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mercoledì 9 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: BRASILE ALL'INFERNO, AZZERATO DA UNA GERMANIA AI LIMITI DELLA PERFEZIONE

                                             Così Muller ha aperto le marcature

C'è una sensazione che tutti gli appassionati di calcio dovrebbero sperimentare almeno una volta nella vita. E' una sensazione inebriante, che ti avvolge quando ti rendi conto di avere appena assistito a un match che entrerà nella leggenda di questo sport, e vi rimarrà per sempre. Un misto di entusiasmo, appagamento, quasi genuina commozione, il classico orgoglio di poter dire "io c'ero", pur se soltanto davanti alla tv, di esser stato testimone di un evento di cui fra decenni si parlerà ancora, e il cui ricordo verrà tramandato di generazione in generazione. Personalmente, tutto questo mi è accaduto poche ore fa: la prima semifinale del Mundial 2014, Germania - Brasile 7 a 1, è già una pietra miliare nel libro d'oro del football planetario. 
IL DRAMMA? SOLO SUL CAMPO - Nei prossimi giorni, sui giornali, in tv, sul web, tutti racconteranno il nuovo dramma brasiliano. Dramma tecnico, dramma di campo e basta, credo e spero: per gli aficionados verdeoro la vita continuerà, altri più seri problemi incombono, i tempi delle autentiche tragedie che fecero da macabra cornice al "maracanazo 1950" (malori, infarti, suicidi) sono lontani,  e lo si è intuito già stasera, allo stadio di Belo Horizonte, "in corso d'opera": la reazione della torcida è stata, appunto, da tifosi: dopo le lacrime, solo fischi assordanti ai beniamini di cartapesta locali, e "olè" irridenti a sottolineare la breve melina tedesca a secondo tempo inoltrato.
Sette a uno: mai visto un divario così abissale, in una semifinale iridata. Punteggi simili hanno le stimmate dell'eccezionalità, prescindono dalle differenze di valori in campo, dalla modestia di una delle contendenti, dalle giornate storte e da quelle di grazia: sono eventi di un'enormità tale da non poter essere spiegati totalmente con dotte disquisizioni specialistiche. La notizia di questo epocale 8 luglio 2014, è chiaro, non può che essere il disfacimento della Seleçao "che doveva vincere la Coppa", perché la più grande potenza del futébol non poteva permettersi di perdere due Mondiali su due in casa. E' successo, invece, e paradossalmente l'unicità calcistica di questo contraddittorio Paese sarà d'ora in avanti rappresentata anche da questo assurdo record: i veri maestri del pallone (altro che inglesi) protagonisti della più clamorosa débacle casalinga nella storia della manifestazione, roba che neanche anfitrioni di secondo o terzo livello come States, Sudafrica, Giappone o Sudcorea. Ma il Brasile, pur fra mille demeriti, è crollato sotto i colpi di una corazzata, forse in questo momento l'unica attendibile erede della invincibile Roja spagnola andata in pensione poche settimane fa.
TEDESCHI STELLARI - Proprio così: nella prima mezz'ora tedesca al Mineirao ho intravisto tratti di perfezione assoluta, vette di calcio magistrale che ben poche squadre, nella storia, hanno saputo giocare. E non mi riferisco solo alla classe o alla sapienza tattica: perché sei pur sempre nella tana del grande Brasile (grande più per palmarés che per l'attualità, ma poco importa), sei immerso in un clima di delirio popolare a tratti sconfinante nel fanatismo: molte compagini anche reputate, molti campioni con carisma e pelo sullo stomaco, in situazioni similari finiscono per farsi condizionare e non riescono a rendere come potrebbero. La Germania no: ha giostrato con tranquillità, nervi distesi, fiducia cieca nei propri mezzi, e ha sollecitamente scritto una delle pagine più belle dell'interminabile romanzo dei Mondiali. Mezz'ora di struggente bellezza, dicevo, da far venire i lucciconi e da proiettare non solo nelle scuole calcio, ma anche durante le sedute di allenamento dei professionisti: manovra essenziale, rapida, verticale; precisione assoluta nel tocco di palla, nel controllo, nei passaggi (molti calciatori italiani, coi loro strafalcioni da "piedi quadri", dovrebbero solo arrossire e tornare a esercitarsi sui fondamentali), e una concretezza strabiliante, che ha portato a una percentuale realizzativa vicina al cento per cento delle occasioni create. 
SPIETATI COME RICHIEDE LO SPORT - E' cosi che si fa: se hai la bravura di passare quasi subito in vantaggio e ti accorgi di avere davanti un gigante ferito e in difficoltà, ebbene, nel calcio bisogna affondare i colpi senza pietà, colpire e colpire, fino a mettere ko chi ti sta davanti, e fare in modo che non si alzi più. La Nationalmannschaft lo ha fatto, metodicamente, senza mai abbassare la guardia, senza farsi prendere dalla tremarella ogni volta che arrivava in area di rigore brasiliana. Ed è persino un peccato che, nel clima surreale venutosi ben presto a creare nello stadio, sia quasi passata in secondo piano l'impresa nell'impresa, l'impagabile Klose che, di prepotenza, è andato a segnare il raddoppio riprendendo una corta respinta di Julio Cesar su suo precedente tiro, issandosi infine in testa alla classifica dei bomber iridati di tutti i tempi, 16 gol contro i 15 di Ronaldo, l'altra sconfitta brasiliana della serata. 
Si può poi discutere su quanto avvenuto nella ripresa, con i ragazzi di Low che, pur tenendo ritmi più bassi, sono ancora andati a nozze nel nulla difensivo dei locali, piazzando altre due stilettate con Schurrle: c'è chi pensa che ad un certo punto sia meglio tirare i remi in barca, chi invece ritiene che non ci si debba fermare. Io sono più per la seconda teoria: frenare non è una forma di rispetto per gli avversari, quanto un gridargli in faccia, a chiare lettere, "sei inferiore, pateticamente inferiore: se solo volessi potrei continuare, ma preferisco non infierire". Queste manfrine, questa magnanimità un po' ipocrita verso gli sconfitti, è una malattia molto italiana, una delle tante storture del nostro calcio. Evidentemente i panzer sono di diverso avviso.


