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domenica 3 luglio 2016

EURO 2016: L'ITALIA NEUTRALIZZA LA GERMANIA MA PERDE... LA LOTTERIA. GRANDE TORNEO, MA ORA IL RISCHIO E' CHE SI RIPARTA DA ZERO


Non sono trascorse che poche ore, l'amarezza è ancora grande, i rimpianti al livello di guardia. Eppure, questa volta, non c'è bisogno di ragionare a sangue freddo per ribadire quanto già avevo scritto dopo il trionfo sulla Spagna. L'Europeo degli azzurri è stato eccezionale, sic et simpliciter: hanno ridimensionato il precoce mito del Belgio squadra del futuro (e comunque seconda nel ranking FIFA) con un esemplare saggio di calcio all'italiana in versione 2.0, difesa attiva e spirito d'iniziativa, per poi vincere in scioltezza e in anticipo il girone iniziale; hanno strabattuto e dominato sul piano del gioco, dell'aggressività, della continuità d'azione gli iberici bicampioni continentali, concludendo la demolizione della Roja invincibile avviata due anni fa da Olanda e Cile; hanno, infine, neutralizzato e quasi ridotto all'impotenza la Germania campione del mondo in carica. In poche settimane, Conte e i suoi ragazzi son stati in grado di colmare, nei confronti di queste tre squadre, un gap di talento e classe che alla vigilia pareva abissale. Sono andati a un passo da una clamorosa semifinale, ma a un passo davvero, uscendo pressoché indenni da un tabellone che i sorprendenti sviluppi del torneo avevano reso, sulla carta, proibitivo.  
SQUADRA DA RICORDARE - Sul serio: come si poteva pretendere di più? Certo, l'ingresso fra le magnifiche quattro, le elette del Vecchio Continente, a un certo punto ci è parso davvero alla portata, e in fondo è quello il traguardo che scava il solco fra una buona e un'ottima Nazionale. Questa Italia, sul piano delle fredde statistiche, degli almanacchi, è rimasta a metà del guado. E anche per questo, ieri sera, abbiamo visto Andrea Barzagli piangere lacrime sincere in televisione: "Nessuno si ricorderà più di noi, essendo usciti ai quarti"; e già: nessuno parlerà di questo splendido gruppo, delle belle prestazioni offerte, dei pronostici sovvertiti, delle gare giocate ad armi pari con le grandi d'Europa. Ebbene, mi sento di poter dire che il nostro statuario difensore si sbaglia di grosso, e non date retta a giornalisti che non sanno guardare al di là del punteggio; il risultato non può essere sempre l'unico metro di giudizio, e ogni traguardo raggiunto, o mancato, va tarato sulla situazione del momento, sul valore proprio e su quello degli avversari.
C'E' ELIMINAZIONE ED ELIMINAZIONE... - Tanto per esser chiari: questa uscita ai quarti vale molto di più, infinitamente di più sia di quella del 2008, quando ci presentammo come campioni del mondo e giocammo un Europeo mediocre dall'inizio alla fine, sia di quella del Mondiale '98, quando rotolammo fino all'eliminazione per mano francese sulle ali di un gioco sparagnino, risparmiatore, poco spettacolare, pur potendo schierare campioni in ogni reparto e, soprattutto, una batteria di attaccanti che tutto il mondo ci invidiava. In questo particolare momento storico, invece, il calcio tricolore aveva soprattutto bisogno di ritrovare una propria identità, di ricostruirsi una credibilità andata in frantumi due anni fa in Sudamerica. Aveva bisogno di una Nazionale che, a dispetto dell'indifferenza dell'ambiente, sapesse conquistarsi prepotentemente un posto al sole, tornare nel cuore degli appassionati fornendo anche un'immagine di serietà, di pulizia, di unità interna, pur battendosi in una situazione di grande disagio tecnico, di mezzi non eccezionali che han fatto parlare in molti, ingenerosamente, di "peggiore Italia degli ultimi cinquant'anni", o cose del genere. 
ITALIA OLTRE I PROPRI LIMITI - Ecco, direi che tutti questi obiettivi sono stati centrati, fra Lione, Saint Denis e Bordeaux. L'Italia ha di nuovo una Nazionale, una Nazionale che non vive di espedienti ma che ha trovato una identità precisa, sul piano tecnico, tattico e morale. Una squadra che oggi poteva festeggiare il successo sulla Germania e attendere l'avversario di semifinale, e sarebbe stata una delle imprese più clamorose nella storia del pallone nostrano. Perché, davvero, nell'anno di disgrazia 2016 era quasi impossibile fare di meglio: queste tre settimane di battaglia non hanno cancellato la crisi profonda del nostro movimento, la scarsa attenzione verso i giovani del nostro vivaio, i club imbottiti di stranieri, la carenza di uomini di valore in molti ruoli chiave; e hanno solo mascherato la realtà di una rappresentativa che è andata costantemente oltre i propri limiti, limiti evidenti dalla cintola in su e che, siamo onesti, presto o tardi avrebbero dovuto presentare il conto, anche perché storicamente il Club Italia, nelle sue fasi di più acuta difficoltà, raramente trova quella fortuna che sorregge altri: come la Grecia 2004 che vinse casualmente un Europeo partendo dal nulla e nel nulla tornando, o anche, ebbene sì, come la Germania.
LA FORTUNA? A VOLTE E' ANCHE TEUTONICA - La continuità storica agli alti livelli dei vincitori di ieri è fatta di tantissimi, enormi meriti, ma anche di un pizzico di buona sorte sparsa qua e là, quella che li ha quasi sempre portati a pescare il numero fortunato della lotteria, le poche volte che si sono trovati ad affrontare sfide infide: quando vanno in sofferenza (e, lo ripetiamo, capita di rado), quando si trovano a un passo dal baratro, quando l'equilibrio è esasperato ma la bilancia sembra poter pendere dalla parte dei rivali, nove su dieci riescono a cavare fuori dal cilindro, in qualche modo, il colpo da prestigiatori che li fa scollinare. Da Spagna '82 a Mexico '86, da Corea - Japan 2002 a questo Euro 2016: non c'è nulla di male, e del resto la fortuna aiuta gli audaci, quindi è giusto così. 
NULLA DI MEMORABILE - Nel dettaglio, questa ennesima Germania - Italia è stata, nei 120' di gioco, meno epica e memorabile di tante indimenticabili tenzoni del passato. Tutto un po' sotto tono, in un clima tragicamente straniante, perché emozionarsi per una partita di football risulta veramente difficile quando si gioca con il lutto al braccio, quando l'ennesima strage si è consumata nel nome del più ottuso e barbaro fra tutti gli ottusi e barbari terrorismi che hanno infangato il genere umano. Sul campo, un primo tempo bloccatissimo, con leggero predominio teutonico ma migliore occasione per i nostri, su cross lungo di Giaccherini e tiro di Sturaro che, deviato da Boateng, finiva a lato di pochissimo. Ripresa con gli uomini di Low più decisi, vicini al gol con Thomas Muller (gran salvataggio in acrobazia di Florenzi), a segno con una deviazione sotto misura di Ozil su cross di Hector sporcato da Bonucci, e vicini al raddoppio su tacco di Gomez, deviazione di Chiellini e provvidenziale intervento di Buffon. Ma poi, scampato il pericolo, ecco il generoso ritorno azzurro: cross di De Sciglio e girata di poco a lato di Pellè, quindi gratuito mani in area di Boateng e penalty solare impeccabilmente trasformato da Bonucci, e poco dopo un bel destro dell'attivissimo De Sciglio sull'esterno della rete.

