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domenica 11 febbraio 2024

SANREMO 2024: ANGELINA MANGO VINCE UNA GARA MOZZAFIATO, LA PIU' INCERTA DEGLI ULTIMI ANNI. NESSUN PICCO CANORO EPOCALE MA TANTI PEZZI DA HIT PARADE. GHALI E' ORA UN BIG PER TUTTI


E' caduta (letteralmente), si è rialzata, ha trionfato. La serata di Angelina Mango è stata un caleidoscopio di emozioni fortissime: prima il capitombolo in chiusura di esibizione, dovuto al grande trasporto con cui sempre interpreta "La noia" (e la mente è subito andata a un analogo patatrac che vide protagonista Loredana Bertè in un altro momento felice, quando si aggiudicò il Festivalbar '82), poi, a notte fonda, il traguardo tagliato per prima, un risultato da molti atteso ma tutt'altro che scontato, anzi. E così, si può proprio dire che la figlia d'arte sia passata in poche ore dal... tonfo al trionfo, e mi sarà permesso di scherzarci su, visto che la ragazza non si è fatta assolutamente nulla. 

ANGELINA, PERSONALITA' E NUOVO SOUND - Una vittoria significativa, sotto molti punti di vista. In primis, perché segna il decollo di un astro nascente della musica italiana, un talento puro che, personalmente, "inquadrai" per bene già nell'agosto scorso, in sede di commento qui sul blog della finalissima di Power Hits, la rassegna estiva di RTL 102.5: già allora, scrissi che la sua "Ci pensiamo domani" era per me il vero tormentone balneare, più della decoratissima "Italodisco". Da lì in poi, ho sempre data per certa la partecipazione di Angelina a questa edizione del Festival, ma non pensavo che potesse già arrivare a conquistare la medaglia più pregiata. Aggiudicarsi Sanremo così presto è sempre un rischio, un'arma a doppio taglio: solo il tempo ci dirà se sia stato un bene; oggi, all'indomani dell'evento, posso solo riconoscere l'indubbia unicità artistica di questa fanciulla. E qui veniamo a un altro aspetto rilevante del risultato di poche ore fa: Angelina, ben spalleggiata da un team di autori di prim'ordine, ha portato in gara un pezzo totalmente fuori dagli schemi festivalieri, ma anche non propriamente in linea con certe tendenze radiofoniche, perché la cumbia, per quanto adattata a certi stilemi contemporanei, non è il genere che va per la maggiore nel nostro Paese. E però funziona, è di impatto, grazie a una scrittura astuta, a un sound vivace e dai colori mediterranei e arabeggianti, e, torniamo al punto di partenza, alle doti performanti della cantante, che riesce a dare un'anima genuina e spontanea alle sue canzoni, e le "porge" con energia, aggressività positiva, personalità da autentico animale da palcoscenico e voce tutt'altro che anonima. 

ANNALISA POTEVA VINCERE DEGNAMENTE - In ogni caso, una vincitrice degna, il che non esclude un'altra considerazione: in misura diversa, molti altri avrebbero avuto titolo per occupare il gradino più alto del podio. Limitandoci alla cinquina finale, forse a mettere d'accordo tutti, o quasi, poteva essere Annalisa, che personalmente ritenevo la più meritevole, sia pur di un'incollatura, per titoli acquisiti in quasi quindici anni di carriera, per mole di consensi recenti e per abilità di un pezzo che, alla fine, rinnova con successo il filone inaugurato con  "Bellissima" e ne consolida la posizione di diva pop glamour del momento. E se Irama si è confermato uno splendido cantore moderno di atmosfere romantiche retrò eppure sempre di moda, con il suo struggente urlo d'amore, Ghali si è ripresentato al grande pubblico vincendo la sua sfida e guadagnando una credibilità che va oltre il suo consueto bacino di fruitori, abbattendo il muro del residuo scetticismo: "Casa mia" è una proposta fresca per eccellente grado di cantabilità in ogni sua parte, giusto compromesso fra lo stile ruvido di certa sua produzione passata e una maggiore immediatezza elettropop, e contiene un importante e ben chiaro messaggio pacifista, ribadito anche ieri sera in chiusura di esibizione con uno "stop al genocidio" che finalmente, dopo tante remore e timidezze, alla lunga ha fatto almeno parzialmente breccia sul palco dell'Ariston. 

GEOLIER E IL REGOLAMENTO - Discorso a parte per Geolier, sul quale comunque mi confermo: sul piano prettamente musicale, una sua affermazione non sarebbe stata scandalosa, anche se mi avrebbe lasciato un po' di amaro in bocca. Una trap urban ammorbidita con accenti  da neomelodico napoletano e un refrain ficcante, ossessionante. Il punto è che la sua ammissione in gara è frutto di un'interpretazione del regolamento assolutamente lecita (ci mancherebbe) ma attuata sul filo del rasoio e dell'equilibrio; nelle "tavole della legge" rivierasche, al paragrafo A del capitolo "Canzoni", si legge che il testo delle suddette "dovrà essere in lingua italiana. Si considera in lingua italiana anche il testo che contenga parole e/o locuzioni e/o brevi frasi in lingua dialettale e/o straniera (o di neo-idiomi o locuzioni verbali non aventi alcun significato letterale/linguistico), purché tali da non snaturarne il complessivo carattere italiano, sulla base delle valutazioni artistiche/editoriali del Direttore Artistico". Ecco, quest'ultima frase salva capra e cavoli, attribuendo peso dirimente alla sensibilità, al sentire e alla linea del responsabile massimo della manifestazione, ma è chiaro che, appunto, si ricama in punto di diritto, ed è ovvio che, dopo la vicenda che ha coinvolto il giovane partenopeo, il regolamento dell'anno prossimo dovrà essere adeguatamente aggiornato. 

INUTILE SCAGLIARSI CONTRO LE GIURIE - Sempre a proposito di Geolier, che come si vede ha catalizzato le poche polemiche di questa edizione relativamente alla gara, trovo tutto sommato stucchevoli le grida di dolore per il rovesciamento del verdetto del televoto da parte di sala stampa e radio: si è giunti a questo complesso sistema di "bilanciamento fra giurie" negli ultimi lustri, proprio per attutire l'impatto devastante e non sempre positivo che il voto tramite sms ebbe nei primi anni della sua introduzione, decretando vincitori senza grossi meriti e rivelatisi spesso effimeri. E' così da tempo, c'è un regolamento che cantanti, management e discografici leggono e accettano prima di affrontare la tenzone, e che, dai primi anni di questo secolo, la Rai mette giustamente on line, rendendone disponibile la consultazione a chiunque; cadere oggi dal pero e fare gli scandalizzati è fuori dal mondo. Insomma, questo meccanismo di riequilibrio è nei poteri delle giurie presenti in loco (in tempi più lontani se ne avvalse con disinvoltura anche la giuria di qualità, oggi non più esistente), a volte può avere esiti apprezzabili, altri più infelici, ma, insomma, fa legalmente parte del gioco. 

SANREMO THRILLING - E così, a notte fonda si è chiuso uno dei Festival più incerti e combattuti di sempre. Del resto, l'avevamo detto alla vigilia: almeno la metà dei concorrenti poteva legittimamente ambire a centrare il bersaglio grosso, sia pur con argomenti diversi e di diversa consistenza. Amadeus aveva allestito quest'anno un cast ricco di nomi di primissimo piano, soprattutto di big del momento, assolutamente sulla cresta dell'onda, nel cuore degli appassionati. Cast del genere danno prestigio all'evento e, indubbiamente, moltiplicano il loro potere promozionale a favore dei partecipanti, ma hanno anche il rovescio della medaglia, ossia che, in un mare immenso di proposte, fatalmente anche delle opere di pregio rischiano di perdersi e di scomparire nella massa. Ed ecco quindi che la melodia tradizionale a pieni polmoni del Volo, ariosa e d'impatto, non è mai riuscita a entrare nei giochi di alta classifica, clamoroso se si pensa alla popolarità internazionale del trio e ai risultati colti dallo stesso nelle due precedenti partecipazioni. E ancor più clamoroso è stato il buco nell'acqua in graduatoria dei Negramaro, il nome di spicco che il direttore aveva estratto quest'anno dal cilindro, sulla scia dei grandi ritorni recenti dei grossi calibri dell'ultimo ventennio, pensiamo a Elisa (2022) e Giorgia (2023). Erano nel lotto dei papabili, sono finiti nelle retrovie, colpa di una "Ricominciamo tutto" raffinata e complessa, non facile all'ascolto, che è salita di tono nel corso delle serate ma non abbastanza per tornare in lizza; una composizione di cui comunque torno a sottolineare le buone qualità, con il tocco di quell'omaggio al Dalla di fine Settanta - primi Ottanta, di cui non era facile riprodurre le atmosfere evocative e nostalgiche. 

DANCE, BALLAD E IMPEGNO - Dovrei citare molti altri artisti, fra chi ha raccolto meno di quanto seminato, ma per i dettagli rimando al pagellone audiovideo realizzato con Markus del canale You Tube "Profumo di Sanremo e non solo". Accenno solo alla sofisticata architettura sonora dei Santi Francesi, a cavallo fra attualità e riscoperta del passato con quel bel sintetizzatore eighties, la dance sostenuta in salsa Lazza, ma con una propria originalità, della bravissima Clara, il sound estivo di Emma, la cui "Apnea" potrebbe diventare un tormentone balneare, se riuscirà ad arrivare ai mesi caldi senza essere travolta dai tanti nuovi dischi che usciranno nel frattempo; e ancora la ballad di pregio di Maninni, che ha appreso, con intelligenza, le lezioni di tanti habitué del genere, Il Tre con un'altra operazione nostalgia rivolta in questo caso al sapore di rap-pop in salsa novantiana, e aggiungiamoci l'azzardata operazione di Dargen D'Amico, che per lanciare un importante messaggio di pace ha optato per un pezzo nelle sue corde, fatto di ritmi martellanti e massima orecchiabilità che rischiano di sommergere e far passare in secondo piano il significato del testo. Ad ogni modo, Dargen è stato il primo, martedì notte, a esporsi nella sua richiesta di cessate il fuoco, e con il passare delle serate qualcuno si è fatto avanti con coraggio, ma, dicevo, sempre troppo pochi, con il picco dello "stop al genocidio" invocato da Ghali. 

BUON LIVELLO MEDIO, TANTE HIT IN PECTORE, RISCHIO OMOLOGAZIONE - Ho citato tante canzoni, e altre ancora avrei potuto citarne (penso a quelle di Mahmood, Mr. Rain e Diodato, sulle quali mi ero comunque espresso positivamente nei giorni scorsi), ma, nel mio proverbiale ottimismo, credo di avere individuato un buon livello medio della proposta festivaliera appena ascoltata. Senza picchi come in anni passati, penso al Mengoni pigliatutto, ma con tante canzoni costruite con  astuzia, ben confezionate, con tutti i crismi per "spaccare" in radio, nelle charts, in streaming. Capolavori? A naso direi di no, ma brani con una loro precisa dignità e con la possibilità di farsi ricordare. Non vi piace un Sanremo così? Ci sarà modo di parlarne nel dettaglio. Troppa dance, si era detto quest'anno, e poi abbiamo visto che le proposte classiche, le melodie, le ballate hanno comunque avuto il loro vasto spazio. Poco spazio per certi generi più di nicchia, e su questo si può essere anche d'accordo, è uno degli aspetti su cui maggiormente si dovrà lavorare in futuro per non offrire una produzione troppo omologata. In questo senso, è balzata agli occhi la presenza massiccia di un ristretto numero di autori a firmare un elevato numero di canzoni; non è una novità, certi nomi che ricorrevano con costanza sono stati una caratteristica anche di Festival molto lontani nel tempo, forse nel 2024 si è un tantinello esagerato, ecco. Senza entrare in meccanismi di management, collaborazioni e rapporti professionali che non mi appartengono e che non conosco, penso sia normale che un interprete si affidi ai compositori più in voga, i re Mida della canzonetta che trasformano in oro tutto quel che scrivono; casomai posso rimproverare loro scarso coraggio nel non affidarsi anche a qualche autore emergente o comunque meno "sfruttato".

