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martedì 15 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: BILANCIO TECNICO. STELLE NASCOSTE, SQUADRE SPARAGNINE E DUE PARTITE DA LEGGENDA

                     Schweinsteiger non fa passare Messi: è stato il Mundial del gregariato al potere

Nei prossimi giorni, per noi calciofili impenitenti l'impegno più gravoso sarà spazzare via il magone del dopo Mondiale. E sì: difficile lasciarsi alle spalle questo mese di ubriacatura collettiva, di ore e ore di football televisivo, di commenti, discussioni, polemiche fra appassionati "de visu" e on line, di emozioni, trepidazioni e delusioni. Quattro settimane di "estasi clamorosa", avrebbe detto Miss Rettore. Quando la squadra vincitrice alza la Coppa e il sipario cala impietosamente, la malinconia ci avvolge, perché in quel momento finisce la più colossale e immaginifica festa del pallone: un appuntamento atteso per quattro anni, un evento che avvolge e coinvolge, incontro di popoli e culture calcistiche, molto più di una mera tenzone sportiva. Ci aspettano le miserie del campionato nostrano, nella speranziella che i nuovi vertici federali e il nuovo CT favoriscano finalmente la valorizzazione delle giovani leve azzurre, unico sentiero percorribile per il rilancio. Per intanto, non mi rimane che un piacevole impegno, quello di azzardare un bilancio tecnico, forzatamente sommario, della kermesse brasiliana. Pochi flash qua e là, nella convinzione che sia impossibile fornire un quadro completo, oggettivo, inoppugnabile. 
MONDIALE STORICO? NO... - "Il Mondiale dei Mondiali", dicevano: sarà che nutro un'innata idiosincrasia agli slogan e alle frasi fatte che diventano tormentoni giornalistici, ma di quello appena citato è stato fatto, in queste settimane, un abuso irritante. Irritante e non giustificato. Il senso di tale perentoria definizione voleva essere più o meno questo: "Brasile 2014 sarà "il Mondiale dei Mondiali" perché nella terra del futébol per antonomasia, con un nutrito drappello di campionissimi all'apice della traiettoria agonistica, con squadroni in sboccio e altri giunti finalmente alla piena maturità e consapevolezza dei propri mezzi, non potrà che disputarsi la kermesse iridata più scintillante di tutti i tempi. E poi, suvvia, c'è un motivo d'interesse mozzafiato, l'assalto al trono della Spagna campione di tutto...". Ecco, non è per voler fare il bastian contrario a tutti i costi, ma le cose sono andate un po' diversamente.
Il thriller intitolato "Le Furie Rosse contro tutti" ha conosciuto una fine assai precoce. Gli iberici si sono liquefatti nel giro di due match: hanno abdicato, più che essere spodestati. Sul piano generale, il primo turno ha regalato momenti senz'altro godibili, spettacolo di buon livello e, oggettivamente, tante reti. Ma qualcuno ha esagerato nel trarre dalla fase a gironi auspici entusiastici sulla qualità complessiva della rassegna.  Nei... primi metri di una maratona che vede ai nastri di partenza 32 compagini, molte delle quali impresentabili a certi livelli, con differenze di tasso tecnico spesso abissali fra le protagoniste designate e le comparse, è facile che le prodezze sgorghino cospicue, che da parte delle grandi ci sia più coraggio nell'impostazione tattica delle partite, e che certe difese non proprio irreprensibili sazino premurosamente gli appetiti di gol. 
CALCIO SPARAGNINO, CON L'ECCEZIONE TEDESCA - Poi, però, è nei turni a eliminazione diretta che si fa sul serio, è quello il momento in cui si misura lo spessore autentico delle espressioni di vertice di questo sport. Ebbene, dagli ottavi in poi sono stati  realizzati trentacinque gol, nove in meno rispetto alla medesima fase della non esaltante edizione sudafricana. E se è poi vero che i gol non sono tutto, è altresì innegabile che, parallelamente al calo delle segnature, gli scampoli di gioco pregevole si sono progressivamente diradati. Due delle squadre più briose e innovative della prima fase, Cile e Messico, sono ben presto uscite di scena, vittime della loro leggerezza offensiva; due potenziali Nazionali del futuro, Belgio e Colombia, le hanno seguite a stretto giro di posta, cadute sotto i colpi del pragmatismo, direi quasi del "minimalismo calcistico", di due scuole tradizionali, di un'Argentina e di un Brasile che un tempo estasiavano il mondo cesellando un football che era arte allo stato puro, mentre adesso ruminano calcio con pochissime concessioni alla platea.
Delle magnifiche quattro semifinaliste, solo la Germania ha percorso la strada di un gioco propositivo e di iniziativa, conciliando sprazzi di tiqui taca con l'essenzialità e la verticalità della manovra, esaltate dall'abilità di tutti i suoi elementi nel trattare la palla, abilità che nei sedici metri finali si è tradotta in devastante efficacia al momento di concludere. L'Olanda ha prodotto fiammate esaltanti soprattutto nel primo turno e in quell'ora di commovente assedio alla Costa Rica nei quarti, sviluppando tuttavia le sue trame offensive partendo da una disposizione assai abbottonata: difesa a tre, diga a centrocampo, fasce blindatissime (con l'ex stoccatore Kuyt trasformato in un drago nel lavoro di contenimento e ugualmente disponibile in appoggio, per quanto non sempre preciso) e fase creativa quasi esclusivamente affidata a Sneijder (peraltro anche lui a lungo chiamato ad arretrare e a "fare legna") e al superbo Robben.
