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sabato 10 febbraio 2018

FESTIVAL DI SANREMO 2018, LA QUARTA SERATA: TORNANO I DUETTI E ARRICCHISCONO SPETTACOLO E CANZONI. ULTIMO VINCE FRA I GIOVANI, MA C'ERA DI MEGLIO


Hip hip hurrah per Claudione nostro (oppure Ale-oò, per riprendere il titolo di un suo vecchio album). Fra le tante scelte coraggiose compiute da Baglioni nell'allestimento di Sanremo 2018, eccone una in apparenza banale, eppure di inestimabile valore per la riuscita complessiva della manifestazione: il ripristino della serata dei duetti. Un happening che, a partire dal 2005, aveva arricchito il Festival con performance originali e godibilissime. Negli ultimi anni era stata sostituita dal "giovedì delle cover", piacevole, per carità, ma con diversi limiti. Rappresentava un po' un corpo estraneo all'interno della struttura complessiva della rassegna, in quanto i cantanti Big per una sera abbandonavano il loro pezzo in concorso per rivisitare grandi evergreen, e alla lunga la trovata aveva mostrato un po' la corda, anche perché, nonostante l'indubbio sforzo di interpreti e arrangiatori, nessun "rifacimento" aveva fatto veramente breccia nel cuore degli appassionati, con la sola eccezione del "Se telefonando" in versione Nek, baciata da un successo clamoroso e, per certi versi, inspiegabile. E poi, parliamoci chiaro, è preferibile vedere gli artisti in gara rielaborare, impreziosire, dare una veste diversa alla canzone con la quale si sono iscritti alla competizione. Nella maggior parte dei casi, aiuta il telespettatore ad apprezzare maggiormente l'opera, a familiarizzare con essa, a coglierne sfumature che magari erano sfuggite ai primi ascolti. 
CANZONI "RISTRUTTURATE" - Così è stato, anche ieri sera. Il lungo "congelamento" non ha scalfito le potenzialità di questo particolare capitolo del Festivalone, anzi. Molte canzoni sono uscite decisamente valorizzate dal quid in più apportato dagli ospiti. Difficile fare una graduatoria; possiamo dire che le rivisitazioni si sono divise essenzialmente in tre categorie: c'è chi ha puntato semplicemente sulla forza dell'interpretazione in coppia, chi sul ricorso a strumentisti aggiunti, chi invece ha parzialmente ripensato il pezzo, persino con l'inserimento di parti nuove. In quest'ultimo gruppo, pur con soluzioni radicalmente diverse, Meta-Moro, Diodato-Paci, Stato Sociale e Kolors. I primi sono stati introdotti da un recitato di Simone Cristicchi, il quale, attingendo alla sua recente esperienza di teatro sociale, ha saputo dare la giusta intensità alla lettura di una lettera scritta dal marito di una delle vittime degli attentati targati Isis.
LA BATTERIA DI DE PISCOPO - Diodato e Paci, invece, si sono avvalsi di un Ghemon che ha aggiunto ad "Adesso" una parte inedita, un "ibrido" cantato - rappato. Gli Stato Sociale hanno "cabarettizzato" la loro "Una vita in vacanza", con un dialogo (non entusiasmante, in verità) fra il solista del gruppo e l'attore Paolo Rossi, affidando il ritornello al Piccolo Coro dell'Antoniano. I Kolors, infine, non hanno apportato grossi cambiamenti a "Frida", regalando però a Tullio De Piscopo lo spazio per un assolo finale di batteria, durante il quale Stash ha tentato, senza troppo successo, di trascinare e accendere il compassato pubblico della platea. 
