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mercoledì 2 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: BELGIO SPRECONE, CONTRO LEO MESSI SERVIRA' PIU' CONCRETEZZA

                               De Bruyne: ha portato in vantaggio il Belgio con gli States

Il Belgio deve cominciare a guardarsi seriamente dentro, e capire cosa realmente voglia fare "da grande". E' una paterna lavata di testa che mi sento di poter rivolgere a una delle selezioni più ricche di talento di questo contraddittorio Mundial brasiliano, il cui livello qualitativo (buono, non siderale) trarrebbe grandissimi benefici da un lungo percorso dei Diavoli Rossi. La faccio adesso, questa paternale, perché il modo in cui i ragazzi di Wilmots hanno gestito l'ottavo contro gli Stati Uniti è stato a tratti scriteriato. Sì, d'accordo, Courtois e compagni hanno ampiamente meritato il successo finale: ieri sera, a Salvador, sono finalmente riusciti a toccare quelle vette di rendimento, in fatto di brillantezza di manovra, che da loro si pretendevano ma che mai avevano raggiunto nel corso del primo turno, nonostante i tre successi consecutivi. 
ASSEDIO - E' stata la sfida migliore di questa prima fase a eliminazione diretta, e per merito, va sottolineato, soprattutto degli europei, che oltre a giostrare con autorità hanno dimostrato, forse per primi in questo torneo, cosa voglia dire stringere davvero d'assedio l'avversario. Tutto bene ma... c'è un ma: perché se è vero che i belgi hanno letteralmente bombardato il portiere Howard, per novanta e più minuti non hanno cavato un ragno dal buco. A turno hanno cercato il gol De Bruyne, Origi, Vertonghen, Hazard, persino Kompany, ma tutte le occasioni sono sfumate, non solo per bravura del guardiano a stelle e strisce. E quando si spreca l'inverosimile, si sa che la beffa può essere dietro l'angolo: l'ha sfiorata in chiusura di secondo tempo Wondolowski, sbagliando come sbagliò Vieri contro la Corea del Sud nel 2002, colpendo male il pallone da pochi passi e calciandolo altissimo. 
SOFFERENZA FINO ALLA FINE - Il colossale pericolo corso rendeva un tantino più concreti Fellaini e compagni, che nel primo extra time piazzavano, con De Bruyne e Lukaku, un uno - due che pareva poter chiudere il conto. Invece, dopo una lunga battaglia in trincea, gli americani trovavano le forze per rimettersi in partita, grazie al destro al volo di Green, e per sfiorare il pari prima con Jones e poi con Dempsey, che ben sfruttava uno schema su punizione ma si vedeva ribattere da Courtois il tiro a botta sicura. 
Ergo, nemmeno nei supplementari il Belgio ha saputo imporre a chiare lettere i diritti di una superiorità che era stata per lunghi tratti schiacciante, sia come gioco sia come palle - gol create: una partita del genere non può essere così sofferta, non può rimanere in bilico fino agli ultimi secondi. Ecco perché, come detto in apertura, questa Nazionale deve crescere, e in fretta: perché si approssima il confronto con l'Argentina, squadra brutta e involuta ma che dispone di almeno due elementi in grado di fare la differenza, se non viene sollecitamente castigata. 
OTTIME PROVE INDIVIDUALI - Ad ogni modo, guardiamo anche le cose positive: il gioco belga, dicevamo, ha preso finalmente a fluire con continuità e brillantezza, come quasi mai si era visto in precedenza. Kompany ha ben recuperato dall'infortunio e tenuto saldamente in mano le redini della retroguardia, concedendosi pure qualche divagazione in avanti; Vertonghen è stato un martello sulla sinistra, chiudendo e ripartendo innumerevoli volte, e sfiorando la segnatura in un paio di circostanze. Hazard ha raggiunto buoni livelli di continuità ma può fare decisamente meglio, in ogni caso va apprezzato anche per il contributo dato in interdizione, oltre al consueto apporto creativo; più vivace mi è parso De Bruyne, costante nel sostenere la fase d'attacco e più volte al tiro. 