BLUFF SMASCHERATO - E dunque, la Germania ha fatto il suo dovere. Stilare pagelle è quasi superfluo: tutti si sono espressi su livelli di eccellenza, da Neuer che ha continuato a chiudere la saracinesca anche sullo 0-5, nei minuti dell'unica breve fiammata brasiliana in avvio di ripresa, a un Boateng monumentale in retroguardia, da Khedira instancabile e onnipresente nel mezzo agli esemplari Muller e Kroos, formidabili sia come finalizzatori che come "creativi". La Germania, si diceva, ha fatto il suo, smascherando il bluff della Seleçao. Un colosso d'argilla, tenuto in piedi fin qui dal fattore campo (che non significa solo favori arbitrali, ma affetto del pubblico, e quel surplus di motivazione che arde dentro l'animo di chi gioca una Coppa del mondo in casa), dalle prodezze estemporanee dei suoi difensori dai piedi buoni e da un Neymar che stava marciando a ritmi sostenuti verso la consacrazione a fuoriclasse assoluto, prima dell'uscita di scena. Il genietto del Barcellona era semplicemente vitale per questa squadra povera di talento e di risorse tattiche: prima ancora che il campo lo dimostrasse in maniera inequivocabile, lo avevano lasciato intendere i suoi compagni, teneramente aggrappati alla maglietta del loro illustre collega infortunato durante l'esecuzione dell'inno: una plateale dimostrazione di affetto che era anche, però, un'ammissione di debolezza. 
NIENTE FOSFORO, NIENTE GENIO - La partita ha detto il resto: quando i nodi devono venire al pettine, dopo che la polvere è stata troppo a lungo nascosta sotto il tappeto, il crollo è spesso clamoroso. E' accaduto alla Spagna sazia di trionfi, è accaduto all'Italia mal guidata, mal gestita e mal costruita; è accaduto al Brasile forse più dimesso di ogni tempo, un Brasile, lo abbiamo detto più volte, edificato su una terza linea che era chiamata a un compito ingrato e sfiancante, dovendo chiudere e impostare scavalcando un centrocampo a corto di idee e votato a un cieco sferragliare,  col gregario Fernandinho eletto a elemento cardine, e cercando vanamente di attivare un reparto offensivo che dalla trequarti in su, tolto Neymar, ha mostrato da subito classe approssimativa e forza penetrativa pressoché nulla, con Oscar costantemente sotto tono e Hulk prima ai margini della manovra, poi confusionario e sprecone una volta riportato più vicino alla porta. 
SCOLARI MONOCORDE - Gettare la croce addosso all'impresentabile Fred è ingiusto: ha fallito lui, ha fallito chi doveva attivarlo nei sedici metri finali, ha fallito un progetto di gioco acefalo, privo di fosforo e inventiva nel mezzo, "vizio di fabbricazione" inaccettabile per la tradizione brasileira; hanno fallito Scolari, Parreira e tutto lo staff tecnico, mostrandosi drammaticamente a corto di alternative strategiche (non c'era proprio altro modo per ovviare all'assenza del campionissimo? Era improponibile un rimpasto fra centrocampo e attacco, magari dando fiducia a un Hernanes che è uno dei pochi, nella Seleçao, a saper fare discretamente filtro e a portare buone giocate in fase di costruzione e rifinitura?). Questo mediocre Brazil poteva arrivare in fondo solo con i ritmi, il pragmatismo, l'aggressività mostrate in chiusura di Confederations l'anno scorso. Venuti a mancare questi presupposti fin dall'inizio della competizione, sparito successivamente dai radar Neymar, la conclusione era quasi inevitabile. Che poi, oltre al disastro tecnico, tattico e agonistico, vi sia stato pure quello psicologico, aggiunge poco al quadro generale, se non la constatazione che sotto nessun aspetto questi auriverdes erano degni di figurare in una finale mondiale. Rimane l'epicità di una sfida di cui si parlerà per lustri, per decenni. E non ci sarà neppure bisogno di arricchirne il ricordo con particolari romanzeschi: la realtà è stata più che sufficiente, Germania - Brasile brillerà per sempre di luce propria... 