FESTIVAL COMMERCIALE, COME SEMPRE - Ma molti sembrano dimenticare cosa sia davvero Sanremo: una rassegna a carattere commerciale, che deve offrire essenzialmente (non esclusivamente) musica da classifica, "da canticchiare", composizioni che fanno vendere, che danno popolarità e riscontri economici ai cantanti e che quindi aiutano l'industria discografica a girare e a poter investire denaro su nuove produzioni e, si spera, su sempre più emergenti. E' sempre stato così, il Festivalone non è né il Tenco né Musicultura. Del resto, proprio sul piano discografico, gli esiti dei cinque anni di gestione Amadeus sono stati un crescendo rossiniano di certificazioni oro e platino; i cantanti fanno la fila sempre più numerosi per entrare nel cast, che dal 2020 si è allargato a dismisura anche per fare il minor numero di scontenti possibile; e qualche settimana fa Enzo Mazza, il presidente della Fimi, colui che a fine anni zero aveva pronosticato l'estinzione del Festival nel giro di poco tempo, ha chiesto a gran voce la riconferma di "Ama" alla luce degli straordinari risultati conseguiti. Questi sono dati oggettivi, che dimostrano come la gestione appena conclusasi, la linea editoriale emersa, pur con tutti i suoi limiti, era e rimane una delle migliori per la salute dell'universo canoro nostrano. 

E IL FUTURO? - Per tutto questo, l'abbandono ormai quasi sicuro dell'attuale responsabile (ma i vertici Rai sperano ancora di convincerlo a tornare sui suoi passi) apre problematiche non di poco conto. Innanzitutto perché non è facile scegliere un successore credibile (il ritorno della sicurezza Conti? Il clamoroso ripescaggio di Baglioni prima dell'annunciato ritiro? L'idea da me lanciata di Fiorella Mannoia? Una Pausini però ancora in piena attività, fra dischi e live?), e perché chi verrà dovrà ovviamente avere liberta di scelta e di realizzazione della sua idea di Festival, ma anche l'estrema umiltà, e direi l'intelligenza, di non toccare alcuni meccanismi e alcuni criteri di selezione messi a punto da Amadeus, che ha allineato Sanremo alla realtà musicale del nostro Paese come era riuscito a pochissimi prima di lui . E' di nuovo l'appuntamento più ambito da tutti, e chi ci va, soprattutto se nome di primo piano, lo fa con brani di spessore, mentre in epoche passate accadeva spesso che i big arrivassero con produzione di seconda scelta, riservandosi il meglio per altre occasioni. Si apre una successione difficile, insomma, forse la più difficile, perché l'anchorman siciliano non è stato il primo a sbancare l'Auditel (certo, questi livelli non si raggiungevano dai tempi del miglior Baudo), ma l'eredità principale del suo operato è appunto l'aver ridato all'evento assoluta centralità nell'andamento del mercato musicale. 

sabato 10 febbraio 2024

SANREMO 2024: LA SOLITA SERATA COVER, POCHI PICCHI DI BELLEZZA E TROPPE CONCESSIONI AL FACILE CONSENSO. ANNALISA E ANGELINA IL TOP CON VOLO E SANTI FRANCESI, NON SCANDALOSO IL PRIMATO DI GEOLIER

 


Lo scrivo e lo dico da anni: la serata cover è il più grande "buco nero" della gestione festivaliera targata Amadeus. Soprattutto perché è musicalmente un corpo estraneo alla gara di inediti, e però finisce con l'incidere tecnicamente sull'esito della gara stessa, una distorsione regolamentare a cui nessuno è mai riuscito a fornire una spiegazione artisticamente accettabile, semplicemente perché non ne esiste alcuna. Ma non è solo questo: c'è la sensazione che questo happening di indubbio fascino si muova all'interno di schemi fin troppo elastici, in cui tutto è consentito, con lacci e lacciuoli normativi ridotti al minimo sindacale. Il che sarebbe anche accettabile se, ripeto, rimanesse un concorso a sé stante, che esaurisce la sua funzione nella notte del venerdì (o del giovedì, come è successo in altre edizioni). 

Sul piano squisitamente musical-spettacolare, questa kermesse nella kermesse ha confermato tutti i suoi pochi pregi e i tanti difetti. Un kolossal animato da circa settanta fra cantanti e musicisti, con alcuni indubbi picchi di bellezza ma anche performance banali e dimenticabili e qualche furberia di troppo. Mi si dirà: ma è esattamente ciò che avviene, sempre, al Festival di Sanremo nel suo complesso. Vero solo in parte, perché almeno nel concorso canoro tutti partono più o meno alla pari, vale a dire con una canzone nuova di zecca e sconosciuta, che è ciò che conta nella tenzone ligure. Quando scatta il momento delle cover, invece, c'è chi rischia e si mette alla prova e chi va sul sicuro ammiccando eccessivamente al pubblico e, di conseguenza, ai votanti. 

Alle corte: veramente discutibile il karaoke simil Arena Suzuki con medley e pout pourri assortiti, ai limiti dell'inaccettabile l'autocelebrazione. Lo ripeterò allo sfinimento: è veramente grottesco che evergreen del pop italiano e internazionale vadano a incidere sul verdetto finale del Festivalone. Questo è il vero scandalo, non la vittoria di tappa di Geolier, che può essere discutibile come tanti altri primi posti nella storia della manifestazione, ma che rientra nel gioco spesso imperscrutabile delle giurie. Del resto il ragazzo di Secondigliano ha presentato, per la specifica occasione, un progetto dignitoso e con una linea ben precisa, un rapido excursus lungo i sentieri della trap e delle nuove frontiere sonore partenopee. Avrei preferito un'altra medaglia d'oro, ma meglio questo ensemble napoletano del best of di Renga e Nek, o di Sangiovanni che addirittura ha riproposto il suo precedente successo sanremese, "Farfalle", in versione spagnola (mai tante "mariposas" all'Ariston come quest'anno). E spiace che Geolier se la sia presa per i fischi, perché anch'essi vanno messi in preventivo in circostanze simili: non è che il pubblico in sala debba sempre e costantemente accettare pacificamente tutto, e il fischio è il modo più classico per manifestare il proprio disaccordo, da che mondo è mondo. Sennò certi atleti dovrebbero passare la vita a piangere, e del resto è accaduto, spesso e volentieri, anche nei teatri lirici, contro autentici mostri sacri del canto.

Senza sale gli omaggi di Rose Villain e The Kolors ai loro partners Gianna Nannini e Umberto Tozzi; meglio, per intensità, il duetto Vecchioni-Alfa in "Sogna ragazzo sogna", scelta azzeccata perché è un brano che, fin dal titolo, sa tanto di passaggio di consegne fra vecchia e nuova generazione canora. Il ragazzino genovese ha chiuso il pezzo con una strofa rappata scritta di suo pugno, una soluzione che è stata spesso praticata in questi anni di cover rivierasche e che personalmente trovo originale e azzeccata: lo stesso ieri, hanno (ben) fatto i Bnkr44 per dare una veste nuova a "Ma quale idea" di Pino D'Angiò,  rivisto con piacere a proprio agio sul palco, nonostante le difficoltà vocali. Personalmente, pur senza delirare per l'entusiasmo, ho apprezzato la rilettura sommessa e intimista di "Notte prima degli esami" da parte di Gazzelle e del bravo Fulminacci, che spero di rivedere in gara quanto prima, e anche il delicato omaggio di Mahmood a Dalla in "Com'è profondo il mare". Tutto sommato gradevole anche il duo Emma-Bresh, rispettoso del Tiziano Ferro originale, e all'insegna della totale spensieratezza la rimpatriata sanremese Gabbani-Mannoia, con lei che guardava lui con aria scettica mentre intonava "Occidentali's karma", reo di averle "soffiato" la medaglia d'oro nel 2017. 

Pollice in su per chi è stato coraggioso e non banale, si diceva. Il coraggio può essere declinato in tanti modi, a partire dalla scelta del brano da coverizzare fino al modo di metterlo in scena e di eseguirlo. Coraggio ha mostrato Ghali, che ha portato il suo universo musicale ricco di contaminazioni, il suo essere cittadino del mondo, con l'intro in lingua araba, ma anche profondamente italiano, con l'omaggio a Toto Cutugno. E coraggiosa è stata Angelina Mango, perché non è facile reinterpretare un evergreen di un padre prematuramente scomparso e amatissimo dagli appassionati: lei l'ha fatto riuscendo a dare di "La rondine" una lettura nuova, più delicata, di grande suggestione, impattante quanto l'originale. Probabilmente il top della serata, assieme ad altre tre performance che hanno raggiunto livelli di perfezione, forza emotiva e professionalità elevatissimi, ossia Annalisa e Rappresentante di lista in una "Sweet dreams" ricca di feeling, Il Volo con Stef Burns alle prese, nientemeno, con "Who wants to live forever", e i Santi Francesi, poco considerate rivelazioni di questa edizione, con una versione impeccabile dell'Hallelujah di Cohen, ben spalleggiati dalla sempreverde Skin. Di contro, assolutamente dimenticabile l'ennesima riproposizione, ad opera di Bigmama, Gaia, Sissi e La Nina, di una "Lady Marmalade" che negli ultimi vent'anni ci è stata propinata in tutte le salse in ogni tipo di trasmissione non solo Rai, una hit di grandissimo successo ma di cui mi sfugge il fascino talmente dirompente da imporne la necessità di inserirla nelle scalette di show, contenitori musicali e quant'altro, a ogni piè sospinto. 

In mezzo a una proposta così sovrabbondante, tutti gli elementi extra hanno avuto pochissimo spazio, ma merita la citazione una Arisa in superba forma fisica e soprattutto vocale, per la quale spero arrivino presto nuove canzoni in grado di valorizzarla e di riportarla al successo di qualche anno fa. Nessuna sorpresa per una Cuccarini a proprio agio nelle vesti di presentatrice che già tante volte ha indossato, anche all'Ariston, e che potrebbe essere un'idea per conduzioni future del Sanremone, chissà. Per i Jalisse è arrivato infine il ritorno all'Ariston, ma solo come contentino. E contenti loro, contenti tutti, ma diciamo che per ripartire davvero serve qualcosa di più. Non credo ai complotti contro di loro, e non credo nemmeno che dal '98 a oggi abbiano presentato solo brutte canzoni; bisogna che ci sia davvero l'occasione, il momento giusto per il rilancio, e non è facile individuarlo e intercettarlo, questo magic moment, soprattutto per chi è fuori dal grande giro discografico da tempo. Guardate quanto tempo hanno dovuto attendere Paola e Chiara... E stasera? Sarà difficile non trovare nella cinquina finale Geolier, Annalisa e Angelina, ma a notte fonda tutto si azzererà e molto potrà ancora accadere, anche se il consiglio, a chi non lo conosce, è di... cominciare a imparare il napoletano.

venerdì 9 febbraio 2024

SANREMO '24, LA TERZA SERATA: PICCOLA RIVINCITA PER BALLAD E MELODIE TRADIZIONALI. ANGELINA LANCIATISSIMA, MR. RAIN AL CULMINE DELL'ISPIRAZIONE, BENE CROWE E MANNINO

 


E' un Sanremo dance, si dice. Beh, è vero, ma solo in parte. La serata di ieri, con il riascolto del secondo gruppo di canzoni, ci ha un po' riportati indietro nel tempo, nel solco della tradizione festivaliera propriamente detta. I riflettori si sono accesi su quello che quest'anno è considerato il lato oscuro della rassegna, un mondo canoro mediaticamente sommerso, popolato dagli irriducibili delle ballad e dell'amore romantico declamato a ugole spiegate, del profluvio di archi e pianoforte. 