STELLE NASCOSTE - Già, Robben: insieme a Thomas Muller, la sola grande figura di un Mundial in cui molte stelle d'attacco hanno steccato. In primis Cristiano Ronaldo, atteso come un potenziale mattatore, ma anche Balotelli, novello Godot del calcio italiano. Hazard è andato troppo a corrente alternata, pur facendo balenare le sue infinite potenzialità, Pirlo si è ben presto spento come l'impresentabile Azzurra di Prandelli, Messi ha dispensato gol nella prima fase, assist al bacio negli ottavi e nei quarti, per poi dileguarsi al momento di dare l'accelerazione finale verso la conquista più ambita (che non era certo il titolo di Top player del torneo...), mentre il suo connazionale Higuain, dopo la messe di gol raccolta a Napoli, in Brasile non è andato oltre l'acuto coi belgi, per poi mancare un'occasione clamorosa in apertura di finalissima. Muller e Robben, dunque, fuoriclasse risolutivi: un gradino più su il tedesco, per poliedricità e completezza: capace di far tutto dalla trequarti in su senza mai smarrire il senso del gol, laddove l'olandese non ha più trovato la via della rete dalla terza gara in poi.
IL MUNDIAL DEI GREGARI - E' stato più il Mondiale delle seconde linee, della "classe operaia", che quello dei primattori: dei "mediani", nel significato esteso che alla parola attribuì Ligabue nel suo celebre brano. Schweinsteiger e Mascherano, formidabili uomini - ovunque, garretti e lucidità al servizio del collettivo; l'impagabile e generoso equilibratore tattico Khedira, cancellato dal gala di chiusura al Maracanà per un infortunio poco prima del via, più o meno lo stesso rio destino del nostro Antognoni, assente all'epica serata del Bernabeu '82 per via di un incidente occorsogli in semifinale; metterei nel gruppo di questi eroi inattesi anche De Bruyne, che ha piedi più educati dei colleghi appena citati ma era forse meno reclamizzato di altri illustri Diavoli Rossi come Hazard o Fellaini, risultando invece il più continuo nel dare benzina all'azione offensiva dei suoi.
DUE PARTITE DA LEGGENDA - Sulla valutazione del livello qualitativo di un Mondiale pesa anche il numero di partite che la kermesse tramanda ai posteri, le gare destinate a rimanere nel libro d'oro del calcio per significato storico, tensione emotiva, fuochi d'artificio spettacolari. Ebbene, credo di poter dire che non molto resterà di Brasile 2014: tanti match apprezzabili, ma nessuno in grado di lasciare autenticamente il segno. Con due eccezioni: il tracollo spagnolo al cospetto dell'Olanda, che ha segnato l'inizio della fine dell'irripetibile ciclo iberico, e il 7 a 1 tedesco alla Seleçao in semifinale, per motivi che sono già stati ampiamente illustrati. Come "jolly", potrei aggiungere l'ottavo Brasile - Cile, con quella splendida recita dei rossi, fermati dalla traversa di Pinilla a un passo dall'impresa. L'atto conclusivo è stato dignitosissimo, senz'altro migliore di quello di quattro anni fa, ma non tale da far gridare al miracolo.
GIOVANI IN VETRINA - Gotze ha risolto la finale, Il capocannoniere James Rodriguez si è svelato al mondo con colpi da funambolo, i ragazzini terribili del Belgio promettono di crescere ancora. Da questo punto di vista, il bilancio del Mundial è in vistoso attivo: è ovviamente mancata all'appello l'Italia, con Prandelli che nel suo quadriennale percorso ha via via smarrito il coraggio iniziale nel promuovere la linea verde, riservando, in Brasile, una sorta di "fiducia condizionata" al suo unico fresco virgulto di autentica statura internazionale, il "parigino" Verratti, venendone ripagato con due prestazioni di temperamento e personalità. Ma tanto Buffon e Pirlo sono già pronti a tornare in cattedra, a settembre, mentre i promettenti babies della bella Under di Mangia (2011 - 2013) fanno ancora anticamera...
IL TRACOLLO DI BIZZOTTO - Postilla sul Mondiale della Rai, del quale ho già scritto (criticamente) in questo post di un paio di settimane fa. Domenica sera la degna (ehm) conclusione, e spiace che a inciampare sia stato l'ottimo Stefano Bizzotto, una delle poche eccellenze della spedizione brasiliana. Ma non accorgersi della presenza in campo di Kramer in luogo di Khedira, dopo che sullo schermo era già comparsa la formazione con la novità dell'ultimo momento, dopo che la regia aveva fornito le classiche inquadrature in primo piano degli atleti durante l'esecuzione degli inni, dopo che alcuni minuti di gioco erano già trascorsi, è stato un errore da matita blu. Col bravo telecronista sono naufragati la seconda voce Dossena (che pure, fra i suoi compiti, dovrebbe avere quello di seguire gli spostamenti dei calciatori e la loro disposizione sul terreno) e tutta la redazione di Rai Sport, che non è stata in grado di allertare sollecitamente Bizzotto. Un autogol clamoroso, più di quello di Marcelo che aveva aperto il torneo. 

