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giovedì 10 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: LA SEMIFINALE PIU' BRUTTA PROMUOVE L'ARGENTINA. SARA' SFIDA CON LA GERMANIA, UN CLASSICO

                                                 Romero: ha parato due rigori

Dopo la partita da sogno, la partita da sonno. Proprio così: ventiquattr'ore dopo averci regalato un Germania - Brasile di cui si parlerà ancora fra decenni, questo contraddittorio Mundial 2014 ci ha costretti a sopportare, fino a notte alta, un'Olanda - Argentina di raro squallore. Sicuramente la semifinale più brutta fra quelle di cui sono stato testimone in diretta (televisiva) dacché seguo il calcio, direi quindi da Messico '86 in avanti: il paragone, per una triste competizione al ribasso, è possibile solo con la sfida Germania - Corea del Sud del 2002, ma in quell'occasione i temi tattici della partita furono differenti e comunque, alla fine, una delle due squadre, quella tedesca, riuscì a spuntarla senza dover ricorrere a faticosi prolungamenti. 
IL MONDIALE DEI MONDIALI? - Insomma, il presunto "Mondiale dei Mondiali" (ma chi ha lanciato per primo questo già irritante slogan?) è quantomeno assai schizofrenico: se è innegabile che sia stato impreziosito da match di buono, se non ottimo, livello spettacolare, emozionanti e ben giocati (per la verità concentrati soprattutto nella pletorica prima fase), è altresì evidente che strada facendo si sia gradualmente convertito al ritorno a un football più razionale, fondato sull'equilibrio, la solidità e l'arguzia strategica più che sulle luminarie di manovra. Il confronto di Sao Paulo, ennesima rivincita della contestata finale del 1978, ha raggiunto l'apice di questa... restaurazione tecnica, riportandoci alla più deteriore tradizione del pallone, quella che fa rima con attendismo, atteggiamento speculativo, prudenza portata fino agli estremi. No, non si onora così una semifinale Mondiale: perché una cosa è essere guardinghi, un'altra è rintanarsi in attesa o del primo errore dell'avversario, o dell'estemporanea giocata di uno dei propri campionissimi. 
L'OCCASIONE PERSA DEGLI ORANJE - Olanda - Argentina è stata una partita mai nata, mai sbocciata. E a dover dare la testa nel muro è la compagine Oranje, non solo per l'esito conclusivo, ma perché l'occasione della vita, la possibilità di centrare la quarta finalissima per inseguire finalmente il primo titolo, se l'è giocata come peggio non avrebbe potuto, rinunciando al coraggio e alla voglia di osare che fanno pur sempre parte del bagaglio di questa rappresentativa, anche nella versione più accorta e "con i piedi per terra" impostata da Van Gaal in questo torneo. Intendiamoci, non credo che le due formazioni mirassero esplicitamente ai rigori, come ipotizzato da qualcuno: sarebbe stata una follia, un giocarsi un numero alla roulette e nulla più. Sono mancati il gusto di rischiare e i diversivi tattici: ne è venuta fuori una lagna insopportabile andata avanti per troppo tempo. Certo, le due retroguardie meritano l'elogio pieno: Garay e Demichelis da una parte, Vlaar e De Vrij dall'altra sono stati impressionanti per tempismo, senso dell'anticipo, abilità nel chiudere sia di piede che di testa; poi, però, il football prevede anche una fase offensiva, che ieri è rimasta nei sogni (o nei sonni, come detto all'inizio) degli spettatori. 
KUYT, SUPERFLUO - Certo, si possono in parte comprendere le difficoltà dei Tulipani: del resto avevo già scritto che questa Argentina ha la capacità di far giocare male anche gli avversari più reputati, basti ricordare come ha neutralizzato il devastante potenziale del Belgio. Uno schieramento difensivo così saldo e folto è sempre difficile da forzare: per avere qualche chance in più di riuscirvi, occorrerebbe agire in velocità, disporre di elementi in grado di saltare l'uomo, e sfruttare maniacalmente le fasce. Gli olandesi sono mancati in tutti e tre questi fattori: la rapidità nelle avanzate è rimasta nelle intenzioni, l'unico elemento dotato di sublime palleggio e capace di aggirare le più ferree marcature, dicasi Robben, è stato poco e male attivato ed è parso comunque più timido e meno esplosivo rispetto a tante precedenti uscite, anche se un suo ubriacante spunto in dribbling nel finale di tempi regolamentari per poco non fruttava il vantaggio; quanto al gioco sulle corsie esterne, Blind è spesso e volentieri rimasto rintanato dietro, mentre Kuyt, sballottato da un lato all'altro, pur giocando perlopiù arretrato è andato al traversone più volte, mostrandosi impreciso e prevedibile e risultando, in pratica, un uomo regalato agli avversari; un po' di vivacità in più l'ha poi portata Janmaat, a destra, ma ci voleva ben altro. 
ARGENTINA AI PUNTI - Leggermente meglio l'Argentina, allora, che dal canto suo non ha fatto altro che accentuare i caratteri sparagnini di un dispositivo tattico già di per sé non particolarmente incline ai fuochi d'artificio. Detto di una retroguardia scolpita nel marmo, Rojo ha almeno cercato di affacciarsi qualche volta in avanti, mentre fondamentale è risultato lo schermo protettivo creato da Biglia e Mascherano: se il laziale ha fatto filtro con profitto senza però offrire contributi in fase creativa, il veterano della Seléccion, oggetto del desiderio del Napoli, ha giostrato a tutto campo, in un florilegio di chiusure e contrasti, per poi cercare (spesso inutilmente) di far ripartire l'azione e di smistare efficacemente palla. 
Il fatto è che, per i sudamericani come anche per gli europei, fra centrocampo e attacco c'era come una voragine, e mancavano la rapidità e la verticalità che avrebbero potuto dare sale offensivo alla gara. Merito del team di Sabella l'averci provato un tantino di più: se Lavezzi declinava presto dopo un furente avvio sulla destra,  e se Messi non riusciva a venir fuori dalle sabbie mobili in cui lo avevano cacciato i difensori olandesi, Perez, il modesto sostituto dell'insostituibile Di Maria, nella ripresa riusciva a liberare in area Higuain che al volo, di destro, mandava il pallone sull'esterno della rete dando l'illusione ottica del gol, e nei supplementari Palacio, di testa, falliva una colossale opportunità a tu per tu con Cillessen. Troppo poco, comunque, per nobilitare come sarebbe stato doveroso una semifinale iridata. 
LA LOTTERIA DEI RIGORI E LE PROSPETTIVE DELLA SELECCION - Sui rigori, poco da dire: confermata ancora una volta tutta la loro aleatorietà, che continuo cocciutamente a sostenere nonostante in molti asseriscano che non sia assolutamente una lotteria: ma se fallisce uno dei migliori arancioni (Sneijder), e se si erge a eroe un Romero che i tifosi della Sampdoria ricordano come un incubo, allora vale tutto... E Van Gaal non poteva neppure più giocarsi la carta Krul: una di quelle mosse geniali che, forse, possono funzionare una volta, ma alla seconda risultano già depotenziate. Sarà dunque la finale tris Germania - Argentina: al momento, immaginare un risultato diverso dal quarto titolo dei tedeschi pare arduo, ma gli uomini di Low per primi si renderanno conto che, a prescindere dalla loro scintillante prestazione col Brasile, un risultato come quello di ieri ha caratteri di assoluta eccezionalità e non può essere preso per oro colato, a maggior ragione se stai per confrontarti col più impenetrabile degli assetti di copertura del Mondiale, la squadra più chiusa, rocciosa, abile a mandare in tilt anche gli attacchi più reputati. E con un Messi a cui bastano pochi minuti di operatività e pochi centimetri di libertà per risultare devastante. 

sabato 5 ottobre 2013

GENOA E GASPERINI, UN CERCHIO CHE SI CHIUDE. I BEI TEMPI POSSONO TORNARE?


                                         Gasperini: ritorno a Genova dopo tre anni

Tre anni per chiudere il cerchio. Tre anni per ritornare al punto di partenza, lì dove aveva preso forma una delle fasi più gloriose della storia del Genoa nel dopoguerra. Come se nulla fosse accaduto, e invece è successo di tutto e di più: tre anni di azzardi, di scelte sbagliate, di allenatori in parabola discendente e di altri troppo inesperti, il tutto per capire che... chi lascia la strada vecchia per la nuova, male si trova. Gian Piero Gasperini, è notizia di pochi giorni fa, ha riabbracciato il Grifone e i suoi tifosi, molti dei quali sognavano questo momento da quel novembre 2010, da quando il "vate di Grugliasco" fu allontanato dalla panchina rossoblù al culmine di una serie di risultati negativi. All'epoca, lo ammetto, non fui del tutto sfavorevole al cambio di guida tecnica: il rapporto del Gasp con l'ambiente genoano (società e squadra) sembrava essersi logorato, la brillantezza di gioco smarrita per strada, si faticava a far esplodere i valori di una rosa di notevole livello (Rafinha, Veloso, Criscito, Toni, Palacio...), che venne considerata da molti esperti, non a torto, come una potenziale mina vagante delle zone alte della Serie A. 
CAMBIARE E SBAGLIARE - Nel calcio, spesso, la routine diventa perniciosa, l'entusiasmo e gli stimoli scemano e non si cresce più, anzi, si rischia di tornare indietro. Le ultime partite della prima gestione Gasperini mostrarono sintomi inquietanti, in tal senso: in certe situazioni, occorre avere il coraggio di cambiare, battere strade nuove, cercare di costruire nuovi progetti con nuovi e motivati responsabili tecnici. Insomma, per quanto figura carismatica, per quanto artefice di pagine di assoluto splendore, sia sul piano dello spettacolo sia su quello dei risultati, l'addio a "Gasperson" non sarebbe dovuto essere un dramma, perché nel pallone il detto "dopo di me il diluvio" non ha ragione di essere, se si costruisce l'avvenire con criterio. 
Ma il Genoa e Preziosi sono stati parecchio sfortunati, oltre che poco acuti nelle scelte: in questi anni, l'unico erede plausibile del grande predecessore è parso Davide Ballardini, per quanto lontano anni luce dalle modalità di espressione calcistica del piemontese. Ma il suo feeling col Joker, nonostante gli obiettivi centrati, non è mai sbocciato, e prima o poi il patron dovrà spiegarci il perché. In mezzo ai due interregni del romagnolo, una pervicacia degna di miglior causa nello "scritturare" gli allenatori sbagliati: trainer in netta decadenza (Malesani, Delneri), altri bruciati verdi e ridimensionati dopo esordi promettenti (Marino). Quest'estate, l'ennesimo salto nel buio: una rosa di tutto rispetto, largamente attrezzata per una salvezza molto più che tranquilla, messa in mano a un coach imberbe, con alle spalle solo un abbozzo di gavetta, portata avanti principalmente nella squadra Allievi del Genoa. 
LIVERANI IMMATURO - Su Liverani, Note d'Azzurro aveva espresso perplessità fin da quest'estate, considerandolo come il vero fattore di "rischio" per una stagione che, mercato alla mano, si presentava invece foriera di qualche possibile piccola soddisfazione (controllare l'archivio del blog per credere). Però gli si era data giustamente fiducia, perché l'uomo vale e perché, come mi era capitato di dire ad un amico trattando della questione, non è possibile che alle altre società azzardi simili girino sempre bene (penso a Montella per la Fiorentina, ma soprattutto a Diego Lopez per il Cagliari) mentre al Grifo debba sempre dire male.
Invece, nulla da fare: con l'eccezione del derby, vinto a mani basse sulle ali di una impostazione strategica ineccepibile e di una furia agonistica feroce, ma giocato, val la pena sottolinearlo, contro una delle squadre qualitativamente meno dotate della categoria, l'ex centrocampista del Perugia ha mostrato solo grande limitatezza tattica, difficoltà nel leggere le partite, scarsa propensione ad azzeccare subito la formazione giusta e un eccesso di prudenza che aveva pagato nella stracittadina, ma che può andare bene solo in determinate circostanze e non deve diventare un totem immutabile. Contro Livorno e Napoli, ad esempio, pur trattandosi di avversarie totalmente diverse, direi agli antipodi, era doveroso giocare con più coraggio, con più voglia di osare: nel primo caso per abbattere il muro sapientemente issato da Nicola, nel secondo per non farsi schiacciare da una compagine che, se le cedi il pallino, è in grado di travolgerti con una manovra elegante ed efficace (chi ha visto giocare i partenopei col Borussia Dortmund sa a cosa mi riferisco). 

