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domenica 11 febbraio 2018

FESTIVAL DI SANREMO 2018: IL CLASSICO PAGELLONE DEI CAMPIONI. MEDIA ALTA: DALLO STATO SOCIALE A DIODATO, DA RON A VANONI, TANTE ECCELLENZE


Et voilà il pagellone dei Campioni sanremesi, un classico di "Note d'azzurro" dal 2012. Un riepilogo finale che in parte sintetizza, in parte amplia quanto già ho scritto in questi giorni nei vari articoli di commento. Le canzoni sono in ordine di classifica, dalla prima alla ventesima. La media voti è piuttosto alta (due sole "insufficienze, peraltro non gravi), come alto è stato, a mio avviso, il livello qualitativo delle proposte selezionate da Baglioni. 
Non mi avete fatto niente - ERMAL META E FABRIZIO MORO: tutto sommato una degna vincitrice, al di là del pasticcio di cui tanto si è scritto anche qui. Canzone che abbina impegno a commerciabilità (e non è un male: i dischi si devono anche vendere, in versione "tangibile" o digitale); l'impegno si esprime attraverso un testo fatto di flash, immagini semplici che ci riportano con immediatezza sui luoghi degli attentati Isis. Efficace e diretto anche il messaggio scelto per il titolo, buona sintonia fra la voce dolente di Ermal e quella rabbiosa di Fabrizio. In chiave Eurovision Song Contest non è l'ideale, ma potrebbe funzionare: tutto sta a intercettare i gusti delle giurie continentali, sovente indecifrabili. VOTO: 7,5.
Una vita in vacanza - LO STATO SOCIALE: rivelazione assoluta per la platea mainstream, un tormentone di scanzonata critica sociale che potrebbe spingersi fino alla stagione estiva. Hanno impreziosito un prodotto già vincente con una coreografia centrata, grazie all'anziana signora danzante e alla soluzione "doppio stage", con uno dei membri del gruppo che ogni sera si è posizionato lontano dal palco, in un punto diverso del teatro, intervenendo a brano in corso. Raccolgono l'ideale testimone dissacratorio da Elio e le Storie Tese, ma con uno  stile  più diretto sul piano linguistico. VOTO: 8. 
Il mondo prima di te - ANNALISA: riecco la Scarrone che preferiamo, giusto mix fra stilemi canori classici e contemporanei. Il brano è orecchiabile, grazie anche a un refrain azzeccato, e ci riporta ai suoi primi successi festivalieri, "Scintille" e "Una finestra tra le stelle"; in più, Sanremo 2018 ci ha mostrato un'interprete finalmente matura, che ha saputo sfruttare al massimo le sue doti vocali ed è riuscita a trasmettere emozioni. VOTO: 7,5. 
Almeno pensami - RON: la delicata poesia di Lucio Dalla ha trovato l'interprete ideale, e non poteva essere altrimenti. Rosalino Cellamare l'ha cantata coi toni sommessi che erano necessari nella circostanza, porgendola con grazia assoluta, accompagnato da un arrangiamento scarno ma fortemente evocativo . Un piccolo grande gioiellino. VOTO: 7/8. 
Imparare ad amarsi - ORNELLA VANONI CON BUNGARO E PACIFICO: meritato ritorno sulla scena di Sanremo per due cantautori mai scontati nelle loro proposte, ma fin qui troppo spesso relegati in una nicchia. Il loro estro in punta di penna ha messo a disposizione di Ornella una composizione buona per tutte le stagioni, senza tempo, antica e moderna insieme, elegante ma immediata, che la voce sempre calda della cantante milanese ha adeguatamente valorizzato. VOTO 7/8.
La leggenda di Cristalda e Pizzomunno - MAX GAZZE': Sanremo 2018 ha significato anche la riscoperta di certe culture regionali italiane mai abbastanza esplorate. Così, ecco la rilettura di una leggenda della tradizione pugliese, e una scrittura favolistica, sostenuta da una musica di stampo sinfonico. Opera coraggiosa, raffinata ed elaborata, che ha l'unico difetto di non "arrivare" subito. VOTO: 7. 
Passame er sale - LUCA BARBAROSSA: a proposito di coraggio e di tuffo nelle culture locali, ecco una rentrée festivaliera fuori dagli schemi, con una ballata in romanesco che ha il merito di rinnovare e attualizzare una certa tradizione folkloristica. Sogno irrealizzabile: quanto sarebbe stato bello sentire questo pezzo interpretato da Gabriella Ferri? VOTO: 7. 
Adesso - DIODATO E ROY PACI: un crescendo sonoro e vocale di grande forza emotiva, per un brano impreziosito dagli interventi strumentali della tromba di Roy Paci, mai invasivi e dai toni particolarmente soffusi nella parte centrale del pezzo. Per il giovane Diodato, la conferma di un talento fin qui scarsamente valorizzato. Per me, "Adesso" è una delle migliori proposte di Sanremo 2018. VOTO: 8. 
Frida (mai, mai, mai) - THE KOLORS: piazzamento sorprendentemente basso, per una boy band che avrebbe dovuto contare sui massicci favori del televoto. Un peccato, perché si sono presentati al Festival in forma smagliante, con un brano energico e assolutamente "à la page", e con un ritornello martellante che, assieme a quello degli Stato Sociale, dovrebbe fare di "Frida" il secondo tormentone partorito dalla rassegna numero 68. Superbo arrangiamento, voce di Stash senza cedimenti. VOTO: 8. 
Eterno - GIOVANNI CACCAMO: difficile, l'ho scritto stamane, trovare un'opera veramente brutta in questa edizione della rassegna. Non è tale nemmeno la canzone del vincitore dei Giovani 2015. Ben costruita, bella voce (che però non coinvolge più di tanto), inserita nella tradizione romantica festivaliera, ma scorre via senza lasciare troppo il segno. Per diventare un vero Big, il bravo Giovanni ha bisogno di qualcosa di più solido. VOTO: 5,5. 
Così sbagliato - LE VIBRAZIONI: Sarcina e compagni si ritrovano dopo qualche anno di separazione. La distanza non sembra averne minato l'ispirazione: ho ritrovato la band che scrisse un capitolo breve ma significativo della canzone italiana di inizio secolo, tanto pop e un po' di rock con la spinta vigorosa della batteria e ritmi tesi dall'inizio alla fine. Può avere una buona riuscita radiofonica. VOTO: 7. 
Il coraggio di ogni giorno - ENZO AVITABILE E PEPPE SERVILLO: soddisfacente esordio sanremese per Avitabile, coi suoi suoni mediterranei al servizio di un etno-pop accessibile a tutti, che arriva dritto al cuore. Di grana buona il sostegno vocale di Servillo. VOTO: 7.
Custodire - RENZO RUBINO: al ragazzo non mancano genio creativo e voglia di osare. Con lui, si può star sicuri che non arriverà mai sul palco un qualcosa di poco originale. Questa "Custodire" è finemente lavorata, complessa nella tessitura musicale e con un testo non banale, ma non rinuncia alla cantabilità. VOTO: 6,5. 
Non smettere mai di cercarmi - NOEMI: tutt'altro che una brutta canzone, ma nemmeno un'opera in grado di far definitivamente spiccare il volo alla "rossa". Nel solco delle precedenti partecipazioni, non toglie e non aggiunge alcunché alla carriera dell'artista. Ritornello di buona presa e le solite, notevoli doti interpretative e di personalità scenica. VOTO: 6. 
Ognuno ha il suo racconto - RED CANZIAN: va a lui la vittoria nel derby in famiglia con gli altri ex Pooh, anche se è una vittoria di Pirro. Il pezzo è ritmato, orecchiabile e cantato con grinta da Red (forse un po' giù di corda nella serata finale, ma ci sta); dispiace non abbia ottenuto maggior considerazione da parte delle giurie. VOTO: 7. 
Lettera dal Duca - DECIBEL: revival in salsa ottantiana, con un rock blandamente new wave che nulla concede alle sonorità più contemporanee. Un purissimo tuffo nel passato, anche nell'impronta vocale del ritornello in inglese. VOTO: 6,5. 
Senza appartenere - NINA ZILLI: raccoglie meno di quanto avrebbe meritato. Più convincente rispetto a precedenti sue apparizioni all'Ariston, ha trovato l'abito ideale indossando al meglio una canzone molto sanremese, di stampo classicheggiante, ma gradevole e con un testo "al femminile" di notevole spessore. A mezza via fra "Quello che le donne non dicono" e "Donna" di Mia Martini, senza raggiungerne i picchi qualitativi ma comunque dignitosissima. VOTO: 7. 
Il segreto del tempo - ROBY FACCHINETTI E RICCARDO FOGLI: i due amici non hanno osato, puntando su una melodia a sfondo malinconico, una di quelle che tanto andavano di moda a Sanremo negli anni Novanta, e che comunque è pienamente nelle corde di entrambi. E' la continuazione di una modalità espressiva già più volte esplorata da Roby e Riccardo (il primo in non grandissima forma vocale), ma che contribuisce poco a dare slancio alla "nuova" coppia. VOTO: 5,5. 
Rivederti - MARIO BIONDI: la prima volta da concorrente in Riviera, per il "Barry White" italiano, è stata di tono decisamente elevato ma di non facile percezione da parte della grande massa del pubblico. Voce soul e atmosfere jazz sofisticatissime e avvolgenti. Un brano che sarà piaciuto ai fans dell'artista siciliano, e che probabilmente diventerà presenza fissa nelle scalette dei suoi concerti, ma difficilmente servirà ad ampliarne in misura apprezzabile la cerchia di estimatori. VOTO: 6,5. 
Arrivedorci - ELIO E LE STORIE TESE: un congedo più malinconico che divertente. Consueti ghirigori linguistici, col ricorso a termini di non frequentissimo uso, la parabola artistica di un gruppo di rottura "fumettizzata" ma senza alzate di ingegno particolarmente audaci. Come sopra per Biondi: i fans hanno probabilmente apprezzato, i semplici simpatizzanti come me prendono atto di un prodotto medio, senza infamia e senza lode, che forse accrescerà col tempo il suo appeal. Nella finalissima, si sono portati "in incognito" sul palco i Neri per Caso, loro partners durante la serata dei duetti. VOTO: 6. 

LA FINALE DI SANREMO 2018: META E MORO ONORANO I PRONOSTICI, AI PIEDI DEL PODIO LE PROPOSTE PIU' "ALTE" DI UN FESTIVAL FUORI DELL'ORDINARIO



