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domenica 3 luglio 2016

EURO 2016: L'ITALIA NEUTRALIZZA LA GERMANIA MA PERDE... LA LOTTERIA. GRANDE TORNEO, MA ORA IL RISCHIO E' CHE SI RIPARTA DA ZERO


Non sono trascorse che poche ore, l'amarezza è ancora grande, i rimpianti al livello di guardia. Eppure, questa volta, non c'è bisogno di ragionare a sangue freddo per ribadire quanto già avevo scritto dopo il trionfo sulla Spagna. L'Europeo degli azzurri è stato eccezionale, sic et simpliciter: hanno ridimensionato il precoce mito del Belgio squadra del futuro (e comunque seconda nel ranking FIFA) con un esemplare saggio di calcio all'italiana in versione 2.0, difesa attiva e spirito d'iniziativa, per poi vincere in scioltezza e in anticipo il girone iniziale; hanno strabattuto e dominato sul piano del gioco, dell'aggressività, della continuità d'azione gli iberici bicampioni continentali, concludendo la demolizione della Roja invincibile avviata due anni fa da Olanda e Cile; hanno, infine, neutralizzato e quasi ridotto all'impotenza la Germania campione del mondo in carica. In poche settimane, Conte e i suoi ragazzi son stati in grado di colmare, nei confronti di queste tre squadre, un gap di talento e classe che alla vigilia pareva abissale. Sono andati a un passo da una clamorosa semifinale, ma a un passo davvero, uscendo pressoché indenni da un tabellone che i sorprendenti sviluppi del torneo avevano reso, sulla carta, proibitivo.  
SQUADRA DA RICORDARE - Sul serio: come si poteva pretendere di più? Certo, l'ingresso fra le magnifiche quattro, le elette del Vecchio Continente, a un certo punto ci è parso davvero alla portata, e in fondo è quello il traguardo che scava il solco fra una buona e un'ottima Nazionale. Questa Italia, sul piano delle fredde statistiche, degli almanacchi, è rimasta a metà del guado. E anche per questo, ieri sera, abbiamo visto Andrea Barzagli piangere lacrime sincere in televisione: "Nessuno si ricorderà più di noi, essendo usciti ai quarti"; e già: nessuno parlerà di questo splendido gruppo, delle belle prestazioni offerte, dei pronostici sovvertiti, delle gare giocate ad armi pari con le grandi d'Europa. Ebbene, mi sento di poter dire che il nostro statuario difensore si sbaglia di grosso, e non date retta a giornalisti che non sanno guardare al di là del punteggio; il risultato non può essere sempre l'unico metro di giudizio, e ogni traguardo raggiunto, o mancato, va tarato sulla situazione del momento, sul valore proprio e su quello degli avversari.
C'E' ELIMINAZIONE ED ELIMINAZIONE... - Tanto per esser chiari: questa uscita ai quarti vale molto di più, infinitamente di più sia di quella del 2008, quando ci presentammo come campioni del mondo e giocammo un Europeo mediocre dall'inizio alla fine, sia di quella del Mondiale '98, quando rotolammo fino all'eliminazione per mano francese sulle ali di un gioco sparagnino, risparmiatore, poco spettacolare, pur potendo schierare campioni in ogni reparto e, soprattutto, una batteria di attaccanti che tutto il mondo ci invidiava. In questo particolare momento storico, invece, il calcio tricolore aveva soprattutto bisogno di ritrovare una propria identità, di ricostruirsi una credibilità andata in frantumi due anni fa in Sudamerica. Aveva bisogno di una Nazionale che, a dispetto dell'indifferenza dell'ambiente, sapesse conquistarsi prepotentemente un posto al sole, tornare nel cuore degli appassionati fornendo anche un'immagine di serietà, di pulizia, di unità interna, pur battendosi in una situazione di grande disagio tecnico, di mezzi non eccezionali che han fatto parlare in molti, ingenerosamente, di "peggiore Italia degli ultimi cinquant'anni", o cose del genere. 
ITALIA OLTRE I PROPRI LIMITI - Ecco, direi che tutti questi obiettivi sono stati centrati, fra Lione, Saint Denis e Bordeaux. L'Italia ha di nuovo una Nazionale, una Nazionale che non vive di espedienti ma che ha trovato una identità precisa, sul piano tecnico, tattico e morale. Una squadra che oggi poteva festeggiare il successo sulla Germania e attendere l'avversario di semifinale, e sarebbe stata una delle imprese più clamorose nella storia del pallone nostrano. Perché, davvero, nell'anno di disgrazia 2016 era quasi impossibile fare di meglio: queste tre settimane di battaglia non hanno cancellato la crisi profonda del nostro movimento, la scarsa attenzione verso i giovani del nostro vivaio, i club imbottiti di stranieri, la carenza di uomini di valore in molti ruoli chiave; e hanno solo mascherato la realtà di una rappresentativa che è andata costantemente oltre i propri limiti, limiti evidenti dalla cintola in su e che, siamo onesti, presto o tardi avrebbero dovuto presentare il conto, anche perché storicamente il Club Italia, nelle sue fasi di più acuta difficoltà, raramente trova quella fortuna che sorregge altri: come la Grecia 2004 che vinse casualmente un Europeo partendo dal nulla e nel nulla tornando, o anche, ebbene sì, come la Germania.
LA FORTUNA? A VOLTE E' ANCHE TEUTONICA - La continuità storica agli alti livelli dei vincitori di ieri è fatta di tantissimi, enormi meriti, ma anche di un pizzico di buona sorte sparsa qua e là, quella che li ha quasi sempre portati a pescare il numero fortunato della lotteria, le poche volte che si sono trovati ad affrontare sfide infide: quando vanno in sofferenza (e, lo ripetiamo, capita di rado), quando si trovano a un passo dal baratro, quando l'equilibrio è esasperato ma la bilancia sembra poter pendere dalla parte dei rivali, nove su dieci riescono a cavare fuori dal cilindro, in qualche modo, il colpo da prestigiatori che li fa scollinare. Da Spagna '82 a Mexico '86, da Corea - Japan 2002 a questo Euro 2016: non c'è nulla di male, e del resto la fortuna aiuta gli audaci, quindi è giusto così. 
NULLA DI MEMORABILE - Nel dettaglio, questa ennesima Germania - Italia è stata, nei 120' di gioco, meno epica e memorabile di tante indimenticabili tenzoni del passato. Tutto un po' sotto tono, in un clima tragicamente straniante, perché emozionarsi per una partita di football risulta veramente difficile quando si gioca con il lutto al braccio, quando l'ennesima strage si è consumata nel nome del più ottuso e barbaro fra tutti gli ottusi e barbari terrorismi che hanno infangato il genere umano. Sul campo, un primo tempo bloccatissimo, con leggero predominio teutonico ma migliore occasione per i nostri, su cross lungo di Giaccherini e tiro di Sturaro che, deviato da Boateng, finiva a lato di pochissimo. Ripresa con gli uomini di Low più decisi, vicini al gol con Thomas Muller (gran salvataggio in acrobazia di Florenzi), a segno con una deviazione sotto misura di Ozil su cross di Hector sporcato da Bonucci, e vicini al raddoppio su tacco di Gomez, deviazione di Chiellini e provvidenziale intervento di Buffon. Ma poi, scampato il pericolo, ecco il generoso ritorno azzurro: cross di De Sciglio e girata di poco a lato di Pellè, quindi gratuito mani in area di Boateng e penalty solare impeccabilmente trasformato da Bonucci, e poco dopo un bel destro dell'attivissimo De Sciglio sull'esterno della rete.

