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mercoledì 1 agosto 2012

GENOA IN VENDITA, LO MONACO VIA: PREZIOSI, CI FACCIA CAPIRE...

                                   
Trovare una definizione unica e caratterizzante per l'Enrico Preziosi dirigente (sull'uomo non è lecito sindacare per chi non lo conosca a fondo) è oltremodo difficile, quasi impossibile. "Volubile" è l'aggettivo più calzante che mi viene in mente, alla luce della gestione quantomeno "ondivaga" della società Genoa nell'ultimo anno e mezzo. Certo, volubili sono anche certi tifosi, ai quali è bastata una intervista (che in realtà era più un monologo...) rilasciata ieri sera a una emittente locale genovese per tornare a sostenere l'amato "Prez", dopo che, nei giorni precedenti, in molti gliel'avevano giurata, promettendogli una stagione gonfia di contestazioni. Mutevoli umori del "tifosopiteco", detto simpaticamente: volubilità, per l'appunto. 
Quando può parlare a ruota libera, senza essere insidiato da domande puntute e "cattive" dell'intervistatore di turno (e di interviste "aggressive" nel giornalismo italiano se ne vedono poche, il problema è sistemico e non contingente), l'intervistato appare sovente più convincente e ragionevole di quanto in realtà sia. Ma la ragionevolezza, la lucidità, il sano realismo sfoderati nella circostanza dal Joker non possono mascherare quello che era, e rimane, un clamoroso autogol, uno dei peggiori nella storia recente del Grifone: il divorzio fulmineo da Pietro Lo Monaco. 
NEMMENO DUE MESI - Meno di due mesi fa, pubblicai sul blog un post dal titolo "Il nuovo Genoa: ciò che si chiede a Lo Monaco" (lo potete leggere qui): in esso, sottolineavo senza mezzi termini la positività e l'importanza "esplosiva", a breve, medio e lungo termine, dell'approdo in casa rossoblù del dirigente ex Catania. Uno degli uomini di calcio più capaci e apprezzati della Penisola, una vera volpe del mercato (con particolare predilezione per quello sudamericano): ma, soprattutto, un uomo "di polso", in grado di dare finalmente una direzione stabile alla rotta di un Genoa che, nelle ultime due stagioni (segnatamente dopo il fallimento della costosissima campagna di mercato estiva 2010) aveva smarrito la trebisonda, navigando a vista, senza un progetto tecnico preciso, con allenatori cambiati vorticosamente e un andirivieni di giocatori talmente massiccio da far girare la testa, con i migliori della rosa sempre in vetrina a disposizione del miglior offerente e l'arrivo sempre più numeroso di modesti e inaffidabili pedatori d'oltrefrontiera, con tanti saluti alla caratura tecnica e all'identità tattica del team. 
CLUB DA RIORGANIZZARE - Ecco, con Lo Monaco in plancia di comando tutto ciò sarebbe dovuto finire o quantomeno attenuarsi fortemente, complice il tanto sbandierato passo indietro di un Preziosi deciso a prendersi una pausa di riflessione, dopo una stagione altamente negativa e dopo il fattaccio di  Genoa - Siena. Un Lo Monaco quasi plenipotenziario ed energico nella gestione di "casa Genoa" sarebbe stato un evidente toccasana, in grado di rigenerare strutture e morale all'interno del club e di garantire al sodalizio calcistico più antico d'Italia un futuro più equilibrato. Con queste motivazioni Lo Monaco pareva esser stato preso, e il suo ingresso sulla scena genoana, certo non con i piedi di piombo, confortava la speranza nella nascita di un nuovo Grifo, magari non scintillante come quello gestito sul campo dagli impagabili Gasperini e Fabrizio Preziosi (un dirigente che non verrà mai abbastanza rimpianto) ma di certo autorevole e non più porto di mare e "passerella" per giovani in rampa di lancio. 
OCCASIONE PERDUTA - Per tutto questo, il Joker non doveva assolutamente lasciarsi sfuggire il signor Lo Monaco. Perdere un dirigente così, nel bel mezzo della preparazione, a mercato ancora da ultimare, significa fare cento passi indietro quando se ne potevano fare cento in avanti: De Canio cerca di tenere l'attenzione concentrata sul campo, di creare una campana di vetro attorno alla truppa, ma un divorzio del genere non potrà non causare traumi, sbandamenti, vuoti organizzativi in una compagine societaria e tecnica che stava cercando faticosamente di ritrovarsi, di ricostruirsi dopo una stagione da incubo. 
Il Genoa aveva necessità di essere rivoltato come un calzino, per tornare a intravedere non dico un progetto calcistico vero e proprio (che nella squattrinata Serie A attuale non ha quasi più nessuno, forse solo la Roma degli americani) ma una linea tecnica e operativa plausibile e non mutevole un mese sì e un mese no; ne aveva necessità anche per avvicinarsi a molti tifosi certo contenti della lunga permanenza nella massima categoria, e ci mancherebbe pure, ma altrettanto certamente disorientati da anni di campagne di mercato condotte senza il necessario rigore tattico, dai giocatori che arrivavano ad agosto e a gennaio andavano via, da dichiarazioni presidenziali evitabili e discutibili (come il dire, in pieno inverno, "non vedo l'ora che questo campionato finisca": davvero un bel modo per caricare il gruppo). 
Il Genoa, nessuno me lo toglierà dalla testa, aveva un bisogno feroce, quasi disperato di uno come Lo Monaco, che non è un dio sceso in terra,  ma semplicemente l'uomo giusto al posto giusto come lo fu lo stesso Prez nel 2003. E qui torniamo all'intervista di ieri sera: dire che il divorzio si sia consumato per divergenze sulla gestione della società ("Avevamo visioni diverse - ha sostenuto il patron in tv - Lui voleva perseguire un progetto sportivo, io voglio mettere a posto il Genoa per poterlo cedere") ha dell'incredibile, posto in questi termini, e nemmeno una dichiarazione congiunta dei due inneggiante alla pace, all'armonia, al "ci siamo separati ma ci stimiamo ancora profondamente", potrà farmi cambiare idea.