                                    Conte: dopo il suo addio, futuro carico di incognite

L'UNICA PARTITA POSSIBILE - Piccole schermaglie nei prolungamenti (ma peccato, peccato davvero per quell'Insigne messo dentro troppo tardi),  a sancire un pari sostanzialmente giusto, in cui le contendenti si sono battute gagliardamente, ognuna coi mezzi a disposizione, ma nessuna delle due avrebbe meritato di cogliere l'intera posta. L'Italia non ha preso in mano il gioco come fatto contro la Spagna, né ha potuto sprigionare la buona aggressività, la spinta e la velocità di esecuzione sciorinate al debutto coi belgi, perché l'avversaria era diversa, più tosta, più fresca, più smaliziata tatticamente, più nitidamente superiore. Una Germania che della versione "rullo compressore" di Brasile 2014 ha conservato solo l'impermeabilità difensiva, meccanismi perfetti che hanno sistematicamente chiuso ogni varco ai tentativi azzurri, e qualche sprazzo di manovra vellutata e rapida in fase di costruzione, poche e pericolose accelerazioni tra mille languori. Pur sempre una montagna difficile da scalare, a cui Barzagli e compagni hanno opposto le sole armi possibili: difesa paziente (ma gli unici momenti di autentica sofferenza si sono avuti nel periodo culminato con l'1 a 0), occupazione degli spazi e ricerca dello spiraglio giusto in ripartenza: quest'ultima parte del piano poteva riuscire con centrocampisti più dotati in fase di impostazione (ma Verratti e Marchisio erano a casa) e con attaccanti di maggior statura internazionale. Nelle nostre condizioni, ripeto, si è fatto il possibile e lo si è fatto assai bene. 
LOTTERIA, SENZA SE E SENZA MA - Poi l'assurda giostra dei rigori. Da anni sostengo sia una pura e semplice lotteria (il blog mi è testimone), a prescindere da chi vince e da chi perde, perché troppi fattori prevalgono sulla mera perizia tecnica degli esecutori, fino a schiacciarla: quando si battono diciotto tiri dal dischetto consecutivi (come nella finalina di Europa '80 fra Italia e Cecoslovacchia), la mazzata dell'errore può colpire chiunque, in qualsiasi momento, quando meno la si aspetta. E' una roulette mozzafiato, ma pur sempre una roulette, preferibile alla monetina ma non alla ripetizione della partita (con la moltiplicazione delle gare anche inutili che caratterizza il calcio d'oggidì, strano che non si trovi posto in calendario per incontri di spareggio da far disputare in queste situazioni).
Dopodiché, certo, magari un Pellè poteva evitare di presentarsi ai sedici metri facendo il figo e credendo di poter intimorire Neuer, lui, umile punta del Southampton: il suo atteggiamento imperdonabile (e seguito dall'ovvio errore) è chiaramente sintomo di immaturità, dovuta alla scarsa esperienza agli altissimi livelli sua e di tanti compagni di Nazionale. Un peccato, in ogni caso, perché questa smargiassata gli alienerà molte simpatie ed era l'ultima cosa di cui aveva bisogno, trattandosi comunque di un giocatore che, anche dopo un buonissimo torneo, è tutto fuorché intoccabile, e per conservare la maglia azzurra dovrà sudare sette camicie. 
VENTURA: UN SALTO NEL BUIO CON LA LINEA VERDE - Questa considerazione, e il definitivo 7-6 di Bordeaux, chiudono il dolceamaro capitolo Europei e aprono immediatamente quello successivo. Come Zoff nel 2000, ma per ben altri motivi, Conte lascia a metà un lavoro estremamente promettente. Il rilancio azzurro rimane con l'urlo strozzato in gola, da settembre si rischia di ripartire quasi da zero, con un allenatore meno carismatico e meno avvezzo alle grandi ribalte del football mondiale (nonché molto meno vincente, particolare tutt'altro che trascurabile). Ventura dovrà innanzitutto mantenere il magico clima, l'unità d'intenti che Conte aveva saputo ricreare. E dovrà innovare, innovare profondamente, perché il tempo stringe per tanti azzurri di oggi, e i giovani non possono davvero più attendere.
Sarà ancora l'Italia di Buffon e Bonucci, di Chiellini e forse persino di un Barzagli in là con gli anni ma ancora in piena efficienza, e come rinunciare a Parolo, Candreva, Giaccherini (uno dei migliori in assoluto di Euro 2016), a un Darmian che ha potenzialità maggiori di quelle mostrate in Francia, a un De Sciglio concreto e concentrato come non si vedeva dai tempi degli esordi azzurri, all'eclettico e generoso Florenzi, a uno Sturaro che accumulando minutaggio può solo migliorare? Ma dovrà essere anche l'Italia di Rugani, Romagnoli, Zappacosta, Cataldi, Benassi, Berardi, Belotti, i migliori Under 21 del biennio 2013-2015, nonché l'Italia dei grandi esclusi di Conte, da Bonaventura a Soriano, da Acerbi a Jorginho, da Pavoletti a Gabbiadini; l'Italia dei grandi infermi che torneranno, Perin, Verratti e Marchisio, e dei convocati che in queste settimane hanno avuto pochissimo spazio: Ogbonna (positivo nell'unico match disputato, quello con l'Eire) e soprattutto Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy; senza tralasciare l'incognita Lapadula, potenzialmente un boom. I mezzi non mancano, ma è concreto il timore che il circolo virtuoso innestato da Conte si spezzi in assenza del "mentore". Una bruttissima gatta da pelare per il nuovo cittì, nel momento in cui la nostra selezione aveva soprattutto bisogno di stabilità e continuità nella guida tecnica. 

lunedì 14 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: GERMANIA CAMPIONE, UN ATTO DI GIUSTIZIA