                                    Conte: dopo il suo addio, futuro carico di incognite

L'UNICA PARTITA POSSIBILE - Piccole schermaglie nei prolungamenti (ma peccato, peccato davvero per quell'Insigne messo dentro troppo tardi),  a sancire un pari sostanzialmente giusto, in cui le contendenti si sono battute gagliardamente, ognuna coi mezzi a disposizione, ma nessuna delle due avrebbe meritato di cogliere l'intera posta. L'Italia non ha preso in mano il gioco come fatto contro la Spagna, né ha potuto sprigionare la buona aggressività, la spinta e la velocità di esecuzione sciorinate al debutto coi belgi, perché l'avversaria era diversa, più tosta, più fresca, più smaliziata tatticamente, più nitidamente superiore. Una Germania che della versione "rullo compressore" di Brasile 2014 ha conservato solo l'impermeabilità difensiva, meccanismi perfetti che hanno sistematicamente chiuso ogni varco ai tentativi azzurri, e qualche sprazzo di manovra vellutata e rapida in fase di costruzione, poche e pericolose accelerazioni tra mille languori. Pur sempre una montagna difficile da scalare, a cui Barzagli e compagni hanno opposto le sole armi possibili: difesa paziente (ma gli unici momenti di autentica sofferenza si sono avuti nel periodo culminato con l'1 a 0), occupazione degli spazi e ricerca dello spiraglio giusto in ripartenza: quest'ultima parte del piano poteva riuscire con centrocampisti più dotati in fase di impostazione (ma Verratti e Marchisio erano a casa) e con attaccanti di maggior statura internazionale. Nelle nostre condizioni, ripeto, si è fatto il possibile e lo si è fatto assai bene. 
LOTTERIA, SENZA SE E SENZA MA - Poi l'assurda giostra dei rigori. Da anni sostengo sia una pura e semplice lotteria (il blog mi è testimone), a prescindere da chi vince e da chi perde, perché troppi fattori prevalgono sulla mera perizia tecnica degli esecutori, fino a schiacciarla: quando si battono diciotto tiri dal dischetto consecutivi (come nella finalina di Europa '80 fra Italia e Cecoslovacchia), la mazzata dell'errore può colpire chiunque, in qualsiasi momento, quando meno la si aspetta. E' una roulette mozzafiato, ma pur sempre una roulette, preferibile alla monetina ma non alla ripetizione della partita (con la moltiplicazione delle gare anche inutili che caratterizza il calcio d'oggidì, strano che non si trovi posto in calendario per incontri di spareggio da far disputare in queste situazioni).
Dopodiché, certo, magari un Pellè poteva evitare di presentarsi ai sedici metri facendo il figo e credendo di poter intimorire Neuer, lui, umile punta del Southampton: il suo atteggiamento imperdonabile (e seguito dall'ovvio errore) è chiaramente sintomo di immaturità, dovuta alla scarsa esperienza agli altissimi livelli sua e di tanti compagni di Nazionale. Un peccato, in ogni caso, perché questa smargiassata gli alienerà molte simpatie ed era l'ultima cosa di cui aveva bisogno, trattandosi comunque di un giocatore che, anche dopo un buonissimo torneo, è tutto fuorché intoccabile, e per conservare la maglia azzurra dovrà sudare sette camicie. 
VENTURA: UN SALTO NEL BUIO CON LA LINEA VERDE - Questa considerazione, e il definitivo 7-6 di Bordeaux, chiudono il dolceamaro capitolo Europei e aprono immediatamente quello successivo. Come Zoff nel 2000, ma per ben altri motivi, Conte lascia a metà un lavoro estremamente promettente. Il rilancio azzurro rimane con l'urlo strozzato in gola, da settembre si rischia di ripartire quasi da zero, con un allenatore meno carismatico e meno avvezzo alle grandi ribalte del football mondiale (nonché molto meno vincente, particolare tutt'altro che trascurabile). Ventura dovrà innanzitutto mantenere il magico clima, l'unità d'intenti che Conte aveva saputo ricreare. E dovrà innovare, innovare profondamente, perché il tempo stringe per tanti azzurri di oggi, e i giovani non possono davvero più attendere.
Sarà ancora l'Italia di Buffon e Bonucci, di Chiellini e forse persino di un Barzagli in là con gli anni ma ancora in piena efficienza, e come rinunciare a Parolo, Candreva, Giaccherini (uno dei migliori in assoluto di Euro 2016), a un Darmian che ha potenzialità maggiori di quelle mostrate in Francia, a un De Sciglio concreto e concentrato come non si vedeva dai tempi degli esordi azzurri, all'eclettico e generoso Florenzi, a uno Sturaro che accumulando minutaggio può solo migliorare? Ma dovrà essere anche l'Italia di Rugani, Romagnoli, Zappacosta, Cataldi, Benassi, Berardi, Belotti, i migliori Under 21 del biennio 2013-2015, nonché l'Italia dei grandi esclusi di Conte, da Bonaventura a Soriano, da Acerbi a Jorginho, da Pavoletti a Gabbiadini; l'Italia dei grandi infermi che torneranno, Perin, Verratti e Marchisio, e dei convocati che in queste settimane hanno avuto pochissimo spazio: Ogbonna (positivo nell'unico match disputato, quello con l'Eire) e soprattutto Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy; senza tralasciare l'incognita Lapadula, potenzialmente un boom. I mezzi non mancano, ma è concreto il timore che il circolo virtuoso innestato da Conte si spezzi in assenza del "mentore". Una bruttissima gatta da pelare per il nuovo cittì, nel momento in cui la nostra selezione aveva soprattutto bisogno di stabilità e continuità nella guida tecnica. 