Un po' in ombra Fellaini, mentre Origi va promosso con qualche piccola riserva: ha fatto quasi reparto da solo, riuscendo a dire la sua sia in area sia qualche metro più indietro, facendo, come si suol dire, "a sportellate" coi difensori, ma ha scialacquato un po' troppo al momento di cogliere i frutti del suo lavoro: più concreto il subentrato Lukaku, per il gol e per lo strapotere atletico  mostrato nell'azione che ha consentito a De Bruyne di sbloccare il risultato. Da elogiare anche Mirallas, il cui ingresso in campo ha ulteriormente accentuato il dominio belga, da lui alimentato con incursioni, tiri e assist sostenuti da una notevolissima proprietà di palleggio. Insomma, la base è eccellente e lo si sapeva, ma la prodigalità di ieri sera potrebbe essere fatale contro l'Argentina. 
ARGENTINA BRUTTA E VINCENTE - Qui occorre aprire un capitolo particolare: perché finora è stato sicuramente (anche) il Mondiale di Leo Messi, ma non certo quello della Seleccion biancoceleste, arrampicatasi fino ai quarti di finale con meriti davvero scarsi. Chi vede in questa squadra analogie con la formazione operaia che nel 1986 si giovò di un Diego Maradona stellare, conquistando infine un meritato alloro iridato, pecca, secondo me, di eccessivo ottimismo. L'Argentina 2014 mi pare una compagine improvvisata, con poche e confuse idee di gioco, che serra i ranghi dietro e davanti si affida alle lune dei sui assi offensivi, in primis il genio del Barcellona. Che finora è sempre andato a intermittenza, ma quando si accende dà costantemente l'impressione di poter manipolare ogni partita a suo piacimento. 
Per tutto il resto, è abbastanza notte fonda: ieri pomeriggio, a neutralizzare i buoni propositi dei sudamericani è bastato il rigoroso assetto difensivo della Svizzera, una sorta di catenaccio mobile e propositivo che, nella prima frazione, è riuscito anche a creare due contrassalti che potevano portare al vantaggio elvetico (occasioni mancate da Xhaka, con prodezza di Romero, e da Drmic, che chiudeva un contropiede con un assurdo e telefonatissimo pallonetto fra le braccia del portiere ex Sampdoria). Dall'altra parte, come detto, Lavezzi sollevava un polverone privo di esiti, e gli unici spunti interessanti arrivavano da Di Maria,  mentre nella zona centrale Mascherano si limitava a gestire il gioco con fervore operaio, ma senza lampi. 
LAMPO DI MESSI - Le cose miglioravano nella ripresa, ma non più di tanto: Messi, come detto, regalava qualche lampo e sfiorava il gol con un sinistro al culmine di una insistita azione personale, ci provavano anche Rojo e Higuain, la pressione aumentava ma i ragazzi di Hitzfeld non parevano andare in grossa sofferenza. Una buona squadra, la Svizzera, che ieri ha avuto le sue eccellenze in un Rodriguez inesauribile, bravissimo a coprire e a spingere sulla sinistra, e in un Mehmedi dinamico e ispirato; bene anche Inler, infaticabile tessitore, pur se con qualche imprecisione di troppo. Come ad altre compagini di medio livello ammirate in questi ottavi, ai rossocrociati è mancato il killer instinct: non poco, in una competizione come il Mondiale. Messi, nei supplementari, con un mirabile spunto sulla trequarti mandava in gol Di Maria, ma gli europei mancavano clamorosamente con Dzemaili (palo e tiro fuori da pochi metri) un pari che sarebbe stato tutt'altro che immeritato. Insomma, l'Argentina va, con un Messi così decisivo può arrivare ancor più lontano, ma se il Belgio si ripete sui livelli di ieri e raddrizza la mira, beh, il quarto di sabato sarà aperto a ogni risultato. 

