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giovedì 24 luglio 2014

IL PUNTO SUL MERCATO DEL GENOA: QUANTO MANCA GILARDINO! PERIN E ANTONELLI BANDIERE, MATRI E RAGUSA SCOMMESSE

                                                 Antonelli, bandiera rossoblù

Il calciomercato italiano 2014 è roba da Ghostbusters: inconsistente come i fantasmi. Non poteva essere altrimenti, del resto, dopo il ridimensionamento del nostro movimento pallonaro, sancito dal secondo consecutivo fallimento mundial e da tante stagioni europee coi nostri club a fare tappezzeria. Lo si sapeva: le autostrade dei grandi trasferimenti corrono lontane dallo Stivale, i campionissimi si accasano altrove (sempre nelle stesse società pigliatutto, peraltro, ma il discorso sarebbe troppo lungo), mentre da noi arrivano vecchie glorie (Evra, Ashley Cole), emergenti tutti da scoprire (lo sfortunato Morata), oscure scommesse e modesti mestieranti. Calma piatta anche sul versante dei movimenti interni, se si esclude il colpaccio Iturbe messo a segno dalla Roma. In questo sconfortante contesto, il Genoa non può ovviamente fare eccezione. Le difficoltà economiche, per quanto non da ultima spiaggia come dipinte da qualche testata locale, indubbiamente esistono, nuovi proprietari, cinesi o svizzeri che siano, non paiono essere alle porte, nonostante qualcosa si stia muovendo (altro che "questione di ore", come avevano vergato due illustri firme cittadine qualcosa come tre mesi fa...), e Preziosi fa quel che può, in un contesto globale (il calcio tricolore) già depresso di per sé. 
GILA, ASSENZA CHE PESA - Il mercato è ancora lungo, ma sarà il caso di fare un primo punto della situazione, visto che le vacanze sono finite e il Grifo sta già lavorando nell'ormai abituale ritiro austriaco di Neustift. La sensazione, al momento, è di un Genoa complessivamente indebolito, seppur in maniera non drammatica, e destinato a una stagione di discreta sofferenza, se Gasperini non trarrà fuori dal cilindro una di quelle alzate di ingegno che gli avevano consentito, anni fa, di diventare un tecnico fra i più apprezzati della nouvelle vague italiana. Non giriamoci troppo attorno: la perdita di Gilardino è gravissima, come può esserla quella di un ex campione del mondo ed ex Nazionale ancora nel pieno delle proprie forze. 
Personalmente, ho sempre avuto l'impressione che Alberto sia stato più che altro "sopportato", in rossoblù: mai stimato fino in fondo, mai considerato perno inamovibile di un progetto a lunga scadenza, come invece avrebbe meritato per curriculum e professionalità. Per non parlare di una consistente parte di tifoseria, che davanti a lui ha sempre storto il naso sbavando invece per Borriello (che di Gila, chiariamolo subito, in termini qualitativi vale sì e no la metà, a voler esser generosi). L'attaccante piemontese ha disputato una "temporada" da 7 - 7,5: ha segnato gol importanti, quindici in totale, ne avrebbe potuti fare di più ma ha scontato le difficoltà tattiche di una squadra in cui il peso del reparto avanzato è gravato troppo spesso solo sulle sue spalle. Ha forse perso l'azzurro a causa della netta flessione fatta registrare dalla "Gaspe - band" negli ultimi due mesi di campionato, la meno scandalosa delle tante scandalose decisioni prese dal cittì Prandelli al momento di selezionare i ventitré per il Brasile. Era, insomma, un "tesoro calcistico" che avrebbe meritato ben altra valorizzazione. 
E SE MATRI... - Intendiamoci, al suo posto è arrivato Matri, e non c'è proprio da strapparsi i capelli: anche lui nel giro del Club Italia fino a tre anni fa, oggi va però considerato come una scelta a rischio, dopo la deludente mezza stagione alla Fiorentina. Certo, era stato chiamato in viola per non far rimpiangere Pepito Rossi, impresa titanica per chiunque, ma qualcosa in più del magro bottino di quattro reti era lecito attendersi. E' comunque un buonissimo attaccante, uno che in un contesto come quello rossoblù, circondato dalla fiducia dell'ambiente, con compagni che lavorano per lui, inserito in un meccanismo offensivo dinamico e ricco di soluzioni, potrebbe rifiorire a livelli insperati: proprio come il Borriello di qualche tempo fa, in fondo. Ma il "cinese" Alberto era, ed è, un'altra cosa. 
ATTESA PER RAGUSA - La vitalità e l'imprevedibilità in prima linea dovrebbero essere garantite dal rientrante Kucka, che l'anno scorso, prima della rottura del crociato, utilizzato come esterno nel trio d'attacco aveva sfoderato doti da fromboliere prima ignote, e anche dal giovane e poliedrico Ragusa, ottimo in B col Pescara e tornato alla casa madre perché, a 24 anni, è giunta l'ora di esplodere, lanciando magari qualche segnale al prossimo selezionatore azzurro. Tutto ciò nell'attesa di vedere di che pasta sia fatto Diego Perotti, che nelle ultime stagioni, fra Spagna e Argentina, ha accumulato poche presenze e ancor meno prodezze sotto porta (anche per grossi guai fisici, intendiamoci): insomma, uno di quegli azzardi  di fuorivia per i quali non impazzisco (eufemismo), ma sono ovviamente pronto a rivedere il giudizio in caso di responsi incoraggianti del rettangolo verde; stesso discorso applicabile, per inciso, al terzino Edenilson, che pare prossimo all'arrivo dall'Udinese. 
MATUZALEM VIA, STURARO PROMESSO BIANCONERO - Anche difesa e centrocampo hanno perso pedine importanti: il laterale basso Vrsaljko, uno dei migliori prospetti europei, ceduto al Sassuolo, e nel mezzo Matuzalem, elemento chiave per la manovra in fatto di agonismo, carisma ed efficacia nelle due fasi: non è un caso che il Genoa 2013/14 sia calato bruscamente dopo l'uscita di scena del brasiliano per infortunio. Aggiungiamoci anche Sturaro, che è il presente ma non il futuro: divenuto a tutti gli effetti un giocatore della Juventus, dovrebbe rimanere dodici mesi a Genova, per fare esperienza e trovare quegli spazi da titolare che nelle big, ahimé, per i virgulti italiani è sempre difficile conquistare; pure Marco Motta, rinato sotto la Lanterna dopo tanti tornei anonimi che l'avevano fatto sprofondare nel limbo delle promesse mancate, è rientrato alla Vecchia Signora dopo il prestito semestrale, mentre sarebbe stato un puntello importante per la terza linea. 
VECCHIA GUARDIA AFFIDABILE - Ci si affida a una vecchia guardia tutto sommato qualitativa, e già questa è una bella conquista, dopo anni di rivoluzioni estive che avevano reso chimerico il consolidamento di un gruppo storico, fondamentale per acquisire un'anima di squadra e continuità sul lungo periodo: Perin, esponente della rinvigorita scuola italiana dei portieri, è stato fin qui trattenuto, Antonelli (misteriosamente sparito dagli orizzonti prandelliani al termine del suo miglior campionato in carriera) è diventato una bandiera; dovrebbe rimanere Burdisso, sperando che le défaillance della prima stagione genoana siano state frutto di un momento negativo e non, piuttosto, i sintomi del declino fisico; ci sono ancora De Maio, che deve limare gli eccessivi alti e bassi della prima esperienza in rossoblù, Marchese, una garanzia, e soprattutto Antonini, che è però alle prese con problemi al ginocchio di non facile soluzione. 
CHI E' ARRIVATO, COSA SERVE - E' rimasto anche Bertolacci, che però deve uscire dal bozzolo e fare il salto di qualità definitivo, avendo i mezzi tecnici per diventare un califfo della zona nevralgica, così come è lecito chiedere al furetto Fetfatzidis un contributo di brillantezza e imprevedibilità più sostanzioso, anche se il gol alla Roma con cui ha chiuso l'ultimo campionato fa in fondo ben sperare. Si è stranamente rinunciato al rientrante Tachtsidis, organizzatore di gioco di buona grana per quanto non ancora del tutto convincente agli alti livelli: nel cuore della manovra manca qualcosa, è evidente. Fra i nuovi al momento arrivati, dietro ci si aspetta molto da Rosi, a patto che sia il Rosi del Parma di due anni fa, sicuro in copertura e abile negli inserimenti offensivi; quanto a Greco, è certamente un elemento utile per la sua duttilità, uno in grado di lavorare molti palloni e di portare in dote intensità e applicazione, ma non certo un campione, uno di quelli che fanno alzare l'asticella delle ambizioni. E', insomma, un Genoa che necessita ancora di tre - quattro innesti, equamente divisi fra difesa e reparto di mezzo, con in più un'alternativa valida per la prima linea. Ma siamo ancora all'inizio dei giochi... 

martedì 13 maggio 2014

MONDIALI 2014, IL LISTONE AZZURRO DEI TRENTA: PEPITO ROSSI SI', GILARDINO NO. QUELL'ANTICO PENTIMENTO DI POZZO E IL CODICE ETICO SENZA SENSO

