Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Grifone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Grifone. Mostra tutti i post

lunedì 28 novembre 2016

DOPO IL TRIONFO SULLA JUVE: I PIU' E I MENO DEL GENOA A UN TERZO DEL CAMMINO


Un terzo del cammino in campionato è stato compiuto: tempo dunque di primi bilanci in casa Genoa. Debbo essere sincero: avessi scritto una settimana fa, e ne avevo pure fatto cenno su Facebook, non me la sarei sentita di archiviare come totalmente positiva questa prima, significativa parte di stagione. Poi, la strepitosa impresa contro la Juventus ha rimescolato le carte e mi ha reso più indulgente. Mi si obietterà: può una sola vittoria, per quanto prestigiosa, sorprendente e meritata come quella di ieri, far cambiare radicalmente un giudizio? Beh, radicalmente no di certo, ma parliamoci chiaro: l'impressione offerta dal Grifone al cospetto dei pentacampioni d'Italia è stata ben più che notevole. Gianni Cerqueti, a Novantesimo minuto, ha parlato di uno dei primi tempi migliori nella storia rossoblù. Con tutta la stima per il popolare telecronista Rai, certe affermazioni sono oltremodo azzardate, riferendosi a una società che ha alle spalle 123 anni di storia e di partite, e tuttavia... 
JUVE SCHIANTATA - Tuttavia, il dato oggettivo è che la formazione di Juric ha letteralmente schiantato Madama, sul piano della fisicità, del ritmo, della concretezza, persino della qualità di manovra. E lo ha fatto pur dovendo rinunciare ad elementi chiave come Veloso e soprattutto Pavoletti, che per il Genoa vanno ritenuti quasi vitali, in particolare la punta azzurra. Assenze ne aveva anche la Juve, certo, ma credo che il confronto non regga: basta dare uno sguardo all'organico a disposizione di Allegri per capire come qualche forfait, pur doloroso, possa essere tamponato con soluzioni che farebbero la fortuna di qualsiasi altro club di Serie A. 
Poi, ovvio che quando maturano certi risultati inattesi la verità va sempre cercata a metà strada: in parole povere, anche i torinesi ci hanno messo del loro, così come del resto hanno quasi sempre fatto fin dall'inizio della stagione (difficile trovare una loro partita in cui abbiano brillato di luce intensissima dal primo all'ultimo minuto); la differenza è che stavolta, come accaduto nelle due infauste trasferte a San Siro, hanno trovato una compagine abile, sveglia, svelta e tonica, e soprattutto non rassegnata al peggio, capace di metterne da subito impietosamente a nudo i limiti atletici, tattici e mentali. 
COME DUE ANNI FA? NO... - Una curiosità: anche nel felicissimo campionato di due anni fa (mancata licenza Uefa a parte...), nella prima parte del torneo il Genoa aveva messo a segno gli stessi colpacci contro le stesse grandi: Antonini e Antonelli castigarono Juventus e Milan di misura, mentre questa volta i due successi hanno assunto proporzioni decisamente più ampie, 3-0 ai rossoneri e 3-1 a Buffon e compagni. Credo però che i paragoni debbano fermarsi qua, rinviando i sogni di gloria. Il Grifone del 2014/15 non si era limitato a quei due acuti, ma aveva già dato ampie dimostrazioni di affidabilità e tenuta anche contro avversari più "terrestri", che è poi ciò che fa la differenza fra una squadra in grado di puntare in alto e una che deve accontentarsi di un piccolo cabotaggio interrotto da qualche isolato exploit. E il prosieguo confermò le favorevoli impressioni: nonostante la rivoluzione invernale di mercato, Gasperini continuò a far marciare il complesso a ritmi elevati, innalzandolo fino al sesto posto conclusivo. A quel Genoa indemoniato è casomai da paragonare la terribile Atalanta attuale, non a caso guidata dal medesimo nocchiero: vedremo se l'esito finale sarà lo stesso, tenuto conto che quello orobico, pur valido, pare un team un po' meno dotato, sul piano dei valori individuali, rispetto ai rossoblù dell'epoca (ricordiamo i vari Bertolacci, Kucka, Perotti, Niang e Iago Falquè). 
OCCASIONI MANCATE - Questo Genoa, ragionevolmente, non pare in grado di ripetere la splendida cavalcata di due tornei fa. E' una compagine dalle potenzialità notevoli, perché certi successi - boom non si ottengono per caso, soprattutto se sono sostenuti da prestazioni di così alto spessore. Ma la prima parte del campionato ha detto anche altro, e in primis che questa squadra manca drammaticamente di continuità. Il calendario è stato fin qui estremamente favorevole, però le occasioni migliori sono state gettate al vento: le mancate vittorie nelle tre gare casalinghe con Pescara, Empoli e Udinese (ma anche il derby perso contro una Sampdoria in gravi ambasce psicologiche, sfida peraltro assai sfortunata) gridano vendetta.
