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mercoledì 23 gennaio 2013

LE MIE RECENSIONI: "MAI STATI UNITI"


Alti e bassi della nuova commedia comica all'italiana. Poiché non tutte le ciambelle riescono col buco, dopo "Colpi di fulmine", apprezzabile ancorché non trascendentale, il periodo natalizio da poco trascorso ci ha regalato anche, dello stesso filone, un "Mai stati uniti" che non convince del tutto, e che perde senz'altro il... derby tricolore sotto l'albero col più prestigioso rivale. Non una sconfitta umiliante, intendiamoci: le occasioni per ridere il film di Carlo Vanzina le offre, ma si tratta di una comicità un po' stiracchiata, di certo meno efficace e incisiva. Affidata alle prestazioni individuali più che alla necessaria coralità, che pure avrebbe trovato la strada spianata da una trama tutto sommato ben congegnata, ancorché sviluppata in maniera sostanzialmente piatta e convenzionale: cinque persone che scoprono di essere fratelli soltanto nello studio di un notaio, al momento della lettura del testamento del padre mai conosciuto, e che, per entrare in possesso dell'eredità, devono recarsi negli Stati Uniti per disperdere le ceneri del caro estinto.
SPUNTI INDIVIDUALI - Ecco, l'impressione è che i cinque protagonisti non abbiano trovato l'intesa perfetta, la fusione filmica ideale fra i rispettivi stili recitativi, come una squadra di calcio costruita con grandi nomi ma a cui l'allenatore non riesce a dare il proverbiale amalgama. Ne scaturisce un film riuscito a metà, la cui brillantezza viene affidata più che altro, come detto, agli spunti dei singoli: ma in situazioni come questa le differenze di talento emergono in maniera più netta, e vengono soprattutto messe a nudo le carenze di chi, pur valido, è artisticamente un po' più indietro rispetto agli altri, o magari anche solo a disagio in un habitat a lui non confacente, con la conseguenza che tutta l'opera perde in freschezza e mordente e risulta alterna e disomogenea, fra momenti di indubbia vivacità e bruschi cali qualitativi.
SALEMME VS VERNIA: IL GENOVESE E'... SENZA VELI - Nel dettaglio, agli antipodi risultano le prestazioni di Vincenzo Salemme e Giovanni Vernia: il primo sguazza e svetta in un contesto comunque non eccelso, il secondo risulta spesso un pesce fuor d'acqua, a conferma di come lo stile da cabaret televisivo quasi mai si concili con il grande schermo: una comicità fatta di tormentoni (nel caso specifico, l'imitazione continua e financo ossessiva della voce di De Niro - Amendola), che in questo ambito risulta fine a se stessa e avulsa dalla storia. Una prestazione, quella dell'ingegnere elettronico genovese, che in definitiva passerà alla storia solo per un suo fugace nudo frontale integrale, che peraltro ben poco deve destare scandalo. In proposito mi son sempre chiesto: perché al cinema i nudi totali femminili vengono sempre elargiti con generosità mentre per gli uomini certi particolari devono essere esposti il meno possibile? Riflettendoci è una scelta senza senso logico o artistico, dettata niente più che da un maschilismo retrivo o da un malinteso gusto estetico: in questo caso, almeno Vanzina si mostra un passo avanti, anche se codesto exploit non aggiunge e non toglie alcunché al suo prodotto...
AMBRA E GLI ALTRI - In mezzo ai due estremi, gravitano gli altri tre primattori senza infamia e senza lode, pur non demeritando: tuttavia, Ricky Memphis pare meno "in palla" rispetto ad altre sue prestazioni, Ambra (sempre più bella, va detto) se la cava nel ruolo della giovane donna iper stressata ed esaurita, Anna Foglietta continua a imperversare con la sua coattitudine, questa volta però un po' troppo sopra le righe, eppure unico espediente per "valorizzare" un personaggio di scarsa consistenza: ma la ragazza ha una verve che le permetterebbe di esplorare territori attoriali ben più audaci, peccato. Fornisce una buona prova il giovanissimo Andrea Pittorino (nel film il figlioletto di Memphis), fin troppo disinvolto e sicuro di sé vista l'età (più a suo agio di qualche suo collega adulto, come visto), tutto sommato una variante gradevole in un canovaccio narrativo piuttosto prevedibile, mentre oltremodo malinconico risulta il cameo di un Mario Mattioli non esuberante come in altre circostanze, con un'interpretazione quasi da timbratura del cartellino. Anche l'avventuroso viaggio negli Usa, fulcro della storia, finisce per svilupparsi attorno a canoni triti e già ampiamente esplorati da altre opere simili: dalle situazioni esilaranti scatenate dagli equivoci linguistici, alla fortuna tentata a Las Vegas, passando per le corse in auto attraverso i suggestivi paesaggi americani, con tanto di indiani superstiti, l'inventiva sembra essersi fermata agli anni Ottanta, o giù di lì.
MEDIOCRITA' - Restano dunque alcuni siparietti oggettivamente ben riusciti, sui quali si regge la fragile impalcatura di una pellicola che prometteva di più: le cose migliori arrivano dal duo Salemme - Memphis alle prese con le... impiegate di un bordello scambiate per le figlie di un meccanico, con tutti i divertenti malintesi che ne seguono, dalla Foglietta che dispensa consigli di seduzione "di grana grossa" alla complessata Ambra, e ancora da Memphis ossessionato dal tentativo di fornire al figlio un'immagine vincente di sé, che raggiunge il culmine allorquando si trova coinvolto nella fuga di un rapinatore. Poco più che sufficiente a salvare il film, che resta comunque confinato in un cono d'ombra di aurea mediocrità.