                                            Lodi: con Gasp ritroverà smalto? 

SQUADRA ADATTA AL GASP - Ecco: ciò che ha destato rabbia, in questo primo scorcio di stagione, è stato vedere una compagine ricca di talento e di alternative in ogni ruolo giocare col freno a mano tirato, con poca versatilità, con poche idee sul da farsi in campo. Questo Genoa, lo ripeto anche se non tutti ne sono convinti, ha potenzialità indiscutibili. I nazionali Antonelli e Gilardino, un Lodi che per il rendimento mostrato nelle ultime due stagioni meriterebbe una chiamata di Prandelli, uno che del Club Italia ha fatto parte in un passato non troppo remoto (Gamberini), giovani di bellissime speranze (Perin, Bertolacci, Vrsaljko), mestieranti di medio livello da sempre affidabili in categoria (Manfredini, Antonini, Portanova, Matuzalem, Calaiò)...
E' oltretutto una rosa che si adatta perfettamente, credo, alle esigenze del "nuovo - vecchio" mister: esterni in quantità, sia alti che bassi, Lodi che nel cuore della manovra porta lo stesso fosforo ma più classe e più colpi decisivi rispetto a Milanetto, attaccanti propensi a rientrare e a sacrificarsi in un lavoro di spola, un Gilardino che può essere tranquillamente l'alter ego di Milito. Insomma, i presupposti per fare decollare questo misterioso Genoa 2013/14 ai livelli che merita ci sono: dopo l'approccio di Catania, c'è persino la sosta per le qualificazioni mondiali a lavorare a favore del Gasp. A patto che non si culli sugli allori passati e che sappia far tesoro delle amarissime esperienze di Palermo e sopratutto Inter: Milano ha rappresentato la tomba delle sue ambizioni di grandeur, ma il fallimento è stato solo in parte imputabile ai suoi errori. 
PREZIOSI: ERRORI E RIMEDI - Il Genoa e Gasperini, Gasperini e il Genoa: sembrava un matrimonio perfetto, e dopo la rottura entrambi non hanno più avuto pace, entrambi sono entrati in un tunnel di mediocrità che francamente non era facile prevedere, dopo i fasti del quarto posto in coabitazione (contestata) con la Fiorentina e dell'Europa League. Quando si perdono anni a guardarsi attorno e a sperimentare soluzioni senza battere chiodo, per tornare infine sui propri passi, beh, è pur sempre un'ammissione di sconfitta. Alle sconfitte, purtroppo, da quel novembre 2010 Enrico Preziosi si è abituato e ci ha abituati: ma il joker è anche uno che, dopo anni di diabolica perseveranza, pare stia finalmente imparando a... imparare dai propri errori: le ultime due campagne acquisti (gennaio e luglio - agosto) sono state condotte con raziocinio, e, se la scommessa Liverani è andata male, si è comunque puntato sull'elemento migliore, più adatto e più "pronto" a prenderne il posto in panca. 
CORSI, RICORSI E... MILANETTO - Riparte da Catania, il Gasp: proprio la trasferta in terra etnea rappresentò uno snodo cruciale della sua prima gestione. La prima di campionato 2008/09, una sconfitta rimediata da un Genoa qualitativo ma spuntato, con Ruben Olivera perno centrale dell'attacco: era un po', quel Grifo, un guerriero senza spada. Quel fiasco aprì gli occhi a tutti: con un terminale offensivo efficace, la squadra poteva decollare. Pochi giorni e arrivò Milito. Altri tempi, ma, senza illusioni, occorre ricordare che sulle ali di un gioco brillante e ficcante si possono superare i limiti tecnici scritti sulla carta: il Genoa attuale, per dire, è nettamente superiore al primo Genoa gasperiniano di Serie A, 2007/08, eppure quel team, dopo un avvio incerto, si assestò su un ottimo rendimento e si mise in salvo con un buon mese di anticipo. Vedremo... Intanto, da annotare come il ritorno dell'allenatore piemontese sia conciso con quello di due suoi califfi dei bei tempi: Juric alla Primavera e Milanetto come osservatore. Soprattutto quest'ultima è una réntrée significativa: uscito pulito dal torbido affare Lazio - Genoa dopo essere stato in carcere e sbattuto in prima pagina dai giornali (ah, la stampa italiana...), ripudiato da una fetta di tifoseria per delitto di... lesa curva (osò contestare con veemenza la Gradinata Nord che, durante lo storico derby di Boselli, puntò il dito contro lui e i compagni accusandoli, in buona sostanza, di non impegnarsi a fondo per mandare in B i cugini), ora si ritaglia nuovamente un angolino nella società a cui tanto ha dato in termini di rendimento sul campo. Lui si è già scusato, e in tempi non sospetti, per quel lontano screzio (scuse dovute per i toni usati, ma, a parer mio, non per la sostanza delle argomentazioni), ora sarebbe il caso che anche i tifosi più intransigenti mettessero per una volta da parte il loro amor proprio e sotterrassero l'ascia di guerra, passando sopra a una vicenda che ha solo provocato un inasprimento del clima in città e nell'ambiente Genoa. 

domenica 4 novembre 2012

L'INTER DI TORINO HA SALVATO IL CALCIO ITALIANO. QUANTO DURERA'?

                                                       Esultanza interista

Vincendo a Torino, l'Inter non ha solo salvato la lotta scudetto da una... morte precoce. No, nell'impresa nerazzurra in casa Juventus c'è stato di più, molto di più: le stilettate di Milito e Palacio hanno salvato la faccia, forse addirittura la vita, di tutto il movimento calcistico italiano. La sensazione è che, purtroppo, si sia trattato di un salvataggio momentaneo, perché i guasti sono troppo profondi in ogni ganglio vitale del sistema per essere aggiustati in una sola sera, ma visto l'andazzo recente non è il caso di far troppo gli schizzinosi (o choosy, come ama dire un nostro non irresistibile ministro dalla lacrima facile). 
CREDIBILITA' - Onestamente, a sette giorni di distanza dallo scandalo di Catania, uno dei punti più bassi toccati dal calcio tricolore in oltre cento anni di storia (roba che "er go' de Turone" del 1981 scade a semplice episodio da moviolone per tv private), ho tremato al pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se anche il match scudetto, lo scontro più atteso dell'anno, la partita che avrebbe dovuto lanciare definitivamente la Juve verso il titolo e verso il record di imbattibilità, fosse stato deciso dall'ennesimo, clamoroso, solare errore arbitrale pro bianconeri (il fuorigioco di Asamoah). Intendiamoci, non che mi aspettassi chissà che: gesti di protesta clamorosi degli sconfitti, squadra ritirata dal campo, azioni legali. Nulla di tutto ciò, perché il calcio italiano, questo triste calcio italiano, è abituato ad andare avanti nascondendo sotto il tappeto tutta la sua sporcizia, metabolizzando vicende che in un consesso civile non dovrebbero mai passare in cavalleria. E però, di certo, il contraccolpo sul piano della credibilità interna e internazionale sarebbe stato enorme, qualcosa di molto simile a un colpo di grazia definitivo per le pallide ambizioni di rinascita del pallone tricolore, già preso ampiamente a pesci in faccia nelle competizioni europee per club e sempre più a disagio in quel ranking Uefa che un tempo non lontano ci vide dominatori. 
IN FUGA DAGLI STADI - Sono convinto del fatto che, dopo l'orrore del Massimino di una settimana fa, molti tifosi abbiano deciso di non mettere più piede in uno stadio. Non li biasimo: continuare a seguire con passione uno sport in cui la legge non è uguale per tutti e in cui, anzi, c'è sempre qualcuno più uguale degli altri (oggi i bianconeri, ieri altre grandi, domani chissà, non è una questione di società ma di modus operandi generale), è qualcosa che rasenta l'ottusità o, nella migliore delle ipotesi, il sadomasochismo. Ormai il velo sulle vergogne del nostro football è stato ampiamente sollevato da anni di malgoverno, di scandali, di gestione fallimentare sotto tutti i punti di vista (tecnico, finanziario, organizzativo): la favoletta che ci raccontavano fin da piccoli, quella che "i torti e i favori arbitrali a fine anno si compensano per tutti", e che qualche buontempone irrispettoso del buon senso comune continua a propinarci, oramai non se la beve più nessuno. 
Ieri sera, però, si è rischiato il corto circuito definitivo. Solo che, per una volta, Eupalla, la Dea del calcio partorita dalla penna di Gianni Brera, ha deciso di entrare in azione per salvare il salvabile, restituendo un minimo di attendibilità a una vicenda agonistica altrimenti destinata a precipitare nella finzione stile wrestling e nel caos, fra tifosi indignati, società sull'aventino, arbitri (giustamente) nell'occhio del ciclone. Perché questa volta, boutade del tipo "è vero, siamo andati in vantaggio con un gol irregolare, ma alla fine avremmo vinto lo stesso perché giochiamo meglio e siamo in più forti", i veri amanti del calcio italiano non le avrebbero accettate. Per tutto questo, benedetta sia stata la vittoria dell'Inter, al di là del peso che questa potrà avere nell'assegnazione del titolo a maggio: rimane ancora qualcosa in cui credere, a cui aggrapparsi per noi poveri fessi che ancora dedichiamo qualche ora del nostro tempo a questo sport in stato comatoso. 
ESISTE UN PROBLEMA ARBITRI ITALIANI - Cionondimeno, le questioni rimangono tutte sul tappeto: quest'estate, dopo un altro capitolo scandaloso, la Supercoppa di Pechino fra Juve e Napoli decisa dall'entrata in scena in pompa magna del direttore di gara, avevo cercato di fornire un'interpretazione della questione un po' fuori dal coro, concentrando l'attenzione non già sui bianconeri favoriti o sulla premiazione disertata dai partenopei, quanto sull'impreparazione e le manie di protagonismo di tante, troppe giacchette nere italiche. Come si è visto in questa settimana devastante per la credibilità della categoria dei fischietti, la tematica rimane più che mai all'ordine del giorno: mai come in questi ultimi tempi gli arbitri hanno assunto un'incidenza così profonda, spesso a sproposito, nel determinare l'esito definitivo delle contese. 
TRASPARENZA - Ecco, a tutto ciò si dovrebbe dire basta: pensionando chi si è dimostrato non all'altezza e ricorrendo massicciamente, come si fa in altre discipline, alla tecnologia. E magari tentando un ripescaggio delle designazioni per sorteggio. Una tale operazione avrebbe il sapore della trasparenza, e solo la trasparenza (unita ovviamente ad adeguate competenza e preparazione) può salvare il nostro calcio, perché se si insinua nel tifoso il sospetto che non si combatte ad armi pari, beh, è il principio della fine. 
Il calcio italiano è però vittima di un immobilismo che si potrebbe risolvere solo azzerando i vertici della federazione e commissariandola. Ma non mi pare sia aria e allora continuiamo così, navigando a vista, nella speranza che ogni tanto compaia un'Inter capace di essere più forte delle ingiustizie e di ripulire parzialmente e temporaneamente l'immagine compromessa del nostro sgangherato pallone, che sarà sempre meno competitivo e destinato a esibire poveri spettacoli davanti a spalti sempre più deserti, se chi lo governa continuerà a non vedere lo sfascio in cui lo sta precipitando. 