Scusanti di peso si possono accampare solo per il pari con gli abruzzesi, condizionato dalla clamorosa svista arbitrale sul salvataggio di mano di Zampano; ma la settimana prima era stato il Napoli a recriminare per certi episodi nel match di Marassi. Insomma, al contrario di quanto avvenuto troppo spesso in passato (anche nella citata, fausta stagione 2014/15), finora le giacchette gialle hanno avuto un'incidenza assai relativa sulle sorti del Grifo. Più pesante è stata, per l'appunto, la mancanza di killer instinct negli appuntamenti "alla portata", i black out che hanno frenato Perin e colleghi ogni volta che c'era la possibilità di spiccare il volo. 
PAVOLETTI, VELOSO E I POCHI RICAMBI - Di questo non si può certo accusare Juric, che sta anzi facendo sostanzialmente bene alla sua prima esperienza nella massima categoria: ha seguito il solco tracciato dal suo mentore Gasperini, magari con gioco meno verticale e più elaborato nonché più attenzione alla copertura. Ne risultano un maggior equilibrio complessivo ma anche un pizzico di difficoltà in più a pungere in zona gol (nonostante le occasioni arrivino), come dimostra del resto il misero score messo insieme nelle partite prima citate (Pescara, Empoli, Udinese).
Le attenuanti esistono, comunque: la solita spada di Damocle dell'infermeria, innanzitutto, con particolare riferimento a Pavoletti, che resta elemento chiave non solo come terminale ma più in generale per lo sviluppo di tutta la manovra offensiva (lo ha dimostrato chiaramente contro il Milan) e che Preziosi tenterà di trattenere fino a giugno, anche se le sirene si fanno sempre più insistenti; un Veloso che, per quanto dignitoso, anche in questa sua seconda esperienza sotto la Lanterna non riesce ad essere incisivo e carismatico nell'organizzazione di gioco come potrebbe e dovrebbe; le troppe espulsioni che hanno caratterizzato questa prima parte del cammino; e poi, una apparente inadeguatezza della rosa a livello di ricambi in determinati ruoli: è ancora tutta da dimostrare la validità a questi di livelli dei vari Orban, Biraschi, Brivio, Ntcham (spero ovviamente di essere smentito), mentre Pandev continua il suo digiuno nei sedici metri finali e Gakpè non regala più di qualche lampo. 
LE NOTE LIETE, DA RIGONI AL CHOLITO - Anche nel mezzo le alternative sono ridotte all'osso, soprattutto dal momento in cui è stato ulteriormente avanzato il raggio d'azione di Luca Rigoni, chiamato a un lavoro piuttosto sfiancante fra centrocampo e trequarti ma, in compenso, ancor più presente e pericoloso negli inserimenti in zona d'attacco. Le note liete vengono proprio dalla fascia di campo in cui si rifiniscono le azioni e si punta verso la porta avversaria: oltre al generoso ex Palermo, si stanno ritagliando spiccioli di gloria lo sgusciante Ninkovic e il virtuoso Ocampos che sta finalmente uscendo dal guscio dopo essere stato adeguatamente pungolato dal mister; ma si tratta comunque di due classe '94, e, come tali, naturali prede di quegli sbalzi di rendimento tipici dell'età più verde: possono dunque tornare utilissimi, ma difficilmente saranno sufficienti a far compiere un poderoso salto di qualità. Menzione anche per Lazovic, che però deve fare ben più dello splendido assist di ieri a Simeone  (gol del 2-0) per rimediare a tanti passaggi a vuoto accumulati anche nell'annata passata. 
Proprio Simeone jr è la novità più bella, una nuova scommessa vinta da Preziosi, una delle tante della sua turbolenta presidenza, va detto: l'impatto con la Serie A nostrana di questo giovanissimo è stato sensazionale, quattro gol pesanti, due realizzati ieri a mettere sollecitamente ko la Signora: un crack che rende il Genoa meno Pavoletti - dipendente e che deve essere accuratamente gestito, e quindi non gravato di eccessive responsabilità. Nelle retrovie, meritano una citazione soprattutto il ritrovato Munoz, un Laxalt stantuffo inesauribile ma anche capace di colpi tecnicamente esaltanti, e un Izzo sempre più sicuro di sé, solido perno del reparto difensivo. 
PROSPETTIVE - Come si vede, la squadra ha mezzi più che discreti, seppur limitati in certi ruoli. La lettura pare abbastanza semplice: c'è il necessario per un campionato dignitoso e per una salvezza anticipata (anche perché la quota di permanenza, quest'anno, potrebbe essere clamorosamente bassa: non lo dice solo la qualità delle ultime, invero assai modesta, ma la loro media punti e il conseguente rendimento in proiezione). Di alzare l'asticella, al momento, meglio non parlare: gli alti e bassi sono nemici dei grandi traguardi. Si badi, per il futuro prossimo, a muoversi in maniera oculata nella finestra di mercato di gennaio. Intanto già incombe un interrogativo: come verrà gestito il fattore Coppa Italia, tradizionale buco nero genoano (il fondo è stato toccato dodici mesi fa, con la resa di fronte all'Alessandria)? Tra pochi giorni, col Perugia, il primo verdetto. 