lunedì 14 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: GERMANIA CAMPIONE, UN ATTO DI GIUSTIZIA


La Germania campione del mondo (primo titolo iridato dopo l'unificazione del Paese) è la migliore eredità che Brasile 2014 potesse lasciare ai posteri. Per crediti accumulati nel breve e nel lungo periodo, per ragioni tecniche e financo morali, nessuno più dei tedeschi avrebbe meritato di alzare la Coppa FIFA al cielo di Rio de Janeiro. Di più: scorgo in questa Nationalmannschaft le stimmate del dream team, con picchi di perfezione che forse neanche la leggendaria Roja spagnola 2008 - 2012 aveva mai raggiunto. Nella mia squadra del cuore vorrei ammirare proprio le qualità del gruppo di Low: sagacia tattica europea con una spruzzata di fantasia latina, refrattarietà ai condizionamenti ambientali, concretezza (nella semifinale contro i padroni di casa, Kroos e compagni sono andati vicini a una percentuale realizzativa del 100 per 100), continuità agli alti livelli non solo nell'arco di un singolo torneo, ma da Mondiale ad Europeo, da Europeo a Mondiale; e capacità di abbattere tabù quasi secolari, nella fattispecie l'impossibilità, per una squadra del Vecchio continente, di affermarsi in America (del nord e del sud). Cosa potrebbe desiderare di più, un appassionato di football? 
LA GIOVENTU' COME NORMALITA' - La squadra ideale, per quanto mi riguarda, è anche quella che non vede nella valorizzazione dei giovani un atto di coraggio (se non addirittura una fastidiosa incombenza), ma la considera come la fase più normale, più logica, nella messa a punto di un credibile progetto calcistico. Normale e logico, per il cittì tedesco, è stato buttare nella mischia un fresco ventiduenne (peraltro già più volte titolare nel passato recente) quando si approssimava il momento più caldo della sfida conclusiva; e questo ventiduenne, Mario Gotze, ha semplicemente risolto la gara, andando a siglare, con uno splendido sinistro, il gol della quarta stella mondiale. Mario Gotze e, attorno a lui, come è stato più volte ricordato in queste ore, tanti ex componenti di una Under 21 tedesca che, nel 2009, vinse fortunosamente una semifinale europea contro un'Italia brillante ma poco pragmatica. Quei... giovani panzer sono stati poi travasati, in buona parte, nella selezione maggiore di mister Low: ma, lo ripeto, non è stato coraggio, è il corso naturale delle cose. Accadeva anche da noi una volta: ricordate la splendida giovanile azzurra di metà anni Ottanta, guidata da Azeglio Vicini? Non appena quest'ultimo venne nominato responsabile tecnico dell'Italia "dei grandi", dopo il fallimento di Mexico '86, portò con sé, dapprima a piccole dosi poi sempre più massicciamente, i ragazzini che aveva cresciuto, costruendo una delle Nazionali più belle (e sfortunate) nella storia del nostro pallone. Oggi, invece, quando si è in difficoltà si buttano nella mischia l'innocuo Cassano (32 anni) e "lentopede" Thiago Motta (31 abbondanti)... 
HANNO VINTO I MIGLIORI - Degna trionfatrice, dunque, la Germania. In Brasile ha mostrato di gran lunga il calcio migliore, il tasso di classe più elevato, il maggior numero di uomini decisivi. Dell'Argentina si era già detto: squadra scolpita nel granito, superbo dispositivo di copertura a protezione dell'intermittente (fin troppo...) genio di Leo Messi. Uno di quegli undici abilissimi nel far giocare male anche gli avversari più qualitativi. Per lunghi tratti ci è riuscita anche ieri sera, l'Albiceleste. I tedeschi non erano quelli del 7 a 1 al Brasile, né, forse, era giusto pretendere che si ripetessero sugli standard di quella partita assolutamente unica, con caratteri di eccezionalità. Giocando oltretutto a ritmi più bassi del solito, sono andati a invischiarsi nella ragnatela predisposta da Sabella e mirabilmente eseguita dai suoi uomini in campo. Hanno cercato comunque di tenere pallino, i bianchi, ma dall'altra parte i sudamericani rispondevano colpo su colpo, con una spigliatezza offensiva che raramente avevano sciorinato nelle gare precedenti, nella circostanza alimentata soprattutto da un Lavezzi che sulla destra faceva il diavolo a quattro. 
DEGNA FINALE - Ne veniva fuori una finale degna, magari non bellissima sul piano estetico ma emozionante, equilibrata, combattuta, a tratti aspra, pilotata con discreta disinvoltura da Rizzoli e dai suoi collaboratori. L'Argentina, si diceva, era pericolosa come mai in questo Mundial, con la sicurezza alle spalle garantita da un Garay inappuntabile e dal solito Mascherano interdittore illuminato: ma quattro palle gol nitide non concretizzate nella sfida più importante sono una condanna inappellabile per chiunque. Higuain in avvio su svarione di Kroos, Messi due volte (nel primo tempo salvataggio sulla linea di Boateng, nella ripresa diagonale a lato di un soffio) e Palacio nei supplementari (fiacco pallonetto su Neuer in uscita): troppa grazia per una Germania che comunque non stava a guardare e premeva anzi con più continuità, anche se con minore incisività. Muller, nelle vesti di sontuoso assist man, nella prima frazione inventava uno splendido cross sul quale Klose non riusciva ad arrivare, e nella ripresa liberava a centro area Howedes, che cincischiava e perdeva l'attimo. Lo stesso Howedes, poco prima dell'intervallo, aveva centrato il palo di testa su corner; a completare il conto dei tentativi tedeschi, Kroos per due volte vanificava la tessitura dei compagni chiudendo dal limite con conclusioni fiacche e prevedibili. Poi, nei prolungamenti, subito una botta di Schurrle da distanza ravvicinata, respinta a mani aperte da Romero, e nel secondo extra time il sinistro chirurgico di Gotze, su assist dello stesso Schurrle. 
DUE VETERANI DA APPLAUSI - Detto dei giovani leoni, non si può negare che, fra i panzer, due veterani abbiano onorato come meglio non avrebbero potuto il match più importante della loro carriera: capitan Lahm si è sfiancato nel doppio lavoro di chiusura e di spinta, Schweinsteiger è stato letteralmente onnipresente: decisivo a protezione di Neuer, formidabile settepolmoni nel mezzo, propulsore per la fase offensiva. E poi Boateng, nelle ultime partite più decisivo del (giustamente) celebrato collega Hummels nel tappare le poche falle della retroguardia, un Kroos meno preciso del solito (e che rischiava di decidere la finale in negativo, con quel pallone regalato al Pipita) ma comunque sempre abile a trovarsi nel vivo della manovra. Ozil è parso, perlomeno nella prima mezz'ora, più vivace e ispirato che in tutto il resto del torneo, poi è calato alla distanza, mentre, come detto, Thomas Muller non ha avuto palle giocabili in area ma ne ha lavorate molte, e con profitto, per i compagni, confermandosi magnifico tuttofare dalla trequarti in su. Forse sarebbe stato meglio scegliere fra lui e Robben, per l'assegnazione del titolo di miglior giocatore del Mondiale: ha invece prevalso Messi e la decisione lascia francamente esterrefatti, come del resto, parere personale, fu quantomeno generoso il Pallone d'Oro assegnatogli da France Football nel 2010 (Iniesta poteva vantare titoli ben più corposi). 
I PROBLEMI DI MESSI E LA CONTRADDIZIONE ARGENTINA - La pulce del Barça ha confermato, in fondo, ciò che già si sapeva: spesso risolutore in prima persona o come ispiratore, si erge a mattatore solo se inserito in un contesto altamente competitivo. In questa Seléccion, ha dato l'impressione di predicare spesso nel deserto: troppi elementi preposti al filtro e alla distruzione del gioco altrui, e tutto il lavoro creativo sulle sue spalle, davvero troppo fragili. Se poi, nella finale tanto bramata, si sbagliano gol come Del Piero a Euro 2000, allora è chiaro che il titolo di erede di Maradona sia destinato a rimanere vacante, mentre fossi in Leo e in chi lavora con lui terrei seriamente sotto controllo il problema dei conati di vomito, ripresentatosi ieri sera e fin qui, mi pare, colpevolmente sottovalutato, visto che la spiacevole storia sta andando avanti da mesi.
Certo, ci sarebbero da scrivere pagine e pagine sulla curiosa contraddizione che alberga nell'animo del futbòl argentino: ha donato al mondo una serie di fuoriclasse epocali, gente che col pallone ha saputo ricamare autentici capolavori, ma dopo l'86 è riuscito a sfiorare l'alloro iridato solo con formazioni "da battaglia", prettamente operaie (1990 e ieri), trapanando invece l'acqua quando si è presentata ai nastri di partenza con rose zeppe di stelle (2002 e 2006, per dire). Rimane il verdetto del Maracanà, un vero atto di giustizia, che ha premiato chi ha battuto la strada del football propositivo e di iniziativa, a scapito di chi ha ruminato calcio per un mese, con pochi lampi e votandosi al più crudo utilitarismo. Basta questo, in fondo, per dare senso e credibilità tecnica a un torneo che, al tirar delle somme, non è stato quel "Mondiale dei Mondiali", sublimazione del football - arte, idealizzato da molti fino a pochi giorni fa. 