                               Lo Monaco - Genoa: un addio consumatosi troppo in fretta

DIVERGENZE - Sì, perché questo fraintendimento è veramente abnorme, pazzesco: non c'era in ballo una "quisquilia", un dettaglio organizzativo come tanti, ma la vera e propria filosofia a cui si sarebbe dovuta improntare la gestione societaria nell'ottica di un prossimo cambio di proprietà. Una cosa epocale, uno di quei passaggi che incidono profondamente sulla vita e sulla storia di un'azienda. Ergo, un concetto sul quale non sono ammissibili fraintendimenti: sono questioni che vanno chiarite subito, non quando il nuovo collaboratore è al lavoro da due mesi. 
Non è una vicenda che si possa liquidare con l'amara leggerezza mostrata da Preziosi: o c'è stato un deficit di comunicazione interno agghiacciante per quanto è stato clamoroso, oppure, se invece i compiti attribuiti a Lo Monaco erano stati chiari a tutti fin dal principio, forse l'ex catanese ha esagerato e allora bisognerebbe ricalibrarne al ribasso l'ottima fama che lo accompagna nel mondo del pallone. Sapere come effettivamente siano andate le cose non è aspetto di secondaria importanza. E comunque, il modo in cui si stava muovendo Lo Monaco era davvero così in contrasto con la volontà presidenziale di far quadrare i conti per poi passare la mano? Io non ho avuto questa sensazione: riorganizzare lo staff facendo chiarezza sui ruoli, chiedere rispetto mediatico per i colori rossoblù (ultimamente sbertucciati ben al di là dei demeriti), dichiarare incedibili non più di due o tre giocatori di spessore quando comunque c'era e c'è la possibilità di far cassa con altri, battere vie di mercato più logiche e razionali di quelle degli ultimi dodici mesi: cosa c'era di sconveniente in tutto ciò? 
PREZIOSI STUFO - Preziosi è stufo del Genoa e del calcio, e vuole vendere, però nel contempo torna sulla tolda di comando con pieni poteri a dettare la linea. Boh. Cioè, benissimo, il Genoa è suo, e, a parte l'ultimo anno e mezzo, i risultati sono totalmente dalla sua parte, e il bilancio della sua gestione non può non essere considerato attivo:  la promozione in A conquistata in una B con la Juventus Mondiale e il Napoli; il quarto posto ex aequo con la Fiorentina, dopo aver mostrato il miglior calcio d'Italia; l'Europa League conclusa dignitosamente ai gironi dopo una sfida quasi alla pari col Valencia di David Villa; i cinque derby vinti in quattro anni e la conseguente riconquista della leadership cittadina; i conti finanziari in ordine; la parte sinistra della classifica quasi costantemente mantenuta, con la pericolosa eccezione del 2012; il lancio e rilancio di tanti giocatori di alto profilo, da Milito a Thiago Motta, da Ferrari a Palacio; la restituzione alla società di una credibilità interna e internazionale dopo anni con le pezze al sedere. Ma è altrettanto incontestabile che ultimamente il patron non sia stato né sereno, né lucido nel programmare le strategie del club: ci consenta di dire che questi ripensamenti, questi misunderstanding su questioni vitali, non possono non lasciare disorientata la piazza. E non parlo di quei genialoidi che fin dal 2005 sono suoi irriducibili contestatori anche a dispetto dell'evidenza, e che ora ovviamente godono nel dire: "Avete visto? Lo dicevo io che ci avrebbe mollati per strada, prima o poi"; sì', grazie, solo che voi lo dite da quasi dieci anni, della serie "io continuo a ripetere che pioverà, tanto prima o poi qualche goccia dovrà pur cadere"...): parlo dei tifosi normali, quelli che non studiano contestazioni durante la settimana, ma che vorrebbero solo andare allo stadio a mente sgombra, trovando un Genoa competitivo e guidato dai vertici con mano salda. 
Nell'ultimo anno entrambe queste cose sono mancate, e aprire la stagione del desiderato riscatto sul campo con dichiarazioni di nausea, di distacco, di demotivazione, in certi passaggi addirittura ostili ("Solo l'idea di correre come una volta sotto la gradinata mi fa rabbrividire": Presidente, le torture sono altre...), e con gli stravolgimenti organizzativi di cui si è detto, beh, non è il massimo della vita, ne converrà. Si può benissimo cercare un compratore, ma con discrezione. Perché nel mondo d'oggi, e ancor più marcatamente nel mondo del football, saper comunicare è tutto. Lo Monaco ci riusciva, magari indulgendo talvolta alla retorica, ma tutto fa brodo. Ecco: se vogliamo proprio dire un terreno sul quale Preziosi, nella sua quasi decennale presidenza grifonesca, ha clamorosamente fallito, è quello della comunicazione. 

