che doveva rappresentare il punto di partenza della nuova era genoana, oltretutto per una cifra che, se son veri i 18 milioni sbandierati dai giornali, è assolutamente incomprensibile, paragonata ad esempio agli oltre 30 di quotazione attribuiti a Schick. Il rischio è di diventare Lapadula dipendenti: le prime gare giocate senza l'ex milanista (comparso solo sul finire del match con Madama) hanno mostrato, relativamente al campionato, un team in grado di produrre un buon volume di gioco offensivo, ma scarsamente concreto nei sedici metri finali: ieri, a Marassi, i gol sono arrivati su un'autorete e su un rigore via Var. La speranza è che il celebrato fromboliere sia completamente guarito dalla fascite plantare che gli ha fatto saltare una parte di preparazione, altrimenti ci si dovrebbe affidare a un Palladino in chiara fase discendente, a un Pandev che ormai solo a sprazzi sa regalare i guizzi d'attacco del tempo che fu, e a un Galabinov che arriva in A alla soglia dei trent'anni, ha mostrato buon dinamismo e coraggio ma è tutto da verificare sulla lunga distanza.
CENTURION E TAARABT: ORA O MAI PIU' - Riguardo a Pellegri e Salcedo, caricare di eccessive responsabilità due sedicenni sarebbe un grave errore, per loro e per il Genoa. Per tacere dell'oggetto misterioso Centurion, di cui si dicono mirabilie in tema di fantasia, doti balistiche e capacità di saltare l'uomo, ma che tali qualità deve finalmente dimostrarle sul campo, in Italia, smussando magari certe spigolosità di carattere. La sensazione è comunque che Roby Baggio abbia esagerato col suo endorsement nei suoi confronti (anche se alla fine ha solo detto che "gli piace" Centurion, senza investirlo a proprio erede come qualcuno ha azzardato scrivere). E Taarabt? Ha migliorato la forma fisica, ma la sua carriera dimostra che si tratta comunque di una scommessa ad alto rischio. Poteva tornare utile Morosini, e ancora non mi spiego per quale motivo Juric abbia così poco creduto in lui e nell'altro prospetto su cui si era investito l'anno passato, il laterale Beghetto. 
IN BILICO FRA TRANQUILLITA' E SOFFERENZA - Emerge un quadro per nulla definito, in balia di troppe variabili esterne (mercato, cambio di proprietà) ed interne (pregi e limiti della rosa). Se Perin, Izzo quando tornerà, Zukanovic, Bertolacci, Veloso, Centurion e Lapadula si esprimeranno ai massimi livelli, la Nord potrà comunque sorridere ma limitando le proprie ambizioni; se arriveranno Ansaldi e il fondamentale mastino nel mezzo, ogni ipotesi di sofferenza nei bassifondi dovrebbe essere bandita. In caso contrario, rimane una squadra in grado, come ha fatto contro i Campioni d'Italia, di battersi se non altro con furore, intraprendenza e discreta aggressività anche al cospetto di rivali eccelsi, almeno fin quando il fiato regge. Ma, come già scrissi molto tempo fa, occorre diffidare delle "gloriose sconfitte", perché non è detto che certe buone prestazioni siano garanzia di uguale rendimento anche in sfide più abbordabili, come del resto ha plasticamente dimostrato la stagione passata, coi tanti punti persi con le varie Empoli, Palermo e Pescara. 
I DUBBI DI JURIC - E' stato dunque assurdo attaccare Ivan Juric per aver detto che, allo stato delle cose, "la salvezza è tanta roba". Avrebbe forse dovuto innalzare l'asticella, salvo poi trovarsi ugualmente contestato per aver promesso ciò che non poteva mantenere? Ripetiamo: è un Genoa che, pur con qualche puntello in più, non è stato rivoluzionato come il disastro 2016/17 avrebbe richiesto, e parte dunque con l'anima della squadra che tante brutte figure ha inanellato pochi mesi fa, con tutte le riserve del caso soprattutto sul piano caratteriale e psicologico. E parte con lo stesso manico, il quale si spera abbia fatto tesoro dei tanti errori commessi e posto rimedio ad alcuni dei limiti emersi prima dell'esonero. Una seconda possibilità come questa non viene concessa a chiunque: ne faccia tesoro. Ha comunque in gruppo un Perin nuovamente attivo e più carismatico che mai. Non è poco. 