INTERPRETAZIONI CLASSICHE - In molti sono invece andati sul classico, dividendosi semplicemente le parti di testo da cantare. Ma nella maggior parte dei casi si è trattato di una soluzione vincente: se la bella Skin non ha inciso più di tanto sulla performance delle Vibrazioni, la cui "Così sbagliato" è già di per sé sufficientemente vigorosa, Renzo Rubino ha sicuramente trovato il modo di far "arrivare" maggiormente al pubblico la sua complessa "Custodire", grazie all'ausilio della sensazionale Serena Rossi, un fenomeno come attrice, showgirl e, ebbene sì, anche cantante. Idem per Noemi con Paola Turci e Caccamo con Arisa: in entrambi i casi, c'è stata una fusione talmente perfetta fra le due voci da far pensare che, forse, i loro brani avrebbero avuto più efficacia se presentati in gara nella versione "in coppia". Non si può dire lo stesso per Ron, Barbarossa, Canzian e Noemi, i cui pezzi brillano comunque di luce propria, ma che comunque hanno potuto contare su partner (rispettivamente Alice, Anna Foglietta, Masini e Cammariere) preparatissimi e discreti, nel senso che si sono inseriti nella struttura originaria delle opere senza portare sconvolgimenti: su tutti, citerei comunque l'azzeccato abbinamento romanesco fra la Foglietta e l'autore di "Passame er sale". 
NERI PER CASO E MIDGE URE: CHI SI RIVEDE! - E' stato un piacere rivedere i Neri per Caso, che si sono calati alla perfezione nella malinconica ironia di "Arrivedorci" degli Elii, mentre Ana Carolina e Daniel Jobim hanno rappresentato i partner ideali per far bucare maggiormente lo schermo alla sofisticata e avvolgente "Rivederti" di Mario Biondi. Indubbiamente arricchita in voce e musica anche l'ottantiana "Lettera al Duca" dei Decibel, grazie all'apporto di Midge Ure (ricordate "Breathe"?). Nonostante l'impegno, Giusy Ferreri non è riuscita a far decollare più di tanto la proposta di Facchinetti e Fogli, così come Michele Bravi non ha aiutato molto Annalisa, la quale comunque se l'è cavata benissimo da sola con una performance vocale di notevole spessore. In generale, dunque, il pacchetto - duetti ha superato felicemente l'esame, in linea con l'elevato livello qualitativo che questo Festival numero 68 sta mostrando con sempre maggior decisione. 
GIOVANI: VINCE ULTIMO, MA NON ERA IL MIGLIORE - Una serata davvero piena di musica, quella di ieri, aperta dalla sfilata delle Nuove Proposte. Un'annata buona, tutto sommato, per la categoria degli esordienti: solo Leonardo Monteiro è parso datato e fuori tempo massimo. I migliori, più originali e fuori dagli schemi, sono stati Mirkoeilcane e Lorenzo Baglioni, con Mudimbi un gradino sotto; a mezza via tra tradizione e modernità, ma comunque orecchiabili, Eva e Giulia Casieri. Il trionfo di Ultimo non desta scandalo, "Il ballo delle incertezze" è un brano sufficientemente contemporaneo (si avvertono echi di Tiziano Ferro), che colpisce soprattutto per la parte conclusiva in cui si passa dal canto al rap; ma sono del parere che, in questa sezione, sarebbe meglio premiare chi porta un qualcosa di almeno parzialmente innovativo, come i tre maschietti prima citati. Anche la canzone di Lele, vincitrice dodici mesi fa, era di buon impatto, ma sostanzialmente è passata senza lasciar grosse tracce. 
FINALISSIMA: PAPABILI E OUTSIDERS - Poco da dire sugli ospiti: l'intervento di Gianna Nannini non è stato di quelli in grado di farsi ricordare, meglio Piero Pelù, soprattutto per il sacrosanto appello dell'ex Litfiba contro la violenza sulle donne; da dimenticare la comparsata di Federica Sciarelli, in linea con quella della Leosini di un paio di sere fa; sono state le uniche cadute di tono di un Festival per il resto in forma smagliante. Bisognerebbe dunque concludere parlando dei pronostici per il gala di chiusura. Le classifiche di queste sere hanno proposto delle tendenze, ma è difficile prevedere a cosa porterà il giudizio misto Televoto - Giuria di qualità - Sala stampa. Tanti i "papabili": Meta - Moro, Ron, Diodato - Paci, Vanoni con Bungaro e Pacifico, persino gli Stato Sociale, mentre sono accreditabili di exploit notevoli Annalisa e Kolors; Gazzè, Zilli, Avitabile - Servillo e Barbarossa stanno alla finestra: hai visto mai... Ora non ci rimane che goderci una finalona "old style", con tutti e venti i Campioni schierati ai nastri di partenza: non accadeva dal penultimo Sanremo di Baudo, nel 2007. 

mercoledì 23 gennaio 2013

LE MIE RECENSIONI: "MAI STATI UNITI"