martedì 1 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: L'AFRICA ETERNAMENTE AL PALO E LE IMPERFEZIONI DI GERMANIA E FRANCIA


Bye bye, Africa. Ancora una volta. Sto cominciando a temere che mi farò vecchio, nell'attesa che il "calcio del futuro", quello del Continente Nero, assurga finalmente agli onori della cronaca e della storia, conquistando piazzamenti mondiali degni delle attese. E già, "il futuro del football è in Africa": lo leggo e lo sento perlomeno dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, e non si può negare che in tutti questi lustri vi siano stati enormi progressi di gioco e di sapienza tattica, e che molti giocatori di laggiù siano diventati campioni venendo "a scuola" nella vecchia Europa. Ma alla fine siam sempre lì: quando si approssimano le fasi decisive del torneo iridato, le africane puntualmente salutano la compagnia. Questa volta nemmeno ai quarti sono riuscite ad arrivare, come altri illustri predecessori (il Camerun del '90 prima di tutti). Nigeria e Algeria erano rimaste le ultime, orgogliose vessillifere di quel calcio che non supera mai gli esami di maturità: più disciplinate rispetto al Ghana, più continue rispetto alla Costa d'Avorio (e il team di Keshi anche più fortunato, pensiamo al gol annullato al bosniaco Dzeko nello scontro diretto...) ma in generale meno qualitative, sono state cancellate da Germania e Francia,  grandi tradizionali, due delle esponenti più antiche e decorate di quel vecchio Continente che, ad ogni Coppa del Mondo, molti dipingono in declino, salvo poi trovarlo ad occupare almeno metà dei posti disponibili per le semifinali (due su quattro nel 2002, quattro su quattro nel 2006, tre su quattro nel 2010). 
BELLA ALGERIA - Certo, non si può dire che siano state vittorie gloriose, quelle dei panzer e dei galletti, i cui ottavi hanno marciato quasi in sincrono. Primi tempi da buttare, riscossa nella ripresa: il fatto che i teutonici abbiano avuto bisogno anche dei supplementari per archiviare la pratica è stato dovuto alla superiore caratura degli algerini rispetto ai nigeriani. I ragazzi di Halilhodzic, in effetti, hanno saputo dare seguito alle buone prestazioni fornite nel primo turno, comprendendo nel lotto anche la gara d'apertura col Belgio, quando irretirono i quotati avversari con un dispositivo difensivo magari prudente, ma che disinnescò a lungo le enormi potenzialità dei Diavoli Rossi, costretti a una recita deprimente.
Ieri sera si sono spinti oltre, ripetendo, perlomeno nella prima frazione, il match di stampo offensivo contro la Corea del Sud. E il vantaggio, forse, lo avrebbero anche meritato: Feghouli, Ghoulam e Mustefa (con la complicità di una deviazione di Boateng) andavano veramente a un passo dal gol, ma era il complessivo atteggiamento coraggioso e sbarazzino dei maghrebini a impressionare. Altre volte Neuer doveva uscire fin sulla trequarti per sventare sul nascere pericolose controffensive avversarie, mentre i suoi compagni riuscivano a cavare dal buco nero della loro partita solo un paio di conclusioni di Ozil rintuzzate da Mbolhi e un'occasionissima per Gotze, che si gettava su una corta respinta del portiere su tiro di Kroos ma gli calciava addosso da favorevole posizione. 
GERMANIA DIESEL - Si sa, però, come vanno queste cose. Una volta scampato il pericolo (e il pericolo si era manifestato, bello grosso), la Germania difficilmente queste gare le perde. Alla lunga comincia a ruminare il suo calcio ordinato, con una spruzzatina di tiqui taca, mantiene la calma senza andare in paranoia di fronte ad avversari più brillanti del previsto, e tesse pazientemente la sua tela offensiva. Nella ripresa, i conti del gioco cominciavano a tornare, per Low: Lahm dalla distanza, Muller con una perentoria inzuccata che pareva vincente, Schweinsteiger con un altro colpo di testa andavano vicini alla segnatura, ma il portierone teutonico doveva regalare altri avanzamenti in stile "Beckenbauer" per prevenire gli improvvisi contrassalti algerini.
Nei supplementari Schurrle sbloccava con una fortunosa deviazione da pochi passi (un po' tacco, un po' polpaccio, un po' non lo sa nemmeno lui...) su cross dell'impagabile Muller, lo spento Ozil raddoppiava in chiusura di secondo extra time rimediando a un suo grossolano errore sotto porta di pochi istanti prima, ma l'Algeria si congedava facendo la voce grossa, grazie a un'imparabile volèe di sinistro di Djabou. Una Germania lungi dall'essere perfetta, come tutte le europee viste in questi ottavi: già detto di Neuer, Mertesacker dietro ha chiuso molti varchi, Boateng ha regalato un fondamentale anticipo su un avversario lanciato a rete, Mustafi si è sdoppiato nelle due fasi senza convincere né in copertura né in rilancio. Il centrocampo è andato troppo a corrente alternata, soffrendo il dinamismo degli africani, con il solo Lahm (poi spostato a destra) ad appoggiare con costanza la manovra offensiva. Spento il cuore creativo della Nationalmannschaft, con Ozil e Gotze fuori fase (decisamente meglio il subentrato Schurrle), i più efficaci sono parsi il generoso Schweinsteiger, ancorché non sempre lucido, e il solito superbo Muller, che ha lavorato come terminale offensivo e in appoggio ai compagni di linea.