lunedì 23 gennaio 2017

GENOA: DOPO L'HARAKIRI COL PALERMO, IL BUIO ASSOLUTO. URGE FRENARE LA CADUTA


Il Genoa, il buon Genoa ammirato fin quasi al termine del girone di andata, si è volatilizzato. Sparito, inghiottito da quei venti minuti di follia nel finale del match col Palermo, ultimo in classifica, con un attacco asfittico, reduce da un filotto di sconfitte da record, eppure capace, quella sera a Marassi, di rimontare dall'1-3 al clamoroso 4-3 finale. Un episodio nefasto, a ben vedere, per entrambe le contendenti: sì, anche per i siciliani, che da quella vittoria avevano forse tratto favorevoli auspici per una marcia di avvicinamento al chimerico traguardo salvezza, e che invece da allora hanno ripreso a deludere, concedendo il pari casalingo a un'altra rivale malmessa in classifica (il Pescara) e poi totalizzando zero punti contro Empoli, Sassuolo e Inter. 
SERA... NERA COL PALERMO - Ma qui si parla del Grifone, e va detto che la gravità di quella battuta d'arresto mi era apparsa subito evidente. Perché per squadre medie e piccole crolli così imprevisti (sia prima sia in corso d'opera), così rocamboleschi, così assurdi, non possono esaurire i loro effetti nell'arco di poche ore, ma pesano, inevitabilmente, su buona parte del cammino successivo. Era accaduto, si ricorderà, anche dodici mesi prima: altro capitombolo clamoroso, in casa col Carpi, che diede il là a una catena di ben sei sconfitte consecutive (cinque in campionato e una in Coppitalia, la più inconcepibile e inaccettabile di tutte, contro l'Alessandra, squadra di terza serie). Questa volta però si è riusciti addirittura a fare peggio: un classico, del resto, nella storia rossoblù. I rosanero venivano da nove ko di seguito, non avevano mai segnato più di un gol a partita, e al Ferraris erano sotto di due a circa venti minuti dalla fine. Nessuna squadra tatticamente equilibrata, mentalmente solida, tecnicamente credibile potrebbe perdere una partita in tali favorevoli condizioni. Il Genoa c'è riuscito e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. 
GOL INUTILI - Da allora, di sconfitte ne sono arrivate altre tre (più quella di Roma in Coppa), e prima c'era stata l'onorevole resa di Milano contro l'Inter, che lì per lì parve indolore. La caduta a picco è stata parzialmente frenata ieri col Crotone, ma il 2-2 interno  è un mezzo passo falso e non risolve un bel niente, avendo anzi mostrato un gioco paurosamente involuto, a tratti inesistente, e amnesie difensive costanti, che rendono inutile qualsiasi sforzo in avanti, qualsiasi gol di vantaggio, perché è ormai evidente che agli avversari, anche a quelli di caratura modesta, basta poco per farsi largo nelle larghissime maglie rossoblù e trovare facili spiragli verso la porta del non eccezionale Lamanna. Proprio come era accaduto all'Olimpico pochi giorni prima: mezz'ora anche buona, due gol e un palo colpito da Ocampos, ma nel resto del match liguri in continua balia della Lazio e quattro reti sul groppone.
SPINA DORSALE DELLA SQUADRA CANCELLATA - Sembra tutto svanito: la squadra castiga - grandi, la compagine che praticava un gioco a tratti piacevole e quasi sempre redditizio, e che poteva vantare una retroguardia di discreta tenuta. E' ciò che si è visto fino al brillante recupero con la Fiorentina, senza arrivare a citare la splendida prova d'assieme fornita con la Juve, altro evento eccezionale e irripetibile che non poteva essere lo specchio fedele della dimensione del Grifone. Quel Genoa oggi non esiste più. Le ragioni sono tante e non tutte individuabili, al momento. Una balza agli occhi: la squadra ha perduto repentinamente, nell'arco di poche settimane, larghissima parte della sua spina dorsale, per sfortuna o per superficiali scelte di mercato: Perin bloccato da un nuovo grave infortunio, Veloso a lungo ai box e solo ora in procinto di rientrare, il califfo di centrocampo Rincon e l'ex idolo della Nord Pavoletti venduti, a quanto pare, con un buon ritorno economico. In pratica l'anima genoana, in campo e nello spogliatoio, spazzata via, e per il venezuelano era forse il caso di aspettare qualche giorno prima di lasciarlo partire, o quantomeno avere celermente a disposizione già un sostituto che ne avvicinasse le qualità tecniche e agonistiche. 
MERCATO INTERLOCUTORIO - Il mercato di gennaio di Preziosi ha regalato quasi sempre sorprese positive: persino due anni fa, quando il team gioiello creato in autunno da Gasperini era stato privato di numerosi elementi di spicco (via Antonelli, Sturaro, Matri, Pinilla), vi era stata comunque la quadratura del cerchio grazie all'arrivo di uomini validi e ansiosi di mettersi in mostra quali Niang e il citato Pavoletti. In questo inizio di 2017, finora, si naviga a vista: Cataldi, giunto in prestito dalla Lazio, è un centrocampista dai piedi buoni e propositivo, che però non porta sostanza e muscoli, non può cioè colmare il vuoto lasciato da Rincon; il cavallo di ritorno Pinilla verrà utile ma ha bisogno di adeguato sostegno tattico; i due investimenti più interessanti sono quelli su Beghetto e Morosini, due dei prospetti di maggior rilievo prodotti dalla Serie B di recente, ma ancora sono in naftalina, senza contare che è tutta da verificare la totale affidabilità di Lamanna come portiere titolare a lungo termine. Dubbi anche sull'operazione Taarabt, giunto con una condizione atletica del tutto approssimativa e quindi non utilizzabile da subito. Inoltre: possibile che nessuno pensi a qualche rinforzo per la terza linea, che sarà anche mal protetta dalla mediana (la lingua batte dove il Rincon duole...) ma che ieri, ad esempio, ha preso due reti su palla ferma, quindi con uomini schierati e pronti a marcare?
JURIC: QUALI COLPE? - In sintesi: la squadra risulta al momento fortemente indebolita sia sul piano della classe pura, sia su quello della personalità, priva di punti di riferimento carismatici (Burdisso a parte). E si è avvitata in una spirale di negatività da cui solo una vittoria potrebbe trarla fuori. Ma se non si riesce a battere nemmeno il Crotone, dopo essere stati due volte in vantaggio.... Il discorso su Juric, poi, è estremamente complesso. Perché ci sono le colpe di una società che, forse convinta erroneamente di aver già sportivamente archiviato la stagione, ha fatto cassa e impostato un lavoro di prospettiva, col rischio di sottovalutare le esigenze più immediate, come in effetti sembra; e ci sono i limiti di una rosa che più di tanto non poteva offrire prima, in termini di continuità (e l'avevo sottolineato in tempi non sospetti, ossia dopo il trionfo sulla Signora) e ancor meno può offrire adesso. Ma il giovane trainer ci sta mettendo del suo, almeno questa è la sensazione che traspare all'esterno: scarsa elasticità tattica, insistenza su elementi che avrebbero bisogno di rifiatare (Laxalt pare aver perso lucidità), eccessiva prudenza nei confronti di giovani (in primis i due sopra citati) che se inseriti gradualmente forse qualcosa potrebbero dare, perlomeno a livello di entusiasmo, esuberanza, soluzioni alternative soprattutto in fase di costruzione e di finalizzazione. 
Esonero? Prima occorrerebbe mettergli in mano quel paio di pedine che mancano (un puntello dietro, un "mini Gattuso" al centro), perché non è facile guidare un gruppo che, al di là delle difficoltà contingenti (calo fisico, morale sotto i tacchi) è stato così pesantemente depotenziato e privato di uomini chiave; ma finora, da parte sua, sembrano latitare sia la praticità sia la saldezza d'animo necessarie a sciogliere nodi che sono in primis psicologici. perché, al di là dell'indebolimento, rimane una rosa con valori di rilievo (Burdisso, Izzo, Laxalt, Cataldi, Rigoni, Veloso, Ninkovic, Simeone) che sulla carta non dovrebbe avere nulla a che spartire con la zona rossa della graduatoria.
CI SONO RISCHI DI CLASSIFICA? - Questo è l'ultimo punto dolente. Le preoccupazioni riguardo ai bassifondi possono sembrare esagerate. Non solo per i quattordici punti di vantaggio sulla terzultima (peraltro virtuali: mancano due partite all'appello), ma soprattutto per il rendimento di Crotone, Pescara e Palermo che continua ad essere fortemente deficitario. Raramente, a questo punto della stagione, i tre fanalini di coda avevano messo insieme una riserva così esigua di fieno in cascina. Anche se qualcuna di esse riuscisse a raddoppiare, di qui in poi, il proprio rendimento, arriverebbe attorno ai trenta punti o poco più, il che garantirebbe per tutte le altre una quota salvezza eccezionalmente bassa e, ora come ora, davvero a un tiro di schioppo. Poi tutto può essere: il Carpi dell'anno scorso, per dire, fece quattordici punti all'andata e ben ventiquattro al ritorno. Ma stavolta non vi sono segni plausibili di risveglio, e al momento risulta decisiva la caratura assolutamente modesta delle citate Cenerentole: solo il Pescara, per espressioni di gioco e quantità di talento (Biraghi, Campagnaro, Crescenzi, Verre, Caprari, mister Oddo in panca...), avrebbe i mezzi per togliersi dalle secche, ma continua ad imbarcare acqua, e allora... 
Il problema è tutto in casa genoana: nulla è impossibile, in negativo, se non si inverte al più presto il trend dell'ultimo mese e mezzo. La squadra al momento è fragile quanto le pericolanti, forse di più. Anche se le condizioni di classifica sono diverse rispetto ad allora, la lezione lasciata ai posteri dalla Sampdoria del 2011 deve'essere tenuta ben presente: ventisei punti all'andata, la miseria di dieci nel ritorno. Non significa essere pessimisti a tutti i costi: significa prendere atto di una situazione gravemente deteriorata e di un'emorragia di gioco, di fiducia, di risultati e di qualità che deve essere arginata al più presto. E certe cose è meglio scriverle adesso, in un momento in cui le critiche possono ancora mantenersi su toni sereni e c'è il margine per porre rimedio, che non quando i buoi sono già scappati dalla stalla.