La Germania campione del mondo (primo titolo iridato dopo l'unificazione del Paese) è la migliore eredità che Brasile 2014 potesse lasciare ai posteri. Per crediti accumulati nel breve e nel lungo periodo, per ragioni tecniche e financo morali, nessuno più dei tedeschi avrebbe meritato di alzare la Coppa FIFA al cielo di Rio de Janeiro. Di più: scorgo in questa Nationalmannschaft le stimmate del dream team, con picchi di perfezione che forse neanche la leggendaria Roja spagnola 2008 - 2012 aveva mai raggiunto. Nella mia squadra del cuore vorrei ammirare proprio le qualità del gruppo di Low: sagacia tattica europea con una spruzzata di fantasia latina, refrattarietà ai condizionamenti ambientali, concretezza (nella semifinale contro i padroni di casa, Kroos e compagni sono andati vicini a una percentuale realizzativa del 100 per 100), continuità agli alti livelli non solo nell'arco di un singolo torneo, ma da Mondiale ad Europeo, da Europeo a Mondiale; e capacità di abbattere tabù quasi secolari, nella fattispecie l'impossibilità, per una squadra del Vecchio continente, di affermarsi in America (del nord e del sud). Cosa potrebbe desiderare di più, un appassionato di football? 
LA GIOVENTU' COME NORMALITA' - La squadra ideale, per quanto mi riguarda, è anche quella che non vede nella valorizzazione dei giovani un atto di coraggio (se non addirittura una fastidiosa incombenza), ma la considera come la fase più normale, più logica, nella messa a punto di un credibile progetto calcistico. Normale e logico, per il cittì tedesco, è stato buttare nella mischia un fresco ventiduenne (peraltro già più volte titolare nel passato recente) quando si approssimava il momento più caldo della sfida conclusiva; e questo ventiduenne, Mario Gotze, ha semplicemente risolto la gara, andando a siglare, con uno splendido sinistro, il gol della quarta stella mondiale. Mario Gotze e, attorno a lui, come è stato più volte ricordato in queste ore, tanti ex componenti di una Under 21 tedesca che, nel 2009, vinse fortunosamente una semifinale europea contro un'Italia brillante ma poco pragmatica. Quei... giovani panzer sono stati poi travasati, in buona parte, nella selezione maggiore di mister Low: ma, lo ripeto, non è stato coraggio, è il corso naturale delle cose. Accadeva anche da noi una volta: ricordate la splendida giovanile azzurra di metà anni Ottanta, guidata da Azeglio Vicini? Non appena quest'ultimo venne nominato responsabile tecnico dell'Italia "dei grandi", dopo il fallimento di Mexico '86, portò con sé, dapprima a piccole dosi poi sempre più massicciamente, i ragazzini che aveva cresciuto, costruendo una delle Nazionali più belle (e sfortunate) nella storia del nostro pallone. Oggi, invece, quando si è in difficoltà si buttano nella mischia l'innocuo Cassano (32 anni) e "lentopede" Thiago Motta (31 abbondanti)... 
HANNO VINTO I MIGLIORI - Degna trionfatrice, dunque, la Germania. In Brasile ha mostrato di gran lunga il calcio migliore, il tasso di classe più elevato, il maggior numero di uomini decisivi. Dell'Argentina si era già detto: squadra scolpita nel granito, superbo dispositivo di copertura a protezione dell'intermittente (fin troppo...) genio di Leo Messi. Uno di quegli undici abilissimi nel far giocare male anche gli avversari più qualitativi. Per lunghi tratti ci è riuscita anche ieri sera, l'Albiceleste. I tedeschi non erano quelli del 7 a 1 al Brasile, né, forse, era giusto pretendere che si ripetessero sugli standard di quella partita assolutamente unica, con caratteri di eccezionalità. Giocando oltretutto a ritmi più bassi del solito, sono andati a invischiarsi nella ragnatela predisposta da Sabella e mirabilmente eseguita dai suoi uomini in campo. Hanno cercato comunque di tenere pallino, i bianchi, ma dall'altra parte i sudamericani rispondevano colpo su colpo, con una spigliatezza offensiva che raramente avevano sciorinato nelle gare precedenti, nella circostanza alimentata soprattutto da un Lavezzi che sulla destra faceva il diavolo a quattro. 
DEGNA FINALE - Ne veniva fuori una finale degna, magari non bellissima sul piano estetico ma emozionante, equilibrata, combattuta, a tratti aspra, pilotata con discreta disinvoltura da Rizzoli e dai suoi collaboratori. L'Argentina, si diceva, era pericolosa come mai in questo Mundial, con la sicurezza alle spalle garantita da un Garay inappuntabile e dal solito Mascherano interdittore illuminato: ma quattro palle gol nitide non concretizzate nella sfida più importante sono una condanna inappellabile per chiunque. Higuain in avvio su svarione di Kroos, Messi due volte (nel primo tempo salvataggio sulla linea di Boateng, nella ripresa diagonale a lato di un soffio) e Palacio nei supplementari (fiacco pallonetto su Neuer in uscita): troppa grazia per una Germania che comunque non stava a guardare e premeva anzi con più continuità, anche se con minore incisività. Muller, nelle vesti di sontuoso assist man, nella prima frazione inventava uno splendido cross sul quale Klose non riusciva ad arrivare, e nella ripresa liberava a centro area Howedes, che cincischiava e perdeva l'attimo. Lo stesso Howedes, poco prima dell'intervallo, aveva centrato il palo di testa su corner; a completare il conto dei tentativi tedeschi, Kroos per due volte vanificava la tessitura dei compagni chiudendo dal limite con conclusioni fiacche e prevedibili. Poi, nei prolungamenti, subito una botta di Schurrle da distanza ravvicinata, respinta a mani aperte da Romero, e nel secondo extra time il sinistro chirurgico di Gotze, su assist dello stesso Schurrle. 
DUE VETERANI DA APPLAUSI - Detto dei giovani leoni, non si può negare che, fra i panzer, due veterani abbiano onorato come meglio non avrebbero potuto il match più importante della loro carriera: capitan Lahm si è sfiancato nel doppio lavoro di chiusura e di spinta, Schweinsteiger è stato letteralmente onnipresente: decisivo a protezione di Neuer, formidabile settepolmoni nel mezzo, propulsore per la fase offensiva. E poi Boateng, nelle ultime partite più decisivo del (giustamente) celebrato collega Hummels nel tappare le poche falle della retroguardia, un Kroos meno preciso del solito (e che rischiava di decidere la finale in negativo, con quel pallone regalato al Pipita) ma comunque sempre abile a trovarsi nel vivo della manovra. Ozil è parso, perlomeno nella prima mezz'ora, più vivace e ispirato che in tutto il resto del torneo, poi è calato alla distanza, mentre, come detto, Thomas Muller non ha avuto palle giocabili in area ma ne ha lavorate molte, e con profitto, per i compagni, confermandosi magnifico tuttofare dalla trequarti in su. Forse sarebbe stato meglio scegliere fra lui e Robben, per l'assegnazione del titolo di miglior giocatore del Mondiale: ha invece prevalso Messi e la decisione lascia francamente esterrefatti, come del resto, parere personale, fu quantomeno generoso il Pallone d'Oro assegnatogli da France Football nel 2010 (Iniesta poteva vantare titoli ben più corposi). 
I PROBLEMI DI MESSI E LA CONTRADDIZIONE ARGENTINA - La pulce del Barça ha confermato, in fondo, ciò che già si sapeva: spesso risolutore in prima persona o come ispiratore, si erge a mattatore solo se inserito in un contesto altamente competitivo. In questa Seléccion, ha dato l'impressione di predicare spesso nel deserto: troppi elementi preposti al filtro e alla distruzione del gioco altrui, e tutto il lavoro creativo sulle sue spalle, davvero troppo fragili. Se poi, nella finale tanto bramata, si sbagliano gol come Del Piero a Euro 2000, allora è chiaro che il titolo di erede di Maradona sia destinato a rimanere vacante, mentre fossi in Leo e in chi lavora con lui terrei seriamente sotto controllo il problema dei conati di vomito, ripresentatosi ieri sera e fin qui, mi pare, colpevolmente sottovalutato, visto che la spiacevole storia sta andando avanti da mesi.
Certo, ci sarebbero da scrivere pagine e pagine sulla curiosa contraddizione che alberga nell'animo del futbòl argentino: ha donato al mondo una serie di fuoriclasse epocali, gente che col pallone ha saputo ricamare autentici capolavori, ma dopo l'86 è riuscito a sfiorare l'alloro iridato solo con formazioni "da battaglia", prettamente operaie (1990 e ieri), trapanando invece l'acqua quando si è presentata ai nastri di partenza con rose zeppe di stelle (2002 e 2006, per dire). Rimane il verdetto del Maracanà, un vero atto di giustizia, che ha premiato chi ha battuto la strada del football propositivo e di iniziativa, a scapito di chi ha ruminato calcio per un mese, con pochi lampi e votandosi al più crudo utilitarismo. Basta questo, in fondo, per dare senso e credibilità tecnica a un torneo che, al tirar delle somme, non è stato quel "Mondiale dei Mondiali", sublimazione del football - arte, idealizzato da molti fino a pochi giorni fa. 