martedì 3 febbraio 2015

IL MERCATO DI GENNAIO SFORNA UN GENOA DIVERSO: MA ERA PROPRIO IL CASO?

                                    Borriello, terza volta in rossoblù: funzionerà ancora?

Tengo fede alla promessa di non parlare più di Serie A, di questa invereconda Serie A, a tempo indeterminato. Salta quindi il consueto appuntamento con il bilancio critico del mercato di gennaio, ma faccio un'eccezione con un flash sul Genoa, perché resta uno dei temi centrali del blog e perché comunque in questa sessione invernale qualcosa è successo. E' successo troppo, direi, in misura tale da non poter essere taciuto. 
I TRE NAZIONALI PERDUTI - Farsi piacere qualsiasi operazione fatta dalla società è un modo di ragionare che non mi appartiene. Senza scadere in pessimismi "a prescindere", mi piace riflettere partendo da dati di fatto incontrovertibili. E i dati di fatto, al momento, sono essenzialmente i seguenti: il Grifone ha lasciato andar via tre suoi titolari nonché Nazionali azzurri: Antonelli, Sturaro e Matri. Il riferimento è all'ultima convocazione di Conte, per l'amichevole novembrina con l'Albania: si può discutere su Matri, premiato nell'occasione per il buon rendimento in campionato ma senza alcun futuro a lungo termine in rappresentativa, e magari anche su Sturaro, che per il momento è più che altro un punto fermo dell'Under di Di Biagio, ma comunque nel gruppo della Maggiore ci sono. 
Si può discutere meno di Antonelli, che ha ricevuto fiducia dal neo CT dopo essere stato a lungo nel giro di Prandelli, e a tal proposito è particolarmente triste la sindrome in stile "la volpe e l'uva" manifestata da molti genoani dopo la partenza di Luca in direzione Milan: il laterale sinistro è improvvisamente diventato un giocatore modesto, inaffidabile in fase difensiva e nemmeno eccezionale negli sganciamenti, uno di cui si può fare tranquillamente a meno. Beh, che non sia un fuoriclasse né l'erede di Facchetti e Maldini ce n'eravamo francamente accorti un po' tutti da anni, ma che comunque sia attualmente uno dei migliori nel suo ruolo in Italia (con tutte le considerazioni del caso sulla decadenza del football nostrano, d'accordo) e che al Genoa abbia dato un contributo importante in fatto di prestazioni e di gol, non è revocabile in dubbio. 
POTENZIALE OFFENSIVO DIMEZZATO - Ecco, i gol: questo è il secondo dato di fatto. Preziosi e compagnia hanno ceduto a cuor leggero un potenziale di quindici segnature: tante ne hanno messe insieme, fino alla 21esima giornata, i vari Matri (sette gol), Pinilla (tre), Antonelli (due, più quello con il Palermo "in coabitazione" con Bertolacci), Fetfatzidis (due). Quindici su ventinove, quante sono le reti messe a segno finora dal team rossoblù (tra cui due autoreti). Personalmente, mi pare un'enormità. Chi colmerà il vuoto? Queste erano certezze, piaccia o meno. Il mercato, in cambio, ha riportato a Genova per l'ennesima volta Borriello, attaccante ormai 32enne che nella passata stagione ha giocato appena undici gare con la Roma (di cui solo sei partendo titolare), e che nell'anno solare 2014 ha visto il campo in appena due circostanze. E' lecito dire che si tratti di un salto nel buio, al di là dell'innamoramento perenne dei fans genoani per il giocatore (che, per carità, ha fatto benissimo nelle due precedenti esperienze sotto la Lanterna)? Assieme a lui, ecco alcuni discreti mestieranti (Ariaudo, Pavoletti), due giovanotti di cui si attende l'esplosione da un paio d'anni (Laxalt e Niang) e un paio di scommesse straniere (Tambè e Bergdich). 
RIVOLUZIONE NON NECESSARIA - Mi sembra, francamente, si sia azzardato un po' troppo. Dopo il capolavoro di Genoa - Milan auspicai che non si smontasse il giocattolo, ma, ancora una volta, i miei sono rimasti sogni. E' vero, ci sono ancora i "craque" Perin e Perotti, peraltro destinati a una breve militanza in rossoblù (soprattutto l'argentino); ci sono ancora Kucka, quel Bertolacci che è ormai un punto fermo, la rivelazione Falque, un Lestienne su cui vale la pena insistere, ragazzini che hanno già fatto intravedere le loro doti come Izzo e Mandragora; e si spera in un sollecito rientro di Marchese e Costa, a questo punto divenuti fondamentali nell'economia del gioco di Gasperson. Però, ecco, mi attendevo una maggiore stabilità. Dall'esterno, per chi come me non ha la possibilità di ricevere "rumors" dallo spogliatoio e dalle stanze della dirigenza, la sensazione era che la squadra avesse raggiunto una quadratura tecnica, tattica e psicologica in virtù della quale non erano assolutamente necessarie rivoluzioni; e non può certo giustificarle la crisi di risultati dopo Genoa - Roma, della quale ho ampiamente parlato, causata essenzialmente da tre fattori: l'assenza di "Don Diego", una generale (ma non netta) flessione di rendimento dopo una prima parte di stagione "monstre", e l'inaccettabile sequenza di strafalcioni arbitrali da... radiazione dall'albo dei fischietti. 
MENO ITALIANITA' E PIU' INCOGNITE - Ripeto, non voglio fare il pessimista ad oltranza. In tre anni e mezzo di blog, ho criticato il Genoa quando era da criticare, l'ho sostenuto e lodato quando ha mostrato, a parer mio, di meritarselo. Però è un fatto che si siano messe da parte sicurezze acquisite sposando incognite assolute. E, particolare che personalmente non trascuro mai, il Genoa ha annacquato quella sua italianità che ne aveva contraddistinto l'operato estivo, rivolgendosi anch'esso con decisione al mercato straniero laddove poteva diventare, assieme al Sassuolo e a pochi altri club, un portabandiera della valorizzazione del "prodotto interno". Con ciò, non voglio dire che Borriello non possa fare, nel girone di ritorno, anche più gol di Matri, avendo al fianco satanassi come i citati Perotti, Falque e Lestienne, né che un Laxalt non possa emergere o che un Tambè non si mostri l'ennesimo frutto azzeccato dello scouting rossoblù. Ma chi, al momento, parla di Genoa "non indebolito", perlomeno sulla carta, è lontano dalla realtà. 