lunedì 28 aprile 2014

BOSKOV E VILANOVA: IL LATO UMANO DEL CALCIO

                                       Boskov, signore di un calcio che non c'è più

Vuja, Tito e un vuoto grande così. Giorni tristi per il calcio: perché quando muore chi il football lo ha sempre vissuto con umanità, civiltà, lealtà e discrezione, muore una parte di  noi che ci ostiniamo ancora a credere in un pallone a misura d'uomo. Giorni da conservare e ricordare in futuro, anche: da ricordare perché le morti di Vilanova prima e di Boskov poi hanno suscitato un'ondata pressoché unanime di cordoglio e di rimpianto. Doveroso, certo, ma non era affatto scontato, in un mondo che vive troppo spesso di rivalità acide, inimicizie, rancori a lunga durata e persino odio strisciante. E invece, fra mille veleni, polemiche vuote e sterili, allenatori e giocatori incapaci di accettare critiche, evidentemente non abbiamo perso la capacità di apprezzare chi questo pazzo sport lo sa interpretare con lo spirito giusto, senza mai trascendere. E questi due fuoriclasse della panchina, pur così differenti l'uno dall'altro, hanno lasciato dietro di loro solo rispetto e affetto, solo ricordi positivi, e non certo per i risultati (eccellenti) di cui hanno costellato le rispettive carriere. 
LONTANI EPPURE VICINI - In apparenza diversi come il giorno e la notte, Vuja e Tito. Lo slavo era allenatore di stampo tradizionale, scevro da sofismi tattici, uno di quelli che "il giocatore viene prima degli schemi"; e uomo spiritoso, allegro, capace di approcciarsi con leggerezza a un ambiente e a una professione che solo leggerezza richiederebbero, altro che il clima opprimente e perennemente teso del calcio del Duemila. Dall'altra parte Tito, prototipo del trainer moderno, artefice, da ottima spalla di Pep Guardiola, del Barcellona del tiki taka, uno di quei team destinati a restare nella leggenda pallonara; e fuori dal campo persona sobria, pacata, mai sopra le righe. Lontani per linea tecnica e per carattere, eppure vicini per l'aura di umanità, di semplicità che li circondava. Due professionisti che sapevano dare il giusto peso alle cose, che non andavano al calcio come si va alla guerra. 
DESTINO INGIUSTO - La scomparsa di Vilanova è stata un trauma vero, per il sottoscritto. Morire così giovani è profondamente ingiusto, e ancor più ingiusto è lottare strenuamente contro un male subdolo, sottoporsi a terapie sfiancanti e ricavarne risultati in apparenza incoraggianti, per poi precipitare in puntuali ricadute. Uno stillicidio di speranze fugaci e di immediate disillusioni, una crudeltà vera. Tito ha vissuto il suo calvario con la stessa, olimpica serenità che infondeva nel suo lavoro: fra un ricovero e un altro, fra una terapia e un'altra, ha voluto rimanere attaccato al suo ambiente, continuare a guidare i suoi blaugrana, fin quando le forze glielo hanno consentito. E' normale, è un disperato tentativo di rimanere attaccati alla normalità quotidiana, perché se si pensa solo alla propria malattia si rischia di impazzire: lo so, ci sono parzialmente passato, anche se in maniera molto più soft, diciamo "di striscio". Ma anche la scelta di mollare tutto per dedicarsi alfine solo alle cure, per quanto ovvia e naturale, ha rappresentato un messaggio di enorme impatto: sì, riversare anima e corpo nel lavoro è importante, ma ad un certo punto l'attaccamento alla professione, anche alla più bella e remunerativa, deve scomparire, lasciando il passo alle vere priorità dell'esistenza: cercare di salvaguardare la propria salute, di salvarsi per se stessi, per la famiglia, per i figli. Priorità che andrebbero rispettate sempre, ma quando si è in buona salute non ci si pensa, e le infinitesimali problematiche del lavoro ci sembrano ostacoli insormontabili e guai irrisolvibili, ci sembrano la fine di tutto. 