Non ci può essere sempre la sorpresona finale, il Gabbani che ha la meglio sulla Mannoia, come avvenne lo scorso anno. Questa volta, il Festivalone è rimasto allineato ai pronostici della vigilia, che davano l'inedito duo Ermal Meta-Fabrizio Moro favorito per il trionfo, seppur nell'ambito di una gara assai equilibrata, che proponeva molte candidature per il massimo traguardo. Del resto, a giudicare dalle indicazioni molto parziali sulle preferenze delle varie giurie che erano state fornite nelle sere precedenti, le tendenze erano quelle che poi hanno trovato espressione nella classifica definitiva, e il podio poteva essere tutto sommato prevedibile. Un podio che ha un'unica bizzarria: affiancando ai due cantautori la rivelazione Stato Sociale e l'ottima Annalisa, si è riavvicinato alla linea artistica della precedente gestione, quella targata Carlo Conti; in un Sanremo caratterizzato da una notevole presenza di proposte "alte", un tantino sofisticate, non di impatto immediato, le tre medaglie sono infine andate a tre portabandiera dell'easy listening, seppur non banale e declinato in forme diverse. 
LA RAFFINATEZZA A UN PASSO DAL PODIO - Non può destare scandalo, questa conclusione. E' certo comprensibile il rammarico di molti, letto ieri sui social, riguardo al trattamento riservato a Ron, al trio Vanoni-Bungaro-Pacifico, a Gazzè, a Barbarossa e a  Diodato-Paci, piazzatisi da quarto all'ottavo posto. Sul piano strettamente qualitativo, della pregevolezza nella scrittura e nell'arrangiamento, tutte avrebbero meritato di arrivare più in alto, e probabilmente così sarebbe stato se il giudizio fosse stato affidato unicamente a una giuria di esperti. Ma a Sanremo non funziona in questo modo, lo sappiamo da anni, quando entra in scena il televoto torna a prevalere la cosiddetta radiofonicità, e del resto penso che, anche con una votazione esclusivamente tecnica, effettuata da gente "del ramo", il primato di "Non mi avete fatto niente" non sarebbe stato scalfito. 
PRIMI NONOSTANTE TUTTO, MA IN FUTURO... - Il Festival numero 68 ha trovato dei vincitori tutto sommato degni.. Il loro brano unisce orecchiabilità a impegno civile, quest'ultimo espresso con un testo fatto di flash e immagini scarne, semplici, per arrivare dritto al cuore; e le due voci si compensano bene, la rabbia dolente di Meta e quella dirompente di Moro. L'incidente infrasettimanale, il caso legato alla "citazione" del refrain presa da una canzone del 2015, non ha lasciato il segno; rimane però l'amaro in bocca legato a tutta la vicenda. Ribadisco la mia opinione: sul piano, diciamo, "moral - concettuale", non riesco proprio a definirlo un pezzo "nuovo", quello premiato stanotte intorno all'una e mezza. Il regolamento, però, lasciava una via di uscita, nella parte in cui parla di "stralci campionati" di opere precedenti, stralci che non devono superare il terzo della durata della composizione in concorso. Quindi in punta di diritto è stato giusto così e ha fatto anche piacere, trattandosi di due artisti che godono al momento di grandissima popolarità e posseggono indubbio talento, ma è altresì evidente che, sul punto, le "tavole della legge" sanremesi non sono chiare quanto dovrebbero, e quindi dovranno essere riscritte e rese più esplicite e dettagliate, per evitare che in futuro si creino certi spiacevoli equivoci. 
STATO SOCIALE E KOLORS: LA RADIOFONICITA' - C'era chi credeva in un exploit in extremis degli Stato Sociale, ma senza dubbio sono loro "gli altri" vincitori della kermesse, e  vanno a raccogliere di fatto il testimone di Elio e le Storie Tese, i quali, per una curiosa combinazione di fattori, hanno chiuso la loro parabola con quell'ultimo posto agognato da tempo. La band bolognese ha canoni espressivi diversi, più diretti, rispetto alle giravolte linguistiche degli Elii: sta di fatto che hanno sfornato uno di quei tormentoni di cui Sanremo non può fare a meno, per rimanere nell'immaginario collettivo; verosimilmente faranno loro compagnia, nei piani alti delle classifiche di vendita e download, quei Kolors penalizzati da un nono posto che non valorizza la freschezza e la buona costruzione di "Frida".
Meritato il bronzo per Annalisa, che aveva un po' smarrito la... retta via in occasione della sua ultima partecipazione, nel 2016, con una "Diluvio universale" forse troppo pretenziosa e al contempo eccessivamente classica nell'impostazione. In "Il mondo prima di te" ha ritrovato il giusto equilibrio fra tradizione e contemporaneità  che ne aveva decretato il successo di qualche anno fa, sfoderando nel contempo una verve interpretativa  in cui ha abbinato perizia tecnica a intensità emotiva. 
NESSUNA CANZONE VERAMENTE "BRUTTA" - In linea di massima, non riesco a trovare, fra le venti dei Campioni, una canzone veramente scadente. Ce ne sono due o tre di non eccezionale levatura, questo sì: le proposte di Caccamo e del duo Facchinetti-Fogli, per quanto ben strutturate, scivolano via senza lasciare il segno; quella presentata da Noemi non è male, ma non porta nessun valore aggiunto alla carriera della "rossa", che avrebbe invece avuto bisogno di un nuovo slancio in grado di valorizzarne le sempre intatte capacità vocali e sceniche. Per il resto, non posso che promuovere il tenore qualitativo della selezione operata da Baglioni. 
CONTI E BAGLIONI: FILOSOFIE DIVERSE MA VINCENTI - Dopo tre edizioni in cui Conti ha puntato massicciamente sull'immediatezza delle canzoni (ed ha realizzato tre ottimi Festival, lo scrissi negli anni scorsi e lo ribadisco), il suo successore ha optato per una linea artistica più coraggiosa e variegata: salvata comunque una quota di brani dalla notevole forza commerciale, si è puntato con più decisione sul pregio autoriale delle opere. Due filosofie diverse, semplicemente, e va detto che la scelta dell'anchorman toscano era stata perfettamente giustificabile da quel momento storico: occorreva creare dei Sanremo che incidessero sul mercato discografico nostrano, andando in particolare incontro ai gusti del pubblico più giovane che, altrimenti, avrebbe potuto voltare le spalle alla manifestazione. L'obiettivo è stato indubbiamente centrato, e così Claudio ha potuto muoversi con maggiore libertà, fornendo una rappresentanza più vasta di territori musicali. 
DA GAZZE' A DIODATO: CI RICORDEREMO DI LORO - E dunque, non è il caso di dare troppo peso alla graduatoria finale, che in Riviera conta sì, ma fino a un certo punto: perché in pochi, fra qualche anno, ricorderanno che Ron è arrivato quarto e la Vanoni quinta, ma in molti, scommetto, terranno a lungo nel cuore le loro proposte, la delicata poesia targata Dalla, la raffinatezza compositiva che Bungaro e Pacifico hanno messo a disposizione della voce sempre calda di Ornella; così come non dimenticheremo il favolistico Gazzè, un Barbarossa che ha dato nuova linfa al folk romanesco, il crescendo emozionale del duo Diodato-Paci. Peccato, casomai, per il diciassettesimo posto di Nina Zilli, finalmente convincente con una melodia tipicamente sanremese ma impreziosita da un bel testo "al femminile". 
PAUSINI: NUOVO PRIMATO - La serata finale è filata via con un ritmo piacevolmente sorprendente, visti i precedenti: le canzoni in concorso si sono susseguite senza eccessivi tempi morti. All'inizio, qualche lieve imperfezione tecnica "on stage" e persino disturbi sul collegamento tv, cosa quest'ultima che, a memoria, non accadeva dai primi anni Ottanta... Poi tutto si è aggiustato e i cantanti in gara hanno dato fondo alle loro energie. Laura Pausini, guarita a tempo di record e benevolmente presa in giro via telefono da Fiorello, ha trovato il modo di aggiungere un altro primato alla sua carriera: durante l'esecuzione di "Come se non fosse stato mai amore", è uscita dal teatro e ha continuato a cantare al cospetto delle tante persone che, tradizionalmente, sostano davanti all'Ariston per tutta la durata dell'evento; mai nessuno prima di lei aveva... osato tanto. 
FAVINO SUGLI SCUDI - Da dieci e lode lo stupendo monologo di Pierfrancesco Favino dedicato all'esperienza dei migranti, perfettamente fusosi con "Mio fratello che guardi il mondo", interpretata con trasporto da Fiorella Mannoia e da Baglioni. Un momento intenso e commovente, come lo era stato anche, ventiquattr'ore prima, il messaggio di Milva letto sul palco dalla figlia della grandissima cantante, insignita a furor di popolo col premio alla carriera. Due picchi emozionali in un Sanremo 2018 in cui, va rilevato, si è cantato per la quasi totalità del tempo, lasciando pochissimo spazio al "contorno". Sembrerebbe un'ovvietà, ma su quel palco spesso è avvenuto il contrario. Ieri sera, poi, nessuna intrusione "extra", a parte la citata, graditissima performance di Favino. Certo, il cast è stato nel complesso di prim'ordine, contando anche gli ospiti italiani e le tante parentesi canterine del direttore artistico, ma il succo del discorso è che uno show quasi esclusivamente musicale può ancora fare breccia nel "cuore di pietra" delle famiglie Auditel. 
E' RIPROPONIBILE IL FORMAT BAGLIONI? - Ci sarà un Baglioni bis? Non so se auspicarlo o meno: per come è stato strutturato, per la presenza eccezionale di un cantautore che, almeno a livello televisivo, non è certo un prezzemolino, questo Festival numero 68 ha avuto tanto il sapore di un unicum nella quasi settantennale storia della kermesse. Un Sanremo concepito in maniera inedita, non più "messa cantata" in stile baudiano o contiano, ma comunque capace di salvaguardare una buona parte della sua liturgia riuscendo però a declinarla con schemi di spettacolo a tratti spiazzanti. Di un'altra edizione così ci sarebbe forse bisogno, ma per un tale format Baglioni dovrebbe trovare nuovi interpreti e una chiave di lettura diversa rispetto a quella appena proposta. Non è facile e si rischierebbe l'effetto minestra riscaldata. Vedremo.