domenica 2 settembre 2012

LE PAGELLE DEL MERCATO - SECONDA PARTE: DALL'INTER AL PALERMO

                                       Palacio, subito protagonista nell'Inter

INTER - Indecifrabile. Doveva cambiare molto e l'ha fatto, ma non sempre nella maniera giusta: era proprio necessario disfarsi di Julio Cesar per affidarsi a un portiere buono ma che non vale il brasiliano, come Handanovic? Bene l'innesto dell'impeccabile Silvestre in terza linea (dove si spera possa riavere una chance Ranocchia, ingiustamente emarginato dopo le prime incertezze, destino di tanti giovani italiani: ricordiamo che il ragazzo è stato, fino a pochi mesi fa, nel giro della Nazionale), Alvaro Pereira è un buon difensore, ma è uno di quei giocatori destinati a non spostare più di tanto gli equilibri ai massimi livelli. Centrocampo molto fisico con Guarin e Gargano ad affiancare l'eterno Cambiasso, con in più il coriaceo Mudingayi (che però non pare giocatore da grandissime ribalte). Le cose migliori dovrebbero arrivare dalla trequarti in su: Snejder diventerà ancor più il fulcro della manovra, chiamato a fabbricare palle gol e a inserirsi per conclusioni micidiali, Cassano è pronto ad accendere saltuarie luminarie, Milito e il guizzante Palacio assicurano gol in quantità, Coutinho, dopo i timidi approcci del passato, reclama spiccioli di gloria non effimeri. In definitiva, una buona squadra, ma che non mi pare attrezzata per puntare al bersaglio grosso. 
JUVENTUS - i Campioni d'Italia hanno aumentato il vantaggio nei confronti delle concorrenti. Sull'inaffondabile telaio dell'anno passato, gli innesti degli ex friulani Isla e Asamoah accrescono ulteriormente il tasso tecnico della squadra e il ventaglio di soluzioni tattiche, così come la straripante vitalità di Giovinco rappresenterà un'arma offensiva di notevole importanza, ancor più dal momento che il tanto sospirato top player in avanti non è arrivato e ci si è dovuti accontentare del danese Bendtner, discreto attaccante ma non certo l'uomo in grado di far fare il salto di qualità a un team in cerca di gloria internazionale. Per il resto, poco da dire: la squadra non ha punti deboli e in Italia può fare il vuoto, col suo gioco aggressivo e propositivo sostenuto da interpreti di livello assoluto: da Buffon a Lichtsteiner, da Marchisio a Pirlo, da Chiellini a Vidal. Bastano i nomi...  
LAZIO - Ha iniziato bene, ma è una squadra che non suscita in me grandi entusiasmi. Si affida, soprattutto in retroguardia, a giocatori buoni ma non eccelsi, che nelle ultime due stagioni si sono costantemente espressi molto al di sopra delle rispettive potenzialità: penso ai vari Dias, Diakitè, Biava, Konko; Marchetti è invece una garanzia, ed è pronto a sfoderare prodezze per tornare nel gruppo della Nazionale. Centrocampo di spessore grazie al collaudato regista Ledesma, alla lucida applicazione e al contributo in fase creativa di Candreva, alle giocate di alta classe di Hernanes e ai mortiferi inserimenti di Mauri, mentre c'è attesa attorno al talentuoso brasiliano Ederson. L'attacco è ben attrezzato solo sulla carta: nella realtà, dovrà sperare che Klose non avverta troppo l'usura degli anni e gli acciacchi, così come Rocchi, che Zarate acquisisca un minimo di costanza di rendimento in più (giocatore dalle possibilità enormi ma sfruttate sin qui non più del 10 - 20 per cento) e che Floccari e Kozak si mostrino un po' più incisivi rispetto ai loro standard (soprattutto il secondo). Insomma, non scommetterei sull'ennesimo torneo di alto livello dei romani...


                              Miro Klose: la Lazio affida a lui le sue chance offensive

MILAN - Perdere Thiago Silva, Nesta e Ibra in un sol colpo significa ridimensionamento, poche storie. Comunque, qualcosa di buono è arrivato: soprattutto là dove il gioco prende forma, con la possanza di De Jong che va ad aggiungersi a quella dei vari Ambrosini, Nocerino e Boateng, per un reparto fisicatissimo in grado di incidere anche in zona gol con tiri dalla distanza e incursioni devastanti. A portare classe e inventiva dovrà pensare Montolivo, reduce da un buon Europeo e finalmente chiamato alla prova su un grande palcoscenico metropolitano.
Difesa, invece, un po' ridotta all'osso: Acerbi è difensore di sicuro avvenire, ma inizialmente il paragone con gli illustri partenti rischierà di essere impietoso. Abate torna da Euro 2012 più maturo e sicuro di sé, c'è il giovanissimo De Sciglio in rampa di lancio (e già beneficiato di una convocazione prandelliana) e Bonera, la cui dedizione alla causa è encomiabile ma che ha il sapore del ripiego. L'attacco, si diceva, parte senza lo svedesone capriccioso: sul piano dei comportamenti e dell'educazione, non mancherà di certo al campionato italiano. Allegri dovrà inventarsi nuovi schemi di attacco, e il materiale per farlo non gli manca: dai frombolieri Pato, Robinho e Pazzini, ai tecnicissimi e poliedrici El Shaarawy e Bojan, due ragazzi in grado di sparigliare le carte offensive con una varietà di movimenti e soluzioni da far impazzire gli avversari (ma il secondo è ancora troppo intermittente). Insomma, un Milan, tutto sommato, più modesto ma non così dimesso come potrebbe sembrare. 
NAPOLI - Un mercato intelligente, che ha accresciuto le alternative per dare fiato agli elementi chiave della rosa, costantemente a rischio spremitura (con conseguenti drastici cali fisici sul finire di stagione), aumentando di fatto la cerchia dei "titolari". Ecco quindi, per la difesa, il contesissimo brasiliano Uvini e la sicurezza rappresentata dall'esperto Gamberini (con in più l'ex genoano Mesto, non sempre preciso ma in grado di offrire corsa, polmoni, sgroppate su e giù per il campo e qualche buona incursione in area), Behrami e la promessa El Kaddouri per il centrocampo e, soprattutto, Insigne, l'uomo che dovrebbe rendere indolore la partenza del bravo ma sopravvalutato Lavezzi, un concentrato di classe, fantasia e concretezza per lanciare i compagni e concludere egli stesso, un potenziale fuoriclasse che andrà atteso con la pazienza che meritano i veri talenti. E' un Napoli in grado, più di Inter e Milan, di entrare in competizione diretta con la Juve per il titolo, e di cercare un'affermazione in Europa League che sarebbe importante per tutto il calcio italiano.

                                          Insigne: dal Pescara al Napoli

PALERMO - Organico vistosamente indebolito rispetto alla passata stagione, ma con un Sannino in più nel motore, uno di quei tecnici in grado di portare un autentico valore aggiunto con le sue idee e la capacità di metterle in pratica. La difesa ha trovato in Ujkani un portiere di buon rendimento, ma ha perso due grossi calibri come Silvestre e Balzaretti, mentre Von Bergen e Morganella sono elementi di profilo medio - basso che ad occhio e croce faranno acutamente rimpiangere i partenti. Il centrocampo si affida alla sostanza di Arevalo Rios, abile a rompere e a costruire, e di Donati, che cercherà di portare generosità e geometrie nel cuore del gioco. Ci si attende molto dai giovani Viola, piedi buoni e grinta a tutto campo, e dal classico Ilicic, devastante agli esordi italiani e poi via via ridimensionatosi, meno dal cavallo di ritorno Brienza, che ci pare in fase discendente. L'attacco è aggrappato ai soliti estri di Miccoli, che dovrà cantare e portare la croce sperando che Hernandez esca dal bozzolo e regali gol e apporto offensivo all'altezza delle sue doti. Ma per restare su livelli dignitosi ci sarà da soffrire... (2 - CONTINUA). 

giovedì 7 giugno 2012

IL NUOVO GENOA: CIO' CHE SI CHIEDE A LO MONACO



Pietro Lo Monaco è dunque entrato ufficialmente nel "mondo Genoa", ed è come se, improvvisamente, si fosse passati dalla notte al giorno. Le prime dichiarazioni di intento del nuovo Amministratore Delegato, che, come auspicavamo su questo blog giorni fa, sarà in pratica il plenipotenziario del club rossoblù dopo il previsto "passo indietro" di patron Preziosi, hanno segnato un cambiamento totale rispetto al modus operandi dell'ultimo biennio. 
PORTE GIREVOLI - Che ultimamente si fosse presa una piega deprecabile, in casa del Grifone, non è opinione personale e discutibile, ma dato di fatto confermato incontrovertibilmente dal campo: la salvezza acciuffata per i capelli a fine campionato è stata il frutto di una gestione societaria lacunosa, riflessasi in maniera nefasta soprattutto sulla prima squadra: mercato compulsivo, la rosa trasformata in un motel dalle porte girevoli, giocatori che andavano e venivano senza creare un minimo di continuità tecnica, una base su cui poter costruire uno straccio di progetto, arrivo di stranieri improponibili per le nostre ribalte e i migliori elementi messi costantemente e ossessivamente in vetrina al motto di "se bussa una grande noi ci siamo".
Un'opera, quest'ultima, in cui ha... brillato soprattutto il diesse Capozucca, che pure tanti meriti ha accumulato, dal 2004 in poi, nella costruzione di un Genoa di nuovo vincente dopo le vacche magrissime delle ere Scerni e Dalla Costa: il continuo ripetere, fino a pochissimi giorni fa, frasi del tipo "Palacio merita una grande piazza" è atteggiamento che personalmente considero di una gravità inaudita: come se il direttore di una qualsiasi azienda dicesse che i suoi dipendenti non devono restare là, che meritano di andare a lavorare altrove. Davvero un bel modo di creare un ambiente lavorativo compatto, vincente, motivato e produttivo...
IL GENOA AL CENTRO - Ecco, il dirigente ex Catania (e soprattutto ex Udinese) ha svoltato del tutto, in questo senso: nel suo "piano di lavoro" il Genoa, con la sua storia, il suo carisma passato e presente, deve ritornare "al centro". Non più luogo di passaggio per giovani campioncini insofferenti e, fin dal secondo giorno di permanenza in rossoblù, desiderosi di trasferirsi in una delle squadre metropolitane. E basta, basta davvero con la totale condiscendenza, quasi sudditanza, nei confronti delle "grandi": il che, naturalmente, non vorrà dire stop alle vendite di giocatori, ma semplicemente una maggiore attenzione nel valorizzare il proprio patrimonio tecnico e nel fidelizzare gli elementi più validi, almeno per il periodo di tempo necessario a lasciare un segno in questa piazza: e, quando si dovranno vendere pezzi pregiati, perché è ovvio che accadrà ancora, che lo si faccia in maniera oculata e calibrata, senza che, cioè, questa necessità di natura economica porti al progressivo depauperamento di valore della rosa, come è accaduto in maniera evidente nel corso delle ultime stagioni.
VIVAIO - E ancora, finalmente, via libera a un adeguato sfruttamento "interno" del vivaio: interno, nel senso che, deo gratias, sarà la volta buona che qualcuno dei talentini espressi negli ultimi tempi dal settore giovanile genoano (Primavera pluridecorata, ricordiamolo) possa essere ammirato sul prato di Marassi in casacca rossoblù, invece di usarlo subito come merce di scambio: e in tal senso è anche già stato fatto un nome, quello del portierino Perin, che dopo un anno di ottimo apprendistato in B col Padova potrebbe tornare, è nei voti di Lo Monaco, a giocarsi il posto da titolare in A con Frey, invece di essere utilizzato per far cassa e dirottato verso la panchina (o la tribuna, più verosimilmente) di qualche società blasonata e zeppa di stranieri. 
LE PAROLE CONTANO - Certo, al momento sono più che altro parole: ma sono parole che da anni non si sentivano in casa rossoblù: fra un diesse poco incline alle battaglie di mercato e un presidente sempre più stanco e disamorato (non del Genoa, ma dell'ambiente calcio in generale, e come dargli torto?), l'atmosfera, lo ripeto, era quella del "club di ripiego": di lusso, si intende, ma pur sempre ripiego. Un'atmosfera che sollecitava amarezza e frustrazione nella tifoseria, e distacco eccessivo nei confronti della causa rossoblù da parte di certi presunti campioni. E, a volte, anche le parole sono importanti per caricare l'ambiente.