                                     Vilanova, un tragico destino vissuto con dignità

QUELLA CENA DI TANTI ANNI FA - Per Boskov il discorso è un po' diverso. Superati gli ottant'anni, purtroppo, occorre essere sempre pronti al peggio, giorno dopo giorno: la salute diventa spesso precaria e altalenante. Ciò non toglie che la scomparsa di zio Vuja lasci dietro di sé un magone grande così, ma la tristezza è attenuata da dolci ricordi e dalla consapevolezza che l'uomo ha avuto una vita piena e ricca di soddisfazioni. Piccola digressione personale: con l'ex trainer condivisi, poco più di dieci anni fa, una cena di lavoro, ai tempi in cui ero ancora giornalista "vero", collaboratore di una testata locale. Un Boskov un po' diverso, nella circostanza, dall'immagine che i media ne avevano ormai da tempo fornito: gentile ma non "caciarone" (forse però non era molto a suo agio, quella sera non erano presenti molti uomini di calcio), ma capace in pochi secondi di "ringalluzzire" una tavolata un po' spenta, un po' troppo ingessata, con un paio di battute fulminanti e un gustosissimo aneddoto. Ma questo è colore giornalistico: la realtà parla di un coach pratico e vincente, capace di tenere in mano gruppi di giocatori dalle personalità debordanti e di dotarli di un gioco lineare ed efficace, e al contempo spettacolare. 
L'EPOPEA DORIA E IL RISPETTO DEI GENOANI - Vissi in diretta l'epopea della sua super Sampdoria: per noi genoani non erano anni facili, ma debbo dire, in assoluta onestà, di non aver mai masticato troppo amaro vedendo i blucerchiati che vincevano e gli spelacchiati grifoncini che arrancavano: un po' di invidia sì, penso sia normale quando le traiettorie agonistiche della squadra rivale sono così distanti e così pregne di successi. Ma era una signora squadra, quella Samp, che riuscì ad emergere in un contesto di elevatissima qualità, di equilibrio livellato verso l'alto (altro che la mediocre Serie A di oggi...); era uno splendido gruppo di giovani e talentuosissimi virgulti italiani, giunti infine a maturazione per la soddisfazione della società di Mantovani senior ma anche del calcio azzurro, che delle qualità dei vari Vialli, Mancini, Vierchowod, Pagliuca e Lombardo usufruì con buonissimi risultati. Su tutti, con aria paciosa, vigilava Boskov, capace di non oltrepassare mai i limiti del buon gusto anche quando era coinvolto nelle più classiche polemiche calcistico - giornalistiche. Rispettato da tutti, e in linea di massima anche dai genoani, per la sua signorilità: se si pensa che la sua battuta più "acida" nei confronti dei rossoblù fu un ironico riferimento alle qualità pedatorie dell'uruguaiano Perdomo, paragonato al suo cane, si può ben capire come all'epoca, nella Genova calcistica, si respirasse aria tutto sommato fresca, impregnata di goliardia e voglia di sdrammatizzare, anche quando si rivaleggiava fra le due sponde. Del resto erano gli anni di Vujadin, di Scoglio e di Bagnoli: personalità diverse, ma gente che sapeva cosa volesse dire esser "uomini di sport".  