venerdì 4 settembre 2015

IL NUOVO GENOA: UN'ESTATE... QUASI TRANQUILLA, I MAGNIFICI "DIECI PIU' UNO" E LE INCOGNITE STRANIERE

                                    Perotti veste ancora rossoblù, contro ogni pronostico

Il Genoa riparte dai suoi "magnifici dieci... più uno", e vediamo se qualche opinionista a corto di idee avrà ancora l'ardire di parlare di squadra smontata e rivoltata come un calzino. Andiamo con ordine: per il Grifone è stata un'estate tutto sommato tranquilla, più di quanto si potesse prevedere, viste le tempestose premesse. Ma l'orrendo pasticcio della mancata licenza Uefa è passato presto in cavalleria: i media locali, tradizionalmente agguerriti contro la società di Preziosi, non hanno rigirato più di tanto il coltello nella piaga (sono alle prese con ben più gravi problemi, come la chiusura di testate storiche), e i tifosi rossoblù hanno mandato giù il boccone amaro con imprevedibile velocità. 
CONSOLAZIONE... - Certo, un ruolo importante in tale, rapida "digestione" l'ha avuto la... campagna - lampo europea della Sampdoria, ossia della squadra che era andata a sostituire il Genoa nei preliminari di Europa League pur non avendone conquistato il diritto sul campo (e attraverso un'ammissione che desta ancora perplessità, vista la discutibilissima interpretazione del vecchio illecito del 2011 per il quale il club blucerchiato patteggiò un punto di penalizzazione): uscita disastrosamente dalla competizione, con un rovescio interno che ha messo in imbarazzo il calcio italiano (oltre a danneggiarlo fortemente in chiave ranking), ha così "sanato" fulmineamente una situazione che avrebbe senz'altro provocato qualche mal di stomaco di troppo, in Gradinata Nord e dintorni, se si fosse prolungata. 
LUCIDA GESTIONE SOCIETARIA - Ben più dei rovesci dei cugini doriani, tuttavia, a raffreddare eventuali bollenti spiriti nell'ambiente genoano ha contribuito l'atteggiamento del patron: la sua immediata assunzione di responsabilità per il mancato accesso alla seconda competizione continentale (anche se non è stato chiarito fino in fondo il motivo del diniego Uefa), le rassicurazioni giunte da più parti sullo stato di salute finanziario del club (con immissione di denaro fresco da parte del Joker), e soprattutto una campagna di mercato accettabilissima, sia nei sacrifici sia nelle novità. La stagione 2014/15 del Genoa, esaltante in toto, era stata impreziosita in particolare dal luccichìo di quattro gioielli: Perin, Bertolacci, Perotti e Iago Falque. Trattenerli tutti sarebbe stata pura utopia per chiunque, non solo per la squadra più antica d'Italia; tre su quattro sarebbe stato un successone; due su quattro un bilancio nel complesso positivo. 
Ebbene, si è concretizzata la terza ipotesi: il futuro portiere della Nazionale azzurra difenderà anche quest'anno i pali del Grifo, una volta ripresosi dall'infortunio; ma soprattutto, con grande sorpresa di stampa e tifoseria, Don Diego è rimasto in Liguria, ed è forse "l'acquisto" più importante, perché un Genoa senza Perotti sarebbe stato un Genoa da salvezza tranquilla ma senza squilli, un Genoa con Perotti, con le invenzioni, le giocate, le sollecitazioni alla manovra offensiva dell'argentino, è un team capace di ritentare la scalata europea, anche se, obiettivamente, con assai meno chances del torneo passato, visto il poderoso rinforzamento di molte grandi in crisi e le perdite di Bertolacci e Falque, buchi non facili da colmare (più agevole dovrebbe essere porre rimedio all'addio di Kucka, comunque da non sottovalutare). 
GRUPPO STORICO - Ma c'è uno zoccolo duro. I magnifici dieci, si diceva all'inizio. Gasperini (altra conferma fondamentale, se non la più importante) potrà costruire una nuova, funzionale macchina da football attorno a certezze acquisite: dalla difesa in su, ecco Perin, Burdisso, De Maio, Izzo, Marchese, Rincon, Tino Costa, Laxalt, Perotti e Pavoletti. E poi un undicesimo, che in realtà sarebbe... un dodicesimo, ossia Lamanna, un lusso autentico come portiere di riserva. Con diverse gradazioni, sono tutti elementi che offrono ampie garanzie; in particolare, l'asse centrale Rincon - Costa è, sulla carta, uno dei migliori schierati dal Grifone dai tempi di Thiago Motta e Milanetto: i due offriranno alla causa muscoli, corsa, fosforo e precisione. Izzo è uno dei difensori più promettenti del vivaio nostrano, particolarmente asfittico nel ruolo specifico, per De Maio Preziosi ha resistito a continui assalti di pretendenti di alto livello, Pavoletti ha finito alla grande a maggio e ricominciato sulla stessa lunghezza d'onda, prima che un infortunio lo togliesse di mezzo col Verona (ma la pausa per la Nazionale dovrebbe consentirgli un tranquillo recupero). 
LE SOLITE INCOGNITE DALL'ESTERO - Certo, il viavai non è mancato neanche quest'anno, ma molte altre compagini di Serie A hanno cambiato radicalmente volto: la differenza è che, per un motivo o per l'altro, è sempre e solo il Genoa a finire sotto i riflettori. Poiché i nuovi arrivi sono quasi tutti stranieri di scarsa fama, perlomeno dalle nostre parti, va da sé che stiamo parlando di incognite autentiche: quanto valgono davvero, e che apporto forniranno i vari Diogo Figueiras, Cissokho, Gakpè, Ntcham, Lazovic, Capel e Ansaldi, l'ultimo ad aggregarsi al gruppo? Soprattutto Figueiras e Ansaldi sono calciatori di valore già certificato, ma l'impatto col campionato italiano continua ad essere difficile per molti "insospettabili", anche in tempi di scadimento qualitativo del nostro movimento (qui a Genova si ricorda bene il buco nell'acqua di un presunto top player come Miguel Veloso, per dire, e l'anno scorso Lestienne, atteso come un campioncino in pectore, ha largamente tradito le attese).
Stessi discorsi, a ben vedere, fatti gli anni scorsi per tante altre misteriose figure di fuorivia, in primis proprio Falque, rivelatosi poi un autentico "craque". Non sempre le ciambelle del mercato riescono col buco, ma se anche solo un paio dei sopra citati esplodesse, allora il Grifone vedrebbe ulteriormente incrementato il proprio potenziale tecnico. Gakpè (gol all'Hellas) e Ntcham (gran dinamismo e presenza costante nel vivo del gioco) hanno iniziato bene, ma la strada è ancora lunga. L'incognita più indecifrabile è casomai una vecchia conoscenza del nostro calcio, Goran Pandev, che sta pagando, e non poteva essere altrimenti, le scorie di una stagione in cui non ha visto molto il campo. Stesso discorso per Dzemaili, che se non è troppo logoro dovrebbe rappresentare il classico usato sicuro. 
E L'ITALIA? - Il buco nero di questa sessione del mercato, anche se sono fra i pochi a sottolinearlo, è il pressoché totale abbandono della "linea azzurra": ha infatti preso forma un Genoa sempre più in versione multinazionale, come purtroppo la grande maggioranza dei nostri club di massima divisione, laddove appena dodici mesi fa si era riusciti a mantenere in rosa un consistente "prodotto indigeno": Perin, Izzo, Marchese, Antonelli, Bertolacci, Sturaro, Mandragora, Matri... Oggi, la rappresentanza italiana è ridotta davvero ai minimi termini, una scelta ineccepibile sul piano regolamentare, ma inaccettabile su quello "culturale". Il Grifo, assieme al Sassuolo e a pochi altri, era stato fino a ieri uno dei sodalizi capaci di resistere a questa massiccia esterofilia che, se prolungata, porterà rapidamente alla decadenza irrimediabile della scuola calcistica nostrana: il fatto che sia uscito da questo ristretto "club tricolore" mette tristezza, ma mi rendo conto di essere quasi solo in questa battaglia... donchisciottesca. 

sabato 5 ottobre 2013

GENOA E GASPERINI, UN CERCHIO CHE SI CHIUDE. I BEI TEMPI POSSONO TORNARE?


                                         Gasperini: ritorno a Genova dopo tre anni

Tre anni per chiudere il cerchio. Tre anni per ritornare al punto di partenza, lì dove aveva preso forma una delle fasi più gloriose della storia del Genoa nel dopoguerra. Come se nulla fosse accaduto, e invece è successo di tutto e di più: tre anni di azzardi, di scelte sbagliate, di allenatori in parabola discendente e di altri troppo inesperti, il tutto per capire che... chi lascia la strada vecchia per la nuova, male si trova. Gian Piero Gasperini, è notizia di pochi giorni fa, ha riabbracciato il Grifone e i suoi tifosi, molti dei quali sognavano questo momento da quel novembre 2010, da quando il "vate di Grugliasco" fu allontanato dalla panchina rossoblù al culmine di una serie di risultati negativi. All'epoca, lo ammetto, non fui del tutto sfavorevole al cambio di guida tecnica: il rapporto del Gasp con l'ambiente genoano (società e squadra) sembrava essersi logorato, la brillantezza di gioco smarrita per strada, si faticava a far esplodere i valori di una rosa di notevole livello (Rafinha, Veloso, Criscito, Toni, Palacio...), che venne considerata da molti esperti, non a torto, come una potenziale mina vagante delle zone alte della Serie A. 
CAMBIARE E SBAGLIARE - Nel calcio, spesso, la routine diventa perniciosa, l'entusiasmo e gli stimoli scemano e non si cresce più, anzi, si rischia di tornare indietro. Le ultime partite della prima gestione Gasperini mostrarono sintomi inquietanti, in tal senso: in certe situazioni, occorre avere il coraggio di cambiare, battere strade nuove, cercare di costruire nuovi progetti con nuovi e motivati responsabili tecnici. Insomma, per quanto figura carismatica, per quanto artefice di pagine di assoluto splendore, sia sul piano dello spettacolo sia su quello dei risultati, l'addio a "Gasperson" non sarebbe dovuto essere un dramma, perché nel pallone il detto "dopo di me il diluvio" non ha ragione di essere, se si costruisce l'avvenire con criterio. 
Ma il Genoa e Preziosi sono stati parecchio sfortunati, oltre che poco acuti nelle scelte: in questi anni, l'unico erede plausibile del grande predecessore è parso Davide Ballardini, per quanto lontano anni luce dalle modalità di espressione calcistica del piemontese. Ma il suo feeling col Joker, nonostante gli obiettivi centrati, non è mai sbocciato, e prima o poi il patron dovrà spiegarci il perché. In mezzo ai due interregni del romagnolo, una pervicacia degna di miglior causa nello "scritturare" gli allenatori sbagliati: trainer in netta decadenza (Malesani, Delneri), altri bruciati verdi e ridimensionati dopo esordi promettenti (Marino). Quest'estate, l'ennesimo salto nel buio: una rosa di tutto rispetto, largamente attrezzata per una salvezza molto più che tranquilla, messa in mano a un coach imberbe, con alle spalle solo un abbozzo di gavetta, portata avanti principalmente nella squadra Allievi del Genoa. 
LIVERANI IMMATURO - Su Liverani, Note d'Azzurro aveva espresso perplessità fin da quest'estate, considerandolo come il vero fattore di "rischio" per una stagione che, mercato alla mano, si presentava invece foriera di qualche possibile piccola soddisfazione (controllare l'archivio del blog per credere). Però gli si era data giustamente fiducia, perché l'uomo vale e perché, come mi era capitato di dire ad un amico trattando della questione, non è possibile che alle altre società azzardi simili girino sempre bene (penso a Montella per la Fiorentina, ma soprattutto a Diego Lopez per il Cagliari) mentre al Grifo debba sempre dire male.
Invece, nulla da fare: con l'eccezione del derby, vinto a mani basse sulle ali di una impostazione strategica ineccepibile e di una furia agonistica feroce, ma giocato, val la pena sottolinearlo, contro una delle squadre qualitativamente meno dotate della categoria, l'ex centrocampista del Perugia ha mostrato solo grande limitatezza tattica, difficoltà nel leggere le partite, scarsa propensione ad azzeccare subito la formazione giusta e un eccesso di prudenza che aveva pagato nella stracittadina, ma che può andare bene solo in determinate circostanze e non deve diventare un totem immutabile. Contro Livorno e Napoli, ad esempio, pur trattandosi di avversarie totalmente diverse, direi agli antipodi, era doveroso giocare con più coraggio, con più voglia di osare: nel primo caso per abbattere il muro sapientemente issato da Nicola, nel secondo per non farsi schiacciare da una compagine che, se le cedi il pallino, è in grado di travolgerti con una manovra elegante ed efficace (chi ha visto giocare i partenopei col Borussia Dortmund sa a cosa mi riferisco). 