mercoledì 9 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: BRASILE ALL'INFERNO, AZZERATO DA UNA GERMANIA AI LIMITI DELLA PERFEZIONE

                                             Così Muller ha aperto le marcature

C'è una sensazione che tutti gli appassionati di calcio dovrebbero sperimentare almeno una volta nella vita. E' una sensazione inebriante, che ti avvolge quando ti rendi conto di avere appena assistito a un match che entrerà nella leggenda di questo sport, e vi rimarrà per sempre. Un misto di entusiasmo, appagamento, quasi genuina commozione, il classico orgoglio di poter dire "io c'ero", pur se soltanto davanti alla tv, di esser stato testimone di un evento di cui fra decenni si parlerà ancora, e il cui ricordo verrà tramandato di generazione in generazione. Personalmente, tutto questo mi è accaduto poche ore fa: la prima semifinale del Mundial 2014, Germania - Brasile 7 a 1, è già una pietra miliare nel libro d'oro del football planetario. 
IL DRAMMA? SOLO SUL CAMPO - Nei prossimi giorni, sui giornali, in tv, sul web, tutti racconteranno il nuovo dramma brasiliano. Dramma tecnico, dramma di campo e basta, credo e spero: per gli aficionados verdeoro la vita continuerà, altri più seri problemi incombono, i tempi delle autentiche tragedie che fecero da macabra cornice al "maracanazo 1950" (malori, infarti, suicidi) sono lontani,  e lo si è intuito già stasera, allo stadio di Belo Horizonte, "in corso d'opera": la reazione della torcida è stata, appunto, da tifosi: dopo le lacrime, solo fischi assordanti ai beniamini di cartapesta locali, e "olè" irridenti a sottolineare la breve melina tedesca a secondo tempo inoltrato.
Sette a uno: mai visto un divario così abissale, in una semifinale iridata. Punteggi simili hanno le stimmate dell'eccezionalità, prescindono dalle differenze di valori in campo, dalla modestia di una delle contendenti, dalle giornate storte e da quelle di grazia: sono eventi di un'enormità tale da non poter essere spiegati totalmente con dotte disquisizioni specialistiche. La notizia di questo epocale 8 luglio 2014, è chiaro, non può che essere il disfacimento della Seleçao "che doveva vincere la Coppa", perché la più grande potenza del futébol non poteva permettersi di perdere due Mondiali su due in casa. E' successo, invece, e paradossalmente l'unicità calcistica di questo contraddittorio Paese sarà d'ora in avanti rappresentata anche da questo assurdo record: i veri maestri del pallone (altro che inglesi) protagonisti della più clamorosa débacle casalinga nella storia della manifestazione, roba che neanche anfitrioni di secondo o terzo livello come States, Sudafrica, Giappone o Sudcorea. Ma il Brasile, pur fra mille demeriti, è crollato sotto i colpi di una corazzata, forse in questo momento l'unica attendibile erede della invincibile Roja spagnola andata in pensione poche settimane fa.
TEDESCHI STELLARI - Proprio così: nella prima mezz'ora tedesca al Mineirao ho intravisto tratti di perfezione assoluta, vette di calcio magistrale che ben poche squadre, nella storia, hanno saputo giocare. E non mi riferisco solo alla classe o alla sapienza tattica: perché sei pur sempre nella tana del grande Brasile (grande più per palmarés che per l'attualità, ma poco importa), sei immerso in un clima di delirio popolare a tratti sconfinante nel fanatismo: molte compagini anche reputate, molti campioni con carisma e pelo sullo stomaco, in situazioni similari finiscono per farsi condizionare e non riescono a rendere come potrebbero. La Germania no: ha giostrato con tranquillità, nervi distesi, fiducia cieca nei propri mezzi, e ha sollecitamente scritto una delle pagine più belle dell'interminabile romanzo dei Mondiali. Mezz'ora di struggente bellezza, dicevo, da far venire i lucciconi e da proiettare non solo nelle scuole calcio, ma anche durante le sedute di allenamento dei professionisti: manovra essenziale, rapida, verticale; precisione assoluta nel tocco di palla, nel controllo, nei passaggi (molti calciatori italiani, coi loro strafalcioni da "piedi quadri", dovrebbero solo arrossire e tornare a esercitarsi sui fondamentali), e una concretezza strabiliante, che ha portato a una percentuale realizzativa vicina al cento per cento delle occasioni create. 
SPIETATI COME RICHIEDE LO SPORT - E' cosi che si fa: se hai la bravura di passare quasi subito in vantaggio e ti accorgi di avere davanti un gigante ferito e in difficoltà, ebbene, nel calcio bisogna affondare i colpi senza pietà, colpire e colpire, fino a mettere ko chi ti sta davanti, e fare in modo che non si alzi più. La Nationalmannschaft lo ha fatto, metodicamente, senza mai abbassare la guardia, senza farsi prendere dalla tremarella ogni volta che arrivava in area di rigore brasiliana. Ed è persino un peccato che, nel clima surreale venutosi ben presto a creare nello stadio, sia quasi passata in secondo piano l'impresa nell'impresa, l'impagabile Klose che, di prepotenza, è andato a segnare il raddoppio riprendendo una corta respinta di Julio Cesar su suo precedente tiro, issandosi infine in testa alla classifica dei bomber iridati di tutti i tempi, 16 gol contro i 15 di Ronaldo, l'altra sconfitta brasiliana della serata. 
Si può poi discutere su quanto avvenuto nella ripresa, con i ragazzi di Low che, pur tenendo ritmi più bassi, sono ancora andati a nozze nel nulla difensivo dei locali, piazzando altre due stilettate con Schurrle: c'è chi pensa che ad un certo punto sia meglio tirare i remi in barca, chi invece ritiene che non ci si debba fermare. Io sono più per la seconda teoria: frenare non è una forma di rispetto per gli avversari, quanto un gridargli in faccia, a chiare lettere, "sei inferiore, pateticamente inferiore: se solo volessi potrei continuare, ma preferisco non infierire". Queste manfrine, questa magnanimità un po' ipocrita verso gli sconfitti, è una malattia molto italiana, una delle tante storture del nostro calcio. Evidentemente i panzer sono di diverso avviso.