giovedì 7 giugno 2012

IL NUOVO GENOA: CIO' CHE SI CHIEDE A LO MONACO



Pietro Lo Monaco è dunque entrato ufficialmente nel "mondo Genoa", ed è come se, improvvisamente, si fosse passati dalla notte al giorno. Le prime dichiarazioni di intento del nuovo Amministratore Delegato, che, come auspicavamo su questo blog giorni fa, sarà in pratica il plenipotenziario del club rossoblù dopo il previsto "passo indietro" di patron Preziosi, hanno segnato un cambiamento totale rispetto al modus operandi dell'ultimo biennio. 
PORTE GIREVOLI - Che ultimamente si fosse presa una piega deprecabile, in casa del Grifone, non è opinione personale e discutibile, ma dato di fatto confermato incontrovertibilmente dal campo: la salvezza acciuffata per i capelli a fine campionato è stata il frutto di una gestione societaria lacunosa, riflessasi in maniera nefasta soprattutto sulla prima squadra: mercato compulsivo, la rosa trasformata in un motel dalle porte girevoli, giocatori che andavano e venivano senza creare un minimo di continuità tecnica, una base su cui poter costruire uno straccio di progetto, arrivo di stranieri improponibili per le nostre ribalte e i migliori elementi messi costantemente e ossessivamente in vetrina al motto di "se bussa una grande noi ci siamo".
Un'opera, quest'ultima, in cui ha... brillato soprattutto il diesse Capozucca, che pure tanti meriti ha accumulato, dal 2004 in poi, nella costruzione di un Genoa di nuovo vincente dopo le vacche magrissime delle ere Scerni e Dalla Costa: il continuo ripetere, fino a pochissimi giorni fa, frasi del tipo "Palacio merita una grande piazza" è atteggiamento che personalmente considero di una gravità inaudita: come se il direttore di una qualsiasi azienda dicesse che i suoi dipendenti non devono restare là, che meritano di andare a lavorare altrove. Davvero un bel modo di creare un ambiente lavorativo compatto, vincente, motivato e produttivo...
IL GENOA AL CENTRO - Ecco, il dirigente ex Catania (e soprattutto ex Udinese) ha svoltato del tutto, in questo senso: nel suo "piano di lavoro" il Genoa, con la sua storia, il suo carisma passato e presente, deve ritornare "al centro". Non più luogo di passaggio per giovani campioncini insofferenti e, fin dal secondo giorno di permanenza in rossoblù, desiderosi di trasferirsi in una delle squadre metropolitane. E basta, basta davvero con la totale condiscendenza, quasi sudditanza, nei confronti delle "grandi": il che, naturalmente, non vorrà dire stop alle vendite di giocatori, ma semplicemente una maggiore attenzione nel valorizzare il proprio patrimonio tecnico e nel fidelizzare gli elementi più validi, almeno per il periodo di tempo necessario a lasciare un segno in questa piazza: e, quando si dovranno vendere pezzi pregiati, perché è ovvio che accadrà ancora, che lo si faccia in maniera oculata e calibrata, senza che, cioè, questa necessità di natura economica porti al progressivo depauperamento di valore della rosa, come è accaduto in maniera evidente nel corso delle ultime stagioni.
VIVAIO - E ancora, finalmente, via libera a un adeguato sfruttamento "interno" del vivaio: interno, nel senso che, deo gratias, sarà la volta buona che qualcuno dei talentini espressi negli ultimi tempi dal settore giovanile genoano (Primavera pluridecorata, ricordiamolo) possa essere ammirato sul prato di Marassi in casacca rossoblù, invece di usarlo subito come merce di scambio: e in tal senso è anche già stato fatto un nome, quello del portierino Perin, che dopo un anno di ottimo apprendistato in B col Padova potrebbe tornare, è nei voti di Lo Monaco, a giocarsi il posto da titolare in A con Frey, invece di essere utilizzato per far cassa e dirottato verso la panchina (o la tribuna, più verosimilmente) di qualche società blasonata e zeppa di stranieri. 
LE PAROLE CONTANO - Certo, al momento sono più che altro parole: ma sono parole che da anni non si sentivano in casa rossoblù: fra un diesse poco incline alle battaglie di mercato e un presidente sempre più stanco e disamorato (non del Genoa, ma dell'ambiente calcio in generale, e come dargli torto?), l'atmosfera, lo ripeto, era quella del "club di ripiego": di lusso, si intende, ma pur sempre ripiego. Un'atmosfera che sollecitava amarezza e frustrazione nella tifoseria, e distacco eccessivo nei confronti della causa rossoblù da parte di certi presunti campioni. E, a volte, anche le parole sono importanti per caricare l'ambiente.