mercoledì 23 aprile 2014

LETTERA APERTA AL GENOA CFC


Spettabile Genoa CFC 1893, dirigenti, staff tecnico e calciatori tutti,

vi do una notizia che, forse, spiazzerà molti di voi, ma è confermata da svariate fonti, autorevoli e non: il campionato italiano di calcio "Divisione nazionale Serie A" si articola in 38 giornate di gare. Sì, lo so, è un brodo allungato e annacquato, quasi sempre sciapo, spesso indigeribile: ma così stanno le cose e, finché chi di dovere non imporrà il fondamentale snellimento del torneo col ritorno alle 18 squadre, occorre adeguarsi e comportarsi di conseguenza. No, ve lo dico perché, a giudicare dal comportamento tenuto in campo nell'ultimo mese, sembrate non esserne consapevoli. 
Perdonatemi l'ironia (inconsistente, lo so: non sono mai stato un arguto umorista) ma quando ci vuole ci vuole. Perché avete staccato la spina, questa è la verità, e gli "spettacoli" da voi offerti in partita lo stanno dimostrando in maniera inoppugnabile. Si badi bene, ci può stare, nel calcio, di inanellare delle serie negative; ci può stare soprattutto per realtà di medio livello come quella di cui voi siete i portabandiera, per squadre le cui risorse di classe sono molto limitate (anche se per il Genoa, come vedremo, è vero solo in parte) e che quindi non possono mantenere un rendimento costantemente elevato per dieci mesi consecutivi. Ci sta tutto, insomma, ma ciò che offende è il modo: cali di concentrazione, ripetuti black out mentali nei momenti decisivi, approccio "ultraleggero" alle partite, superficialità nell'affrontare anche le figure di gioco più elementari, personalità all'acqua di rose, "garra" inesistente. 
QUALE SALVEZZA? - "D'accordo", potreste ribattermi, "ma nei mesi precedenti abbiamo marciato a ritmi sostenuti, sfoderato intensità agonistica, mostrato scampoli di gioco piacevole e ottenuto risultati che ci hanno consentito di guadagnare con largo anticipo la salvezza, ciò che ci si chiedeva". No, un momento, vi sfugge forse un particolare: la salvezza non è ancora stata raggiunta. Sì, lo so, i miracoli nel football non esistono o quantomeno sono assai rari, e le squadre sul fondo non otterranno mai, tutte insieme contemporaneamente, i risultati che servirebbero per mettere loro al sicuro e inguaiare voi. Ma resta il fatto che, a quattro turni dalla fine, la sicurezza matematica della permanenza in categoria non l'avete ancora conquistata, non siete nemmeno pervenuti alla fatidica quota 40.
Non è un dettaglio da poco: il classico "svacco" finale di tante compagini, triste caratteristica dei tornei a 20, avviene solitamente quando l'obiettivo minimo è stato centrato "realmente", non "virtualmente". Ma voi no, voi siete il Genoa e volete differenziarvi anche in questo. Col risultato che state riuscendo ad avvelenare una stagione che aveva tutti i crismi per essere finalmente tranquilla, dopo due anni di patimenti. Non molto di più chiedeva il tifoso genoano medio: un pizzico di serenità, qualche delusione in meno e soprattutto rispetto, totale e assoluto. 
RISPETTO - Sì, rispetto è la parola chiave, senza scomodare la "professionalità", che è un concetto molto più complesso e ampio e sulla quale non mi permetto di eccepire. Rispetto per il proprio lavoro e, soprattutto, per la passione (e gli sforzi economici) di chi settimanalmente vi segue: allo stadio, in tv o persino con la cara vecchia radio, poco importa. Rispetto, per un calciatore, vuol dire dare il massimo delle proprie possibilità, atletiche ma soprattutto mentali, fino al termine degli impegni agonistici ufficiali, e non mollare i pappafichi con due mesi di anticipo. Se le partite da giocare sono 38, non se ne possono giocare "davvero" solo 30 per poi sposare una sterile accademia e allentare le redini dell'attenzione. Dico questo perché la stanchezza, gli infortuni di uomini chiave, il logorio psicofisico non bastano a giustificare, ad esempio, sconfitte rocambolesche come quelle con Chievo, Torino e Cagliari, o come quella, sciagurata, con l'Hellas: tutte partite ampiamente alla portata, tutte sistematicamente gettate alle ortiche. Non le giustificano perché, fra un capitombolo e un altro, avete piazzato anche prove di assoluto spessore, ad esempio le gare, pur sfortunate, con Juventus e Milan. 
E' questo che fa arrabbiare chi vi ama senza essere ricambiato: se si sfoderano prestazioni di così alto livello, ancorché non confortate dai risultati, significa che la stoffa c'è, il materiale, per quanto non eccezionale, è buono, talmente buono da consentire qualcosa di più di un crollo verticale come quello a cui stiamo assistendo impotenti. Sì, perché anche il discorso salvezza (non ancora raggiunta, lo ripeto) lascia il tempo che trova: una squadra che annovera nelle sue file tre potenziali nazionali azzurri (Perin, Antonelli, Gilardino), due giovani promesse nostrane (Bertolacci e Sturaro), nazionali stranieri e vecchi mestieranti che in categoria hanno sempre fatto il loro, beh, aveva il dovere di dare qualcosa di più.