                                         Rossi: ha ritrovato il campo, il gol e l'azzurro

Questa storia dei trenta pre convocati in vista del Mondiale non sarebbe andata giù al grande Vittorio Pozzo. Il Commissario Unico due volte iridato, colui al quale il calcio italiano non è mai stato in grado di intitolare neppure uno stadio, adottò un criterio in tutto e per tutto simile a quello oggi codificato dalla FIFA, per la selezione degli azzurri che avrebbero dovuto partecipare alla Coppa del Mondo del 1934: scrematura progressiva di un gruppo allargato di giocatori, che a poche settimane dall'inizio del torneo giunse a quota trenta elementi, per l'appunto, per poi essere definitivamente ridotto a ventidue (tanti, allora e per molto tempo ancora, potevano essere i convocati per la fase finale della kermesse). Procedura di cui Pozzo si pentì amaramente, per ragioni tecniche e umane: si crearono tensioni eccessive, aspettative esagerate in certi atleti e attorno ad essi, inevitabili musi lunghi fra gli esclusi, e un clima di incertezza generale, con conseguente logorio mentale, in chi, a pochi giorni dall'evento, ancora non sapeva se vi avrebbe partecipato o meno. Poi le cose andarono benissimo (Italia campione del mondo), ma l'allenatore si ripromise di non ricorrere più a un sistema del genere. 
NO DIAMANTI, NO FLORENZI - Ottant'anni dopo, siamo qui a parlare delle stesse cose. Abbiamo il maxi listone dei trenta (più uno: Mirante per eventuale emergenza portieri) per Brasile 2014, per i ventitrè definitivi occorrerà aspettare fino al 2 giugno. Certo, restare sulla corda fino alla fine può essere un bene, soprattutto per i più giovani, ma la fragile psicologia dei calciatori ha in linea di massima bisogno di certezze, come detto sopra. Convocazioni con poche sorprese, quelle di Cesare Prandelli: perché che Diamanti si fosse giocato ogni chance di partecipare all'avventura era chiaro fin dalla sua partenza per la Cina.
Personalmente, me ne farò una ragione: buon giocatore, Alino, ma non propriamente il campione di statura internazionale che sarebbe servito al Club Italia per fare il salto di qualità, e del resto il suo curriculum azzurro parla chiaro: qualche buona prestazione (con il picco a Euro 2012, match con l'Inghilterra) ma mai i guizzi sovente sciorinati nel più abbordabile contesto della Serie A nostrana. Allo stesso modo, era nell'aria l'esclusione di Florenzi, e qui francamente una ragione non riesco a farmela: fra i migliori giovani emersi nelle ultime due stagioni, protagonista di buon livello nell'ottima annata giallorossa, centrocampista tuttofare con ottimi tempi di inserimento sotto rete, positivo anche in recenti apparizioni in rappresentativa. Pensare che l'avrei visto addirittura fra i possibili undici titolari...
IL RETAGGIO DELLA CONFEDERATIONS - Spero, e credo, che le scelte del trainer siano state una diretta conseguenza degli stage di qualche settimana fa, durante i quali fu monitorata con attenzione la condizione atletica dei prescelti, e venne fatto capire che lo stato fisico in prossimità della Coppa del Mondo avrebbe avuto un ruolo chiave per le convocazioni definitive, anche più che per edizioni precedenti del torneo: la sensazione, in tal senso, è che lo staff azzurro abbia fatto tesoro della traumatica esperienza del 2013 in Confederations, quando portammo in Brasile una Nazionale sfiatata, quasi sempre in riserva, tanto che il terzo posto finale ebbe quasi del miracoloso. 
Una valutazione di questo genere è l'unica che possa dare un senso alla cancellazione, dall'orizzonte azzurro, del citato Florenzi, dello sfortunatissimo Criscito (già privato ingiustamente dell'Europeo, due anni fa) o, per dire, di Gilardino. Lo stagionato bomber può aver pagato il calo netto accusato dal Genoa negli ultimi mesi e la conseguente diminuzione della sua prolificità sotto rete (quattro gol nelle ultime tredici gare), nonché qualche rigore sbagliato di troppo (al Mundial servono uomini glaciali dagli undici metri...), ma il Gila si è dovuto sbattere in un contesto tattico ingrato, in pratica unica punta a tenere testa alle retroguardie avversarie, un lavoro immane che gli ha prosciugato le energie. Aveva comunque tempo per rientrare in forma, e la sua esperienza (sarebbe stato il suo terzo e, presumibilmente, ultimo Mondiale) avrebbe fatto comodo, per tacere del peso decisivo avuto in fase di qualificazione, col preziosissimo gol - vittoria realizzato alla Bulgaria. Peccato. 
PEPITO C'E'! - In attacco non dovrebbero esserci comunque problemi: di Balotelli, imprescindibile sotto ogni punto di vista, parleremo diffusamente avvicinandoci al torneo, e al suo fianco ci sono i giovani virgulti Immobile, Insigne (rivitalizzato da un finale di stagione sugli scudi) e Destro, il quale peraltro potrebbe lasciare il posto a Giuseppe Rossi. Su Pepito tanto si è scritto, ma alla fine solo un argomento varrà: se i medici, quelli della Nazionale e soprattutto quelli che lo hanno curato in questi mesi, scioglieranno ogni dubbio e ogni timore sulla sua tenuta fisica, sulla ripresa, sul rischio di ricadute, allora non potrà non far parte della spedizione, rimanendo a tutt'oggi il partner più attendibile del Mario non più Super, di cui costituisce ideale completamento. In caso contrario, meglio stia a casa a completare il recupero lontano dagli stress brasiliani. 

                                    Gilardino: non è entrato fra i trenta di Prandelli

LACUNE IN RETROGUARDIA - Nessuna sorpresa al centro, dove pure han rischiato grosso Montolivo e soprattutto Marchisio, reduci da una stagione in chiaroscuro, mentre è meritatissima la promozione di Parolo, splendido califfo di quel Parma che, domenica, potrebbe acciuffare una meritata qualificazione europea: non mi stupirei di vederlo anche nel gruppo dei ventitré eletti. Detto che andrà in Brasile con pieno merito Perin (il ballottaggio con Scuffet non ci sarebbe mai dovuto essere, poche partite di spessore del friulano non possono esser messe sullo stesso piano di un intero campionato ad alto rendimento del grifoncino), i problemi sono dietro, soprattutto a sinistra e al centro: a sinistra si punterà tutto su un De Sciglio non sempre convincente in stagione, ma talento purissimo (fu tra i migliori azzurri in Confederations, dodici mesi fa) col solo Pasqual a fargli da chioccia, mentre ci si è dimenticati di Criscito e Antonelli, quest'ultimo inspiegabilmente già da mesi sparito dai radar del cittì. Insomma, fascia mancina un po' sguarnita, mentre al centro, fra un Paletta che ha cominciato a perder colpi proprio dopo l'approdo in azzurro e un Ranocchia in crescita, non c'è comunque molto da stare allegri e ci si aggrappa pur sempre al trio Juve Barzagli, Bonucci (titolari in pectore) e Chiellini. 
IL FALLIMENTO DEL CODICE ETICO - Già, Chiellini, pietra dello scandalo delle ultime ore, per via della gomitata con maxi squalifica in campionato. Perché alla fine, in fondo, ha pure ragione chi sottolinea che non si possa sacrificare uno dei nostri migliori difensori, oltretutto veterano azzurro, sull'altare di remore morali legate a una semplice scorrettezza di gioco. Ma allora che si dica, una volta per tutte, che il codice etico ha sostanzialmente fallito. Concepito in maniera tale da lasciare eccessiva discrezionalità decisionale al commissario tecnico, e da prestare il fianco a critiche continue e inevitabili per tutti i distinguo di questi anni, per quanto operati in buona fede. Ha fallito anche perché le punizioni, che nel corso del tempo ci sono pur state per i "ribelli",  non sono servite a calmare i bollenti spiriti di nessuno. Lo stesso difensore juventino, De Rossi e Balotelli conservano il loro carattere fumantino, ma, sia pur con diverso peso e diverse sfumature, sono dei pilastri di questa nostra Italia, le loro mattane (finché, ripeto, rimangono mattane di gioco) non possono tenerli lontani dal Brasile. 
Come scrisse qualche anno fa Adalberto Bortolotti, prima firma del Guerin Sportivo, per un caso analogo, "alla Nazionale servono i gol, non le buone maniere". Scarno e cinico, ma vero, in fondo. Il rischio di rimanere in dieci o in nove durante i Mondiali per qualche intemperanza dei nostri? Confido che Prandelli e gli elementi più "pacati" del suo gruppo sappiano catechizzare a dovere i discoli, i quali dal canto loro dovranno capire da soli (sono adulti e vaccinati) di essere di fronte all'appuntamento della vita, e di non poterlo sprecare per qualche gratuito colpo di testa.
Per cambiare davvero l'andazzo bisognerebbe cambiare dalle fondamenta la mentalità del sistema calcio italiano, educare i calciatori fin dall'inizio del loro percorso, fin dall'età dei Pulcini. Nel frattempo, le regole ci sono già: le squalifiche, le multe in denaro e i codici comportamentali e di educazione all'interno dello spogliatoio. Oppure esempi, ma esempi veri: il codice etico e i suoi cavilli potrebbero essere serenamente sostituiti con il video qui sotto, da mandare a memoria; un minuto scarso più che sufficiente per far capire ai nostri "mattocchi" un po' maleducati cosa il tifoso sano si aspetta dal calcio e dai suoi protagonisti. A proposito: grazie, Samaras. 



mercoledì 23 aprile 2014

LETTERA APERTA AL GENOA CFC


Spettabile Genoa CFC 1893, dirigenti, staff tecnico e calciatori tutti,

vi do una notizia che, forse, spiazzerà molti di voi, ma è confermata da svariate fonti, autorevoli e non: il campionato italiano di calcio "Divisione nazionale Serie A" si articola in 38 giornate di gare. Sì, lo so, è un brodo allungato e annacquato, quasi sempre sciapo, spesso indigeribile: ma così stanno le cose e, finché chi di dovere non imporrà il fondamentale snellimento del torneo col ritorno alle 18 squadre, occorre adeguarsi e comportarsi di conseguenza. No, ve lo dico perché, a giudicare dal comportamento tenuto in campo nell'ultimo mese, sembrate non esserne consapevoli. 
Perdonatemi l'ironia (inconsistente, lo so: non sono mai stato un arguto umorista) ma quando ci vuole ci vuole. Perché avete staccato la spina, questa è la verità, e gli "spettacoli" da voi offerti in partita lo stanno dimostrando in maniera inoppugnabile. Si badi bene, ci può stare, nel calcio, di inanellare delle serie negative; ci può stare soprattutto per realtà di medio livello come quella di cui voi siete i portabandiera, per squadre le cui risorse di classe sono molto limitate (anche se per il Genoa, come vedremo, è vero solo in parte) e che quindi non possono mantenere un rendimento costantemente elevato per dieci mesi consecutivi. Ci sta tutto, insomma, ma ciò che offende è il modo: cali di concentrazione, ripetuti black out mentali nei momenti decisivi, approccio "ultraleggero" alle partite, superficialità nell'affrontare anche le figure di gioco più elementari, personalità all'acqua di rose, "garra" inesistente. 
QUALE SALVEZZA? - "D'accordo", potreste ribattermi, "ma nei mesi precedenti abbiamo marciato a ritmi sostenuti, sfoderato intensità agonistica, mostrato scampoli di gioco piacevole e ottenuto risultati che ci hanno consentito di guadagnare con largo anticipo la salvezza, ciò che ci si chiedeva". No, un momento, vi sfugge forse un particolare: la salvezza non è ancora stata raggiunta. Sì, lo so, i miracoli nel football non esistono o quantomeno sono assai rari, e le squadre sul fondo non otterranno mai, tutte insieme contemporaneamente, i risultati che servirebbero per mettere loro al sicuro e inguaiare voi. Ma resta il fatto che, a quattro turni dalla fine, la sicurezza matematica della permanenza in categoria non l'avete ancora conquistata, non siete nemmeno pervenuti alla fatidica quota 40.
Non è un dettaglio da poco: il classico "svacco" finale di tante compagini, triste caratteristica dei tornei a 20, avviene solitamente quando l'obiettivo minimo è stato centrato "realmente", non "virtualmente". Ma voi no, voi siete il Genoa e volete differenziarvi anche in questo. Col risultato che state riuscendo ad avvelenare una stagione che aveva tutti i crismi per essere finalmente tranquilla, dopo due anni di patimenti. Non molto di più chiedeva il tifoso genoano medio: un pizzico di serenità, qualche delusione in meno e soprattutto rispetto, totale e assoluto. 
RISPETTO - Sì, rispetto è la parola chiave, senza scomodare la "professionalità", che è un concetto molto più complesso e ampio e sulla quale non mi permetto di eccepire. Rispetto per il proprio lavoro e, soprattutto, per la passione (e gli sforzi economici) di chi settimanalmente vi segue: allo stadio, in tv o persino con la cara vecchia radio, poco importa. Rispetto, per un calciatore, vuol dire dare il massimo delle proprie possibilità, atletiche ma soprattutto mentali, fino al termine degli impegni agonistici ufficiali, e non mollare i pappafichi con due mesi di anticipo. Se le partite da giocare sono 38, non se ne possono giocare "davvero" solo 30 per poi sposare una sterile accademia e allentare le redini dell'attenzione. Dico questo perché la stanchezza, gli infortuni di uomini chiave, il logorio psicofisico non bastano a giustificare, ad esempio, sconfitte rocambolesche come quelle con Chievo, Torino e Cagliari, o come quella, sciagurata, con l'Hellas: tutte partite ampiamente alla portata, tutte sistematicamente gettate alle ortiche. Non le giustificano perché, fra un capitombolo e un altro, avete piazzato anche prove di assoluto spessore, ad esempio le gare, pur sfortunate, con Juventus e Milan. 
E' questo che fa arrabbiare chi vi ama senza essere ricambiato: se si sfoderano prestazioni di così alto livello, ancorché non confortate dai risultati, significa che la stoffa c'è, il materiale, per quanto non eccezionale, è buono, talmente buono da consentire qualcosa di più di un crollo verticale come quello a cui stiamo assistendo impotenti. Sì, perché anche il discorso salvezza (non ancora raggiunta, lo ripeto) lascia il tempo che trova: una squadra che annovera nelle sue file tre potenziali nazionali azzurri (Perin, Antonelli, Gilardino), due giovani promesse nostrane (Bertolacci e Sturaro), nazionali stranieri e vecchi mestieranti che in categoria hanno sempre fatto il loro, beh, aveva il dovere di dare qualcosa di più.