domenica 26 maggio 2013

CHAMPIONS LEAGUE: BAYERN CAMPIONE IMPERFETTO, LA LEGGENDA E' ANCORA LONTANA

                                             Robben e Heynckes, eroi a Londra

Troppo banale sarebbe raccontare la finale di Champions League 2013 puntando tutto sulla favola di Robben, il fuoriclasse a metà condannato sistematicamente a fallire gli appuntamenti con le gare della vita fino a quando ieri sera, a un minuto dai supplementari, un benevolo folletto è balzato fuori dalla soffice erba del nuovo Wembley Stadium e ha accarezzato il suo piede sinistro, per un ciabattata che ha indirizzato docile il pallone nella rete dell'impietrito Weidenfeller. Un cenno era dovuto, ma, se di favole si deve parlare, personalmente preferisco quella di Jupp Heynckes, allenatore mai troppo reclamizzato ma che, più o meno silenziosamente e pur fra qualche pausa, è ai vertici del calcio europeo da almeno venticinque anni. Era già sulla panchina del Bayern (un Bayern competitivo, come quasi sempre, ma non scintillante come quello odierno) quando ancora andavo alla scuola dell'obbligo, negli anni Ottanta, e oggi, che mi sto avvicinando alla soglia dei quaranta, lui è ancora là, e come il vino è migliorato col passare dei lustri e dei decenni. 
CONCRETEZZA - Al di là di queste romanticherie e delle digressioni personali, la sfida londinese ha detto almeno un paio di cose significative. La prima: quando un'ottima squadra, potenzialmente una grande squadra, si trova a dover affrontare in partita secca una corazzata con le stimmate del team destinato a dominare per diversi anni, ha l'obbligo di sfruttare al massimo i momenti di superiorità tecnica, tattica e atletica, e di concretizzare le occasioni che riesce a costruire. Se non lo fa, la corazzata, per quanto in gravi ambasce, rimane in gara ed è pronta a riemergere, pronta ad assestare anche solo un paio di ganci al mento, ma devastanti, e portarsi a casa il trofeo. Pragmatismo e killer instinct, ci vogliono, altrimenti rimangono solo gli applausi e gli elogi. A questo pensavo, ieri sera, assistendo allo splendido primo tempo del Borussia Dortmund, a quelle violente folate offensive, allo spettacoloso Neuer, degno erede della scuola tedesca dei Maier e degli Schumacher, che si opponeva  inesausto alle bordate di Lewandowski e dell'ispiratissimo Reus, purosangue dalla falcata elegante, dal dribbling secco, prototipo del calciatore contemporaneo, rapido e scattante, fantasioso, autentico incubo per la retroguardia bavarese. 
IL "BRACCINO" DEL BAYERN - Bombardavano gli avversari, i gialli, ma senza cavare un ragno dal buco, dando respiro a un Bayern timido, frenato da blocchi psicologici che hanno radici lontane ma son duri a morire (quanto pesano le tante beffe in dirittura d'arrivo patite dal club in questa competizione!), e da giocatori come il sopra citato Robben, tanto bravi e inesorabili nelle fasi di approccio quanto, puntualmente, preda di inspiegabili "braccini" da tennista al momento di cogliere i frutti di quanto seminato in precedenza. Guardavo, e mi veniva spontaneo il paragone con un'altra finale di Coppa Campioni, giusto trent'anni fa: Amburgo contro Juventus ad Atene. Finale simile, perché anche allora c'era una compagine tutta stelle, quella bianconera Mundial, contro una buonissima squadra tedesca (però inferiore al Borussia attuale): anche allora la compagine tutta stelle girò in folle, non trovò il bandolo della matassa, con la differenza che l'avversaria fu implacabile nello snudarne i limiti psicologici e nel finalizzare, in avvio, una delle poche occasioni create (ricordate il maligno tiro di Magath che beffò Zoff?), rivelatasi alla fine decisiva. 