E sì, Sanremo '24 è anche questo, ed è quasi sempre un buon sentire. Poi, certo, le opere ad alto tasso di ballabilità sono preponderanti come forse mai da queste parti, ma non c'è nulla di male perché, come ho già scritto nel pezzo di presentazione, in epoche nemmeno troppo lontane si era esagerato nel senso opposto, con un'offerta eccedente di ipermelodici che avevano allontanato la kermesse ligure dalla realtà discografica nostrana, dalle nuove tendenze all'epoca à la page. E tuttavia, almeno per una sera è tornata a dominare la dolcezza canora: ed ecco quindi la melodia un po' convenzionale di Alessandra Amoroso, ma anche la struggente, soffusa delicatezza  delle "Due altalene" di Mr. Rain, al vertice della vena ispiratrice nella capacità di mettere in musica le esperienze di vita proprie e altrui. Nel suo cambiamento di registro, allontanandosi dalla giocosità delle prime hit come aveva fatto Arisa a suo tempo, Sangiovanni si propone in "Finiscimi" sul filo dei canoni tradizionali sanremesi riguardo all'architettura strumentale, aprendosi invece nelle liriche a un linguaggio giovanilistico più nelle sue corde, risultando comunque comprensibile a tutti. Ed è una bella sorpresa Maninni, che ha saputo far proprie le lezioni di tanti maghi del genere, da Meta a Zarrillo, da Renga a Ultimo, adattandole alla propria indole e producendo una "Spettacolare" di notevole impatto emozionale. 

In questa... isola perduta in mezzo al mare di radiofonicità martellante, i più ardimentosi sono stati, e la cosa non sorprende, i Negramaro, che potevano arrivare e vincere facile e invece hanno scelto la difficile strada della raffinatezza, di una canzone complessa e articolata, in crescendo, impreziosita da evocative pennellate di un Dalla fine Settanta - primi Ottanta, con la sola trovata infelice del countdown stile Cape Canaveral piazzato nel finale. "Ricominciamo tutto", fosse stata in gara nelle edizioni del '99 o del 2000, con la giuria di qualità a dettare legge o quasi, sarebbe stata probabilissima vincitrice. Ugualmente non banale ma più immediata l'incalzante ballata di Diodato, dalla splendida orchestrazione, un ricco tappeto di note che trasmette grande serenità, con l'usuale mix di malinconia e speranza che è parte irrinunciabile della sua cifra compositiva. 

A metà del guado si posiziona Rose Villain, con una proposta spiazzante, da un lato furbetta perché tenta di intercettare fasce di pubblico agli antipodi, dall'altro comunque audace, proprio per la combinazione tra il genere lento nelle strofe, oltretutto eseguito con una voce di gran spessore, e il refrain ispido, duro, quasi di marca techno. Stesso discorso per i Santi Francesi, che però si muovono su stilemi sonori diversi: una via contemporanea al canto d'amore, con arrangiamento variegato e sofisticato e con la gradevole concessione al vintage rappresentato dal ricorso al sintetizzatore, che riproduce atmosfere "computerizzate" da primissimi anni Ottanta. 

Insomma, la "canzone da festival" non è del tutto scomparsa, ma sopravvive, e non è un male, seguendo spesso percorsi di costruzione più articolati e moderni, altre volte consegnandosi senza remore alla sicurezza dei canovacci old school. In questo contesto, stupisce che ad abbandonare le antiche certezze siano stati i Ricchi e Poveri, che nella nuova veste discoteca-style stanno piacendo a molti ma non a me, che li trovo un po' come pesci fuor d'acqua, non troppo credibili, oltre che, mi è parso, in difficoltà vocale in alcuni passaggi della performance. Possiamo parlare di richiami ai tempi che furono anche per due insospettabili: la rivelazione di serata, Il Tre, semplicemente perché ci ha riportati agli albori di certo rap italiano contaminato dal pop, quello acqua di rose che combinava piacevolezza del ritornello e strofe recitate, senza trascendere in versi troppo crudi, e anche i Bnkr44, i più sinceri portatori di una schietta voglia di gioventù, con la riscoperta di una struttura-canzone che ricorda in parte le boyband e più in generale  certi generi canori in voga  a cavallo dei due secoli. 

La serata ha decretato la conferma e il trionfo parziale di Angelina Mango, a questo punto quantomeno sicura piazzata. Convince perché portatrice di un genere raramente esplorato al Festival, e di un brano accattivante, coinvolgente e interpretato con personalità già in rilievo, con una vocalità intensa e sensuale, e con modalità esecutive uniche nel panorama italiano attuale, in cui quasi gigioneggia fra concessioni alla cadenza napoletana e gestualità da attrice. Apprezzabile "Casa mia" di Ghali, un pastiche di sonorità pop, dance ed elettronica decisamente efficace all'ascolto, e con un messaggio pacifista che davvero non guasta, in un Festival in cui sembra davvero un atto di coraggio riuscire a pronunciare qualche parola contro le guerre (è lontano il 2003, in cui i cantanti si presentavano con i colori della bandiera della pace). Non riesce a scalare posizioni Fiorella Mannoia, che non credo se ne adonterà, in quanto ciò che conta è la coerenza di un percorso artistico che la vede sempre su posizioni a favore delle donne, attraverso una canzone di taglio cantautorale vecchia maniera, con venature alla De Andrè, che sicuramente rimarrà nel suo repertorio, a prescindere da come andrà a finire sabato. I La Sad fanno i cattivi ragazzi negli atteggiamenti un po' sopra le righe (ma neanche tanto), ma di "Autodistruttivo" va salvato il messaggio positivo, la volontà di non rinunciare alla vita andando oltre ogni ostacolo, e nella struttura del pezzo il tocco e il piglio grintoso di Zanotti dei Pinguini si avvertono comunque nitidamente. 

Giusto dedicare gran parte dell'articolo alla gara, vera unica grande protagonista, lo ribadisco, del 74esimo festival, ma giusto anche dire che, dopo il clamoroso buco nell'acqua della presenza di John Travolta, ieri qualcosa di meglio si è visto, quanto agli elementi extra. Attorno a Russel Crowe è stato costruito un minishow dignitoso, con un'intervista fatta di poche ma interessanti domande (e altrettanto interessanti risposte), con l'esibizione canora dell'attore, con un clima generalmente più disteso e con una maggiore disponibilità della star, persino pronta a "perculare" Amadeus sul caso Qua qua dance. Conterà poco, ma questa ospitata era stata annunciata da tempo, al contrario di quella del divo di Pulp Fiction, e quindi preparata con cura e senza fretta, un dettaglio non da poco che mi ero permesso di sottolineare ieri. La vicenda legata a Travolta ha comunque aleggiato a lungo sull'Ariston: con l'intro di serata di Ama che ha rivendicato il carattere giocoso e leggero del siparietto, e con altre prese in giro bonarie, quelle di Eros Ramazzotti, al quale è stata concessa un fin troppo breve celebrazione di Terra promessa", eseguita, meraviglia delle meraviglie, con la stessa base del 1984, con quel sound che oggi sembra superato ma con cui noi ragazzi dei Settanta abbiamo convissuto a lungo in armonia e letizia.  

Promossa a pieni voti la co-co di turno Teresa Mannino, da me sempre apprezzata come performer comica: un vero peccato che negli ultimi anni abbia riservato le sue energie al solo teatro (con spettacoli comunque trasmessi anche sul piccolo schermo), limitando le sue apparizioni tv, dove avrebbe le potenzialità per condurre un one woman show cucitole addosso su misura. E, per noi genoani, commozione a go go grazie all'esibizione di Bresh, che ha lanciato in Eurovisione quella "Guasto d'amore" ormai divenuta inno ufficioso del club rossoblù. L'impegno sociale, che è comunque una delle colonne portanti della linea editoriale dei Sanremo targati Amadeus, ha portato sul palco il dramma delle morti sul lavoro, grazie alla struggente lettera di un padre al figlio che lo conoscerà solo tramite una foto, splendidamente interpretata da Stefano Massini, ormai una delle più importanti voci italiane del teatro di denuncia civile, con l'accompagnamento al piano di Paolo Jannacci. 

sabato 11 febbraio 2023

SANREMO 2023, LA SERATA COVER: FRA FURBERIE E RICERCA DALL'APPLAUSO FACILE, SI FA APPREZZARE CHI RISCHIA, E VINCE GIUSTAMENTE IL VIRTUOSO MENGONI. PASSAPORTO PER IL TRIONFO?


 La serata sanremese delle cover è ormai diventata la fiera dei furbetti. Senza ritegno, o quasi. Un'orgia di citazioni e autocitazioni, medley e pout pourri, compilation in stile Migliori anni o Arena Suzuki. Cosa tutto questo c'entri con la gara d'inediti che è il pilastro fondante del Festival, ancora non sono riuscito a capirlo. Probabilmente perché non c'entra proprio nulla, e sarà sempre troppo tardi quando questo evento nell'evento verrà ripensato e ristrutturato su basi diverse e più aderenti all'idea da cui nacque il tutto, ossia un'occasione per mettere alla prova gli artisti in concorso con pezzi non del loro repertorio, da scegliere però secondo criteri rigorosi e senza percorrere facili autostrade per migliorare la propria posizione in classifica, strizzando l'occhio ai classici più amati, gettonati, inflazionati. Già l'anno scorso ci aveva provato Morandi e gli era andata più che bene, grazie all'appoggio dell'amico Jovanotti, ma questa volta si è letteralmente debordato. 

GLI AUTOMEDLEY - Senza vergogna, appunto. Il greatest hits di Ramazzotti, quello di Antonacci e quello di Edoardo Bennato, l'automedley degli Articolo 31 e di Paola e Chiara. Stesso discorso per la Oxa con "Un'emozione da poco" e per Grignani, ma in quest'ultimo caso il gioco non è riuscito perché la povera Arisa, pur impegnandosi allo stremo, non è riuscita a stare dietro alle spericolatezze esecutive del collega. Più accettabile, ma siamo proprio al limite, lo scambio di gemme canore fra Giorgia ed Elisa, nel ricordo della splendida accoppiata di canzoni piazzatasi in testa al Sanremo 2001, uniche gemme di un'edizione che fu grigia e piatta sotto molti punti di vista. E tollerabili, tutto sommato, gli omaggi che alcuni concorrenti hanno riservato ai loro ospiti, limitandosi però a una singola hit (ad esempio, i Modà con "Vieni da me" delle Vibrazioni), ma il vero spirito originario del format era un altro, e per fortuna qualcuno riesce ancora a recepirlo senza cedere alle scorciatoie e al facile applauso.

VIVA I CORAGGIOSI - Così, è stato in fin dei conti sacrosanto che a vincere, consolidando la sua posizione di leader, sia stato Marco Mengoni che, col Kingdom Choir, ha fornito una superba rivisitazione vocale di Let it be, pietra miliare del pop internazionale. E meritano l'elogio pieno quelli che si sono incamminati sullo stesso, arduo sentiero, pur compiendo le più disparate scelte artistiche. Coraggiosa, ad esempio, la rilettura in chiave rap moderno dell'eterna "La notte vola" di Lorella Cuccarini, di grande impatto sonoro e scenico "American woman" a cura di Elodie e dell'emergente BigMama, che avevo apprezzato in una sua ospitata nella trasmissione mattutina di Luca Barbarossa. 

POLLICE IN SU PER LAZZA E GIANMARIA - Giustamente premiato anche Lazza, che con spirito giovane e anticonformista ha scelto un successo relativamente recente ma non ancora entrato nel novero degli evergreen italiani, "La fine" di Nesli, in una impeccabile e intensa interpretazione accanto a una sempre ottima Emma e alla violinista Laura Marzadori. Ecco, è questo il tipo di cover che vorrei sempre ascoltare, se proprio questa serata "né carne né pesce" deve continuare ad esistere. Da salvare anche il duetto, carico di suggestione, fra Gianmaria e Manuel Agnelli in "Quello che non c'è", e l'arricchimento testuale operato da Mr. Rain, in collaborazione con Fasma, su "C'è qualcosa di grande". Apprezzabile Madame per la coerenza nelle scelte artistiche e per una maturità "on stage" sempre più spiccata, oltre a uno stile ormai riconoscibilissimo, ma in "Via del campo" avrebbe potuto tranquillamente fare a meno di Izi, che non ha portato alcun valore aggiunto. 