                                            Lodi: con Gasp ritroverà smalto? 

SQUADRA ADATTA AL GASP - Ecco: ciò che ha destato rabbia, in questo primo scorcio di stagione, è stato vedere una compagine ricca di talento e di alternative in ogni ruolo giocare col freno a mano tirato, con poca versatilità, con poche idee sul da farsi in campo. Questo Genoa, lo ripeto anche se non tutti ne sono convinti, ha potenzialità indiscutibili. I nazionali Antonelli e Gilardino, un Lodi che per il rendimento mostrato nelle ultime due stagioni meriterebbe una chiamata di Prandelli, uno che del Club Italia ha fatto parte in un passato non troppo remoto (Gamberini), giovani di bellissime speranze (Perin, Bertolacci, Vrsaljko), mestieranti di medio livello da sempre affidabili in categoria (Manfredini, Antonini, Portanova, Matuzalem, Calaiò)...
E' oltretutto una rosa che si adatta perfettamente, credo, alle esigenze del "nuovo - vecchio" mister: esterni in quantità, sia alti che bassi, Lodi che nel cuore della manovra porta lo stesso fosforo ma più classe e più colpi decisivi rispetto a Milanetto, attaccanti propensi a rientrare e a sacrificarsi in un lavoro di spola, un Gilardino che può essere tranquillamente l'alter ego di Milito. Insomma, i presupposti per fare decollare questo misterioso Genoa 2013/14 ai livelli che merita ci sono: dopo l'approccio di Catania, c'è persino la sosta per le qualificazioni mondiali a lavorare a favore del Gasp. A patto che non si culli sugli allori passati e che sappia far tesoro delle amarissime esperienze di Palermo e sopratutto Inter: Milano ha rappresentato la tomba delle sue ambizioni di grandeur, ma il fallimento è stato solo in parte imputabile ai suoi errori. 
PREZIOSI: ERRORI E RIMEDI - Il Genoa e Gasperini, Gasperini e il Genoa: sembrava un matrimonio perfetto, e dopo la rottura entrambi non hanno più avuto pace, entrambi sono entrati in un tunnel di mediocrità che francamente non era facile prevedere, dopo i fasti del quarto posto in coabitazione (contestata) con la Fiorentina e dell'Europa League. Quando si perdono anni a guardarsi attorno e a sperimentare soluzioni senza battere chiodo, per tornare infine sui propri passi, beh, è pur sempre un'ammissione di sconfitta. Alle sconfitte, purtroppo, da quel novembre 2010 Enrico Preziosi si è abituato e ci ha abituati: ma il joker è anche uno che, dopo anni di diabolica perseveranza, pare stia finalmente imparando a... imparare dai propri errori: le ultime due campagne acquisti (gennaio e luglio - agosto) sono state condotte con raziocinio, e, se la scommessa Liverani è andata male, si è comunque puntato sull'elemento migliore, più adatto e più "pronto" a prenderne il posto in panca. 
CORSI, RICORSI E... MILANETTO - Riparte da Catania, il Gasp: proprio la trasferta in terra etnea rappresentò uno snodo cruciale della sua prima gestione. La prima di campionato 2008/09, una sconfitta rimediata da un Genoa qualitativo ma spuntato, con Ruben Olivera perno centrale dell'attacco: era un po', quel Grifo, un guerriero senza spada. Quel fiasco aprì gli occhi a tutti: con un terminale offensivo efficace, la squadra poteva decollare. Pochi giorni e arrivò Milito. Altri tempi, ma, senza illusioni, occorre ricordare che sulle ali di un gioco brillante e ficcante si possono superare i limiti tecnici scritti sulla carta: il Genoa attuale, per dire, è nettamente superiore al primo Genoa gasperiniano di Serie A, 2007/08, eppure quel team, dopo un avvio incerto, si assestò su un ottimo rendimento e si mise in salvo con un buon mese di anticipo. Vedremo... Intanto, da annotare come il ritorno dell'allenatore piemontese sia conciso con quello di due suoi califfi dei bei tempi: Juric alla Primavera e Milanetto come osservatore. Soprattutto quest'ultima è una réntrée significativa: uscito pulito dal torbido affare Lazio - Genoa dopo essere stato in carcere e sbattuto in prima pagina dai giornali (ah, la stampa italiana...), ripudiato da una fetta di tifoseria per delitto di... lesa curva (osò contestare con veemenza la Gradinata Nord che, durante lo storico derby di Boselli, puntò il dito contro lui e i compagni accusandoli, in buona sostanza, di non impegnarsi a fondo per mandare in B i cugini), ora si ritaglia nuovamente un angolino nella società a cui tanto ha dato in termini di rendimento sul campo. Lui si è già scusato, e in tempi non sospetti, per quel lontano screzio (scuse dovute per i toni usati, ma, a parer mio, non per la sostanza delle argomentazioni), ora sarebbe il caso che anche i tifosi più intransigenti mettessero per una volta da parte il loro amor proprio e sotterrassero l'ascia di guerra, passando sopra a una vicenda che ha solo provocato un inasprimento del clima in città e nell'ambiente Genoa. 

lunedì 19 agosto 2013

DOPO SPEZIA - GENOA: NON E' UN PO' PRESTO PER INTONARE IL DE PROFUNDIS ROSSOBLU'?

                                Liverani: un po' presto per crocifiggere lui e il suo Genoa...

Scrivere del calcio estivo di club rappresenta per me un notevole sforzo, del quale farei volentieri a meno. Considero da sempre le partite di luglio e agosto, siano esse amichevoli o ufficiali, del tutto inattendibili, foriere di indicazioni contraddittorie e aleatorie, quasi sempre destinate ad essere smentite nelle sfide successive, soprattutto in quelle che si disputeranno in autunno, a stagione inoltrata. Dirò di più, e lo scrissi già sul blog tempo fa: per poter dare una valutazione attendibile delle squadre di Serie A occorre aspettare almeno i primi due mesi di campionato; tutto ciò che accade prima è quanto di più precario possa esservi, fra compagini fisicamente ancora imballate e rose da amalgamare, col mercato che si chiude a inizio settembre e con acquisti e cessioni di peso che avvengono spesso proprio negli ultimissimi giorni di trattative. Del resto, lo si è visto ieri sera in Supercoppa quanta affidabilità abbiano le gare della stagione calda: una Juve reduce da una preparazione deludentissima, sul piano dei risultati, ha travolto a domicilio una Lazio che, per contro, non può essere, non sarà sicuramente quella vista all'Olimpico, ossia una compagine di bassa classifica destinata a lottare per la salvezza. 
TRAGEDIA GRECA - Queste le mie remore sul football che si ammira (si fa per dire) in queste settimane. Tuttavia, due righe sull'esordio stagionale del Genoa mi sento di doverle scrivere: non tanto per l'esito negativo (ennesima eliminazione precoce dalla Coppa Italia, non proprio una novità, su questi lidi), quanto per tutto ciò che si è scatenato dopo, nelle file della tifoseria ben più che fra i media locali, tradizionalmente critici nei confronti del sodalizio di Villa Rostan. Basta dare un'occhiata in giro per il web, fra forum e forumini, muri e muretti, commenti ad articoli di giornali e su pagine Facebook. Pianti, tragedie greche, allarmi per una retrocessione già annunciata come probabilissima, Preziosi e Liverani nel mirino. Si potrebbe liquidare il tutto con il semplice invito a prendere la vita, e le cose di sport, più alla leggera, ma un ragionamento più articolato va fatto. 
IL PIU' INSIDIOSO DEGLI ESORDI - Era la prima partita "vera" per il Grifo, lo si è detto, e con la solita "fortuna" che contraddistingue questa squadra, invece di un comodo "galop" con una onesta compagine di terza divisione, magari da affrontare fra le mura amiche, è toccata la gara più insidiosa (tenendo conto delle avversarie che avrebbe potuto offrire il tabellone a questo punto del torneo) e nelle condizioni più ingrate: unica squadra di A, a parte due delle tre neopromosse, il Genoa è stato costretto a giocare in trasferta, e lo ha dovuto fare su uno dei campi a lui più tradizionalmente ostili soprattutto sul piano ambientale. Alla Spezia (e solo alla Spezia, sottolineiamolo) considerano il confronto con i rossoblù (quando si gioca, ossia molto raramente...) un vero e proprio derby. Per gli aquilotti era la partita della vita o giù di lì, per i genovesi il primo test autenticamente duro, ma al contempo un semplice passaggio (importante, certo) nel percorso di rodaggio verso quello che rappresenta l'unico plausibile obiettivo stagionale, ossia un campionato da affrontare con minori tremori rispetto al passato recente. 
Contro una compagine indemoniata, e sospinta da un pubblico che sarebbe di lusso (per numero e sostegno fornito) anche per il torneo di B, il team di Liverani ha tenuto dignitosamente botta, è passato in vantaggio, ha subìto il ritorno dei locali, trovato il pari in extremis, colpito un palo clamoroso; ha manifestato lacune di gioco assolutamente comprensibili a questo punto della stagione (cioè al punto zero virgola uno, ribadiamolo), ma anche qualche fiammata di rilievo e la sensazione che sarebbe bastato davvero pochissimo di più (un impianto di gioco più collaudato, giocatori più brillanti atleticamente) per conquistare l'intera posta. Alla fine della fiera, è uscito imbattuto da un terreno infido assai, perché il match, val la pena sottolinearlo, è terminato 2 a 2, e l'eliminazione è maturata ai rigori, sempre e comunque una lotteria inattendibile, figuriamoci a Ferragosto, con gambe molli e scarsa lucidità mentale. Insomma, mi pare un po' pochino, francamente, per dare la stura alle profezie di sventura, al desiderio insopprimibile di tratteggiare scenari drammatici per una squadra che, è opinione di molti supporters, risulterebbe ulteriormente indebolita rispetto alla già non irresistibile versione di pochi mesi fa. 