domenica 13 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: ODE ALLA "FINALINA". BRASILE ANCORA UMILIATO: E ADESSO?

                                 Il rigore con cui Van Persie ha sbloccato il risultato

La "finalina". Termine che in molti, quasi tutti, usano in tono spregiativo per bollare la finale per il terzo posto dei Mondiali. E' una sfida inutile, dicono, e in questo senso si era espresso anche il CT olandese Van Gaal, alla vigilia del confronto di ieri sera. Io invece la adoro, la "finalina". E' la partita più romantica della kermesse iridata: quella in cui la genuinità primordiale di questo sport, lo spirito più puramente decoubertiniano possono riemergere alla luce del sole. La adoro non solo per queste ragioni strettamente "sentimentali", è chiaro: sono sempre stato del parere che arrivare fra le prime quattro al mondo sia comunque un risultato straordinario (con qualche eccezione: ne parleremo più avanti), e che, una volta persa la semifinale, si debba comunque dare il massimo per riuscire a salire sul podio, perché un bronzo mondiale vale tantissimo, rimane nell'albo d'oro a certificare, in maniera tangibile, l'ottimo comportamento delle squadre che l'hanno ottenuto: fa "curriculum", insomma. Poi, che sia una finale fra deluse è evidente: ma la bellezza dello sport sta anche nel fatto che, dopo ogni sconfitta, offre sempre un'occasione di riscatto, e in questo caso l'occasione è immediata: i perdenti di pochi giorni prima possono subito dimostrare che tutto sommato non avrebbero sfigurato nell'atto conclusivo, mentre chi ha giocato meno nelle partite precedenti può finalmente gridare all'universo: "Ci sono anch'io, e forse meritavo una maggior considerazione da parte del mister"... 
BRASILE: FALLIMENTO TOTALE - Va da sé che, al di là dei proclami di sufficienza  e disinteresse lanciati alla vigilia, il campo ha poi quasi sempre regalato "finali di consolazione" godibili, combattute, emozionanti, di buonissimo livello spettacolare. Segno che, alla fine, le squadre ci tengono, a quella medaglia coniata con un metallo un po' meno "nobile". Dacché seguo la Coppa del Mondo, l'unica squadra che non ha pienamente onorato questa sfida credo sia stata la Bulgaria di USA '94, asfaltata in 45 minuti dalla Svezia con un 4 a 0 che poi rimase tale fino alla fine. Il match di poche ore fa fra Brasile e Olanda non è stato fra i migliori della serie di finaline Mundial, ma i motivi per ricordarlo a lungo non mancheranno comunque. La sfida di Brasilia ha certificato definitivamente la totale inadeguatezza della Seleçao. Inadeguata al podio, forse persino inadeguata a un posto in semifinale. A proposito delle eccezioni di cui si è detto in apertura: ecco, questo ingresso fra le prime quattro del "suo" Mundial non lascerà alcunché al calcio brasiliano. E' un piazzamento "fantasma", che più che impreziosire appesantisce la bacheca verdeoro. E' come la Mitropa Cup 1982 per il Milan: un traguardo da dimenticare, un vessillo da sventolare il meno possibile. 
DOMANDE PER SCOLARI - Presto a Scolari saranno poste domande non dissimili, fatte le dovute proporzioni, da quelle a cui il nostro ex (per fortuna) cittì Prandelli non si è ancora degnato di rispondere. Anche per Felipao, la gestione dell'operazione Mundial è stata una collana di strafalcioni: sbagliata l'impostazione tattica, sbagliata la scelta di molti uomini, sbagliata la gestione del gruppo. La totale provvisorietà del progetto di gioco era nell'aria già dal fortunato esordio contro la Croazia, ma si pensava che strada facendo, come in Confederations, la quadratura del cerchio potesse essere raggiunta. Come è andata lo sappiamo tutti. 
SQUILIBRI TATTICI E NESSUNA IDEA DI GIOCO - Digerire in pochi giorni la più grave disfatta della propria storia era impossibile. Sulla prostrazione psicologica dei sudamericani, gli Oranje sono andati a nozze senza nemmeno dannarsi l'anima più di tanto. Una squadra preda di gravissimi squilibri tattici, il Brasile, quasi anarchica. Smarrito Neymar, la sua unica certezza assoluta, il totem cui aggrapparsi per restare in lizza doveva essere la difesa, indubbiamente il reparto più qualitativo di un complesso tutt'altro che eccelso: ma la terza linea è stata rasa al suolo nella serata horror di Belo Horizonte, e a quel punto l'unico canovaccio strategico del team, coprire e poi impostare a partire dalla retroguardia, è venuto meno. 
Al di  là delle dimensioni del punteggio, lo 0 a 3 contro gli olandesi non è stato meno umiliante del cappotto tedesco: qualche sprazzo di gioco i padroni di casa l'hanno pur mostrato, ma è sempre stato frutto di iniziative individuali, grazie soprattutto a un Oscar molto dinamico e se non altro coraggioso nell'assumersi la quasi totale responsabilità dell'azione offensiva, e ad un Maicon intraprendente ma mai sostenuto dall'adeguata precisione. Il resto, a parte un bello spunto di Ramires (a un passo dal gol nella ripresa con un destro dal limite) è stato il solito pianto: centrocampo a disagio nella fase di filtro, che dovrebbe invece essere il vanto di oscuri pedatori come Paulinho e Luiz Gustavo, difesa imprecisa e farfallona, con un David Luiz che resta un ottimo elemento ma che nelle ultime due gare è andato completamente fuori fase. 
No, non c'è proprio nulla da salvare di questa Seleçao mal costruita e mai maturata. Ed è chiaro che, quando tutto va male, piove sul bagnato, nel senso che l'arbitro ci mette del suo: il rigore che ha presto sbloccato il risultato non c'era, perché Robben è stato atterrato fuori area da un Thiago Silva che, invece, avrebbe meritato l'espulsione (era ultimo uomo ed era chiara occasione da gol). Insomma, due errori gravissimi nella stessa azione: non male per l'algerino Haimoudi. 
WIJNALDUM "EROE PER CASO" - Tuttavia, l'impressione è che l'Olanda avrebbe sfondato ugualmente in breve tempo, nonostante un Van Persie sottotono, trasformazione del penalty a parte. Vlaar e De Vrij hanno confermato di essere fra le maggiori sensazioni di questo Mondiale, chiudendo a doppia mandata la retroguardia di fronte ai comunque timidi attacchi avversari, mentre nel mezzo si è visto finalmente un Wijnaldum protagonista non più sotto traccia: è stato il perno della manovra arancione, si è mostrato propositivo e ha tessuto buone trame di gioco, andando infine a siglare il meritato successo personale in chiusura. E poi Robben: anche a corrente alternata, ha saputo regalare saggi del suo infinito talento: si è procurato un rigore larghissimo, ne ha reclamato un altro (non senza ragione) nel secondo tempo. E' sicuramente una delle figure di spicco di questo torneo, uno dei pochi fuoriclasse autentici e decisivi al momento in circolazione.
Rimane il fatto che il Brasile, come si dice in gergo, nelle ultime due gare è stato letteralmente "scherzato" dagli avversari, dando la sensazione di un'assoluta, totale impotenza: un'umiliazione senza precedenti. Fra le grandi storiche, solo la Spagna del 1982, in passato, aveva gestito peggio, sul piano calcistico, l'occasione di un Mundial fra le mura amiche. Scolari non potrà rimanere su quella panchina, ed è lampante che molti giocatori non siano all'altezza della camiseta auriverde: forse sarà il caso di attingere con maggiore coraggio alla selezione campione del mondo Under 20 nel 2011, e riscoprire le radici: va bene la maggior cura della fase difensiva, va bene l'arguzia tattica "europea", ma una Seleçao così priva di fosforo nel mezzo, di lampi di classe sulla trequarti (Neymar escluso), di forza penetrativa è un insulto alla tradizione. 
RIZZOLI E GLI ARBITRI ITALIANI - Una postilla sul confronto di questa sera: l'ondata di nazionalismo posticcio che ha accompagnato la designazione di Rizzoli è di una tristezza infinita. Triste è "tifare" per un arbitro (nel calcio, come in qualsiasi altro sport, si tifa per una squadra o per un atleta, mentre ci si augura, questo sì, che il direttore di gara svolga nel miglior modo possibile il suo complesso e delicato compito), triste è farne la bandiera dell'avvio di un presunto riscatto del calcio italiano, riscatto che non esiste e che manco si profila all'orizzonte, triste è leggere nel suo successo personale la certificazione della qualità dell'intera classe arbitrale tricolore.
Il fischietto di Mirandola ha ottenuto un riconoscimento al suo buon Mondiale: meritato, alla luce di quanto ho potuto vedere. Stop, chiusa lì. Dopodiché, le nostre "giacchette nere" (anzi, diciamo meglio "gialle") rimangono di una modestia a tratti irritante, e lo dimostrano settimanalmente nel campionato italiano. E' invece già partito, con scarsa fantasia, il coro "gli arbitri italiani sono i migliori al mondo", stucchevole favoletta che ha la stessa credibilità del tormentone "torti e favori arbitrali a fine campionato si compensano". E già... Le direzioni di gara non rappresentano la più grave tara del nostro football, ma sono comunque un problema, nel momento in cui impreparazione, mancanza di personalità, difficoltà nell'interpretare univocamente il regolamento portano a condizionare pesantemente gli esiti di molte partite. Ecco, vorrei che nella vuota euforia pro Rizzoli di questi giorni tutto ciò non venisse dimenticato. In ogni caso, a far da promemoria giungerà presto la nostra Serie A, garantito. 

mercoledì 9 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: BRASILE ALL'INFERNO, AZZERATO DA UNA GERMANIA AI LIMITI DELLA PERFEZIONE