                                         Pietro Lo Monaco, nuovo ad genoano

ATTACCO MEDIATICO - A Lo Monaco, però, si chiede qualcosa di più: farsi sentire, e sentire per benino, nei confronti dei grandi media. E' fuori di dubbio, al di là dei complottismi più o meno forzati, che in queste settimane il Genoa sia sotto attacco mediatico. Tirato in ballo, quasi sempre a sproposito, nello scandalo delle scommesse e delle combine. Sembra che tutto il marcio del calcio italiano sia concentrato a Genova, ovviamente sponda rossoblù: si è arrivati al paradosso di mettere sotto accusa un derby, quello del maggio 2011 che sancì di fatto la retrocessione della Samp, avanzando sospetti di "aggiustamenti" senza tirare in ballo alcun componente dell'universo blucerchiato.
Ma questa è solo l'ultima di una serie di circostanze paradossali: merita la citazione un articolo di un importante quotidiano sportivo, che un paio di giorni fa ha riportato, sul suo sito, le confessioni del calciatore Ruopolo a proposito dell'aggiustamento di partite contro Frosinone, Salernitana e.... Genoa, ovviamente!! Notizia priva di fondamento, sarebbe bastato fare una rapida verifica per rendersi conto che Ruopolo non incrocia i colori rossoblù da anni e anni. Come per magia, dopo poche ore il nome del club genovese sparisce, sostituito prima da quello dell'Ancona e poi dal Rimini. Che dire? Che una volta tale giornale era l'università del giornalismo sportivo italiano (e non solo), e oggi si permette di diffondere simili sciocchezze senza uno straccio di verifica.
Pubblicare notizie rigorosamente verificate è (sarebbe...) una delle regole aureee del giornalismo: per lo stesso motivo, del tutto inaccettabile è da considerarsi anche la diffusione, all'interno di un importante tg serale, di un servizio contenente una serie di fantasiose ipotesi giallo - romanzesche sulla presunta (molto presunta) combine del già citato derby, ipotesi non suffragate, al momento, da neppure uno straccio di prova.
IL FAIR PLAY NON PAGA - Ecco, Lo Monaco, in qualità di figura di rappresentanza del Genoa, dovrà mettere dei paletti anche in questo senso: perché se tutti, in questi anni, si stanno permettendo di sparare impunemente sul Genoa, è anche perché a Pegli e dintorni non trovano alcuna opposizione. Si è scelto per troppo tempo un basso profilo comunicativo, vuoi per dare una immagine di signorilità che tuttavia non ha attecchito (se è vero che oggi il Genoa è per tutti il Diavolo) vuoi perché Preziosi non aveva scelta: ogni volta che alzava un tantino la voce, la risposta era sempre la stessa: "Zitto tu, hai comprato una partita e hai ancora il coraggio di parlare?". Preziosi, e soprattutto il Genoa, hanno pagato in maniera abnorme per i fatti del 2005, ma hanno pagato, eccome: assai più dei tanti invischiati in Calciopoli 2006, i quali peraltro, al contrario del Joker, continuano ad essere portati in palmo di mano dalla stampa compiacente. 
Già, la stampa: poiché il giornalismo italiano, uno dei peggiori d'Europa, è, tradizionalmente, debole coi forti (sempre prono agli interessi dei partiti politici e dei potentati economici, altro che equidistanza e sentinelle della democrazia...) e forte coi deboli, ciò che occorre è essere forti e inflessibili: messo da parte il fair play comunicativo, alzo zero, senza alcuna pietà, verso chi spara sul Genoa senza fondamento. Querele e risarcimenti milionari sono il miglior argomento per chi infanga a casaccio senza avere il coraggio di andare a toccare chi andrebbe davvero toccato. Lavori molto su questo, Lo Monaco: perché si è ancora in tempo per arrestare la macchina del fango, a patto di non cincischiare ulteriormente. Fermo restando che chi ha davvero sbagliato, fra scommesse e altri traffici loschi, dovrà davvero pagare, e pagare caro. Ma non venendo condannato anzitempo sui giornali. 

venerdì 18 maggio 2012

GENOA - BILANCIO STAGIONALE: CIO' CHE SARA' (2)


                                          De Canio: ha salvato il Grifone, ma resterà? 

NUOVO ASSETTO SOCIETARIO - Enrico Preziosi si è congedato dal campionato dicendosi stanco e dubbioso se continuare o meno. Secondo me continuerà (e mollerà il Genoa, quando sarà il momento, solo dopo averlo lasciato in mani davvero adeguate): ha unicamente bisogno di ricaricare le pile dopo una stagione che gli ha procurato stress inattesi non solo sul piano calcistico (i fatti di Genoa - Siena, di cui ho diffusamente parlato in altro post, hanno lasciato una ferita profondissima), e, soprattutto, di riflettere davvero, come forse non ha mai fatto nella maniera adeguata negli ultimi anni. Riflettere su un sistema di gestione del club che, da un certo punto di vista, è l'unico praticabile per una società media come il "Zena" (comprare giovani promesse o atleti da rilanciare, valorizzarli e poi rivenderli a prezzi maggiorati), ma che può essere attuato in maniera più moderata, saggia, equilibrata. 
Anche in questo caso, non scopro l'acqua calda: il tourbillon continuo ed incessante di giocatori potrà forse divertire gli appassionati di calciomercato (fra i quali non mi annovero), ma in questi anni è parso a volte fine a se stesso, volto a mutare assetto a squadre che non necessitavano di stravolgimenti, che potevano essere confermate nelle linee cardine per una stagione in più (almeno) senza arrecare eccessivo nocumento alle casse societarie; in linea di massima, questo andirivieni è nemico della strutturazione di una realtà tecnica in grado di durare nel tempo, di una progettualità che passa in primis dalla costruzione di un nucleo stabile di giocatori, da modificare moderatamente e gradualmente, e attorno al quale operare tutti gli esperimenti che si ritengono opportuni. 
DARE CONTINUITA' - Gli effetti della mancanza di un nucleo base della squadra consolidato nel tempo si sono visti: con un gruppo storico sempre più risicato numericamente e il cui rilievo tecnico è andato via via scemando (Scarpi ormai a un passo dal ritiro, Rossi in declino, Mesto incappato in una delle sue stagioni più nere e quindi moralmente prostrato: le sue lacrime durante il fattaccio col Siena le ho personalmente interpretate anche in questo senso), lo spogliatoio è parso un porto di mare in preda a una sorta di anarchia: gente che va e gente che viene, scarso attaccamento ai colori, senso di appartenenza pressoché nullo. Il senso di appartenenza si crea anche dando un minimo di continuità al progetto tecnico: ma se attorno a te vedi cambiare costantemente tutto, e soprattutto se inizi l'avventura in rossoblù già sapendo che alle prime prove positive per te sarà il momento di emigrare verso altri e più remunerativi lidi, ti passa davvero la voglia di lottare per la maglia. Banale, ma è così per (quasi) tutti. 

                                     Gilardino (qui con Biondini e Veloso): si può ripartire da lui

Certo, fare questi discorsi proprio adesso può apparire straniante: perché disquisire di necessari consolidamenti al termine di un campionato che ha bocciato quasi tutte le scelte tecniche della società sembra un controsenso. Ma si parla, è chiaro, di filosofia da adottare d'ora in poi, di mentalità da cambiare, di voluttà rivoluzionarie del presidente da smussare. Di inaugurare un nuovo modus operandi che metta da parte la schizofrenia, per consegnare finalmente alla storia rossoblù un progetto vero, equilibrato e da perfezionare nel tempo. E allora, anche in queste settimane successive al quasi disastro, si parta da quel poco che c'è da confermare: da Frey, da Granqvist, da Biondini, da Belluschi, da Gilardino (un Gila che, prima dell'infortunio, si era mostrato calciatore tutt'altro che in fase calante, magari poco incisivo sotto porta ma in grado di far reparto e di giocare per i compagni di linea con enorme efficacia) e da Palacio. Si rivedano le posizioni di elementi che, le poche volte che son stati chiamati in causa, non si può dire abbiano deluso, come Carvalho e Jorquera. Si ceda, se proprio si deve cedere, un pezzo pregiato, per fare cassa, dopodiché ci si affidi a gente che il mercato lo conosce meglio delle proprie tasche, come può essere Lo Monaco, e soprattutto la si smetta con questa esterofilia dilagante che, come si è visto, porta solo mediocrità tecnica, al campionato italiano tutto e al Genoa in particolare. Si cerchi di riportare sotto la Lanterna qualcuno dei tanti giovani di proprietà che si stanno facendo onore in giro per l'Italia, in particolare quei prodotti del vivaio rossoblù (floridissimo negli ultimi anni) per i quali il detto "nemo propheta in patria" sembra per ora essere davvero inderogabile. 
DE CANIO: E' PROPRIO IL CASO? - Questa squadra e questa società hanno bisogno soprattutto di una bussola tecnica e dirigenziale lineare e stabile: è il punto di partenza per tornare a respirare tranquillità. Il che vuol dire innanzitutto partire dalle fondamenta: nuovo diesse e a seguire nuovo allenatore, prima di cominciare a parlare di chi va e chi viene, di nuovi acquisti e di cessioni. E, a proposito del manico, non ci si lasci commuovere dal De Canio che reclama rispetto per la sua carriera dopo una salvezza centrata fra innumerevoli difficoltà: voglio dire, se in società lo si ritiene davvero l'uomo adatto per il futuro, bene, lo si scelga senza se e senza ma, dopodiché rimane la mia convinzione che si tratterebbe di scelta di basso profilo e di ridimensionamento, anche se sufficiente a mantenere il Grifo in categoria. 
Ma se invece si vuole ambire a qualcosa in più, in giro ci sono tanti tecnici, giovani e meno giovani, più affidabili e in grado di garantire percorsi un tantinello più ambiziosi. Ambizione, attenzione, non vuol dire "parte sinistra della classifica", che è un po' un must di Preziosi, ma che solo chi non scende il campo e sta dietro la scrivania può vedere come un traguardo plausibile: chi gioca, chi si batte col pallone ha bisogno di obiettivi veri, da toccare con mano: una Coppa (Italia?), un piazzamento in Europa League. Partire puntando alla "parte sinistra" vuol dire, per una società come il Genoa, partire senza veri obiettivi, quindi togliere adrenalina ai calciatori e rischiare cali di tensione e mentali che, lo si è in fondo visto quest'anno, possono risultare esiziali. Riflettano anche su questo, dalle parti di Villa Rostan. (2- Fine). 