martedì 6 marzo 2012

PANARIELLO... ESISTE, MA E' SEMPRE UGUALE A SE STESSO

Attendevo con curiosità, lo ammetto, il ritorno in tv di Giorgio Panariello. La sua avventura ad alti livelli sul piccolo schermo si era bruscamente fermata nel 2006, in seguito a un Festival di Sanremo non particolarmente fortunato, a causa, occorre dirlo con onestà, della sua conduzione assai poco brillante. Da allora, un esilio un po' voluto e un po' forzato, fra esperienze teatrali, cinematografiche e... pubblicitarie. Certo, tutto assai remunerativo, ma di certo lontano anni luce dai trionfi di inizio secolo, con gli spettacoli del sabato sera su Rai Uno, le varie edizioni di "Torno sabato", la Lotteria Italia... 
RITORNO IN TONO MINORE - Orbene, rieccolo, il toscanaccio. "Panariello non esiste", questo il titolo del nuovo "one man show" partito ieri sera su Canale 5 e in onda anche per i prossimi tre lunedì. Titolo, ha raccontato il comico nel corso della trasmissione, derivante dall'involontaria battuta di un bimbo che, avvistatolo un giorno per strada, era rimasto profondamente sorpreso in quanto convinto che, nella realtà, Panariello non esistesse, fosse l'equivalente di un Gormita, di un eroe dei cartoni animati. Ecco, non si offenda il caro Giorgio, ma proprio nel titolo risiede la parte più originale del suo nuovo spettacolo. Tutto il resto è un lungo dejà vu, dall'inizio alla fine. Lo schema è, sostanzialmente, quello del varietà televisivo classico, riveduto e corretto secondo gli stilemi di fine anni Novanta - primi Duemila, in pratica lo stesso format delle sue trionfali "prime serate" dei tempi d'oro targati Rai, il che induce anche a una riflessione più ampia sulla nostra tv generalista che non riesce a rinnovarsi, a proporre idee nuove, che è tuttora ancorata a modelli vetusti, sfruttati e consumati fino all'osso. 
Panariello, in questa sua nuova avventura, non rischia alcunché, preferisce percorrere sentieri già battuti. La struttura dello spettacolo è, si diceva, quella di sempre, nota e stranota, come se quasi dieci anni non fossero mai passati: lui, il mattatore, al centro della scena coi suoi monologhi, la figura femminile a supporto attivo, con Nina Zilli che prende idealmente il posto di Tosca D'Aquino ("Giorginoooo!!!!": ve la ricordate?), ospiti di varia provenienza, soprattutto musicale, legati da un fil rouge non propriamente esaltante: si intravede la volontà di ritagliare per tutti loro un ruolo attivo nel contenitore - spettacolo, un'apparizione che vada al di là della comparsa promozionale, ma quasi mai l'intento viene raggiunto, probabilmente per scarsa vena autoriale (gli autori: altro drammatico problema della televisione nostrana, già emerso fragorosamente in occasione dell'ultimo Sanremo); unica eccezione, quella di Vincenzo Salemme, protagonista "alla pari" col padrone di casa di uno sketch, peraltro non riuscitissimo, che ha tentato la via della satira politica attraverso una rivisitazione della celeberrima lettera di Totò e Peppino alla Malafemmina, con Merkel e Sarkozy nei panni dei due grandi attori napoletani: "forgettable", direbbero gli inglesi, fra battute strascinate e stantìe e una scarsa intesa fra gli stessi protagonisti. 