martedì 1 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: L'AFRICA ETERNAMENTE AL PALO E LE IMPERFEZIONI DI GERMANIA E FRANCIA


Bye bye, Africa. Ancora una volta. Sto cominciando a temere che mi farò vecchio, nell'attesa che il "calcio del futuro", quello del Continente Nero, assurga finalmente agli onori della cronaca e della storia, conquistando piazzamenti mondiali degni delle attese. E già, "il futuro del football è in Africa": lo leggo e lo sento perlomeno dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, e non si può negare che in tutti questi lustri vi siano stati enormi progressi di gioco e di sapienza tattica, e che molti giocatori di laggiù siano diventati campioni venendo "a scuola" nella vecchia Europa. Ma alla fine siam sempre lì: quando si approssimano le fasi decisive del torneo iridato, le africane puntualmente salutano la compagnia. Questa volta nemmeno ai quarti sono riuscite ad arrivare, come altri illustri predecessori (il Camerun del '90 prima di tutti). Nigeria e Algeria erano rimaste le ultime, orgogliose vessillifere di quel calcio che non supera mai gli esami di maturità: più disciplinate rispetto al Ghana, più continue rispetto alla Costa d'Avorio (e il team di Keshi anche più fortunato, pensiamo al gol annullato al bosniaco Dzeko nello scontro diretto...) ma in generale meno qualitative, sono state cancellate da Germania e Francia,  grandi tradizionali, due delle esponenti più antiche e decorate di quel vecchio Continente che, ad ogni Coppa del Mondo, molti dipingono in declino, salvo poi trovarlo ad occupare almeno metà dei posti disponibili per le semifinali (due su quattro nel 2002, quattro su quattro nel 2006, tre su quattro nel 2010). 
BELLA ALGERIA - Certo, non si può dire che siano state vittorie gloriose, quelle dei panzer e dei galletti, i cui ottavi hanno marciato quasi in sincrono. Primi tempi da buttare, riscossa nella ripresa: il fatto che i teutonici abbiano avuto bisogno anche dei supplementari per archiviare la pratica è stato dovuto alla superiore caratura degli algerini rispetto ai nigeriani. I ragazzi di Halilhodzic, in effetti, hanno saputo dare seguito alle buone prestazioni fornite nel primo turno, comprendendo nel lotto anche la gara d'apertura col Belgio, quando irretirono i quotati avversari con un dispositivo difensivo magari prudente, ma che disinnescò a lungo le enormi potenzialità dei Diavoli Rossi, costretti a una recita deprimente.
Ieri sera si sono spinti oltre, ripetendo, perlomeno nella prima frazione, il match di stampo offensivo contro la Corea del Sud. E il vantaggio, forse, lo avrebbero anche meritato: Feghouli, Ghoulam e Mustefa (con la complicità di una deviazione di Boateng) andavano veramente a un passo dal gol, ma era il complessivo atteggiamento coraggioso e sbarazzino dei maghrebini a impressionare. Altre volte Neuer doveva uscire fin sulla trequarti per sventare sul nascere pericolose controffensive avversarie, mentre i suoi compagni riuscivano a cavare dal buco nero della loro partita solo un paio di conclusioni di Ozil rintuzzate da Mbolhi e un'occasionissima per Gotze, che si gettava su una corta respinta del portiere su tiro di Kroos ma gli calciava addosso da favorevole posizione. 
GERMANIA DIESEL - Si sa, però, come vanno queste cose. Una volta scampato il pericolo (e il pericolo si era manifestato, bello grosso), la Germania difficilmente queste gare le perde. Alla lunga comincia a ruminare il suo calcio ordinato, con una spruzzatina di tiqui taca, mantiene la calma senza andare in paranoia di fronte ad avversari più brillanti del previsto, e tesse pazientemente la sua tela offensiva. Nella ripresa, i conti del gioco cominciavano a tornare, per Low: Lahm dalla distanza, Muller con una perentoria inzuccata che pareva vincente, Schweinsteiger con un altro colpo di testa andavano vicini alla segnatura, ma il portierone teutonico doveva regalare altri avanzamenti in stile "Beckenbauer" per prevenire gli improvvisi contrassalti algerini.
Nei supplementari Schurrle sbloccava con una fortunosa deviazione da pochi passi (un po' tacco, un po' polpaccio, un po' non lo sa nemmeno lui...) su cross dell'impagabile Muller, lo spento Ozil raddoppiava in chiusura di secondo extra time rimediando a un suo grossolano errore sotto porta di pochi istanti prima, ma l'Algeria si congedava facendo la voce grossa, grazie a un'imparabile volèe di sinistro di Djabou. Una Germania lungi dall'essere perfetta, come tutte le europee viste in questi ottavi: già detto di Neuer, Mertesacker dietro ha chiuso molti varchi, Boateng ha regalato un fondamentale anticipo su un avversario lanciato a rete, Mustafi si è sdoppiato nelle due fasi senza convincere né in copertura né in rilancio. Il centrocampo è andato troppo a corrente alternata, soffrendo il dinamismo degli africani, con il solo Lahm (poi spostato a destra) ad appoggiare con costanza la manovra offensiva. Spento il cuore creativo della Nationalmannschaft, con Ozil e Gotze fuori fase (decisamente meglio il subentrato Schurrle), i più efficaci sono parsi il generoso Schweinsteiger, ancorché non sempre lucido, e il solito superbo Muller, che ha lavorato come terminale offensivo e in appoggio ai compagni di linea.