BLUFF SMASCHERATO - E dunque, la Germania ha fatto il suo dovere. Stilare pagelle è quasi superfluo: tutti si sono espressi su livelli di eccellenza, da Neuer che ha continuato a chiudere la saracinesca anche sullo 0-5, nei minuti dell'unica breve fiammata brasiliana in avvio di ripresa, a un Boateng monumentale in retroguardia, da Khedira instancabile e onnipresente nel mezzo agli esemplari Muller e Kroos, formidabili sia come finalizzatori che come "creativi". La Germania, si diceva, ha fatto il suo, smascherando il bluff della Seleçao. Un colosso d'argilla, tenuto in piedi fin qui dal fattore campo (che non significa solo favori arbitrali, ma affetto del pubblico, e quel surplus di motivazione che arde dentro l'animo di chi gioca una Coppa del mondo in casa), dalle prodezze estemporanee dei suoi difensori dai piedi buoni e da un Neymar che stava marciando a ritmi sostenuti verso la consacrazione a fuoriclasse assoluto, prima dell'uscita di scena. Il genietto del Barcellona era semplicemente vitale per questa squadra povera di talento e di risorse tattiche: prima ancora che il campo lo dimostrasse in maniera inequivocabile, lo avevano lasciato intendere i suoi compagni, teneramente aggrappati alla maglietta del loro illustre collega infortunato durante l'esecuzione dell'inno: una plateale dimostrazione di affetto che era anche, però, un'ammissione di debolezza. 
NIENTE FOSFORO, NIENTE GENIO - La partita ha detto il resto: quando i nodi devono venire al pettine, dopo che la polvere è stata troppo a lungo nascosta sotto il tappeto, il crollo è spesso clamoroso. E' accaduto alla Spagna sazia di trionfi, è accaduto all'Italia mal guidata, mal gestita e mal costruita; è accaduto al Brasile forse più dimesso di ogni tempo, un Brasile, lo abbiamo detto più volte, edificato su una terza linea che era chiamata a un compito ingrato e sfiancante, dovendo chiudere e impostare scavalcando un centrocampo a corto di idee e votato a un cieco sferragliare,  col gregario Fernandinho eletto a elemento cardine, e cercando vanamente di attivare un reparto offensivo che dalla trequarti in su, tolto Neymar, ha mostrato da subito classe approssimativa e forza penetrativa pressoché nulla, con Oscar costantemente sotto tono e Hulk prima ai margini della manovra, poi confusionario e sprecone una volta riportato più vicino alla porta. 
SCOLARI MONOCORDE - Gettare la croce addosso all'impresentabile Fred è ingiusto: ha fallito lui, ha fallito chi doveva attivarlo nei sedici metri finali, ha fallito un progetto di gioco acefalo, privo di fosforo e inventiva nel mezzo, "vizio di fabbricazione" inaccettabile per la tradizione brasileira; hanno fallito Scolari, Parreira e tutto lo staff tecnico, mostrandosi drammaticamente a corto di alternative strategiche (non c'era proprio altro modo per ovviare all'assenza del campionissimo? Era improponibile un rimpasto fra centrocampo e attacco, magari dando fiducia a un Hernanes che è uno dei pochi, nella Seleçao, a saper fare discretamente filtro e a portare buone giocate in fase di costruzione e rifinitura?). Questo mediocre Brazil poteva arrivare in fondo solo con i ritmi, il pragmatismo, l'aggressività mostrate in chiusura di Confederations l'anno scorso. Venuti a mancare questi presupposti fin dall'inizio della competizione, sparito successivamente dai radar Neymar, la conclusione era quasi inevitabile. Che poi, oltre al disastro tecnico, tattico e agonistico, vi sia stato pure quello psicologico, aggiunge poco al quadro generale, se non la constatazione che sotto nessun aspetto questi auriverdes erano degni di figurare in una finale mondiale. Rimane l'epicità di una sfida di cui si parlerà per lustri, per decenni. E non ci sarà neppure bisogno di arricchirne il ricordo con particolari romanzeschi: la realtà è stata più che sufficiente, Germania - Brasile brillerà per sempre di luce propria... 

martedì 1 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: L'AFRICA ETERNAMENTE AL PALO E LE IMPERFEZIONI DI GERMANIA E FRANCIA


Bye bye, Africa. Ancora una volta. Sto cominciando a temere che mi farò vecchio, nell'attesa che il "calcio del futuro", quello del Continente Nero, assurga finalmente agli onori della cronaca e della storia, conquistando piazzamenti mondiali degni delle attese. E già, "il futuro del football è in Africa": lo leggo e lo sento perlomeno dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, e non si può negare che in tutti questi lustri vi siano stati enormi progressi di gioco e di sapienza tattica, e che molti giocatori di laggiù siano diventati campioni venendo "a scuola" nella vecchia Europa. Ma alla fine siam sempre lì: quando si approssimano le fasi decisive del torneo iridato, le africane puntualmente salutano la compagnia. Questa volta nemmeno ai quarti sono riuscite ad arrivare, come altri illustri predecessori (il Camerun del '90 prima di tutti). Nigeria e Algeria erano rimaste le ultime, orgogliose vessillifere di quel calcio che non supera mai gli esami di maturità: più disciplinate rispetto al Ghana, più continue rispetto alla Costa d'Avorio (e il team di Keshi anche più fortunato, pensiamo al gol annullato al bosniaco Dzeko nello scontro diretto...) ma in generale meno qualitative, sono state cancellate da Germania e Francia,  grandi tradizionali, due delle esponenti più antiche e decorate di quel vecchio Continente che, ad ogni Coppa del Mondo, molti dipingono in declino, salvo poi trovarlo ad occupare almeno metà dei posti disponibili per le semifinali (due su quattro nel 2002, quattro su quattro nel 2006, tre su quattro nel 2010). 
BELLA ALGERIA - Certo, non si può dire che siano state vittorie gloriose, quelle dei panzer e dei galletti, i cui ottavi hanno marciato quasi in sincrono. Primi tempi da buttare, riscossa nella ripresa: il fatto che i teutonici abbiano avuto bisogno anche dei supplementari per archiviare la pratica è stato dovuto alla superiore caratura degli algerini rispetto ai nigeriani. I ragazzi di Halilhodzic, in effetti, hanno saputo dare seguito alle buone prestazioni fornite nel primo turno, comprendendo nel lotto anche la gara d'apertura col Belgio, quando irretirono i quotati avversari con un dispositivo difensivo magari prudente, ma che disinnescò a lungo le enormi potenzialità dei Diavoli Rossi, costretti a una recita deprimente.
Ieri sera si sono spinti oltre, ripetendo, perlomeno nella prima frazione, il match di stampo offensivo contro la Corea del Sud. E il vantaggio, forse, lo avrebbero anche meritato: Feghouli, Ghoulam e Mustefa (con la complicità di una deviazione di Boateng) andavano veramente a un passo dal gol, ma era il complessivo atteggiamento coraggioso e sbarazzino dei maghrebini a impressionare. Altre volte Neuer doveva uscire fin sulla trequarti per sventare sul nascere pericolose controffensive avversarie, mentre i suoi compagni riuscivano a cavare dal buco nero della loro partita solo un paio di conclusioni di Ozil rintuzzate da Mbolhi e un'occasionissima per Gotze, che si gettava su una corta respinta del portiere su tiro di Kroos ma gli calciava addosso da favorevole posizione. 
GERMANIA DIESEL - Si sa, però, come vanno queste cose. Una volta scampato il pericolo (e il pericolo si era manifestato, bello grosso), la Germania difficilmente queste gare le perde. Alla lunga comincia a ruminare il suo calcio ordinato, con una spruzzatina di tiqui taca, mantiene la calma senza andare in paranoia di fronte ad avversari più brillanti del previsto, e tesse pazientemente la sua tela offensiva. Nella ripresa, i conti del gioco cominciavano a tornare, per Low: Lahm dalla distanza, Muller con una perentoria inzuccata che pareva vincente, Schweinsteiger con un altro colpo di testa andavano vicini alla segnatura, ma il portierone teutonico doveva regalare altri avanzamenti in stile "Beckenbauer" per prevenire gli improvvisi contrassalti algerini.
Nei supplementari Schurrle sbloccava con una fortunosa deviazione da pochi passi (un po' tacco, un po' polpaccio, un po' non lo sa nemmeno lui...) su cross dell'impagabile Muller, lo spento Ozil raddoppiava in chiusura di secondo extra time rimediando a un suo grossolano errore sotto porta di pochi istanti prima, ma l'Algeria si congedava facendo la voce grossa, grazie a un'imparabile volèe di sinistro di Djabou. Una Germania lungi dall'essere perfetta, come tutte le europee viste in questi ottavi: già detto di Neuer, Mertesacker dietro ha chiuso molti varchi, Boateng ha regalato un fondamentale anticipo su un avversario lanciato a rete, Mustafi si è sdoppiato nelle due fasi senza convincere né in copertura né in rilancio. Il centrocampo è andato troppo a corrente alternata, soffrendo il dinamismo degli africani, con il solo Lahm (poi spostato a destra) ad appoggiare con costanza la manovra offensiva. Spento il cuore creativo della Nationalmannschaft, con Ozil e Gotze fuori fase (decisamente meglio il subentrato Schurrle), i più efficaci sono parsi il generoso Schweinsteiger, ancorché non sempre lucido, e il solito superbo Muller, che ha lavorato come terminale offensivo e in appoggio ai compagni di linea.