NULLA DI MEMORABILE - Per il resto, poco da segnalare, con molte cover costruite all'insegna della prudenza e della misura, penso a "Sarà perché ti amo" by Coma_Cose e Baustelle, o "Azzurro" di Colapesce-Dimartino con la presenza sommessa e discreta di Carla Bruni. Nulla che mi abbia particolarmente colpito, se non, in negativo, il vuoto di memoria di Ramazzotti nel cantare alcuni versi di una delle sue maggiori hit, "Un'emozione per sempre". E' un peccato perché, come già sottolineato ieri, il cast messo insieme da Amadeus e dalle case discografiche per l'occasione è stato di livello assoluto, una sezione Big parallela a quella ufficiale, che non a caso ha sbancato l'Auditel oltre ogni aspettativa, pur marciando, in buona sostanza, col pilota automatico innestato. Cosa potrebbe diventare, un happening del genere, se venisse impostato in maniera più rigorosa, relativamente al bacino in cui pescare i pezzi da coverizzare e ai criteri da seguire in queste rivisitazioni? Temo non lo sapremo mai perché ormai il canovaccio è questo, e tale rimarrà fino a quando l'attuale direttore artistico resterà in carica. Anche qui, poca voglia di rischiare da parte di "Ama", che però perdoniamo perché i suoi rischi se li è invece ampiamente presi nella scelta dei cantanti in concorso. Tornando al cast di ieri, chissà che la presenza sul palco non sia il prologo a un prossimo debutto o ritorno alla competizione, parlo di Baustelle e Bennato così come di Antonacci e di Eros. Idea meno pazza di quanto si possa pensare. 

FRANCINI, UN'OPZIONE PER IL FUTURO - E il resto della "quarta puntata"? C'è stato il recupero dell'omaggio a Peppino Di Capri, saltato il giorno precedente. Un Peppino non in forma smagliante (più che normale, vista l'età) ma ancora brillante e pronto alla battuta, con la salace sottolineatura della lunga attesa per un premio che, senza falsa modestia, riteneva giustamente di meritare da tempo. Peppino è un grandissimo della canzone italiana, un totem: se ne avesse avute le possibilità vocali, avrebbe meritato uno spazio ben più ampio, per un minishow come quello riservato ai veterani che l'hanno preceduto su quel palco in settimana. Chiara Francini ha vinto la sfida a distanza con le altre co-presentatrici: sinuosa erede delle italiche maggiorate anni Cinquanta, ha sfoderato le sue armi migliori, quelle della professionalità, dell'ironia e del piglio attoriale, ma anche della capacità di cambiare registro, con quel superbo monologo sulla maternità mancata e/o dilazionata. Da prendere seriamente in considerazione per conduzioni future del festivalone anche da principale padrona di casa, lei come altre autorevoli candidate donne, in primis Serena Rossi, ma anche Andrea Delogu. 

Ora non resta che attendere la chiusura della gara: non credo ci saranno enormi sconvolgimenti, Madame forse guadagnerà qualche posizione, Lazza si consoliderà perché è la realtà nuova di maggior spessore uscita da questo Sanremo 73 (del resto le classifiche di vendita non mentono, quando la messe di successi e allori è così imponente come quella raccolta dal ragazzo nei mesi scorsi), ma saranno dettagli. Si gioca tutto fra Mengoni e un Ultimo poderosamente sospinto dal voto popolare ma la cui canzone, a mio parere, non ha il piglio immediato e le stimmate di gioiello contemporaneo di quella del fiero rivale, in assoluto stato di grazia. Ecco, la mia preferenza l'ho espressa e ribadita, ma tutto può accadere. 


venerdì 10 febbraio 2023

SANREMO 2023, LA TERZA SERATA: LUNGHEZZA DEVASTANTE E PARENTESI EVITABILI MORTIFICANO LO SPETTACOLO. ULTIMO A CACCIA DEL PRIMATO, MA IL MIGLIORE E' MENGONI


Negli anni passati sono sempre stato un fautore, e il blog me ne è testimone, del progressivo aumento del numero di Big da ammettere alla tenzone sanremese. E sono ancora favorevole a un cast di concorrenti che sia il più ampio possibile, ma non a queste condizioni. I 28 partecipanti del 2023 sono tanti, ma non tantissimi, se andiamo a vedere la storia della rassegna. Rappresentano però un’enormità insostenibile per uno show con il format adottato e istituzionalizzato da Amadeus. Uno show dilatato all’inverosimile, con sovrastrutture extra gara di dubbia o nulla utilità. Una maratona che impedisce di apprezzare al meglio pregi e difetti dei brani in concorso, e che, credo, produce più scontenti che contenti, anche fra chi del carrozzone festivaliero è protagonista. Non parlo solo dei cantanti: il siparietto comico-promozionale di Alessandro Siani relegato alle soglie delle due di notte è ai limiti dell’offensivo, così come denota scarso tatto l’omaggio a Burt Bacharach anch'esso in orario da vampiri. 

POCO RISPETTO - E’ un andazzo poco rispettoso anche di chi viene dopo in palinsesto, ossia del dopofestival, di cui Fiorello sta offrendo una versione riuscitissima, divertente e gradevole, fra le migliori di sempre, che meriterebbe una collocazione più a portata di essere umano. Poi, certo, c’è Raiplay, c’è la possibilità di rivedere con calma il tutto o solo le parti che interessano, ma c’è anche chi, per esigenze personali, avrebbe piacere e necessità di gustarsi lo spettacolo solo in presa diretta, come ai vecchi tempi. Capisco anche che tale formula trovi giustificazione nelle dinamiche legate all'Auditel e agli spazi promozionali, tuttavia la macchina Festival ha incassato molto e fatto registrare ottimi ascolti anche in versioni più snelle nella durata e nei contenuti. 

AFFONDANO LE NUOVE PROPOSTE - Era una premessa doverosa, perché l’allungamento del brodo, è evidente, nuoce soprattutto a chi il Sanremone lo interpreta ancora secondo lo spirito originario dell’evento, ossia vetrina per far conoscere la propria nuova produzione canora. E Amadeus, così abile a rinnovare il volto musicale della kermesse, dando ampio spazio alle nuove tendenze giovanili e ad artisti emergenti che fino a un lustro fa godevano di scarsissima visibilità, non deve commettere questo clamoroso autogol, castrando lo splendido lavoro da lui stesso compiuto. In quest’ottica, va presa nella massima considerazione, da parte della direzione artistica, la classifica provvisoria scaturita dalla terza serata, che vede nelle posizioni di coda quasi tutti i ragazzi usciti dall'ultima edizione di Sanremo Giovani. Si può disquisire all'infinito sul talento in possesso di questi virgulti, e solo il tempo dirà quanto e se valgano realmente, ma si conferma quanto in molti, me compreso, sostengono dal momento in cui "Ama" ha scelto di ripristinare la formula del girone unico, in cui innestare i migliori "pulcini" prodotti dal vivaio festivaliero. 

I vari Olly e Sethu rischiano di venir cannibalizzati e sommersi, musicalmente e mediaticamente, dall'ampia schiera di veri big con cui sono chiamati a confrontarsi. Casi come quello di Mahmood, o per andare più indietro nel tempo di Giorgia o di Gigliola Cinquetti, vengono ricordati da tutti proprio perché sono episodi più unici che rari. Buttare subito allo sbaraglio degli esordienti privi della perizia professionale e della malizia dei colleghi "adulti", li può aiutare a crescere sul lungo periodo ma, sul momento, non produce risultati apprezzabili e ne rende quasi invisibile la presenza sulla ribalta più prestigiosa, relegandoli in una sorta di limbo. Torno a ripetere: sarà inevitabile, nei prossimi anni, il ripristino della categoria Nuove Proposte, che faccia corsa a sé anche a febbraio e non solo nella selezione autunnale. Se ne parlerà semmai con la nuova direzione artistica: difficilmente Amadeus tornerà indietro, ma per il suo Sanremo 2024 lo inviterei comunque a ridurre il contingente di giovani da immettere nel listone unificato: sei sono davvero troppi, soprattutto se, come quest'anno, si dimostrano quasi tutti estremamente acerbi. 

OCCHIO A ULTIMO, SPALLEGGIATO DA EROS - A proposito di classifica, le sorprese non sono mancate, e altre ne potrebbero arrivare da qui a sabato notte. Perché fino a metà della serata di ieri Mengoni pareva destinato a una placida navigazione verso la medaglia d'oro, con tanto di standing ovation del pubblico di fronte all'ennesima prova vocale superlativa. Poi, però, l'entrata in scena delle giurie popolari ha parzialmente sparigliato le carte. Ieri avevo pronosticato una ovvia crescita dei consensi per Modà, Giorgia e Ultimo. L'impresa non è riuscita ai primi due, mentre l'artista romano riempi-stadi ha compiuto un enorme balzo in avanti. "Alba" è una canzone old style, che evidenzia l'ottima vena poetica del ragazzo (sicuramente il miglior cantautore dell'ultima generazione) innestata su una melodia tradizionale con crescendo e lungo finale a pieni polmoni, per uno di quei pezzi che, da sempre, fanno "venire giù" il teatro; ma l'impatto non è immediatamente coinvolgente. Probabile che il duello finale per il trionfo sia proprio fra il polemico secondo dell'edizione 2019 e il sopracitato Mengoni, che però al momento si fa comunque preferire, perché nel suo "Due vite" riesce a sposare classicismo della canzone all'italiana e modernità nella struttura dell'opera. Peseranno, purtroppo, anche le cover di questa sera, che nulla dovrebbero avere a che fare con una gara di inediti, ma tant'è. Qui Ultimo ha giocato pesante, schierando nientepopodimeno che Eros Ramazzotti (che la sua presenza sia il preludio a un prossimo ritorno in competizione, nome boom per l'ultimo Sanremo di Amadeus?), mentre Marco punta "semplicemente" su un coro gospel e per prevalere dovrà fornire una performance di altissimo livello, impresa peraltro nelle sue corde. 

DA MADAME A LEO, SPICCANO LE SCOPERTE DI "AMA" - Il secondo ascolto live permette di esprimere pareri un tantino più approfonditi sul pacchetto-canzoni di questo 73esimo festivalone: conferma per il pregio delle proposte di Colapesce-Dimartino e Madame, che possono piazzarsi ma non vincere e che comunque troveranno ampia soddisfazione fuori dall'Ariston, in crescita la trascinante Levante col suo inno alla positività e alla gioia erotica, orami assestatisi su buonissimi livelli i Coma_Cose, con la... seconda puntata, più sofferta, introspettiva e meno solare, di "Fiamme negli occhi" del 2021 e con il valore aggiunto di una performance ben congegnata, con tratti di studiata teatralità. Di ottimo piglio radiofonico il "Terzo cuore" griffato Zanotti dei Pinguini, con un Leo Gassman che si destreggia in un cantato non facile, passando dal sussurrato all'improvvisa esplosione di una voce nitida e promettente. Sempre più credibile Tananai, che, come scritto, ieri, mi ha spiazzato con questa virata verso il totally romantic, ma che nella sua ballad mischia con perizia linguaggio giovane, ruvido e moderno con uno stile musicale agé. E fra le nuove leve più interessanti, ci sta il tocco di colore e di (moderatissima) trasgressione di Rosa Chemical, che sconterà forse il fatto di arrivare all'Ariston dopo Achille Lauro ma che in compenso ha fra le mani un potenziale tormentone che,  oltretutto, omaggia generi musicali più di nicchia e d'antan come lo swing anni Trenta, ed è fra i pochissimi a farlo. 