                                  Pogba: gioca bene ma non eccelle come nella Juve

FRANCIA DOUBLE FACE - Anche la Francia, si diceva, non ha convinto più di tanto. Deve ripartire dall'ottimo ultimo quarto di gara, allorché ha preso decisamente in mano il match con la Nigeria, sfiorando il vantaggio con Benzema (due volte) e Cabaye (traversa), prima di trovarlo con un'inzuccata di Pogba su uscita a farfalle del portiere Enyeama. Dopo, il numero uno delle Aquile verdi si riscattava salvando su Griezmann, ma veniva beffato in chiusura da una deviazione sotto misura del compagno Yobo su cross rasoterra di Valbuena. Una tempesta offensiva scatenatasi all'improvviso, dopo che per circa un'ora la selezione di Deschamps aveva quasi destato indignazione, per pochezza di gioco e prevedibilità. Nel primo tempo i ragazzi di Keshi avevano tenuto egregiamente botta, creando qualche pensiero a Lloris (buona occasione per Emenike) e rischiando solo su bolide di Pogba, deviato in corner dal portiere. Già, Pogba: l'esplosivo incursore che da due anni a questa parte sta facendo le fortune della Juve, in Brasile è rimasto finora nascosto. Lavora con diligenza, partendo spesso da lontano con percussioni in progressione, ma non ha la continuità, la rabbia, l'incisività che ha trovato nella nostra Serie A.
PERCORSO FACILE - Al suo fianco, si batte con carattere leonino Matuidi, che però nella ripresa si è macchiato di un terrificante intervento sulla caviglia di Onazi che è rimasto assurdamente impunito (ennesimo strafalcione di un Mundial arbitrale che sta regalando pochi ma decisivi errori da matita blu), mentre Valbuena a volte sembra il classico fantasista leggero tutto fumo e poco arrosto. In avanti, come partner di Benzema, meglio Griezmann di Giroud, ma non siamo comunque su livelli di eccellenza, mentre dietro Debuchy pare il vero punto fermo, abile a coprire la fascia destra contenendo e riavviando l'azione; molto più timido dall'altra parte Evra, in mezzo sempre sul pezzo Koscielny. Però ribadiamo il concetto: les coqs devono ancora superare un esame vero (è questione di pochi giorni, arriva la Germania...), finora il gironcino cadeau confezionato loro a dicembre, e poi un ottavo contro una compagine dignitosa ma nulla più, ne hanno enormemente facilitato il cammino. Dovessero arrivare fra le prime quattro, complimenti a loro, ma non si potrà dimenticare che altri han dovuto cominciare a far subito sul serio... 

martedì 17 giugno 2014

MONDIALI 2014: LA GERMANIA E' LA REALTA' PIU' SOLIDA. CALCIO "QUASI" TOTALE, RONALDO CANCELLATO, MULLER UBER ALLES

                                           Esultanza tedesca, con Muller al centro

Uomini da Mondiale. Appena annusano nell'aria l'inebriante aroma del torneo iridato, ingranano la quarta e diventano mattatori, disseminando di prodezze il più importante palcoscenico calcistico del globo. E' un club di calciatori esclusivo e assai invidiato, perché solo in pochissimi riescono a diventarne membri. La storia e l'attualità del football sono piene di campioni, persino di fuoriclasse, che davanti all'impegno della Coppa del Mondo si sono fatti piccoli piccoli: pensiamo a Platini, che di Mondiali ne ha disputati tre senza mai lasciarvi un'impronta autenticamente indelebile, così come Van Basten, che trapanò l'acqua in occasione della sua unica partecipazione; oppure, venendo all'oggi, in attesa di capire se Leo Messi riuscirà finalmente a rompere l'incantesimo dando un seguito al gol gemma con la Bosnia, chi ha nuovamente steccato è stato Cristiano Ronaldo, ectoplasmatico nella disfatta del suo Portogallo davanti alla Germania. Ecco, la Germania invece ce l'ha, il suo "uomo da Mondiale": si chiama Thomas Muller ed è un castigo di Dio. 
MULLER DA TRIPLA - Cinque reti in Sudafrica, quattro anni fa, capocannoniere al debutto in una grande competizione internazionale; tripletta ieri pomeriggio, a griffare il trionfale vernissage brasiliano della Nationalmannschaft. Il 4 a 0 agli spauriti lusitani rappresenta il vero atto di forza di questo avvio di torneo, ancor più della demolizione spagnola ad opera dell'Olanda, che probabilmente aprirà la strada a un ottimo Mondiale degli Oranje ma che, nelle dimensioni dello score e nella sostanza tecnica, rimane un episodio probabilmente irripetibile: un'impresa, nel senso più pieno del termine. I tedeschi hanno invece lasciato una sensazione ben più "corposa": quella di Low è parsa, fra le "grandi" designate, la compagine più equilibrata, compatta, completa, di alto livello tecnico e agonistico, pienamente consapevole dei propri mezzi. Come l'Italia, neanche  la Germania poteva contare su un approccio morbido utile a completare il rodaggio, ma ha fatto spallucce, riuscendo a ridurre il Portogallo a caricatura di squadra. 