                                             Così Muller ha aperto le marcature

C'è una sensazione che tutti gli appassionati di calcio dovrebbero sperimentare almeno una volta nella vita. E' una sensazione inebriante, che ti avvolge quando ti rendi conto di avere appena assistito a un match che entrerà nella leggenda di questo sport, e vi rimarrà per sempre. Un misto di entusiasmo, appagamento, quasi genuina commozione, il classico orgoglio di poter dire "io c'ero", pur se soltanto davanti alla tv, di esser stato testimone di un evento di cui fra decenni si parlerà ancora, e il cui ricordo verrà tramandato di generazione in generazione. Personalmente, tutto questo mi è accaduto poche ore fa: la prima semifinale del Mundial 2014, Germania - Brasile 7 a 1, è già una pietra miliare nel libro d'oro del football planetario. 
IL DRAMMA? SOLO SUL CAMPO - Nei prossimi giorni, sui giornali, in tv, sul web, tutti racconteranno il nuovo dramma brasiliano. Dramma tecnico, dramma di campo e basta, credo e spero: per gli aficionados verdeoro la vita continuerà, altri più seri problemi incombono, i tempi delle autentiche tragedie che fecero da macabra cornice al "maracanazo 1950" (malori, infarti, suicidi) sono lontani,  e lo si è intuito già stasera, allo stadio di Belo Horizonte, "in corso d'opera": la reazione della torcida è stata, appunto, da tifosi: dopo le lacrime, solo fischi assordanti ai beniamini di cartapesta locali, e "olè" irridenti a sottolineare la breve melina tedesca a secondo tempo inoltrato.
Sette a uno: mai visto un divario così abissale, in una semifinale iridata. Punteggi simili hanno le stimmate dell'eccezionalità, prescindono dalle differenze di valori in campo, dalla modestia di una delle contendenti, dalle giornate storte e da quelle di grazia: sono eventi di un'enormità tale da non poter essere spiegati totalmente con dotte disquisizioni specialistiche. La notizia di questo epocale 8 luglio 2014, è chiaro, non può che essere il disfacimento della Seleçao "che doveva vincere la Coppa", perché la più grande potenza del futébol non poteva permettersi di perdere due Mondiali su due in casa. E' successo, invece, e paradossalmente l'unicità calcistica di questo contraddittorio Paese sarà d'ora in avanti rappresentata anche da questo assurdo record: i veri maestri del pallone (altro che inglesi) protagonisti della più clamorosa débacle casalinga nella storia della manifestazione, roba che neanche anfitrioni di secondo o terzo livello come States, Sudafrica, Giappone o Sudcorea. Ma il Brasile, pur fra mille demeriti, è crollato sotto i colpi di una corazzata, forse in questo momento l'unica attendibile erede della invincibile Roja spagnola andata in pensione poche settimane fa.
TEDESCHI STELLARI - Proprio così: nella prima mezz'ora tedesca al Mineirao ho intravisto tratti di perfezione assoluta, vette di calcio magistrale che ben poche squadre, nella storia, hanno saputo giocare. E non mi riferisco solo alla classe o alla sapienza tattica: perché sei pur sempre nella tana del grande Brasile (grande più per palmarés che per l'attualità, ma poco importa), sei immerso in un clima di delirio popolare a tratti sconfinante nel fanatismo: molte compagini anche reputate, molti campioni con carisma e pelo sullo stomaco, in situazioni similari finiscono per farsi condizionare e non riescono a rendere come potrebbero. La Germania no: ha giostrato con tranquillità, nervi distesi, fiducia cieca nei propri mezzi, e ha sollecitamente scritto una delle pagine più belle dell'interminabile romanzo dei Mondiali. Mezz'ora di struggente bellezza, dicevo, da far venire i lucciconi e da proiettare non solo nelle scuole calcio, ma anche durante le sedute di allenamento dei professionisti: manovra essenziale, rapida, verticale; precisione assoluta nel tocco di palla, nel controllo, nei passaggi (molti calciatori italiani, coi loro strafalcioni da "piedi quadri", dovrebbero solo arrossire e tornare a esercitarsi sui fondamentali), e una concretezza strabiliante, che ha portato a una percentuale realizzativa vicina al cento per cento delle occasioni create. 
SPIETATI COME RICHIEDE LO SPORT - E' cosi che si fa: se hai la bravura di passare quasi subito in vantaggio e ti accorgi di avere davanti un gigante ferito e in difficoltà, ebbene, nel calcio bisogna affondare i colpi senza pietà, colpire e colpire, fino a mettere ko chi ti sta davanti, e fare in modo che non si alzi più. La Nationalmannschaft lo ha fatto, metodicamente, senza mai abbassare la guardia, senza farsi prendere dalla tremarella ogni volta che arrivava in area di rigore brasiliana. Ed è persino un peccato che, nel clima surreale venutosi ben presto a creare nello stadio, sia quasi passata in secondo piano l'impresa nell'impresa, l'impagabile Klose che, di prepotenza, è andato a segnare il raddoppio riprendendo una corta respinta di Julio Cesar su suo precedente tiro, issandosi infine in testa alla classifica dei bomber iridati di tutti i tempi, 16 gol contro i 15 di Ronaldo, l'altra sconfitta brasiliana della serata. 
Si può poi discutere su quanto avvenuto nella ripresa, con i ragazzi di Low che, pur tenendo ritmi più bassi, sono ancora andati a nozze nel nulla difensivo dei locali, piazzando altre due stilettate con Schurrle: c'è chi pensa che ad un certo punto sia meglio tirare i remi in barca, chi invece ritiene che non ci si debba fermare. Io sono più per la seconda teoria: frenare non è una forma di rispetto per gli avversari, quanto un gridargli in faccia, a chiare lettere, "sei inferiore, pateticamente inferiore: se solo volessi potrei continuare, ma preferisco non infierire". Queste manfrine, questa magnanimità un po' ipocrita verso gli sconfitti, è una malattia molto italiana, una delle tante storture del nostro calcio. Evidentemente i panzer sono di diverso avviso.


BLUFF SMASCHERATO - E dunque, la Germania ha fatto il suo dovere. Stilare pagelle è quasi superfluo: tutti si sono espressi su livelli di eccellenza, da Neuer che ha continuato a chiudere la saracinesca anche sullo 0-5, nei minuti dell'unica breve fiammata brasiliana in avvio di ripresa, a un Boateng monumentale in retroguardia, da Khedira instancabile e onnipresente nel mezzo agli esemplari Muller e Kroos, formidabili sia come finalizzatori che come "creativi". La Germania, si diceva, ha fatto il suo, smascherando il bluff della Seleçao. Un colosso d'argilla, tenuto in piedi fin qui dal fattore campo (che non significa solo favori arbitrali, ma affetto del pubblico, e quel surplus di motivazione che arde dentro l'animo di chi gioca una Coppa del mondo in casa), dalle prodezze estemporanee dei suoi difensori dai piedi buoni e da un Neymar che stava marciando a ritmi sostenuti verso la consacrazione a fuoriclasse assoluto, prima dell'uscita di scena. Il genietto del Barcellona era semplicemente vitale per questa squadra povera di talento e di risorse tattiche: prima ancora che il campo lo dimostrasse in maniera inequivocabile, lo avevano lasciato intendere i suoi compagni, teneramente aggrappati alla maglietta del loro illustre collega infortunato durante l'esecuzione dell'inno: una plateale dimostrazione di affetto che era anche, però, un'ammissione di debolezza. 
NIENTE FOSFORO, NIENTE GENIO - La partita ha detto il resto: quando i nodi devono venire al pettine, dopo che la polvere è stata troppo a lungo nascosta sotto il tappeto, il crollo è spesso clamoroso. E' accaduto alla Spagna sazia di trionfi, è accaduto all'Italia mal guidata, mal gestita e mal costruita; è accaduto al Brasile forse più dimesso di ogni tempo, un Brasile, lo abbiamo detto più volte, edificato su una terza linea che era chiamata a un compito ingrato e sfiancante, dovendo chiudere e impostare scavalcando un centrocampo a corto di idee e votato a un cieco sferragliare,  col gregario Fernandinho eletto a elemento cardine, e cercando vanamente di attivare un reparto offensivo che dalla trequarti in su, tolto Neymar, ha mostrato da subito classe approssimativa e forza penetrativa pressoché nulla, con Oscar costantemente sotto tono e Hulk prima ai margini della manovra, poi confusionario e sprecone una volta riportato più vicino alla porta. 
SCOLARI MONOCORDE - Gettare la croce addosso all'impresentabile Fred è ingiusto: ha fallito lui, ha fallito chi doveva attivarlo nei sedici metri finali, ha fallito un progetto di gioco acefalo, privo di fosforo e inventiva nel mezzo, "vizio di fabbricazione" inaccettabile per la tradizione brasileira; hanno fallito Scolari, Parreira e tutto lo staff tecnico, mostrandosi drammaticamente a corto di alternative strategiche (non c'era proprio altro modo per ovviare all'assenza del campionissimo? Era improponibile un rimpasto fra centrocampo e attacco, magari dando fiducia a un Hernanes che è uno dei pochi, nella Seleçao, a saper fare discretamente filtro e a portare buone giocate in fase di costruzione e rifinitura?). Questo mediocre Brazil poteva arrivare in fondo solo con i ritmi, il pragmatismo, l'aggressività mostrate in chiusura di Confederations l'anno scorso. Venuti a mancare questi presupposti fin dall'inizio della competizione, sparito successivamente dai radar Neymar, la conclusione era quasi inevitabile. Che poi, oltre al disastro tecnico, tattico e agonistico, vi sia stato pure quello psicologico, aggiunge poco al quadro generale, se non la constatazione che sotto nessun aspetto questi auriverdes erano degni di figurare in una finale mondiale. Rimane l'epicità di una sfida di cui si parlerà per lustri, per decenni. E non ci sarà neppure bisogno di arricchirne il ricordo con particolari romanzeschi: la realtà è stata più che sufficiente, Germania - Brasile brillerà per sempre di luce propria... 