CRESCONO I CUGINI, LAZZA DA PLATINO - Assolutamente sul pezzo Paola e Chiara, che hanno ritrovato intatta la loro attitudine dancereccia alla base di tanti successi in curriculum, con una vaga vena malinconica subito spazzata via dalla voglia di vita e di divertimento, in linea con il messaggio al centro di "Furore", evocativa fin dal titolo. Abile, furbetto e orecchiabilissimo Mr. Rain con suo coro di fanciulli, un'operazione che però non credevo potesse colpire così tanto tutte le giurie e che perciò rappresenta una pericolosa mina vagante per i favoriti, persino con possibilità di podio. Elodie con pilota automatico (giustamente continua a sfruttare il filone che  ne ha decretato il boom, nulla di male) e destinata a ottimi riscontri di streaming e vendite, così come Lazza, ultracontemporaneo con un brano dall'impalcatura tradizionale (il refrain è assolutamente centrale per il funzionamento del tutto) ma con versi da "Z generation" e arrangiamento ipnotico, con quelle voci distorte che sottolineano varie parti del pezzo (Dardust se ne inventa sempre una e, diciamolo, non sbaglia un colpo). Tutto sommato, non sembra male nemmeno il nostalgico viaggio fra Settanta e Novanta che La Rappresentante di Lista ha confezionato per i Cugini di Campagna, che hanno un Nick Luciani in splendida forma e finalmente un nuovo brano da inserire in un repertorio da troppo tempo statico. 

L'INTENSITA' DI GRIGNANI - Lentamente, migliora il livello vocale di Grignani, che ha difficoltà ma, ricordiamolo, in ambito live non è mai stato impeccabile, e nemmeno doveva esserlo visto il tipo di produzione, sofferta e vissuta, che da sempre rappresenta il fiore all'occhiello fra le tante sue opere. "Quando ti manca il fiato" sta emergendo come una signora canzone, con un testo profondo e intenso, una orchestrazione forse troppo pomposa ma una interpretazione drammatica, sentita fin dentro l'anima, che sta facendo breccia nel cuore di chi ascolta. E, al di fuori dell'aspetto artistico, apprezzabile anche la scritta "No war"  mostrata sulla schiena in chiusura di esibizione, un grido che, fra mille istanze, finora si è sentito troppo poco in questo Festival e in altre trasmissioni tv schierate in prima linea. 

CHI SI SALVA FRA I GIOVANI - Tornando ai giovani, tallone d'Achille di questa kermesse, da salvare comunque l'orecchiabilità acqua e sapone di Ariete e, riguardo al vivaio sanremese, il mood adolescenziale di Gianmaria, nonché il curioso stile dei Colla Zio, che tentano di riportare in auge sound e movenze sceniche delle boy band anni Novanta. Non male anche le acrobazie vocali, con e senza autotune, di Olly, che si arrampica sulle note di un brano al passo coi tempi ma anche sottilmente retrò, nella citazione dei Coldplay. Rimane però il discorso di fondo: tutti questi artisti in erba avrebbero avuto migliore visibilità gareggiando in una categoria su misura, quella categoria che, dagli anni Ottanta in poi, ha contribuito massicciamente al rilancio grandioso di un Festival reduce da una profondissima crisi, e che non può essere rottamata senza rimpianti, se i risultati sono questi. 

BRAVA ANNALISA, BRAVISSIMA EGONU - Poco altro ha lasciato la serata, a conferma di quanto le sovrastrutture siano in larga parte superflue. Di prestigio, ma ripetitiva, l'ennesima ospitata dei Maneskin, fuori luogo la promozione della nuova canzone di Ranieri: per lui vale lo stesso discorso fatto per Blanco, ebbene sì. Splendida la performance esterna di Annalisa, che ha cantato dal vivo il suo ormai stranoto successo autunnale e che aspettiamo in concorso l'anno prossimo, per puntare finalmente alla vittoria e alla definitiva consacrazione. Detto dell'ingiusta collocazione di Siani a notte fonda, Paola Egonu ha sfruttato con intelligenza la sua co-conduzione. Discretamente a suo agio pur se eccessivamente legata al gobbo, comunque spigliata, affascinante e sensuale oltre le aspettative, ha saputo anche affrontare con saggezza tutte le polemiche che hanno accompagnato le sue recenti esternazioni. Una delicatezza e un'eleganza, nel suo intervento, che avrebbero dovuto accompagnare anche certi infelici monologhi degli anni passati. Meglio on stage la Paola, dunque, che in conferenza stampa: perché nessuno nega che in Italia ci sia razzismo, anzi, ci sono sacche di intolleranza odiose e inaccettabili, purtroppo tollerate anche ad alti livelli. Ma l'invito è a non considerare gli ultras degli stadi e dei palazzetti, o i minus habens dei social, come cartina tornasole della società nazionale: lì c'è il peggio del peggio, c'è la cloaca, ma è solo uno spaccato, pur se reale, della nostra società, che ha anche tanti comparti di solidarietà, accoglienza, apertura, vicinanza, così come le scuole multietniche di oggi promettono un'Italia ancora più libera e vivibile, nonostante i residui di somma ignoranza. 

PER I DUETTI UN CAST DA URLO - Tornando allo spettacolo, la serata delle cover, tradizionalmente abbastanza fiacca e quasi mai memorabile, questa volta potrebbe essere più vivace del solito. Il cartellone messo insieme è di primissimo livello: abbiamo detto di Ramazzotti, ma ci sarà anche Edoardo Bennato, tornerà Elisa, e poi ancora Arisa, Emma, Baustelle, Fasma, Ditonellapiaga, Paolo Vallesi, Alex Britti, Sangiovanni (già visto ieri nel gustoso duetto con Morandi, foriero di sviluppi futuri), Zarrillo, Cuccarini e altri ancora. In pratica un lussuoso cast parallelo, con Big che potevano essere in concorso e che, verosimilmente, torneranno a esserlo presto. 


giovedì 9 febbraio 2023

SANREMO 2023, LA SECONDA SERATA: FRA GRANDI RITORNI E TURPILOQUIO, SVETTANO MADAME E COLAPESCE-DIMARTINO. EMOZIONE PER ARTICOLO 31, MODA', PAOLA E CHIARA

 


E' stata la serata dei grandi ritorni. Ritorni di eroi pop amatissimi dal pubblico anni Novanta e inizio secolo, ritorno di ospiti stranieri, dopo il vuoto delle ultime edizioni del Festival. Ritorni unici, veri e attesi, laddove quelli di Al Bano e Ranieri, pur nella versione inedita in trio con Morandi, sono stati sono l'ennesima ricomparsa per ricantare sempre i soliti, graditissimi successi. Ma è stata anche la serata del turpiloquio, presente in abbondanza nei testi delle canzoni in gara e fuori gara così come nell'appendice comica, nel segno di uno sdoganamento fisiologico ma forse eccessivo, perché l'evoluzione della lingua italiana non implica libertà assoluta di attingere al fondo del barile dei vocaboli. 

EMOZIONE ARTICOLO 31, GIOIA DI VIVERE PER LE SORELLE - Il discorso sui ritorni ci porta immediatamente nel cuore della gara, che ieri si è ripresa quasi totalmente la ribalta, dopo i troppi extra del vernissage di martedì. Si è confermata una linea di tendenza, quella di una generale orecchiabilità, senza imbarcarsi in percorsi sonori troppo complessi e ricercati. Il blocco dei primi 14 Big si era presentato però più omogeneo, riguardo al livello qualitativo delle proposte, laddove ieri si sono avuti picchi notevoli ma anche parziali delusioni. Ma partiamo dai ritorni di cui si diceva: due sospirate reunion, questi sì eventi del tutto inediti, col debutto sanremese degli Articolo 31 che mi hanno quasi commosso, grazie a un brano che si consegna senza remore alla nostalgia e al racconto di un rapporto di amicizia tormentato oltre ogni limite. Invece Paola e Chiara, che mancavano dalla competizione dal 2005, non hanno concesso nulla alla malinconia, riappropriandosi felicemente delle misure dance che ne avevano decretato il successo discografico da Vamos a Bailar in poi, ritrovando il loro stile e contaminandolo leggermente con qualche vaga sonorità in salsa disco settantiana. Una rentrée tutt'altro che in tono minore, peccato per il profluvio abnorme di brillantini che ha quasi azzerato la grazia ancora intatta dei loro lineamenti. 

SANREMO AUTOBIOGRAFICO - Ricomparsa all'altezza delle aspettative anche quella dei Modà, all'insegna della continuità più assoluta con lo stile dei loro tempi migliori e con un'interpretazione ancor più accorata da parte di Kekko Silvestre, che in questa "Lasciami" ha riversato un vissuto recente piuttosto doloroso. Il che è una delle caratteristiche salienti del pacchetto-canzoni di questo Sanremo 2023: profondo lirismo autobiografico, dai citati Modà e Articolo 31 al Grignani di ieri, e a Levante, che fugge dal lacrimevole e canta il suo difficile percorso post parto con un ritmato ed energico inno alla positività. 

GIORGIA NON IMMEDIATA - Il ritorno più significativo, quantomeno in relazione alla storia e all'albo d'oro del Festival, era probabilmente quello di Giorgia, bellissima come e più di sempre, con una "Parole dette male" che ci immerge totalmente nelle atmosfere della melodia anni Ottanta e Novanta. Una canzone d'amore classica, raffinata, ben congegnata ma non da primo ascolto, e questo spiega la posizione penalizzante nella classifica della sala stampa. Classifica che era peraltro in larga parte prevedibile, per chi avesse avuto la pazienza di leggersi, nelle settimane scorse, le recensioni pubblicate su giornali e siti web dopo l'ascolto dei pezzi in anteprima offerto dalla Rai ai media: recensioni che non si esprimevano in termini totalmente lusinghieri nei confronti della stessa Giorgia, dei Modà e di Ultimo. Tre artisti che, ne sono sicuro, prenderanno quota nelle ultime tre sere grazie ai voti popolari, anche se non credo che ciò consentirà loro di lottare per la medaglia d'oro. 

MADAME E COLAPESCE-DIMARTINO, LIVELLI D'ECCELLENZA - A tal proposito, mi riconosco al 99 per cento nella Top five espressa dalla prima giuria. Perché insomma, che il brano di Mengoni abbia una marcia in più è evidente a tutti, mente le proposte di Madame e Colapesce-Dimartino sono state indubbiamente le migliori fra quelle ascoltate ieri. Madame è ulteriormente cresciuta sul piano compositivo e ora le sue parole giungono chiare al pubblico, pur senza rinunciare a quel particolare modo di cantare un po' "strascicato" che però non tocca gli abissi di giovanilismo di tanti suoi colleghi esordienti; e in più, "Il bene nel male" offre anche una spruzzata di sound in stile Daft Punk, che accresce l'appeal del pezzo, così come il refrain martellante. Colapesce e Dimartino forse si sono addirittura superati, rispetto a "Musica leggerissima", e mi riferisco nello specifico al processo creativo di costruzione dell'opera: quella era una composizione geniale ma anche furbetta nel suo strizzare l'occhio ad atmosfere retrò, e del resto i tormentoni si costruiscono anche così, mentre questa "Splash" è persino rigorosa, senza trovatine accalappia-pubblico, eppure di grande efficacia testuale, ricchezza musicale e con un ritornello che funziona. Anche se, probabilmente, la resa in termini commerciali sarà decisamente inferiore. 

LAZZA DA CHART - Non mi aspettavo invece il mini exploit di Tananai, che credevo fedele alla scia scanzonata che ne ha decretato il successo 2022, fra Sanremo ed estate. La mia sensazione è che in questa versione "istituzionalizzata" perda un po' in freschezza e capacità d'impatto, senza nulla togliere al brano che è festivaliero fino al midollo e non privo di una certa eleganza; ma sono metamorfosi che mi lasciano perplesso. Così come mi hanno lasciato perplesso alcuni dei giovani ascoltati ieri: da risentire Shari e Will, leggerino LDA, più originale e brioso Sethu. Su tutti Lazza, che ci ha fatto capire perché sia campione assoluto di vendite e, secondo una mentalità fortunatamente superata, "non avrebbe avuto bisogno di Sanremo": "Cenere" è la canzone probabilmente più contemporanea fra le 28 in concorso, con un arrangiamento straniante e ipnotico. Sopra le righe ma divertente e gioioso Rosa Chemical, con un ballabile stile anni Trenta innaffiato da un pizzico di charleston. Non male. 