QUASI CALCIO TOTALE - Vista la partita, tutto è sembrato facile, ma di fronte ai teutonici c'era una delle migliori espressioni del calcio europeo degli ultimi tre lustri, terza (proprio come la Germania) al torneo continentale 2012, mina vagante col privilegio di schierare in prima linea il Pallone d'oro in carica. Tutto è parso facile perché sono stati Muller e compagni a mettere la strada in discesa: il Portogallo aveva iniziato in maniera promettente, con una incursione di CR7 arginata a fatica da Neuer, poi non c'è più stata storia. Dal rettangolo verde è zampillato uno spettacolo a tratti esaltante di calcio contemporaneo, modernissimo: mi è parso persino di intravedere sprazzi di football totale, nel senso universalmente conosciuto tramandatoci dagli eroi olandesi del 1974 e dintorni. Nessuno o quasi era ancorato saldamente al proprio ruolo nominale, nelle file dei bianchi: tutti o quasi coprivano e attaccavano, sostenuti anche da uno schieramento corto, che consentiva di difendere in massa per poi distendersi armoniosamente verso la porta di Rui Patricio, senza allungare il brodo della manovra. 
BATTERIA DI INCURSORI - In un attacco che, nel solco spagnolo, abbracciava la filosofia del "falso nueve", il tourbillon era notevole, anche se alla distanza emergevano posizioni ben definite: Ozil a ispirare inesausto la manovra sulla destra, il furetto Gotze a regalare lampi brucianti sul versante opposto, e poi lui, "l'uomo da Mondiale" Muller, a spaziare in libertà per poi venire fatalmente calamitato verso la zona centrale, suo approdo naturale, fino a siglare, dopo il penalty in apertura, due reti da centravanti vero, l'ultima delle quali con un opportunismo alla Paolo Rossi, piombando nell'area piccola su una palla sfuggita al portiere. Per inciso, anche senza ricorrere al finto centravanti, la batteria di trequartisti, mezzeali e incursori messa in mostra dalla Germania è la formula che sogno, come tante volte scritto, per la nostra Nazionale, in modo da dare sostegno e respiro a Balotelli e ampliare il ventaglio di soluzioni offensive del Club Italia. 
Dietro il trio di guastatori "senza fissa dimora tattica", agivano con costanza un Kroos chirurgico in impostazione, un Khedira ritrovato dopo il grave infortunio, efficacissimo nelle due fasi di filtro e rilancio (e anche vicino alla segnatura nelle battute iniziali), l'impagabile Lahm che agiva a tutto campo avanzando spesso fino alla trequarti; nelle retrovie Hummels, oltre a difendere con perizia, si industriava a far ripartire l'azione e andava oltretutto a siglare, di testa su corner, il punto del raddoppio. Una "cooperativa" del pallone, insomma, in cui tutti si aiutavano anche al di là delle rispettive mansioni d'origine. 
GERMANIA, SOLIDE CERTEZZE. PORTOGALLO DA REINVENTARE - Mentre la Spagna si è smarrita e il Brasile è aggrappato al suo genio Neymar, mentre l'Italia fa ben sperare ma deve mettere a punto diversi dettagli tattici e di uomini, mentre la Francia è da rivedere contro un avversario di vera caratura mondiale e l'Argentina pare aver sposato il minimo sindacale del gioco, la Germania è una realtà già "fatta e finita", piena di certezze,  pronta per volare lontano: quello di ieri doveva essere il suo impegno più gravoso, in questa fase iniziale, e invece nell'ultima mezz'ora ha persino potuto tirare il fiato, ridimensionando un Portogallo sovrastato in ogni zona del campo, mai in grado di abbozzare contromisure plausibili.
Ronaldo ha fatto tutto il contrario di ciò che ci si attende da un fuoriclasse universale: mai ha preso la squadra per mano da vero leader, si è limitato a giocate elementari e prevedibili, a un'attesa passiva dei passaggi (spesso imprecisi) dei compagni. E intorno, il nulla, a parte qualche buona idea di Veloso nel primo tempo e qualche incursione di Nani. Come per la Spagna, ripartire da un esordio così disastroso, nel punteggio e nelle risultanze di gioco e di rendimento, sarà impresa disperata. La Germania, invece, di esordi non ne sbaglia più uno, dal 1990. Fece 4 a 0 anche nel 2010, ma all'epoca davanti c'era l'Australia, con tutto il rispetto. Oggi, questo poker ha un peso specifico ben diverso. Generalmente non amo sbilanciarmi (anche se, sosteneva Gianni Brera, i pronostici li sbaglia solo chi non li fa, come dire che chi scrive di pallone deve saper rischiare), ma, allo stato delle cose, mi sorprenderei molto se non trovassi la selezione di Low fra le prime quattro di questo Mundial. 