PANARIELLO: QUALE COMICITA'? - Qui si entra in un altro campo minato: la comicità di Panariello. Una comicità che, secondo molti, "non esiste", parafrasando il titolo della trasmissione. Io ci vado un po' meno pesante e dico che, nelle sue migliori espressioni, il buon Giorgio mi fa al massimo sorridere, non sbellicare. Ma, anche qui, si scopre l'acqua calda. E' lo stesso, identico stile che un decennio fa ne ha decretato il boom, per alcuni inspiegabile, ma che una sua logica ce l'ha. E' una comicità che non spacca, ma accarezza; che non fa venire giù il teatro, ma lo fa applaudire con discreta convinzione. Non è la comicità da tormentone zelighiano: è una comicità morbida che parte  idealmente dalla cifra stilistica del Drive In per giungere a quella di Colorado, passando attraverso certi momenti da Bagaglino (fatto salvo il linguaggio, meno colorito). Usando una terminologia calcistica, i comici come Panariello sono dei mediani della risata, dei faticatori, degli onorevoli professionisti la cui pagella non può andare al di là del 6,5, nelle giornate di vena. I fuoriclasse, i Messi della situazione, sono altri e sono altrove, e però con questo stile discreto e mai sopra le righe Panariello si è saputo conquistare la sua nicchia, che evidentemente in quella particolare fase storica aveva bisogno, oltre che della satira puntuta, oltre che dei mattatori alla Fiorello, anche di risate semplici, elementari, all'acqua di rose.  In fondo non vi è nulla di male, e del resto, sempre più o meno all'inizio di questo secolo, diventarono un autentico fenomeno mediatico I Fichi d'India, la cui carica esilarante sfugge di certo a me e, credo, anche alla  maggior parte delle persone dotate di buon senso. Per non parlare di un altro boom tuttora inspiegabile, quello di Boldi negli anni Ottanta. Milioni di italiani incantati davanti al suo Max Cipollino, da non credere.
All'acqua di rose, dicevamo: così è la comicità di Panariello: i suoi personaggi "storici", ai quali ier sera si è aggiunto il brontolone "Sirvano", regalano battute banali, un po' scontate, ma che smuovono qualcosa dentro chi è giunto a casa dopo una dura giornata di fatica e vuole solo rilassarsi, senza pensare troppo. E', anche, una comicità un po' da "vorrei ma non posso": vorrebbe, ad esempio, mettere nel mirino la situazione politica ed economica, ma lo fa senza osare troppo, fermandosi al prevedibile o comunque alla stilettata di striscio, senza affondare il colpo. 
NINA ZILLI, JAMES TAYLOR E I MEDICI CLOWN - Riguardo al... resto dello show, c'è una Nina Zilli ancora nel bozzolo: si intuiscono, cioè, buone potenzialità da spalla a tutto tondo di Panariello (mastica pure l'inglese, cosa che nessuno dei presentatori italiani di Sanremo era in grado di fare, per dire), ma per il momento rimane un po' sulle sue, con pochi e mirati interventi. Molte ospitate inutili o, se vogliamo, inefficaci, esclusa quella di James Taylor, che per la sua eccezionalità meritava una collocazione oraria più consona. Da rimarcare il rilievo dato alle iniziative umanitarie, come quella dei medici clown, ai quali non saremo mai abbastanza grati per come riescono ad alleviare le sofferenze dei bambini ospedalizzati.