Alti e bassi della nuova commedia comica all'italiana. Poiché non tutte le ciambelle riescono col buco, dopo "Colpi di fulmine", apprezzabile ancorché non trascendentale, il periodo natalizio da poco trascorso ci ha regalato anche, dello stesso filone, un "Mai stati uniti" che non convince del tutto, e che perde senz'altro il... derby tricolore sotto l'albero col più prestigioso rivale. Non una sconfitta umiliante, intendiamoci: le occasioni per ridere il film di Carlo Vanzina le offre, ma si tratta di una comicità un po' stiracchiata, di certo meno efficace e incisiva. Affidata alle prestazioni individuali più che alla necessaria coralità, che pure avrebbe trovato la strada spianata da una trama tutto sommato ben congegnata, ancorché sviluppata in maniera sostanzialmente piatta e convenzionale: cinque persone che scoprono di essere fratelli soltanto nello studio di un notaio, al momento della lettura del testamento del padre mai conosciuto, e che, per entrare in possesso dell'eredità, devono recarsi negli Stati Uniti per disperdere le ceneri del caro estinto.
SPUNTI INDIVIDUALI - Ecco, l'impressione è che i cinque protagonisti non abbiano trovato l'intesa perfetta, la fusione filmica ideale fra i rispettivi stili recitativi, come una squadra di calcio costruita con grandi nomi ma a cui l'allenatore non riesce a dare il proverbiale amalgama. Ne scaturisce un film riuscito a metà, la cui brillantezza viene affidata più che altro, come detto, agli spunti dei singoli: ma in situazioni come questa le differenze di talento emergono in maniera più netta, e vengono soprattutto messe a nudo le carenze di chi, pur valido, è artisticamente un po' più indietro rispetto agli altri, o magari anche solo a disagio in un habitat a lui non confacente, con la conseguenza che tutta l'opera perde in freschezza e mordente e risulta alterna e disomogenea, fra momenti di indubbia vivacità e bruschi cali qualitativi.
SALEMME VS VERNIA: IL GENOVESE E'... SENZA VELI - Nel dettaglio, agli antipodi risultano le prestazioni di Vincenzo Salemme e Giovanni Vernia: il primo sguazza e svetta in un contesto comunque non eccelso, il secondo risulta spesso un pesce fuor d'acqua, a conferma di come lo stile da cabaret televisivo quasi mai si concili con il grande schermo: una comicità fatta di tormentoni (nel caso specifico, l'imitazione continua e financo ossessiva della voce di De Niro - Amendola), che in questo ambito risulta fine a se stessa e avulsa dalla storia. Una prestazione, quella dell'ingegnere elettronico genovese, che in definitiva passerà alla storia solo per un suo fugace nudo frontale integrale, che peraltro ben poco deve destare scandalo. In proposito mi son sempre chiesto: perché al cinema i nudi totali femminili vengono sempre elargiti con generosità mentre per gli uomini certi particolari devono essere esposti il meno possibile? Riflettendoci è una scelta senza senso logico o artistico, dettata niente più che da un maschilismo retrivo o da un malinteso gusto estetico: in questo caso, almeno Vanzina si mostra un passo avanti, anche se codesto exploit non aggiunge e non toglie alcunché al suo prodotto...
AMBRA E GLI ALTRI - In mezzo ai due estremi, gravitano gli altri tre primattori senza infamia e senza lode, pur non demeritando: tuttavia, Ricky Memphis pare meno "in palla" rispetto ad altre sue prestazioni, Ambra (sempre più bella, va detto) se la cava nel ruolo della giovane donna iper stressata ed esaurita, Anna Foglietta continua a imperversare con la sua coattitudine, questa volta però un po' troppo sopra le righe, eppure unico espediente per "valorizzare" un personaggio di scarsa consistenza: ma la ragazza ha una verve che le permetterebbe di esplorare territori attoriali ben più audaci, peccato. Fornisce una buona prova il giovanissimo Andrea Pittorino (nel film il figlioletto di Memphis), fin troppo disinvolto e sicuro di sé vista l'età (più a suo agio di qualche suo collega adulto, come visto), tutto sommato una variante gradevole in un canovaccio narrativo piuttosto prevedibile, mentre oltremodo malinconico risulta il cameo di un Mario Mattioli non esuberante come in altre circostanze, con un'interpretazione quasi da timbratura del cartellino. Anche l'avventuroso viaggio negli Usa, fulcro della storia, finisce per svilupparsi attorno a canoni triti e già ampiamente esplorati da altre opere simili: dalle situazioni esilaranti scatenate dagli equivoci linguistici, alla fortuna tentata a Las Vegas, passando per le corse in auto attraverso i suggestivi paesaggi americani, con tanto di indiani superstiti, l'inventiva sembra essersi fermata agli anni Ottanta, o giù di lì.
MEDIOCRITA' - Restano dunque alcuni siparietti oggettivamente ben riusciti, sui quali si regge la fragile impalcatura di una pellicola che prometteva di più: le cose migliori arrivano dal duo Salemme - Memphis alle prese con le... impiegate di un bordello scambiate per le figlie di un meccanico, con tutti i divertenti malintesi che ne seguono, dalla Foglietta che dispensa consigli di seduzione "di grana grossa" alla complessata Ambra, e ancora da Memphis ossessionato dal tentativo di fornire al figlio un'immagine vincente di sé, che raggiunge il culmine allorquando si trova coinvolto nella fuga di un rapinatore. Poco più che sufficiente a salvare il film, che resta comunque confinato in un cono d'ombra di aurea mediocrità.