domenica 3 dicembre 2017

VERSO SANREMO 2018: GIRO D'ORIZZONTE SUI POSSIBILI BIG IN GARA. IPOTESI E SOGNI


Meno di due settimane di attesa, e poi si compirà il tradizionale rito dell’annuncio del cast del Festivalone. I Big (o Campioni) in lizza verranno svelati, come da fresca consuetudine, nel corso di “Sarà Sanremo”, la serata televisiva (quest'anno in programma il 15 dicembre) che selezionerà anche le Nuove proposte da far sfilare in febbraio all’Ariston: fra sedici ne verranno scelte sei, alle quali si aggiungeranno i due vincitori di Area Sanremo. Degli emergenti avremo modo di riparlare: qui ci preme soprattutto fare il punto sui volti noti in coda per entrare nell’elenco dei magnifici venti. 
NON E’ IL SANREMO PIU’ DIFFICILE - C’è forse più attesa del solito, come testimonia la ridda di nomi e indiscrezioni di questi giorni. Normale: da un direttore artistico come Claudio Baglioni si pretende un “listone” di alto profilo e qualità, più eterogeneo ed equilibrato, sul piano dei generi canori, rispetto all’ultimo di Carlo Conti, che si era caratterizzato per una matrice prettamente pop commerciale (con conseguente successo di mercato, va sottolineato). Quello che alcune voci autorevoli hanno già bollato come il “Sanremo più difficile di tutti i tempi”, in realtà non sarà tale: chiaro che venire dopo il triennio trionfale 2015-2017 rappresenta una sfida impegnativa (e lo sarebbe stato per chiunque), ma il cantautore romano ha spalle larghe, indipendenza di giudizio e gusto musicale in abbondanti dosi; di certo c’è che si è partiti ad handicap, differendo eccessivamente la nomina del responsabile della kermesse, ma il regolamento-garanzia per i cantanti (nessuna eliminazione in entrambe le categorie, tutti arriveranno alle finali di venerdì e sabato) e la conseguente “benedizione” arrivata dalle case discografiche dovrebbero aver spianato la strada a un’edizione quantomeno di buon livello: i veri Sanremo difficili sono stati proprio quelli che non hanno potuto contare sull’appoggio della grande industria di settore, penso ad esempio alle rassegne del 1975 (oltretutto quasi ignorata dalla tv, come tante altre svoltesi nei Settanta) e del 2004. 
CI SARA’ QUALCHE GROSSO CALIBRO? - Veniamo al dunque. Fra i tanti papabili di cui si vocifera ci sono certamente nomi insoliti, come i ricostituiti Decibel di Enrico Ruggeri, Enzo Avitabile con il suo inconfondibile stile etno – partenopeo, la coppia vintage Roby Facchinetti – Riccardo Fogli, il sempre imprevedibile Morgan, oppure Omar Pedrini e Negrita che mancano da diverso tempo dal palco rivierasco; tuttavia il grosso dei candidati pare essere rappresentato da recenti habitué della manifestazione, mentre non è finora uscito il grossissimo personaggio, quello che ci si aspetterebbe da un  selezionatore di peso come Baglioni, che col suo carisma e la sua credibilità dovrebbe almeno tentare di portare in Liguria due o tre artisti spacca-classifiche o comunque di enorme prestigio; una Elisa, una Giorgia o una Carmen Consoli, un Venditti che dopo decenni di ostracismo potrebbe infine sciogliere le sue riserve sulla manifestazione (non avrebbe nulla da perdere), un Renato Zero di ritorno un quarto di secolo dopo “Ave Maria”, un Antonacci o un Cremonini che però sono appena sbarcati nei negozi coi loro ultimi lavori…Comunque, nel caso non arrivasse alcun esponente della nostra élite canora, poco male, visto che Sanremo da sempre rappresenta soprattutto una vetrina importante per l’affollatissima categoria di cantanti della "classe media", eccellenti professionisti che non mobilitano masse oceaniche di fans ma sfornano comunque ottime produzioni, e necessitano di una spinta promozionale maggiore per ottenere visibilità mediatica. 
I RITORNI DAL PASSATO RECENTE - Da sempre, sul blog, in sede di pronostico passo al setaccio i cast degli anni recenti, per cercare di intuire chi potrebbe tornare in lizza a distanza di poco tempo. Riguardo al 2017, si parla di una coppia inedita formata da Ermal Meta e Fabrizio Moro, sicuramente fra i protagonisti più apprezzati dell’edizione passata; possibili i tentativi di Elodie, Bianca Atzei, una Paola Turci meritatamente tornata in auge, Sergio Sylvestre, e quel Michele Bravi che fu la rivelazione più sorprendente e inattesa, dodici mesi fa; probabile ci provino anche Lele, il vincitore della sezione Giovani, che però non ha sfondato sul mercato, e magari i La Rua, esclusi fra le polemiche in sede di “Sarà Sanremo” ma poi premiati da pubblico e critica.
Fra i partecipanti del 2016, candidabili per una ricomparsa sono senz’altro Annalisa, Dolcenera, Noemi, Neffa, Arisa e Lorenzo Fragola (gli ultimi due, con la supervisione di Takagi & Ketra, hanno dato voce a uno dei brani più fortunati dell'estate scorsa, “L’esercito del selfie”), e ancora Deborah Iurato e Giovanni Caccamo. Un nome di spicco sarebbe stato quello di Francesca Michielin, artefice di un clamoroso exploit due anni fa (secondo posto e partecipazione all'Eurovision Song Contest): nel 2018 avrebbe potuto inseguire la definitiva consacrazione personale attraverso il palco sanremese, il suo nuovo album è però in uscita a gennaio, difficile un repackaging a così  breve distanza di tempo. 
Il 2015, prima edizione griffata Conti, propone come papabili Anna Tatangelo, Irene Grandi, Gianluca Grignani, Nina Zilli,  Malika Ayane, Alex Britti, mentre dagli anni di Fazio sarebbe giunto il momento di riemergere per i bravi e sottovalutati Renzo Rubino, Zibba, Diodato e Antonio Maggio,  nonché per Raphael Gualazzi, Max Gazzè, i Modà, la raffinata Simona Molinari e, perché no, Marco Mengoni, che dopo la vittoria del 2013 ha percorso lontano da Sanremo una strada tutto sommato felice, ma che se avesse un pezzo-bomba potrebbe tranquillamente rimettersi in gioco all’Ariston, così come sarebbe piacevole ritrovare Emma, che dopo "Amami" ha raccolto soddisfazioni più televisive che discografiche.
CARTA, BIONDI, AMOROSO... - Parlando di ex trionfatori, Marco Carta si ripresenterebbe in versione più matura rispetto all’immeritato trionfo del 2009, e con un asso in più da giocare, quello della duplice affermazione a “Tale e quale show”, nel torneo 2017 e nella supersfida fra i migliori delle ultime due edizioni del varietà, conclusasi venerdì scorso. Potrebbe essere la volta buona per il “debutto” di Mario Biondi, e a proposito di “esordienti di successo” rilanciamo anche quest’anno il nome di Alessandra Amoroso, campionessa del pop melodico contemporaneo, uno dei prodotti meglio riusciti di sempre, fra i tanti dell’universo talent. Fra i mattatori dei primi anni Duemila, invece, occhio ai Tiromancino e alle ricostituite Vibrazioni di Francesco Sarcina, nonché a L’Aura, tornata alla ribalta di recente con un album che ne ha confermato l'eclettismo artistico. Discorso a parte per altri due protagonisti di diversi Festival recenti, Nek e Francesco Renga, che hanno di recente formato un trio di giganti con Max Pezzali: di loro si parla come di possibili ospiti, ma averli in gara incrementerebbe l’interesse attorno alla kermesse, per un tentativo di ripetere l’exploit di un altro tris d'assi entrato nella storia, il Morandi – Ruggeri – Tozzi del 1987. 
LE VEDETTES DI OGGI, FRA POP E RAP - Fra i “dernier cris” della canzone italiana, non sono da escludersi le proposte dei The Kolors e dei Thegiornalisti, sulla scia del tormentone estivo “Riccione”, così come quelle della scatenata Baby K. o di Mario Venuti, un veterano rilanciatosi prepotentemente nella stagione calda dopo alcuni anni di oblio (grande successo per l'orecchiabilissima "Caduto dalle stelle"); fra i nomi più gettonati dei mesi canicolari ci sono stati anche quelli di Benji & Fede (“Succede tutto per una ragione” assieme ad Annalisa): chissà che non si sentano finalmente pronti per il grande cimento sulla ribalta più importante... E non dimentichiamoci di "Amici" amatissimi dal pubblico più giovane, da Riki, la creatura più recente di Maria De Filippi, a Briga. Si è parlato anche della brava Levante, che sta vivendo un momento di enorme popolarità: pare che nella settimana del Festival sia in tournée, ma mai dire mai, sarebbe un nome forte del cartellone e porterebbe senz'altro una ventata di modernità, col suo originale stile di scrittura.
Sempre in riferimento all’attuale panorama discografico italiano, sarà molto difficile ignorare la galassia rap, che ha letteralmente invaso le chart e portato alla ribalta un nugolo di volti nuovi immediatamente baciati dalla fama. Certo dipenderà da chi, fra gli esponenti di questo settore, deciderà di scendere in campo: i nomi più pregiati sarebbero quelli di personaggi come Emis Killa, Guè Pequeno, Fabri Fibra e Marrakash, ormai veterani del genere, o emergenti di grido come Coez e Ghali, oppure Rocco Hunt già avvezzo ai rischi della gara ligure. 
VETERANI, ANNI '90, ARTISTI FUORI DAL GIRO... - Poi ci sarebbero altre categorie in cui pescare a piene mani: gli interpreti di lunghissimo corso che ogni anno ci riprovano, da Fausto Leali ai nuovi Ricchi e Poveri, da Marcella a Loredana Bertè, da Amedeo Minghi ai Nomadi; i nomi fuori dai circuiti meramente commerciali ma di gran raffinatezza come Sergio Cammariere, Teresa De Sio, Eduardo De Crescenzo, Alice o i più giovani Niccolò Agliardi, Paolo Simoni, Le Luci della Centrale Elettrica, Riccardo Sinigallia, Baustelle e Brunori Sas, tutti artisti lontani dai riflettori ma che con Baglioni potrebbero trovare uno spiraglio mainstream; e infine i tanti reduci degli anni Novanta, da sempre per me un tasto dolente in quanto, nonostante l’indubbio valore di molti, per troppo tempo sono finiti ai margini del mercato: penso a gente come Massimo Di Cataldo, Aleandro Baldi, Paolo Vallesi (ricomparso l’anno passato con una passerella fuori concorso, in coppia con Amara), Mietta, Mariella Nava, Silvia Salemi, Gerardina Trovato (ci ha provato nel 2017, senza fortuna), Gatto Panceri (che ha dichiarato sul suo profilo Facebook di aver presentato un brano alla commissione), i Jalisse e quell’Alexia che è in fase di prepotente rilancio. 

giovedì 20 ottobre 2016

VERSO SANREMO 2017: ECCO IL REGOLAMENTO, CON GARA PIU' "CRUDELE" PER I BIG. ORA CONTI DEVE PUNTARE ALLE VEDETTES


Sanremo 2017, atto primo. Con la pubblicazione on line del regolamento della kermesse, il Festival entra da oggi nel periodo più caldo della fase preparatoria. Novità? Nulla di particolarmente sconvolgente, se non una concessione alle esigenze televisive (o presunte tali) che, dicono gli esperti di cose catodiche, richiedono una gara più tesa e ricca di trappole anche per i nomi noti della canzone, fin dalle battute preliminari, per incrementare l'appeal dello show in sede di Auditel. Carlo Conti e la Rai puntano dunque su un'accentuazione del carattere competitivo della sfida fra i Campioni. I quali, lo si sa già da ora, saranno venti, laddove negli anni scorsi si era giunti a questa quota modificando il regolamento iniziale, che ne prevedeva sedici (2015) e diciotto (2016). 
COMPETIZIONE ESASPERATA - Dopo essersi esibiti tutti insieme nella serata di apertura (7 febbraio), i Campioni daranno vita a due "semifinali" il mercoledì e il giovedì: dieci in lizza in ciascuna di esse, e appena sei per sera ammessi direttamente alla finalissima (tenendo conto anche dei voti ottenuti nel vernissage del martedì). Addirittura otto esclusi in prima istanza, dunque, o meglio rimandati, per i quali scatterà un feroce "playoff" in programma il venerdì: i tre più votati in questa occasione saranno ripescati e parteciperanno alla tenzone conclusiva di sabato 11 assieme ai dodici già promossi. Un'esasperazione di quel "barrage" che l'anno passato era stato sperimentato in versione soft (cinque su venti andavano allo "spareggio", quest'anno ben otto su venti, quasi la metà), e con un'altra differenza sostanziale: se dodici mesi fa era stato il solo televoto a decidere il brano da ripescare, quest'anno il verdetto sarà affidato a un sistema misto formato da televoto, esperti e giuria demoscopica. Tutto uguale per le Nuove Proposte, che come di consueto verranno scelte attraverso il duplice binario di Area Sanremo (due artisti in sboccio) e di "Sanremo giovani" (sei), la selezione autunnale inventata da Pippo Baudo negli anni Novanta e ripristinata l'anno scorso, con una risposta del pubblico a casa non particolarmente incoraggiante.
LE PRIME CANDIDATURE - Queste sono dunque, a grandi linee, le fondamenta dell'edificio Festival che verrà pazientemente eretto da Conti e dal suo staff nei prossimi mesi. In questi giorni Sorrisi & Canzoni TV e altre fonti di informazione hanno cominciato a far filtrare le prime indiscrezioni riguardanti big e ospiti che potrebbero sfilare in Riviera. Ritengo sia abbastanza prematuro parlarne, perché molti giochi sono ancora da fare e il grosso delle candidature verrà fuori a novembre inoltrato, quando, se sarà possibile, tornerò a parlarne sul blog. Di certo i nomi fin qui emersi non sono tali da indurre all'entusiasmo. Intendiamoci, si tratta di esimi rappresentanti di quella "classe media" della musica italiana che, da sempre, trova giustamente nel Festivalone una formidabile ed essenziale vetrina, ciò di cui non necessitano i grossi calibri, quei pochi rappresentanti del canto tricolore che mietono successi oceanici anche fuori dai patri confini (e che, ricordiamolo, a tal livello sono giunti spesso partendo da Sanremo, vedi alle voci Pausini, Ramazzotti e Bocelli). 
CI VUOLE UN PASSO AVANTI - Ben vengano, dunque, Giusy Ferreri e Nina Zilli, Syria (non ammessa lo scorso anno) e Francesco Sarcina, Nesli e un Michele Zarrillo che meriterebbe il ritorno alla ribalta dopo le traversie fisiche che ha vissuto. E tuttavia, mi son formato una convinzione già dai mesi successivi all'edizione 2016: Carlo Conti, all'ultima fatica sanremese di questo suo "primo" triennio (dico "primo" perché non mi sentirei di escludere un suo ritorno in un futuro prossimo, anzi...), ha bisogno di un qualcosa di più. I due Festival fin qui allestiti sono stati baciati da un meritato successo di pubblico televisivo; il primo ha avuto anche un notevole impatto sul mercato discografico, mentre il secondo ha fatto un po' segnare il passo, sotto questo profilo, nonostante alcuni notevoli exploit, soprattutto quelli di Francesca Michielin (l'autentica "vincitrice morale", come si diceva un tempo) e di Francesco Gabbani, trionfatore fra i Giovani e che, verosimilmente, ritroveremo a febbraio nella categoria regina, sorte che potrebbe toccare a un altro "reduce" a cui l'appellativo di "emergente" sta ormai stretto, ossia Ermal Meta. 
A CACCIA DI GRANDI NOMI - Due Sanremo che hanno celebrato l'eccellente gregariato della nostra canzone, consacrato freschi virgulti (Annalisa, Noemi, Fragola, per non parlare del Volo) e rilanciato carriere (Nek soprattutto, ma anche Scanu, che ha avuto riscontri lusinghieri), ma ora bisogna cambiare marcia. La rassegna 2017 dovrebbe, finalmente, partire senza indugio alla caccia di due - tre vedettes assolute. Per la gara, ovviamente: perché sentir parlare di Giorgia o di Tiziano Ferro come possibili super ospiti mette francamente tristezza e fa anche un po' rabbia. Giorgia soprattutto avrebbe potuto rappresentare il vero colpaccio del direttore artistico, una rentrée in grande stile a battersi all'Ariston dopo tre anni di silenzio discografico. Invece il nuovo album è previsto in uscita già a novembre... 
Ma le alternative non mancano: da Carmen Consoli a Cesare Cremonini, dai Modà (ormai autentici riempi-stadi) ad Alessandra Amoroso (un vero asso pigliatutto delle classifiche, forse la più vincente fra i tanti reduci dai talent), da Mario Biondi a, perché no, Biagio Antonacci (che ha annunciato l'uscita di un nuovo lavoro per i primi mesi del 2017), fino a Renato Zero e, perché no, un Antonello Venditti che se ha preso parte al Summer Festival di Canale 5 potrebbe porre fine alla sua tradizionale ostilità nei confronti della manifestazione ligure. Obiettivi difficili, alcuni persino impossibili, sulla carta, ma occorre almeno provarci. Alcuni di questi nomi potrebbero rappresentare una rivoluzione, aprire una breccia nel muro degli irriducibili, dei refrattari alle gare canore (Sanremo in primis), gettare semi che in futuro potrebbero dare frutti copiosi. E pazienza se la competizione rischierebbe di avere un esito scontato: a parte che non è detto, perché i meccanismi di votazione lasciano spazio a qualunque sorpresa, ma Sanremo è sopravvissuto a tante vittorie annunciate, e, nel caso, il minor pathos sarebbe più che bilanciato dal prestigio dato alla rassegna da questi superbig. Il nuovo meccanismo di gara potrebbe tenere lontani i grossi calibri? La paura della competizione l'ho sempre vista come una scusa fondata su labili basi: un settimo, undicesimo o tredicesimo posto nuocerebbe in qualche modo ai vip sopra citati? Suvvia, non scherziamo... 
OLTRE IL POP - Ci pensi, dunque, mister Conti, miri in alto nei suoi corteggiamenti, non si accontenti di ciò che passa il convento discografico. E cerchi di costruire un cast più coraggioso, allargando il ventaglio dei generi musicali rappresentati, non solo pop melodico e rap, aprendo ancor di più ai sound contemporanei, alla nouvelle vague, guardando poi senza preclusioni al mondo degli indipendenti, che ad anni Dieci inoltrati non ha più senso sottostimare. Dopodiché, vengano pure i classici nomi "da Festival", che hanno anche loro un posto di riguardo nel cuore degli appassionati e sono eccellenti professionisti: ma con venti caselle da riempire ci può essere spazio per tutti. Al terzo tentativo e con le spalle copertissime, il toscanaccio di "Tale e quale show" non ha assolutamente alcunché da perdere. 