LE STILETTATE DI FEDEZ E LO STRANO RIBELLISMO DI DURO - E il resto della serata? Detto dello spazio "Migliori anni" col trio prezzemolino Morandi-Al Bano-Ranieri, sullo stesso versante si è fatta preferire l'accoppiata Renga-Nek, che si scambiano i loro successi e che magari l'anno prossimo troveremo in concorso, dove è giusto che stiano. Lì per lì è passata quasi inosservata la performance in nave di Fedez, che invece ha picchiato duro contro il viceministro Bignami, contro le interrogazioni parlamentari assurde su Rosa Chemical (ne avevo fatto cenno nel mio pezzo di presentazione del Festival) e, a buon peso, contro il Codacons, assumendosi poi in toto la responsabilità di quanto aveva rappato. Di certo un intervento più puntuto di quello del comico Angelo Duro. Strano, però, il pubblico dell'Ariston: si scandalizza, giustamente, per la furia devastatrice di Blanco (di cui però ieri credo di aver spiegato bene i retroscena) e poi non si scandalizza per la volgarità del siciliano. Non si scandalizza e però ride anche poco, va detto, anzi, si limita a sorridere. Poi va bene tutto, la comicità è anche questa, soprattutto in tempi di stand up comedy (ma i fuoriclasse del genere sono altri, una soprattutto; Michela Giraud), però c'è anche la conferma della schizofrenia del Festival, che si inserisce nella sacrosanta battaglia contro la violenza sulle donne, contro le discriminazioni e per la parità di genere, e poi lascia che si monologhi sul tradire il partner andando a prostitute come salvezza per il matrimonio; un festival che si batte contro il bullismo e poi lascia che si bollino come falliti i laureati costretti a lavorare la terra. Bah. Una cosa sola ho condiviso di quanto detto a notte fonda dal comico emergente: i veri ribelli, oggi, sono quelli che non "indossano" tatuaggi. Sulla qualità complessiva dello sketch, dai contenuti piuttosto banali, lascio giudicare gli esperti. 

BLACK EYED PEAS SUGLI SCUDI - Meglio tornare, e chiudere, con la musica, e col ripristino della parentesi internazionale che era un must dei Sanremo d'antan. I Black Eyed Peas hanno onorato la loro partecipazione con un lungo minishow, fra passato e presente, e con la capacità di coinvolgere la platea. Quando parlo della necessità di tornare a investire sull'estero, a questo mi riferisco: non le ammucchiate di ospiti stranieri degli anni Ottanta, ma pochi nomi selezionati che possano offrire uno spettacolo nello spettacolo, non limitandosi alla bieca promozione del singolo in uscita. 

mercoledì 8 febbraio 2023

SANREMO 2023, LA PRIMA SERATA: MENGONI GIA' IN POLE, EXPLOIT PER COMA_COSE E GASSMAN. IL MEGLIO E IL PEGGIO DEL FESTIVAL CONTENITORE: DA MATTARELLA ALLE... MATTANE DI BLANCO


 In una sola serata, il vertice e l'abisso del Sanremo show (che è cosa ben diversa dal Sanremo gara). La dimostrazione, l'ennesima, di cosa sia diventato il Festival, più o meno a partire dagli anni a cavallo fra i due secoli, dallo sciagurato happening messo in piedi da Fazio nel '99: un contenitore di qualsiasi cosa più o meno artistica, sociale, spesso purtroppo anche politica, e di piazzate che mandano in tilt l'Auditel ma mettono in secondo piano ciò per cui la rassegna è nata ed è vissuta in buona salute fino ad oggi, ossia cantanti e canzoni in competizione. E' così da lustri, ripeto, ma ancora non riesco a farmene una ragione: c'è un po' di schizofrenia televisiva nel passare, nel volgere di circa tre ore, dal monologo di Benigni che esalta la Costituzione di fronte al Capo dello Stato alla surreale, brutta ma anche parzialmente incompresa sceneggiata di Blanco. 

BLANCO NON DOVEVA ESSERE LI' - Togliamoci subito il dente, cominciando da quest'ultima. Con una premessa: Blanco non doveva essere lì, da solo, a quell'ora, per promuovere il suo nuovo brano. Ieri avevo scritto che, nella marea di ospitate di italiani in passerella senza rischi, quella dei vincitori del 2022 era una delle poche accettabili, proprio per il valore simbolico di omaggio e di passaggio di consegne ai pretendenti di questa edizione. E lì ci si doveva fermare. Ma la promozione fuori concorso, inserita oltretutto fra un cantante in competizione e l'altro, rimane una stortura per me inaccettabile. Precisato questo, e data un'occhiata al videoclip di "L'isola delle rose", cerchiamo di mettere alcuni punti fermi: 1) I fiori facevano parte della coreografia della canzone, non della scenografia dello spettacolo; 2) Nel videoclip Blanco maltratta "leggermente" i fiori, e quindi qualcosa del genere avrebbe sicuramente fatto anche on stage, come lo stesso Amadeus ha ammesso nottetempo nel dopo-festival di Fiorello; per questo, sarebbe stato opportuno spiegare prima dell'esibizione, da parte del presentatore o dello stesso cantante, che sarebbe successo qualcosa di vagamente movimentato; 3) Dopodiché, l'inconveniente tecnico gli ha fatto partire la brocca ed è andato palesemente oltre nel trattamento da riservare ai fiori; una arrabbiatura del tutto ingiustificata, per un piccolo problema facilmente risolvibile: avrebbe potuto tranquillamente fermare l'esibizione per poi ripartire daccapo, come fatto da numerosi cantanti prima di lui nella storia della kermesse, da Ruggeri a Gazzè e ad altri ancora; 4) Pur se parzialmente in copione, l'atto di distruggere i fiori nella città dei fiori non mi pare in sé una grande genialata creativa; non sei il Grillo dell'88 che poteva permettersi di dire, oltretutto in un quadro chiaramente ironico, "I fiori di Sanremo puzzano!"; 5) Era da evitare anche per il contesto di pubblico in cui Blanco si trovava, e che dovrebbe conoscere bene; il pubblico dell'Ariston non è pronto e non lo sarà mai per queste alzate di cresta, e del resto sarà sempre troppo tardi quando il Festival verrà dotato di una casa adeguata ai tempi e aperta veramente a tutti. Insomma, un peccato, perché oltretutto la canzone non è nemmeno brutta e conferma il buon talento del ragazzo, che ha però mostrato totale immaturità nel gestire questo momento di grande popolarità. E diciamo che un campione in carica avrebbe dovuto muoversi sul palco con maggior senso di responsabilità e più tatto, a maggior ragione in una serata aperta con stili e registri ben diversi. 

PILLOLA DI MATTARELLA - Basta così: di questa storia, probabilmente, già la settimana prossima non si parlerà più. Il vero evento del vernissage è stato rappresentato dalla presenza in teatro del Presidente della Repubblica, peraltro assai contenuta nei tempi: non più inquadrato dopo il monologo di Benigni, probabilmente andato via a stretto giro di posta, come era del resto ovvio e prevedibile. Spero peraltro che i cantanti fossero stati adeguatamente informati, in quanto ancora ieri pomeriggio molti giornalisti chiedevano loro dell'emozione che avrebbero provato esibendosi davanti a Mattarella.... Su questa augusta presenza, una postilla: gradita e significativa, ma non c'era bisogno del Capo dello Stato per certificare la rilevanza della manifestazione per la cultura popolare, la società e il costume italiani. E' un ruolo che il Festivalone si è ritagliato, ha perduto e poi riconquistato con le proprie forze, con la forza della musica e dello spettacolo, con la sua capacità di avvolgere e coinvolgere milioni di persone. Anzi, deve semmai stare attento a non "istituzionalizzarsi" troppo. Lo scopo era chiaramente quello di sottolineare, nel 75esimo anniversario, la bellezza e l'importanza della nostra Carta Costituzionale, ma rimane il dubbio che certe lezioni civiche, anche ben congegnate come quella di Benigni, siano destinate a perdere rapidamente consistenza, fagocitate e sommerse da altri momenti meno nobili di questi lunghi happenings. La Rai deve ritrovare il coraggio di ritagliare sempre più spazi ad hoc in palinsesto per certi scopi, come mirabilmente fatto con la bella trasmissione di Fazio e della senatrice Segre dal Binario 21 della Stazione di Milano, una serata evento costruita appositamente e che resterà nella storia del servizio pubblico tv. 

LA GARA: GRANDE ORECCHIABILITA'  - Ora spazio alla gara, vivaddio. Come da mia consuetudine, mi astengo da commenti approfonditi sui singoli brani, ascoltati per la prima volta, e volutamente non ancora risentiti attraverso Raiplay o altre piattaforme, perché voglio che a parlare sia la primissima impressione, quella scaturita ieri sera dalla visione in presa diretta. La sensazione generale è quella di una buona orecchiabilità complessiva, con diverse sfumature qualitative: com'era nei pronostici, Mengoni si è stagliato sopra tutti per classe, professionalità, abilità interpretativa, il tutto impreziosito dalle capacità di scrittura del suo team di autori; la corsa alla medaglia d'oro è iniziata, lo scomodo ruolo di favoritissimo è confermato, le minacce più serie dovrebbero arrivare soprattutto dagli artisti che ascolteremo questa sera. 

BENE COMA_COSE, LEO ED ELODIE - Dopo Marco, menzione d'onore per i Coma_Cose, che non hanno perso la freschezza e la spontaneità sfoderate due anni fa: un testo emozionante, un bell'arrangiamento, un'interpretazione intensa, vissuta e sincera: possono ottenere un piazzamento insperato, così come un Leo Gassman più moderno e convincente rispetto al suo esordio vittorioso del 2020, e non è un caso se in "Terzo cuore" si avverte prepotente la mano felice dei Pinguini Tattici Nucleari. Come Leo, anche Elodie ha portato un pezzo di grande efficacia "radiofonica", come si diceva in maniera financo ossessiva fino a qualche anno fa (cominciò Renis nel 2004 e poi non ce ne siamo più liberati). Elodie, per inciso, ha anche mostrato come si possa essere sensuali con eleganza, pensando al brutto abito "nudo" indossato da Chiara Ferragni a metà serata. Qualche perplessità momentanea su Ultimo, che fa un po' il verso a se stesso (nulla di male, il suo mood è quello) col solito pezzo in crescendo vocale che però non sembra avere il piglio immediato di "I tuoi particolari". 

FRA GIOVANILISMO E CLASSICISMO - Dalle nuove leve, easy listening e giovanilismo adolescenziale spinto, come è giusto che sia e con diversi gradi di complessità: acqua e sapone la proposta di Ariete, più brillante Gianmaria, mentre Olly si lancia in acrobazie vocali sostenute dal solito autotune e Mara Sattei si consegna mani e piedi alla più classica melodia, rielaborata in chiave contemporanea. Agli antipodi generazionali, Cugini di Campagna e Colla Zio giocano fra le sonorità di decenni diversi, più settantiani Michetti e compagnia, più novantiana la giovane band. Sconcertante, eppure maledettamente martellante, la "Supereroi" di Mr. Rain: sconcertante perché il rapper risulta alla fine fra i più sanremesi di tutti, persino col ripescaggio del coro di bambini che fa tanto Giuseppe Cionfoli '83. Resta da parlare di due veterani: molto articolata la struttura di "Sali" della Oxa (ma meno ostica di certe sue proposte passate), penalizzata però da una voce non al top, mentre Grignani potrebbe avere persino un buon pezzo, più nel testo che nella musica, ma ha avuto palesi difficoltà interpretative che hanno reso "Quando ti manca il fiato" di difficile comprensione da casa. 