                               Antonelli: uno dei tanti buoni giocatori della rosa genoana

ALZARE IL TIRO - Il tifoso genoano medio si è purtroppo abituato, quasi assuefatto, alla mediocrità e alla modestia di chi troppo spesso ha vestito la casacca rossoblù. Vi si è talmente abituato da credere che voi non siate poi tanto diversi da tanti mezzi giocatori avvicendatisi nel tempo in quel di Pegli: scarsi quelli, scarsi voialtri. E finisce col ripetersi come un mantra, per autoconvincersi, che "la salvezza c'è, di più non si può fare, quindi va bene così e anzi, è già un mezzo miracolo". E invece no, la rosa è da parte sinistra, massimo undicesimo - dodicesimo posto. Questo, quantomeno, sul piano del talento. Come "testa", evidentemente, non è la stessa cosa. Comunque, anche ammesso che abbiate considerato la salvezza come dato acquisito, perché abbassare la guardia? Perché non cercare di dare altre piccolissime soddisfazioni ai tifosi e a un ambiente di nuovo depresso e frustrato, dopo la breve felice parentesi dell'era Milito? Un piazzamento un tantino più prestigioso di un quindicesimo - sedicesimo posto, magari il tentativo di inseguire la zona delle teste di serie di Coppa Italia, o il primato cittadino a cui tutti, anche se in molti minimizzano, tengono follemente. 
IL GENOA NON E' UNA PROVINCIALE - Forse non ve ne rendete conto, ma la colpa è, certo, di chi non si è impegnato al massimo per farvelo capire: il Genoa non è un club come gli altri: è un simbolo. Sì, capisco, lo dicono tutte le tifoserie di tutte le squadre del globo terracqueo: la differenza è che questo è il club che ha, di fatto, "fondato" il football in Italia, è un pilastro, il più antico e più solido, dell'esistenza stessa del nostro calcio, è onusto di gloria, ancorché un po' impolverata. Quali altre società possono vantare radici, storia e palmarés simili? A fronte di tutto ciò, nessuno vi chiedeva ovviamente di dare l'assalto al decimo scudetto o a un piazzamento europeo,  ma di chiudere questa stagione  rimanendo sempre "sul pezzo" sì: era, ed è, sacrosanto pretenderlo. Giocare qui non è come giocare a Bergamo o a Verona, con tutto il rispetto: se non vi sentite psicologicamente pronti a onorare una maglia fra le più pesanti, se proprio non ne comprendete il significato, se credete di giocare per una provinciale come tante altre, beh, ragazzi, miei,  nessuno vi trattiene, tanto un ingaggio, grazie ai vostri procuratori, lo troverete sempre. 
CHIUDERE CON DIGNITA' - Sapete cosa si dice in città? Che perderete anche le ultime quattro gare, che avete la sconfitta scritta in faccia. Il sottoscritto, nell'ultimo post a voi dedicato, aveva affermato che fare esperimenti tecnico - tattici in vista del prossimo campionato non ha molto senso, nelle ultime giornate. Ecco, ora invece un significato a quest'ultimo mese di attività lo si potrebbe trovare: lottare e giocar bene, possibilmente facendo punti, non per cercare la conferma in rossoblù (il mercato rimescola le carte, sempre, a prescindere da quello che è stato il rendimento in campo durante la stagione) ma per dimostrare di essere calciatori completi, calciatori da Serie A: perché i calciatori di Serie A, quelli veri, non staccano la spina alla 30esima giornata, se hanno raggiunto un traguardo ne cercano subito un altro, e nello sport è facilissimo trovare nuovi stimoli e motivazioni. 
Tre anni fa, un Genoa anch'esso già salvo in anticipo chiuse il torneo dignitosamente, battendo tutte le aspiranti alla salvezza, nel segno di una rispettabile "par condicio" calcistica; voi fra qualche settimana vi troverete a dover affrontare, in rapida successione, Bologna e Sassuolo, che si stanno contendendo l'ultimo posto disponibile per sfuggire al precipizio. Ecco, battetele tutte e due, ne avete le risorse, e state pur tranquilli che nessuno avrà la faccia tosta di crocifiggervi perché, pur senza obiettivi reali di classifica, vi siete impegnati alla morte contro compagini che si giocavano la sopravvivenza sportiva. Fatelo, perché chiudere un campionato con otto k.o. di seguito o giù di lì, ve lo dico chiaro, cancellerebbe quanto di buono fatto fino a marzo: significherebbe ripartire da zero o quasi, fra mille incognite, nell'agosto prossimo. Significherebbe veder nascere nuovi dubbi anche sulla guida tecnica, perché nessun allenatore, nemmeno il più amato dalla piazza, nemmeno il più stimato dal presidente, può pensare di passare indenne attraverso due mesi di figure barbine. Un paio di vittorie e qualche punto in più di qui a maggio non cambieranno la storia del Grifone, certo; ma ne salvaguarderebbero l'immagine di ritrovata solidità e credibilità che si era raggiunta quest'anno, dopo i triboli e il navigare a vista del passato recente. Pensateci, tutti.

Con stima. 