domenica 24 maggio 2015

EUROVISION SONG CONTEST 2015: A VIENNA IL VOLO CONVINCE MA E' "SOLO" TERZO, IN UN'EDIZIONE DI BASSO LIVELLO QUALITATIVO


Una volta evaporata l'euforia un po' buonista delle prime ore, quella che qualifica il terzo posto del Volo come un trionfo o qualcosa di molto simile, l'Eurovision Song Contest 2015 rimarrà negli annali come una colossale occasione perduta per la canzone italiana. Opinione minoritaria, la mia, me ne sto rendendo conto "annusando" l'atmosfera in giro per i social network e sul web in generale, ma è questa la sensazione che mi è rimasta addosso, dopo aver ascoltato le ventisette finaliste della rassegna continentale. 
RIMPIANTI - Occasione perduta, intendiamoci, non per colpa dei tre vincitori di Sanremo, che sul palco viennese hanno dato il meglio, senza sovrastrutture coreografiche e artifizi spettacolari, puntando sulla forza di un pezzo che nella Penisola ha già fatto centro da mesi, confermando nelle classifiche di vendita il verdetto della Riviera dei Fiori, e che nella circostanza ha mostrato di possedere un certo respiro internazionale, facendo breccia nelle preferenze di buona parte delle giurie continentali. Ma in fondo lo si sapeva, e proprio per questo "Grande amore" era stato inserito, alla vigilia, nel ristretto novero delle favorite: una canzone in linea con una certa tradizione classicheggiante nostrana, quel pop lirico che ha conquistato il mondo con Bocelli e che adesso sembra aver trovato degni continuatori del genere. Lo si sapeva, dicevamo, e allora proprio per questo rimane un po' di amaro in bocca: le carte in regola per portare a casa la medaglia d'oro c'erano tutte, anche tenendo conto dell'ipotetico orientamento generale del pubblico europeo, per la verità risultato più "fluttuante" e meno prevedibile di quanto si credesse. L'Italia che piace all'estero è questa, si pensava, non quella dalle sonorità contemporanee di Nina Zilli, Mengoni ed Emma, scelte artistiche che negli ultimi anni hanno portato qualche discreto piazzamento senza però farci partecipare ai giochi che contano, quelli per il successo finale.
LIVELLO BASSO - Ma la mia è anche una considerazione di natura qualitativa: la vittoria pareva alla portata perché il livello generale della proposta musicale è parso quest'anno particolarmente basso. Difficile, molto difficile che anche solo uno dei brani finalisti resti nella memoria collettiva (ma quante volte è accaduto davvero, nella storia di questo evento?). Già negli anni passati avevo scritto di una tendenza all'appiattimento stilistico, e a Vienna 2015 si è forse raggiunto il punto di non ritorno, in questo senso. Pochissimi i guizzi di originalità, in un'ondata pop di grana grossa che rimastica stancamente sounds più o meno recenti, attingendo, come e più del solito, a quelle atmosfere epiche e solenni, declamate a voce spiegata preferibilmente da dotate fanciulle, che continuano misteriosamente a catturare l'udito dei fans dell'ESC. Stili non dissimili da quello portato da Lara Fabian all'ultimo Sanremone, e implacabilmente bocciato dalle giurie liguri. In Europa invece funziona, e così ecco la prevedibile e pomposa "A million voices" della russa Polina Gagarina issarsi fino a un'incredibile medaglia d'argento, dopo essere stata a lungo in corsa per il metallo più nobile. Meglio, allora, che a trionfare sia stato lo svedese Mans Zelmerlow, con una "Heroes" non particolarmente innovativa ma tutto sommato contemporanea e dall'arrangiamento piuttosto elaborato. 
Ma poi? Inspiegabile il (discreto) entusiasmo che ha circondato la performance della serba Bojana Stamenov, che in "Beauty never dies" ha attinto discretamente a certa dance anni Novanta in salsa "Alexiana", altro vizio dell'Eurofestival che ogni anno rispunta fuori, in dosi più o meno massicce. Anche l'attesa Elhaida Dani, vincitrice del primo "The Voice of Italy" e rappresentante dell'Albania, ha tentato la fortuna con una melodia leggera leggera, senza squilli, che scivola via senza lasciare tracce, oltretutto non sostenuta, nella circostanza, da una prestazione vocale impeccabile. Fra i paesi nordici, tradizionali assi pigliatutto della kermesse, da salvare la proposta norvegese di Morland e Debrah Scarlett, una "Monster like me" carica d'atmosfera e ricca si variegate sfaccettature sonore; nota di merito anche per la ballata, orecchiabile, giocosa e non pretenziosa, dei lituani Monika Linkytè e Vaidas Baumila ("This time"). 
ORIGINALITA' NON COMPRESA - Le proposte più moderne, ricercate e meno banali sono state tenute accuratamente alla larga dai giochi per la vittoria. Penso ad esempio a Belgio, Australia e Lettonia, che hanno chiuso a immediato ridosso del podio ma non sono mai stati autenticamente in lizza per il colpo grosso. La trovatina di ammettere in gara l'ospite oceanico è discutibile e senza motivazioni valide, un po' come il Giappone che partecipa alla Coppa America di calcio (è accaduto in passato), o come se il Brasile venisse invitato a una edizione degli Europei... Detto questo, Guy Sebastian è un signor professionista e un eccellente performer, che con "Tonight again" ha portato a Vienna una ventata di ritmi soul e funky di livello assoluto: un pezzo da classifica, uno dei pochi che questo ESC lascia in eredità. "Love Injected" della lettone Aminata è una canzone che riflette in parte lo stile lanciato da alcune delle popstar maggiormente à la page (come Katy Perry), dance al passo coi tempi e dal possente sostegno vocale, "Rhythm inside" del belga Loic Nottet ha una tessitura ardita, non facile, moderna ma con vaghi richiami agli anni Ottanta, in una riuscita fusion. Scandaloso il piazzamento sui bassifondi riservato ai britannici Electro Velvet, che con "Still in love with you" hanno ripescato stilemi sonori anni Trenta - Quaranta rielaborati in chiave attuale. Scelta troppo raffinata?

                                          Mans Zelmerlow: il vincitore di ESC 2015

UNGHERIA, POLONIA E ROMANIA DA SALVARE - Per il resto, è forse ingeneroso parlare di veli pietosi da stendere, ma la realtà è quella di un piattume generale destinato a entrare da un orecchio e uscire dall'altro dopo pochi minuti. Da salvare il pezzo minimalista e delicato dell'ungherese Boggie ("Wars for nothing"), una essenziale chitarra ad accompagnare un soffuso inno alla pace, la convincente melodia di "In the name of love" con cui la polacca Monika Kuszynska ha portato sul palco la sua forza d'animo e la sua voglia di normalità, cioè quella di una ragazza destinata, da qualche anno, a vivere su una sedia a rotelle a causa di un incidente. Interessante l'impasto vocale degli armeni Genealogy, sostenuto solo in parte da una "Face the shadow" di scarsa originalità e che sa un po' di già sentito. Meritano generale benevolenza quei pochi artisti che hanno scelto di esprimersi nella lingua madre, in primis i romeni Voltaj ("De la capat") con un pop simil - Modà (un po' alla lontana), anche se ci sarebbe da eccepire sulla qualità di talune proposte, ad esempio quella della spagnola Edurne, una "Amanecer" convenzionale e inconsistente, al di là del buon impatto visivo della performance dell'artista. 
TROPPO INGLESE - Proprio il ricorso massiccio alla lingua inglese rappresenta ormai da anni uno dei tasti dolenti dell'Eurovision Song Contest: canzoni prodotte in serie che potrebbero arrivare genericamente dalla Norvegia, dall'Estonia, dalla Danimarca o dalla Svizzera, un tentativo di riprodurre il modello originale senza aggiungervi farina del proprio sacco, mentre scompare quasi del tutto il sale dello scontro fra stili e tradizioni canore diverse, che dovrebbe essere l'essenza di una competizione come questa. L'Italia, su tale fronte, continua a resistere orgogliosamente (e giustamente) nella sua roccaforte, ma anche quest'anno è servito a poco. Tornando a bomba: il bronzo del Volo è traguardo di assoluto rilievo, il consenso è stato generalizzato (i tre ragazzi di "Ti lascio una canzone" hanno ricevuto voti da tutti i Paesi), eppure il sorriso non può non rimanere a metà: a far data dal nostro ritorno nell'arengo della gara continentale, questa era la canzone che, sulla carta, sembrava aver azzeccato il mix giusto di ingredienti per vincere, e molti esperti lo avevano più o meno implicitamente lasciato intendere, manifestando larga soddisfazione per la "qualificazione" all'ESC di "Grande amore" in seguito al trionfo sanremese. 
QUAL E' LA FORMULA VINCENTE? - Ma allora, qual è la ricetta ideale per trionfare in tale consesso? La risposta sembra non esserci, o sembra quantomeno essere mutevole e sfuggente. E poi all'Eurofestival entrano in gioco troppi fattori che con lo spessore musicale hanno poco a che fare, in primis i discutibili incroci di alleanze e votazioni fra Paesi più o meno amici. Forse, si tratta solo di azzeccare la formula giusta nell'anno giusto, saper "leggere" in anticipo le oscillazioni dei gusti del pubblico: sentita la canzone vincitrice, forse questo poteva essere l'anno ad hoc per l'ultimo Nek, chissà... Parole al vento, e comunque non è il caso di farsene un cruccio eccessivo: come albo d'oro, una vittoria all'ESC fa curriculum ma forse non innalza il prestigio di un artista a livelli siderali; come popolarità, invece, di certo incide, e in questo senso Il Volo, nella settimana europea, ha senz'altro ampliato notevolmente il proprio bacino di utenza, un bacino comunque già assai largo e consolidatosi in questi anni in mercati discografici ben più significativi, in primis quello americano.