POOH IN DECLINO - Stesse difficoltà palesate dai Pooh in versione reunion, ed era purtroppo prevedibile. Facchinetti non mi pare più proponibile a certi livelli, e lo dico con la morte nel cuore, anche Fogli è in declino vocale, un po' meglio gli altri, ma non c'è da stare allegri. Funzionano ancora bene nelle parti vocali, poi rimane l'ovvia emozione di tante evergreen e per l'omaggio ben costruito a Stefano D'Orazio, ma prevale la malinconia per ciò che non è più. Gustoso invece il siparietto sulle "brutte canzoni" di Morandi, evitabile il monologo di Ferragni, simile a quelli di tante non-presentatrici che l'hanno preceduta su quel palco durante la gestione Amadeus. Sarebbe bastata, per forza d'impatto senza fronzoli, la presenza delle signore in rappresentanza dell'associazione contro la violenza sulle donne. Tutto il resto, come già scritto ieri, è solo sovrastruttura strappalacrime e retorica che non porta alcun beneficio alla pur nobile causa. 

martedì 7 febbraio 2023

SANREMO 2023 AL VIA: ANCORA UNA VOLTA CI SALVERA' LA GARA, FRA INVASIONI DI CAMPO POLITICO-RETORICHE E OSPITATE PREVEDIBILI E RIPETITIVE

 


Le settimane di vigilia di Sanremo 2023 ci hanno riportato, da un certo punto di vista, agli anni più bui della kermesse, quelli in cui si parlava di tutto meno che di cantanti e di canzoni. La politica, in particolare, ha ammorbato l'aria mediatica intorno al 73esimo festivalone, prima con la discussa pseudo-partecipazione di Zelensky, poi con certe surreali interrogazioni parlamentari dedicate a Rosa Chemical, pensate un po'. Discorso a parte, ovviamente, per la notizia del giorno, ossia l'intervento al vernissage del Presidente della Repubblica Mattarella, prima assoluta di un Capo dello Stato alla manifestazione ligure e quindi, indubbiamente, fatto clamoroso che merita titoloni e prime pagine. Il succo, però, rimane: pur accettando la caratura di evento globale  e totalizzante assunta da Sanremo, rassegna canora che ha aperto le porte alle più svariate espressioni artistiche e anche ad istanze sociali, è assurdo che proprio in questa fase storica i riflettori indugino con minore entusiasmo sull'autentico piatto forte, ossia sul cast di concorrenti. 

SANREMO GRANDI FIRME - Dodici mesi fa avevo scritto, nel pezzo di presentazione di Sanremo '22, "il vero spettacolo sarà la gara, con tanti big veri che faranno ombra ad ospiti e superospiti". Ciò è tanto più vero quest'anno, perché Amadeus ha raggiunto la quadratura del cerchio, realizzando il Festival  che tanti illustri direttori artistici e patron suoi predecessori hanno solo potuto sognare: un Festival che mette in competizione grandi nomi, sulla cresta dell'onda, attuali, contemporanei, riempi-stadi e mattatori delle classifiche; il Festival di Mengoni (strafavorito), Giorgia e Ultimo, ma anche di Madame, Lazza, Elodie e Colapesce-Dimartino. Personaggi di primissimo piano che già da soli basterebbero a catalogare lo show al via stasera come "Sanremo grandi firme". Ma niente, nemmeno un cast stellare serve a distogliere l'attenzione dei media, o di quel che ne rimane, da "tutto il resto", dalla cornice. 

CORNICE POCO INVOGLIANTE - Che è una cornice non esaltante, e questa, va detto, è una caratteristica ormai fissa delle edizioni targate Amadeus. Il quale ha giustamente compiuto una precisa scelta di campo, per convinzione e perché costretto dal budget a disposizione: puntare tutto sull'innalzamento del livello di cantanti e canzoni in gara, arricchendo poi lo spettacolo con ciò che di volta in volta passa il convento (con tutto il rispetto). Così, rieccoci a fare i conti con una povertà quasi drammatica di ospiti d'oltrefrontiera, un tempo ciliegine sulla torta ad accrescere il prestigio della kermesse. Ci siamo fermati a Black Eyed Peas e al ritorno dei Depeche Mode, ed è un peccato, perché pure in tempo di spending review, di tagli di risorse, di necessità assoluta di chiudere la partita con ricavi sempre più abbondanti, stento a credere che non fosse possibile investire su un altro paio di nomi internazionali di chiara fama. Che servono e serviranno sempre più in futuro: nessuno pretende le masse di 20-30 big stranieri che affollavano il Palarock negli anni Ottanta, ma, semplicemente, una manciata di vedettes che magari costano più degli italiani, ma fanno ulteriormente lievitare appeal e interesse attorno alla rassegna, perché onestamente non so quanto potrà durare l'entusiasmo per le ripetute apparizioni dei soliti ospiti di casa nostra. 

LE SOLITE FACCE - Già, gli ospiti italiani: è stato lasciato elegantemente scivolare fuori dal bagaglio dei buoni propositi quanto "Ama" aveva promesso in autunno: "I miei superospiti sono i cantanti in gara. fuori concorso avrò solo artisti che hanno compiuto i 70 anni d'età". Nobile intento, svanito probabilmente di fronte all'estrema difficoltà di portare volti esteri. E così, accanto alle giuste celebrazioni di Gino Paoli e Peppino Di Capri, alla reunion dei Pooh, all'ennesimo ritorno di Ornella Vanoni, Al Bano e Ranieri, rivedremo personaggi che potevano essere tranquillamente in concorso, che lo sono stati in passato e che lo saranno di certo in futuro, di nuovo o per la prima volta: dai Rappresentante di Lista ad Annalisa, da Achille Lauro (altro prezzemolino) al duo Renga-Nek, fino a  Salmo e a Guè. Certo, non possiamo mettere nel calderone Mahmood e Blanco, che da ultimi vincitori passeranno il testimone ai nuovi pretendenti al titolo, né i Maneskin in quanto fenomeno musicale e di immagine ormai di caratura mondiale e, tutto sommato, vanto per l'Italia e per lo stesso direttore artistico, che li ha scelti e lanciati nel 2021 quando erano già popolari ma lontani dalle vette in seguito raggiunte. Ma il resto è, davvero, la solita minestra, un deja vu che trasmette stanchezza alla sola lettura di questo elenco di vip quasi sempre uguale a se stesso. Il tutto è probabilmente anche frutto di un equilibrio di rapporti raggiunto con case discografiche, agenzie e management, una situazione che giova all'industria nazionale (fra cantanti in gara, ospiti e duettanti, una bella fetta di artisti italiani fa ogni anno passerella all'Ariston) e alla struttura Festival, ma che può reggere solo finché reggono gli ascolti tv e le vendite di dischi. 

LE BRUTTURE DEL MONDO AL FESTIVAL: E' PROPRIO NECESSARIO? - Il caso Zelensky si è fortunatamente ridimensionato: nessun intervento video registrato, solo un messaggio scritto che verrà letto dal padrone di casa. Le perplessità restano, non sul presidente dell'Ucraina che fa quello che deve fare e lo porta avanti in ogni maniera, anche con una presenza eccessiva persino sotto i riflettori più ameni come quelli dei festival canori, televisivi e cinematografici. I miei dubbi erano e sono di altra natura: se proprio si doveva affrontare il tema del conflitto nell'est europeo, ecco, mi sarebbe piaciuto sentire parlare di pace e non di guerra, considerazioni su sforzi diplomatici e tavoli di trattative da aprire, piuttosto che su invii di armi. E sottolineo, "se proprio se ne doveva parlare". E' vero che, soprattutto da una quarantina d'anni, il cosiddetto Paese Reale ha spesso fatto irruzione nella maxi bolla sanremese, ma a tutto c'è un limite. Perché se si può parlare delle istanze professionali degli operai dell'Italsider, del razzismo, della parità di genere, qui si arriva a toccare un tema davvero troppo complesso e drammatico per essere liquidato in due minuti fra una canzone e l'altra, su quella che nonostante tutto rimane la principale ribalta glamour e leggera dello spettacolo nazionale. Insomma, lodevole la voglia di non estraniarsi e rimanere coi piedi per terra, ma ad un certo punto bisognerebbe fermarsi. Ad ognuno il proprio mestiere.

SANREMO E LE POCHE ISOLE DI LEGGEREZZA - La tv italiana, ormai colma di talk show dedicati alla politica e alla cronaca nera, non può permettersi la contaminazione seriosa e cupa anche dei suoi pochi spazi di intrattenimento brillante. Il rischio pesantezza insopportabile, sperimentato ad esempio col Festival 2014, è sempre dietro l'angolo. E lo stesso discorso vale, in parte, per certe copresentatrici chiamate a portare istanze e denunce anche lodevoli ma spesso mal riuscite, per mediocre interpretazione sul palco o discutibile scrittura degli interventi. Sentiamo cosa ci diranno questa volta le varie Egonu e Fagnani, ma non è con la lacrimevole retorica di certe performance passate, oltretutto nel contesto meno adatto, che si possono scardinare certe barriere. E trovo insopportabile il fatto che si demandi ai vip dello sport o dello spettacolo un'opera educativa che invece dovrebbe partire dalle famiglie e dalla scuola, le agenzie sociali in cui si cominciano a sconfiggere bullismo e intolleranze. La lezioncina socio-morale inserita a un certo punto della scaletta di ogni show spensierato è diventata ormai quasi un format, e già come tale prevedibile e quindi quasi totalmente depotenziato, efficace sul momento e poi destinata al dimenticatoio. Più di certe mediocre canzoni sanremesi. 

CONCORRENZA POCO TEMIBILE - L'unica polemica non musicale di sostanza, in questa vigilia, è stata quella legata al ritorno della controprogrammazione da parte di Mediaset, dopo anni di vacanza televisiva e di via libera al Festivalone. La Rai deve tremare? A parer mio, il rischio c'è ma è minimo. La situazione è totalmente capovolta rispetto al primo decennio di questo secolo: all'epoca un Sanremo in difficoltà venne spesso messo alle corde (e in un paio di occasioni superato nell'audience) da una concorrenza che schierava i grossi calibri dell'epoca, Grande Fratello e Cesaroni. Oggi, ad essere una corazzata è proprio il Sanremone, mentre le tv berlusconiane puntano ancora su un GF ormai boccheggiante, sulle Iene non più centrali nel panorama informativo come lo erano fino a un lustro fa, e sulla solita sicurezza, la De Filippi di C'è posta per te, l'unica che potrebbe rosicchiare qualche punto di Auditel all'augusto rivale. Ma il fatto stesso che, per affrontare l'impari sfida, si mettano in campo prodotti televisivi ormai vecchi e ultrasfruttati, la dice lunga sulla povertà di idee che regna oggidì nella tv generalista, e ciò, beninteso, vale anche per la Rai, ancorata da tempo immemore a marchi come Ballando con le Stelle, Tale e Quale, Affari tuoi, Soliti ignoti e via ripetendo. 

LA GARA SI PRENDERA' LA RIBALTA - Torniamo alla gara, in chiusura. Concorso grandi firme, si diceva, e non solo per i superbig citati, che sono affiancati da giovani rampanti, in primis quelli lanciati da Amadeus nelle sue prime tre edizioni (Levante, Elodie, Colapesce-Dimartino, Madame, Coma_Cose, Leo Gassman, Tananai), da attesissimi ripescaggi illustri (Oxa, Grignani, Paola e Chiara, Modà fra gli altri), da qualche scelta ardita (non molte per la verità: diciamo Rosa Chemical), due debutti a scoppio ritardato (Cugini e Articolo 31) e nuove leve già amatissime e gettonatissime (Lazza su tutti, potrebbe essere il Blanco del 2023, ma anche Ariete e Mara Sattei). Mantengo le mie perplessità sul listone unico di concorrenti, coi giovani che rischiano di essere fagocitati dagli illustri colleghi (l'exploit di Tananai dell'anno scorso fu tutto sommato piuttosto casuale), ma credo che questo cast sia in grado di immettere sul mercato una manciata di canzoni destinate a sicuro successo. E si prenderà a forza la ribalta, alla faccia del pallido contorno di cui si è detto. Buon Festival a tutti. 

 

lunedì 5 dicembre 2022

SANREMO 2023: NEL CAST DEI BIG LE DUE ANIME ARTISTICHE DI AMADEUS. RITORNANO LE SCOMMESSE VINTE, ARRIVANO I CAMPIONISSIMI. GIORGIA, MENGONI E ULTIMO, MA ANCHE MADAME, COMA_COSE, COLAPESCE-DIMARTINO E LEVANTE

 

                      Amadeus annuncia il cast sanremese durante il Tg1 delle 13.30 del 4 dicembre

Cosa sta diventando il Sanremo di Amadeus? La domanda non è né cattiva né maliziosa, ma cerca semplicemente di definire la linea artistica andata delineandosi in questi quattro anni di gestione dell'evento. Ecco, a caldo, poche ore dopo l'annuncio del listone dei 22 Big, mi pare di poter dire che la tendenza sposata dal patron sia quella avviata con l'ultima edizione, ossia il "festival grandi firme". Lo posso dire forse con un pizzico di amarezza, pensando al coraggioso e spiccato sperimentalismo che caratterizzò invece le prime due edizioni targate Ama, e che mi aveva letteralmente entusiasmato. 