GENOA - BILANCIO STAGIONALE: CIO' CHE E' STATO (1)

                                                  Malesani: che delusione! 

Per il Genoa, dunque, sarà Serie A anche l'anno prossimo. Ed è l'unica cosa da salvare di una stagione che, ad un certo punto, è sembrata volgere verso il disastro sportivo più completo. A caldo, ho pensato: benissimo, ora si "resetti" e si riparta da zero. In realtà, sarebbe un grosso errore: occorre conservare la memoria dello scempio tecnico, tattico, dirigenziale e organizzativo compiuto dal luglio scorso in poi. Altrimenti, ciò che non è accaduto quest'anno è destinato inesorabilmente ad accadere presto. 
CAPOZUCCA, PERCHE'? - Certo, i primi segnali, in tal senso, non mi sono parsi incoraggianti: nemmeno il tempo di celebrare con morigeratezza (e non con i caroselli e i tuffi nelle fontane che qualche fantasioso commentatore web ha creduto di vedere) il successo sul Palermo che ha sancito la permanenza in categoria, che il diesse rossoblù Capozucca si è affrettato a rilasciare le sue imprescindibili dichiarazioni alla stampa in fervida attesa: "Palacio merita una grande squadra", ha sentenziato, lasciando intuire, tra le righe, la sua grande considerazione nei confronti del prestigio e del rango della società che, fino a prova contraria, tuttora lo stipendia. La lezione sembrerebbe servita a poco, verrebbe da dire, se a ghirba appena salvata si riprende subito a fare e a disfare, mettendo all'asta i pezzi pregiati (pochi, quest'anno, anzi, forse il solo Trenza, artefice primo della salvezza), insistendo con pervicacia in un modus operandi aziendale che è stato una delle tante cause dello sfascio. In realtà, Capozucca pare destinato ad altri lidi: prossimo alto dirigente, e forse plenipotenziario, del Grifone ansioso di riscatto potrebbe essere l'ottimo catanese Lo Monaco, ma allora non si capiscono né il senso né l'opportunità di certe sparate da parte di un uomo che verosimilmente vivrà il suo futuro professionale lontano dalla Lanterna. 
LA DELUSIONE MALESANI - Pazienza, verba volant. Torniamo a noi, a questo sciagurato campionato 2011/12 del Genoa. Difficile scrivere qualcosa di originale: i guasti erano stati fatti già in chiusura della precedente stagione, con la scelta di affidare la guida della squadra al declinante Malesani. Chi, l'estate scorsa e poi durante i primi mesi di gestione da parte del veneto, ha avuto modo di seguire con costanza le sedute di allenamento a Neustift e in quel di Pegli, ha parlato spesso di preparazione troppo blanda, del tutto inadeguata ai ritmi forsennati del calcio d'oggi. Non avendo potuto osservare in prima persona, non so se ciò corrisponda al vero, comunque sul campo si è vista quasi fin da subito una compagine dalla tenuta atletica approssimativa e che col passare dei mesi è divenuta deficitaria. 
MARINO, ALTRO PASSO FALSO - Su questo blog, modestissimamente, avevo poi sottolineato già in inverno la totale mancanza di gioco del Genoa formato Malesani, mettendo in guardia dai danni che tale situazione avrebbe potuto portare sulla classifica, se non vi si fosse posto rimedio, una volta esauriti i colpi di fortuna che in quel periodo piovevano copiosi. I timori si sono trasformati in realtà, ma non sono affatto fiero di aver azzeccato la previsione. Insomma: guida tecnica deficitaria su tutti i fronti, e successivamente la grande delusione di un Marino che aveva iniziato tra fuochi d'artificio offensivi quasi... zemaniani, ma che, una volta perso per infortunio il satanasso Gilardino, si è paurosamente involuto in un oscurantismo tattico che lo ha definitivamente relegato nel limbo degli allenatori mai sbocciati. 
TROPPE SCOMMESSE - Il peccato originale, però, lo ha commesso chi  ha messo insieme una rosa raffazzonata, disomogenea, male assortita, priva di equilibrio e troppo ricca di scommesse. Per l'ennesima volta, si è lasciato il sicuro per avventurarsi nell'ignoto: si aveva un trainer non trascendentale ma pragmatico come Ballardini; si aveva un Floro Flores reduce dalla miglior stagione della sua carriera, chiusa in doppia cifra, e dietro di lui attaccanti di spessore tecnico e agonistico in grado di crescere ulteriormente, dopo i primi timidi approcci, come Boselli e Paloschi. Si aveva una serie di interpreti di fascia destra di medio e alto livello, da Rafinha a Konko a Tomovic. 

                                             La meteora Pratto; dietro di lui, Granqvist

Ebbene, l'attacco è stato rivoltato come un calzino, lasciando, e già è stata tanta grazia, il povero cireneo Palacio come unico elemento di continuità: al suo fianco, un mediocre italiano, Caracciolo, uomo da bassa Serie A quando va bene, ma solitamente da alta Serie B, un mediocre argentino, il cavallone Pratto, e un oggetto misterioso brasiliano, Zè Eduardo, un craque solo sulla carta. Caracciolo è stato preso in extremis dopo aver inseguito tutta l'estate Gilardino (poi arrivato a gennaio), e nel caso specifico ha fatto cadere le braccia l'atteggiamento di molti tifosi, che nelle loro esternazioni su forum e blog vari consideravano tutto sommato equivalente il valore delle due punte. Pratto è stato rispedito in Sudamerica col mercato invernale, e Zè Eduardo ha indisposto tutti, ma proprio tutti, col suo atteggiamento dentro e fuori del campo: nel 2012, ancora un brasiliano che soffre di saudade, manco fosse l'Eloi dell'83, e che non fa nulla per cercare di ambientarsi. 
STRANIERI A GO GO - Più in generale, un mercato che è stato un azzardo totale: troppi stranieri sconosciuti o quasi, tutti al debutto in Italia se non addirittura in Europa, quindi con colossali problemi di inserimento: alle difficoltà di adattarsi a un nuovo quadro tecnico - tattico, più sofisticato e impegnativo di quello dei campionati di provenienza, in questi casi si aggiungono quelle di inserimento in un Paese e in un tessuto sociale il più delle volte lontani anni luce dai luoghi di provenienza. Questi rischi te li puoi prendere con uno, due giocatori, non con una sfilza di ragazzini spaesati. Così, la rosa è stata rimpolpata coi vari Birsa, Jorquera, Seymour, oltre ai citati Pratto e Zè, mentre si lasciava assurdamente scoperta la citata fascia destra, affidata in chiave arretrata al solo Mesto (che non eccelle come difensore) e più in avanti a un Marco Rossi sempre più appesantito dall'usura di anni di battaglie a tutto campo. 
INFERMERIA DA ALLARME ROSSO - Certo, c'è stata anche sfortuna: un Constant che pareva un acquisto davvero di peso (ma ipervalutato) mai all'altezza della situazione, Veloso atteso giustamente con fiducia alla stagione del riscatto (è pur sempre un nazionale portoghese) ma mostratosi definitivamente inadatto ai ritmi e alla mentalità del nostro calcio, e poi Bovo e Antonelli perennemente rotti. Ma quello degli infortuni è un altro tasto dolente: voglio dire, se ti ritrovi costantemente l'infermeria piena, e se troppi giocatori restano fuori per periodi eccessivamente lunghi, beh, non puoi addebitare tutto solo alla malasorte. Anche in questo senso, ma lo dico da profano senza voler in alcun modo sparare sentenze, può aver inciso una preparazione non adeguata, ma il dubbio che, in sede di ristrutturazione societaria, si debba buttare un occhio anche al settore medico e a quello atletico mi rimane. (1 - Continua). 