                               Antonelli: uno dei tanti buoni giocatori della rosa genoana

ALZARE IL TIRO - Il tifoso genoano medio si è purtroppo abituato, quasi assuefatto, alla mediocrità e alla modestia di chi troppo spesso ha vestito la casacca rossoblù. Vi si è talmente abituato da credere che voi non siate poi tanto diversi da tanti mezzi giocatori avvicendatisi nel tempo in quel di Pegli: scarsi quelli, scarsi voialtri. E finisce col ripetersi come un mantra, per autoconvincersi, che "la salvezza c'è, di più non si può fare, quindi va bene così e anzi, è già un mezzo miracolo". E invece no, la rosa è da parte sinistra, massimo undicesimo - dodicesimo posto. Questo, quantomeno, sul piano del talento. Come "testa", evidentemente, non è la stessa cosa. Comunque, anche ammesso che abbiate considerato la salvezza come dato acquisito, perché abbassare la guardia? Perché non cercare di dare altre piccolissime soddisfazioni ai tifosi e a un ambiente di nuovo depresso e frustrato, dopo la breve felice parentesi dell'era Milito? Un piazzamento un tantino più prestigioso di un quindicesimo - sedicesimo posto, magari il tentativo di inseguire la zona delle teste di serie di Coppa Italia, o il primato cittadino a cui tutti, anche se in molti minimizzano, tengono follemente. 
IL GENOA NON E' UNA PROVINCIALE - Forse non ve ne rendete conto, ma la colpa è, certo, di chi non si è impegnato al massimo per farvelo capire: il Genoa non è un club come gli altri: è un simbolo. Sì, capisco, lo dicono tutte le tifoserie di tutte le squadre del globo terracqueo: la differenza è che questo è il club che ha, di fatto, "fondato" il football in Italia, è un pilastro, il più antico e più solido, dell'esistenza stessa del nostro calcio, è onusto di gloria, ancorché un po' impolverata. Quali altre società possono vantare radici, storia e palmarés simili? A fronte di tutto ciò, nessuno vi chiedeva ovviamente di dare l'assalto al decimo scudetto o a un piazzamento europeo,  ma di chiudere questa stagione  rimanendo sempre "sul pezzo" sì: era, ed è, sacrosanto pretenderlo. Giocare qui non è come giocare a Bergamo o a Verona, con tutto il rispetto: se non vi sentite psicologicamente pronti a onorare una maglia fra le più pesanti, se proprio non ne comprendete il significato, se credete di giocare per una provinciale come tante altre, beh, ragazzi, miei,  nessuno vi trattiene, tanto un ingaggio, grazie ai vostri procuratori, lo troverete sempre. 
CHIUDERE CON DIGNITA' - Sapete cosa si dice in città? Che perderete anche le ultime quattro gare, che avete la sconfitta scritta in faccia. Il sottoscritto, nell'ultimo post a voi dedicato, aveva affermato che fare esperimenti tecnico - tattici in vista del prossimo campionato non ha molto senso, nelle ultime giornate. Ecco, ora invece un significato a quest'ultimo mese di attività lo si potrebbe trovare: lottare e giocar bene, possibilmente facendo punti, non per cercare la conferma in rossoblù (il mercato rimescola le carte, sempre, a prescindere da quello che è stato il rendimento in campo durante la stagione) ma per dimostrare di essere calciatori completi, calciatori da Serie A: perché i calciatori di Serie A, quelli veri, non staccano la spina alla 30esima giornata, se hanno raggiunto un traguardo ne cercano subito un altro, e nello sport è facilissimo trovare nuovi stimoli e motivazioni. 
Tre anni fa, un Genoa anch'esso già salvo in anticipo chiuse il torneo dignitosamente, battendo tutte le aspiranti alla salvezza, nel segno di una rispettabile "par condicio" calcistica; voi fra qualche settimana vi troverete a dover affrontare, in rapida successione, Bologna e Sassuolo, che si stanno contendendo l'ultimo posto disponibile per sfuggire al precipizio. Ecco, battetele tutte e due, ne avete le risorse, e state pur tranquilli che nessuno avrà la faccia tosta di crocifiggervi perché, pur senza obiettivi reali di classifica, vi siete impegnati alla morte contro compagini che si giocavano la sopravvivenza sportiva. Fatelo, perché chiudere un campionato con otto k.o. di seguito o giù di lì, ve lo dico chiaro, cancellerebbe quanto di buono fatto fino a marzo: significherebbe ripartire da zero o quasi, fra mille incognite, nell'agosto prossimo. Significherebbe veder nascere nuovi dubbi anche sulla guida tecnica, perché nessun allenatore, nemmeno il più amato dalla piazza, nemmeno il più stimato dal presidente, può pensare di passare indenne attraverso due mesi di figure barbine. Un paio di vittorie e qualche punto in più di qui a maggio non cambieranno la storia del Grifone, certo; ma ne salvaguarderebbero l'immagine di ritrovata solidità e credibilità che si era raggiunta quest'anno, dopo i triboli e il navigare a vista del passato recente. Pensateci, tutti.

Con stima. 

domenica 13 aprile 2014

IL GENOA CHE LAVORA PER IL FUTURO E AFFONDA NEL PRESENTE: COSI' IL GRIFONE E' DI NUOVO UN REBUS

                                                 Gilardino: altro gol inutile

Virtualmente salvi, certo. E' vero che la sicurezza matematica non c'è ancora, ma la classifica sanno leggerla tutti, così come l'andamento lento di chi sta sul fondo. Insomma, bene, bravi, bis, ma, cari ragazzi del Genoa Cfc, la vita, anzi il campionato, continua. Eppure non sembrerebbe, perché il Grifone non c'è più. Sotto la patina di proclami bellicosi e ottimisti da parte dei giocatori (durante la settimana e lontano dal campo, preferibilmente in occasione di fiere, feste e/o manifestazioni assortite, o meglio ancora via Twitter...), sotto l'ingannevole velo di autocompiacimento per le incoraggianti prestazioni sfoderate contro grandi (Juventus) o ex grandi (Milan), c'è una cruda realtà fatta di cinque sconfitte nelle ultime sette gare, di tre k.o. consecutivi nelle ultime uscite, e di un finale di gara da... radiazione dall'albo del calcio, nella sciagurata trasferta in casa del Torino. 
REBUS - Il ruolino di marcia recente dovrebbe già essere sufficiente a gettare acqua sul fuoco dei fin troppo facili entusiasmi. In realtà il Genoa è di nuovo un rebus. Un rebus diverso da quello, amarissimo e indigesto, delle ultime stagioni, vissute nel segno della modestia tecnica e sul filo del precipizio, ma pur sempre un mistero. Scrivo a caldo, dopo l'assurda sconfitta dell'Olimpico torinese. Assurda ma non sorprendente, per chi conosce bene pregi e difetti rossoblù; non si contano, infatti, i punti persi quest'anno dalla squadra di Gasperini negli ultimissimi minuti di gioco, quando non in pieno recupero: prima di oggi ci sono state la punizione in extremis di Pirlo, il rigore in extremis di Paloschi e, andando a ritroso, le prodezze in extremis dell'Atalantino De Luca e del cagliaritano Sau: vittorie o pareggi che, nel giro di pochi secondi, gli ultimi a disposizione degli avversari, si sono trasformati in cocenti sconfitte. 
Basterebbe questo a delineare un chiarissimo problema di tenuta mentale della squadra, che non è quasi mai in grado di gestire un vantaggio minimo o comunque una situazione di favore; non è in grado di far girare la palla, di tenere ritmi bassi, di spezzare il gioco, di stringere le maglie difensive, oppure di continuare ad aggredire gli avversari, di pressarli per tenerli lontani dall'area; non è in grado, alle corte, di mantenere fino in fondo quel pizzico di concentrazione necessaria a non passare, nel giro di un minuto, da uno 0-1 a un 2-1: quella solidità mentale che qualsiasi compagine di Serie A, anche la più rabberciata, dovrebbe avere. Come sia stato possibile consentire a Immobile e a Cerci, fino a quel momento inconsistenti, di arrivare al tiro con tale irrisoria facilità nei concitati istanti finali, rimarrà un mistero ben poco gaudioso.  Non è questione di fortuna: le partite durano 90 minuti più recupero e vanno giocate fino in fondo, segnare negli ultimi secondi vale esattamente quanto farlo al 13', al 27' o al 73'. 
TRAGICOMICO - Cose da Genoa, dicono i tifosi. Balle: sono, semplicemente, cose da squadre immature, modeste, lacunose. Però pensavo di non doverle più vedere, certe scene tragicomiche. C'è un precedente che solo chi è dotato di memoria di ferro può ricordare: un Treviso - Genoa, in Serie B, torneo 1997/98: liguri  che arrivano in vantaggio di un gol al novantesimo e che, al termine dei tre minuti di recupero, si ritrovano scavalcati e sconfitti con lo stesso punteggio di poche ore fa. Ma quello era un  Genoa in gravi ambasce, il Genoa che Spinelli aveva ceduto a Gianni Scerni, avviandone un quinquennio da incubo sul piano calcistico e finanziario. Quello di oggi è un club discretamente solido (checché ne dicano i profeti di sventura in servizio permanente effettivo sui giornali, personaggi che si atteggiano ad esperti economisti senza avere la necessaria competenza specifica), con una rosa di giocatori di buon livello, alcuni addirittura nazionali, altri che nelle  varie rappresentative ci sono stati nel passato, altri ancora che vantano curricula di tutto rispetto. Eppure, l'approccio è troppo spesso troppo soft, accademico, privo di "garra", come si dice in Sudamerica. 