IL RITORNO DELLE SCOMMESSE VINTE - La realtà è che c'è un tempo per tutto: e per il popolare anchorman c'è stato il tempo della ricerca, quello in cui ha setacciato il sottobosco della musica leggera nostrana alla ricerca di nomi inediti o poco conosciuti, anche se con una lunga gavetta alle spalle, da mettere alla prova sul massimo palcoscenico pop della Penisola, sfidando perplessità, gusti nazionalpopolari e gerarchie consolidate. Un po' come la fase attuale della gestione Mancini alla guida della Rappresentativa azzurra: ricerca di nuovi talenti, di calciatori in sboccio che possano ridare fiato a una squadra in crisi di risultati. 

A seguire, arriva il secondo step, quello in cui si raccoglie quanto seminato per poi alzare il livello, consolidando la struttura. Ecco, con Sanremo 2023 siamo a questo punto della marcia: in primis, il direttore artistico riporta in gara alcune delle scommesse vinte nel '20 e nel '21. Ritornano Colapesce e Dimartino consegnati all'immortalità canzonettistica da un tormentone epocale, Madame nobilitata persino dal Premio Tenco, i Coma_Cose che meritavano il bis sulla ribalta ligure, la coraggiosa cantautrice Levante, che due anni fa aveva già un suo pubblico ma che con "Tikibombom" passò dalla nicchia (una nicchia, lo ripetiamo, già... piuttosto larga) alla celebrità autentica. E non si tratta di ripescaggi gratuiti, ma tutti fondati su solidi argomenti, dalla credibilità musicale al mero successo commerciale. 

LA CONQUISTA DEI SUPERVIP - In questi nomi c'è il consolidamento del Sanremo formula Amadeus nella sua accezione "primordiale" e genuina. Una volta vinta questa sfida, il secondo passo non poteva che prevedere un innalzamento della posta, l'inseguimento dei superbig veri, i campioni di vendita. In tanti ci hanno provato, in pochissimi ci sono riusciti, se non con qualche exploit isolato. Nel 2022 ci sono stati il ritorno in competizione di una primadonna come Elisa, dopo ventun anni di assenza, poi una coppia di esponenti della nouvelle vague sulla cresta dell'onda, il duo pigliatutto Mahmood - Blanco, e la ricomparsa di due glorie assolute della canzone tricolore, Morandi e Ranieri. Adesso si è andati perfino oltre, perché un cast che può allineare ai nastri di partenza Giorgia, Marco Mengoni e Ultimo è un cast di prim'ordine, non si discute. 

TRIS D'ASSI - Poi, per carità, ci sarà sempre qualcuno pronto a obiettare che i veri grandissimi sono altri. Chi, onestamente? Qualcuno l'ho citato nel precedente post, e sono quasi convinto che il direttore artistico le abbia provate tutte per ottenerne la presenza, penso ad Antonacci o ai Negramaro, ad esempio. Ma, caspita, Mengoni e Ultimo monopolizzano le classifiche e fanno il pienone ai concerti, mentre Giorgia è Giorgia, una fuoriclasse assoluta, ed evito di fare paragoni pesanti che in realtà ci starebbero tutti ma che mi attirerebbero probabilmente molti strali. Oltretutto, grosso merito ad Ama per aver abbattuto quel muro cui ho fatto cenno l'altroieri, le remore psicologiche che da due decenni tenevano lontana dall'Ariston l'interprete romana. Insomma, si può sempre ambire a qualcosa di ancora più prestigioso, ma ogni tanto bisogna pure accontentarsi. Ma poi accontentarsi "de che"? Quanti Sanremo ci sono stati, nel passato più o meno recente, con tre-campionissimi-tre come questi pronti a darsi battaglia? Certo, se qualcuno continua ad aspettare i Venditti e i De Gregori, campa cavallo, e si metta l'animo in pace. 

Questi tre "fuori categoria", poi il duo siculo di "Musica leggerissima", Madame, Levante e la super glamour Elodie sono ora come ora i più accreditati a giocarsi la medaglia d'oro, e visto un tale livellamento verso l'alto sarà più che mai decisiva la qualità dei pezzi, perché, per dire, nel 99 per cento dei Festival "O forse sei tu" di Elisa avrebbe prevalso in scioltezza, ma dieci mesi fa trovò sulla sua strada una composizione altrettanto valida, e io scrissi di "ex aequo morale" per sottolineare la bontà di entrambe le proposte.

SPERIMENTAZIONE ADDIO, O QUASI - L'individuazione di queste due nette tendenze artistiche, ossia il consolidamento degli azzardi passati e il pensare in grande con il ricorso alle prime firme, fanno passare in secondo piano altre caratteristiche di un cast che però meritano di essere sviscerate. Come detto, la sperimentazione, l'audacia, la ricerca dell'insolito sono quasi sparite: i nomi "strani" sono giusto quelli di Rosa Chemical, che però, come abbiamo visto, circolava da settimane fra gli addetti ai lavori, e Mr. Rain, che da anni viene inserito fra i papabili per la rassegna e, insomma, prima o poi doveva arrivarci. Non sono sorprendenti, tutt'altro, le presenze di due dei tre artefici del martellamento balneare di "La dolce vita", ossia la debuttante Mara Sattei e Tananai che è, semplicemente, una Nuova Proposta sanremese che ce l'ha fatta, come tanti ragazzi prima di lui in passato. 

LAZZA COME BLANCO? - Era più arduo, parlando di sezione debuttanti, prevedere il ritorno di Leo Gassman, del resto uno che la categoria l'ha vinta senza però riuscire a dare seguito alla sua affermazione. Ci sta, insomma, ed è anzi giusto che sia stato preso in considerazione almeno un "virgulto" di una delle due edizioni più sfortunate di Sanremo Giovani, 2020 e 2021. Allo stesso modo, l'emergente Ariete era in rampa di lancio già dall'anno scorso, Lazza è uno dei fenomeni discografici di questo 2022 ed anzi, va sottolineato, è un altro colpaccio di Amadeus, visto che forse in questo momento il rapper non aveva immediato bisogno della vetrina rivierasca (ha accumulato in brevissimo tempo una quantità impressionante di dischi d'oro e di platino, da solo o in featuring). Da non escludere, anche se al momento la vedo difficile, che possa ripercorrere le orme di Blanco, giovanissimo protagonista della stagione calda e poi sugli scudi in febbraio. Quanto a LDA, lo avevo preventivato: meno Amici rispetto al passato, perché meno essenziali per la buona riuscita dell'evento, ma almeno uno ci sarebbe stato, ed eccolo lì... 

SUI GIOVANI UN AZZARDO ECCESSIVO - La ricerca del nuovo, per il Sanremo prossimo venturo, il direttore artistico la perseguirà in altro modo, ossia con una colossale, forse eccessiva, responsabilizzazione del vivaio festivaliero tout court. L'altroieri avevo ipotizzato un allargamento del numero di partecipanti per tornare alla classica cifra tonda, 26, ma pensavo all'aggiunta di un nome famoso. Invece, si è saliti addirittura a 28, con ben sei esordienti, sui dodici che parteciperanno alla kermesse pre natalizia. Ecco, questo è un azzardo che compensa una certa ordinarietà (di alto livello) nella scelta dei Big. E' evidente che "Ama" creda in questi giovani come forse non ci ha mai creduto in passato, ma rimango del medesimo parere espresso tante volte, ossia che il gareggiare coi vip rischi di schiacciare e bruciare le nuove leve: nel '19, sotto Baglioni, ce la fece Mahmood ma fu un caso eccezionale, l'anno scorso Tananai è venuto fuori in maniera piuttosto avventurosa (parliamoci chiaro, nella settimana sanremese non aveva destato grossissima impressione), Yuman e Matteo Romano hanno fatto balenare buonissime doti, pur diverse fra loro, ma, per l'appunto, sono rimasti schiacciati fra i grossissimi calibri e la personalità degli illustri rivali, quasi scomparendo, e la loro carriera, per quanto ben avviata, è ancora tutta da costruire.

PAOLA E CHIARA: RITORNO GRADITISSIMO - Gira che ti rigira, le uniche scelte del tutto o parzialmente inattese hanno riguardato il settore veterani: penso che nessuno potesse immaginare un ritorno di Anna Oxa, se non i suoi fans più irriducibili, non prevedibilissima neppure la prima volta assoluta dei Cugini di Campagna, che conservano discreto appeal televisivo, innata simpatia, buon seguito soprattutto presso un pubblico maturo, ma quanto a successi discografici sono fermi agli anni Ottanta: cosa potranno proporre, musicalmente, all'alba del 2023? Anche in questo caso nessuna domanda maliziosa, solo curiosità credo legittima per una band conosciuta e amata soprattutto grazie a una manciata di evergreen assai datate. Era nell'aria la rentrée di Paola e Chiara, che riempie di gioia sia chi ricorda il loro picco di popolarità del periodo "esotico-erotico" di Vamos a bailar e Kamasutra, sia chi, come me, è indissolubilmente legato ai dischi degli esordi, a piccoli gioielli come "Bella", "Per te" e "Non puoi dire di no". 

MODA': RINASCE UN MITO? - Sapore di Nineties con le sorelline, con Grignani che tenta l'ennesima resurrezione  e la canalizzazione di un talento troppo spesso a briglie sciolte, e gli Articolo 31: mi aspettavo J-Ax da solo sorprendendomi anzi della sua perdurante assenza dalla gara canora, ci sarà invece anche Dj Jad e, chissà, magari perfino Paola Folli. E dagli anni zero di questo secolo riemergono i Modà, dal percorso assai strano e tortuoso: campioni assoluti di vendita e riempi-stadi fino a un lustro fa, poi scivolati inesorabilmente nelle retrovie dei gusti del pubblico; potenza nefasta di un mercato musicale che, oggi più di ieri, consuma in fretta i propri miti. Ma hanno solida carriera ed esperienza, e se hanno mantenuto la buona ispirazione poetica dei momenti belli, potrebbero rinfrescare il repertorio con qualche nuova hit memorabile, perché no? 

IL ROCK ASSENTE E LA QUESTIONE SUPEROSPITI: GRANDI MITI E STRANIERI? - Manca il rock, dicono. Vero ed è un'assenza che si sente, ma il rock ha sempre avuto difficoltà ad attecchire sulla scena ligure. Non sono bastate neppure due vittorie di peso, quella di un Ruggeri all'apice della maturità nel '93, e quella del fenomeno planetario Maneskin. E' una tara genetica del Festival, il suo cuore tradizionale che cede a tante nuove tendenze ma, stranamente, non a questa. E però il rock italiano esiste, ha solo bisogno di tempo per prendere piede... Vediamo ora se Amadeus terrà fede a quanto fatto intuire sul discorso dei Big fuori concorso. In sintesi: supercampioni solo in competizione, ospiti solo i mostri sacri over 70. Ebbene, tre colossi in gara li ha conquistati, come visto. Nonostante l'affollamento di concorrenti, 28, gli ospiti ci saranno lo stesso come da struttura dello show ormai consolidatasi, ed è giusto che siano personaggi degni di celebrazioni vere, non premature come quelle toccate di recente, da quelle parti, a Ghali e Amoroso, fra gli altri. Così, una Marcella di nuovo al palo potrebbe venire a riproporre i suoi tantissimi successi non solo sanremesi, si potrebbe dedicare un cospicuo pezzo di una serata al grandissimo Peppino Di Capri, a Bobby Solo, a Nada, altra che sembrava in procinto di entrare nel cast. Meno italiani fuori dalla tenzone, e speriamo qualche vedette d'oltrefrontiera in più. Dai Sessanta in poi hanno sempre dato grosso lustro al Sanremone, e negli ultimi tempi sono mancati terribilmente.