                                          Lodi, califfo del centrocampo del Grifo

SQUADRA MIGLIORATA - Io non la penso così, e l'ho già scritto qui. Limitatamente ai 12 - 13 titolari, questo è un Genoa nettamente superiore a quello che ha colto la salvezza con un turno di anticipo sulla fine dell'ultimo torneo. Ha due nazionali azzurri, Antonelli e Gilardino,  e un Lodi che per doti tecniche, tattiche e di personalità, nonché per continuità di rendimento nelle ultime due annate, potrebbe diventarlo senza scandalo; ha due giovani fra i più promettenti del vivaio nostrano, Perin e Bertolacci, e due centrali di difesa, Portanova e Manfredini, non più di primo pelo ma che fino al maggio scorso il loro l'han fatto alla grande,  e da sempre sono abituati a lottare nei bassifondi, senza paura e con profitto. Ecco, se l'obiettivo stagionale è la tranquillità, non so quali altri club della cosiddetta "parte destra della graduatoria" possano vantare in rosa simili califfi. 
Le lacune ci sono, è verissimo, e io stesso lo avevo sottolineato nel post sopra linkato. In estrema sintesi, rosa ridotta troppo all'osso e mancanza di alternative valide in avanti e soprattutto in terza linea, a maggior ragione adesso dopo la cessione di Granqvist (peraltro nell'aria da tempo). Bisogna rimpolpare il roster, la società è la prima ad esserne consapevole. Le si rimprovera di essersi fermata sul mercato, dopo un avvio del tutto incoraggiante. Vero, mister Liverani ha spiegato chiaramente da tempo ciò che manca ma finora nulla di concreto si è visto: però, francamente, quante altre squadre di A hanno messo a segno colpi fondamentali nell'ultimo mese? Da anni, ormai, i tasselli decisivi vengono inseriti negli ultimi giorni di campagna acquisti, è così per tutti, persino una grande come il Napoli  non ha ancora completato il gruppo e sta inseguendo da giorni big come Astori e Matri. Pazienza ci vuole, a maggior ragione se si è consapevoli delle difficoltà autentiche che ha attraversato negli ultimi mesi il gruppo Preziosi, con inevitabili ricadute sulla gestione del Genoa. 
INCORAGGIARE, NON DEMOLIRE - Per tutto questo, farsi il sangue marcio per una gara "non vinta" ma anche "non persa" (mi si perdoni il gergo vagamente elettorale, ma le cose stanno così....)  a metà agosto o giù di lì è francamente eccessivo, e gettare acqua sul fuoco in questa fase mi sembra non solo necessario, ma doveroso. La tifoseria del Genoa è una delle più passionali, ma spesso questa passione la gestisce troppo "di pancia" e con una perniciosa tendenza a vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto, rendendola in definitiva deleteria e creando una pressione negativa su una squadra che oltretutto, quest'anno, si presenta al via giovane, rinnovata, affidata a un trainer bravo ma a corto di esperienza, e che quindi mai come oggi avrebbe solo bisogno di sostegno pieno e incondizionato, non di malumori e feroci critiche ai primi e comprensibili inciampi. 
Poi, certo, le antenne van tenute sempre drizzate: ho rilevato come Gilardino possa e debba rappresentare uno dei punti cardine per il Genoa prossimo venturo, e invece dopo la cessione di Osvaldo da parte della Roma cominciano a circolare le vecchie voci su "giri di centravanti", scambi con Borriello, eccetera. Sul punto ho già detto come la penso e non ci ritorno sopra, se non per ribadire che attorno a una figura essenziale come la punta della Nazionale dovrebbe esserci una blindatura totale, e invece si continuano a lasciare porte colpevolmente aperte; allo stesso modo, occorre sciogliere il nodo Matuzalem, elemento di cui questa squadra ha assolutamente necessità. Ecco, su questi punti comprendo le preoccupazioni, ma, insomma, vedremo come andrà: fare processi preventivi, dopo un vistoso cambiamento di politica societaria (più programmazione e meno improvvisazione) e alla luce delle oggettive difficoltà finanziarie in cui il club si deve muovere, è davvero pretestuoso. E' il momento degli incoraggiamenti e, casomai, delle critiche costruttive, per demolire e attaccare ci sarà tempo (ma speriamo non ve ne sia bisogno). 

lunedì 8 aprile 2013

GENOA AL RUSH FINALE, FRA SERIE A E B: E' ANCORA IL CASO DI ESSERE OTTIMISTI?