                           Immobile: lontano da Genova si è riscoperto bomber inesorabile

QUALE SUPREMAZIA CITTADINA? - Hai voglia a cianciare di supremazia cittadina: questa squadra è riuscita nell'impresa di farsi recuperare dalla Samp la bellezza di nove punti, a far data dall'esordio di Mihajilovic sulla panchina blucerchiata. Nulla è compromesso, ma il trend a questo punto pare purtroppo ben definito. La squadra non reagisce, poche storie, e manca di concretezza, di cattiveria: quando gioca bene spesso e volentieri perde, quando gioca male perde sempre e comunque. Sul Genoa in versione Gasperini mi sono più volte espresso in termini lusinghieri, il blog me ne è testimone: ma nell'ultimo post sull'argomento, dopo l'ingiusto capitombolo con la Juventus, avevo anche ammonito che un futuro di buon livello non può essere edificato sulle "gloriose sconfitte", che per crescere occorre mantenere intensità agonistica e di gioco, trovare cattiveria e pragmatismo anche nelle partite in apparenza più abbordabili. Mentalità da squadra adulta, in sintesi, e ovviamente risultati, perché, non è un mistero, vincere aiuta a vincere, crea entusiasmo e convinzione; altrimenti, concludevo, il radioso futuro vagheggiato dai tifosi è destinato a rimanere una mera ipotesi, e nulla più. 
IMMATURI - Ecco, al momento le cose non hanno preso una piega diversa da quella temuta. Il Genoa, domenica dopo domenica, si sta confermando squadra immatura, incostante, inaffidabile, troppo preda di sbalzi di umore e di vuoti di memoria, di ripetuti black out agonistici, per poter ambire a un salto di qualità. Dopo alcune prove positive, si affloscia come un soufflé mal cotto, si adagia su inesistenti allori. Può darsi che, in questo senso, Gasperini e la società stiano avendo le risposte che desideravano: si lavora per il futuro, è il leit motiv di queste ultime settimane. Il tecnico, si è scritto, userà le ultime gare della stagione per mettere alla prova tutti gli elementi della rosa, anche quelli che han giocato meno, per vedere chi meriterà la conferma e chi no. Sarà. Fosse davvero così, gli esiti fin qui emersi non sono incoraggianti: senza i lungodegenti Antonini, Matuzalem e Kucka, senza le prodezze sotto porta di Gilardino e quelle fra i pali di Perin, questo è un team che pare davvero in balìa degli eventi, leggerino tatticamente e caratterialmente, nel quale i tanti giovani promettenti non trovano adeguato sostegno in veterani fuori giri (su tutti Burdisso, accolto come un dio e fin qui autentica delusione del mercato invernale: altro che nazionale argentina...). 
PRESENTE E FUTURO - Ma poi, ha senso sperimentare a campionato in corso, col rischio di smarrire coesione, linearità tattica e consistenza qualitativa, collezionando figure barbine? Il Grifone aveva già destato indignazione per l'orrendo secondo tempo del Bentegodi con l'Hellas, ma oggi ha toccato il fondo, avendo evidentemente creduto che il gol di Gila rappresentasse il triplice fischio dell'arbitro. Tutto questo sarebbe accettabile se fosse la garanzia dell'esistenza di un vero progetto per il 2014/2015: ma è lecito attendersi una cosa del genere, da una società che negli anni ha avuto proprio negli stravolgimenti di mercato il suo tratto distintivo?
E' pur vero che a partire dall'estate scorsa qualcosa è cambiato, pare esserci una strategia un po' più lineare, una volontà di costruire qualcosa di più solido e duraturo, e Gasperini sembra davvero voglia farsi garante di un discorso a lunga scadenza, ma nel calcio di oggi, soprattutto per realtà medio piccole come quella genovese, parlare di giocatori sotto esame per il futuro, dire "vediamo come gioca questo, e se va bene ce lo teniamo" non ha molto senso: i calciatori vanno e vengono quasi a loro piacimento, basta un procuratore un po' insistente o una società un po' più danarosa che bussa alla porta, ogni stagione occorre ricominciare quasi daccapo. Questo vale a maggior ragione per i campioni: che senso avrebbe, ad esempio, pensare di costruire qualcosa attorno a Perin e a Gilardino (sperando caldamente che restino, sia chiaro), quando nemmeno la Juve è sicura di poter trattenere Pogba e Vidal?  Tutto questo, sorvolando sul fatto che non è comunque dalle gare di fine stagione, senza grossi traguardi in palio, che è possibile valutare la reale caratura di un pedatore. 
Insomma, sia nelle stanze societarie, sia in panca, sia in campo, questo finale di stagione andava, anzi, va gestito diversamente, con più realismo e minore "strabismo", nel senso che non credo sia impossibile tenere un occhio alle esigenze di prospettiva e un altro occhio a quelle immediate. Il campionato va onorato fino in fondo. Non ci sono più stimoli? Allibisco. Tre anni fa era bastato poco: a salvezza raggiunta, Preziosi chiese di battere tutte le squadre in lotta per non retrocedere (Brescia, Lecce e Samp), in modo tale da non creare sospetti o anche solo dubbi sull'impegno dei rossoblù, e i ragazzi di Ballardini eseguirono, diligentemente. Quest'anno il piccolo derby cittadino non basta, come motivazione? 

domenica 2 marzo 2014

L'ITALIA DI PRANDELLI VERSO BRASILE 2014: IL PUNTO SUGLI "AZZURRABILI" PRIMA DEL TEST CON LA SPAGNA

                              Azzurri esultanti: speriamo di vederli così anche in Brasile...

Poco più di tre mesi a Brasile 2014, ma in Italia l'attesa è ancora fiacca, il termometro della febbre Mundial quasi sotto zero... Media e tifosi concentrati sulle miserie del nostro campionato, sulle curve vuote e sulla barbarie di cori e striscioni, sulla modestia della classe arbitrale e sull'abbassamento del livello qualitativo del nostro movimento calcistico (c'è chi ha stentato persino nei sedicesimi di Europa League, e anzi la Lazio ha già salutato la compagnia...). In altri tempi, in epoche che paiono ormai lontanissime, in questo periodo dell'anno già fervevano le "grandi manovre iridate", fra amichevoli azzurre, analisi, pronostici e studio delle avversarie. La Nazionale di casa nostra, invece, arriverà al ritiro premondiale sulla scorta del solo incontro di mercoledì prossimo contro la Spagna. Ben altre cure, ben altre attenzioni meriterebbe il "laboratorio Prandelli" in vista dell'appuntamento più importante: qui su "Note d'azzurro", del resto, abbiamo trascorso il 2013 a sottolineare, anche crudamente, i limiti e i difetti, per certi versi inattesi, emersi dal tessuto della nostra rappresentativa. Limiti e difetti alla cui risoluzione tutti avrebbero dovuto lavorare con maggiore intensità: la Federazione cercando di mettere a disposizione del cittì almeno un'amichevole in più, la grande stampa cercando di analizzare, suggerire, stimolare. 
Nulla di tutto questo (a parte il lodevole aggiornamento settimanale degli azzurrabili allestito dal Corriere della sera, peraltro con alcune imperdonabili dimenticanze), e allora, nel nostro piccolissimo, ci pensiamo noi a dare il via alla lunga vigilia iridata. Fra poche ore Prandelli diramerà la lista dei convocati per l'incontro coi campioni del mondo e d'Europa in carica, e l'occasione è ghiotta per cercare di mettere a fuoco speranze e prospettive degli aspiranti a un posto fra i 23 "mundialisti". In soldoni: chi staccherà il biglietto per il Sudamerica? 
PORTIERI - Il trio Buffon - Sirigu - Marchetti pareva inattaccabile. Invece, ferma restando la saldissima posizione dei primi due, negli ultimi mesi l'estremo difensore laziale si è trovato, suo malgrado, al centro di un caso che rischia seriamente di metterne a repentaglio il viaggio in Brasile: i problemi fisici e la lontananza dal campo, le voci su dissidi contrattuali con la Lazio (smentite con forza dal suo procuratore), Berisha titolare e il rientro in squadra, non propriamente memorabile, in occasione della sfida maledetta col Ludogorets, che ha fatto svanire i sogni europei dei biancocelesti. Insomma, ora come ora non scommetterei su Marchetti terzo portiere, anche perché, in contemporanea al suo appannamento, è sorto l'astro di Perin, che ha portato punti in dote al Genoa sulle ali di una serie di prestazioni di altissimo livello, condite di prodezze, reattività e personalità in rilievo. C'è chi ha parlato addirittura di Scuffet, ma per il baby dell'Udinese, nonostante l'eccellente approccio con la Serie A, pare davvero troppo presto. 
DIFENSORI - Partiamo dagli intoccabili: il trio juventino Barzagli - Bonucci - Chiellini, poi il laterale destro Maggio, un uomo su cui Prandelli punta a occhi chiusi, nonostante certi sbalzi di rendimento recenti col Napoli. Per il resto, c'è da lavorare assai sul reparto più fragile del complesso. Abate e De Sciglio hanno quasi sempre fatto bene in rappresentativa, ma anche loro stanno risentendo della tempestosa stagione milanista. Però dovrebbero rientrare nei piani del trainer, mentre il secondo posto da esterno sinistro basso è una lotta a due fra Antonelli e Criscito, col genoano che in questa seconda parte di torneo sta cancellando molti dubbi sul suo effettivo valore, con prestazioni all'insegna della concretezza e dell'intraprendenza negli sganciamenti. 
Più complesso il discorso centrali: Astori, come al solito, sta alternando prestazioni buone ad altre dimenticabili, Ranocchia si è intristito fra prove poco convincenti e tanta panchina; il Corriere della sera sta premendo parecchio per una convocazione dell'oriundo Paletta, che si sta ben comportando ma il cui utilizzo avrebbe il sapore di soluzione di emergenza e di scarsa prospettiva. Tanto varrebbe, allora, ricorrere alle doti camaleontiche di De Rossi, che in azzurro, lo ha spesso dimostrato anche in gare assai delicate, può arretrare e fungere da barriera difensiva senza accusare eccessivi scompensi. In tal modo, ci sarebbe a disposizione un posto in più per i centrocampisti. 

                                         Insigne: si può rinunciare al suo talento? 