domenica 15 febbraio 2015

SANREMO 2015, CRONACA DI UN TRIONFO ANNUNCIATO: VINCE IL VOLO IN UN FESTIVAL IN SALSA ANNI OTTANTA


Sanremo 2015 è stato un Festival in versione anni Ottanta, lo si è detto più volte. E' stato tale nello spirito, nella linea musicale, nello stile di conduzione. Quasi inevitabile, dunque, che lo fosse anche nella assoluta prevedibilità del verdetto finale. Già: proprio come in quella decade controversa, punteggiata da trionfi annunciatissimi sul palco dell'Ariston (dal Fogli dell'82 al trio Morandi - Ruggeri - Tozzi dell'87, per citare i due esempi più eclatanti), ieri sera il rituale della proclamazione dei vincitori ha alfine snocciolato il nome di gran lunga più gettonato, quello del Volo, la cui rincorsa verso la medaglia d'oro, partita già un minuto dopo l'annuncio del cast in dicembre, ha preso via via consistenza e incontrato strada facendo la crescente benevolenza di pubblico e critica, soprattutto dei media generalisti che hanno tirato la volata ai tre ex bambini prodigio sposandone la causa, a partire dalle celebrazioni della loro performance al concerto natalizio in Senato, davanti all'allora Presidente della Repubblica Napolitano. 
NEK A UN PASSO - Non che il pathos sia mancato, giusto in extremis. Il Volo ha prevalso col 39 per cento delle preferenze staccando Nek di soli quattro punti: decisivo, e anche questo era ampiamente in preventivo, l'incidenza del televoto, che ha spinto le tre creaturine di Antonella Clerici con un poderoso 56 per cento. E' un successo che non desta soverchie emozioni, ma che nemmeno fa scandalo, visto che "Grande amore" è pezzo assolutamente inserito nel solco della più pura tradizione rivierasca, ma con un arrangiamento comunque al passo coi tempi, di sicura presa, e sostenuto da una interpretazione oggettivamente mostruosa di questi ragazzi che del resto, se mietono successi intercontinentali, qualcosa varranno, a meno che all'estero non siano tutti rintronati e gli unici veri intenditori di musica leggera risiedano entro i confini del Bel (?) Paese; tutto ciò, al netto delle giuste considerazioni sul marchio "retrò" che si portano dietro, da non interpretare necessariamente in chiave negativa. Ma è tutta la classifica finale ad aver un suo senso compiuto, tale da non prestare il fianco a recriminazioni di sorta: qualche organo di stampa d'alto prestigio si è inventato, ieri sera, un Nek favorito, considerando quindi la sua medaglia d'argento una parziale delusione. Ovviamente le cose non stavano così, il buon Filippo è entrato nel novero dei papabili solo negli ultimi giorni, ma le sue reali quotazioni mai hanno avvicinato quelle del Volo: il secondo posto è anzi un risultato eccezionale, perché solitamente i pezzi a fortissimo impatto radiofonico ottengono fortuna e riconoscimenti quando il sipario del Festivalone si è già chiuso da giorni. 
CLASSIFICA LOGICA - Tutto o quasi, dicevamo, nella graduatoria conclusiva trova una sua logica: il terzo posto di Malika, partita lenta con un brano non immediato ma che si è lasciato scoprire, nella sua intima bellezza, passo dopo passo. Il quarto di Annalisa, che continua nel suo percorso di crescita e che ha servito con trasporto, intensità e professionalità la convincente composizione romantico - pop di Kekko Silvestre. E poi Masini sesto (poteva puntare al podio, ma la concorrenza era nutrita), Grignani che si è arrampicato fino all'ottavo, riuscendo a dare dignità a un pezzo che al debutto non aveva saputo valorizzare, complice una vocalità non all'altezza; ma anche il nono di Nina Zilli, con uno di quei magnifici virtuosismi musicali che da sempre, a Sanremo, rimangono intruppati nelle posizioni di centroclassifica. 
QUEI BRAVI RAGAZZI DEI NOVANTA - E' stato, tutto sommato, il Festival della riscossa di quella che io amo chiamare la "generazione di mezzo" della nostra canzone, i ragazzi nati e affermatisi negli anni Novanta. I nuovi veterani che hanno, si spera definitivamente, preso il posto di quelli spompatissimi dei Sessanta, già in larga parte fuori tempo vent'anni fa eppure tenuti artisticamente in vita, contro ogni logica discografica, fino ai Festival dell'altro ieri (Al Bano e Patty Pravo erano ancora in gara nel 2011, per dire). I Britti e i Grignani, i Raf e le Grandi, per tacere di Nek, si sono infine ripresi una ribalta che spettava loro di diritto, e, pur con diverse sfumature, l'hanno comunque onorata: chi rimanendo ostinatamente fedele a se stesso (su tutti Alex e Filippo), chi azzardando la svolta soft (Irene, che infatti ha faticato a far breccia), chi, come Raf, puntando su un classicone dolce e "sanvalentinesco" che non è giunto in tempo al cuore degli ascoltatori, ma che ha in fondo un suo perché, proseguendo il discorso intrapreso a inizio secolo con la più consistente "Infinito", e che non mancherà di far commuovere ed emozionare i suoi fans e, soprattutto, le sue fans. 
CANZONI DA FISCHIETTARE, MA ANCHE DA ASCOLTARE - Questo Sanremo numero 65 ha mostrato, a conti fatti, una proposta musicale di discreto pregio. Nulla davvero che faccia gridare al miracolo, ma un soddisfacente quantitativo di opere che hanno le potenzialità per farsi ricordare, quantomeno a medio termine. Sanremo della medietà, ma non in senso di... mediocritas: una rassegna da sette pieno, senza eccellenze ma anche senza obbrobri. L'orecchiabilità assoluta, quella da primo ascolto che è impresa difficilissima da mettere a segno, l'hanno centrata forse i soli Giovanni Caccamo e Nek, altri pezzi hanno avuto bisogno di ascolti più numerosi ma alla fine si sono imposti. Purtroppo, a Sanremo e dintorni domina da sempre il tormentone, un po' ottuso, della canzone che si deve per forza canticchiare il giorno dopo, sotto la doccia o facendosi la barba, per definirsi riuscita. Ma una canzone pop non è solo questo: è bello e giusto che ci siano brani "à la carte", pronti da fischiettare, ma c'è anche l'assoluta dignità di quelle composizioni che magari nessuno di noi canterebbe, e che però si fanno ascoltare volentieri. Al primo gruppo appartengono i già citati Caccamo e Nek, ma anche Masini, Annalisa, Moreno e il Volo; al secondo la Ayane, la Grandi e la Zilli: quando i pezzi di queste tre "prime donne" passeranno in radio, sarà sempre un piacere fermarsi qualche minuto a gustarli e ad apprezzarli.

                                                Annalisa: a un passo dal podio

GALA VINTAGE - Finalissima dal sapore vintage, come da linea editoriale impressa da Conti e dal suo staff di autori. Forse non è stato ricordato troppe volte in questi giorni, ma Sanremo 2015 è stato davvero il Festival del ritorno in primo piano della musica: già ampiamente esaltati nelle settimane scorse l'aumento del numero dei Big in lizza e la collocazione dei giovani in prime time, aggiungiamo qui che negli ultimi anni ci eravamo purtroppo abituati a serate conclusive spesso ridotte all'osso, quanto a numero di concorrenti. Se con Fazio si erano già fatti passi avanti (quattordici campioni in finale), dal 2009 al 2012 la gara del sabato aveva visto darsi battaglia appena dieci cantanti, con conseguenti salti mortali per riempire artificiosamente un gala che deve comunque occupare quattro ore di palinsesto.
ITALIANI IN GARA! - Ieri gli extra non sono comunque mancati: tanti ospiti come nei Festival più luccicanti. Di Sanremo 2015 si può dire che sia stata azzeccata la selezione delle vedettes internazionali, canore e non: Ed Sheeran è uno dei protagonisti della hit parade d'oggidì, e Will Smith (ieri con Margot Robbie) è un volto di Hollywood mai banale e sempre disponibile a fare spettacolo, al di là della mera promozione del film in uscita. I dubbi, casomai, sono aumentati sul versante degli italiani fuori concorso: se Ruggeri ha portato un poetico omaggio a Jannacci, Faletti e Gaber, scevro di retorica e malinconia, la performance di Gianni Nannini è stata obiettivamente di una mediocrità disarmante, con errori tecnici inconcepibili per una professionista di tale spessore: avesse sbagliato certi attacchi uno qualsiasi degli artisti in gara, sai i frizzi e i lazzi? Per quanto mi riguarda, il tormentone continua e continuerà, più martellante che mai: basta coi superospiti italiani, se vogliono venire, che vengano in gara, come ha fatto il buon Raf, uno che ha venduto milioni di dischi in giro per il mondo. 
RAI - MEDIASET, ZELIG UBER ALLES - Sanremo 2015 ha scritto un altro capitolo della pax televisiva Rai - Mediaset. Concorrenza berlusconiana quasi assente, come ormai da anni, e del resto conviene a tutti: perché ormai il cast dei cantanti rivieraschi è sempre più pieno di ragazzi di Amici (quest'anno la bravissima Annalisa, i Dear Jack, ma anche Nigiotti e Amara), ma non solo. Conti ha infatti attinto a piene mani da Zelig: i frizzanti Boilers ospiti fissi, e ieri, sorpresa in extremis a tarda ora, Marta e Gianluca, quelli dello "Speed date", protagonisti di uno sketch piacevolissimo, ben più di quello, tutto sommato banale, di Giorgio Panariello. Assieme a Virginia Raffaele e Luca & Paolo, hanno salvato il versante comico di un Sanremo che, per il resto, i sorrisi li ha strappati in altra maniera, ad esempio attraverso le estemporanee uscite della svampita Arisa. Ciò non significa che sia stato un Sanremo triste: le cupezze della ditta Fazio & Gramellini sono lontane, per fortuna. E' stato, semplicemente, un Festival centrato sulla musica, con poche variazioni sul tema. 
FESTIVAL IMMORTALE, VETRINA TV - Già, ma perché il Festival, verosimilmente, non morirà mai? Semplicemente, perché è vitale per la Rai tv. Lo si era già capito negli ultimi anni, ma chi in queste sere ha avuto la pazienza di guardare "tutto", non cambiando canale nemmeno durante gli intervalli, si sarà fatto un'idea ben chiara: il Sanremone è una fondamentale vetrina promozionale per una fetta consistente e importante del palinsesto dell'ente di Stato. Serve per promuovere fiction nuove di zecca ("Braccialetti rossi 2", "L'Oriana". "La freccia del sud" su Mennea), i nuovi spettacoli  ("Notti sul ghiaccio" e "The Voice"), persino film in prima visione ("Il principe abusivo", la settimana dopo l'ospitata all'Ariston di Siani), o a rilanciare prodotti interni un po' svalutati da una falsa partenza (l'improbabile "Forte forte forte").
Spot mandati a ripetizione per cinque sere, e passaggi anche all'interno del Festival stesso: quale trasmissione potrebbe mai sostituire una simile potenza di fuoco pubblicitario? Per tacere degli inserzionisti, che pagano felicemente fior di euro. Chiaro che il merito di questo colossale giro d'affari sia della manifestazione stessa, più in salute che mai, un caso da studiare: da 65 anni, pur fra alti e bassi, è sempre in testa alle preferenze del pubblico, non solo italiano. Mentre, televisivamente parlando, attorno a lei tutto muore o cambia, la rassegna ligure a volte si rinnova, più frequentemente ritrova le radici, a volte deborda verso lo show e altre ritrova la sua essenza canora, ma continua a tenere incollati davanti allo schermo milioni di telespettatori. Chi ne auspica la sparizione o il ridimensionamento vive, almeno per il momento, fuori dal mondo. 