                                         Pietro Lo Monaco, nuovo ad genoano

ATTACCO MEDIATICO - A Lo Monaco, però, si chiede qualcosa di più: farsi sentire, e sentire per benino, nei confronti dei grandi media. E' fuori di dubbio, al di là dei complottismi più o meno forzati, che in queste settimane il Genoa sia sotto attacco mediatico. Tirato in ballo, quasi sempre a sproposito, nello scandalo delle scommesse e delle combine. Sembra che tutto il marcio del calcio italiano sia concentrato a Genova, ovviamente sponda rossoblù: si è arrivati al paradosso di mettere sotto accusa un derby, quello del maggio 2011 che sancì di fatto la retrocessione della Samp, avanzando sospetti di "aggiustamenti" senza tirare in ballo alcun componente dell'universo blucerchiato.
Ma questa è solo l'ultima di una serie di circostanze paradossali: merita la citazione un articolo di un importante quotidiano sportivo, che un paio di giorni fa ha riportato, sul suo sito, le confessioni del calciatore Ruopolo a proposito dell'aggiustamento di partite contro Frosinone, Salernitana e.... Genoa, ovviamente!! Notizia priva di fondamento, sarebbe bastato fare una rapida verifica per rendersi conto che Ruopolo non incrocia i colori rossoblù da anni e anni. Come per magia, dopo poche ore il nome del club genovese sparisce, sostituito prima da quello dell'Ancona e poi dal Rimini. Che dire? Che una volta tale giornale era l'università del giornalismo sportivo italiano (e non solo), e oggi si permette di diffondere simili sciocchezze senza uno straccio di verifica.
Pubblicare notizie rigorosamente verificate è (sarebbe...) una delle regole aureee del giornalismo: per lo stesso motivo, del tutto inaccettabile è da considerarsi anche la diffusione, all'interno di un importante tg serale, di un servizio contenente una serie di fantasiose ipotesi giallo - romanzesche sulla presunta (molto presunta) combine del già citato derby, ipotesi non suffragate, al momento, da neppure uno straccio di prova.
IL FAIR PLAY NON PAGA - Ecco, Lo Monaco, in qualità di figura di rappresentanza del Genoa, dovrà mettere dei paletti anche in questo senso: perché se tutti, in questi anni, si stanno permettendo di sparare impunemente sul Genoa, è anche perché a Pegli e dintorni non trovano alcuna opposizione. Si è scelto per troppo tempo un basso profilo comunicativo, vuoi per dare una immagine di signorilità che tuttavia non ha attecchito (se è vero che oggi il Genoa è per tutti il Diavolo) vuoi perché Preziosi non aveva scelta: ogni volta che alzava un tantino la voce, la risposta era sempre la stessa: "Zitto tu, hai comprato una partita e hai ancora il coraggio di parlare?". Preziosi, e soprattutto il Genoa, hanno pagato in maniera abnorme per i fatti del 2005, ma hanno pagato, eccome: assai più dei tanti invischiati in Calciopoli 2006, i quali peraltro, al contrario del Joker, continuano ad essere portati in palmo di mano dalla stampa compiacente. 