                                  Pogba: gioca bene ma non eccelle come nella Juve

FRANCIA DOUBLE FACE - Anche la Francia, si diceva, non ha convinto più di tanto. Deve ripartire dall'ottimo ultimo quarto di gara, allorché ha preso decisamente in mano il match con la Nigeria, sfiorando il vantaggio con Benzema (due volte) e Cabaye (traversa), prima di trovarlo con un'inzuccata di Pogba su uscita a farfalle del portiere Enyeama. Dopo, il numero uno delle Aquile verdi si riscattava salvando su Griezmann, ma veniva beffato in chiusura da una deviazione sotto misura del compagno Yobo su cross rasoterra di Valbuena. Una tempesta offensiva scatenatasi all'improvviso, dopo che per circa un'ora la selezione di Deschamps aveva quasi destato indignazione, per pochezza di gioco e prevedibilità. Nel primo tempo i ragazzi di Keshi avevano tenuto egregiamente botta, creando qualche pensiero a Lloris (buona occasione per Emenike) e rischiando solo su bolide di Pogba, deviato in corner dal portiere. Già, Pogba: l'esplosivo incursore che da due anni a questa parte sta facendo le fortune della Juve, in Brasile è rimasto finora nascosto. Lavora con diligenza, partendo spesso da lontano con percussioni in progressione, ma non ha la continuità, la rabbia, l'incisività che ha trovato nella nostra Serie A.
PERCORSO FACILE - Al suo fianco, si batte con carattere leonino Matuidi, che però nella ripresa si è macchiato di un terrificante intervento sulla caviglia di Onazi che è rimasto assurdamente impunito (ennesimo strafalcione di un Mundial arbitrale che sta regalando pochi ma decisivi errori da matita blu), mentre Valbuena a volte sembra il classico fantasista leggero tutto fumo e poco arrosto. In avanti, come partner di Benzema, meglio Griezmann di Giroud, ma non siamo comunque su livelli di eccellenza, mentre dietro Debuchy pare il vero punto fermo, abile a coprire la fascia destra contenendo e riavviando l'azione; molto più timido dall'altra parte Evra, in mezzo sempre sul pezzo Koscielny. Però ribadiamo il concetto: les coqs devono ancora superare un esame vero (è questione di pochi giorni, arriva la Germania...), finora il gironcino cadeau confezionato loro a dicembre, e poi un ottavo contro una compagine dignitosa ma nulla più, ne hanno enormemente facilitato il cammino. Dovessero arrivare fra le prime quattro, complimenti a loro, ma non si potrà dimenticare che altri han dovuto cominciare a far subito sul serio... 

martedì 17 giugno 2014

MONDIALI 2014: LA GERMANIA E' LA REALTA' PIU' SOLIDA. CALCIO "QUASI" TOTALE, RONALDO CANCELLATO, MULLER UBER ALLES

                                           Esultanza tedesca, con Muller al centro

Uomini da Mondiale. Appena annusano nell'aria l'inebriante aroma del torneo iridato, ingranano la quarta e diventano mattatori, disseminando di prodezze il più importante palcoscenico calcistico del globo. E' un club di calciatori esclusivo e assai invidiato, perché solo in pochissimi riescono a diventarne membri. La storia e l'attualità del football sono piene di campioni, persino di fuoriclasse, che davanti all'impegno della Coppa del Mondo si sono fatti piccoli piccoli: pensiamo a Platini, che di Mondiali ne ha disputati tre senza mai lasciarvi un'impronta autenticamente indelebile, così come Van Basten, che trapanò l'acqua in occasione della sua unica partecipazione; oppure, venendo all'oggi, in attesa di capire se Leo Messi riuscirà finalmente a rompere l'incantesimo dando un seguito al gol gemma con la Bosnia, chi ha nuovamente steccato è stato Cristiano Ronaldo, ectoplasmatico nella disfatta del suo Portogallo davanti alla Germania. Ecco, la Germania invece ce l'ha, il suo "uomo da Mondiale": si chiama Thomas Muller ed è un castigo di Dio. 
MULLER DA TRIPLA - Cinque reti in Sudafrica, quattro anni fa, capocannoniere al debutto in una grande competizione internazionale; tripletta ieri pomeriggio, a griffare il trionfale vernissage brasiliano della Nationalmannschaft. Il 4 a 0 agli spauriti lusitani rappresenta il vero atto di forza di questo avvio di torneo, ancor più della demolizione spagnola ad opera dell'Olanda, che probabilmente aprirà la strada a un ottimo Mondiale degli Oranje ma che, nelle dimensioni dello score e nella sostanza tecnica, rimane un episodio probabilmente irripetibile: un'impresa, nel senso più pieno del termine. I tedeschi hanno invece lasciato una sensazione ben più "corposa": quella di Low è parsa, fra le "grandi" designate, la compagine più equilibrata, compatta, completa, di alto livello tecnico e agonistico, pienamente consapevole dei propri mezzi. Come l'Italia, neanche  la Germania poteva contare su un approccio morbido utile a completare il rodaggio, ma ha fatto spallucce, riuscendo a ridurre il Portogallo a caricatura di squadra. 
QUASI CALCIO TOTALE - Vista la partita, tutto è sembrato facile, ma di fronte ai teutonici c'era una delle migliori espressioni del calcio europeo degli ultimi tre lustri, terza (proprio come la Germania) al torneo continentale 2012, mina vagante col privilegio di schierare in prima linea il Pallone d'oro in carica. Tutto è parso facile perché sono stati Muller e compagni a mettere la strada in discesa: il Portogallo aveva iniziato in maniera promettente, con una incursione di CR7 arginata a fatica da Neuer, poi non c'è più stata storia. Dal rettangolo verde è zampillato uno spettacolo a tratti esaltante di calcio contemporaneo, modernissimo: mi è parso persino di intravedere sprazzi di football totale, nel senso universalmente conosciuto tramandatoci dagli eroi olandesi del 1974 e dintorni. Nessuno o quasi era ancorato saldamente al proprio ruolo nominale, nelle file dei bianchi: tutti o quasi coprivano e attaccavano, sostenuti anche da uno schieramento corto, che consentiva di difendere in massa per poi distendersi armoniosamente verso la porta di Rui Patricio, senza allungare il brodo della manovra. 
BATTERIA DI INCURSORI - In un attacco che, nel solco spagnolo, abbracciava la filosofia del "falso nueve", il tourbillon era notevole, anche se alla distanza emergevano posizioni ben definite: Ozil a ispirare inesausto la manovra sulla destra, il furetto Gotze a regalare lampi brucianti sul versante opposto, e poi lui, "l'uomo da Mondiale" Muller, a spaziare in libertà per poi venire fatalmente calamitato verso la zona centrale, suo approdo naturale, fino a siglare, dopo il penalty in apertura, due reti da centravanti vero, l'ultima delle quali con un opportunismo alla Paolo Rossi, piombando nell'area piccola su una palla sfuggita al portiere. Per inciso, anche senza ricorrere al finto centravanti, la batteria di trequartisti, mezzeali e incursori messa in mostra dalla Germania è la formula che sogno, come tante volte scritto, per la nostra Nazionale, in modo da dare sostegno e respiro a Balotelli e ampliare il ventaglio di soluzioni offensive del Club Italia. 
Dietro il trio di guastatori "senza fissa dimora tattica", agivano con costanza un Kroos chirurgico in impostazione, un Khedira ritrovato dopo il grave infortunio, efficacissimo nelle due fasi di filtro e rilancio (e anche vicino alla segnatura nelle battute iniziali), l'impagabile Lahm che agiva a tutto campo avanzando spesso fino alla trequarti; nelle retrovie Hummels, oltre a difendere con perizia, si industriava a far ripartire l'azione e andava oltretutto a siglare, di testa su corner, il punto del raddoppio. Una "cooperativa" del pallone, insomma, in cui tutti si aiutavano anche al di là delle rispettive mansioni d'origine. 
GERMANIA, SOLIDE CERTEZZE. PORTOGALLO DA REINVENTARE - Mentre la Spagna si è smarrita e il Brasile è aggrappato al suo genio Neymar, mentre l'Italia fa ben sperare ma deve mettere a punto diversi dettagli tattici e di uomini, mentre la Francia è da rivedere contro un avversario di vera caratura mondiale e l'Argentina pare aver sposato il minimo sindacale del gioco, la Germania è una realtà già "fatta e finita", piena di certezze,  pronta per volare lontano: quello di ieri doveva essere il suo impegno più gravoso, in questa fase iniziale, e invece nell'ultima mezz'ora ha persino potuto tirare il fiato, ridimensionando un Portogallo sovrastato in ogni zona del campo, mai in grado di abbozzare contromisure plausibili.
Ronaldo ha fatto tutto il contrario di ciò che ci si attende da un fuoriclasse universale: mai ha preso la squadra per mano da vero leader, si è limitato a giocate elementari e prevedibili, a un'attesa passiva dei passaggi (spesso imprecisi) dei compagni. E intorno, il nulla, a parte qualche buona idea di Veloso nel primo tempo e qualche incursione di Nani. Come per la Spagna, ripartire da un esordio così disastroso, nel punteggio e nelle risultanze di gioco e di rendimento, sarà impresa disperata. La Germania, invece, di esordi non ne sbaglia più uno, dal 1990. Fece 4 a 0 anche nel 2010, ma all'epoca davanti c'era l'Australia, con tutto il rispetto. Oggi, questo poker ha un peso specifico ben diverso. Generalmente non amo sbilanciarmi (anche se, sosteneva Gianni Brera, i pronostici li sbaglia solo chi non li fa, come dire che chi scrive di pallone deve saper rischiare), ma, allo stato delle cose, mi sorprenderei molto se non trovassi la selezione di Low fra le prime quattro di questo Mundial. 