giovedì 12 febbraio 2015

FESTIVAL DI SANREMO 2015, LA SECONDA SERATA: MASINI VINCITORE DI TAPPA, BENE ZILLI, SCONTATO TRIONFO PER IL VOLO

                                                 Marco Masini: un bel ritorno

Se persino due fuoriclasse delle sette note come Raf e Irene Grandi giocano col freno a mano tirato, diventa sempre più improbabile che il Volo possa trovare un qualche ostacolo nella sua corsa sicura verso il trionfo di sabato. L'avevo scritto alla vigilia: per arginare il pronostico ultra - favorevole ai tre giovani tenori, occorreva un brano - capolavoro o giù di lì, e ritenevo fosse principalmente nelle corde dei due sopracitati artisti. I quali però, è evidente, non sono riusciti a tirarlo fuori dal loro cassetto in occasione di questo Sanremo 2015. Intendiamoci: "Come una favola" di Raf e "Un vento senza nome" di Irene sono due canzoni gradevoli, di buona fattura, ma che non sfondano al primo ascolto, non lasciano subito il segno; e poi, diciamocelo, sono composizioni "a rischio zero", cioè non particolarmente coraggiose: lenti melodici e romantici che potranno anche entrare nel repertorio dei due cantanti e conquistare il pubblico, alla lunga, ma che difficilmente resteranno nella storia del Festivalone (felice di essere smentito, naturalmente). 
MASINI E ZILLI PROMOSSI - Marco Masini, lui sì, ha fatto centro. Altro fiero rappresentante della "nuova generazione dei veterani" (i ragazzi degli anni Ottanta - Novanta, una volta pensionati i reduci dei Sessanta, troppo a lungo prezzemolini all'Ariston), ha proposto una "Che giorno è" brillante,  ispirata, con soluzioni ritmiche e testuali estremamente incisive (scritta fra gli altri da Federica Camba, autrice di spessore). Non so se possa bastare a creare qualche problema ai ragazzi di "Ti lascio una canzone", ma occhio: l'esperienza di due anni fa alla "Canzonissima" di Carlo Conti ha mostrato che il cantautore toscano è molto forte in sede di televoto. 
In ogni caso, la palma di "vincitore di tappa" può essere attribuita a lui, in una seconda serata festivaliera che ha proposto, relativamente ai Big, un buon livello musicale, pur se nel segno di quella medietà cui si è fatto riferimento in questi giorni: ossia nulla di davvero brutto, ma anche scarsi slanci innovativi, la tendenza a non strafare e andare sul sicuro, restando in particolare abbracciati alla più consolidata tradizione sanremese. Mi piace comunque sottolineare l'azzeccata performance di Nina Zilli, che nel 2012 mi aveva deluso con una "Per sempre" banalotta, e che stavolta ha invece sfornato, di suo pugno, un buon blues, ispirato e interpretato col giusto piglio.  
VOLO UBER ALLES - Visto che è stato più volte "evocato" nelle righe precedenti, parliamo dunque del Volo: hanno fatto ciò che ci si aspettava. Melodia declinata in chiave discretamente moderna, slanci tenorili, inciso a ugole spiegate ma dalla struttura non propriamente scontata, amore a profusione, toni solenni e a tratti drammatici: è un mix che a Sanremo fa quasi sempre centro, soprattutto in assenza di proposte alternative di peso autentico. Non mi è dispiaciuta Anna Tatangelo, che ha cantato con professionalità una "Libera" serena, morbida e rassicurante, di stampo assolutamente tradizionale dopo le recenti audacie di "Muchacha" (ma anche del "Bastardo" che colpì a Sanremo 2011): non a caso, dopo essersi tolta il cognome per una sola, breve estate, è tornata a sfoderarlo con orgoglio sulla Riviera Ligure: bizzarrie da artista? Oscuri progetti di marketing dei discografici? Boh. 
BRAVI... IDIOTI, MORENO DEVE RISALIRE - L'altro pezzo griffato Silvestre, "Il solo al mondo", per il momento è scivolato via come acqua fresca, affidato alla acerba personalità  di Bianca Atzei (sfido: perché sia stata inserita fra i Big rimane un mistero poco gaudioso), Lorenzo Fragola è parso discretamente radiofonico ma penalizzato da un'esecuzione live minata dall'emozione. Meritano sostanziale benevolenza Biggio & Mandelli: il tributo a cabarettisti d'antan è evidente, Cochi e Renato in primis , ma è una citazione ben fatta, ferma restando l'inavvicinabilità dei modelli originali. Insomma, diciamocelo: fra i tanti "non cantanti" che hanno sfilato negli anni sul palco dell'Ariston in gara, quella dei due Soliti Idioti non è stata certo la proposta peggiore. Piuttosto, sorprende la caduta in "zona retrocessione" di Moreno: personaggio al quale non ho risparmiato critiche in passato, ma che nella circostanza ha portato uno dei brani più schiettamente rap nella storia di Sanremo, ben costruito e che si ficca subito in testa. Sorprendente anche perché è forse il primo (vado a memoria) dei reduci da talent a ritrovarsi a rischio eliminazione: ma sarei pronto a scommettere che venerdì le nubi sulla testa del genovese si diraderanno rapidamente. 

                                             Anna Tatangelo: non male, dopotutto

GIOVANI DA SEGUIRE - La serata era stata aperta dai "quarti di finale" della gara fra le Nuove proposte: eliminazione diretta, meccanismo rapido e crudele, ma in fondo il Sanremone è o non è una tenzone canora? E del resto, le canzoni dei giovani sono "nell'aria" già da diverse settimane, chi era interessato ha avuto modo di ascoltarle più volte e crearsi una propria opinione (vantaggio non concesso, giustamente, ai Big). Certo gli abbinamenti contano molto, magari Chanty avrebbe prevalso contro Kaligola e i Kutso non avrebbero avuto vita facile contro Enrico Nigiotti. Alla fine l'han spuntata questi ultimi due: nessuna sorpresa per il cantautore toscano, che ho già indicato come massimo papabile per il successo finale (anche se dal vivo non ha reso al massimo), mentre non era facile pronosticare il passaggio del turno della bizzarra e dissacrante band, con la caciarona e gioiosa "Elisa". Beh, meglio così: Chanty ha una voce che vale ma deve magari modernizzare un po' il suo stile, Kaligola mostra già una discreta maturità compositiva, fa specie che lui sia finito subito fuori mentre il ben più banale Rocco Hunt l'anno scorso abbia addirittura vinto, ma son cose che succedono nel mondo dello spettacolo. 
BOILERS E PINTUS, COMICI DI PIANETI DIVERSI - Sul piano dello show, è parsa una serata condotta a tratti col freno a mano tirato, quasi che gli eccellenti risultati di audience del debutto abbiano creato una sorta di effetto "congelamento", la voglia di non andare oltre il compitino ché tanto ormai il pericolo flop è scansato. Ma attenzione: al Festival non si può mai dire mai fino alla notte inoltrata del sabato... Ancora impalpabili le "tre grazie" di Conti, lo stesso padrone di casa è sembrato troppo sbrigativo in certe circostanze e poco partecipe delle gag degli ospiti (soprattutto con Nibali e quella "misteriosa" bicicletta portata in scena quando il campione già non c'era più, ma anche con Edoardo Leo, chiamato solo in extremis sul palco per affiancare Amendola e Argentero nella promozione del film "Noi e la Giulia"). 
Sempre su ottimi livelli i Boilers, è sorta invece spontanea una domanda: ma Angelo Pintus è un comico? Lo avevo già bocciato sonoramente per la sua performance nel film "Tutto molto bello", oltreché per i suoi pregressi in certe trasmissioni Mediaset, ma ero stato messo sul chi va là dalla notizia di trionfi oceanici nei teatri italiani. Alla luce dei quali mi sorgono inquietanti dubbi sulla capacità di una fetta di pubblico di valutare il reale spessore artistico di un cabarettista. Lo sketch di Pintus non è stato uno sketch: non ha fatto ridere, punto e basta, se non per l'usuratissima imitazione di Pizzul, bella forza. Preferisco pensare che il ragazzo fosse in una serata negativa, ma gli interrogativi restano, e tanti. 
SPLENDIDA CHARLIZE - Di ben altro spessore l'ospitata di Charlize Theron, splendida, elegante, fascinosa, una vera star a tutto tondo, nel senso "hollywoodiano" del termine. Il fustaccio Antonacci, abbigliato in maniera discutibile, ha perlomeno omaggiato da par suo Pino Daniele (troppo fugace, invece, il ricordo di Mango, affidato a un balletto di Rocio Morales), mentre si conferma azzeccata la scelta delle vedettes del pop internazionale: hanno ben figurato i Marlon Roudette e soprattutto Conchita Wurst, la cui canzone "Heroes" è un evidente omaggio a David Bowie. La vincitrice dell'ultimo Eurovision Song Contest ha voce e presenza scenica, barba o non barba... Giusto il tributo a Pino Donaggio, che però poteva evitarsi il riferimento inelegante alla sua partner Jody Miller (nemmeno citata per nome) che interpretò "Io che non vivo" al Festival del '65. Rimane una domanda a martellarmi il cervello: dopo aver visto che nell'iniziativa "Tutti cantano Sanremo" gli ospiti propongono, come è logico, evergreen del passato festivaliero, perché alla famiglia Anania è stato consentito di citare un pezzo ("Gli occhi verdi dell'amore") che con Sanremo non c'entra un fico secco? 