Già, la stampa: poiché il giornalismo italiano, uno dei peggiori d'Europa, è, tradizionalmente, debole coi forti (sempre prono agli interessi dei partiti politici e dei potentati economici, altro che equidistanza e sentinelle della democrazia...) e forte coi deboli, ciò che occorre è essere forti e inflessibili: messo da parte il fair play comunicativo, alzo zero, senza alcuna pietà, verso chi spara sul Genoa senza fondamento. Querele e risarcimenti milionari sono il miglior argomento per chi infanga a casaccio senza avere il coraggio di andare a toccare chi andrebbe davvero toccato. Lavori molto su questo, Lo Monaco: perché si è ancora in tempo per arrestare la macchina del fango, a patto di non cincischiare ulteriormente. Fermo restando che chi ha davvero sbagliato, fra scommesse e altri traffici loschi, dovrà davvero pagare, e pagare caro. Ma non venendo condannato anzitempo sui giornali. 

venerdì 18 maggio 2012

GENOA - BILANCIO STAGIONALE: CIO' CHE SARA' (2)


                                          De Canio: ha salvato il Grifone, ma resterà? 

NUOVO ASSETTO SOCIETARIO - Enrico Preziosi si è congedato dal campionato dicendosi stanco e dubbioso se continuare o meno. Secondo me continuerà (e mollerà il Genoa, quando sarà il momento, solo dopo averlo lasciato in mani davvero adeguate): ha unicamente bisogno di ricaricare le pile dopo una stagione che gli ha procurato stress inattesi non solo sul piano calcistico (i fatti di Genoa - Siena, di cui ho diffusamente parlato in altro post, hanno lasciato una ferita profondissima), e, soprattutto, di riflettere davvero, come forse non ha mai fatto nella maniera adeguata negli ultimi anni. Riflettere su un sistema di gestione del club che, da un certo punto di vista, è l'unico praticabile per una società media come il "Zena" (comprare giovani promesse o atleti da rilanciare, valorizzarli e poi rivenderli a prezzi maggiorati), ma che può essere attuato in maniera più moderata, saggia, equilibrata. 
Anche in questo caso, non scopro l'acqua calda: il tourbillon continuo ed incessante di giocatori potrà forse divertire gli appassionati di calciomercato (fra i quali non mi annovero), ma in questi anni è parso a volte fine a se stesso, volto a mutare assetto a squadre che non necessitavano di stravolgimenti, che potevano essere confermate nelle linee cardine per una stagione in più (almeno) senza arrecare eccessivo nocumento alle casse societarie; in linea di massima, questo andirivieni è nemico della strutturazione di una realtà tecnica in grado di durare nel tempo, di una progettualità che passa in primis dalla costruzione di un nucleo stabile di giocatori, da modificare moderatamente e gradualmente, e attorno al quale operare tutti gli esperimenti che si ritengono opportuni. 
DARE CONTINUITA' - Gli effetti della mancanza di un nucleo base della squadra consolidato nel tempo si sono visti: con un gruppo storico sempre più risicato numericamente e il cui rilievo tecnico è andato via via scemando (Scarpi ormai a un passo dal ritiro, Rossi in declino, Mesto incappato in una delle sue stagioni più nere e quindi moralmente prostrato: le sue lacrime durante il fattaccio col Siena le ho personalmente interpretate anche in questo senso), lo spogliatoio è parso un porto di mare in preda a una sorta di anarchia: gente che va e gente che viene, scarso attaccamento ai colori, senso di appartenenza pressoché nullo. Il senso di appartenenza si crea anche dando un minimo di continuità al progetto tecnico: ma se attorno a te vedi cambiare costantemente tutto, e soprattutto se inizi l'avventura in rossoblù già sapendo che alle prime prove positive per te sarà il momento di emigrare verso altri e più remunerativi lidi, ti passa davvero la voglia di lottare per la maglia. Banale, ma è così per (quasi) tutti. 