lunedì 1 luglio 2013

CONFEDERATIONS CUP: IL BRASILE E' GIA' UNA SQUADRA DA MONDIALE

                                   Neymar, protagonista assoluto della Confederations

Il Brasile si è tenuto l'abito buono per la recita più importante. Come la Spagna di Euro 2012, che arrivò all'atto conclusivo della kermesse quasi camminando, per poi deflagrare proprio a Kiev contro gli stremati azzurri, la Seleçao ha trovato la quadratura del cerchio solo sulla dirittura d'arrivo di questa tormentata (per motivi extrasportivi) Confederations Cup 2013. Quella che ha schiantato le Furie Rosse, completando il... lavoro ai fianchi operato dall'Italia di Prandelli, è una squadra diventata finalmente adulta, e che ha ora in sé le stimmate della grande favorita della Coppa del Mondo prossima ventura. 
UNA SQUADRA DA... MONDIALE - Ho scritto più volte, nei giorni scorsi, di Brasile buono ma non trascendentale, soprattutto in riferimento alla qualità del football proposto. Un undici che stava costruendo le sue fortune su una difesa scolpita nel granito eppure manovriera assai, tanto da prevalere, in fase di costruzione del gioco, su di un centrocampo assai povero di genio e di inventiva; quanto all'attacco, bastava che Neymar accendesse la luce del suo fiammeggiante talento per far saltare il banco, con accecanti prodezze individuali o con movenze, intuizioni, giocate in appoggio ai compagni di reparto. Così è stato, fino alla semifinale, ma al Maracanà, al cospetto degli iberici pluridecorati, si è visto un Brasile diverso: una "squadra" con tutti i crismi, per l'appunto. Un Brasile dinamico, dal palleggio agile ed essenziale, capace di travolgere, con avanzate in rapidità, prima il centrocampo del tiki taka e poi una terza linea solitamente impermeabile nelle competizioni ufficiali (due gol subiti al Mondiale 2010, uno all'Europeo dell'anno scorso, uno in Confederations prima di questa notte). Una compagine corta, compatta, che si difendeva in blocco ma poi sapeva scatenarsi in avanti con controffensive imbastite a velocità vertiginosa, senza che ciò andasse a scapito della precisione. Scolari ha costruito, in pochi mesi, una formazione che non sarà la quintessenza della spettacolarità, ma che nelle serate di vena, come quella che ha chiuso questo torneo, sa comunque esprimere un calcio gradevole, abbinandolo a una spietata efficacia. 
SENZA STORIA - Non è, lo giuro, per togliersi qualche sassolino dalla scarpa rispetto a dodici mesi fa, ma l'equilibrio delle forze in campo a Rio non è stato tanto diverso rispetto alla famigerata finale europea fra Spagna - Italia, eterno e ingiusto metro di misurazione dei limiti dell'Azzurra di Prandelli. Fred e compagni, ieri sera, potevano vincere con uno scarto anche maggiore, e dopo nemmeno un quarto di gara sarebbero potuti essere sul 3 a 0, se Oscar non avesse sfiorato il palo di destro e se Fred non avesse sciaguratamente calciato addosso a Casillas in uscita disperata. Poi, è vero, prima del raddoppio di Neymar David Luiz, straordinario giocatore universale, difensore di rara efficacia e abile costruttore di gioco, ha letteralmente tolto dalla porta il pallone del pari calciato da Pedro, ma rientra nella logica che una grande squadra, anche nella sua versione più dimessa, ogni tanto si accenda e rischi di fare l'immeritato colpaccio con l'unico guizzo degno di nota in novanta minuti. 
DECLINO IBERICO? FORSE SI', MA... - Non è accaduto, ed è stato giusto così, anche se ora non è il caso di farsi soverchie illusioni sulla fine del ciclo spagnolo. E tuttavia, attenzione... La Confederations non è né il Mondiale né l'Europeo, d'accordo, ma non se ne possono nemmeno minimizzare gli esiti: questa Seleccion, tre giorni prima, aveva rischiato seriamente la ghirba anche contro un'Italia in emergenza fisica e di uomini, e priva del suo più micidiale terminale offensivo. E' pur vero che dietro i colossi di ieri e di oggi premono gli Isco e gli Alcantara, ma occhio: non è scontato che le stelle del calcio giovanile possano essere trapiantate con efficacia immediata nel tessuto di una Nazionale adulta reduce, oltretutto, da un ciclo leggendario, quindi con equilibri e dinamiche interne consolidate e delicatissime; e, anche se fosse, attorno ai ragazzi che fioriscono ci sarebbero gli "anziani", o i meno giovani, che cominciano a declinare. Voglio dire che questa Spagna è ormai bloccata da anni sul medesimo gruppo storico, con poche new entry periodiche: il giorno che il calo diventasse acclarato, confermando i verdetti di queste ultime gare, occorrerebbe rifondare la squadra, non basterebbe modificarla con pochi innesti, sia pure di qualità sopraffina. E le rifondazioni si compiono con grande dispendio di tempo, e passando anche attraverso delusioni ed amarezze. 

sabato 1 dicembre 2012

SCOLARI CT DEL BRASILE E LE FERITE MAI RIMARGINATE DI ZICO: AH, QUEL MUNDIAL '82...