Scrivere un post come questo potrebbe suonare un tantinello pessimistico, stasera. In fondo, il Genoa torna da Napoli con un k.o. che non era difficile prevedere: larghissimo il divario qualitativo, abissale quello di punti in classifica, e in più i partenopei tornati di recente in gran spolvero dopo un prolungato periodo di appannamento, ben decisi a sfruttare il mezzo passo falso del Milan a Firenze per consolidare il secondo posto in ottica Champions. Tutto giusto, tutto logico. Il guaio è che il campionato rossoblù sta diventando fin troppo logico, banale, scontato, nell'ineluttabilità delle sconfitte contro squadre più forti, ma chi pronuncia la classica frase "non è in queste partite che bisogna conquistare la salvezza" sa benissimo di prendere in giro se stesso, di raccontarsi una pietosa bugia cercando un effimero effetto autoconsolatorio. 
ILLUSIONI IN DISFACIMENTO - Bugia, sì, perché al punto in cui è giunto il Grifone, ragionamenti del genere non hanno più senso alcuno. Ed è a un punto morto, il Vecchio Balordo, proprio nel momento in cui i margini di errore sono ridotti al minimo, anzi, sono quasi azzerati. Le illusioni generate dal "dopo mercato di gennaio" si stanno dissolvendo settimana dopo settimana. Il Genoa "di riparazione" costruito da Preziosi e Foschi a inizio 2013 e le prime battute della gestione Ballardini sembravano avere avviato verso una felice soluzione la drammatica situazione creatasi nel breve, sciagurato interregno di Del Neri. I nuovi arrivi, in primis Manfredini, Portanova e Matuzalem, avevano portato esperienza, personalità e la giusta dose di cattiveria agonistica, e tutto il gruppo ne aveva tratto beneficio, incrementando il proprio rendimento; al resto aveva pensato il pragmatismo di un mister straordinariamente motivato. Erano arrivati i risultati, cinque gare imbattuti con due vittorie e tre pari, e aveva di nuovo fatto capolino un barlume di gioco razionale, a tratti persino piacevole, dopo il vuoto spinto del triste autunno 2012. 
OSTILITA' ARBITRALE - La squadra ha continuato a giocar bene anche nel tris terribile di impegni contro Roma, Milan e Fiorentina, ma si è ritrovata con un pugno di mosche in mano (leggasi: zero punti) non solo e non tanto per demeriti propri, quanto per fattori "esterni", ossia l'innegabile ostilità arbitrale (rigore inventato pro giallorossi la sera del record di cartapesta di Totti, almeno due rigori a favore negati coi rossoneri, vantaggio viola realizzato da Aquilani dopo aver spintonato via di forza Granqvist, sotto gli occhi impassibili del folto drappello di giacchette nere), le cui avvisaglie si erano del resto già manifestate nello scontro diretto di Palermo con un clamoroso penalty non concesso a Marco Rossi. 
E' chiaro che, di fronte a una serie di avversità così continue, così sistematiche, mantenere serenità e saldezza di nervi sia difficile per chiunque, figurarsi per una squadra nata comunque sbagliata, l'estate scorsa, e rattoppata in corsa, certo dignitosamente ma senza cancellare del tutto gli innumerevoli difetti creatisi in fase di impostazione della stagione; una squadra che, pur battendosi al meglio e mai demeritando, è uscita dal campo sconfitta per tre volte di seguito e ha visto progressivamente deteriorarsi una classifica da mesi deficitaria, ma che nei turni precedenti era andata parzialmente migliorando. In situazioni del genere, quando hai l'acqua alla gola e vedi che, nonostante il tuo impegno, tutto attorno a te crolla, è facile che possa subentrare il proverbiale "braccino". Ancor più facile se, nonostante tutte le migliorie, si rimane una compagine mediocre, sul piano della classe e su quello della tenuta mentale. 
MEDIOCRI - Ecco, nell'ultima settimana abbiamo scoperto amaramente, anche se un po' in cuor nostro già lo temevamo, che il nuovo Genoa targato Ballardini è rimasto un team mediocre, che si sta afflosciando come un soufflé mal riuscito, proprio nel momento in cui avrebbe dovuto raccogliere i frutti del buon lavoro sciorinato anche contro le tre grandi affrontate in successione. E qui si ritorna al discorso iniziale: non è vero che il Genoa non avesse nulla da perdere al San Paolo. Anzi, nell'equilibrio esasperato che regna attualmente in zona retrocessione, vincere o restare imbattuti negli scontri diretti è certo importante, ma conta ugualmente il colpaccio inatteso, l'impresa che porta a conquistare punti anche in gare all'apparenza proibitive. Di recente, laggiù nei bassifondi, ci son riuscite tutte: ultima in ordine di tempo, l'Atalanta vittoriosa sull'Inter, che sarà anche in mezzo disarmo ma in settimana, per dire, aveva battuto la Samp a domicilio. Ma persino il modestissimo Siena ha sconfitto la stessa Inter e la Lazio ed è andata a vincere a Palermo, il quale Palermo prima di Pasqua si è preso lo sfizio di rifilare un 2 a 0 alla Roma. E la malmessa Fiorentina dell'anno passato strappò la permanenza vincendo a Lecce e, soprattutto, a Roma coi giallorossi e a Milano col Milan. 
OFFENSIVO - Il Genoa, da questo punto di vista, non batte chiodo da tempo. Il modo in cui ha affrontato la trasferta di Napoli ha in sé un qualcosa di profondamente offensivo per chi ancora, nonostante tutto, si ostina a seguire quella caricatura di calcio che è, oggi, la Serie A italiana. Testa alla stracittadina? Va bene, ma perdere non ha mai rappresentato il viatico migliore per preparare le sfide importanti, a maggior ragione se si perde facendosi surclassare sul piano del gioco e dello spirito. 

                                    Borriello: troverà i gol salvezza per il Genoa?

INVOLUZIONE AL MOMENTO DEL DECOLLO - In Campania si doveva almeno provare a far punti, cosi come si doveva vincere otto giorni prima col Siena. La gara della vita, quella coi toscani, preparata apparentemente in maniera certosina, in un clima di concentrazione e tranquillità (anche con momenti conviviali, come la grigliata al campo di allenamento) che sembrava aver creato il "brodo di coltura" ideale per l'attesa riscossa. Un match che invece il Grifo ha rischiato seriamente di perdere, nonostante la botta di fortuna (la prima dell'anno?) del sollecito vantaggio su autogol. Certo, ci son state, nel sabato di Pasqua, tante occasioni, c'è stato il solito portiere normale che contro i rossoblù diventa un... simil Buffon (Pegolo), ma c'è stato anche affanno, difficoltà nel manovrare, una fragilità tattica pericolosamente simile a quella che per troppe settimane ci mostrò Del Neri, con una formazione che non sapeva gestire le (rare) situazioni di vantaggio e che subiva costanti rimonte, concedendo agli avversari percentuali elevatissime di realizzazione. Un'involuzione inattesa, quando sembrava che il peggio fosse passato, quando sembrava che comunque Ballardini avesse saldamente preso in mano la situazione. 
IL CAMMINO DELLA SPERANZA - Il risultato è che ora c'è poco da stare allegri: atteso che questa squadra non è stata finora in grado di piazzare exploit "sopra le righe" come quelli cui si accennava prima, per artigliare una salvezza sempre più difficile le resta l'ordinaria amministrazione. Che tuttavia le basterebbe, calendario alla mano: rimangono da affrontare Samp, Atalanta, Pescara e Inter in casa, e Chievo, Torino e Bologna fuori. Percorso non semplice ma, diciamocelo, nemmeno da far tremar le vene ai polsi. Il fatto è che, per questo Genoa, la fatidica quota 40 sembra al momento proibitiva, ammesso che sia strettamente necessaria, visto che la media punti delle tre pericolanti è davvero bassissima. 
Ho sempre odiato le tabelle, quindi limitiamoci a uno sguardo generale: tre vittorie e un pari in casa e un successo esterno dovrebbero bastare, nella maniera più assoluta, ma non mi sento di dire che sia un bottino alla portata. Più realisticamente, due vittorie e due pari in casa, ferma restando la necessità di un altro successo lontano da Marassi e di almeno un altro punticino da racimolare nelle altre due trasferte: sarebbe pur sempre una dozzina di punti, e quota 39 negli ultimi anni è sempre stata più che sufficiente per restare in A. 
Ma sarebbe un ruolino di marcia extralusso, perché possiamo raccontarcene finché vogliamo, ma questo Genoa, anche nella versione parzialmente rivitalizzata di Ballardini, ha sempre incontrato difficoltà enormi nel conseguire l'intera posta. E' realistico, pertanto, pretendere un en plein nelle gare casalinghe, o comunque un poker di successi in sette match, da una compagine che ne ha conseguiti appena sei (sei!) nei primi trentuno incontri? Ecco, qui sta soprattutto il mio pessimismo, accentuato da un Grifone che oggi, nuovamente, non offre più alcuna garanzia, proprio nel momento in cui , come si evince dalla "mini tabella" sopra esposta, non può davvero più sbagliare partite, essendosi giocato forse l'ultimo bonus nella notte del San Paolo, una notte da arrossire di vergogna. La speranza è che il derby, come spesso curiosamente accade nelle stracittadine, rivitalizzi in extremis la contendente più male in arnese: altrimenti, non varranno a nulla nemmeno le recriminazioni per l'atteggiamento dei cugini blucerchiati, che hanno rilanciato le chances salvezza del Palermo con una gara di rara mollezza tattica, atletica e psicologica. 

mercoledì 1 agosto 2012

GENOA IN VENDITA, LO MONACO VIA: PREZIOSI, CI FACCIA CAPIRE...