CENTROCAMPISTI - In effetti, al contrario della penuria in terza linea, per la zona nevralgica le alternative non mancano. Sicuri del posto sono il citato romanista e, ovviamente, Pirlo. Per tutti gli altri sono necessari vari distinguo: Montolivo, ad esempio, è stato un pilastro della ricostruzione prandelliana, ma nel disastrato Milan di questi tempi ha perso brillantezza ed efficacia. Alla fine dovrebbe comunque far parte del progetto, mentre le medesime certezze non le ho per un altro perno dell'ultimo triennio azzurro, Marchisio, che nella Juve non è più da tempo un intoccabile. Nel frattempo è spuntata una ulteriore opzione, il dinamico ed eclettico Florenzi, mentre in Francia Verratti continua a oscillare fra promesse di esplosione e momentanei ridimensionamenti. Un talento che fatica a uscire dal bozzolo, ma sul quale il commissario tecnico punta molto. 
Poi ci sono un Thiago Motta e un Aquilani che nei club il loro lo fanno sempre ma  in Nazionale non sono mai andati al di là dell'onesto compitino, un Parolo che è un perno del brillante Parma 2014 e che nel recente ritorno in maglia azzurra, con la Nigeria, ha convinto per continuità, determinazione, presenza nel vivo della manovra, un po' meno per la precisione sotto porta. Sarà lotta durissima, contando che difficilmente si potrà rinunciare a Candreva e Giaccherini, costantemente fra i migliori nelle ultime uscite in rappresentativa (e il primo ormai leader assoluto della Lazio ballerina di quest'anno). E Diamanti? L'abbandono del palcoscenico della A per le incognite cinesi potrebbe danneggiarlo, e non poco, a meno che non abbia ricevuto granitiche garanzie da Prandelli: ma, con tutto il rispetto per Alino, eventuali garanzie andrebbero date a chi comunque, in tutti questi anni, è risultato fondamentale e decisivo, sotto tutti i punti di vista, per la buona riuscita del "Progetto Italia", e Diamanti mi pare non abbia i requisiti per rientrare in questa ipotetica lista di "imprescindibili". 
ATTACCANTI - Situazione ingarbugliata anche in prima linea. Che questa Italia punti tantissimo su Balotelli non è un mistero, ma proprio alla vigilia del Mundial Supermario è incappato in una annata di, diciamo così, scarsa ispirazione, fra cali di rendimento e crisi nervose (il pianto di Napoli). Non è, insomma, il "quasi fuoriclasse" che l'anno scorso ha trascinato i rossoneri in Champions League, ha persino cominciato a sbagliare dal dischetto, specialità in cui era fra i primi del pianeta... Visto che ci sarà in ogni caso, occorrerà rivitalizzarlo per benino, e importante sarà la scelta dei partner: si era puntato molto su Giuseppe Rossi, e giustamente Prandelli lo attenderà fino all'ultimo giorno utile, come Bearzot fece nell'82 con Bettega, sperando che il finale sia diverso... 
Gilardino, sempre "sul pezzo" nel Genoa, decisivo nelle qualificazioni col gol alla Bulgaria, veterano del gruppo, ha un biglietto garantito, mentre per il resto è nebbia: Insigne sta vivendo una stagione contraddittoria, non sempre Benitez gli ha dato spazio, ma i suoi guizzi e la sua inventiva non andrebbero trascurati, anche ricordando le buone prestazioni azzurre dell'autunno scorso. Impossibile rinunciare a Cerci, l'anima e il trascinatore del bel Torino di questo campionato, benché finora Prandelli gli abbia regalato solo spiccioli di gloria. Potrebbe esserci un posticino anche per un esponente della nouvelle vague da scegliere fra Immobile, Berardi e Destro: il primo sta mostrando più continuità sul lungo periodo, il secondo ha offerto lampi accecanti nella prima parte del torneo, raggiungendo il culmine col poker all'ultimo Milan di Allegri, poi è parzialmente rientrato nei ranghi, coinvolto nel caos tecnico del Sassuolo. Ma la stoffa c'è, la classe è di grana purissima, e un bel finale di campionato potrebbe rilanciarne le quotazioni. Il romanista, infine, è tornato alla grande dopo il lungo stop, mostrandosi inesorabile sotto porta. Difficile la posizione di Osvaldo: dopo la negativa esperienza britannica, rischia grosso in una Juve che gli propone una concorrenza interna terribile, ma le prime uscite sono state confortanti e dalla sua c'è un ruolino di marcia azzurro tutt'altro che disprezzabile. 
I "JOLLY": CASSANO E TONI - Su tutti, l'incognita Cassano, giunto all'ennesima resurrezione. Insegue con piglio da campione autentico (quale non sempre ha dimostrato di essere...) la prima Coppa del mondo in carriera e, in fondo, a Euro 2012 si era ben comportato pur arrivando da mesi di sofferenza vera, per via dell'intervento al cuore. Bisogna vedere se Prandelli, già alle prese con la difficile gestione di Balotelli, avrà ancora tempo e voglia di tenere a bada un altro "bad boy". Infine, Toni: sono profondamente convinto, magari sbagliandomi, che la sua stagione monstre sia anche frutto dell'abbassamento del livello medio della Serie A, che consente a grandi vecchi dall'intatto talento di furoreggiare anche in età avanzata, come sta capitando pure a Kakà, a Totti, a Di Natale... Però che l'ex Bayern sia in stato di grazia è un fatto, ed è uno che di Mondiali se ne intende. Chissà... 

sabato 1 febbraio 2014

IL CALCIOMERCATO DI GENNAIO: SASSUOLO SUPER FRA TANTE FALSE "BOMBE". HERNANES IL VERO COLPO

                                    Osvaldo alla Juve: non propriamente un "colpaccio"

Sassuolo dominatore del mercato di gennaio. Succede anche questo, nel decadente calcio italiano d'oggidì, in profonda crisi tecnica e finanziaria. E tuttavia non è il caso di prorompere nel classico "chi l'avrebbe mai detto?". Che la società di patron Squinzi fosse una delle poche ad avere i mezzi economici per movimentare un po' le trattative invernali era cosa risaputa, hanno stupito casomai la mole e la qualità degli acquisti effettuati. Per il resto, mi sento di eccepire sull'entusiasmo manifestato ieri sera, a compravendite concluse, in alcune trasmissioni specializzate: non mi è parsa una campagna trasferimenti memorabile. A chi sostiene che raramente si fosse vista in passato una finestra di gennaio così ricca di colpi (?), vien fin troppo facile ricordare cosa accadde appena dodici mesi fa, con il Milan che si prese Balotelli e la Fiorentina che investì su Pepito Rossi. 
QUALI COLPI? - Questa volta, certo, ci sono stati diversi movimenti interessanti, hanno cambiato casacca molti buoni giocatori, ma nessun nuovo arrivo mi pare in grado di spostare in maniera determinante certi equilibri consolidati, di poter dare una svolta radicale alla stagione delle nuove squadre di appartenenza. Alcuni esempi: Osvaldo, Matri e Nainggolan possono essere considerati dei "colpi" di mercato? A parer mio no: l'italo - argentino rientra in Italia dopo mezza stagione inglese ai limiti del disastroso, fra pochi gol e poco edificanti eccessi caratteriali, un quadro sconfortante che non può non metterne in dubbio la convocazione per i prossimi Mondiali. Approda in una Juve dove troverà una concorrenza, quella di Tevez e Llorente, che al momento appare francamente insuperabile: se poi teniamo conto che in bianconero sono rimasti Vucinic, Quagliarella e Giovinco, che con tutti i loro limiti non son certo gli ultimi arrivati... 
Matri è stato preso perché la Fiorentina si è vista azzerare dalla malasorte il poderoso rafforzamento estivo della prima linea, rappresentato da Mario Gomez e dal citato Rossi; è il classico buon attaccante mai del tutto esploso ai livelli che gli si pronosticavano agli esordi: farà i suoi gol, ne ha già infilati due al Catania, ma la coppia di bomber originaria era un'altra cosa, diciamocelo. Infine, Nainggolan: centrocampista di notevole livello, uomo di sostanza e di piedi discretamente educati, eclettico, ma non certo un fenomeno epocale, se è vero che anche nella Nazionale belga non rappresenta uno dei punti di riferimento, anzi; sarà semplicemente una buona alternativa tecnica e tattica per una Roma peraltro già ricchissima di opzioni di livello. 
BRAVA INTER - Potremmo continuare: Jorginho è un elemento valido e di prospettiva, un centrocampista di fosforo e personalità che potrebbe persino avere un futuro azzurro, dopo Brasile 2014, ma forse non è l'uomo di peso che serviva al Napoli per colmare il gap venutosi a creare con chi lo precede in classifica, mentre rimane inspiegabile l'ostracismo decretato a Cannavaro, la cui partenza ha reso ancor meno italiana una squadra che ha purtroppo intrapreso la medesima strada esterofila di tanti, troppi club di vertice del nostro football.
Probabilmente, fra le grandi, le cose migliori le ha fatte l'Inter, che del resto ne aveva un bisogno feroce: il laterale D'Ambrosio è stato una delle sensazioni della prima parte di torneo, tanto da essere accostato persino alla Nazionale, ed Hernanes è uno dei pochi campioni di fuorivia ancora presenti nel nostro Paese, uno in grado di innalzare decisamente il tasso di classe di un complesso tutt'altro che eccelso, da questo punto di vista. Discrete le operazioni del Milan, ma non è proprio il caso di lasciarsi andare a facili entusiasmi, perché ancora una volta la dirigenza rossonera non è intervenuta con decisione sull'unico reparto che aveva necessità di radicali modifiche, ossia la difesa: è arrivato il solo Rami, auguri a Seedorf... E per il resto, tutto da valutare, per diversi motivi, l'impatto del fantasista marocchino Taraabt e di un Essien in fase calante, mentre Honda può fare sicuramente bene, ma per lui vale il discorso fatto poco sopra per i vari Nainggolan e Matri. 

                                     Cannavaro: poderoso rinforzo per il Sassuolo

SASSUOLO UBER ALLES - Meglio parlare del Sassuolo, allora: già l'estate scorsa aveva fatto molto per allinearsi ai valori tecnici della nuova categoria. La campagna di luglio e agosto è stata solo parzialmente sufficiente, ma ricordiamo che prima della recente serie negativa (interrotta solo dall'estemporanea prodezza col Milan) la squadra aveva mostrato brillantezza di gioco e raccolto risultati anche importanti, rimanendo aggrappata al treno salvezza. Ora, però, non può più nascondersi: con Ariaudo, Manfredini e la ciliegina Paolo Cannavaro a puntellare una retroguardia sempre troppo traballante, con Biondini, Brighi e Rosi a portare polmoni e cervello a centrocampo, con Sansone (ma perché il Parma l'ha dato via?) a fare la scheggia impazzita di una prima linea sontuosa, in cui Floccari è andato ad aggiungersi ai vari Berardi, Zaza e Floro Flores, beh, non conquistarsi la permanenza sarà molto molto difficile. Le incognite? Amalgama da ritrovare in fretta e furia e un cambio di panchina discutibile, perché Malesani è reduce dalla traumatica esperienza genoana e sembra aver perso le potenzialità vincenti dei primi anni di carriera. 
GENOA: BUONI ARRIVI E OTTIME CONFERME - Uno sguardo al resto della Serie A. Fra le compagini di "classe media", ha fatto molto bene il Genoa: Burdisso è senza alcun dubbio un rinforzo per la difesa, De Ceglie, motivato a dovere, può ritrovare il buon rendimento del passato juventino, Cabral non è un fenomeno ma porta se non altro una discreta esperienza internazionale e rende più coriaceo il reparto di mezzo. Perplessità su Motta, la cui carriera non è finora stata all'altezza delle fulgide promesse di gioventù, e sul ritorno di Sculli, in parabola discendente e uscito non certo bene dalla triste vicenda Genoa - Siena. 
Ma il vero colpo è stato tenere tutti i gioiellini di casa, in particolare Antonelli e Gilardino, accostati sistematicamente a tutte o quasi le grandi. Assurdo, poi, il trattamento mediatico riservato al centravanti azzurro: è stato dato quasi per certo al Bologna (immaginiamo il desiderio di Alberto di abbandonare la relativa tranquillità zeneise per andare in una squadra di modesto livello qualitativo e impelagata fino al collo in zona retrocessione), ricamando su problemi personali e fantomatiche rotture con l'ambiente rossoblù. La dimostrazione plastica di come il giornalismo in versione calciomercato sia un giornalismo inutile e anzi dannoso, che non fa onore alla professione e che dovrebbe essere proibito d'autorità. 
LE ALTRE: CALMA PIATTA O QUASI - Qualche buona entrata per il Chievo, con un Agazzi che potrebbe risolvere il problema del portiere (Puggioni non è mai stato una garanzia), Canini che in difesa ha più o meno fatto il suo ovunque sia stato (Genoa a parte) e Stoian che proprio dalla Genova rossoblù torna, dopo mezza stagione in cui non ha lasciato alcuna traccia: ma in passato a Verona aveva fatto bene e ritrovare il suo ambiente potrebbe aiutarlo. Del Parma, detto della incomprensibile rinuncia a Sansone, incuriosisce la nuova batteria di laterali, a destra Schelotto in cerca di rilancio e a sinistra un Molinaro  deciso a dimostrare di poter far bene anche da noi, dopo aver ben figurato in Bundesliga (che non è poco). 
Già scritto qualche settimana fa di Lodi al Catania, non so se al Livorno basteranno Mesbah e un Belfodil da ricostruire nel morale per tirarsi fuori dalle sabbie mobili, mentre Marquinho dovrebbe aumentare il ventaglio di soluzioni offensive di un Verona che però perde in solidità complessiva con la rinuncia a Jorginho. Per il resto, calma piatta o quasi: movimenti poco significativi per Atalanta, Cagliari, Sampdoria (Maxi Lopez è un'incognita grossa così, dopo un anno e mezzo da incubo), Torino (ma occhio a Tachtsidis) e Udinese, il Bologna si aggrappa ancora a Diamanti che continua a cantare e a portare la croce in un team  ancora a corto di argomenti in fatto di classe complessiva, la Lazio, mentre deve registrare la grave perdita di Hernanes, ha conquistato un Helder Postiga che ha spessore internazionale ma forse non è più quello di un tempo. Per la svalutata Serie A di oggi, però, potrebbe bastare, come il Kakà in versione ridotta del Milan attuale... 

