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martedì 7 febbraio 2023

SANREMO 2023 AL VIA: ANCORA UNA VOLTA CI SALVERA' LA GARA, FRA INVASIONI DI CAMPO POLITICO-RETORICHE E OSPITATE PREVEDIBILI E RIPETITIVE

 


Le settimane di vigilia di Sanremo 2023 ci hanno riportato, da un certo punto di vista, agli anni più bui della kermesse, quelli in cui si parlava di tutto meno che di cantanti e di canzoni. La politica, in particolare, ha ammorbato l'aria mediatica intorno al 73esimo festivalone, prima con la discussa pseudo-partecipazione di Zelensky, poi con certe surreali interrogazioni parlamentari dedicate a Rosa Chemical, pensate un po'. Discorso a parte, ovviamente, per la notizia del giorno, ossia l'intervento al vernissage del Presidente della Repubblica Mattarella, prima assoluta di un Capo dello Stato alla manifestazione ligure e quindi, indubbiamente, fatto clamoroso che merita titoloni e prime pagine. Il succo, però, rimane: pur accettando la caratura di evento globale  e totalizzante assunta da Sanremo, rassegna canora che ha aperto le porte alle più svariate espressioni artistiche e anche ad istanze sociali, è assurdo che proprio in questa fase storica i riflettori indugino con minore entusiasmo sull'autentico piatto forte, ossia sul cast di concorrenti. 

SANREMO GRANDI FIRME - Dodici mesi fa avevo scritto, nel pezzo di presentazione di Sanremo '22, "il vero spettacolo sarà la gara, con tanti big veri che faranno ombra ad ospiti e superospiti". Ciò è tanto più vero quest'anno, perché Amadeus ha raggiunto la quadratura del cerchio, realizzando il Festival  che tanti illustri direttori artistici e patron suoi predecessori hanno solo potuto sognare: un Festival che mette in competizione grandi nomi, sulla cresta dell'onda, attuali, contemporanei, riempi-stadi e mattatori delle classifiche; il Festival di Mengoni (strafavorito), Giorgia e Ultimo, ma anche di Madame, Lazza, Elodie e Colapesce-Dimartino. Personaggi di primissimo piano che già da soli basterebbero a catalogare lo show al via stasera come "Sanremo grandi firme". Ma niente, nemmeno un cast stellare serve a distogliere l'attenzione dei media, o di quel che ne rimane, da "tutto il resto", dalla cornice. 

CORNICE POCO INVOGLIANTE - Che è una cornice non esaltante, e questa, va detto, è una caratteristica ormai fissa delle edizioni targate Amadeus. Il quale ha giustamente compiuto una precisa scelta di campo, per convinzione e perché costretto dal budget a disposizione: puntare tutto sull'innalzamento del livello di cantanti e canzoni in gara, arricchendo poi lo spettacolo con ciò che di volta in volta passa il convento (con tutto il rispetto). Così, rieccoci a fare i conti con una povertà quasi drammatica di ospiti d'oltrefrontiera, un tempo ciliegine sulla torta ad accrescere il prestigio della kermesse. Ci siamo fermati a Black Eyed Peas e al ritorno dei Depeche Mode, ed è un peccato, perché pure in tempo di spending review, di tagli di risorse, di necessità assoluta di chiudere la partita con ricavi sempre più abbondanti, stento a credere che non fosse possibile investire su un altro paio di nomi internazionali di chiara fama. Che servono e serviranno sempre più in futuro: nessuno pretende le masse di 20-30 big stranieri che affollavano il Palarock negli anni Ottanta, ma, semplicemente, una manciata di vedettes che magari costano più degli italiani, ma fanno ulteriormente lievitare appeal e interesse attorno alla rassegna, perché onestamente non so quanto potrà durare l'entusiasmo per le ripetute apparizioni dei soliti ospiti di casa nostra. 

LE SOLITE FACCE - Già, gli ospiti italiani: è stato lasciato elegantemente scivolare fuori dal bagaglio dei buoni propositi quanto "Ama" aveva promesso in autunno: "I miei superospiti sono i cantanti in gara. fuori concorso avrò solo artisti che hanno compiuto i 70 anni d'età". Nobile intento, svanito probabilmente di fronte all'estrema difficoltà di portare volti esteri. E così, accanto alle giuste celebrazioni di Gino Paoli e Peppino Di Capri, alla reunion dei Pooh, all'ennesimo ritorno di Ornella Vanoni, Al Bano e Ranieri, rivedremo personaggi che potevano essere tranquillamente in concorso, che lo sono stati in passato e che lo saranno di certo in futuro, di nuovo o per la prima volta: dai Rappresentante di Lista ad Annalisa, da Achille Lauro (altro prezzemolino) al duo Renga-Nek, fino a  Salmo e a Guè. Certo, non possiamo mettere nel calderone Mahmood e Blanco, che da ultimi vincitori passeranno il testimone ai nuovi pretendenti al titolo, né i Maneskin in quanto fenomeno musicale e di immagine ormai di caratura mondiale e, tutto sommato, vanto per l'Italia e per lo stesso direttore artistico, che li ha scelti e lanciati nel 2021 quando erano già popolari ma lontani dalle vette in seguito raggiunte. Ma il resto è, davvero, la solita minestra, un deja vu che trasmette stanchezza alla sola lettura di questo elenco di vip quasi sempre uguale a se stesso. Il tutto è probabilmente anche frutto di un equilibrio di rapporti raggiunto con case discografiche, agenzie e management, una situazione che giova all'industria nazionale (fra cantanti in gara, ospiti e duettanti, una bella fetta di artisti italiani fa ogni anno passerella all'Ariston) e alla struttura Festival, ma che può reggere solo finché reggono gli ascolti tv e le vendite di dischi. 