lunedì 18 giugno 2012

DIARIO EUROPEO: CRISTIANO RONALDO STRATOSFERICO, OLANDA MAGLIA NERA

                                            Cristiano Ronaldo torna a sorridere

Da vicecampione del mondo a "maglia nera" del proprio girone europeo. Così mutano, nel breve volgere di due anni, i destini delle squadre di calcio. La caduta dell'Olanda è stata fragorosa, e non può certo consolarla  il fatto che, in passato, qualcuno abbia saputo fare peggio: l'Italia, che dopo aver trionfato al Mundial spagnolo del 1982 non riuscì nemmeno a qualificarsi per la fase finale dell'Euro 1984: che era a otto squadre, ma i nostri prodi arrivarono quarti (su cinque) nel loro gruppo eliminatorio, quindi senza spazio per le recriminazioni. 
Fine di un ciclo? Ci andrei cauto. Molti dei rappresentanti di questa nuova "generazione d'oro" cresciuta ad Amsterdam e dintorni si avviano verso la trentina, o vi sono già: ma almeno una parte di essi può reggere tranquillamente fino al Mondiale brasiliano. Nell'ultimo decennio l'età media in cui, per un calciatore, scatta l'ora del declino si è alzata considerevolmente, e in ogni caso questi campioni hanno dimostrato, anche nella sventurata trasferta ucraina, di avere ancora più di un colpo in canna. Non è stata la loro vecchiaia a determinare il fallimento. 
LE RAGIONI DI UN CROLLO - Cosa è accaduto, allora? A volte basta una congiuntura negativa per mandare in panne anche la compagine più referenziata, e non si fa certo riferimento a qualche misteriosa congiunzione astrale... Ci sono stati scompensi tattici, il ricorso a giocatori giovani non all'altezza di una tale ribalta, soprattutto in retroguardia (ma anche in avanti, dove Afellay è parso sovente di fronte a un compito troppo grande per le sue forze), una condizione atletica non ottimale (e per rendere al 110 per cento il gioco olandese ha bisogno di ritmi sostenuti), e il momento non felice di alcuni interpreti chiave: Robben è stato prostrato dalle disavventure in maglia Bayern, invece di ricavarne una enorme volontà di riscatto; Sneijder non ha fatto che confermare l'involuzione già emersa nel campionato italiano, non certo addebitabile esclusivamente a lui (i momenti negativi dei club di appartenenza finiscono spesso per condizionare, per una sorta di "disagio  riflesso" tecnico e psicologico, anche i giocatori che per classe e personalità dovrebbero prendere per mano i compagni e tirarli fuori dai guai), Van Persie ha smarrito come per incanto la sua mortifera efficacia sotto porta e ha sbagliato reti a ripetizione. 
LA PARTITA PEGGIORE - I ragazzi di Van Marwijk sono andati in calando, in questo torneo. Pur non impressionando, all'esordio con la Danimarca avrebbero meritato il pari, per predominio esercitato e palle gol costruite. Contro il Portogallo, hanno offerto la loro peggiore prestazione, eccezion fatta per alcuni lampi in avvio di gara e nella parte finale. Van Der Vaart pescava subito il jolly con una mirabile conclusione dalla distanza, sfruttando un pallone egregiamente lavorato da Robben (da lui, nonostante tutto, le poche idee di pregio nella gara dei nordici) ma poi i nodi venivano impietosamente al pettine, anche per uno schieramento scriteriatamente sbilanciato in avanti, con un solo centrocampista di sostanza (lo smarrito De Jong) e Huntelaar affiancato infine a Van Persie. Così, di fronte ai lusitani, calmi, lucidi, ordinati e manovrieri, l'Olanda non riusciva più a produrre gioco con apprezzabile continuità, affidandosi a iniziative isolate dei suoi assi offensivi. La zona nevralgica era costantemente tagliata fuori, la difesa sottoposta a sollecitazioni terribili e indotta, per stress e per limiti oggettivi, a errori sovente clamorosi. 
CRISTIANO RONALDO, MOSTRUOSO - Merito soprattutto di un Cristiano Ronaldo che ha dimostrato a tutti cosa significhi essere un fuoriclasse: in primis reagire alle critiche della stampa e alle avversità agonistiche, e poi caricarsi sulle spalle la squadra e trascinarla verso il traguardo. L'attaccante del Real Madrid era indiavolato: due gol, due pali, almeno altre quattro occasioni mancate o sventate da Stekelenburg, tiri da ogni posizione, su azione o su calcio piazzato, la retroguardia avversaria distrutta dalle sue percussioni. Certo, il tutto va tarato sull'effettiva validità di un'Olanda piuttosto malmessa, che però rimane test assolutamente probante per misurare il valore di un atleta e di una squadra. 
Gli arancioni chiudevano con la voglia palese di fare almeno un punticino, ma Huntelaar e, tanto per cambiare, Van Persie fallivano altre opportunità, e quando poi Van Der Vaart, con un'azione simile a quella del gol, centrava in pieno il palo dal limite, si capiva che la Dea del calcio aveva preso, per gli spauriti eredi di Cruyff, decisioni irrevocabili. Un po' come, qualcuno lo ricorderà, per la Francia dei Mondiali del 2002, campione europea e iridata che continuava a perdere partite e a prendere legni, per poi uscire anch'essa mestamente al primo turno... 
E il Portogallo? Detto di CR7, si è detto quasi tutto. Vanno aggiunte però la straordinaria prestazione di Nani, eccellente in appoggio e determinato in fase conclusiva, il fervore nelle due fasi di Fabio Coentrao e il prezioso lavoro di tessitura nel mezzo di Moutinho, fondamentale in copertura e in impostazione. Dicendo che ancora una volta non mi ha impressionato Veloso (un bell'assist per il secondo palo di Ronaldo, poi una presenza molto molto discreta...) mi attirerò le ire di molti genoani che continuano a vedere mirabilie nelle sue prestazioni in maglia lusitana: che siano gli stessi tifosi che avrebbero voluto la riconferma in rossoblù del disastroso portiere Eduardo?
DANIMARCA: POULSEN E POCO ALTRO - Nell'altra gara del girone, una Germania sotto ritmo e a tratti in difficoltà al cospetto di una Danimarca che le carte a disposizione se le è giocate tutte, per tentare una difficile qualificazione. Non erano molte, queste carte: grande atletismo, un Bendtner tuttofare a movimentare il fronte offensivo, mentre dietro, fra difensori spicci e non sempre irreprensibili, ha brillato l'ottimo Simon Poulsen, eccellente e tempista nelle chiusure e negli anticipi. Ma queste "panzerdivisionen" sono talmente solide e sicure di loro che non potevano farsi sfuggire il primo traguardo di Euro 2012, anche se in certi momenti, soprattutto nella prima metà della ripresa, hanno dato l'impressione di scherzare col fuoco. Nella loro prova, di rimarchevole un Khedira generosissimo e, questa volta, più presente negli inserimenti sotto porta, Thomas Muller non sempre continuo ma artefice comunque di un efficace tourbillon in avanti, mentre, sarà una mia impressione, Ozil mi pare ancora troppo intermittente e poco incisivo nella manovra, anche se il decisivo gol di Bender è arrivato su sua iniziativa insistita in profondità. E basta questo, in fondo, per fargli guadagnare un'ampia sufficienza. 