                                     Gilardino (qui con Biondini e Veloso): si può ripartire da lui

Certo, fare questi discorsi proprio adesso può apparire straniante: perché disquisire di necessari consolidamenti al termine di un campionato che ha bocciato quasi tutte le scelte tecniche della società sembra un controsenso. Ma si parla, è chiaro, di filosofia da adottare d'ora in poi, di mentalità da cambiare, di voluttà rivoluzionarie del presidente da smussare. Di inaugurare un nuovo modus operandi che metta da parte la schizofrenia, per consegnare finalmente alla storia rossoblù un progetto vero, equilibrato e da perfezionare nel tempo. E allora, anche in queste settimane successive al quasi disastro, si parta da quel poco che c'è da confermare: da Frey, da Granqvist, da Biondini, da Belluschi, da Gilardino (un Gila che, prima dell'infortunio, si era mostrato calciatore tutt'altro che in fase calante, magari poco incisivo sotto porta ma in grado di far reparto e di giocare per i compagni di linea con enorme efficacia) e da Palacio. Si rivedano le posizioni di elementi che, le poche volte che son stati chiamati in causa, non si può dire abbiano deluso, come Carvalho e Jorquera. Si ceda, se proprio si deve cedere, un pezzo pregiato, per fare cassa, dopodiché ci si affidi a gente che il mercato lo conosce meglio delle proprie tasche, come può essere Lo Monaco, e soprattutto la si smetta con questa esterofilia dilagante che, come si è visto, porta solo mediocrità tecnica, al campionato italiano tutto e al Genoa in particolare. Si cerchi di riportare sotto la Lanterna qualcuno dei tanti giovani di proprietà che si stanno facendo onore in giro per l'Italia, in particolare quei prodotti del vivaio rossoblù (floridissimo negli ultimi anni) per i quali il detto "nemo propheta in patria" sembra per ora essere davvero inderogabile. 
DE CANIO: E' PROPRIO IL CASO? - Questa squadra e questa società hanno bisogno soprattutto di una bussola tecnica e dirigenziale lineare e stabile: è il punto di partenza per tornare a respirare tranquillità. Il che vuol dire innanzitutto partire dalle fondamenta: nuovo diesse e a seguire nuovo allenatore, prima di cominciare a parlare di chi va e chi viene, di nuovi acquisti e di cessioni. E, a proposito del manico, non ci si lasci commuovere dal De Canio che reclama rispetto per la sua carriera dopo una salvezza centrata fra innumerevoli difficoltà: voglio dire, se in società lo si ritiene davvero l'uomo adatto per il futuro, bene, lo si scelga senza se e senza ma, dopodiché rimane la mia convinzione che si tratterebbe di scelta di basso profilo e di ridimensionamento, anche se sufficiente a mantenere il Grifo in categoria. 
Ma se invece si vuole ambire a qualcosa in più, in giro ci sono tanti tecnici, giovani e meno giovani, più affidabili e in grado di garantire percorsi un tantinello più ambiziosi. Ambizione, attenzione, non vuol dire "parte sinistra della classifica", che è un po' un must di Preziosi, ma che solo chi non scende il campo e sta dietro la scrivania può vedere come un traguardo plausibile: chi gioca, chi si batte col pallone ha bisogno di obiettivi veri, da toccare con mano: una Coppa (Italia?), un piazzamento in Europa League. Partire puntando alla "parte sinistra" vuol dire, per una società come il Genoa, partire senza veri obiettivi, quindi togliere adrenalina ai calciatori e rischiare cali di tensione e mentali che, lo si è in fondo visto quest'anno, possono risultare esiziali. Riflettano anche su questo, dalle parti di Villa Rostan. (2- Fine). 