giovedì 12 aprile 2012

GENOA: COSA FARE PER SFANGARLA

Cercasi ricetta per rivitalizzare squadra di calcio dall'encefalogramma piatto. Il più piatto della Serie A. Cadono le braccia, di fronte a questo straziante Genoa versione bisesta e funesta. E dico subito che ho esitato a lungo prima di scrivere queste righe, perché io sono genoano (non essendo giornalista posso dirlo, senza problemi, e del resto quei pochi che seguono il mio blog se ne saranno accorti): il mantra del perfetto tifoso recita infatti che "bisogna sostenere la squadra sempre e comunque, fino all'ultimo minuto dell'ultima giornata: solo così potrà superare il momento difficile e tornare a esprimersi su livelli dignitosi". Bene (anzi, male): atteso che questo sostegno indefesso (che c'è stato, eccome se c'è stato) non ha prodotto la scossa auspicata, e i giocatori continuano a vagare per il campo come autentici fantasmi, è forse il caso di cambiare registro, non vi pare?
STRIGLIATE NECESSARIE - Bastone e carota, si dice. Ecco, archiviamo per un attimo la carota e prendiamo in mano il bastone. Metaforico, ça va sans dire. Visto che le coccole non sono servite a far ritrovare fiducia e animus pugnandi alla squadra, giusto che i falsi miti in maglia rossoblù vengano messi di fronte alle loro responsabilità, anche brutalmente. Ritiri punitivi, strigliate presidenziali. Tutto fa: anche un allenatore che li faccia "correre", che li prenda di petto nello spogliatoio e che, se necessario, non si periti di tagliare i rami secchi, buttando nella mischia solo chi ha fiato, voglia ed energie mentali per sfangarla in questo finale di campionato. Una figura di allenatore che non pare coincidere col ritratto di Malesani, ma ormai è tardi, forse, per un ulteriore cambio, anche se conoscendo Preziosi non si sa mai, ma sarebbe la definitiva ammissione del fallimento globale della gestione del progetto 2011/12 (a proposito Prez, apprendo solo ora: in bocca al lupo e si riprenda presto dal malore accusato, il calcio è sempre e solo calcio, ma con la salute non si scherza).
E' tardi, perché i semi dello sfacelo sono stati gettati proprio con la scelta estiva dell'allenatore, e chi ha visto giocare la squadra in autunno, quando faceva punti in maniera fortunosa e discutibile, sa bene che il disastro stava facendo anticamera già in quei giorni. Ne riparleremo, così come riparleremo degli errori - orrori in serie commessi a livello dirigenziale. Ora è il momento di percorrere ogni strada rimasta (poche, molto poche) per rivitalizzare questo gruppo e condurlo a una salvezza che pare quantomai problematica. 
TUTTI I GUAI DEL GRIFO - Certo, il presente offre prospettive grame: il Grifo è una squadra solo nominalmente. Non c'è uno straccio di gioco, non c'è mai stato se non all'inizio della gestione Marino, quando l'entusiasmo e un Gilardino in buona forma avevano mascherato le magagne e creato girandole offensive spaventosamente efficaci. Non c'è condizione fisica, sia a Novara che col Cesena i ragazzi hanno finito in debito d'ossigeno, messi alle corde da avversari già virtualmente retrocessi. C'è un blocco psicologico terrificante, ed è ciò che lascia meno speranze, perché è un blocco che non svanisce nemmeno col pubblico che ti sostiene senza remore, nemmeno quando trovi i gol (e il Genoa bene o male li trova quasi sempre) che in teoria dovrebbero metterti le partite in discesa. Difetta la concentrazione, perché un errore difensivo come quello commesso sul gol di Mutu è da oratorio. Si insiste su giocatori che sono ormai, per diversi motivi, corpi estranei alla realtà rossoblù, mai entrati in sintonia con l'ambiente né sotto il profilo tecnico, con presenze quasi dannose sul terreno di gioco, né su quello "morale", perché se tutti avessero l'orgoglio e l'attaccamento ai colori di Sculli e Rossi forse ora non ci si troverebbe in questa situazione. 
PRECEDENTI INCORAGGIANTI - Si ritorna al punto di partenza: come se ne esce? Non lo so, ammetto candidamente. Il calcio a volte vive di sottilissimi equilibri, di percorsi mentali imperscrutabili. Quando tutto sembra volgere in tragedia (sportiva), ecco d'improvviso che si rialza la testa e si viene fuori dal tunnel. guardate la Fiorentina: vista col Chievo e in altre fallimentari occasioni, chi avrebbe messo due soldi bucati su una sua repentina resurrezione, con affermazione in casa del Milan (allora) capolista? E pensiamo a ciò che accadde due anni fa, gli appassionati lo ricorderanno: Udinese e, soprattutto, Lazio, erano imprevedibilmente alle soglie della zona retrocessione, sembravano in caduta libera, in pieno scoramento, incapaci di produrre gioco secondo le loro elevate qualità tecniche: poi, all'improvviso, le cose presero a girare per il verso giusto, la classe superiore di friulani e romani reclamò i suoi diritti e le due compagini misero insieme quelle poche vittorie utili a venire fuori dalle sabbie mobili. Così, d'amblè, sfatando fra l'altro uno dei tanti luoghi comuni del calcio, ossia che una squadra costruita per traguardi medio - alti sia destinata ad andare in forte difficoltà e a sprofondare, se per una serie di circostanze si ritrova coinvolta nella lotta nei bassifondi. 
Non è vero e non deve essere così: che fior di professionisti, gente che vive nel calcio da anni (e l'età media del Genoa non è bassissima...) non sappiano che a volte le cose possono girar male, e che in certi casi bisogna adeguarsi al nuovo andazzo e reagire di conseguenza, sinceramente fa sorridere. E' un meccanismo psicologico da bambini dell'asilo: un imbarazzo morale che può insorgere per qualche settimana, ma che poi, di fronte alle difficoltà, deve essere spazzato via dalla voglia di venirne fuori, dalla consapevolezza della propria classe, dalla fiducia nei propri mezzi, dal desiderio di onorare una maglia gloriosa: se non ci si riesce, non si è veri atleti e, soprattutto, non si è veri uomini. 
Trovo più plausibile, nonostante tutto, il paragone con Lazio e Udinese 2009/10 di quello con la Samp dell'anno passato: rispetto ai blucerchiati, questo Genoa, pur così male in arnese, è decisamente più dotato tecnicamente, soprattutto dalla cintola in su. La Samp non aveva un Frey paratutto, un Biondini a sfiancarsi nel mezzo, una coppia (seppur stropicciata) Gila - Palacio in avanti, e due bandiere, Rossi e Sculli, a gettare sempre il cuore oltre l'ostacolo. E, soprattutto, il Genoa società, nonostante l'orribile catena di errori di cui alla fine sarà doveroso chiedere conto (e da queste parti sconti non se ne faranno, comunque vada), non ha mai dato l'impressione di marciare verso una progressiva smobilitazione, anzi. 
SPERANZE - Basterà tutto questo a evitare il baratro? Dopo le ultime due partite essere ottimisti è dura. Anche il calendario favorevole assume relativa importanza, se poi si rischia di perdere la partita più favorevole in assoluto, in casa con l'ultima in classifica. E' anche vero che a un Lecce modello Champions fino alla fine non riesco proprio a credere: e, a proposito di Lecce, c'è solo da sperare che la giustizia faccia il suo corso, se ciò che sta emergendo verrà confermato. Ciò che Palazzi ha tolto al Genoa nel 2005 potrebbe essere restituito quest'anno, ma è prematuro parlarne e soprattutto è triste aggrapparsi a fattori extracalcistici per salvare la ghirba. 


                             Sampirisi, uno dei giovani della rosa rossoblù, contrasta Sneijder

LARGO AI GIOVANI - Sul campo, a questo punto non scarterei soluzioni drastiche: fuori i pesi morti, dentro giovani motivati. Da Sampirisi ad Alhassan, da Sturaro a Jorquera, sicuri che farebbero peggio di chi in queste settimane ha timbrato il cartellino del minimo sindacale e mostrato una mancanza di personalità disarmante? Dopodiché ci vuole anche un po' di fiducia: andare a Milano col piglio delle vittime designate, confidando nelle sfide casalinghe per fare i punti necessari, è il miglior viatico per la retrocessione. Con qualcuno dei giovani suddetti, con Kucka a coadiuvare Biondini (troppo solo, ieri) nel lavoro di rottura e di rilancio, con Belluschi (se recupererà) a portare idee e vivacità assai più del deludente Veloso, col Milan costretto ad attaccare lasciando spazi nei quali Gila e Palacio potrebbero trovare le dinamiche giuste per puntare verso la porta, sicuri che la recente impresa della Fiorentina non sia ripetibile, almeno a metà? Crederci bisogna, e ciò che conta non è tanto che ci si creda noi tifosi (quella del dodicesimo uomo in campo è una favoletta a cui ormai, nel 2012, possono abboccare solo i sempliciotti) quanto che ci credano, furiosamente, belluinamente, tecnico e calciatori. Ma ne avranno la forza? La speranza, come si dice, è l'ultima a morire... 

giovedì 23 febbraio 2012

GENOA, DOVE VAI?