domenica 10 giugno 2012

DIARIO EUROPEO: RUSSIA PODEROSA, MISTERO OLANDA. E L'ITALIA...

                                      Khron - Dehli batte Stekelenburg, Olanda kappaò

Prime due giornate di Euro 2012, e prime riflessioni sparse, nell'attesa che si alzi finalmente il velo sull'inquietante "enigma Italia". 
OLANDA AL 30 PER CENTO - Due delle tre "lepri" di cui avevo parlato nel post di presentazione del torneo (la terza, la Spagna, la testeremo noi tra poche ore) hanno già fatto il loro esordio, con esiti diametralmente opposti. Capita spesso che una delle favorite della vigilia stecchi la prima del torneo: nel 2004 toccò al Portogallo padrone di casa, quattro anni fa all'Italia, travolta proprio da quell'Olanda che ieri ha incassato un ko del tutto inatteso contro una "Danish Dynamite" in verità, diciamocelo, piuttosto annacquata. Contraddittoria, più che preoccupante, la prestazione di Sneijder e compagni. I vicecampioni del mondo hanno giocato ai loro livelli autentici solo nei primi otto minuti della ripresa: otto minuti durante i quali hanno costruito cinque palle gol (due con Van Persie, una ciascuna per Heitinga, Van Bommel e Afellay): una media stratosferica. Nel corso della prima frazione, disputata invece "al passo", in maniera fin troppo compassata, e con una manovra che spesso faticava a dispiegarsi in tutta la sua efficacia, gli Oranje hanno comunque avuto altrettante opportunità di andare al tiro in maniera pericolosa, cogliendo pure un palo con Robben. Al conto totale, aggiungiamo un dubbio mani in area di un difensore danese e un'altra occasionissima, nel finale, per Huntelaar. 
Cosa voglio dire? Che il team di Van Marwijk ha confermato, pur nella circostanza negativa, di possedere un potenziale offensivo devastante, se così tanto è riuscito a creare pur giocando, sì e no, al 30 per cento delle proprie possibilità. E il punto è proprio questo: i tulipani sono lontanissimi dal loro pieno regime: con un minimo di continuità in più nella produzione di gioco, avrebbero fatto a fettine una Danimarca dignitosa ma, sostanzialmente, tutta difesa e contropiede, asciutta nelle trame e ordinata nel primo tempo, sovente in affanno nella ripresa. Ci sono problemi atletici, forse, e di tenuta difensiva: pur relativamente sollecitata dai biancorossi, la retroguardia ha avuto pause e cali di concentrazione preoccupanti. Fatto sta che l'Olanda ha cominciato la sua avventura perdendo proprio la gara ritenuta più abbordabile, e mercoledì dovrà vedersela con un'altra delle favoritissime, quella Germania che invece non ha fallito la prova coi portoghesi. 
GERMANIA, PREMIO ECCESSIVO - Partita, quella fra tedeschi e lusitani, "a strappi", che ha alternato momenti di estrema vivacità e di aspra battaglia ad altri di prudente tatticismo. Chiaro che le due compagini non siano ancora al massimo: la Germania, comunque sempre aggressiva, si è sovente smarrita sulla trequarti, non riuscendo a dare profondità al suo gioco, con Ozil troppo intermittente, come il più tipico dei fuoriclasse lunatici e accidiosi, e Tommy Muller raramente nel vivo dell'azione d'attacco; il Portogallo, contrariamente alle attese, è parso più efficace in avanti, tanto che, come per gli olandesi, il risultato di parità sarebbe stato senz'altro meritato: la traversa di Pepe a fine primo tempo, e le occasioni create da Cristiano Ronaldo (due volte) e Varela nella ripresa, testimoniano di una presenza sostanziosa in area avversaria. Continua a risultarmi incomprensibile, alla luce di questo match d'esordio, la fiducia che il CT Paulo Bento concede a Veloso, del tutto deficitario quanto a dinamismo e fosforo esattamente come nella quasi totalità delle due tristi stagioni genoane. 
RUSSIA ESPLOSIVA - Forse troppo sottovalutata è stata l'apertura di torneo della Russia; certo, non è il caso di attribuire eccessiva  importanza, in prospettiva, al primo match di una competizione così lunga e impegnativa, ma il team di Advoocat ha destato in me enorme impressione: squadra compatta, solida, equilibrata, dalla manovra scarna ed essenziale, capace di verticalizzare senza esitazioni e, ciò che più conta, di farlo ripetutamente, senza tuttavia rinunciare a qualche ricamo di pregio. Arshavin è parso meno "stella" e più gregario, comunque utilissimo alla squadra. E la Repubblica Ceca non era un test di secondo livello, anzi, inizialmente, proprio Baros e compagni hanno menato le danze, peccando però di velleitarismo in fase conclusiva. Insomma, lo 0-3 di Zurigo non era stato solo frutto della giornata nerissima degli azzurri: questa è una Russia produttiva e di talento.
E SE L'ITALIA... - A proposito di azzurri: è giunto il loro momento. Diciamoci la verità: la vigilia non induce ad ottimismi eccessivi. Di buono c'è che, nella settimana polacca, le polemiche di Coverciano si sono sopite, ed era quanto auspicavamo nel precedente post. Si è parlato finalmente di tattica e di uomini, non più di perquisizioni e avvisi di garanzia. Proprio la tattica ha rappresentato però un tasto dolente: accantonare, come pare debba avvenire, il modulo difensivo a quattro che tante soddisfazioni ha dato nel biennio, per sposare in extremis la linea a tre di marca juventina, non mi pare una gran trovata. Secondo me, il fiasco russo è stato più un problema di uomini (a corto di preparazione atletica e svuotati mentalmente) che di schemi. Anche il De Rossi arretrato suscita più di una perplessità. 
Le garanzie dovrebbero esser date da una naturale crescita generale di tono, rispetto alla traumatica trasferta svizzera, e dal fatto che contro le grandi, contro chi viene considerato più forte di loro, i nostri di solito gettano sempre il cuore oltre l'ostacolo. L'amichevole di Bari dell'agosto scorso (che, tra parentesi, fu oggetto del mio primo post su questo blog...) non è metro di paragone del tutto inattendibile, come in molti oggi la dipingono: non era una Spagna in vacanza, ma per mezz'ora buona, nella ripresa, ci mise in seria difficoltà, e dunque il nostro successo, maturato principalmente sulle ali di un primo tempo di grandissimo spessore, va ancora adesso considerato come autentico e di sostanza. Certo, la fase finale di un Europeo è tutt'altra cosa, eppure sappiamo che questa Italia ha i mezzi, in quanto a classe e a filosofia di gioco, per imbrigliare i campioni euromondiali e uscire indenne da questo battesimo del fuoco. 
L'AEREO DI D'AMICO - Infine, una curiosità: l'ex calciatore di Lazio e Torino Vincenzo D'Amico, oggi seconda voce delle telecronache Rai, ieri ha perso l'aereo e non è potuto giungere in tempo a Leopoli per coadiuvare Gianni Bezzi nel commento di Olanda - Danimarca. E' dunque andata in onda una cronaca ad una voce che, pur senza far gridare al miracolo, è risultata pulita, limpida, lineare, senza fronzoli. Ma intanto la tv di Stato continua a dilapidare soldi per stipendiare ex campioni (o ex mediocri calciatori) i cui "commenti tecnici" risultano essere quasi sempre la fiera di vuote banalità, oltretutto spesso declinate in un italiano improbabile. Poiché credo che la lezione di ieri non servirà all'ente televisivo di Stato, non possiamo che augurarci altri piccoli inconvenienti come questo: ad esempio, il prossimo a perdere l'aereo non potrebbe essere Collovati? 

venerdì 8 giugno 2012

PICCOLA GUIDA CRITICA A EURO 2012

                                   Spagna campione nel 2008: rivedremo questa scena? 