GENOA - BILANCIO STAGIONALE: CIO' CHE E' STATO (1)

                                                  Malesani: che delusione! 

Per il Genoa, dunque, sarà Serie A anche l'anno prossimo. Ed è l'unica cosa da salvare di una stagione che, ad un certo punto, è sembrata volgere verso il disastro sportivo più completo. A caldo, ho pensato: benissimo, ora si "resetti" e si riparta da zero. In realtà, sarebbe un grosso errore: occorre conservare la memoria dello scempio tecnico, tattico, dirigenziale e organizzativo compiuto dal luglio scorso in poi. Altrimenti, ciò che non è accaduto quest'anno è destinato inesorabilmente ad accadere presto. 
CAPOZUCCA, PERCHE'? - Certo, i primi segnali, in tal senso, non mi sono parsi incoraggianti: nemmeno il tempo di celebrare con morigeratezza (e non con i caroselli e i tuffi nelle fontane che qualche fantasioso commentatore web ha creduto di vedere) il successo sul Palermo che ha sancito la permanenza in categoria, che il diesse rossoblù Capozucca si è affrettato a rilasciare le sue imprescindibili dichiarazioni alla stampa in fervida attesa: "Palacio merita una grande squadra", ha sentenziato, lasciando intuire, tra le righe, la sua grande considerazione nei confronti del prestigio e del rango della società che, fino a prova contraria, tuttora lo stipendia. La lezione sembrerebbe servita a poco, verrebbe da dire, se a ghirba appena salvata si riprende subito a fare e a disfare, mettendo all'asta i pezzi pregiati (pochi, quest'anno, anzi, forse il solo Trenza, artefice primo della salvezza), insistendo con pervicacia in un modus operandi aziendale che è stato una delle tante cause dello sfascio. In realtà, Capozucca pare destinato ad altri lidi: prossimo alto dirigente, e forse plenipotenziario, del Grifone ansioso di riscatto potrebbe essere l'ottimo catanese Lo Monaco, ma allora non si capiscono né il senso né l'opportunità di certe sparate da parte di un uomo che verosimilmente vivrà il suo futuro professionale lontano dalla Lanterna. 
LA DELUSIONE MALESANI - Pazienza, verba volant. Torniamo a noi, a questo sciagurato campionato 2011/12 del Genoa. Difficile scrivere qualcosa di originale: i guasti erano stati fatti già in chiusura della precedente stagione, con la scelta di affidare la guida della squadra al declinante Malesani. Chi, l'estate scorsa e poi durante i primi mesi di gestione da parte del veneto, ha avuto modo di seguire con costanza le sedute di allenamento a Neustift e in quel di Pegli, ha parlato spesso di preparazione troppo blanda, del tutto inadeguata ai ritmi forsennati del calcio d'oggi. Non avendo potuto osservare in prima persona, non so se ciò corrisponda al vero, comunque sul campo si è vista quasi fin da subito una compagine dalla tenuta atletica approssimativa e che col passare dei mesi è divenuta deficitaria. 
MARINO, ALTRO PASSO FALSO - Su questo blog, modestissimamente, avevo poi sottolineato già in inverno la totale mancanza di gioco del Genoa formato Malesani, mettendo in guardia dai danni che tale situazione avrebbe potuto portare sulla classifica, se non vi si fosse posto rimedio, una volta esauriti i colpi di fortuna che in quel periodo piovevano copiosi. I timori si sono trasformati in realtà, ma non sono affatto fiero di aver azzeccato la previsione. Insomma: guida tecnica deficitaria su tutti i fronti, e successivamente la grande delusione di un Marino che aveva iniziato tra fuochi d'artificio offensivi quasi... zemaniani, ma che, una volta perso per infortunio il satanasso Gilardino, si è paurosamente involuto in un oscurantismo tattico che lo ha definitivamente relegato nel limbo degli allenatori mai sbocciati. 
TROPPE SCOMMESSE - Il peccato originale, però, lo ha commesso chi  ha messo insieme una rosa raffazzonata, disomogenea, male assortita, priva di equilibrio e troppo ricca di scommesse. Per l'ennesima volta, si è lasciato il sicuro per avventurarsi nell'ignoto: si aveva un trainer non trascendentale ma pragmatico come Ballardini; si aveva un Floro Flores reduce dalla miglior stagione della sua carriera, chiusa in doppia cifra, e dietro di lui attaccanti di spessore tecnico e agonistico in grado di crescere ulteriormente, dopo i primi timidi approcci, come Boselli e Paloschi. Si aveva una serie di interpreti di fascia destra di medio e alto livello, da Rafinha a Konko a Tomovic. 