venerdì 28 dicembre 2012

LE MIE RECENSIONI: "COLPI DI FULMINE". IL CINEPANETTONE E' MORTO, ABBASSO IL CINEPANETTONE



La saga dei cinepanettoni è una storia finita? Sembrerebbe di sì, a giudicare da "Colpi di fulmine", strenna in celluloide confezionata dalla coppia Christian De Sica - Neri Parenti per queste vacanze natalizie 2012/2013. Lo stacco rispetto ai ben poco illustri predecessori pare infatti piuttosto netto. Consentite un sospiro di sollievo: le ultime versioni di questa tradizione cinematografica di fine anno (lontanissime dalla semplice genuinità del capostipite targato 1983) avevano mostrato ampiamente la corda, ad essere buoni, attingendo in misura sempre più massiccia al cattivo gusto (in tal senso, "Natale in Sudafrica" del 2010 raggiunse "vette" inarrivabili) e avvitandosi verso una assoluta povertà di battute e situazioni esilaranti, parabola discendente che nemmeno il defilarsi dell'iper sopravvalutato Massimo Boldi, classico esempio di comico che non fa ridere, aveva consentito di arginare. 
Con "Colpi di fulmine" si sale di tono, per fortuna. Certo, la comicità continua spesso ad essere "di grana grossa", senza cioè raffinatezza di scrittura o grossi picchi di originalità: ma si torna a ridere "pulito", vivaddio,  lasciandosi alle spalle quel retrogusto amaro che si provava di fronte al trash più spinto, agli eccessi pruriginosi, a scene semplicemente inqualificabili come quelle con gli animali e le loro... sostanze organiche ampiamente sciorinate nel citato episodio africano. Si ride spesso di gusto, in maniera sempliciotta, forse, ma personalmente a una pellicola natalizia leggera, dopo un anno cupo, sinceramente non mi sentivo di chiedere di più. 
UN OMAGGIO A PAPA'... - Due episodi ben distinti, senza punti di contatto o intrecci di trama: formula in apparenza fuori dal tempo eppure da riscoprire, visto che soprattutto negli anni Settanta / Ottanta, quando venne ampiamente praticata, produsse per questo stesso filone autentiche opere cult. Nel primo c'è un De Sica oramai abile mestierante ma comunque capace di recitare sempre con discreta brillantezza. La vicenda del falso prete (scanzonato omaggio, forse, di Christian al papà Vittorio de "I due marescialli"), travolto dalle pene d'amore nel momento meno opportuno, viene resa con sufficiente efficacia da una sceneggiatura tutto sommato frizzante, compresa anche l'immancabile strizzatina d'occhio alla contemporaneità tecnologica (la Santa Messa recitata con l'aiuto di You Tube è uno dei momenti più riusciti dell'intero film).
SORPRESA ARISA - Spiazzante in senso negativo la scena iniziale dell'incidente d'auto, benché ovviamente senza conseguenze nefaste: lo confesso, mi ha lasciato addosso un certo turbamento, e l'ho trovata decisamente fuori posto ed evitabile in un contesto così ridanciano. Arisa, nei panni della perpetua, è una rivelazione: sebbene paia, comprensibilmente, uno po' legata e "scolastica" in certe movenze sceniche, la sua recitazione scorre via fluida e convincente, e non solo per la parlata "lucana" che ne accentua comunque il carattere di piacevole macchietta. Anno dopo anno lo spaurito scricciolo del primo Sanremo si sta scoprendo artista poliedrica, sebbene ancora da "smussare" in diversi angoli. Vale la pena insistervi. 