sabato 29 novembre 2014

VERSO SANREMO 2015, LA CORSA A UN POSTO FRA I BIG: I PAPABILI, I POSSIBILI, GLI AUSPICABILI



Verso Sanremo 2015 a ritmo blando, che più blando non si può. Le informazioni trapelano col contagocce, anche da parte di quelle testate solitamente prodighe di anticipazioni più o meno succose e più o meno attendibili; i nomi dei big papabili sono sempre gli stessi (molto pochi) da diverse settimane a questa parte; nella rosa delle possibili co-presentatrici gravitano personaggi di notevole appeal ma piuttosto prevedibili (Cuccarini, Ambra, Incontrada), mentre Carlo Conti smentisce, depista e dice: "Vi stupirò" (starà forse pensando alla poliedrica, fresca vincitrice di "Tale e quale", Serena Rossi?); buio assoluto sul fronte ospiti, al di là del tormentone Al Bano & Romina e di qualche desiderata del direttore artistico (Pink Floyd? Beh, se Fazio può permettersi gli U2 per "Che tempo che fa", perché non sognare in grande?). Riguardo al "totocast", per chi non è strettamente "addetto ai lavori" risulta oltremodo difficile reperire indiscrezioni: gli stessi cantanti, che fanno tanto sfoggio di mentalità 2.0 con una presenza massiccia sui social network, se interrogati in merito ignorano semplicemente le domande, manco custodissero un segreto di Stato... 
RITORNI - Pazienza: faccio da me, cercando di orientarmi tra i pochissimi rumors e formulando ipotesi costruite su ragionamenti che ritengo sufficientemente lineari. Partiamo dalle poche certezze: i Dear Jack sembrano proprio cosa fatta, del resto il loro nome è stato il primo a venire fuori, addirittura l'estate scorsa, così come quelli di Alessandra Amoroso, sulla cui presenza si sono però addensati diversi dubbi (ma questo potrebbe essere davvero l'anno buono, per lei), e di Dolcenera, la cui candidatura rimane invece ben solida. Per il resto, un criterio credibile da seguire è quello di guardare alle ultime edizioni del Festival. Difficile rivedere in gara qualche big presente nel 2014, forse l'unico a poter trarre vantaggio da una nuova presenza sarebbe il solo Renzo Rubino, per completare un percorso triennale di maturazione e consolidare i buoni risultati ottenuti nelle prime due partecipazioni, mentre Rocco Hunt alla fine potrebbe essere della partita, dopo aver manifestato iniziale scetticismo su un suo ritorno a stretto giro di posta. 
Andando a ritroso, è plausibile che chi è sceso in campo negli anni immediatamente precedenti decida di presentare domanda, per rinfrescare la propria visibilità o per lanciare con più forza progetti discografici prossimi alla pubblicazione: ecco quindi che dal 2013 potrebbero riemergere Annalisa Scarrone, Malika Ayane, Chiara Galiazzo (magari con un repackaging del recente album) e Simona Molinari, oltre ad Antonio Maggio, che quell'anno vinse fra i Giovani e che nel 2014 si è confermato su buonissimi livelli (sua la sigla del "Processo del Lunedì" di Rai Sport, suo il gradevole brano estivo "Stanco"). 
Dopo l'esperienza del 2012, i tempi sono nuovamente maturi per Nina Zilli, oltreché per Irene Fornaciari e Pierdavide Carone; mancano dal 2011 Luca Barbarossa e Anna Tatangelo, nomi fatti in questi giorni come quelli di Irene Grandi ed Enrico Ruggeri, la cui ultima partecipazione risale invece al 2010. Rrouge avrebbe proposto un brano assai ispirato, dedicato ad alcuni artisti scomparsi (Gaber, Jannacci, Faletti). Altro nome piuttosto gettonato è quello di Marco Masini, sei anni dopo la buona performance del 2009 con la non del tutto compresa "L'Italia", e di quella edizione targata Bonolis (che segnò il rilancio della manifestazione dopo la profonda crisi del 2008) potremmo ritrovare in gara anche Sal Da Vinci. 
ANNI NOVANTA - Secondo news raccolte in rete, sarebbero in lizza diversi esponenti della bistrattata generazione anni Novanta, che ho spesso strenuamente difeso su questo blog: da Mietta a Syria fino a Massimo Di Cataldo, riemerso da una dolorosa vicenda giudiziaria (con "mostro" regolarmente sbattuto in prima pagina...) e desideroso di riguadagnare il terreno perduto. Mesi fa, gli Zero Assoluto ebbero parole di stima per la kermesse rivierasca, e quell'endorsement portò molti media a ipotizzare un loro ritorno all'Ariston: non so se la cosa abbia un qualche fondamento, ma di certo il duo romano avrebbe bisogno di una grossa ribalta, dopo alcuni anni trascorsi un po' sottotraccia in fatto di presenze sui canali "generalisti". Sicuro è il tentativo di partecipazione di Goran Kuzminac, una sfida difficile da vincere ma che merita tutto il nostro appoggio; meno convincente la coppia Alessandro Safina - Luisa Corna, di cui molto si è scritto.  
REDUCI DALL'ESTATE E GIOVANI RAMPANTI - Ci sarebbe da pescare del buono fra i protagonisti dell'estate canora 2014, contraddistinta da una buona fioritura di canzoni orecchiabili e di facile impatto: da Gianluca Grignani a Nek (il cui ritorno alla kermesse ligure è atteso ormai da ben diciotto anni), da Deborah Iurato all'eccentrico Paolo Simoni, un ragazzo che ha fatto centro con "Che stress" e "15 agosto". A proposito di freschi virgulti della nostra musica leggera, sarebbe interessante rivedere qualcuna delle Nuove Proposte dell'anno passato, come Zibba e quel Diodato che è oggi un volto piuttosto popolare, grazie alle partecipazioni al citato show di Fazio e al recente album di cover anni Sessanta. Andando più indietro, perché non puntare su Erica Mou, voce fra le più interessanti e originali prodotte di recente dal vivaio del Festival, o su Giua, alle prese con la realizzazione di un disco attraverso la strada del crowfunding? Per non parlare degli eternamente bistrattati Jalisse, che una chance prima o poi dovranno pur meritarla... Scommetto qualche spicciolo sul fatto che tenteranno la riscossa recenti vincitori sanremesi amatissimi dal pubblico giovane, come Valerio Scanu (forte delle convincenti performance a "Tale e quale show"), Marco Carta e Alessandro Casillo. 
VETERANI DA SCEGLIERE CON CURA... - Per il resto, detto di un Mario Biondi nuovamente accostato al Festivalone (ove finora non si è mai visto, come concorrente: sarà la volta buona?), ci sono almeno altri tre grandi gruppi in cui pescare: il mondo rap - hip hop, con i vari Moreno e Clementino (ma il vero colpo sarebbe Emis Killa, fresco di tormentone Mundial), i tanti che negli ultimi anni hanno tentato, stando ai giornali, la via dell'Ariston senza fortuna (da Alex Britti ad Alexia, da Paolo Vallesi a Tosca, solo per citarne alcuni), e l'immenso bacino dei veterani, che solitamente presentano domanda in massa: ne fa parte il menzionato Kuzminac, ne fanno parte nomi fin troppo presenti in Riviera nelle più recenti edizioni (su tutti Loredana Bertè, le cui quotazioni vengono date in rialzo). Personalmente, auspico che Conti e la sua commissione artistica si allontanino dal "già visto", dando invece spazio a "grandi vecchi" che, in questo primo scorcio di secolo, di opportunità ne hanno avute ben poche, dai personaggi più nazionalpopolari (Riccardo Fogli, Don Backy) a quelli più "sofisticati" (Eduardo De Crescenzo, Teresa De Sio, Alice...). 
INDIPENDENTI E STRANIERI - Necessaria, inoltre, una maggiore attenzione a quel mondo indipendente che nelle ultime stagioni ha ottenuto riscontri di pubblico non indifferenti: un Brunori Sas o un Dente, ad esempio, porterebbero una bella ventata di freschezza. Mentre, se si vuole cercare il colpaccio, sfumata l'ipotesi Carmen Consoli (con album in uscita a gennaio, ossia poche settimane prima della kermesse, e un singolo rilasciato giusto ieri: peccato davvero), perché non puntare su due grandi rentrée per Negramaro e/o Raf? Personalmente, poi, apprezzerei molto la presenza di Niccolò Fabi e di Neffa, cantautori di valore mai adeguatamente valorizzati dalla rassegna ligure. 
Infine, il discorso stranieri in gara: con sedici posti, ossia sempre pochi, penso che si debba dare la precedenza agli artisti di casa nostra (sarebbe diverso già con sole due caselle in più da riempire), in ogni caso non mi scandalizzerebbe vedere un grande nome internazionale scendere nell'arena: magari uno Stromae, il quale l'anno scorso, ospite all'Ariston, affermò che non si sarebbe tirato indietro di fronte alla possibilità di competere, oppure star onuste di gloria in qualche modo legate all'ex Bel Paese come Anggun, Mick Hucknall, Amii Stewart, o ancora vedettes più o meno sulla cresta dell'onda (Iglesias jr., John Legend...) che accettassero la scommessa di cantare in italiano, cosa che un tempo avveniva con un certa frequenza mentre oggi è rarità assoluta. 