                                   
Trovare una definizione unica e caratterizzante per l'Enrico Preziosi dirigente (sull'uomo non è lecito sindacare per chi non lo conosca a fondo) è oltremodo difficile, quasi impossibile. "Volubile" è l'aggettivo più calzante che mi viene in mente, alla luce della gestione quantomeno "ondivaga" della società Genoa nell'ultimo anno e mezzo. Certo, volubili sono anche certi tifosi, ai quali è bastata una intervista (che in realtà era più un monologo...) rilasciata ieri sera a una emittente locale genovese per tornare a sostenere l'amato "Prez", dopo che, nei giorni precedenti, in molti gliel'avevano giurata, promettendogli una stagione gonfia di contestazioni. Mutevoli umori del "tifosopiteco", detto simpaticamente: volubilità, per l'appunto. 
Quando può parlare a ruota libera, senza essere insidiato da domande puntute e "cattive" dell'intervistatore di turno (e di interviste "aggressive" nel giornalismo italiano se ne vedono poche, il problema è sistemico e non contingente), l'intervistato appare sovente più convincente e ragionevole di quanto in realtà sia. Ma la ragionevolezza, la lucidità, il sano realismo sfoderati nella circostanza dal Joker non possono mascherare quello che era, e rimane, un clamoroso autogol, uno dei peggiori nella storia recente del Grifone: il divorzio fulmineo da Pietro Lo Monaco. 
NEMMENO DUE MESI - Meno di due mesi fa, pubblicai sul blog un post dal titolo "Il nuovo Genoa: ciò che si chiede a Lo Monaco" (lo potete leggere qui): in esso, sottolineavo senza mezzi termini la positività e l'importanza "esplosiva", a breve, medio e lungo termine, dell'approdo in casa rossoblù del dirigente ex Catania. Uno degli uomini di calcio più capaci e apprezzati della Penisola, una vera volpe del mercato (con particolare predilezione per quello sudamericano): ma, soprattutto, un uomo "di polso", in grado di dare finalmente una direzione stabile alla rotta di un Genoa che, nelle ultime due stagioni (segnatamente dopo il fallimento della costosissima campagna di mercato estiva 2010) aveva smarrito la trebisonda, navigando a vista, senza un progetto tecnico preciso, con allenatori cambiati vorticosamente e un andirivieni di giocatori talmente massiccio da far girare la testa, con i migliori della rosa sempre in vetrina a disposizione del miglior offerente e l'arrivo sempre più numeroso di modesti e inaffidabili pedatori d'oltrefrontiera, con tanti saluti alla caratura tecnica e all'identità tattica del team. 
CLUB DA RIORGANIZZARE - Ecco, con Lo Monaco in plancia di comando tutto ciò sarebbe dovuto finire o quantomeno attenuarsi fortemente, complice il tanto sbandierato passo indietro di un Preziosi deciso a prendersi una pausa di riflessione, dopo una stagione altamente negativa e dopo il fattaccio di  Genoa - Siena. Un Lo Monaco quasi plenipotenziario ed energico nella gestione di "casa Genoa" sarebbe stato un evidente toccasana, in grado di rigenerare strutture e morale all'interno del club e di garantire al sodalizio calcistico più antico d'Italia un futuro più equilibrato. Con queste motivazioni Lo Monaco pareva esser stato preso, e il suo ingresso sulla scena genoana, certo non con i piedi di piombo, confortava la speranza nella nascita di un nuovo Grifo, magari non scintillante come quello gestito sul campo dagli impagabili Gasperini e Fabrizio Preziosi (un dirigente che non verrà mai abbastanza rimpianto) ma di certo autorevole e non più porto di mare e "passerella" per giovani in rampa di lancio. 
OCCASIONE PERDUTA - Per tutto questo, il Joker non doveva assolutamente lasciarsi sfuggire il signor Lo Monaco. Perdere un dirigente così, nel bel mezzo della preparazione, a mercato ancora da ultimare, significa fare cento passi indietro quando se ne potevano fare cento in avanti: De Canio cerca di tenere l'attenzione concentrata sul campo, di creare una campana di vetro attorno alla truppa, ma un divorzio del genere non potrà non causare traumi, sbandamenti, vuoti organizzativi in una compagine societaria e tecnica che stava cercando faticosamente di ritrovarsi, di ricostruirsi dopo una stagione da incubo. 
Il Genoa aveva necessità di essere rivoltato come un calzino, per tornare a intravedere non dico un progetto calcistico vero e proprio (che nella squattrinata Serie A attuale non ha quasi più nessuno, forse solo la Roma degli americani) ma una linea tecnica e operativa plausibile e non mutevole un mese sì e un mese no; ne aveva necessità anche per avvicinarsi a molti tifosi certo contenti della lunga permanenza nella massima categoria, e ci mancherebbe pure, ma altrettanto certamente disorientati da anni di campagne di mercato condotte senza il necessario rigore tattico, dai giocatori che arrivavano ad agosto e a gennaio andavano via, da dichiarazioni presidenziali evitabili e discutibili (come il dire, in pieno inverno, "non vedo l'ora che questo campionato finisca": davvero un bel modo per caricare il gruppo). 
Il Genoa, nessuno me lo toglierà dalla testa, aveva un bisogno feroce, quasi disperato di uno come Lo Monaco, che non è un dio sceso in terra,  ma semplicemente l'uomo giusto al posto giusto come lo fu lo stesso Prez nel 2003. E qui torniamo all'intervista di ieri sera: dire che il divorzio si sia consumato per divergenze sulla gestione della società ("Avevamo visioni diverse - ha sostenuto il patron in tv - Lui voleva perseguire un progetto sportivo, io voglio mettere a posto il Genoa per poterlo cedere") ha dell'incredibile, posto in questi termini, e nemmeno una dichiarazione congiunta dei due inneggiante alla pace, all'armonia, al "ci siamo separati ma ci stimiamo ancora profondamente", potrà farmi cambiare idea.

                               Lo Monaco - Genoa: un addio consumatosi troppo in fretta

DIVERGENZE - Sì, perché questo fraintendimento è veramente abnorme, pazzesco: non c'era in ballo una "quisquilia", un dettaglio organizzativo come tanti, ma la vera e propria filosofia a cui si sarebbe dovuta improntare la gestione societaria nell'ottica di un prossimo cambio di proprietà. Una cosa epocale, uno di quei passaggi che incidono profondamente sulla vita e sulla storia di un'azienda. Ergo, un concetto sul quale non sono ammissibili fraintendimenti: sono questioni che vanno chiarite subito, non quando il nuovo collaboratore è al lavoro da due mesi. 
Non è una vicenda che si possa liquidare con l'amara leggerezza mostrata da Preziosi: o c'è stato un deficit di comunicazione interno agghiacciante per quanto è stato clamoroso, oppure, se invece i compiti attribuiti a Lo Monaco erano stati chiari a tutti fin dal principio, forse l'ex catanese ha esagerato e allora bisognerebbe ricalibrarne al ribasso l'ottima fama che lo accompagna nel mondo del pallone. Sapere come effettivamente siano andate le cose non è aspetto di secondaria importanza. E comunque, il modo in cui si stava muovendo Lo Monaco era davvero così in contrasto con la volontà presidenziale di far quadrare i conti per poi passare la mano? Io non ho avuto questa sensazione: riorganizzare lo staff facendo chiarezza sui ruoli, chiedere rispetto mediatico per i colori rossoblù (ultimamente sbertucciati ben al di là dei demeriti), dichiarare incedibili non più di due o tre giocatori di spessore quando comunque c'era e c'è la possibilità di far cassa con altri, battere vie di mercato più logiche e razionali di quelle degli ultimi dodici mesi: cosa c'era di sconveniente in tutto ciò? 
PREZIOSI STUFO - Preziosi è stufo del Genoa e del calcio, e vuole vendere, però nel contempo torna sulla tolda di comando con pieni poteri a dettare la linea. Boh. Cioè, benissimo, il Genoa è suo, e, a parte l'ultimo anno e mezzo, i risultati sono totalmente dalla sua parte, e il bilancio della sua gestione non può non essere considerato attivo:  la promozione in A conquistata in una B con la Juventus Mondiale e il Napoli; il quarto posto ex aequo con la Fiorentina, dopo aver mostrato il miglior calcio d'Italia; l'Europa League conclusa dignitosamente ai gironi dopo una sfida quasi alla pari col Valencia di David Villa; i cinque derby vinti in quattro anni e la conseguente riconquista della leadership cittadina; i conti finanziari in ordine; la parte sinistra della classifica quasi costantemente mantenuta, con la pericolosa eccezione del 2012; il lancio e rilancio di tanti giocatori di alto profilo, da Milito a Thiago Motta, da Ferrari a Palacio; la restituzione alla società di una credibilità interna e internazionale dopo anni con le pezze al sedere. Ma è altrettanto incontestabile che ultimamente il patron non sia stato né sereno, né lucido nel programmare le strategie del club: ci consenta di dire che questi ripensamenti, questi misunderstanding su questioni vitali, non possono non lasciare disorientata la piazza. E non parlo di quei genialoidi che fin dal 2005 sono suoi irriducibili contestatori anche a dispetto dell'evidenza, e che ora ovviamente godono nel dire: "Avete visto? Lo dicevo io che ci avrebbe mollati per strada, prima o poi"; sì', grazie, solo che voi lo dite da quasi dieci anni, della serie "io continuo a ripetere che pioverà, tanto prima o poi qualche goccia dovrà pur cadere"...): parlo dei tifosi normali, quelli che non studiano contestazioni durante la settimana, ma che vorrebbero solo andare allo stadio a mente sgombra, trovando un Genoa competitivo e guidato dai vertici con mano salda. 
Nell'ultimo anno entrambe queste cose sono mancate, e aprire la stagione del desiderato riscatto sul campo con dichiarazioni di nausea, di distacco, di demotivazione, in certi passaggi addirittura ostili ("Solo l'idea di correre come una volta sotto la gradinata mi fa rabbrividire": Presidente, le torture sono altre...), e con gli stravolgimenti organizzativi di cui si è detto, beh, non è il massimo della vita, ne converrà. Si può benissimo cercare un compratore, ma con discrezione. Perché nel mondo d'oggi, e ancor più marcatamente nel mondo del football, saper comunicare è tutto. Lo Monaco ci riusciva, magari indulgendo talvolta alla retorica, ma tutto fa brodo. Ecco: se vogliamo proprio dire un terreno sul quale Preziosi, nella sua quasi decennale presidenza grifonesca, ha clamorosamente fallito, è quello della comunicazione. 