lunedì 19 novembre 2012

GENOA ALLO SBANDO, MA IL "CREPUSCOLO PREZIOSIANO" PUO' E DEVE ESSERE MIGLIORE

                                 Borriello: il Genoa punta sui suoi gol per risalire
                                        
Il lungo crepuscolo dell'era Preziosi è diventato una via crucis sportiva, per il Genoa e per la sua tifoseria. Un cammino della disperazione disseminato di bocconi amari, di pagine nere. Ieri sera l'ultimo capitolo di questo libro horror, un duplice pugno nello stomaco: nella stessa domenica, sconfitta in uno dei derby tecnicamente più poveri di sempre contro una Sampdoria fra le più modeste della sua quasi settantennale storia, e conseguente ultimo posto in classifica. Quest'ultima, più dell'altra, è la vera onta: andando a memoria, e quindi scusandomi per eventuali "falle" nei miei ricordi, negli ultimi quarant'anni solo una volta il Grifo era venuto a trovarsi in coda alla graduatoria in una fase avanzata del campionato: Serie A 1973/74, torneo  chiuso con la retrocessione. Da allora, di tempeste il club rossoblù ne ha attraversate, alcune anche con esiti nefasti; ma mai, nemmeno nelle sue edizioni più... spelacchiate, nemmeno nelle più oscure stagioni in B e in C, il vecchio Grifone era stato costretto a indossare la... "maglia nera" del gruppo. 
2010, GLI ULTIMI FUOCHI - E' la più naturale conclusione di una "discesa agli inferi" iniziata circa due anni fa, non prima. Perché le cose vanno raccontate con precisione storica e cronistica: fino all'estate del 2010, un "progetto Preziosi", espressione oggi oggetto di amare ironie in città e fuori, esisteva davvero. Dopo la stagione della Champions sfiorata e dopo quella del ritorno in Europa (League), il Joker aveva dato l'impressione di voler continuare a perseguire la crescita tecnica della squadra, di puntare con sempre maggior decisione a un inserimento nei quartieri medio - alti della massima serie: sotto la Lanterna erano arrivati top player italiani e stranieri come Rafinha, Veloso e Toni (per tacere del portiere Eduardo, in realtà un bluff che trasse beneficio da un paio di prestazioni eccezionali, e mai più neanche avvicinate, ai Mondiali sudafricani), un difensore dell'esperienza e del carisma di Kaladze, due dei giovani nostrani di maggiore prospettiva, Ranocchia e Destro. In più, la conferma di Palacio, l'uomo simbolo del Genoa del dopo Milito. Ecco, in quella circostanza "il re dei giocattoli" fu davvero sfortunato oltre ogni immaginazione: perché può capitare di prendere un giocatore di alto livello che poi delude completamente le aspettative, ma difficilmente succede che tanti campioni di statura internazionale falliscano tutti, contemporaneamente. Fatto sta che una campagna acquisti potenzialmente da boom si rivelò, e non per colpa del presidente, un buco nell'acqua destinato a fare storia. 
IL CROLLO - Da quel momento, nulla è stato più come prima. Patron Preziosi ha perso la bussola tecnica e dirigenziale. Forse perché l'amore per il Genoa si è raffreddato, quasi spento. Forse perché non vede l'ora di trovare qualche altro facoltoso (si spera) imprenditore a cui passare una patata bollente che, oramai, gli procura solo mal di fegato e nessuna emozione. Fatto sta che l'arguto intenditore di calcio, quello che pescava dal nulla Milito, quello che dava fiducia a un Thiago Motta considerato non più proponibile, per motivi fisici, in un football di alto livello, si è smarrito in un vorticoso e infruttuoso turn over di calciatori. 
Fra affrettate cessioni eccellenti e acquisti di elementi di acclarata modestia, è stato messo in opera un depauperamento qualitativo sempre più marcato. E le strategie di mercato hanno continuato a seguire logiche imperscrutabili: il Genoa ha rischiato di retrocedere per colpa di una difesa colabrodo? Ebbene, la retroguardia è rimasta quasi uguale, con il solo Canini a puntellarla (?), per tacere di un Ferronetti la cui fragilità fisica era nota a tutti gli addetti ai lavori (e infatti è entrato puntualmente ai box). Da Veloso, che per la verità a Genova raramente si è coperto di gloria, ma che resta comunque elemento di classe e di esperienza internazionale, si è passati all'inconsistente Tozser. E nelle fasi finali della sessione di mercato di agosto, sono sì arrivati Vargas e Borriello, ma è stata di fatto azzerata la fascia destra di difesa, affidata in pratica al solo, giovanissimo Sampirisi, partito bene ma poi smarritosi, perché se tutta la squadra va male non si può chiedere ai "pulcini" di tirarla fuori dalle sabbie mobili. 
CREDIBILITA' SOCIETARIA - Ma, quel che è peggio, in questi due anni è stato quasi azzerato l'ottimo lavoro di ricostruzione della credibilità della società Genoa, messo in atto dal Prez e dai suoi collaboratori nel quinquennio precedente. Dopo la devastante retrocessione in C per illecito, passo dopo passo il club aveva acquisito un'autorevolezza che da tempo immemore non possedeva più. Questa autorevolezza, questa credibilità, si erano tradotte in risultati sportivi concreti: non solo la lunga permanenza in Serie A, costantemente fra le prime dieci squadre e addirittura con un quarto posto ex aequo con la Fiorentina, ma il passaggio, da Marassi, di giocatori di altissimo livello, giovani o affermati, già nazionali o diventati tali grazie alle prodezze in maglia genoana. 
Ecco, oggi, al tramonto di questo disgraziato 2012, tutto ciò non esiste più, o almeno questa è l'impressione che trasmette la realtà rossoblù. Il Genoa di oggi, nei pensieri di tifosi e giornalisti (non tutti, beninteso), è un club di parcheggio per le grandi (soprattutto le milanesi). E' una società in cui i giocatori ruotano a ritmo vertiginoso, senza il tempo di ambientarsi, di creare un legame con l'ambiente e con la città, al punto che molti di essi risultano essere, in campo, autentici corpi estranei, gente che gioca senza impegno e senza cuore. Dire ciò non è in contraddizione con quanto tante volte ho scritto sul blog in difesa del Presidente: c'è stato un Preziosi efficace e illuminato, ora ce n'è un altro smarrito e in crisi. Cose che capitano, i cicli finiscono, succede in tutte le aziende. 
LO SCEMPIO DEL DERBY - Tutto questo ha prodotto lo scempio del derby del 18 novembre. Lo ribadisco: gara di scultorea bruttezza, una stracittadina già da Serie B per il livello qualitativo di inaudita modestia mostrato da entrambe le contendenti. Contro una Samp ridotta al lumicino dalle assenze, svuotata di contenuto tecnico, psicologicamente a disagio alla luce del fardello di sette sconfitte consecutive, il Genoa ha disputato un primo tempo da encefalogramma piatto, che poteva terminare con un punteggio talmente largo da configurare una disfatta storica. Il fatto che nella ripresa sia bastato premere modestamente sull'acceleratore per sfiorare in più di una circostanza un pareggio che, ebbene sì, non avrebbe fatto gridare allo scandalo, è una ulteriore dimostrazione della pochezza blucerchiata e suona a condanna aggiuntiva per un Genoa davvero ai minimi termini in fatto di competitività. 