BARBATO FUORI CONTESTO, CHIARA SANI OK - Il ricorso a uno dei nuovi "divi" del piccolo schermo, Simone Barbato, il mimo di Zelig e di "Avanti un altro!", conferma il talento specifico di questo personaggio che ha trovato una via nuova al cabaret, tuttavia il ragazzo pare avulso dal contesto, una presenza che sostanzialmente nulla aggiunge al film sotto il profilo della carica esilarante e degli sviluppi della vicenda narrata: la scelta di infilare nel cast il volto televisivo del momento, facendogli fare grosso modo ciò che fa in tv, può essere considerata uno scaltro espediente per suscitare ulteriore curiosità attorno alla pellicola e catturare fasce di pubblico più catodiche che cinefile: ci può stare, non è la prima volta e non sarà l'ultima. Poco convincente e scarsamente spontanea Luisa Ranieri, molto meglio la sua "spalla", la rediviva Chiara Sani, sciolta e spigliata e però confinata in un ruolo risicato assai (è il suo destino: bravina, bellina, simpatica ed esuberante, non ha mai trovato una collocazione e un'identità artistica precise), sorvolando sul fatto che fisicamente, per lei, gli anni sembrano non passare mai, anzi... 
LILLO E GREG SUGLI SCUDI - In ogni caso, più incisivo e ben congegnato l'episodio 2, una versione innovativa e non rimasticata dell'inflazionatissima, a livello cinematografico, favola dell'amore fra il nobile / ricco / altolocato e la popolana. Episodio che ha anche il merito di rivelare le insospettabili doti da comici tradizionali di Lillo e Greg, che abbiamo imparato a conoscere alle prese con modalità recitative un tantino più sofisticate, con una comicità stralunata, non convenzionale, sperimentale e per questo non sempre in grado di toccare le corde del grande pubblico. Il duo romano si trova invece qui confezionato su misura un vestito "nazionalpopolare", teso a strappare la risata facile senza tuttavia ricorrere a sketch scontati e banali. I personaggi calzano loro a pennello (Greg l'ambasciatore altero, di nobile rango e grondante cultura, Lillo l'autista "romano de Roma" ma dal curriculum... insospettabile) e il loro brio consente alla vicenda di non subire cali di tensione. 
ANNA FOGLIETTA, UNA SICUREZZA - Ottima coprotagonista è Anna Foglietta, senza sbavature nel ruolo della coatta romanaccia (negli ultimi anni il cinema italiano si è fastidiosamente riempito di "coattitudine" fino all'esasperazione, e fornirne versioni gradevoli senza provocare insofferenza nello spettatore è comunque impresa non da poco...); la "Jennifer Lopez de noantri" conferma così di possedere talento e un buon eclettismo attoriale, pur essendo forse la meno reclamizzata ed esposta mediaticamente fra le tante attrici italiane dell'ultima leva. Attorno ai tre, uno stuolo di buoni esponenti dell'universo "caratteristi", gli eredi, anche se non con la stessa classe, dei vari Bombolo e Cannavale, da Lallo Circosta al duo Pignotta & Avaro che avrebbe forse meritato più spazio, alla luce della verve che sa mostrare nei suoi spettacoli teatrali. E, a proposito di caratteristi, senz'altro meritevole di segnalazione, per i cultori di tutto ciò che è anni Ottanta  e Novanta, la presenza nel cast di Luis Molteni e Armando De Razza. Mitici, come diciamo noi nostalgici di quelle epoche...
Peccato che i due mini - film perdano un po' di brio in dirittura d'arrivo, con finali scontati che potevano magari essere resi un tantino più movimentati con qualche risvolto imprevedibile e fuori dagli schemi. Ma in definitiva un buon prodotto, che non fa gridare al miracolo ma fa riscoprire la leggerezza del sorriso non greve, non sboccato, non scollacciato. Sì, del cinepanettone propriamente detto non sentiamo davvero la mancanza.