giovedì 14 giugno 2012

EURO 2012: FINALMENTE, MARIO GOMEZ



Non sappiamo ancora se la Germania in versione 2012 sarà come quasi tutte quelle che l'hanno preceduta. Ossia se riuscirà ancora una volta ad arrivare fra le prime quattro di un grande torneo internazionale, confermando quella continuità tecnica e storica agli alti livelli che credo desti l'invidia anche di scuole calcistiche reputatissime, come quella brasiliana che, pure, quanto a titoli mondiali conquistati guarda tutti dal'alto in basso, ma che di battute a vuoto ne ha incontrate più dei teutonici, nel suo percorso. Di certo, c'è un tedesco che il suo Europeo lo ha già vinto, dopo appena due partite. 
DELUSIONE EURO 2008 - Mario Gomez ha sconfitto gli scettici e si è conquistato, perentoriamente, un posto di rilievo nel libro d'oro della "Nationalmannschaft". Tre gol, tutti decisivi, a timbrare una qualificazione che è al momento solo virtuale ma che solo sconquassi impensabili potrebbero far sfuggire alla squadra di Low. Parliamoci chiaro: non erano in molti a credere in un suo ruolo di trascinatore e match winner per questo Euro 2012. Che fosse un buonissimo attaccante, uno che la mette dentro spesso e volentieri, lo si sapeva, e del resto le statistiche non mentono mai. Ma finora, con la maglia della Nazionale tedesca, era stato solo e soltanto un bomber "da biennio": prolifico assai, cioè, nelle stagioni che intercorrono fra un Mondiale e un Europeo, un Europeo e un Mondiale, ma impietosamente, costantemente a secco nel momento in cui doveva confrontarsi con le fasi finali di queste manifestazioni. Quattro anni fa, a Euro 2008, partì titolare, ma non battè chiodo: dopo tre sostituzioni nelle prime tre gare, venne messo da parte, e a lanciare la Germania verso la finale ci pensarono Klose e Podolski, invece sempre puntualissimi e implacabili in Nazionale, anche più che nei club di appartenenza; Mario fece la sua ricomparsa solo nei minuti conclusivi della finalissima, gettato nella mischia da Low nel vano tentativo di recuperare lo svantaggio dalla Spagna. 
DAL SUDAFRICA ALL'UCRAINA - Fu poi la volta del Mondiale del 2010, ma anche in Sudafrica Gomez trapanò l'acqua: Klose e Podolski sempre in gran spolvero, ma in più sorse prepotente l'astro del giovanissimo Thomas Muller, che diventò addirittura capocannoniere del torneo. Il tedesco di origini spagnole dovette accontentarsi di quattro insignificanti spezzoni di partita, da subentrato. Insomma, nuovamente il... braccino da grande torneo. 
Anche nell'edizione degli Europei in corso le cose non si stavano mettendo per il meglio: nel secondo tempo della gara col Portogallo, col risultato inchiodato sullo 0 a 0, pareva essere lui il più... autorevole candidato alla sostituzione. L'ennesima occasione della vita, forse l'ultima, gli stava sfuggendo via, come una saponetta bagnata. Le carriere e i successi degli sportivi, e in particolare dei calciatori, vivono però anche di strani momenti magici, di ruote che prendono a girare nel verso giusto quando meno te l'aspetti, di incantesimi, di luci che si accendono all'improvviso: ecco dunque Gomez svettare nell'area lusitana per siglare il gol dell'importantissima vittoria tedesca.
BOMBER COMPLETO - Il ghiaccio è rotto e la magia continua. Liberato da imbarazzi tattici e ritrosie agonistiche che ne avevano rallentato la corsa nelle fasi finali continentali e iridate, Gomez si prende a forza il palcoscenico nella sfida sinora più difficile, il derby con gli olandesi: ecco dunque una rete da bomber autentico, difesa presa d'infilata, girata fulminea in corsa e palla nell'angolino, e poi il capolavoro, una sventola in diagonale da posizione angolata a freddare Stekelenburg. Tre gol di una pesantezza assoluta, nel girone di ferro; tre gol per un repertorio da fromboliere quasi completo: di testa, da centravanti - boa vecchia maniera; in velocità, giocando sui riflessi e sulle disattenzioni dei difensori; di classe e di potenza pura. Comunque andrà a proseguire questa avventura, il riscatto di Gomez, da pulcino bagnato a leone, è già completo. 

domenica 10 giugno 2012

DIARIO EUROPEO: RUSSIA PODEROSA, MISTERO OLANDA. E L'ITALIA...