                                  Pogba: gioca bene ma non eccelle come nella Juve

FRANCIA DOUBLE FACE - Anche la Francia, si diceva, non ha convinto più di tanto. Deve ripartire dall'ottimo ultimo quarto di gara, allorché ha preso decisamente in mano il match con la Nigeria, sfiorando il vantaggio con Benzema (due volte) e Cabaye (traversa), prima di trovarlo con un'inzuccata di Pogba su uscita a farfalle del portiere Enyeama. Dopo, il numero uno delle Aquile verdi si riscattava salvando su Griezmann, ma veniva beffato in chiusura da una deviazione sotto misura del compagno Yobo su cross rasoterra di Valbuena. Una tempesta offensiva scatenatasi all'improvviso, dopo che per circa un'ora la selezione di Deschamps aveva quasi destato indignazione, per pochezza di gioco e prevedibilità. Nel primo tempo i ragazzi di Keshi avevano tenuto egregiamente botta, creando qualche pensiero a Lloris (buona occasione per Emenike) e rischiando solo su bolide di Pogba, deviato in corner dal portiere. Già, Pogba: l'esplosivo incursore che da due anni a questa parte sta facendo le fortune della Juve, in Brasile è rimasto finora nascosto. Lavora con diligenza, partendo spesso da lontano con percussioni in progressione, ma non ha la continuità, la rabbia, l'incisività che ha trovato nella nostra Serie A.
PERCORSO FACILE - Al suo fianco, si batte con carattere leonino Matuidi, che però nella ripresa si è macchiato di un terrificante intervento sulla caviglia di Onazi che è rimasto assurdamente impunito (ennesimo strafalcione di un Mundial arbitrale che sta regalando pochi ma decisivi errori da matita blu), mentre Valbuena a volte sembra il classico fantasista leggero tutto fumo e poco arrosto. In avanti, come partner di Benzema, meglio Griezmann di Giroud, ma non siamo comunque su livelli di eccellenza, mentre dietro Debuchy pare il vero punto fermo, abile a coprire la fascia destra contenendo e riavviando l'azione; molto più timido dall'altra parte Evra, in mezzo sempre sul pezzo Koscielny. Però ribadiamo il concetto: les coqs devono ancora superare un esame vero (è questione di pochi giorni, arriva la Germania...), finora il gironcino cadeau confezionato loro a dicembre, e poi un ottavo contro una compagine dignitosa ma nulla più, ne hanno enormemente facilitato il cammino. Dovessero arrivare fra le prime quattro, complimenti a loro, ma non si potrà dimenticare che altri han dovuto cominciare a far subito sul serio... 