martedì 25 ottobre 2011

LE MIE RECENSIONI: EX - AMICI COME PRIMA

Chi l'ha detto che il cinema italiano non sia più in grado di produrre commedie leggere di qualità, nel solco della più creativa e prospera tradizione nostrana? Certo, è pur vero che personaggi come Sordi, Manfredi e Tognazzi padre, e i tanti film che li videro protagonisti, rimangono al momento inavvicinabili, ma sarebbe ingiusto negare il fatto che stia finalmente sbocciando una generazione di attori brillanti e talentuosi, capaci di inondare di brio e di felici trovate le sceneggiature loro affidate. 
"Ex - Amici come prima" di Carlo Vanzina, da qualche settimana nelle sale, è un esempio di quanto detto. La pellicola si snoda attraverso le diverse vicende  di una serie di coppie che… scoppiano e si riaccoppiano: c'è chi, come Vincenzo Salemme e Tosca d'Aquino, nei panni di un importante uomo politico italiano e dell'avida moglie, sembra inizialmente andare d'amore e d'accordo, ma in realtà il fuoco cova sotto la cenere e a far esplodere il dissidio sarà nientemeno che il premier di un immaginario Paese dell’Est europeo (Repubbliche baltiche), impersonato da Natasha Stefanenko; c'è chi vive momenti di dubbi e di tentazioni appena dopo le nozze, come il neo sposino Enrico Brignano con la fin troppo premurosa Teresa Mannino, e c'è infine chi si ritrova single e la prende molto molto male (Ricky Memphis e Gabriella Pession) o con il piglio dell'uomo e della donna di mondo rotti a tutte le esperienze (Alessandro Gassman e Anna Foglietta), ma finisce comunque col ritrovare l'amore attraverso le vie più tortuose e impensate. 
Il risultato è un filmetto agile e gradevole, sostenuto da una sceneggiatura magari non originalissima ma solida e priva di autentici tempi morti (il mestiere della Vanzina family emerge in tutto il suo spessore), impreziosita da un cast assemblato con sapienza e ottimamente amalgamato, con interpreti persino sorprendenti per vivacità e brillantezza. Se Gassman è un animale da palco e da pellicola che nella parte dell’uomo vissuto, affascinante e spiritoso eppur romantico trova la sua collocazione ideale, Teresa Mannino non avverte minimamente il passaggio dal piccolo schermo, con i suoi tempi comici e i suoi schemi, alla ribalta cinematografica. Gabriella Pession abbina all’indubbio fascino anche una spontaneità recitativa e una vis comica su cui presto ritorneremo in altro articolo, mentre non sorprende Enrico Brignano, una macchina da risate e un geniale improvvisatore (certe scene, in effetti, sembrano reggersi anche su alcune sue intuizioni “a braccio”, cosa che del resto tutti i grandi comici del passato hanno ammesso di aver fatto spesso durante le riprese dei loro film).
Paolo Ruffini continua a recitare la parte del giovin toscanaccio giovialone, sempre allegrotto e disinvolto negli atteggiamenti e nel linguaggio: bene, è il suo momento e per ora è giusto così, a patto che non finisca col rimanere prigioniero del personaggio. Forse un po’ troppo impostata e schematica la splendida Anna Foglietta, non del tutto convincente Memphis nel ruolo del single disperato, sorprendente la Stefanenko, credibile nelle vesti seriose dell’eminente personalità politica e in quelle dell’amante sospesa fra tentazione dell’avventura e rispetto per un marito che non la rende felice; la coppia Salemme – D’Aquino strizza un po’ troppo l’occhio a certi abusati cliché della napoletanità (abbastanza pesantuccia e stucchevole la storpiatura in chiave… baltica del brano “Funiculì funiculà”, che l'attore usa per conquistare la bella Natasha) ma ne esce tutto sommato bene, soprattutto la versatile Tosca, non più solo ridanciana e solare ma in versione carrierista e acchiappa – soldi.
Non mancano le scene destinate a diventare autentici cult: la lettera immaginaria e improvvisata di Brignano alla moglie Teresa Mannino, e il single impenitente Ruffini che viene aiutato a infilarsi un preservativo dai disinvolti familiari dell’amichetta di turno.  Nulla di originale (la scena della lettera è una pietra miliare del cinema italiano, e leggo in rete che anche quella del profilattico non è una novità assoluta) ma se le variazioni sul tema sono ben riuscite, che male c’è? Infine, anche qualche velato riferimento, nei dialoghi Stefanenko – Salemme, alla attuale situazione italiana, ossia alla moralità privata dei politici in quanto personaggi pubblici. Ci può stare.