                                             La meteora Pratto; dietro di lui, Granqvist

Ebbene, l'attacco è stato rivoltato come un calzino, lasciando, e già è stata tanta grazia, il povero cireneo Palacio come unico elemento di continuità: al suo fianco, un mediocre italiano, Caracciolo, uomo da bassa Serie A quando va bene, ma solitamente da alta Serie B, un mediocre argentino, il cavallone Pratto, e un oggetto misterioso brasiliano, Zè Eduardo, un craque solo sulla carta. Caracciolo è stato preso in extremis dopo aver inseguito tutta l'estate Gilardino (poi arrivato a gennaio), e nel caso specifico ha fatto cadere le braccia l'atteggiamento di molti tifosi, che nelle loro esternazioni su forum e blog vari consideravano tutto sommato equivalente il valore delle due punte. Pratto è stato rispedito in Sudamerica col mercato invernale, e Zè Eduardo ha indisposto tutti, ma proprio tutti, col suo atteggiamento dentro e fuori del campo: nel 2012, ancora un brasiliano che soffre di saudade, manco fosse l'Eloi dell'83, e che non fa nulla per cercare di ambientarsi. 
STRANIERI A GO GO - Più in generale, un mercato che è stato un azzardo totale: troppi stranieri sconosciuti o quasi, tutti al debutto in Italia se non addirittura in Europa, quindi con colossali problemi di inserimento: alle difficoltà di adattarsi a un nuovo quadro tecnico - tattico, più sofisticato e impegnativo di quello dei campionati di provenienza, in questi casi si aggiungono quelle di inserimento in un Paese e in un tessuto sociale il più delle volte lontani anni luce dai luoghi di provenienza. Questi rischi te li puoi prendere con uno, due giocatori, non con una sfilza di ragazzini spaesati. Così, la rosa è stata rimpolpata coi vari Birsa, Jorquera, Seymour, oltre ai citati Pratto e Zè, mentre si lasciava assurdamente scoperta la citata fascia destra, affidata in chiave arretrata al solo Mesto (che non eccelle come difensore) e più in avanti a un Marco Rossi sempre più appesantito dall'usura di anni di battaglie a tutto campo. 
INFERMERIA DA ALLARME ROSSO - Certo, c'è stata anche sfortuna: un Constant che pareva un acquisto davvero di peso (ma ipervalutato) mai all'altezza della situazione, Veloso atteso giustamente con fiducia alla stagione del riscatto (è pur sempre un nazionale portoghese) ma mostratosi definitivamente inadatto ai ritmi e alla mentalità del nostro calcio, e poi Bovo e Antonelli perennemente rotti. Ma quello degli infortuni è un altro tasto dolente: voglio dire, se ti ritrovi costantemente l'infermeria piena, e se troppi giocatori restano fuori per periodi eccessivamente lunghi, beh, non puoi addebitare tutto solo alla malasorte. Anche in questo senso, ma lo dico da profano senza voler in alcun modo sparare sentenze, può aver inciso una preparazione non adeguata, ma il dubbio che, in sede di ristrutturazione societaria, si debba buttare un occhio anche al settore medico e a quello atletico mi rimane. (1 - Continua).