Mettiamoci comodi e godiamoceli, questi Europei. Godiamoceli davvero, perché presto nulla potrebbe essere più come prima. Euro 2012 sarà uno spartiacque, in tanti sensi: mediatico, organizzativo, calcistico. Vediamo perché. 
LA RAI SI ARRENDE? - Forse la notizia è sfuggita ai più, nel mare di lanci di agenzia caratteristici della solita, febbrile vigilia di questi grandi tornei: eppure la dichiarazione del presidente Rai Garimberti è stata di quelle destinate a lasciare il segno. Non è detto che la copertura tv delle prossime edizioni degli Europei, così come di quelle dei Mondiali, potrà essere garantita dalla Rai, anche a causa degli oneri sempre più alti: questo il succo delle parole del numero uno dell'ente televisivo di Stato. In sintesi, Euro 2012 potrebbe essere l'ultimo, grande evento calcistico ad essere trasmesso in chiaro e in esclusiva dalla tv generalista: le pay e i canali satellitari incombono, sempre di più, e del resto già i Mondiali 2006 e 2010 ci sono stati offerti dagli schermi di  viale Mazzini in formato largamente ridotto. 
FOOTBALL D'ELITE - Diverrà dunque, sempre più, un football elitario, riservato a chi ha i mezzi economici necessari a godersi lo spettacolo. Il fascino della grandi manifestazioni calcistiche internazionali, che risiede principalmente nel loro essere delle feste globali e che come tali dovrebbero essere aperte a tutti, senza distinzione di censo, rischia così di annacquarsi sempre più. Perché i Mondiali e gli Europei sono un grande romanzo popolare, eventi in cui il fatto tecnico, pur rilevantissimo, ha pari dignità rispetto a quello sociale, folkloristico, aggregante: eventi che fanno della partecipazione collettiva il loro vero, autentico punto di forza.
Finirà, prima o poi, questa svendita continua e totale dell'anima del calcio ai grandi potentati televisivi? Certo, questo, prima ancora che un fatto di principio, è anche un problema interno alla Rai, che tradisce la propria missione di servizio pubblico preferendo dirottare le proprie risorse verso il pagamento di emolumenti fuori logica a star e starlette prive di talento, o al finanziamento di trasmissioni di qualità infima (non lo dico io, ma i dati Auditel), salvo poi pianger miseria e lamentarsi per "gli oneri sempre più alti". 
DA 16 A 24 SQUADRE - Euro 2012 sarà anche l'ultima edizione della rassegna nel format a 16 squadre che, più di quelli precedenti, ne ha decretato il successo planetario. Da Francia 2016, prossimo appuntamento con la kermesse, si passerà a 24 nazionali finaliste. Cadono le braccia: le 16 attuali rappresentavano la sintesi ideale fra due necessità: quella di tenere conto della "nuova Europa", ossia dei tanti nuovi Paesi sorti e risorti dopo le disgregazioni di Jugoslavia, Urss e Cecoslovacchia, e quella di salvaguardare ad ogni costo la credibilità tecnica del torneo, mantenendone elevato il tasso qualitativo. L'aumento delle compagini partecipanti alla fase finale, oltre a non aver alcun fondamento geopolitico logico, avrà in primis due effetti: abbassare il livello del torneo conclusivo, con l'entrata in lizza di compagini assai limitate sul piano della classe pura, e svuotare di significato la fase pre-eliminatoria: con 24 posti a disposizione sarà veramente difficile, per le grandi e per... le medie, fallire l'obiettivo. 
PIU' PARTITE, PIU' SOLDI - Non solo: quale formula adottare per la fase finale? Dopo il primo turno con sei gironi da quattro, quattro gruppi da tre come a Spagna '82, modalità usata solo in quella circostanza e poi accantonata (si pensava che squadre che giungevano già eliminate alla seconda gara potessero "svaccare" e dar via libera agli avversari, cosa che peraltro non accadde), oppure eliminazione diretta, con la necessità però di ripescare ben quattro terze classificate di un primo turno che, quindi, servirebbe a estromettere solo otto partecipanti su 24 (come si fece da Mexico '86 a USA '94)? Anche in questo caso, perché abbandonare un format che era intuitivo, semplice e di facile applicazione? Che domande: per moltiplicare le partite e quindi gli introiti da sponsor e, soprattutto, diritti tv... 

                                       La Germania: riuscirà finalmente a imporsi? 


LE "LEPRI" DI EURO 2012 - Ci sono, certo, motivi anche meno amari e più... sfiziosi per seguire la kermesse che si apre oggi pomeriggio con Polonia - Grecia. Perché sarà interessante vedere come reagiranno al peso schiacciante del pronostico le tre "lepri" designate. La Spagna pluridecorata è la stessa, grosso modo, della vittoriosa Coppa del Mondo: forse con un po' di fame in meno, sicuramente con due assenze pesantissime (Puyol e Villa) e tanti, tantissimi, forse troppi minuti nelle gambe, frutto di una stagione al solito usurante. Ma le potenzialità tecniche restano di prim'ordine, anche se in attacco dovrà affidarsi a un Fernando Torres che non è più, da tempo, quell'iradiddio ammirata a Euro 2008. Colossali sono anche le risorse di Olanda e, soprattutto, di una Germania che, in questa versione anni Duemila multietnica e giovanilistica, ha dimostrato di essere eterna piazzata o, se vogliamo, "perdente di successo". Ora però, a Ozil e compagnia gli sportivi tedeschi chiedono un trofeo che in fondo, dalle parti di Berlino, manca da ben sedici anni: troppi, per il sovrabbondante albo d'oro teutonico. Il precampionato ha proposto agli uomini di Low una caduta, per certi versi, anche più grave di quella dell'Italia con la Russia: un 3 a 5 con la Svizzera, che a Euro 2012 nemmeno ci sarà. Poi c'è stato il riscatto con Israele. 
ITALIA, POCHI TEST - Qui entriamo nel discorso sull'Italia: al contrario delle altre grandi (la Spagna campione ha giocato, e vinto, a ripetizione), gli azzurri hanno avuto un solo match a disposizione per testarsi. Troppo poco, ed è chiaro che se, come è accaduto, questo match poi ti va pure male, le incertezze e i dubbi diventano un pericolo da cui guardarsi, un nemico interno insidioso quanto gli avversari. C'è stata, certo, la tragica e imprevedibile fatalità del terremoto a far cancellare l'incontro col Lussemburgo, ma siamo sicuri che prima, o anche dopo, non si potesse organizzare qualcosa? Comunque del gruppo di Prandelli torneremo a parlare quando sarà il momento... 
LA FRANCIA E LE ALTRE - Il fronte europeo propone altri motivi d'interesse: due squadre uscite con le ossa rotte (Francia) o fortemente ridimensionate (Inghilterra) da Sudafrica 2010, riusciranno a riconquistare le posizioni perdute? Blanc ha rigenerato i transalpini, Benzema è caricato da una stagione di spessore, molto ci si aspetta dall'estroso Nasri. Gli inglesi hanno avuto un approccio discreto al torneo: due amichevoli vinte con Norvegia e Belgio, pur senza entusiasmare, ma sui difetti è meglio lavorare con la tranquillità garantita dai successi, che con l'inquietudine dei kappaò (vedasi discorso Italia...). Perso Lampard, uno dei fulcri della manovra, collante del gioco, e perso pure... Capello, che tuttavia, storia alla mano, non vale più di Hodgson, quanto a impatto con le fasi finali dei grandi tornei (il buon vecchio Roy guidò, e bene, la Svizzera al Mondiale del '94). Ancora: due delle eterne incompiute degli ultimi lustri, penso a Repubblica Ceca (che avrebbe meritato il titolo continentale nel 2004, ma incappò, dopo la Francia e prima del Portogallo, nella Grecia miracolata da Rehagel) e a Russia (quattro anni fa gioco scintillante e meritato terzo posto, poi il fallimento dell'operazione Sudafrica) riusciranno finalmente ad andare oltre le buone intenzioni? Il girone iniziale, il meno qualitativo in quanto confezionato su misura per i polacchi padroni di casa, autorizza per loro speranze in un cammino più che dignitoso.