Non c'è proprio pace per il Genoa, quest'anno. Neanche il tempo di godersi un mercato di riparazione di tutto rispetto, impreziosito da acquisti di livello assoluto come Gilardino (soprattutto) e Biondini, dal ritorno del figliol prodigo Sculli e dall'arrivo di un argentino di sicuro valore, Belluschi, oltre all'ingaggio di un tecnico (Marino) fautore di un gioco propositivo e fantasioso. E nemmeno il tempo di stropicciarsi gli occhi di fronte a tre partite casalinghe superlative, tre vittorie contro tre grossi calibri del campionato (Udinese, Napoli e Lazio) condite di gioco e gol. Tutto troppo bello per essere vero: e infatti, un febbraio maledetto ha portato prima l'infortunio di Gila (niente di grave, ma nemmeno poca roba: un mese di stop) e, a seguire, tre sconfitte consecutive, in tre gare (Catania, Atalanta e Chievo) che chiunque, al di là del rispetto che si deve ad ogni avversario,  avrebbe giustamente considerato accessibili. 
L'INDISPENSABILE GILA - Partiamo proprio da qui, ossia dal forfait forzato del bomber ex viola e dall'inopinata sequenza di k.o. Le due cose, ça va sans dire, sono intimamente collegate, anche se la prima non è la sola causa della seconda. Qui, fra l'altro, si entra nello spinosissimo territorio del modo di pensare di certi tifosi genoani: così come quest'estate molti avevano avuto l'ardire di affermare, senza alcuno sprezzo del ridicolo, che in fondo Caracciolo valesse grosso modo Gilardino e che con Palacio al fianco l'Airone avrebbe realizzato un numero di gol del tutto soddisfacente, così pochi giorni fa, dopo l'infortunio, c'è chi ha sostenuto che tutto sommato si potesse fare a meno anche del Gila, perché la macchina da gol rossoblù aveva preso a girare egregiamente e, in fondo, Alberto un solo gol aveva messo a segno. 
Che Iddio li perdoni (il Dio del calcio, ovviamente!). Tutta gente, ovviamente, che si vanta di andare allo stadio e di seguire la squadra dal vivo, non comodamente seduta in poltrona. Strano, perché andando allo stadio sarebbe dovuto essere assai semplice capire come Gilardino fosse diventato non solo importante, ma addirittura "vitale" per il gioco d'attacco del Grifo. Un centravanti di classe sopraffina, capace di fare movimenti che solo l'astuzia, l'intelligenza e il talento di un campione del mondo possono consentire; un giocatore che, per fama acquisita e pericolosità conclamata, è in grado di catalizzare l'attenzione delle difese avversarie, lasciando giocoforza più libertà di azione ai compagni di linea; uno che detta i passaggi e indirizza il gioco con gli spostamenti più opportuni in ogni circostanza; uno che riesce anche a inventarsi sublime uomo - assist; insomma, qualcosa in più di un semplice centrattacco-boa buono solo a sbattere la palla dentro; e qualche ingenuotto forse pensava che Jankovic si fosse messo improvvisamente a sfondare reti perché aveva capito, dopo tanti dubbi, di essere un fuoriclasse.  
Non a caso, una volta fuori il piemontese, la luce si è spenta per tutti, per Janko, ovviamente, e persino per Palacio, che quando ancora il bomber giocava a Firenze era riuscito a tirare egregiamente la carretta; ma anche l'argentino aveva guadagnato assai dall'arrivo di Gila: più ampi margini di manovra, possibilità di dialogare con un compagno di pari classe, e di conseguenza gol importanti e di squisita fattura (i gioielli con Napoli e Lazio, roba da incorniciare). E una volta azzerato l'attacco (nessun gol nelle ultime tre uscite), sono venute impietosamente a galla le contraddizioni di un mercato invernale che, lo si è detto inizialmente, è stato scintillante in attacco e buono a centrocampo, ma ha incredibilmente lasciato esposto alle intemperie il reparto più disastrato della squadra, quello arretrato. 
MERCATO A META' - Certo, a gennaio la società ha fatto molto, questo va detto: ma l'ha fatto per porre rimedio a un mercato estivo che ha trapanato l'acqua in maniera oltremodo vistosa, va detto anche questo. Secondo fallimento consecutivo, riguardo alle grandi manovre di luglio e agosto: ma se nel 2010 fu soprattutto sfortuna (compri Eduardo, Rafinha, Veloso e Toni, e non puoi certo aspettarti che quattro big falliscano tutti insieme, e così fragorosamente), nel 2011 si sono commessi errori di valutazione incredibili, per una società di medio - alto livello come il Genoa: eccessivo, da azzardo totale, il ricorso a stranieri giovani e che per la prima volta erano chiamati a operare sulla scena calcistica italiana, se non addirittura europea; da brividi il reparto d'attacco "innervato", Palacio a parte, da Caracciolo, Pratto, Ribas e Zè Eduardo, e oggi totalmente cancellato, a mo' di implicita ammissione di colpa da parte della società (è rimasto il brasiliano, che però inizialmente sembrava il primo della lista a dover lasciare la Liguria, tanto che lo stesso Preziosi si era espresso pubblicamente su di lui in termini non proprio lusinghieri). Gli unici colpi, a conti fatti, sono stati quelli di Frey (prevedibile: uno dei migliori numeri uno del torneo da anni) e di Granqvist (a sorpresa: lo sconosciuto difensore svedese non aveva neppure convinto appieno durante il ritiro estivo). 
E dunque, in inverno, rinforzi poderosi per seconda e prima linea, ma la terza pressoché abbandonata a se stessa: arrivato il solo brasiliano Carvalho, tutto da valutare all'impatto con la nostra Serie A, in un reparto costretto a fare i conti con lungodegenze alternate (la più duratura, quella del laterale Antonelli), assenze varie per squalifiche, cali bruschi di rendimento (Kaladze e Dainelli, quest'ultimo infine partito in direzione Chievo); e poi il caso Bovo, ex difensore del Palermo, ex Nazionale, e anche ex Genoa (stagione 2007/08), protagonista di una prima parte di campionato fallimentare e poi anch'egli cancellato da un lunghissimo infortunio. In più, l'incomprensibile gestione della fascia destra di difesa: lasciati partire negli anni i vari Tomovic, Sokratis e Rafinha, è rimasto il solo Mesto, per di più incappato in una delle sue peggiori stagioni. In pratica, una retroguardia che ha fatto affidamento per lungo tempo solo sulle strepitose parate di Frey. 
COPERTA TROPPO CORTA - Con una difesa così male in arnese, non puoi che puntare tutte le tue fiches su un gioco d'attacco asfissiante e produttivo: qualcosa di molto simile ai concetti zemaniani, insomma. Marino ci stava riuscendo: già predisposto per mentalità a un approccio tattico di questo genere, trovandosi tra le mani un'arma micidiale come Gila ha potuto dare libero sfogo alla sua fantasia e i risultati, perlomeno tra le mura amiche, si sono visti eccome, anche grazie a una condizione atletica rimessa a punto dopo gli stenti dell'epoca "malesaniana". Ma anche quei trionfi nascondevano la... polvere sotto il tappeto: nel senso che tre partite stradominate sono finite 3-2, con sofferenza incredibile nel finale. Ma, appunto, finché c'era il fuoriclasse d'attacco a sostenere questo atteggiamento spregiudicato, le cose più o meno filavano: dopo il crack di Alberto, come detto, buio totale.
PERSONALITA' - Chiaro, non è tutto qui. Fuori casa, ad esempio, si perde pressoché sempre. Da quando c'è Marino, quattro sconfitte (due con Gila, due senza). E, nella grigia domenica trascorsa, è arrivato, puntuale e ormai "maturo, pure il capitombolo casalingo, benché secondo alcuni "illuminati" al Ferraris si potesse tranquillamente porre rimedio sistematicamente alle figuracce esterne, come se stessimo parlando di Playstation e non di football. Manca la personalità: la devono dare elementi da campo e da spogliatoio come capitan Rossi e come i nuovi arrivati Biondini, Sculli e, decisivo anche in questo caso, Gilardino. Ma ci vuole tempo a lavorare sullo spirito e sugli attributi di una squadra che viene smontata e rimontata ogni sei mesi al di là delle esigenze tecniche e, parere personalissimo, economiche. Non si può creare un gruppo consolidato e duraturo, c'è un continuo viavai, i giocatori si sentono costantemente dei "precari" (di lusso, ci mancherebbe), e molti di quelli che arrivano sono giovanotti di fuorivia privi di esperienza e di malizia: avrebbero bisogno di stabilità per inserirsi, e invece attorno a loro tutto muta troppo rapidamente. 
LA SOCIETA' - E' una critica alla società? Sì, spiace dirlo. E lo dico qui perché farlo altrove, in spazi "ufficiali", è assai dura, in quanto, di default, le risposte sono grosso modo sempre le stesse: "Vai a seguire il Doria", "Trovami un altro presidente che sia meglio di Preziosi", "Ricordati sempre dei tempi della C1 e di Pizzighettone", "Sei un disfattista" e amenità simili. Molti tifosi hanno il difetto di ragionare per schematismi eccessivi, e senza mezze misure: se non è bianco, deve essere per forza nero. 
Non è così, ovviamente. Per l'ennesima volta, ripetiamo che la gratitudine verso Prez non verrà mai meno. Come potrebbe essere altrimenti, nei confronti di un uomo che ha riportato il Grifone in  Serie A e lo ha mantenuto stabilmente fra le prime dieci, sfiorando una volta la qualificazione alla Champions e portando a esibirsi a Marassi campioni di altissimo livello qualitativo? Ma l'apertura di credito non può durare in eterno, e non può impedire di stigmatizzare una maniera non sempre tecnicamente plausibile di allestire la squadra. 
Ci vogliono maggior linearità ed equilibrio nelle scelte: chi più spende meno spende, meglio investire su pochi giocatori affermati già esperti del nostro campionato (come si è fatto in gennaio, dopo le avventure estive) e su giovani italiani di prospettiva, piuttosto che dedicarsi ai consueti tourbillon di giocatori (troppe volte esteri, mai mi stancherò dibattere su questo tasto) che fanno perdere la bussola tattica, privano il gruppo di un'anima e che magari, se sul momento paiono convenienti, alla lunga vengono a costare di più, perché portano con loro il surplus di spesa indotto dal dover rimediare agli errori compiuti, ormai decisamente troppi. Senza contare che con questi continui stravolgimenti è pressoché impossibile operare una programmazione tecnica che vada al di là del tranquillo mantenimento della categoria: che è importante, ma gli appassionati hanno bisogno di sognare, di poter puntare a un traguardo più alto di quello dell'anno prima, e anche i calciatori, per moltiplicare il loro rendimento, necessiterebbero di vedersi alzare ogni tanto l'asticella, altrimenti rischiano di sedersi, e di avvitarsi in una routine che nello sport è alla lunga dannosa.  

sabato 26 novembre 2011

IL PUNTO SUL GENOA: NON E' TUTTO ORO QUEL CHE LUCE

Dopo dieci gare di campionato e due di Coppa Italia, è giunto il momento di fare un primo punto sulla stagione del Genoa. Stagione terribilmente difficile da decifrare e da giudicare, diciamolo subito. La classifica  sorride, i rossoblù, con una gara da recuperare, sono in settima posizione, a pari merito con altre compagini (fra cui il reclamizzatissimo Napoli, che sta pagando un prezzo carissimo all'impegno Champions, nonostante l'allargamento della rosa), la zona che occupano profuma d'Europa e, nell'ambito di una graduatoria che rimane piuttosto corta, l'area B dista ben sette punti, non pochi.
Questi sono i fatti numerici, quelli che in ultima istanza determinano il successo o il fallimento di una stagione sportiva. Tutto bene e prospettive rosee, dunque? Beh, non proprio. Se è vero che in Italia conta solo il risultato, è altrettanto innegabile che non andare oltre le apparenze sarebbe intellettualmente disonesto. E dunque, diciamolo, a maggior ragione dopo aver visto le ultime due gare chiuse vittoriosamente dal Grifone, col Novara in campionato e col Bari in Coppa: il Genoa gioca male, a tratti malissimo, o, meglio (o peggio?) di gioco sembra proprio non averne.
Su blog e muretti vari, le obiezioni ad affermazioni del genere sono sempre le stesse, ripetute come un mantra e con scarsissima fantasia: 1) Dopo tutto quello che si è passato, fra Serie B e Serie C, bisognerebbe solo ringraziare società e squadra per essere dove si è adesso, senza essere troppo schizzinosi. 2) Ora certi genoani fanno i signorini e pretendono il bel gioco, come se avessero goduto sempre del miglior football e non fossero, invece, reduci da decenni di oscurantismo calcistico e di mezze figure. Bene, rispondiamo in breve: gli stenti del passato implicano di certo  in automatico la gratitudine alla dirigenza attuale per aver risollevato le sorti del club più antico d'Italia, ma non possono né annebbiare il senso critico né impedire che si desideri sempre un miglioramento, un passetto in più rispetto all'anno precedente. In seconda battuta, non si pretende il bel gioco (che, pure, Gasperini aveva fatto vedere, e lo dice uno che, pur stimando il tecnico di Grugliasco, non appartiene alla schiera delle sue vedove inconsolabili e la stagione passata ritenne giusto il suo allontanamento), ma "un" gioco, scintillante o scarno che sia.
Per una volta, dunque, mi schiero con i genoani "mugugnoni". Ma non perché, come tanti tifosi, io provi più soddisfazione quando le cose non vanno bene, godendo addirittura nel criticare. Penso invece che in questo caso il mugugno sia legittimo: perché il Genoa sta andando avanti improvvisando, e nel campionato italiano di Serie A con l'improvvisazione e con la fortuna non si sopravvive a lungo, a meno che non si abbiano le potenzialità tecniche ed economiche dei grandi squadroni metropolitani, i quali in una maniera o nell'altra la sfangano sempre, anche nelle stagioni più disgraziate. 
Rispetto all'ultima stagione, il Grifo ha quattro cose in più: un portiere vero, un Veloso finalmente su livelli presentabili, grande praticità (ed è la cosa più importante) e tanto, tanto fattore C. Che, per carità, è benedetto, soprattutto per un club che dalla buona sorte non è mai stato guardato con occhi di riguardo. Però non basta, così come non può bastare l'affidarsi ai saltuari colpi di genio dei buoni giocatori che non mancano nell'organico, dallo stesso Veloso a Palacio. Improvvisazione, appunto. 
Fissarsi sulla necessità di avere un gioco non è roba da palati fini. Un impianto di gioco, un canovaccio da seguire in ogni partita, è ciò che ti sostiene nei momenti (e arriveranno) il cui la ruota della fortuna prende a girare dalla parte opposta, in cui i big avranno un calo di rendimento e non regaleranno più alzate di genio, e in cui il vecchio cuore rossoblù, determinante ad esempio nella sfida col Novara, non basterà più a togliere le castagne dal fuoco. Senza gioco, puoi bluffare per qualche settimana, qualche mese, ma alla lunga paghi dazio. E dire che comunque quanto visto sinora sia sufficiente per raggiungere gli obiettivi stagionali (sempre molto aleatori, oltretutto: parte sinistra? Europa League? Coppa Italia? Salvezza tranquilla?) è falso e rischioso: il nostro campionato rimane il più difficile ed equilibrato, e domenica scorsa, siamo onesti, sarebbe bastato che la Dea bendata avesse deciso di rivolgere i suoi favori al Novara piuttosto che a noi per determinare un risultato radicalmente diverso, e forse di proporzioni clamorose. 
Certo, non tutte le colpe sono di Malesani: che si è ritrovato per le mani una squadra certo di buona qualità complessiva, ma ancora una volta rivoluzionata rispetto alla stagione precedente, coi nuovi che sono in larga parte stranieri, giovani ed esordienti in Italia, e che quindi alle fisiologiche difficoltà di inserimento tecnico aggiungono anche quelle di ambientamento in una nuova realtà sociale e nazionale. Ed è, inoltre, una squadra incompleta: minimo sindacale in difesa (con la fascia destra depauperata nel corso degli anni, a causa della progressiva rinuncia a Sokratis, Tomovic, Rafinha e Konko: oggi c'è in pratica il solo Mesto a cantare e portare la croce) e un attacco che, per l'ennesima volta, non propone l'attaccante di peso in grado di spalleggiare adeguatamente il brillante ma discontinuo Palacio. Caracciolo è un centravanti da bassa Serie A - alta Serie B, Pratto un cavallone con pochissima classe nei piedi. Zè Eduardo è forse il migliore di tutti ma fin qui è stato azzerato dai problemi fisici e pensare che possa arrivare lui a risolvere tutti i guai è assai rischioso. L'anno scorso c'erano Boselli, Paloschi, Destro e Floro Flores: tutta gente che, presa singolarmente, vale assai di più dell'ex bresciano e dell'argentino, sospendendo per il momento il giudizio sul brasiliano. 
Insomma, non è disfattismo, mi limito a giudicare quello che vedo e sento. Se poi, stamane, anche un giornalista dell'esperienza di Gessi Adamoli (Repubblica - Lavoro) sostiene che, nonostante la classifica e la Coppa Italia, Malesani rischi il posto in caso di passo falso a Cesena, perché Preziosi non è per nulla soddisfatto delle prestazioni offerte, beh, magari non c'è nulla di vero, però può essere anche una sensazione dovuta a un certo clima che si respira dalle parti di Pegli, e che chi frequenta giornalmente il campo di allenamento può percepire meglio di me. 
Personalmente, e non sembri un controsenso rispetto a quanto detto fin qui, la riterrei una mossa azzardata: perché l'alternativa sarebbe De Canio, tecnico di basso profilo che qui a Genova abbiamo già visto all'opera in tempi non sospetti, coi risultati che sappiamo; e perché, anche, in questo primo scorcio di torneo qualche sprazzo incoraggiante c'è stato: il secondo tempo di Roma con la Lazio, la gara col Catania, magari non bellissima ma di grande concretezza, la splendida partita dello Juventus Stadium e anche quella con la Roma, di certo sofferta ma perlomeno condotta sulla base di una idea tattica ben precisa. Ecco, certi episodi significano che qualcosa di buono sotto sotto c'è, e che quindi vale la pena di insistere, magari tirando avanti fino a gennaio, quando però dovranno giungere rinforzi di peso (auspicati dallo stesso Malesani nel dopo gara di domenica scorsa) soprattutto per la prima linea. Sperando che la situazione non cambi in peggio prima. 