                            Delneri: nessun beneficio per il Genoa dal suo arrivo in panchina

DELNERI E... PASSARELLA - Il Genoa di ieri sera non ha alcuna chance di arrampicarsi fino alla quota salvezza. Tatticamente una difesa imbarazzante negli automatismi più elementari, un centrocampo acefalo, un attacco che fa quel che può (povero Immobile, sbaglia tanto ma ci prova, tira, conclude, si danna l'anima), tanti giocatori nettamente al di sotto dei loro standard (Granqvist e Jankovic, per dirne due), e un animus pugnandi spesso inesistente, il che è la condanna peggiore per una compagine che deve lottare per non retrocedere. In tutto questo, i continui cambi di guida tecnica contano fino a un certo punto, se il materiale che viene messo a disposizione dei vari trainer è sempre meno... prezioso. Però va anche sottolineato che l'impatto di Gigi Delneri sulla classifica della squadra è stato devastante come poche altre volte è accaduto nella storia della Serie A: all'esonero di De Canio il Grifo era salvo; dopo cinque turni, e cinque ko, si ritrova malinconicamente sul fondo della graduatoria. Qualcosa di simile accadde ai tempi di Passarella al Parma, nel 2001: subentrò a Ulivieri, collezionò cinque sconfitte in cinque partite e tolse il disturbo. Mi ricorda sinistramente qualcosa... 
Non torno sui miei passi: continuo a considerare De Canio un allenatore mediocre, e non da oggi. Dopo una partenza incoraggiante, il suo Genoa era andato via via scolorando, cominciando a manifestare quelle lacune tattiche e quei problemi di identità esplosi poi in maniera deflagrante. La gara con la Roma fu gestita in maniera calcisticamente assurda, ribadiamolo. Ma è altresì innegabile che Delneri, dopo quasi un mese di permanenza sotto la Lanterna, non abbia ancora cavato un ragno dal buco, anzi, la squadra si è ulteriormente avvitata in una crisi tecnica di cui non si intravedono sbocchi. E aggrapparsi alla bella ora di gioco contro il Napoli è solo una ingenua speranza: anche il Grifo nella "De Canio version" aveva messo alle corde per un tempo e più la corazzata Juventus, ma poi ne era stato puntualmente travolto e mai più era tornato a esprimersi su tali standard... 
SQUADRA DA RIFARE - Insomma, si gioca male e si perde, si gioca bene (raramente) e si perde. E' il trend classico della retrocedenda, e sperare in un miracoloso mercato di gennaio significa crogiolarsi in  pericolose illusioni: a prescindere dal fatto che non sarà facile convincere giocatori di spessore a venire in una squadra così male in arnese, parliamoci chiaro: dopo l'Epifania, servirebbero un centrale difensivo rocciosissimo, un mucchietto di esterni alti e bassi (soprattutto a destra), un regista di quantità e qualità e un ricambio per l'attacco. Davvero tutto questo ben di Dio sarà disponibile? E davvero Preziosi avrà voglia di dar fondo a tutte le risorse economiche per rivoltare la squadra come un calzino? Ma prima di tutto ci sarà da valutare la questione panchina: se il Joker, se la squadra, se tutto l'ambiente credono in Delneri, allora si continui con fiducia totale a puntare su di lui, senza farsi influenzare dalle ultime brutture, seguendo l'esempio dell'Udinese dell'anno scorso con Guidolin, e anche, ebbene sì, quello dei dirimpettai cittadini nei confronti di Ciro Ferrara. Altrimenti, si valutino bene il non gioco, la mancanza di personalità, il regresso tecnico emersi sotto la gestione dell'ex coach juventino, e se ne traggano le conclusioni. 
E DOPO PREZIOSI? - Alla base resta però l'elemento da cui avevamo cominciato il discorso. Ossia, il crepuscolo preziosiano, che però ha precipitato tutta l'ambiente in una situazione quasi kafkiana. Cioè, è chiaro a tutti che il... regno dell'imprenditore irpino ha imboccato la parabola discendente. Eppure, l'ambiente genoano, soprattutto quello tifoso, è paralizzato dalla paura di ciò che potrebbe accadere se il joker mollasse. Perché è così ed è paradossale: al momento alternative imprenditoriali autentiche e credibili non ve ne sono, e allora non si può che continuare con questo piccolo cabotaggio, nell'attesa che la situazione societaria si sblocchi in positivo. 
Ecco dunque che Enrico Preziosi ridiventa, e non potrebbe essere altrimenti, il solo uomo chiave per uscire dallo stallo: anche se di malavoglia, si riappropri, per qualche mese, dei pieni poteri di presidente. Torni a essere presente in seno alla squadra, al campo di allenamento, prima e dopo le partite. Faccia un mercato di reale potenziamento a gennaio, metta per una volta da parte plusvalenze e discorsi simili. Poi si potrà anche retrocedere, perché in questi primi tre mesi di campionato di terreno se n'è già perso fin troppo, ma almeno si scenderà con la sensazione che esista di nuovo una società, e che abbia fatto di tutto per tentare di salvare la baracca. 

giovedì 7 giugno 2012

IL NUOVO GENOA: CIO' CHE SI CHIEDE A LO MONACO



Pietro Lo Monaco è dunque entrato ufficialmente nel "mondo Genoa", ed è come se, improvvisamente, si fosse passati dalla notte al giorno. Le prime dichiarazioni di intento del nuovo Amministratore Delegato, che, come auspicavamo su questo blog giorni fa, sarà in pratica il plenipotenziario del club rossoblù dopo il previsto "passo indietro" di patron Preziosi, hanno segnato un cambiamento totale rispetto al modus operandi dell'ultimo biennio. 
PORTE GIREVOLI - Che ultimamente si fosse presa una piega deprecabile, in casa del Grifone, non è opinione personale e discutibile, ma dato di fatto confermato incontrovertibilmente dal campo: la salvezza acciuffata per i capelli a fine campionato è stata il frutto di una gestione societaria lacunosa, riflessasi in maniera nefasta soprattutto sulla prima squadra: mercato compulsivo, la rosa trasformata in un motel dalle porte girevoli, giocatori che andavano e venivano senza creare un minimo di continuità tecnica, una base su cui poter costruire uno straccio di progetto, arrivo di stranieri improponibili per le nostre ribalte e i migliori elementi messi costantemente e ossessivamente in vetrina al motto di "se bussa una grande noi ci siamo".
Un'opera, quest'ultima, in cui ha... brillato soprattutto il diesse Capozucca, che pure tanti meriti ha accumulato, dal 2004 in poi, nella costruzione di un Genoa di nuovo vincente dopo le vacche magrissime delle ere Scerni e Dalla Costa: il continuo ripetere, fino a pochissimi giorni fa, frasi del tipo "Palacio merita una grande piazza" è atteggiamento che personalmente considero di una gravità inaudita: come se il direttore di una qualsiasi azienda dicesse che i suoi dipendenti non devono restare là, che meritano di andare a lavorare altrove. Davvero un bel modo di creare un ambiente lavorativo compatto, vincente, motivato e produttivo...
IL GENOA AL CENTRO - Ecco, il dirigente ex Catania (e soprattutto ex Udinese) ha svoltato del tutto, in questo senso: nel suo "piano di lavoro" il Genoa, con la sua storia, il suo carisma passato e presente, deve ritornare "al centro". Non più luogo di passaggio per giovani campioncini insofferenti e, fin dal secondo giorno di permanenza in rossoblù, desiderosi di trasferirsi in una delle squadre metropolitane. E basta, basta davvero con la totale condiscendenza, quasi sudditanza, nei confronti delle "grandi": il che, naturalmente, non vorrà dire stop alle vendite di giocatori, ma semplicemente una maggiore attenzione nel valorizzare il proprio patrimonio tecnico e nel fidelizzare gli elementi più validi, almeno per il periodo di tempo necessario a lasciare un segno in questa piazza: e, quando si dovranno vendere pezzi pregiati, perché è ovvio che accadrà ancora, che lo si faccia in maniera oculata e calibrata, senza che, cioè, questa necessità di natura economica porti al progressivo depauperamento di valore della rosa, come è accaduto in maniera evidente nel corso delle ultime stagioni.
VIVAIO - E ancora, finalmente, via libera a un adeguato sfruttamento "interno" del vivaio: interno, nel senso che, deo gratias, sarà la volta buona che qualcuno dei talentini espressi negli ultimi tempi dal settore giovanile genoano (Primavera pluridecorata, ricordiamolo) possa essere ammirato sul prato di Marassi in casacca rossoblù, invece di usarlo subito come merce di scambio: e in tal senso è anche già stato fatto un nome, quello del portierino Perin, che dopo un anno di ottimo apprendistato in B col Padova potrebbe tornare, è nei voti di Lo Monaco, a giocarsi il posto da titolare in A con Frey, invece di essere utilizzato per far cassa e dirottato verso la panchina (o la tribuna, più verosimilmente) di qualche società blasonata e zeppa di stranieri. 
LE PAROLE CONTANO - Certo, al momento sono più che altro parole: ma sono parole che da anni non si sentivano in casa rossoblù: fra un diesse poco incline alle battaglie di mercato e un presidente sempre più stanco e disamorato (non del Genoa, ma dell'ambiente calcio in generale, e come dargli torto?), l'atmosfera, lo ripeto, era quella del "club di ripiego": di lusso, si intende, ma pur sempre ripiego. Un'atmosfera che sollecitava amarezza e frustrazione nella tifoseria, e distacco eccessivo nei confronti della causa rossoblù da parte di certi presunti campioni. E, a volte, anche le parole sono importanti per caricare l'ambiente.