giovedì 7 giugno 2012

IL NUOVO GENOA: CIO' CHE SI CHIEDE A LO MONACO



Pietro Lo Monaco è dunque entrato ufficialmente nel "mondo Genoa", ed è come se, improvvisamente, si fosse passati dalla notte al giorno. Le prime dichiarazioni di intento del nuovo Amministratore Delegato, che, come auspicavamo su questo blog giorni fa, sarà in pratica il plenipotenziario del club rossoblù dopo il previsto "passo indietro" di patron Preziosi, hanno segnato un cambiamento totale rispetto al modus operandi dell'ultimo biennio. 
PORTE GIREVOLI - Che ultimamente si fosse presa una piega deprecabile, in casa del Grifone, non è opinione personale e discutibile, ma dato di fatto confermato incontrovertibilmente dal campo: la salvezza acciuffata per i capelli a fine campionato è stata il frutto di una gestione societaria lacunosa, riflessasi in maniera nefasta soprattutto sulla prima squadra: mercato compulsivo, la rosa trasformata in un motel dalle porte girevoli, giocatori che andavano e venivano senza creare un minimo di continuità tecnica, una base su cui poter costruire uno straccio di progetto, arrivo di stranieri improponibili per le nostre ribalte e i migliori elementi messi costantemente e ossessivamente in vetrina al motto di "se bussa una grande noi ci siamo".
Un'opera, quest'ultima, in cui ha... brillato soprattutto il diesse Capozucca, che pure tanti meriti ha accumulato, dal 2004 in poi, nella costruzione di un Genoa di nuovo vincente dopo le vacche magrissime delle ere Scerni e Dalla Costa: il continuo ripetere, fino a pochissimi giorni fa, frasi del tipo "Palacio merita una grande piazza" è atteggiamento che personalmente considero di una gravità inaudita: come se il direttore di una qualsiasi azienda dicesse che i suoi dipendenti non devono restare là, che meritano di andare a lavorare altrove. Davvero un bel modo di creare un ambiente lavorativo compatto, vincente, motivato e produttivo...
IL GENOA AL CENTRO - Ecco, il dirigente ex Catania (e soprattutto ex Udinese) ha svoltato del tutto, in questo senso: nel suo "piano di lavoro" il Genoa, con la sua storia, il suo carisma passato e presente, deve ritornare "al centro". Non più luogo di passaggio per giovani campioncini insofferenti e, fin dal secondo giorno di permanenza in rossoblù, desiderosi di trasferirsi in una delle squadre metropolitane. E basta, basta davvero con la totale condiscendenza, quasi sudditanza, nei confronti delle "grandi": il che, naturalmente, non vorrà dire stop alle vendite di giocatori, ma semplicemente una maggiore attenzione nel valorizzare il proprio patrimonio tecnico e nel fidelizzare gli elementi più validi, almeno per il periodo di tempo necessario a lasciare un segno in questa piazza: e, quando si dovranno vendere pezzi pregiati, perché è ovvio che accadrà ancora, che lo si faccia in maniera oculata e calibrata, senza che, cioè, questa necessità di natura economica porti al progressivo depauperamento di valore della rosa, come è accaduto in maniera evidente nel corso delle ultime stagioni.
VIVAIO - E ancora, finalmente, via libera a un adeguato sfruttamento "interno" del vivaio: interno, nel senso che, deo gratias, sarà la volta buona che qualcuno dei talentini espressi negli ultimi tempi dal settore giovanile genoano (Primavera pluridecorata, ricordiamolo) possa essere ammirato sul prato di Marassi in casacca rossoblù, invece di usarlo subito come merce di scambio: e in tal senso è anche già stato fatto un nome, quello del portierino Perin, che dopo un anno di ottimo apprendistato in B col Padova potrebbe tornare, è nei voti di Lo Monaco, a giocarsi il posto da titolare in A con Frey, invece di essere utilizzato per far cassa e dirottato verso la panchina (o la tribuna, più verosimilmente) di qualche società blasonata e zeppa di stranieri. 
LE PAROLE CONTANO - Certo, al momento sono più che altro parole: ma sono parole che da anni non si sentivano in casa rossoblù: fra un diesse poco incline alle battaglie di mercato e un presidente sempre più stanco e disamorato (non del Genoa, ma dell'ambiente calcio in generale, e come dargli torto?), l'atmosfera, lo ripeto, era quella del "club di ripiego": di lusso, si intende, ma pur sempre ripiego. Un'atmosfera che sollecitava amarezza e frustrazione nella tifoseria, e distacco eccessivo nei confronti della causa rossoblù da parte di certi presunti campioni. E, a volte, anche le parole sono importanti per caricare l'ambiente.

                                         Pietro Lo Monaco, nuovo ad genoano

ATTACCO MEDIATICO - A Lo Monaco, però, si chiede qualcosa di più: farsi sentire, e sentire per benino, nei confronti dei grandi media. E' fuori di dubbio, al di là dei complottismi più o meno forzati, che in queste settimane il Genoa sia sotto attacco mediatico. Tirato in ballo, quasi sempre a sproposito, nello scandalo delle scommesse e delle combine. Sembra che tutto il marcio del calcio italiano sia concentrato a Genova, ovviamente sponda rossoblù: si è arrivati al paradosso di mettere sotto accusa un derby, quello del maggio 2011 che sancì di fatto la retrocessione della Samp, avanzando sospetti di "aggiustamenti" senza tirare in ballo alcun componente dell'universo blucerchiato.
Ma questa è solo l'ultima di una serie di circostanze paradossali: merita la citazione un articolo di un importante quotidiano sportivo, che un paio di giorni fa ha riportato, sul suo sito, le confessioni del calciatore Ruopolo a proposito dell'aggiustamento di partite contro Frosinone, Salernitana e.... Genoa, ovviamente!! Notizia priva di fondamento, sarebbe bastato fare una rapida verifica per rendersi conto che Ruopolo non incrocia i colori rossoblù da anni e anni. Come per magia, dopo poche ore il nome del club genovese sparisce, sostituito prima da quello dell'Ancona e poi dal Rimini. Che dire? Che una volta tale giornale era l'università del giornalismo sportivo italiano (e non solo), e oggi si permette di diffondere simili sciocchezze senza uno straccio di verifica.
Pubblicare notizie rigorosamente verificate è (sarebbe...) una delle regole aureee del giornalismo: per lo stesso motivo, del tutto inaccettabile è da considerarsi anche la diffusione, all'interno di un importante tg serale, di un servizio contenente una serie di fantasiose ipotesi giallo - romanzesche sulla presunta (molto presunta) combine del già citato derby, ipotesi non suffragate, al momento, da neppure uno straccio di prova.
IL FAIR PLAY NON PAGA - Ecco, Lo Monaco, in qualità di figura di rappresentanza del Genoa, dovrà mettere dei paletti anche in questo senso: perché se tutti, in questi anni, si stanno permettendo di sparare impunemente sul Genoa, è anche perché a Pegli e dintorni non trovano alcuna opposizione. Si è scelto per troppo tempo un basso profilo comunicativo, vuoi per dare una immagine di signorilità che tuttavia non ha attecchito (se è vero che oggi il Genoa è per tutti il Diavolo) vuoi perché Preziosi non aveva scelta: ogni volta che alzava un tantino la voce, la risposta era sempre la stessa: "Zitto tu, hai comprato una partita e hai ancora il coraggio di parlare?". Preziosi, e soprattutto il Genoa, hanno pagato in maniera abnorme per i fatti del 2005, ma hanno pagato, eccome: assai più dei tanti invischiati in Calciopoli 2006, i quali peraltro, al contrario del Joker, continuano ad essere portati in palmo di mano dalla stampa compiacente. 
Già, la stampa: poiché il giornalismo italiano, uno dei peggiori d'Europa, è, tradizionalmente, debole coi forti (sempre prono agli interessi dei partiti politici e dei potentati economici, altro che equidistanza e sentinelle della democrazia...) e forte coi deboli, ciò che occorre è essere forti e inflessibili: messo da parte il fair play comunicativo, alzo zero, senza alcuna pietà, verso chi spara sul Genoa senza fondamento. Querele e risarcimenti milionari sono il miglior argomento per chi infanga a casaccio senza avere il coraggio di andare a toccare chi andrebbe davvero toccato. Lavori molto su questo, Lo Monaco: perché si è ancora in tempo per arrestare la macchina del fango, a patto di non cincischiare ulteriormente. Fermo restando che chi ha davvero sbagliato, fra scommesse e altri traffici loschi, dovrà davvero pagare, e pagare caro. Ma non venendo condannato anzitempo sui giornali.