CALCIO D'ALTO LIVELLO - Concretezza, dunque. La differenza fra le due massime espressioni attuali del calcio teutonico è stata tutta qui, laddove si pensava che la classe superiore dei rossi, la loro maggior completezza, l'esperienza agli alti livelli, avrebbe finito con l'indirizzare chiaramente l'esito del match. Così non è stato: si è trattato di una finale equilibrata, fin quando le risorse mentali e atletiche hanno sorretto il team di Klopp; una gara che fino a dieci minuti dalla fine non si è sbilanciata né da una parte né dall'altra, con alterni momenti d supremazia e occasioni, tante occasioni, per entrambe le compagini. Una degnissima finale, una delle più godibili alle quali abbia assistito in vita mia (e seguo il calcio, grosso modo, dalla metà degli anni Ottanta...). Dicevamo del Borussia, di un Reus nuova star del calcio internazionale, ma anche di un Blaszczykowski stantuffo inesauribile sulla destra, di un Lewandowski attaccante completo e dalle innumerevoli soluzioni di tiro, di un centrocampo mobile e aggressivo che ha avuto in Bender uno degli interpreti più continui, di una difesa attenta in Subotic e miracolosa nel poco reclamizzato Weidenfeller. 
RIBERY INTRAMONTABILE - E il Bayern? Ha vinto la meno convincente delle sue partite internazionali targate 2013. Ha vinto grazie a un inappuntabile Neuer, lo si è detto, a un Mandzukic che dal brillante Euro 2012 non ha più arrestato la sua crescita, spesso nascosto nelle pieghe del match per poi spuntare fuori con acuti vincenti, a un Martinez non sempre lucido ma comunque costantemente nel vivo della zona nevralgica. Su tutti, un Thomas Muller eclettico, generoso, pungente e un Ribery sensazionale, uomo ovunque in straripante condizione fisica (come già si era intuito al Nou Camp), capace di essere decisivo nelle due fasi, di correre a coprire e poi di spingere con proprietà. 
ROBBEN MEGLIO DI... DEL PIERO - Su Robben mi son già parzialmente espresso: giustamente uomo del match, secondo i criteri delle federazioni internazionali che, per ovvie ragioni... mediatiche, più che premiare gli uomini tatticamente più importanti incoronano quelli decisivi per gol e assist. Ecco, l'olandese ha scodellato il cross per l'1 a 0 ed è andato a segnare, con un tocco sporco, il punto del trionfo. Prima, però, anche un paio di gol clamorosamente falliti, come gli era capitato già nella finale mondiale di Sudafrica 2010 e in altre sfortunate circostanze. Merita dunque l'elogio pieno, e meritava questo improvviso... assentarsi della malasorte. Di certo è stato più fortunato di Del Piero, altro... perdente di successo, un altro giocatore sublime che ha fallito tanti match "della vita" senza aver mai avuto l'occasione di ergersi, almeno una volta, a eroe unico, a mattatore assoluto, a "hombre del partido". 
PER LA LEGGENDA CI VUOL ALTRO... - Ma la finale di Wembley (a proposito, perché due volte a Londra nel giro di tre anni?), ha detto un'altra cosa importante: ci si attendeva la consacrazione del Bayern Monaco a potenziale erede dei leggendari del Barcellona (che comunque, segnatevelo, non sono ancora finiti...). La consacrazione non c'è stata, perché per essere tale doveva passare attraverso una clamorosa dimostrazione di forza, o quantomeno una prova convincente a tutto tondo. Non è avvenuto: per cominciare ad addentrarsi nella leggenda, non basta vincere una Coppa dei Campioni, e sopratutto non basta vincerla come ha fatto il team di Heynckes: che ha meritato il successo, ma lo ha raggiunto sbagliando totalmente l'approccio iniziale alla gara, venendo di fatto graziato da avversari inesperti e generosi, mancando a tratti clamorosamente nella continuità d'azione, quella con cui aveva raso al suolo Juventus prima e Barcellona poi. Un Bayern normale, tutt'altro che scintillante, persino fragile psicologicamente, però solido e comunque aiutato dagli avversari a non crollare. Concreto, ecco, come si diceva all'inizio. Degni campioni d'Europa, insomma, ma per il mito occorrono altre conferme. 