domenica 26 maggio 2013

CHAMPIONS LEAGUE: BAYERN CAMPIONE IMPERFETTO, LA LEGGENDA E' ANCORA LONTANA

                                             Robben e Heynckes, eroi a Londra

Troppo banale sarebbe raccontare la finale di Champions League 2013 puntando tutto sulla favola di Robben, il fuoriclasse a metà condannato sistematicamente a fallire gli appuntamenti con le gare della vita fino a quando ieri sera, a un minuto dai supplementari, un benevolo folletto è balzato fuori dalla soffice erba del nuovo Wembley Stadium e ha accarezzato il suo piede sinistro, per un ciabattata che ha indirizzato docile il pallone nella rete dell'impietrito Weidenfeller. Un cenno era dovuto, ma, se di favole si deve parlare, personalmente preferisco quella di Jupp Heynckes, allenatore mai troppo reclamizzato ma che, più o meno silenziosamente e pur fra qualche pausa, è ai vertici del calcio europeo da almeno venticinque anni. Era già sulla panchina del Bayern (un Bayern competitivo, come quasi sempre, ma non scintillante come quello odierno) quando ancora andavo alla scuola dell'obbligo, negli anni Ottanta, e oggi, che mi sto avvicinando alla soglia dei quaranta, lui è ancora là, e come il vino è migliorato col passare dei lustri e dei decenni. 
CONCRETEZZA - Al di là di queste romanticherie e delle digressioni personali, la sfida londinese ha detto almeno un paio di cose significative. La prima: quando un'ottima squadra, potenzialmente una grande squadra, si trova a dover affrontare in partita secca una corazzata con le stimmate del team destinato a dominare per diversi anni, ha l'obbligo di sfruttare al massimo i momenti di superiorità tecnica, tattica e atletica, e di concretizzare le occasioni che riesce a costruire. Se non lo fa, la corazzata, per quanto in gravi ambasce, rimane in gara ed è pronta a riemergere, pronta ad assestare anche solo un paio di ganci al mento, ma devastanti, e portarsi a casa il trofeo. Pragmatismo e killer instinct, ci vogliono, altrimenti rimangono solo gli applausi e gli elogi. A questo pensavo, ieri sera, assistendo allo splendido primo tempo del Borussia Dortmund, a quelle violente folate offensive, allo spettacoloso Neuer, degno erede della scuola tedesca dei Maier e degli Schumacher, che si opponeva  inesausto alle bordate di Lewandowski e dell'ispiratissimo Reus, purosangue dalla falcata elegante, dal dribbling secco, prototipo del calciatore contemporaneo, rapido e scattante, fantasioso, autentico incubo per la retroguardia bavarese. 
IL "BRACCINO" DEL BAYERN - Bombardavano gli avversari, i gialli, ma senza cavare un ragno dal buco, dando respiro a un Bayern timido, frenato da blocchi psicologici che hanno radici lontane ma son duri a morire (quanto pesano le tante beffe in dirittura d'arrivo patite dal club in questa competizione!), e da giocatori come il sopra citato Robben, tanto bravi e inesorabili nelle fasi di approccio quanto, puntualmente, preda di inspiegabili "braccini" da tennista al momento di cogliere i frutti di quanto seminato in precedenza. Guardavo, e mi veniva spontaneo il paragone con un'altra finale di Coppa Campioni, giusto trent'anni fa: Amburgo contro Juventus ad Atene. Finale simile, perché anche allora c'era una compagine tutta stelle, quella bianconera Mundial, contro una buonissima squadra tedesca (però inferiore al Borussia attuale): anche allora la compagine tutta stelle girò in folle, non trovò il bandolo della matassa, con la differenza che l'avversaria fu implacabile nello snudarne i limiti psicologici e nel finalizzare, in avvio, una delle poche occasioni create (ricordate il maligno tiro di Magath che beffò Zoff?), rivelatasi alla fine decisiva. 