lunedì 9 dicembre 2013

CAGLIARI - GENOA, IL MARTIRIO DI MANFREDINI E QUELLI CHE "GLI ARBITRI ITALIANI SONO I MIGLIORI AL MONDO"

                                       Gasperini: rabbia per l'ingiusto ko di Cagliari

Fra i problemi che minano alle fondamenta il buon funzionamento del sistema calcio Italia non ci sono solo il teppismo dilagante (con annesso strapotere degli ultras negli stadi), l'inadeguatezza degli impianti e delle modalità di accesso agli stessi per i tifosi "normali", la discutibile gestione finanziaria di molte società, le scommesse e le partite truccate, l'esterofilia dilagante e il conseguente semiabbandono dei vivai. Su "Note d'azzurro" lo scrivo da sempre: anche la sconfortante modestia complessiva della nostra classe arbitrale rappresenta un pericolo per il football, per una ragione molto semplice: un fischietto che, con le sue decisioni sbagliate, indirizza e condiziona lo svolgimento di un match, incrina pesantemente la credibilità di tutto il baraccone. Lo ribadisco oggi, all'indomani dell'amena direzione di gara del signor Giacomelli in Cagliari - Genoa, ma non è solo questione di tifo: avrei potuto scriverlo tranquillamente dopo l'ultimo Sampdoria - Torino, con l'incredibile 2 a 0 negato a Pozzi perché Gervasoni aveva deciso di chiudere il primo tempo dopo la respinta del portiere su punizione di Palombo; l'ho scritto dopo l'assurdo Genoa - Milan della stagione scorsa, con rigori in serie negati ai rossoblù, e dopo la Supercoppa italiana 2012 fra Juventus e Napoli. 
Non è una posizione critica comoda, me ne rendo conto, nel Paese dell'ipocrisia e dei luoghi comuni applicati al pallone, di frasi fatte del genere "gli arbitri italiani sono l'unica parte sana di questo ambiente", "gli arbitri italiani sono i migliori al mondo", "a fine stagione torti e favori arbitrali si compensano per tutte le società". Una marea di belinate, diremmo a Genova. La verità è drammaticamente diversa: a parte poche eccezioni, i fischietti italici navigano nella più desolante mediocrità, in un livello medio - basso: mancanza di uniformità, buon senso ed elasticità nell'applicazione del regolamento, scarsa personalità e conseguente sudditanza psicologica (al cospetto delle big soprattutto, ma a volte anche di fronte a "fattori campo" particolarmente infuocati e pressanti), deprecabili manie di protagonismo. Gli arbitri che salgono in cattedra, gli arbitri che indirizzano l'esito di un incontro sono la negazione stessa dello spirito, del senso della loro professione. Un arbitro è come un giudice in un tribunale, il suo errore non è paragonabile a quello di un calciatore, ossia di una delle due parti in causa: è il giudice supremo del gioco, deve rasentare l'infallibilità, e per farlo deve essere preparato in maniera maniacale. 
Il Giacomelli di ieri non lo era: l'espulsione del genoano Manfredini, strattonato a lungo  in area da Daniele Conti, è roba da radiazione dall'albo. A corredo, altre decisioni penalizzanti nei confronti del Grifone (la mancata sanzione ad Avramov per la trattenuta a Biondini). Altri ne hanno parlato in lungo e largo, persino il Corriere della Sera: inutile dunque infierire, se non per rilevare come certe persone dovrebbero essere accuratamente tenute lontane dai campi di calcio, e non solo da quelli professionistici. Arbitrare non fa per loro, se ne facciano una ragione. Così come non faceva per certe vecchie giacchette nere che, dopo essersi coperte di ben poca gloria in carriera, continuano a pontificare dagli schermi della tv di Stato, cianciando a vanvera di "espulsione giusta per Manfredini".
Rimane la sensazione, per il Genoa, di un possibile decollo verso un campionato più tranquillo frenato né dalle proprie debolezze né dalla superiorità avversaria. A parità numerica, il team ligure aveva trovato il vantaggio e lo aveva gestito con sufficiente disinvoltura, rischiando il giusto (cioè pochissimo). Rimasto in dieci, si è difeso ma non in modo del tutto passivo, cercando lo spiraglio per il contrattacco e andando persino a sfiorare il raddoppio con una splendida conclusione di Antonelli, sventata dal citato Avramov. Poi, chiaro, i sardi hanno assediato, ma Perin aveva sfoderato la consueta sicurezza degli ultimi tempi (al momento attuale, il giovanotto rossoblù dà più garanzie di almeno uno dei tre portieri azzurri designati per il viaggio in Brasile, a voi indovinare quale... Ma per la Nazionale se ne parlerà da luglio in poi). 
Insomma, una vergogna. La gara di Cagliari era una di quelle che possono dar la svolta a una stagione, ed è stata fallita senza colpe, dopo averla condotta per larghi tratti. A chi dice che nel calcio italiano troppo spesso si dà agli arbitri la colpa delle proprie défaillances, rispondo che può essere vero anche il contrario, ossia che spesso basta un uomo vestito di giallo, o di fucsia, o di quel che è, per mandare a monte il lavoro di una settimana di allenamento. Nel Genoa attuale si vede pesantemente la mano di Gasperini, è un complesso compatto, agonisticamente sempre sul pezzo, con lo spirito giusto e con un canovaccio tattico plausibile. C'è coraggio, c'è un'idea di gioco, ci sono giocatori chiave in stato di grande ispirazione (il citato Perin, Antonini, Matuzalem, Kucka e un Gilardino sempre più inebriato dal profumo del Mundial). E' una squadra che non fa più tremare il tifoso, un undici che quando scende in campo dà la sensazione di poter vincere, o quantomeno di potersela giocare, con chiunque, laddove fino a un paio di mesi fa trasmetteva solo insicurezza e paura. Ma se non vieni messo nelle condizioni di giocarti le tue chances ad armi pari, tutto ciò conta poco. 

sabato 5 ottobre 2013

GENOA E GASPERINI, UN CERCHIO CHE SI CHIUDE. I BEI TEMPI POSSONO TORNARE?


                                         Gasperini: ritorno a Genova dopo tre anni

Tre anni per chiudere il cerchio. Tre anni per ritornare al punto di partenza, lì dove aveva preso forma una delle fasi più gloriose della storia del Genoa nel dopoguerra. Come se nulla fosse accaduto, e invece è successo di tutto e di più: tre anni di azzardi, di scelte sbagliate, di allenatori in parabola discendente e di altri troppo inesperti, il tutto per capire che... chi lascia la strada vecchia per la nuova, male si trova. Gian Piero Gasperini, è notizia di pochi giorni fa, ha riabbracciato il Grifone e i suoi tifosi, molti dei quali sognavano questo momento da quel novembre 2010, da quando il "vate di Grugliasco" fu allontanato dalla panchina rossoblù al culmine di una serie di risultati negativi. All'epoca, lo ammetto, non fui del tutto sfavorevole al cambio di guida tecnica: il rapporto del Gasp con l'ambiente genoano (società e squadra) sembrava essersi logorato, la brillantezza di gioco smarrita per strada, si faticava a far esplodere i valori di una rosa di notevole livello (Rafinha, Veloso, Criscito, Toni, Palacio...), che venne considerata da molti esperti, non a torto, come una potenziale mina vagante delle zone alte della Serie A. 
CAMBIARE E SBAGLIARE - Nel calcio, spesso, la routine diventa perniciosa, l'entusiasmo e gli stimoli scemano e non si cresce più, anzi, si rischia di tornare indietro. Le ultime partite della prima gestione Gasperini mostrarono sintomi inquietanti, in tal senso: in certe situazioni, occorre avere il coraggio di cambiare, battere strade nuove, cercare di costruire nuovi progetti con nuovi e motivati responsabili tecnici. Insomma, per quanto figura carismatica, per quanto artefice di pagine di assoluto splendore, sia sul piano dello spettacolo sia su quello dei risultati, l'addio a "Gasperson" non sarebbe dovuto essere un dramma, perché nel pallone il detto "dopo di me il diluvio" non ha ragione di essere, se si costruisce l'avvenire con criterio. 
Ma il Genoa e Preziosi sono stati parecchio sfortunati, oltre che poco acuti nelle scelte: in questi anni, l'unico erede plausibile del grande predecessore è parso Davide Ballardini, per quanto lontano anni luce dalle modalità di espressione calcistica del piemontese. Ma il suo feeling col Joker, nonostante gli obiettivi centrati, non è mai sbocciato, e prima o poi il patron dovrà spiegarci il perché. In mezzo ai due interregni del romagnolo, una pervicacia degna di miglior causa nello "scritturare" gli allenatori sbagliati: trainer in netta decadenza (Malesani, Delneri), altri bruciati verdi e ridimensionati dopo esordi promettenti (Marino). Quest'estate, l'ennesimo salto nel buio: una rosa di tutto rispetto, largamente attrezzata per una salvezza molto più che tranquilla, messa in mano a un coach imberbe, con alle spalle solo un abbozzo di gavetta, portata avanti principalmente nella squadra Allievi del Genoa. 
LIVERANI IMMATURO - Su Liverani, Note d'Azzurro aveva espresso perplessità fin da quest'estate, considerandolo come il vero fattore di "rischio" per una stagione che, mercato alla mano, si presentava invece foriera di qualche possibile piccola soddisfazione (controllare l'archivio del blog per credere). Però gli si era data giustamente fiducia, perché l'uomo vale e perché, come mi era capitato di dire ad un amico trattando della questione, non è possibile che alle altre società azzardi simili girino sempre bene (penso a Montella per la Fiorentina, ma soprattutto a Diego Lopez per il Cagliari) mentre al Grifo debba sempre dire male.
Invece, nulla da fare: con l'eccezione del derby, vinto a mani basse sulle ali di una impostazione strategica ineccepibile e di una furia agonistica feroce, ma giocato, val la pena sottolinearlo, contro una delle squadre qualitativamente meno dotate della categoria, l'ex centrocampista del Perugia ha mostrato solo grande limitatezza tattica, difficoltà nel leggere le partite, scarsa propensione ad azzeccare subito la formazione giusta e un eccesso di prudenza che aveva pagato nella stracittadina, ma che può andare bene solo in determinate circostanze e non deve diventare un totem immutabile. Contro Livorno e Napoli, ad esempio, pur trattandosi di avversarie totalmente diverse, direi agli antipodi, era doveroso giocare con più coraggio, con più voglia di osare: nel primo caso per abbattere il muro sapientemente issato da Nicola, nel secondo per non farsi schiacciare da una compagine che, se le cedi il pallino, è in grado di travolgerti con una manovra elegante ed efficace (chi ha visto giocare i partenopei col Borussia Dortmund sa a cosa mi riferisco). 