lunedì 28 ottobre 2013

MISS ITALIA 2013: LA DECADENZA CONTINUA, NONOSTANTE LA7


Miss Italia 2013 mi ha ricordato uno di quei Festival di Sanremo decadenti degli anni Settanta, snobbati dai grandi big della canzone e ridotti a un'unica serata televisiva. Paragone fin troppo ovvio, ma con i dovuti distinguo: perché il Festivalone rivierasco sopravvisse a quella fase delicatissima e si è poi saputo produrre in una clamorosa ripresa, mentre, allo stato delle cose, e dopo aver visionato la kermesse di ieri sera, non mi sentirei di pronosticare il medesimo, radioso futuro al più importante e popolare concorso di bellezza nazionale. 
POLEMICHE GRATUITE - Il caso Miss Italia è stato ampiamente dibattuto negli ultimi mesi. Diciamo subito che la questione va vista da una duplice prospettiva: l'esistenza stessa del concorso, il suo spirito, la sua essenza, da una parte, e dall'altra la sua trasposizione sul piccolo schermo. Ecco, riguardo al primo aspetto, la polemica sorta attorno ad esso mi è parsa del tutto gratuita, e la cosa ha amareggiato ancora di più perché ad alimentarla è stata una presa di posizione del Presidente della Camera Laura Boldrini, con uno di quei rigurgiti di femminismo deteriore che hanno portato, e continuano a portare, più danni che benefici alla sacrosanta causa della pari dignità fra uomo e donna. Scorgere in una innocua tenzone fra belle fanciulle i segni inequivocabili dell'arretratezza morale e culturale della società nostrana è spaventosamente superficiale: sfidarsi sul terreno dell'avvenenza fisica è in fondo un gioco come tanti altri, del tutto innocente se pensiamo che fin dai tempi della scuola bambini e bambine fanno graduatorie sul "fascino" di compagni e amichetti dell'altro sesso, come a dire che si tratta di un qualcosa che fa parte della natura umana.
Il fatto è che si tende a caricare di troppi significati, culturali se non addirittura politici, eventi che invece appartengono alla sfera dell'evasione, della leggerezza. Una sfilata di giovani ragazze nel fiore della bellezza, in un Paese maturo, non dovrebbe offendere nessuno, essere presa per quel che è, sorvolando sul fatto che esistono analoghe manifestazioni dedicate agli uomini (come "Il più bello d'Italia", che lanciò fra gli altri Gabriel Garko), e se hanno minor visibilità non è certo per maschilismo, ma semplicemente perché la kermesse inventata da Mirigliani ha più storia e più radicamento nel costume e nel tessuto sociale. Senza tralasciare il fatto che Miss Italia ha fatto la fortuna di molte ragazze, creando dal nulla attrici, modelle, presentatrici televisive la cui fama, in alcuni casi, ha valicato i patrii confini. 
INNOVAZIONE MANCATA - Dunque, giù le mani dalle Miss, in linea generale. Il problema è ciò che di questo concorso viene fatto a livello televisivo. Da La7 ci si attendeva una boccata d'aria fresca, un rinnovamento della formula, dopo la bulimia delle scorse edizioni, con numerose e lunghissime serate di stampo antico e di modesto livello spettacolare. La delusione è stata massima, e va detto che non è la prima volta che la giovane emittente erede di TMC non fa seguire i fatti alle promesse. Quello che doveva essere il rivoluzionario terzo polo televisivo sta solo inseguendo i due colossi concorrenti sullo stesso terreno, con format simili e spesso con gli stessi personaggi, senza un guizzo di originalità se non nelle intenzioni. 
Ecco, Miss Italia 2013 è stata "nuova" solo nelle intenzioni, nelle premesse: tutto si è fermato alla scelta anticonvenzionale dei padroni di casa. Anticonvenzionale fino a un certo punto: il passato della nostra tv insegna che affidare ruoli di presentatore a chi presentatore non è produce spesso effetti nefasti, a maggior ragione se il prodotto che viene affidato all'improvvisato anchorman non è di prima qualità. Così, dopo aver assistito alla soirée di Jesolo, la speranza è di poter vedere Massimo Ghini e Cesare Bocci tornare al più presto alle occupazioni abituali, magari regalandoci un'altra irresistibile versione teatrale del Vizietto, che avevo recensito qui sul blog l'anno scorso. 
PRESENTATORI INADEGUATI - Impaccio, ritmi modesti, appiattimento persino ostentato sul provvidenziale "gobbo elettronico" e su copioni mandati a memoria, sketch di dubbio valore artistico come il "processo a Miss Italia" allestito all'inizio. Certo, meglio loro di una Francesca Chillemi visibilmente a disagio, il cui splendido sorriso non è certo bastato a coprire lacune, inciampi e una generale scarsa dimestichezza coi tempi televisivi. La7 è una rete che da anni ha puntato forte sull'informazione, sui talk show: ma se decide di dedicare più spazio all'intrattenimento, al varietà, a manifestazioni di evasione come quella griffata Mirigliani, allora è il caso che apra una sorta di "vivaio" per presentatori, perché di fatto al momento non ha in casa professionisti del settore, un Carlo Conti o un Fabrizio Frizzi, è costretta a improvvisare e i risultati sono quelli prodotti dal precario trio "ammirato" poche ore fa. 
PRODOTTO DEBOLE - Il naufragio dei padroni di casa, come detto, è stato facilitato da un prodotto debole: le innovazioni auspicate non si sono viste, se non nella provvidenziale riduzione del numero di serate, peraltro "compensata" da una finalissima interminabile, diluita in quattro ore e mezzo. Le dinamiche della gara son sempre le stesse, le domande poste alle concorrenti idem, e le risposte non grondavano certo originalità, ma del resto cosa si pretendeva? Questo è un altro dei grandi equivoci che hanno minato le fondamenta della manifestazione. A Miss Italia deve vincere la bellezza fisica, chiedere a queste fanciulle saggi di cultura o di talento artistico è fuori luogo: dopo il concorso, avranno tempo di coltivare le loro qualità, di formarsi, di imparare e, se meritevoli, di sfondare. 
OSPITI SBAGLIATI - Del tutto infelice la scelta degli ospiti canori, Max Gazzè e Nina Zilli, presentatisi con un repertorio oltremodo datato: proprio in un autunno che si sta caratterizzando per il lancio sul mercato di nuovi dischi da parte di tanti big della canzone nostrana (Elisa, Giorgia, Emis Killa e Alessandra Amoroso su tutti) si poteva investire su altri cantanti e offrire loro una buona vetrina promozionale. Anche il bravissimo Alessandro Siani si è limitato al compitino, con un monologo discreto ma non all'altezza di altri precedenti, pensiamo a quello che sfoderò fra gli applausi a Sanremo 2012: forse ha avvertito la freddezza di un pubblico incredibilmente ingessato, e un comico esuberante come il napoletano certe cose le patisce... 
LO SCIVOLONE DI SOTTILE - Lo stesso esito finale della sfida ha premiato un volto, quello di Giulia Arena, tutto sommato ordinario (si parla comunque di bellissime donne, sia ben chiaro...), così come il livello generale delle concorrenti era buono ma abbastanza piatto, senza nessuna che balzasse agli occhi più delle altre o che brillasse di una luce o di un fascino particolari. Una vincitrice che tende a confondersi con altre che l'hanno preceduta, e che quindi dovrà dimostrare di avere davvero qualcosa in più dell'avvenenza fisica per ritagliarsi un posto al sole. 
Poco da dire sulla giuria (le giurie di "esperti vip" sono ormai il prezzemolino di ogni appuntamento televisivo in cui vi sia un qualunque tipo di gara) e soprattutto su un Salvo Sottile che ha ritenuto opportuno dichiarare di non voler più tornare a Miss Italia, e non ha saputo rinunciare al saluto a Enrico Mentana, fra l'altro uno dei più fieri oppositori del trasloco su La7 del concorso. E' un modo un po' curioso di fare il bastian contrario, quello del conduttore di "Linea gialla": se non piace il progetto, non si partecipa, si sta a casa e ci si dedica ad altro, invece di fare il membro della giuria e incidere dunque sull'esito della gara. Un tentativo un po' maldestro di contestazione "dal di dentro" di un colosso mediatico poco amato? Chi lo sa: di certo non ve n'era il bisogno, perché Miss Italia 2013 si è già fatta del male abbondantemente con la sola messa in onda. 
REINVENTARSI - Si torna al punto di partenza: questa storica manifestazione può sopravvivere senza scandalo, perché è innocua per lo status sociale e culturale del Paese e del "gentil sesso" e, anzi, aiuta qualcuna delle partecipanti a farsi largo nel difficile mondo dello spettacolo. Ma non può sopravvivere ridotta in certe vesti catodiche: il giovanilismo di facciata che maschera rughe profonde, una confezione nuova per un prodotto vecchio e immutabile, è un bluff che non può reggere a lungo. E comunque, sarà un paradosso ma Miss Italia ha goduto di salute florida e ha lanciato volti di spessore anche e soprattutto negli anni in cui l'attenzione mediatica era ridottissima, e addirittura la finale nemmeno veniva trasmessa in tv... Forse alcuni anni di basso profilo e bassa esposizione, magari ripartendo da circuiti televisivi minori se non addirittura dal web, per "ripensarsi" con calma e reinventarsi su standard più moderni, potrebbe non essere un'idea del tutto malvagia. 

domenica 27 maggio 2012

EUROVISION SONG CONTEST 2012: ANALISI CRITICA (1)



Ieri sera mi sono piazzato davanti alla tv, con curiosità e genuino entusiasmo, per seguire la finalissima dell'Eurovision Song Contest, impropriamente conosciuto dalle nostre parti come Eurofestival. L'Italia, dopo un vuoto di ben 13 anni, vi ha fatto ritorno nel 2011, piazzando l'ottimo Raphael Gualazzi al secondo posto. Quest'anno la Rai ha presentato Nina Zilli, che, classico dei classici, entrata papa è uscita cardinale. Ma di questo parlerò più avanti. Mi preme piuttosto fare qualche considerazione in libertà sulla qualità complessiva dello spettacolo messo in scena in quel di Baku, Azerbaigian. 
LIVELLO MUSICALE SCONFORTANTE - Devo dire che l'impressione è stata sconsolante. In Italia, praticamente da sempre, vige la regola del "tiro al Festival di Sanremo": cioè parlare male, sempre e comunque, del Festivalone, dei cantanti e delle canzoni che vi partecipano, della struttura dello show, delle modalità di presentazione. Ebbene, dal confronto con l'Esc, il Sanremone esce ingigantito oltre ogni previsione. Chi rimprovera l'eccesso di glamour e di pacchianeria alla rassegna canora rivierasca avrebbe dovuto osservare con attenzione quanto accaduto ieri a Baku: sotto il velo di entusiasmo popolare da Mondiale di calcio, sotto le lussuose e lussureggianti coreografie allestite per ogni esibizione, sotto gli ultratecnologici effetti scenografici dell'arena che ha ospitato lo spettacolo, c'era il nulla o quasi. Vogliamo parlare del livello musicale proposto? A guardare l'Esc 2012, sembra che l'Europa delle sette note, quanto a gusti, percorsi artistici e modalità espressive, sia rimasta ferma a quindici - vent'anni fa, se non più indietro. Assolutamente spiazzante, per chi mastichi anche solo un pochino di pop contemporaneo, l'imponente dispiego di sonorità dance anni Novanta, stile Alexia o Eiffel 65: in certi momenti, pareva di assistere a una qualsiasi tappa intermedia dei Festivalbar di quel fortunato periodo. 
Ma questo non è stato neanche il peggio: in fondo, la dance rimane pur sempre uno stile furbo e orecchiabile, se ben confezionato. E' però incredibile che le giurie europee si lascino incantare da una rielaborazione disco della colonna sonora del Titanic, decretandole un successo quasi plebiscitario (la Svezia, trionfatrice a mani basse), dall'esibizione trash delle nonnine russe (i Pandemonium e Francesco Salvi a Sanremo ci andavano già negli anni Settanta e Ottanta, di certo divertivano il pubblico ma nessuno, per amor di decenza, si sognava di metterli in lizza per la vittoria finale) o dalla rimasticatura di melodie all'italiana che persino nei primi eighties sapevano di già sentito (il rappresentante estone). 
GIURIE SCANDALOSE - Dispiace insistere sul paragone con il nostro Sanremo, ma è un terreno sul quale mi sento di poter dire la mia: il Festivalone nostro è avanti anni luce, come qualità e varietà di proposte e aderenza agli stili del momento. Ed è avanti anche per livello di preparazione e competenza delle giurie. E qui ho detto tutto, perché chi segue un minimo le sorti della kermesse nostrana sa quanti strafalcioni siano stati commessi negli anni dalle varie giurie popolari e demoscopiche. Nulla, però, in confronto a quanto si è visto a Baku: gusti musicali molto semplici, ingenui ed elementari, nella migliore delle ipotesi. Incompetenza e tradimento della funzione di giurato, nella peggiore: tradimento, perché la sensazione è che i metri di giudizio usati  siano stati quanto di più lontano ci possa essere da una valutazione artistica dei pezzi: capacità di bucare il video, presa visiva delle performance o, inaccettabilmente, simpatie tra Paesi più o meno limitrofi, veti incrociati, alleanze e scambi di favori. Orripilante davvero. Ridateci il Totip, verrebbe voglia di dire... 
ZILLI VITTIMA DESIGNATA - Ovvio che, in questo quadro così desolante, le vittime designate fossero quelle proposte un tantino più moderne, pensate, elaborate. Nina Zilli, fra le poche artiste autentiche presenti, è finita nel tritacarne. "L'amore è femmina (Out of love)" è un brano fresco, non privo di originalità, più efficace all'ascolto di quello proposto a Sanremo, che era troppo "mineggiante": lei l'ha interpretato con maturità da professionista consumata, senza sbavature. Se proprio un difetto bisogna trovare alla sua partecipazione, è l'aver optato per una versione del pezzo quasi interamente in inglese, laddove in "lingua madre" avrebbe avuto un effetto ben più fascinoso. Incredibile come certi discografici, non solo nostrani, abbiano un concetto totalmente superato di "internazionalizzazione della musica": l'uso dell'inglese spesso e volentieri serve, ma non quando va quasi a mortificare una tradizione canora di tutto rispetto come la nostra, oltretutto universalmente apprezzata per com'è, cioè senza bisogno di artifizi esterofili; ma, lo si è detto, è un problema comune a molte nazioni: ieri sera si è sentito davvero troppo inglese, laddove l'Eurovision Song Contest  dovrebbe anche essere occasione di valutare la genuinità delle varie scuole musicali locali. 

                                       Nina Zilli, penalizzata da giurie miopi


IL MEGLIO DELL'ESC - A parte questo appunto, è fuori discussione che Nina meritasse più del deludente nono posto finale; così come di più meritavano la danese Soluna Samay con "Should've known better", canzone totalmente immersa nel nostro tempo, per sonorità e impronta cantautoriale moderna, discorso applicabile anche al tedesco Roman Lob con "Standing Still": ma la Danimarca è rimasta a lungo inchiodata a quota zero, nelle votazioni conclusive, mentre la Germania ha recuperato terreno solo in extremis. Personalmente, sono rimasto colpito anche dalla proposta moldava ("Lautar" di Pasha Parfeny), intelligente rielaborazione in chiave contemporanea di stilemi della musica tradizionale locale, e dalla spagnola Pastora Soler con "Quedate conmigo", tipica canzone d'amore ad ampio respiro che poteva funzionare egregiamente già nei Novanta ma che pare tutto sommato al passo coi tempi. Più datate, ma comunque di buon impatto, le proposte bosniaca (Maya Sar con "Korake Ti Znam"), e islandese ("Never forget" a cura di Greta Salomé e Jonsi), melodie solenni e intense: soprattutto i nordici hanno proposto una soluzione, quella dell'accoppiata uomo - donna che canta lanciandosi sguardi dolci e complici per poi prendersi per mano, che fino ai Sanremo di una decina d'anni fa faceva letteralmente venir giù il teatro. Uno dei momenti di massima suggestione l'ha offerto senz'altro la macedone Kaliopi con "Crno i belo", brano oscillante fra il classico melodico e il rockeggiante, ben arrangiato e interpretato coraggiosamente in madrelingua. (1 - Continua).

                                        Soluna Samay, danese: meritava di più