                                      Khron - Dehli batte Stekelenburg, Olanda kappaò

Prime due giornate di Euro 2012, e prime riflessioni sparse, nell'attesa che si alzi finalmente il velo sull'inquietante "enigma Italia". 
OLANDA AL 30 PER CENTO - Due delle tre "lepri" di cui avevo parlato nel post di presentazione del torneo (la terza, la Spagna, la testeremo noi tra poche ore) hanno già fatto il loro esordio, con esiti diametralmente opposti. Capita spesso che una delle favorite della vigilia stecchi la prima del torneo: nel 2004 toccò al Portogallo padrone di casa, quattro anni fa all'Italia, travolta proprio da quell'Olanda che ieri ha incassato un ko del tutto inatteso contro una "Danish Dynamite" in verità, diciamocelo, piuttosto annacquata. Contraddittoria, più che preoccupante, la prestazione di Sneijder e compagni. I vicecampioni del mondo hanno giocato ai loro livelli autentici solo nei primi otto minuti della ripresa: otto minuti durante i quali hanno costruito cinque palle gol (due con Van Persie, una ciascuna per Heitinga, Van Bommel e Afellay): una media stratosferica. Nel corso della prima frazione, disputata invece "al passo", in maniera fin troppo compassata, e con una manovra che spesso faticava a dispiegarsi in tutta la sua efficacia, gli Oranje hanno comunque avuto altrettante opportunità di andare al tiro in maniera pericolosa, cogliendo pure un palo con Robben. Al conto totale, aggiungiamo un dubbio mani in area di un difensore danese e un'altra occasionissima, nel finale, per Huntelaar. 
Cosa voglio dire? Che il team di Van Marwijk ha confermato, pur nella circostanza negativa, di possedere un potenziale offensivo devastante, se così tanto è riuscito a creare pur giocando, sì e no, al 30 per cento delle proprie possibilità. E il punto è proprio questo: i tulipani sono lontanissimi dal loro pieno regime: con un minimo di continuità in più nella produzione di gioco, avrebbero fatto a fettine una Danimarca dignitosa ma, sostanzialmente, tutta difesa e contropiede, asciutta nelle trame e ordinata nel primo tempo, sovente in affanno nella ripresa. Ci sono problemi atletici, forse, e di tenuta difensiva: pur relativamente sollecitata dai biancorossi, la retroguardia ha avuto pause e cali di concentrazione preoccupanti. Fatto sta che l'Olanda ha cominciato la sua avventura perdendo proprio la gara ritenuta più abbordabile, e mercoledì dovrà vedersela con un'altra delle favoritissime, quella Germania che invece non ha fallito la prova coi portoghesi. 
GERMANIA, PREMIO ECCESSIVO - Partita, quella fra tedeschi e lusitani, "a strappi", che ha alternato momenti di estrema vivacità e di aspra battaglia ad altri di prudente tatticismo. Chiaro che le due compagini non siano ancora al massimo: la Germania, comunque sempre aggressiva, si è sovente smarrita sulla trequarti, non riuscendo a dare profondità al suo gioco, con Ozil troppo intermittente, come il più tipico dei fuoriclasse lunatici e accidiosi, e Tommy Muller raramente nel vivo dell'azione d'attacco; il Portogallo, contrariamente alle attese, è parso più efficace in avanti, tanto che, come per gli olandesi, il risultato di parità sarebbe stato senz'altro meritato: la traversa di Pepe a fine primo tempo, e le occasioni create da Cristiano Ronaldo (due volte) e Varela nella ripresa, testimoniano di una presenza sostanziosa in area avversaria. Continua a risultarmi incomprensibile, alla luce di questo match d'esordio, la fiducia che il CT Paulo Bento concede a Veloso, del tutto deficitario quanto a dinamismo e fosforo esattamente come nella quasi totalità delle due tristi stagioni genoane. 
RUSSIA ESPLOSIVA - Forse troppo sottovalutata è stata l'apertura di torneo della Russia; certo, non è il caso di attribuire eccessiva  importanza, in prospettiva, al primo match di una competizione così lunga e impegnativa, ma il team di Advoocat ha destato in me enorme impressione: squadra compatta, solida, equilibrata, dalla manovra scarna ed essenziale, capace di verticalizzare senza esitazioni e, ciò che più conta, di farlo ripetutamente, senza tuttavia rinunciare a qualche ricamo di pregio. Arshavin è parso meno "stella" e più gregario, comunque utilissimo alla squadra. E la Repubblica Ceca non era un test di secondo livello, anzi, inizialmente, proprio Baros e compagni hanno menato le danze, peccando però di velleitarismo in fase conclusiva. Insomma, lo 0-3 di Zurigo non era stato solo frutto della giornata nerissima degli azzurri: questa è una Russia produttiva e di talento.
E SE L'ITALIA... - A proposito di azzurri: è giunto il loro momento. Diciamoci la verità: la vigilia non induce ad ottimismi eccessivi. Di buono c'è che, nella settimana polacca, le polemiche di Coverciano si sono sopite, ed era quanto auspicavamo nel precedente post. Si è parlato finalmente di tattica e di uomini, non più di perquisizioni e avvisi di garanzia. Proprio la tattica ha rappresentato però un tasto dolente: accantonare, come pare debba avvenire, il modulo difensivo a quattro che tante soddisfazioni ha dato nel biennio, per sposare in extremis la linea a tre di marca juventina, non mi pare una gran trovata. Secondo me, il fiasco russo è stato più un problema di uomini (a corto di preparazione atletica e svuotati mentalmente) che di schemi. Anche il De Rossi arretrato suscita più di una perplessità. 
Le garanzie dovrebbero esser date da una naturale crescita generale di tono, rispetto alla traumatica trasferta svizzera, e dal fatto che contro le grandi, contro chi viene considerato più forte di loro, i nostri di solito gettano sempre il cuore oltre l'ostacolo. L'amichevole di Bari dell'agosto scorso (che, tra parentesi, fu oggetto del mio primo post su questo blog...) non è metro di paragone del tutto inattendibile, come in molti oggi la dipingono: non era una Spagna in vacanza, ma per mezz'ora buona, nella ripresa, ci mise in seria difficoltà, e dunque il nostro successo, maturato principalmente sulle ali di un primo tempo di grandissimo spessore, va ancora adesso considerato come autentico e di sostanza. Certo, la fase finale di un Europeo è tutt'altra cosa, eppure sappiamo che questa Italia ha i mezzi, in quanto a classe e a filosofia di gioco, per imbrigliare i campioni euromondiali e uscire indenne da questo battesimo del fuoco. 
L'AEREO DI D'AMICO - Infine, una curiosità: l'ex calciatore di Lazio e Torino Vincenzo D'Amico, oggi seconda voce delle telecronache Rai, ieri ha perso l'aereo e non è potuto giungere in tempo a Leopoli per coadiuvare Gianni Bezzi nel commento di Olanda - Danimarca. E' dunque andata in onda una cronaca ad una voce che, pur senza far gridare al miracolo, è risultata pulita, limpida, lineare, senza fronzoli. Ma intanto la tv di Stato continua a dilapidare soldi per stipendiare ex campioni (o ex mediocri calciatori) i cui "commenti tecnici" risultano essere quasi sempre la fiera di vuote banalità, oltretutto spesso declinate in un italiano improbabile. Poiché credo che la lezione di ieri non servirà all'ente televisivo di Stato, non possiamo che augurarci altri piccoli inconvenienti come questo: ad esempio, il prossimo a perdere l'aereo non potrebbe essere Collovati?