                                            Lodi: con Gasp ritroverà smalto? 

SQUADRA ADATTA AL GASP - Ecco: ciò che ha destato rabbia, in questo primo scorcio di stagione, è stato vedere una compagine ricca di talento e di alternative in ogni ruolo giocare col freno a mano tirato, con poca versatilità, con poche idee sul da farsi in campo. Questo Genoa, lo ripeto anche se non tutti ne sono convinti, ha potenzialità indiscutibili. I nazionali Antonelli e Gilardino, un Lodi che per il rendimento mostrato nelle ultime due stagioni meriterebbe una chiamata di Prandelli, uno che del Club Italia ha fatto parte in un passato non troppo remoto (Gamberini), giovani di bellissime speranze (Perin, Bertolacci, Vrsaljko), mestieranti di medio livello da sempre affidabili in categoria (Manfredini, Antonini, Portanova, Matuzalem, Calaiò)...
E' oltretutto una rosa che si adatta perfettamente, credo, alle esigenze del "nuovo - vecchio" mister: esterni in quantità, sia alti che bassi, Lodi che nel cuore della manovra porta lo stesso fosforo ma più classe e più colpi decisivi rispetto a Milanetto, attaccanti propensi a rientrare e a sacrificarsi in un lavoro di spola, un Gilardino che può essere tranquillamente l'alter ego di Milito. Insomma, i presupposti per fare decollare questo misterioso Genoa 2013/14 ai livelli che merita ci sono: dopo l'approccio di Catania, c'è persino la sosta per le qualificazioni mondiali a lavorare a favore del Gasp. A patto che non si culli sugli allori passati e che sappia far tesoro delle amarissime esperienze di Palermo e sopratutto Inter: Milano ha rappresentato la tomba delle sue ambizioni di grandeur, ma il fallimento è stato solo in parte imputabile ai suoi errori. 
PREZIOSI: ERRORI E RIMEDI - Il Genoa e Gasperini, Gasperini e il Genoa: sembrava un matrimonio perfetto, e dopo la rottura entrambi non hanno più avuto pace, entrambi sono entrati in un tunnel di mediocrità che francamente non era facile prevedere, dopo i fasti del quarto posto in coabitazione (contestata) con la Fiorentina e dell'Europa League. Quando si perdono anni a guardarsi attorno e a sperimentare soluzioni senza battere chiodo, per tornare infine sui propri passi, beh, è pur sempre un'ammissione di sconfitta. Alle sconfitte, purtroppo, da quel novembre 2010 Enrico Preziosi si è abituato e ci ha abituati: ma il joker è anche uno che, dopo anni di diabolica perseveranza, pare stia finalmente imparando a... imparare dai propri errori: le ultime due campagne acquisti (gennaio e luglio - agosto) sono state condotte con raziocinio, e, se la scommessa Liverani è andata male, si è comunque puntato sull'elemento migliore, più adatto e più "pronto" a prenderne il posto in panca. 
CORSI, RICORSI E... MILANETTO - Riparte da Catania, il Gasp: proprio la trasferta in terra etnea rappresentò uno snodo cruciale della sua prima gestione. La prima di campionato 2008/09, una sconfitta rimediata da un Genoa qualitativo ma spuntato, con Ruben Olivera perno centrale dell'attacco: era un po', quel Grifo, un guerriero senza spada. Quel fiasco aprì gli occhi a tutti: con un terminale offensivo efficace, la squadra poteva decollare. Pochi giorni e arrivò Milito. Altri tempi, ma, senza illusioni, occorre ricordare che sulle ali di un gioco brillante e ficcante si possono superare i limiti tecnici scritti sulla carta: il Genoa attuale, per dire, è nettamente superiore al primo Genoa gasperiniano di Serie A, 2007/08, eppure quel team, dopo un avvio incerto, si assestò su un ottimo rendimento e si mise in salvo con un buon mese di anticipo. Vedremo... Intanto, da annotare come il ritorno dell'allenatore piemontese sia conciso con quello di due suoi califfi dei bei tempi: Juric alla Primavera e Milanetto come osservatore. Soprattutto quest'ultima è una réntrée significativa: uscito pulito dal torbido affare Lazio - Genoa dopo essere stato in carcere e sbattuto in prima pagina dai giornali (ah, la stampa italiana...), ripudiato da una fetta di tifoseria per delitto di... lesa curva (osò contestare con veemenza la Gradinata Nord che, durante lo storico derby di Boselli, puntò il dito contro lui e i compagni accusandoli, in buona sostanza, di non impegnarsi a fondo per mandare in B i cugini), ora si ritaglia nuovamente un angolino nella società a cui tanto ha dato in termini di rendimento sul campo. Lui si è già scusato, e in tempi non sospetti, per quel lontano screzio (scuse dovute per i toni usati, ma, a parer mio, non per la sostanza delle argomentazioni), ora sarebbe il caso che anche i tifosi più intransigenti mettessero per una volta da parte il loro amor proprio e sotterrassero l'ascia di guerra, passando sopra a una vicenda che ha solo provocato un inasprimento del clima in città e nell'ambiente Genoa. 

sabato 7 settembre 2013

DOPO ITALIA - BULGARIA: CON BUFFON E' QUASI BRASILE, MA IL "MINIMALISMO AZZURRO" COMINCIA A STUFARE...

                                 Gilardino: lui e Buffon protagonisti assoluti a Palermo

Al termine della Confederations Cup, Buffon era considerato in declino irreversibile da alcuni critici un po' troppo inclini alle sentenze inappellabili, sulla scorta di tre - quattro incertezze (non papere, attenzione) disseminate principalmente nelle sfide contro Brasile e Uruguay. Il calcio fa parlare e tacere nel giro di poche settimane, e proprio per questo sarebbe bene evitare giudizi tranchant su atleti e squadre, in positivo o in negativo. Facciamo un attimo mente locale: senza la strepitosa serie di prodezze sfoderate dal numero uno juventino negli ultimi due impegni di qualificazione mondiale, in Repubblica Ceca a giugno e ieri sera a Palermo con la Bulgaria, dei quattro punti raccolti dall'Italia ne sarebbe rimasto a malapena uno, con il Brasile ancora tutto da conquistare e il fiato sul collo di un agguerrito drappello di avversarie. 
BUFFON FRA I GRANDI DI SEMPRE - Guardando la classifica del girone, la differenza fra ciò che è e ciò che sarebbe potuto essere balza agli occhi: abbiamo quasi in tasca il biglietto per il viaggio in Sudamerica. Lo abbiamo virtualmente conquistato perché i fuoriclasse non li hanno in dotazione solo gli altri, e non sono solo quelli, reclamizzatissimi, del calcio d'attacco, i Messi e i Cristiano Ronaldo. E' fuoriclasse anche chi toglie dalla porta palloni pesanti come pietre, chi evita gol già fatti o quasi, e l'estremo difensore azzurro coi bulgari ne ha evitati tre, nel secondo tempo: tre salvataggi a base di istinto, riflessi felini, insomma classe allo stato puro. Che il Gigi nazionale sia uno campione di quelli epocali, destinato a entrare nel mito una volta appese scarpe e guanti al chiodo, è fatto assodato almeno dai tempi di Germania 2006, ma è sempre meglio rinfrescare la memoria agli incontentabili, ogni tanto. Lunga vita a Buffon, dunque, e del resto su questo blog lo si è sempre scritto. 
TRE FUORICLASSE (E FORSE QUATTRO) - Lo stato di grazia del nostro "guardameta" è il dato più incoraggiante emerso dall'affannosa serata siciliana, assieme alla constatazione che, non da oggi, l'Azzurra di Prandelli può contare su almeno un fuoriclasse per reparto, e di questi tempi non è poco: oltre a Gigi, Pirlo nel mezzo, anche se la tentazione di mettere sullo stesso piano De Rossi è forte, visto il suo eccezionale rendimento in Nazionale, da uomo ovunque stile Olanda anni Settanta (non ieri, comunque...), e Balotelli in avanti. Basta per andare in Brasile con una discreta dose di fiducia, non per considerarsi una grande squadra a tutto tondo e, di conseguenza, puntare al bersaglio grosso. L'ho già scritto più volte, e con accenti particolarmente accorati dopo l'amichevole agostana con l'Argentina: questa Italia non riesce più a salire gli ultimi, decisivi gradini nel suo bel percorso di crescita e di riavvicinamento ai valori di vertice del football planetario. In nessuna gara delle qualificazioni mondiali sono state toccate le vette di bel gioco raggiunte spesso nel corso del 2011 e fino alla semifinale europea coi tedeschi; qualche sprazzo discreto, sì (ad esempio con la Danimarca a Milano) ma nessuna prestazione convincente al cento per cento. 
IL REGALO DI GILA - Contro la Bulgaria pareva finalmente la volta buona: un primo tempo non eccezionale ma giocato di buona lena, in costante iniziativa seppur con eccessive difficoltà nell'aggirare la ragnatela mobile sapientemente disposta dal grande Lubo Penev. Ha funzionato a intermittenza il gioco sulle fasce laterali, con Abate e Antonelli quasi inappuntabili in fase difensiva ma parsimoniosi assai negli sganciamenti. Insigne non si è ancora inserito appieno nei meccanismi di gioco del Club Italia ma ha spirito di iniziativa, velocità di esecuzione e dinamismo, e da un suo destro è partito il pericolo maggiore per Mihaylov nella prima mezz'ora di gara; sull'altro versante, Candreva ha confermato il suo buon momento atletico ma deve anche migliorare l'incisività delle sue giocate, soprattutto quando decide di portarsi al tiro: ha un buon bottino potenziale di gol nelle sue corde, e finora l'ha espresso solo in parte, anche con la maglia della Lazio. Da una sua azione insistita chiusa con un calibrato cross è nato comunque il gol di testa di Gilardino, ideale regalo di compleanno per i 120 anni del suo Genoa. 
QUASI CATENACCIO - A questo punto, la solita Italia del dopo Europeo: incapace di portare il colpo del ko, si incaponisce nel gestire il risultato minimo fallendo quasi sistematicamente l'obiettivo (perché non ne ha la forma mentis, è compagine nata per aggredire, imporre l'iniziativa) e consegnando le chiavi del match agli avversari, i quali fra l'altro si trovano sempre in condizioni fisiche migliori dei nostri e possono quindi regolarmente scatenarsi in sarabande d'attacco devastanti per le coronarie del tifoso. Così, detto e stradetto di Buffon, nel deprimente secondo tempo dei nostri si è visto calcio all'italiana nel senso deteriore del termine, ossia qualcosa di molto vicino al catenaccio che, per dire, io per primo rimproverai all'Inghilterra nel confronto con gli azzurri ad Euro 2012. 
Si sono guadagnati la pagnotta un Bonucci sicuro ed efficace, un Chiellini capace di ridurre al minimo rudezze e fallosità, un Thiago Motta  in versione "minimo indispensabile" ma comunque abile nel filtro e nel rallentare il gioco per dare respiro alla squadra, persino lo stesso Gila, rientrato più volte in area a difendere. Tutto bene se il risultato finale è l'1 a 0 che vale quasi un... Brasile, ma sappiamo tutti, e lo sa ovviamente anche Prandelli, che quest'Italia ha nel Dna i mezzi tecnici e di personalità per fare molto, molto di più. Pirlo e De Rossi, ad esempio, devono ricominciare a tessere trame più fluide e precise: a proposito di centrocampo, e nell'attesa di veder finalmente sbocciare Verratti e Florenzi, partite come quella del Barbera chiariscono l'importanza assunta nel meccanismo di gioco azzurro da Montolivo, equilibratore della manovra e ispiratore offensivo, fermo restando che un Balotelli davanti è in grado di cambiare totalmente prospettive, per la sua capacità di fare reparto da solo, di inventare giocate e di creare spazi, di trovare costantemente strade inedite in direzione della porta avversaria, di ispirare e "guidare" i movimenti dei compagni di reparto  e dei centrocampisti. . 
BASTA COL TRAN TRAN - Insomma, teniamo per il momento buona la scusante della precarietà fisica, frutto di una stagione ancora agli albori. E consideriamo che la Bulgaria (comunque fuori dalle prime cinquanta squadre del ranking Fifa, ricordiamolo...) è il ritratto perfetto del tipo di squadra che da sempre, in tutte le epoche, mette in serie difficoltà la nostra rappresentativa: buon livello medio ma senza grossi picchi di classe, organizzazione ferrea, esuberanza atletica, sagacia tattica mirabile e capacità di far giocare male anche l'avversaria più dotata. Ora, però, è il momento di... scollinare: martedì a Torino, contro la Repubblica Ceca, si dovrà inseguire la qualificazione matematica, e lo si dovrà fare cercando di mettere da parte questo... "minimalismo azzurro" per riprendere un discorso da troppo tempo lasciato a metà, quello col gioco brillante e di iniziativa che i nostri non hanno certo dimenticato di saper fare, se la memoria torna all'amichevole di marzo col Brasile e alla semifinale di Confederations con la Spagna: si sono semplicemente consegnati a un banale tran tran, avvitati in un piccolo cabotaggio noioso e stucchevole che però, se prolungato ulteriormente, potrebbe diventare un pericoloso vulnus per la definitiva maturazione di una squadra di ottima caratura ma ad elevato rischio di incompiutezza. 