                                           Scolari: di nuovo alla guida del Brasile

Il giorno dopo la sparata di Zico sulla celeberrima Italia - Brasile del Mundial '82 ("Quella nostra sconfitta non fu positiva per il calcio, da allora cominciammo a mettere le basi per un football nel quale bisogna conseguire il risultato ad ogni costo, fondato sulla distruzione del gioco avversario e sul fallo sistematico"), è stata ufficializzata la nomina di Felipe Scolari a Commissario Tecnico della Seleçao. Racchiusi nel breve volgere di poche ore, due eventi che sono la sintesi delle meravigliose contraddizioni dell'inquieto futébol verdeoro. 
E già: il Galinho non aveva ancora finito di urlare ai media mondiali l'ennesimo atto di dolore per quella ormai lontana batosta, una ferita destinata a rimanere eternamente aperta per tutta la torcida brasileira e per chi, come lui, il tonfo lo visse sul campo da protagonista, che la Federcalcio del suo Paese, sia pure indirettamente, lo sconfessava "moralmente", affidando la guida della Nazionale più vincente di sempre a un uomo, l'esperto Felipao appunto, che in buona sostanza rappresenta l'antitesi alla filosofia calcistica del grande Arthur Antunes de Coimbra. Una filosofia che, probabilmente, è  ancora quella più diffusa in larghissima parte degli appassionati di pallone cariocas e paulistas: romantica, certo, ispirata al "bello" che il calcio può produrre nelle sue più alte espressioni tecniche: attacco a tutto spiano, giocate di alta scuola, cercare sempre di segnare un gol in più degli altri. Tutto meravigliosamente affascinante, ma è una visione del football che la storia stessa di questo sport si è incaricata di bollare come parziale, incompleta e quasi sempre infruttuosa. Diremmo anzi la storia stessa del calcio brasiliano, e in parte proprio tramite le gesta di Scolari.
SCOLARI E IL BRASILE 2002 - Luiz Felipe aveva già guidato la Seleçao ai Mondiali 2002, e come finì quella volta lo ricordano tutti gli appassionati: con la Coppa alzata al cielo di Yokohama. Il trainer di origini italiane (ahi, altra pugnalata per Zico...) allestì una formazione equilibrata, compatta, che badava al sodo ma non per questo anti - spettacolare. Bloccata su una difesa rocciosa (il sorprendente portiere Marcos, il trio centrale Lucio - Roque Junior - Edmilson) e su una solida diga di centrocampo (Kleberson - Gilberto Silva, abili a interdire ma anche in appoggio), si avvantaggiava della formidabile spinta dei due terzini d'attacco Cafu - Roberto Carlos, che davano il meglio in proiezione ma che sapevano anche coprire con sufficiente proprietà, mentre dalla trequarti in su producevano magie tre fulgidi esempi della miglior scuola sudamericana: Rivaldo, all'apice del rendimento, Ronaldinho, che di lì a poco avrebbe vissuto una breve ma intensissima stagione da numero uno mondiale, grazie alle gesta nel Barcellona, e un Ronaldo che, dopo i tanti infortuni, non aveva più le movenze e le intuizioni da Fenomeno del primo anno interista, ma aveva conservato e accentuato il suo fiuto da mortifero goleador. Oltre a conquistare il titolo, quella squadra chiuse il torneo vincendo tutti gli incontri senza mai dover ricorrere ai supplementari, con il miglior attacco (18 gol, mica pochi), la seconda miglior difesa (4 reti subite)  e il capocannoniere della manifestazione (Ronie, 8 gol).
Ecco, era, quel Brasile 2002 costruito da Scolari, una compagine "europea" nella concezione più classica e positiva dell'espressione, ossia costruita per vincere senza eccedere in fronzoli e orpelli inutili. Ma era, anche, una formazione che non rinunciava al gusto del bel calcio, che sapeva offrire scampoli di gioco di buonissima fattura. Un esempio di intelligenza e realismo magari indigesto a Zico e ai puristi del futebol brasileiro, ma di sicuro il miglior modo di concepire il calcio. Perché nel calcio bisogna sì far sognare, stuzzicare l'immaginazione del tifoso, ma occorre anche portare a casa la pagnotta.

                                            Zico ai tempi d'oro del Mundial '82

SCELTA LOGICA - Tutto questo forse spiega la scelta della Federazione verdeoro: il Brasile ha già perso un Mondiale in casa, nel lontano 1950, e non può permettersi di fallire anche il secondo, fra un anno e mezzo. Ecco perché si è optato per l'uomo che, più di altri, ha saputo realizzare la sintesi perfetta fra le due concezioni del calcio: spettacolo e concretezza. Le vie di mezzo, nella vita, rappresentano spesso le soluzioni migliori, e quella di Scolari di dieci anni fa costituì la via di mezzo ideale fra la Nazionale bella e perdente del 1982 e quella trionfatrice ma sostanzialmente brutta del 1994, targata Caros Alberto Parreira. Una via di mezzo vincente, magari non in grado di rubare gli occhi con prodezze fiammeggianti, ma di certo non sgradevole. Che poi Scolari riesca a ripetere tutto ciò nel Mondiale casalingo è ovviamente da dimostrare, ci mancherebbe, ma intanto la sua nomina ci appare, realisticamente, come la più ovvia in vista di un appuntamento da affrontare col massimo pragmatismo, senza inseguire ideali di gioco che hanno avuto rarissimi riscontri nella storia.
ZICO HA TORTO - Ecco perché il grande Zico ha sostanzialmente torto. Forse quella sfida del Sarrià fu unica anche nel senso che, rigiocandola altre dieci volte, il Brasile avrebbe sempre battuto l'Italia, ma non c'è la controprova, è come parlare del sesso degli angeli. Se avesse vinto la selezione di Tele Santana tutto sarebbe stato diverso, e il calcio avrebbe vissuto momenti più allegri, dice il Galinho... Può essere, ma non ci scommetteremmo. Senza scomodare l'esempio delle squadre di Zeman, il calcio non è solo spensierato offensivismo, il calcio, per essere vincente, o quantomeno per ambire ad essere tale, deve inseguire l'equilibrio, la completezza, mirare all'ottimizzazione del rendimento di tutti i reparti. Molto modestamente, e lo diciamo in tono sommesso, fu ciò che riuscì a fare Bearzot con la sua Italia '82.
MA QUALE DIFENSIVISMO ITALIANO... - Zico è prigioniero di un luogo comune che proprio quella Nazionale azzurra, anche (e forse di più) nella sua versione precedente datata Argentina '78, smentì categoricamente: il calcio italiano come espressione solamente speculativa e difensivista. Forse lo fu in certi periodi del passato, ma dai tempi della Coppa del mondo in Spagna il nostro football non è quasi mai più stato così: e quell'estate di trent'anni fa l'Italia non fece barricate e catenaccio, anzi. Zico dovrebbe ricordarselo bene, perché fu battuto da una squadra che accettò il confronto a viso aperto con la sua grande e incompiuta Seleçao, che non si rintanò ma fece gioco senza timori reverenziali, creò occasioni e le concretizzò. Proprio come il Brasile, certo, ma in più ci mise praticità e un atteggiamento più saggio, un'attenzione difensiva maniacale che però non andò a discapito della qualità propositiva della manovra.
Che, a distanza di tanto tempo, Zico e molti brasiliani non abbiano ancora capito il senso e lo spirito di quella sconfitta, meritata e non casuale, potrebbe suonare come un grave campanello d'allarme per il calcio brasiliano tutto. Per fortuna di quel popolo così innamorato del pallone, Scolari e altri prima di lui la lezione l'hanno invece capita e mandata a memoria. Perché dopo il 1982, il calcio è sopravvissuto, e la Seleçao si è sbloccata dopo un lungo digiuno, e ha preso a vincere Mondiali, Coppe America e Confederations Cup, senza che i grandi fuoriclasse auriverdes smettessero di far sognare la torcida e gli appassionati di tutto il mondo; perché dopo Zico, Eder e Socrates sono arrivati i Bebeto e i Romario, i Ronaldo e i Ronaldinho. Belli anche loro come gli illustri predecessori, ma pure vincenti. 