giovedì 29 marzo 2012

DOPO MILAN - BARCELLONA: I ROSSONERI E IL VECCHIO CALCIO ALL'ITALIANA




La prestazione di ieri sera del Milan contro il Barcellona è stata la sintesi ideale, temo, di tutto ciò che, in questo momento, il calcio italiano ai suoi massimi livelli può opporre alla più forte squadra del mondo. Difesa stretta, sofferenza, contenimento e contropiede, preferibilmente con lanci lunghi e alti a scavalcare il centrocampo e a cercare, nel caso specifico, Ibrahimovic, con la speranza che lo svedesone si inventasse qualcosa per sé o per i compagni. Un Ibra, detto per inciso, che ancora una volta ha mostrato di non essere particolarmente tagliato per queste sfide internazionali di grido: almeno si è sbattuto e ha fatto reparto da solo (Robinho non è esistito) ma i colpi risolutori, quelli che in definitiva tutti si aspettano da lui, sono ancora una volta mancati.
 Tutto qui, insomma: un football scarno, essenziale, poco spettacolare ma, alla luce dei fatti, estremamente concreto ed efficace, perché oltre il pareggio a reti bianche, davvero, contro questo Barça monstre era oggettivamente impossibile andare. Positivo? Negativo? Su questo blog ho già più volte fatto riferimento all'involuzione qualitativa della Serie A: il fatto che la squadra campione d'Italia e maggiore candidata a... succedere a se stessa si trovi costretta a fare le barricate contro i campioni d'Europa e del Mondo, quando fino a pochi anni fa (trionfatori in Champions nel 2007, ricordiamolo) i rossoneri erano abituati a giocare quantomeno alla pari, a viso aperto e senza timori reverenziali, contro tutte le corazzate del Continente, è una conferma di questo calo di competitività del nostro movimento. Non c'è da vergognarsene, almeno per il momento, perché riconoscere i propri limiti e gestirli, cercando al contempo di far fruttare al massimo le proprie doti, è esattamente ciò che bisogna fare per vivere dignitosamente nei periodi di "vacche magre". 
Non è lecito nemmeno il paragone con la sfida Inter - Barcellona di due anni fa: quella volta, si dice, una squadra italiana riuscì a disinnescare i fenomeni e a sbatterli addirittura fuori dalla Coppa. Ma, parere personalissimo, la compagine di Mourinho era più forte tecnicamente e più competitiva a livello internazionale rispetto al Milan di  oggi, mentre  i blaugrana solo successivamente hanno completato il processo di trasformazione da squadrone ad autentico dream team. Alle corte: oggi contro i catalani fare risultato è impresa ai confini della realtà, all'epoca era solo... difficile ma non impossibile. Chi ieri ha visto Iniesta e compagnia cantante menare le danze a San Siro, ha avuto l'esatta percezione di cosa significhi calcio spettacolo: manovre di sublime bellezza, doti di tocco e controllo di palla talmente superlative da rasentare la perfezione. E' mancato il gol,  agli ospiti, certo: capita, quando comunque l'avversario è tosto e arma una difesa paziente e attenta, oltretutto con l'aiuto di un pizzico di fortuna, sotto forma di rimpalli (sul pallone sfuggito ad Abbiati all'inizio) o di sviste arbitrali (c'era il rigore del primo tempo). Ma rimproverare qualcosa a Messi e compagni, relativamente a quanto fatto poche ore fa, significa non sapere apprezzare appieno la vera bellezza del football. 
Per tutto questo, il risultato colto dalla formazione di Allegri non può non essere archiviato con totale soddisfazione: uno zero a zero interno  è assai meno negativo di quanto si pensasse una volta: ti costringe sì a segnare fuori, ma non a vincere, a meno che non si voglia puntare dichiaratamente ai calci di rigore, come molte squadre sfavorite dal pronostico fanno (ma non credo proprio sia nel DNA del Milan, neanche di questo Milan più proletario). E ricordiamo che i rossoneri al Nou Camp ci hanno già pareggiato, con gol, nella fase a gironi, proprio al termine di una prestazione per tanti versi simile a quella di ieri: anche lì, tanta difesa, accentuata dal fulmineo vantaggio di Pato, e patimenti sulle poderose ed efficaci offensive dei fenomeni di Guardiola. Insomma, si può fare, ma se non accadesse non bisognerà recriminare più di tanto. 
Certo, poi bisognerà lavorare alacremente per colmare questo gap tecnico venutosi a creare coi principali movimenti calcistici europei (a proposito, vista la gagliardia dello scricciolo El Shaarawy? Ecco un punto di partenza possibile per ricostruire: giovani italiani di talento e carattere ai quali dare fiducia senza fermarsi ai loro primi errori): perché è vero che se il Barça, questo Barça, è in serata di grazia, non ce n'è per nessuno, nemmeno per il Milan euromondiale di qualche annetto fa, ma è altresì innegabile che alzando il tasso di classe e di competitività sarà possibile giocare anche queste sfide stellari con maggiore aggressività e propositività, ossia con le armi dei veri squadroni, di quelli che fanno la storia. Mentre le squadre operaie ballano, al massimo, una sola estate. 