lunedì 19 agosto 2013

DOPO SPEZIA - GENOA: NON E' UN PO' PRESTO PER INTONARE IL DE PROFUNDIS ROSSOBLU'?

                                Liverani: un po' presto per crocifiggere lui e il suo Genoa...

Scrivere del calcio estivo di club rappresenta per me un notevole sforzo, del quale farei volentieri a meno. Considero da sempre le partite di luglio e agosto, siano esse amichevoli o ufficiali, del tutto inattendibili, foriere di indicazioni contraddittorie e aleatorie, quasi sempre destinate ad essere smentite nelle sfide successive, soprattutto in quelle che si disputeranno in autunno, a stagione inoltrata. Dirò di più, e lo scrissi già sul blog tempo fa: per poter dare una valutazione attendibile delle squadre di Serie A occorre aspettare almeno i primi due mesi di campionato; tutto ciò che accade prima è quanto di più precario possa esservi, fra compagini fisicamente ancora imballate e rose da amalgamare, col mercato che si chiude a inizio settembre e con acquisti e cessioni di peso che avvengono spesso proprio negli ultimissimi giorni di trattative. Del resto, lo si è visto ieri sera in Supercoppa quanta affidabilità abbiano le gare della stagione calda: una Juve reduce da una preparazione deludentissima, sul piano dei risultati, ha travolto a domicilio una Lazio che, per contro, non può essere, non sarà sicuramente quella vista all'Olimpico, ossia una compagine di bassa classifica destinata a lottare per la salvezza. 
TRAGEDIA GRECA - Queste le mie remore sul football che si ammira (si fa per dire) in queste settimane. Tuttavia, due righe sull'esordio stagionale del Genoa mi sento di doverle scrivere: non tanto per l'esito negativo (ennesima eliminazione precoce dalla Coppa Italia, non proprio una novità, su questi lidi), quanto per tutto ciò che si è scatenato dopo, nelle file della tifoseria ben più che fra i media locali, tradizionalmente critici nei confronti del sodalizio di Villa Rostan. Basta dare un'occhiata in giro per il web, fra forum e forumini, muri e muretti, commenti ad articoli di giornali e su pagine Facebook. Pianti, tragedie greche, allarmi per una retrocessione già annunciata come probabilissima, Preziosi e Liverani nel mirino. Si potrebbe liquidare il tutto con il semplice invito a prendere la vita, e le cose di sport, più alla leggera, ma un ragionamento più articolato va fatto. 
IL PIU' INSIDIOSO DEGLI ESORDI - Era la prima partita "vera" per il Grifo, lo si è detto, e con la solita "fortuna" che contraddistingue questa squadra, invece di un comodo "galop" con una onesta compagine di terza divisione, magari da affrontare fra le mura amiche, è toccata la gara più insidiosa (tenendo conto delle avversarie che avrebbe potuto offrire il tabellone a questo punto del torneo) e nelle condizioni più ingrate: unica squadra di A, a parte due delle tre neopromosse, il Genoa è stato costretto a giocare in trasferta, e lo ha dovuto fare su uno dei campi a lui più tradizionalmente ostili soprattutto sul piano ambientale. Alla Spezia (e solo alla Spezia, sottolineiamolo) considerano il confronto con i rossoblù (quando si gioca, ossia molto raramente...) un vero e proprio derby. Per gli aquilotti era la partita della vita o giù di lì, per i genovesi il primo test autenticamente duro, ma al contempo un semplice passaggio (importante, certo) nel percorso di rodaggio verso quello che rappresenta l'unico plausibile obiettivo stagionale, ossia un campionato da affrontare con minori tremori rispetto al passato recente. 
Contro una compagine indemoniata, e sospinta da un pubblico che sarebbe di lusso (per numero e sostegno fornito) anche per il torneo di B, il team di Liverani ha tenuto dignitosamente botta, è passato in vantaggio, ha subìto il ritorno dei locali, trovato il pari in extremis, colpito un palo clamoroso; ha manifestato lacune di gioco assolutamente comprensibili a questo punto della stagione (cioè al punto zero virgola uno, ribadiamolo), ma anche qualche fiammata di rilievo e la sensazione che sarebbe bastato davvero pochissimo di più (un impianto di gioco più collaudato, giocatori più brillanti atleticamente) per conquistare l'intera posta. Alla fine della fiera, è uscito imbattuto da un terreno infido assai, perché il match, val la pena sottolinearlo, è terminato 2 a 2, e l'eliminazione è maturata ai rigori, sempre e comunque una lotteria inattendibile, figuriamoci a Ferragosto, con gambe molli e scarsa lucidità mentale. Insomma, mi pare un po' pochino, francamente, per dare la stura alle profezie di sventura, al desiderio insopprimibile di tratteggiare scenari drammatici per una squadra che, è opinione di molti supporters, risulterebbe ulteriormente indebolita rispetto alla già non irresistibile versione di pochi mesi fa. 

                                          Lodi, califfo del centrocampo del Grifo

SQUADRA MIGLIORATA - Io non la penso così, e l'ho già scritto qui. Limitatamente ai 12 - 13 titolari, questo è un Genoa nettamente superiore a quello che ha colto la salvezza con un turno di anticipo sulla fine dell'ultimo torneo. Ha due nazionali azzurri, Antonelli e Gilardino,  e un Lodi che per doti tecniche, tattiche e di personalità, nonché per continuità di rendimento nelle ultime due annate, potrebbe diventarlo senza scandalo; ha due giovani fra i più promettenti del vivaio nostrano, Perin e Bertolacci, e due centrali di difesa, Portanova e Manfredini, non più di primo pelo ma che fino al maggio scorso il loro l'han fatto alla grande,  e da sempre sono abituati a lottare nei bassifondi, senza paura e con profitto. Ecco, se l'obiettivo stagionale è la tranquillità, non so quali altri club della cosiddetta "parte destra della graduatoria" possano vantare in rosa simili califfi. 
Le lacune ci sono, è verissimo, e io stesso lo avevo sottolineato nel post sopra linkato. In estrema sintesi, rosa ridotta troppo all'osso e mancanza di alternative valide in avanti e soprattutto in terza linea, a maggior ragione adesso dopo la cessione di Granqvist (peraltro nell'aria da tempo). Bisogna rimpolpare il roster, la società è la prima ad esserne consapevole. Le si rimprovera di essersi fermata sul mercato, dopo un avvio del tutto incoraggiante. Vero, mister Liverani ha spiegato chiaramente da tempo ciò che manca ma finora nulla di concreto si è visto: però, francamente, quante altre squadre di A hanno messo a segno colpi fondamentali nell'ultimo mese? Da anni, ormai, i tasselli decisivi vengono inseriti negli ultimi giorni di campagna acquisti, è così per tutti, persino una grande come il Napoli  non ha ancora completato il gruppo e sta inseguendo da giorni big come Astori e Matri. Pazienza ci vuole, a maggior ragione se si è consapevoli delle difficoltà autentiche che ha attraversato negli ultimi mesi il gruppo Preziosi, con inevitabili ricadute sulla gestione del Genoa. 
INCORAGGIARE, NON DEMOLIRE - Per tutto questo, farsi il sangue marcio per una gara "non vinta" ma anche "non persa" (mi si perdoni il gergo vagamente elettorale, ma le cose stanno così....)  a metà agosto o giù di lì è francamente eccessivo, e gettare acqua sul fuoco in questa fase mi sembra non solo necessario, ma doveroso. La tifoseria del Genoa è una delle più passionali, ma spesso questa passione la gestisce troppo "di pancia" e con una perniciosa tendenza a vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto, rendendola in definitiva deleteria e creando una pressione negativa su una squadra che oltretutto, quest'anno, si presenta al via giovane, rinnovata, affidata a un trainer bravo ma a corto di esperienza, e che quindi mai come oggi avrebbe solo bisogno di sostegno pieno e incondizionato, non di malumori e feroci critiche ai primi e comprensibili inciampi. 
Poi, certo, le antenne van tenute sempre drizzate: ho rilevato come Gilardino possa e debba rappresentare uno dei punti cardine per il Genoa prossimo venturo, e invece dopo la cessione di Osvaldo da parte della Roma cominciano a circolare le vecchie voci su "giri di centravanti", scambi con Borriello, eccetera. Sul punto ho già detto come la penso e non ci ritorno sopra, se non per ribadire che attorno a una figura essenziale come la punta della Nazionale dovrebbe esserci una blindatura totale, e invece si continuano a lasciare porte colpevolmente aperte; allo stesso modo, occorre sciogliere il nodo Matuzalem, elemento di cui questa squadra ha assolutamente necessità. Ecco, su questi punti comprendo le preoccupazioni, ma, insomma, vedremo come andrà: fare processi preventivi, dopo un vistoso cambiamento di politica societaria (più programmazione e meno improvvisazione) e alla luce delle oggettive difficoltà finanziarie in cui il club si deve muovere, è davvero pretestuoso. E' il momento degli incoraggiamenti e, casomai, delle critiche costruttive, per demolire e attaccare ci sarà tempo (ma speriamo non ve ne sia bisogno).