LE BRUTTURE DEL MONDO AL FESTIVAL: E' PROPRIO NECESSARIO? - Il caso Zelensky si è fortunatamente ridimensionato: nessun intervento video registrato, solo un messaggio scritto che verrà letto dal padrone di casa. Le perplessità restano, non sul presidente dell'Ucraina che fa quello che deve fare e lo porta avanti in ogni maniera, anche con una presenza eccessiva persino sotto i riflettori più ameni come quelli dei festival canori, televisivi e cinematografici. I miei dubbi erano e sono di altra natura: se proprio si doveva affrontare il tema del conflitto nell'est europeo, ecco, mi sarebbe piaciuto sentire parlare di pace e non di guerra, considerazioni su sforzi diplomatici e tavoli di trattative da aprire, piuttosto che su invii di armi. E sottolineo, "se proprio se ne doveva parlare". E' vero che, soprattutto da una quarantina d'anni, il cosiddetto Paese Reale ha spesso fatto irruzione nella maxi bolla sanremese, ma a tutto c'è un limite. Perché se si può parlare delle istanze professionali degli operai dell'Italsider, del razzismo, della parità di genere, qui si arriva a toccare un tema davvero troppo complesso e drammatico per essere liquidato in due minuti fra una canzone e l'altra, su quella che nonostante tutto rimane la principale ribalta glamour e leggera dello spettacolo nazionale. Insomma, lodevole la voglia di non estraniarsi e rimanere coi piedi per terra, ma ad un certo punto bisognerebbe fermarsi. Ad ognuno il proprio mestiere.

SANREMO E LE POCHE ISOLE DI LEGGEREZZA - La tv italiana, ormai colma di talk show dedicati alla politica e alla cronaca nera, non può permettersi la contaminazione seriosa e cupa anche dei suoi pochi spazi di intrattenimento brillante. Il rischio pesantezza insopportabile, sperimentato ad esempio col Festival 2014, è sempre dietro l'angolo. E lo stesso discorso vale, in parte, per certe copresentatrici chiamate a portare istanze e denunce anche lodevoli ma spesso mal riuscite, per mediocre interpretazione sul palco o discutibile scrittura degli interventi. Sentiamo cosa ci diranno questa volta le varie Egonu e Fagnani, ma non è con la lacrimevole retorica di certe performance passate, oltretutto nel contesto meno adatto, che si possono scardinare certe barriere. E trovo insopportabile il fatto che si demandi ai vip dello sport o dello spettacolo un'opera educativa che invece dovrebbe partire dalle famiglie e dalla scuola, le agenzie sociali in cui si cominciano a sconfiggere bullismo e intolleranze. La lezioncina socio-morale inserita a un certo punto della scaletta di ogni show spensierato è diventata ormai quasi un format, e già come tale prevedibile e quindi quasi totalmente depotenziato, efficace sul momento e poi destinata al dimenticatoio. Più di certe mediocre canzoni sanremesi. 

CONCORRENZA POCO TEMIBILE - L'unica polemica non musicale di sostanza, in questa vigilia, è stata quella legata al ritorno della controprogrammazione da parte di Mediaset, dopo anni di vacanza televisiva e di via libera al Festivalone. La Rai deve tremare? A parer mio, il rischio c'è ma è minimo. La situazione è totalmente capovolta rispetto al primo decennio di questo secolo: all'epoca un Sanremo in difficoltà venne spesso messo alle corde (e in un paio di occasioni superato nell'audience) da una concorrenza che schierava i grossi calibri dell'epoca, Grande Fratello e Cesaroni. Oggi, ad essere una corazzata è proprio il Sanremone, mentre le tv berlusconiane puntano ancora su un GF ormai boccheggiante, sulle Iene non più centrali nel panorama informativo come lo erano fino a un lustro fa, e sulla solita sicurezza, la De Filippi di C'è posta per te, l'unica che potrebbe rosicchiare qualche punto di Auditel all'augusto rivale. Ma il fatto stesso che, per affrontare l'impari sfida, si mettano in campo prodotti televisivi ormai vecchi e ultrasfruttati, la dice lunga sulla povertà di idee che regna oggidì nella tv generalista, e ciò, beninteso, vale anche per la Rai, ancorata da tempo immemore a marchi come Ballando con le Stelle, Tale e Quale, Affari tuoi, Soliti ignoti e via ripetendo. 

LA GARA SI PRENDERA' LA RIBALTA - Torniamo alla gara, in chiusura. Concorso grandi firme, si diceva, e non solo per i superbig citati, che sono affiancati da giovani rampanti, in primis quelli lanciati da Amadeus nelle sue prime tre edizioni (Levante, Elodie, Colapesce-Dimartino, Madame, Coma_Cose, Leo Gassman, Tananai), da attesissimi ripescaggi illustri (Oxa, Grignani, Paola e Chiara, Modà fra gli altri), da qualche scelta ardita (non molte per la verità: diciamo Rosa Chemical), due debutti a scoppio ritardato (Cugini e Articolo 31) e nuove leve già amatissime e gettonatissime (Lazza su tutti, potrebbe essere il Blanco del 2023, ma anche Ariete e Mara Sattei). Mantengo le mie perplessità sul listone unico di concorrenti, coi giovani che rischiano di essere fagocitati dagli illustri colleghi (l'exploit di Tananai dell'anno scorso fu tutto sommato piuttosto casuale), ma credo che questo cast sia in grado di immettere sul mercato una manciata di canzoni destinate a sicuro successo. E si prenderà a forza la ribalta, alla faccia del pallido contorno di cui si è detto. Buon Festival a tutti. 

 

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