                                         Pietro Lo Monaco, nuovo ad genoano

ATTACCO MEDIATICO - A Lo Monaco, però, si chiede qualcosa di più: farsi sentire, e sentire per benino, nei confronti dei grandi media. E' fuori di dubbio, al di là dei complottismi più o meno forzati, che in queste settimane il Genoa sia sotto attacco mediatico. Tirato in ballo, quasi sempre a sproposito, nello scandalo delle scommesse e delle combine. Sembra che tutto il marcio del calcio italiano sia concentrato a Genova, ovviamente sponda rossoblù: si è arrivati al paradosso di mettere sotto accusa un derby, quello del maggio 2011 che sancì di fatto la retrocessione della Samp, avanzando sospetti di "aggiustamenti" senza tirare in ballo alcun componente dell'universo blucerchiato.
Ma questa è solo l'ultima di una serie di circostanze paradossali: merita la citazione un articolo di un importante quotidiano sportivo, che un paio di giorni fa ha riportato, sul suo sito, le confessioni del calciatore Ruopolo a proposito dell'aggiustamento di partite contro Frosinone, Salernitana e.... Genoa, ovviamente!! Notizia priva di fondamento, sarebbe bastato fare una rapida verifica per rendersi conto che Ruopolo non incrocia i colori rossoblù da anni e anni. Come per magia, dopo poche ore il nome del club genovese sparisce, sostituito prima da quello dell'Ancona e poi dal Rimini. Che dire? Che una volta tale giornale era l'università del giornalismo sportivo italiano (e non solo), e oggi si permette di diffondere simili sciocchezze senza uno straccio di verifica.
Pubblicare notizie rigorosamente verificate è (sarebbe...) una delle regole aureee del giornalismo: per lo stesso motivo, del tutto inaccettabile è da considerarsi anche la diffusione, all'interno di un importante tg serale, di un servizio contenente una serie di fantasiose ipotesi giallo - romanzesche sulla presunta (molto presunta) combine del già citato derby, ipotesi non suffragate, al momento, da neppure uno straccio di prova.
IL FAIR PLAY NON PAGA - Ecco, Lo Monaco, in qualità di figura di rappresentanza del Genoa, dovrà mettere dei paletti anche in questo senso: perché se tutti, in questi anni, si stanno permettendo di sparare impunemente sul Genoa, è anche perché a Pegli e dintorni non trovano alcuna opposizione. Si è scelto per troppo tempo un basso profilo comunicativo, vuoi per dare una immagine di signorilità che tuttavia non ha attecchito (se è vero che oggi il Genoa è per tutti il Diavolo) vuoi perché Preziosi non aveva scelta: ogni volta che alzava un tantino la voce, la risposta era sempre la stessa: "Zitto tu, hai comprato una partita e hai ancora il coraggio di parlare?". Preziosi, e soprattutto il Genoa, hanno pagato in maniera abnorme per i fatti del 2005, ma hanno pagato, eccome: assai più dei tanti invischiati in Calciopoli 2006, i quali peraltro, al contrario del Joker, continuano ad essere portati in palmo di mano dalla stampa compiacente. 
Già, la stampa: poiché il giornalismo italiano, uno dei peggiori d'Europa, è, tradizionalmente, debole coi forti (sempre prono agli interessi dei partiti politici e dei potentati economici, altro che equidistanza e sentinelle della democrazia...) e forte coi deboli, ciò che occorre è essere forti e inflessibili: messo da parte il fair play comunicativo, alzo zero, senza alcuna pietà, verso chi spara sul Genoa senza fondamento. Querele e risarcimenti milionari sono il miglior argomento per chi infanga a casaccio senza avere il coraggio di andare a toccare chi andrebbe davvero toccato. Lavori molto su questo, Lo Monaco: perché si è ancora in tempo per arrestare la macchina del fango, a patto di non cincischiare ulteriormente. Fermo restando che chi ha davvero sbagliato, fra scommesse e altri traffici loschi, dovrà davvero pagare, e pagare caro. Ma non venendo condannato anzitempo sui giornali.