giovedì 8 novembre 2012

RETROSPETTIVA AZZURRA: I PRIMI PASSI VERSO BRASILE 2014

                                           El Shaarawy: il futuro azzurro è suo

La mia prolungata assenza dal blog, di cui ho fornito spiegazioni qualche post più sotto, mi ha impedito di commentare le prime quattro uscite della Nazionale azzurra nelle qualificazioni al Mondiale brasiliano. Poiché la rappresentativa maggiore del nostro calcio è, da sempre, una delle tematiche principali di "Note d'azzurro", torno ora sull'argomento, con qualche riflessione a freddo e... scusandomi per il ritardo. 
FALSA PARTENZA, POI RISCATTO - Alle corte: per due partite e mezza, abbiamo visto una Nazionale francamente impresentabile, talmente brutta da insinuare il sospetto che il secondo posto all'Europeo fosse stato un illusorio fuoco di paglia. Chi aveva seguito il gruppo di Prandelli nel biennio precedente sapeva che non poteva essere così, sapeva che quell'insperata medaglia d'argento era stata il giusto premio per una compagine cresciuta e maturata cercando sempre di fare gioco, di aggredire con intelligenza, di prendere l'iniziativa. Una squadra con un progetto tattico ben definito, con una personalità via via emersa sempre più nitidamente, con una dotazione di classe pura non disprezzabile, che non poteva essersi dissolta nel giro di pochi mesi. E in effetti, a partire dal secondo tempo della gara con l'Armenia, De Rossi e compagni si sono riavvicinati ai loro abituali standard di rendimento. Pur senza miracol mostrare, si è rivista un'Italia più equilibrata, razionale, produttiva, in grado di far valere la legge del più forte.
L'ultima "azzurra", quella trionfatrice sulla Danimarca in un Meazza desolatamente mezzo vuoto (che bello quando anche le amichevoli facevano registrare il tutto esaurito o quasi: poi dicono che il calcio non sia peggiorato...) è stata la migliore, più per solidità del complesso e carattere che per qualità di manovra, in particolare con un Balotelli mai così bene inserito nel collettivo, disposto al sacrificio a tutto campo ben al di là delle proprie mansioni specifiche. Del resto, le grandi squadre, e questa di Prandelli ne ha le stimmate, devono avere nel Dna anche la capacità di imporsi giocando male, o comunque senza sciorinare football di finissima caratura, e allora... 
TOCCATO IL FONDO CON MALTA - Insomma, certi picchi spettacolari raggiunti a Euro 2012 permangono lontani, ma di certo con armeni e danesi un bel passo avanti è stato compiuto, rispetto alla pena provata osservando le prestazioni contro Bulgaria e Malta: fu, quella, un'Italia "ancien régime", l'Italia vista tante, troppe volte in passato, la squadra timorosa e sparagnina che, una volta andata in vantaggio, viene improvvisamente colta da "paura di vincere" e, invece di affondare i colpi, lascia progressivamente campo all'avversario, cercando di gestire il risultato senza averne (ancora) la capacità. Una défaillance pagata a caro prezzo coi bulgari (due preziosissimi punti persi sulla strada per il Brasile), mentre contro i maltesi la vittoria è stata salvata per oggettiva modestia dell'avversario, domato però definitivamente solo nel finale e dopo avergli concesso inusitate opportunità di andare alla conclusione. Insomma, qualcosa di peggiore della consueta idiosincrasia della nostra Selezione alle partite facili. 
EL SHAARAWY SU, GIOVINCO GIU' - Fra Nazionale e stagione di club, sono nel frattempo giunte a Prandelli indicazioni di una certa attendibilità, riguardanti l'effettivo spessore internazionale di taluni elementi da tempo sotto la lente di ingrandimento. Due nomi su tutti, uno in positivo e l'altro in negativo. Sugli altari El Shaarawy, senza alcun dubbio protagonista assoluto di questo primo scorcio di annata. Era dai tempi dell'esordio di Balotelli con l'Inter che non si assisteva a un impatto così devastante di un giovane italiano col calcio di altissimo livello. Stephan, coi suoi gol e con la sua classe, sta tenendo in piedi praticamente da solo un Milan molto male in arnese; e in azzurro, a Erevan, poco c'è mancato che trovasse la sua prima segnatura in Nazionale. Chiaro che il ragazzo non potrà restare a lungo fuori dalla formazione titolare: la concorrenza in prima linea è quantomai agguerrita, ma l'ex Genoa ha caratteristiche uniche (opportunismo, rapidità di movimenti e di esecuzione, fantasia, eclettismo) che potrebbero presto renderlo indispensabile.
Pollice verso invece per Giovinco. Sia con l'Italia, sia in maglia Juve, la "formica atomica" in questi primi mesi  di attività ha purtroppo confermato i dubbi emersi negli anni scorsi: è giocatore che immancabilmente si smarrisce nelle grandi sfide al di fuori dei confini nazionali, palesando scarsa personalità e incisività pressoché nulla; rimane invece un'arma spesso micidiale negli impegni... sul suolo patrio, ma al cittì serve ben altro...

                                              Balotelli: più maturo e altruista

CENTROCAMPO: FLORENZI PER IL FUTURO? - Il centrocampo è ormai cristallizzato sul poderoso asse De Rossi - Pirlo - Marchisio - Montolivo, con quest'ultimo in crescendo vistoso, più continuo nella sua azione di tessitura e sempre più deciso e convinto in zona tiro. Verratti, in leggero calo in Francia dopo un avvio al fulmicotone, rimane comunque una sicurezza per il futuro, mentre la nostra Serie A sta portando prepotentemente alla ribalta Florenzi, già diventato un perno della zona nevralgica romanista:  qualità, quantità, intelligenza tattica, corsa e gol.
DESTRO E INSIGNE IN STAND BY - Contro Malta, Destro ha trovato il suo (bel) primo gol in Nazionale, poi ha patito oltremisura la concorrenza in giallorosso di Osvaldo (efficacissimo anche con la maglia tricolore) e di Lamela, in gran forma, ma le qualità, sia pur da smussare, sono emerse e di certo il ragazzo è destinato a restare nel giro. Dovrà fare ancora un po' di anticamera Insigne, che nel Napoli, quando viene chiamato in causa, non si comporta affatto male (molti alti e qualche comprensibile basso), ma che viene giudicato dalla critica con eccessiva severità, quasi dovesse essere questo talentuoso ma imberbe ragazzino la panacea di tutti i mali partenopei... Il futuro farà giustizia dell'impazienza e dell'incontentabilità di certe "prime firme".
RIFIORISCONO CRISCITO E RANOCCHIA, CHIELLINI INVOLUTO - In difesa si sono rivisti Criscito e Ranocchia. Mimmo, in Armenia, ha fornito una delle sue prove più convincenti in azzurro, per efficacia nelle due fasi: la sua assurda esclusione dalla spedizione europea, mai giustificata in maniera esauriente dallo staff azzurro, grida e continuerà a gridare vendetta per anni, ma l'ex laterale del Genoa, pur privato di una così grande occasione professionale, non può non essere contento di essersi riappropriato di un posto che, per talento e rendimento, gli spetta di diritto da anni. Tramontata invece, come sospettavamo, la cometa Peluso, buon giocatore ma non più di primo pelo e non dello spessore tecnico necessario per reggere le luci della ribalta mondiale (gli resta comunque come ricordo azzurro il fortunoso gol ai maltesi).
Ranocchia, come auspicavamo, è riapparso in questa stagione letteralmente rigenerato, mentre nella prima metà del 2012 per molti era scaduto a livello di brocco, o poco più: la dimostrazione di come l'andazzo negativo di una squadra possa condizionare pesantemente anche il rendimento dei migliori, ma anche l'ennesima conferma della totale incapacità dell'italico calcio, in tutte le sue componenti,  di valorizzare e aspettare i giovani, che vengono messi alla berlina ai primi errori e ai primi cali di forma. Nel frattempo si attende il ritorno in pista di Ogbonna, perché l'unica sicurezza autentica nel "pacchetto centrale" della terza linea pare essere Barzagli: Chiellini è da mesi in fase involutiva e anche all'Europeo si era espresso nettamente al di sotto delle sue possibilità, Bonucci non si è ancora riappropriato delle misure di difensore completo sciorinate  in Polonia  e Ucraina, e alcune amnesie contro avversari non certo trascendentali hanno lasciato non poche inquietudini per l'avvenire.