venerdì 2 settembre 2011

ECCO IL NUOVO GENOA: RIVOLUZIONE "INTERNAZIONALE"

Cambiare (tanto) per non morire. E' l'ormai consolidato modus operandi del Genoa targato Enrico Preziosi. Rivoluzionare la squadra ogni estate (e spesso anche d'inverno); vendere quasi tutti i migliori talenti per fare cassa e reinvestire in giocatori poco conosciuti e perlopiù giovani (meglio se stranieri), per valorizzarli e farne, un domani, nuovi "crack" del mercato. E' stato così anche quest'anno, in casa rossoblù: rosa rivoltata come un calzino, ma questa volta anche con fondate motivazioni tecniche, dopo una stagione che ha sostanzialmente lasciato con l'amaro in bocca il patron e larga parte della tifoseria. La soddisfazione per l'ormai riconquistata supremazia cittadina non può far passare in secondo piano gli stenti di un'annata che era partita fra fanfare e squilli di tromba, sulle ali di una campagna acquisti faraonica. 
IL CAMPIONATO SCORSO - Preziosi è stato sfortunato: dei tanti top player portati a casa dodici mesi fa, nessuno ha mantenuto le promesse. Tanti buchi nell'acqua, da Veloso a Rafinha per finire ai più fragorosi: un Toni ormai chiaramente sul viale del tramonto e la sciagura Eduardo, portiere della Nazionale portoghese, protagonista di un buonissimo Mondiale ma scioltosi come neve al sole sotto la Lanterna, fra papere sesquipedali, défaillance caratteriali e una disarmante dimostrazione di carenza assoluta in fasi tecniche fondamentali per un estremo difensore. 
LA STRATEGIA SOCIETARIA - Così, questa volta la rivoluzione è stata forse più accettabile, per i supporters. Se la rinuncia a Rafinha ed Eduardo (quest'ultimo, in verità, difeso a spada tratta oltre ogni evidenza da un fetta cospicua di tifosi) è stata mandata giù tutto sommato senza fiatare, hanno fatto storcere il naso quelle al Nazionale Criscito e soprattutto al gioiellino fatto in casa El Sharaawy, al quale moltissimi esperti pronosticano un avvenire luminosissimo. I critici dicono che con questo andirivieni di giocatori non si intravede il barlume di un progetto a lunga scadenza, e che non viene data la possibilità di affezionarsi ai campioni, di fidelizzarli alla causa rossoblù, facendo cadere uno degli aspetti più affascinanti e poetici del football. I difensori della causa presidenziale sostengono che tutto ciò va accettato, sia perché Preziosi i soldi che incassa li reinveste quasi sempre in maniera azzeccata, sia perché comunque l'irpino ha restituito al Genoa una dignità, sul piano dei risultati, che in quanto a continuità mancava da prima dell'ultima guerra. 
Ad entrambe le "fazioni" non mancano le ragioni: da parte nostra si può aggiungere, sempre per... dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, che in questo brutto calcio del Duemila, con un abisso profondissimo di potenzialità economiche fra l'élite delle grandi e il "resto del mondo", la strategia adottata dal club rossoblù è l'unica, o comunque una delle poche, percorribili per rimanere a galla dignitosamente in Serie A senza bagni di sangue finanziari. E' anche vero che cambiamenti d'organico così profondi di anno in anno mettono in seria difficoltà l'allenatore chiamato a dare un volto e un'anima alla squadra, e rendono il futuro un'incognita continua, perché quando ci si affida a tante scommesse tutte in una volta il rischio flop è più alto che mai. 
Ciò vale a maggior ragione quando, come quest'anno, si punta su tanti stranieri, perlopiù giovani e perlopiù mai visti all'opera in un campionato europeo. Un grosso rischio per Malesani, che dopo aver rivisto la luce a Bologna è chiamato al rilancio definitivo, dopo anni di stagnazione. Ce la farà? Ha in mano una patata bollente, ma durante il ritiro estivo si è mostrato carico, sereno e fiducioso, e del resto, scommesse a parte, la rosa messagli a disposizione ha tante certezze che dovrebbero bastare quantomeno a ripetere il torneo dell'anno passato. Vediamo nel dettaglio. 
PORTIERI - Qui il passo avanti è evidente: da Eduardo, che oltretutto coi suoi errori trasmetteva un enorme carico di paura e di incertezza a tutta la terza linea, si è passati a Frey, che se ha recuperato la forma è un estremo difensore da altissima classifica. Dietro di lui l'esperienza di Lupatelli, uno che fa spogliatoio ma che, se chiamato in campo, il suo lo può ancora fare. E poi c'è sempre Scarpi, altro collante del gruppo e ormai prossimo al ritiro.
DIFESA - Un po' in chiaroscuro. Bovo è rinforzo di lusso, perché al centro gli ottimi Dainelli e Kaladze, non di primo pelo, hanno un anno in più e avranno spesso necessità di rifiatare, e in più è giocatore eclettico. Poi c'è anche lo svedesone Granqvist, che in precampionato non sempre ha convinto ma che gode della fiducia dello staff tecnico. Sulla destra ci si affida ancora a Mesto, spesso contestato ma inappuntabile per continuità e dedizione alla causa, mentre a sinistra la pesante eredità di Criscito sarà raccolta da Antonelli, figlio d'arte (papà Dustin giocò nel Genoa nella prima metà degli anni Ottanta, da attaccante) e già provato da Prandelli in azzurro. In più Moretti, utilizzabile sia al centro sia (preferibilmente) a sinistra. Però, nel complesso, il reparto appare un po' a corto di alternative. 
CENTROCAMPO - Tante scommesse, qualche potenziale crack e un valore medio più che rispettabile, sulla carta. Ci si aspetta il riscatto di Veloso, centrocampista di qualità e quantità che ha completamente fallito l'approccio al calcio italiano.  Potrebbe essere uno degli stranieri rivelazione della Serie A lo sloveno Valter Birsa, forte fisicamente, rapido e fantasioso, con propensioni da trequartista, mentre è attesa la consacrazione di Constant: tecnico, versatile, costruttore di gioco e buon incursore, l'anno scorso col Chievo ha offerto lampi accecanti. Occhi puntati anche su Kucka, in bilico fra Genoa e Inter, anche lui molto versatile, centrocampista di sostanza  e con buone doti di inserimento. Se non penserà troppo al futuro nerazzurro, il rendimento è assicurato, dopo le buone cose mostrate nell'ultimo torneo. Merkel è un giovane di cui si dice un gran bene, poco si sa del cileno Seymour, sul quale peraltro in molti sono pronti a scommettere, mentre c'è sempre la garanzia rappresentata da capitan Marco Rossi, una delle poche bandiere rimaste nel nostro football: fisico, polmoni, classe non disprezzabile, attaccamento alla maglia, capacità di ricoprire più ruoli con efficacia. A proposito di bandiere, sull'estate genoana grava l'ombra del discusso (e a parer nostro incomprensibile) addio a Milanetto, in rotta con talune frange della tifoseria. Non è stato un bell'episodio: Mila ha dato tanto ai colori rossoblù, l'incidente (ingigantito) di fine derby doveva essere meglio metabolizzato, anche se non è dato sapere fino a che punto tale rottura abbia pesato sulla separazione. Il retrogusto amaro però resta. La brutta pagina è stata scritta, sul piano calcistico rimane l'auspicio che la sua assenza non si senta molto, visto che nell'ultimo anno il vecchio Omar ha messo molte pezze fondamentali alle lacune di gioco della squadra. Si spera trovi spazio il giovanissimo Sturaro, prodotto della "cantera" rossoblù. 
ATTACCO - Dopo un'estate trascorsa a inseguire Gilardino, chiudere il mercato con Caracciolo non è il massimo della vita. Con tutto il rispetto per l'Airone, dignitosissimo centravanti, il buon Alberto è un'altra cosa. Cionondimeno, inserito in un contesto più competitivo di quelli a cui è abituato, non è detto che l'ex bresciano non possa assicurare il bottino di reti necessario per garantire al suo nuovo club un piazzamento di rilievo. Si giocherà il posto con Pratto, ennesima incognita straniera (argentina, per l'esattezza), attaccante possente, non bellissimo a vedersi. La sicurezza è rappresentata da Palacio: Preziosi ha resistito alle sirene interiste, facendo tirare un sospiro di sollievo al popolo rossoblù. La perdita di Rodrigo sarebbe stata esiziale, privando la squadra dell'anima offensiva: classe di prim'ordine, Rodrigo segna e fa segnare, anche se la continuità non è il suo forte. Ci si attende molto da Zé Eduardo, fantasioso attaccante brasiliano peraltro subito frenato da un infortunio. Oggetto misterioso il cileno Jorquera, che viene descritto come elemento dal talento cristallino, giocatore rapido ed estroso, mentre rientra in gruppo Jankovic, dopo due gravissimi infortuni: se si è rimesso in sesto, un importante guastatore offensivo, un'arma in più per variare gli schemi d'attacco. Spiace per le rinunce a Floro Flores (dieci gol nel girone di ritorno del torneo appena concluso), ma l'Udinese pretendeva troppo, e a Paloschi, che ha tutto per diventare uno dei migliori attaccanti italiani. 
CARLO CALABRO'