mercoledì 7 marzo 2012

IBRA COME MESSI E CRISTIANO RONALDO? IO DICO NO

Ibrahimovic come Messi e Cristiano Ronaldo? Il... sasso nello stagno è stato gettato da Gianni Gardon, amico e valente collaboratore del Guerin Sportivo. Tutto è nato da uno scambio di opinioni fra me, lui e altri appassionati su Facebook, in seguito alla strepitosa tripletta con cui l'attaccante del Milan ha steso il Palermo a domicilio sabato scorso, e Gianni ne ha tratto spunto per un approfondimento critico pubblicato sul suo blog e sul sito web del Guerino. In sintesi, è suo convincimento che Ibra sia ormai giunto ai livelli dei due "fenomeni" di Barcellona e Real Madrid, in quanto a statura assoluta di fuoriclasse e a capacità di incidere, con le proprie prestazioni e i propri gol, sui successi del club di appartenenza. In ogni caso, per farsi una idea completa del suo pensiero, ecco qui di seguito i link al suo articolo, sia sul blog    Ibra come Messi e Ronaldo (?)  sia sul Guerin  Ibra come Messi e Cristiano Ronaldo (?) - GS. 
Come già ho avuto modo di dirgli, sul tema la penso in maniera assai diversa. Ed è un tema che non si può esaurire nella semplice valutazione delle doti tecniche e di personalità di un campione quale lo svedesone, ma che chiama in causa una molteplicità di fattori "esterni". Penso soprattutto ai contesti in cui il giocatore agisce: il campionato italiano di oggi e le manifestazioni internazionali, coi colori del club e con quelli gialloblù della Nazionale svedese. 
Veniamo al punto: a parer mio, Ibra non può ancora essere considerato alla stregua dei due "mostri" sopra citati. In primis, c'è da discutere sul valore dei gol a grappoli da lui realizzati nella nostra Serie A, il cui livello qualitativo si è notevolmente abbassato, nell'ultimo quinquennio, per una molteplicità di fattori, dall'indebolimento economico di molti club, che impedisce l'arrivo dalle nostre parti di grossi campioni di fuorivia, all'importazione massiccia di stranieri mediocri che non possono che... "mediocrizzare" tutto il torneo, dall'allargamento della forbice finanziaria  tra grandi e piccoli club alla mancanza di coraggio nell'investire sui nostri giovani, che finiscono per intristirsi nelle formazioni Primavera e nelle categorie inferiori e non maturano mai o maturano troppo tardi, facendo mancare linfa tecnica vitale al movimento, alla minore attenzione tattica alla fase difensiva o, meglio ancora, all'inaridimento della fortissima scuola di difensori italiani, e via, metteteci tutto quel che volete, perché di fattori di crisi nel nostro football ce ne sono tanti altri e ci vorrebbero interi tomi per analizzarli compiutamente. Gianni Gardon contesta questo punto, così come contesta il fatto che la Liga, palcoscenico in cui si esibiscono Messi e CR9, in questa fase storica sia un torneo superiore alla nostra Serie A. 
Lo ammetto con onestà, fare una valutazione del genere (ossia sul valore complessivo di un campionato rispetto a un altro) è impresa titanica: ci sono troppi elementi da prendere in considerazione e da confrontare, e in ultima analisi occorrerebbe guardare con occhio analitico decine, centinaia di partite dei due tornei per giungere a un quadro, se non esaustivo, quantomeno plausibile. Un lavoro immane che porterebbe via un sacco di tempo. Pertanto, in casi come questi non ci si può che affidare alla visione di quelle poche partite (tante rispetto a un tempo, ma sempre poche rispetto al totale) che le televisioni ci mostrano, e ai giudizi critici di giornalisti che, seguendo determinate realtà con costanza, devono essere considerati estremamente competenti in materia, fino a prova contraria. Ma soprattutto, bisogna affidarsi a parametri oggettivi: andamento nelle Coppe europee, classifiche Uefa, e anche la classifica Fifa per nazionali, che di primo acchito sembrerebbe non avere molto a che fare col rendimento e col valore dei club, ma che  rappresenta un'attendibile cartina di tornasole quantomeno sullo stato di salute dei vari movimenti calcistici, in relazione all'efficacia del "prodotto interno" e alla produzione di giovani di valore già pronti per le grandi ribalte. 
Ebbene, tutti questi parametri, in parte aleatori e soggettivi, in parte statistici e matematici, negli ultimi anni hanno fatto registrare una decisa superiorità della prima divisione spagnola rispetto a quella italiana. Si dice: ma Real e Barça stanno asfaltando quasi chiunque nel loro campionato, è una corsa a due, da noi c'è più equilibrio. Vero, ma: 1) Real e Barça sono due squadroni di livello mondiale (soprattutto il secondo); 2) Maggior equilibrio può voler dire livellamento verso il basso a partire dalle squadre leader: è ciò che sta accadendo adesso, secondo me, ed era ciò che si diceva del campionato italiano fine Settanta - primi Ottanta, in cui ci si batteva per il titolo fino all'ultima giornata e le classifiche erano sovente corte, ma in cui gli spettacoli sul campo, a detta di quasi tutti (anche del Guerino del tempo) lasciavano spesso e volentieri a desiderare. 
Altro punto chiave: l'incidenza di Ibra a livello internazionale. Anche qui, le statistiche e gli albi d'oro parlano abbastanza chiaro. Soprattutto per Messi, assolutamente decisivo nelle finali di Champions del 2009 e del 2011 e nell'Intercontinentale (chiamiamola ancora così...) del dicembre scorso, per tacere delle caterve di gol realizzate in altre partite di queste competizioni. Ma anche Ronaldo non scherza, visto che i dati aggiornati parlano di 34 gol europei, di cui uno nella finale di Champions 2008 (quando sbagliò anche un penalty nella serie conclusiva, ma accadde anche a Platini e Baggio, se è per questo...). Il confronto con Ibra è impietoso per quest'ultimo: nelle sue avventure europee con Juve, Inter, Barcellona e Milan, non si ricordano prodezze autenticamente decisive, gol pesanti realizzati in turni avanzati: è vero che quest'anno il suo rendimento si è impennato anche fuori dei confini, ma di polvere ne deve ancora mangiare parecchia prima di avvicinare l'efficacia dei due rivali, e francamente la vedo dura, visto che dei tre è lui il più anziano, quindi con minori margini di miglioramento e meno tempo a disposizione per accorciare il gap (sorvolando sul fatto che nella gara di ieri sera ben altro piglio ci si sarebbe aspettati da parte sua nel reggere la buriana inglese). Il discorso sull'apporto dato alle rispettive rappresentative si fa meno punitivo nei confronti dello svedese, che il suo l'ha fatto, anche se dopo le prodezze di Euro 2004 non è che si sia coperto di gloria imperitura. Però questo è il grande tallone d'Achille di Messi, il cui rendimento in blanquiceleste permane tuttora un mistero, almeno per me; anche qui, però, bisogna andare oltre la facciata: a Sudafrica 2010, ad esempio, ricordo la Pulce che, pur non segnando, giocò spesso su buoni livelli dispensando assist e giocate di qualità (escluso il crollo finale con la Germania). 
La chiudo così, perché ovviamente ognuno resterà della propria opinione. Spero però di aver portato un contributo sufficientemente valido alla discussione, ricordando che, quando si tratta di scambiarsi idee e considerazioni su questioni di tecnica, tattica o storia del calcio, io ci sono e ci sarò sempre, mentre sempre tenderò a.... nascondermi se il discorso verterà su movioloni, bufale di calciomercato e amenità simili. Alla prossima!