CALCIO D'ALTO LIVELLO - Concretezza, dunque. La differenza fra le due massime espressioni attuali del calcio teutonico è stata tutta qui, laddove si pensava che la classe superiore dei rossi, la loro maggior completezza, l'esperienza agli alti livelli, avrebbe finito con l'indirizzare chiaramente l'esito del match. Così non è stato: si è trattato di una finale equilibrata, fin quando le risorse mentali e atletiche hanno sorretto il team di Klopp; una gara che fino a dieci minuti dalla fine non si è sbilanciata né da una parte né dall'altra, con alterni momenti d supremazia e occasioni, tante occasioni, per entrambe le compagini. Una degnissima finale, una delle più godibili alle quali abbia assistito in vita mia (e seguo il calcio, grosso modo, dalla metà degli anni Ottanta...). Dicevamo del Borussia, di un Reus nuova star del calcio internazionale, ma anche di un Blaszczykowski stantuffo inesauribile sulla destra, di un Lewandowski attaccante completo e dalle innumerevoli soluzioni di tiro, di un centrocampo mobile e aggressivo che ha avuto in Bender uno degli interpreti più continui, di una difesa attenta in Subotic e miracolosa nel poco reclamizzato Weidenfeller. 
RIBERY INTRAMONTABILE - E il Bayern? Ha vinto la meno convincente delle sue partite internazionali targate 2013. Ha vinto grazie a un inappuntabile Neuer, lo si è detto, a un Mandzukic che dal brillante Euro 2012 non ha più arrestato la sua crescita, spesso nascosto nelle pieghe del match per poi spuntare fuori con acuti vincenti, a un Martinez non sempre lucido ma comunque costantemente nel vivo della zona nevralgica. Su tutti, un Thomas Muller eclettico, generoso, pungente e un Ribery sensazionale, uomo ovunque in straripante condizione fisica (come già si era intuito al Nou Camp), capace di essere decisivo nelle due fasi, di correre a coprire e poi di spingere con proprietà. 
ROBBEN MEGLIO DI... DEL PIERO - Su Robben mi son già parzialmente espresso: giustamente uomo del match, secondo i criteri delle federazioni internazionali che, per ovvie ragioni... mediatiche, più che premiare gli uomini tatticamente più importanti incoronano quelli decisivi per gol e assist. Ecco, l'olandese ha scodellato il cross per l'1 a 0 ed è andato a segnare, con un tocco sporco, il punto del trionfo. Prima, però, anche un paio di gol clamorosamente falliti, come gli era capitato già nella finale mondiale di Sudafrica 2010 e in altre sfortunate circostanze. Merita dunque l'elogio pieno, e meritava questo improvviso... assentarsi della malasorte. Di certo è stato più fortunato di Del Piero, altro... perdente di successo, un altro giocatore sublime che ha fallito tanti match "della vita" senza aver mai avuto l'occasione di ergersi, almeno una volta, a eroe unico, a mattatore assoluto, a "hombre del partido". 
PER LA LEGGENDA CI VUOL ALTRO... - Ma la finale di Wembley (a proposito, perché due volte a Londra nel giro di tre anni?), ha detto un'altra cosa importante: ci si attendeva la consacrazione del Bayern Monaco a potenziale erede dei leggendari del Barcellona (che comunque, segnatevelo, non sono ancora finiti...). La consacrazione non c'è stata, perché per essere tale doveva passare attraverso una clamorosa dimostrazione di forza, o quantomeno una prova convincente a tutto tondo. Non è avvenuto: per cominciare ad addentrarsi nella leggenda, non basta vincere una Coppa dei Campioni, e sopratutto non basta vincerla come ha fatto il team di Heynckes: che ha meritato il successo, ma lo ha raggiunto sbagliando totalmente l'approccio iniziale alla gara, venendo di fatto graziato da avversari inesperti e generosi, mancando a tratti clamorosamente nella continuità d'azione, quella con cui aveva raso al suolo Juventus prima e Barcellona poi. Un Bayern normale, tutt'altro che scintillante, persino fragile psicologicamente, però solido e comunque aiutato dagli avversari a non crollare. Concreto, ecco, come si diceva all'inizio. Degni campioni d'Europa, insomma, ma per il mito occorrono altre conferme.