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giovedì 8 febbraio 2024

SANREMO '24, LA SECONDA SERATA: VINCE GEOLIER, MA COLPISCE L'INTENSITA' DI IRAMA, CRESCE ANNALISA E SI CONFERMANO BERTE' E MAHMOOD. TRAVOLTA... TRAVOLTO DA UNO SKETCH POVERO DI IDEE E FANTASIA


 

Se esistono ancora dubbi sul proseguimento dell'esperienza sanremese di Amadeus (sarà il diretto interessato a sciogliere la riserva a Festival concluso, come è giusto che sia), quanto accaduto ieri sera con e attorno a John Travolta dovrebbe essere interpretato come un segnale che un'epoca sta per chiudersi, o quantomeno come un campanello d'allarme. Chiariamo subito: il fallimento totale di una singola ospitata non può certo essere motivo sufficiente per bocciare in toto una direzione artistica che ha accumulato meriti innumerevoli nel quinquennio (sì, mettiamoci anche l'edizione in corso). Il mio è un discorso di più ampio respiro, che riguarda più la "sceneggiatura" dello show che non la scelta delle canzoni in gara: la costruzione del terribile siparietto con la superstar d'Oltreoceano ha mostrato, in maniera inequivocabile, che le idee cominciano a latitare, che la stanchezza del gruppo di lavoro sta emergendo sempre più nitidamente. Perché Fiorello ha rappresentato spesso, in questi anni, l'ancora di salvezza, la scappatoia con la quale uscire brillantemente da situazioni spinose (ricordate la leggerezza con cui gestì lo scazzo Bugo-Morgan, per non parlare dell'abilità con cui si destreggiò nel clima pesante del teatro vuoto in era Covid?), ma non si può sempre sperare che la sua capacità di improvvisazione e il suo talento comico partoriscano sistematicamente la genialata di turno. Stavolta non è successo, ed è normale che la formula Ama-Fiore possa mostrare la corda dopo un lustro ai massimi livelli. 

Poi, certo, la questione è anche più complicata. Puntare su Fiorello e sulle sue idee finisce col risultare anche un alibi, perché dietro i due padroni di casa dovrebbe esserci una squadra di autori, profumatamente pagata per concepire qualcosa di più presentabile di quanto visto ieri, o comunque in grado di stoppare simili pseudo sketch prima che vadano in onda, capendone il potenziale nefasto. E dire, dopo, "vabbè, ma ci siamo divertiti" è un cavarsi di impiccio che sta cominciando a stufare, oltretutto mi pare che l'avesse sostenuto pure Blanco dopo la malriuscita performance floreale del 2023, quindi non insisterei su queste affermazioni. 

E ancora, tutto questo è il risultato di una scelta di fondo doppiamente sbagliata: la scelta di continuare a cercare vip internazionali del cinema che rarissimamente hanno portato un valore aggiunto alla kermesse (ricordo solo una bella intervista a Sharon Stone nel 2003, poi sicuramente qualcos'altro che mi sfugge, ma in ogni caso poche gocce in un mare di mediocrità), e il fatto di concludere certi contratti a immediato ridosso della rassegna, quindi con pochissimo tempo a disposizione per preparare qualcosa di raffinato, ben costruito, godibile. Peccato davvero, perché il tutto era iniziato in maniera anche azzeccata, con le domande di Giorgia, poi la degenerazione, con la scontata banalità delle canzoni cult da ballare e con l'imbarazzante "Qua qua dance". 

Che poi, intendiamoci, nulla contro la canzoncina di Romina Power che dominò la hit parade fra l'81 e l'82: mi spingo a dire che non c'è scandalo nel balletto "imposto" a Travolta, un divertissement che però avrebbe avuto senso in un altro contesto, inserito in un numero più lungo e articolato, in cui l'attore avrebbe dovuto avere spazio per muoversi su diversi registri, per fare cose serie e meno serie, per poi concludere con questa sorta di "svacco"; è stata invece il fulcro di una presenza di pochi minuti, alla quale, è vero, lo stesso protagonista, a disagio e poco incline ai sorrisi, non ha fornito nemmeno il minimo sindacale di verve. E anche questo è un punto interrogativo: d'accordo l'estrema tristezza della gag, ammessa a tarda notte dallo stesso Fiorello, ma John non era stato avvertito? E' stato colto di sorpresa? E se ne era a conoscenza, non poteva opporsi e dire "no, questa proprio non la faccio"? Misteri della televisione. In tutto questo, continuo a non trovare spiegazioni logiche alla scomparsa, dalla Riviera ligure, dei big del pop internazionale, che avrebbero in cambio una massiccia promozione e non dovrebbero nemmeno prestarsi a scenette senza sale, ma solo cantare uno o due pezzi. Ne basterebbero tre o quattro, di questi grossi nomi, nessuno pretende l'invasione degli anni Ottanta. 

Insomma, una macchia non da poco su una serata che aveva anche mostrato come un'ospitata possa essere realizzata con tutti i crismi e risultare perfino emozionante, grazie al ritorno di Giovanni Allevi che non si è limitato a suonare (bene, per quel che me ne capisco) il pianoforte, ma ha anche raccontato con voce tremante il suo viaggio attraverso la malattia, invitando alla speranza, senza vergognarsi di chiedere comprensione per eventuali incertezze esecutive e plaudendo ai medici e alla ricerca, in una triste epoca in cui i medici sono spesso vittime dell'odio social, a volte addirittura aggrediti fisicamente, e la ricerca oggetto di scherno e derisione da parte dei laureati all'università della vita. E visto che abbiamo cominciato parlando della parte extragara, ma l'attualità lo imponeva, diciamo che la seconda co-co Giorgia è stata impeccabile ma, mi è parso, leggermente meno a suo agio nel ruolo di presentatrice aggiunta rispetto a Mengoni, meno a briglia sciolta, preferendo dare il meglio di sé nelle sue due performance canore. Quanto ai concorrenti che introducono altri concorrenti, è un'idea anche carina ma che non aggiunge nulla al racconto del Festival, se non la dimostrazione plastica che ormai larga parte dei cantanti sanno disimpegnarsi senza eccessivi problemi anche in ruoli che professionalmente non gli appartengono; del resto, la storia televisiva recente parla chiaro, coi vari Ruggeri, Mika e Nek che hanno indossato senza intoppi le vesti degli anchorman. Altri (e altre) seguiranno, scommetto. 

Il secondo ascolto di metà dei brani in concorso ha permesso di schiarire parzialmente le idee, ma non al punto di capire quale potrebbe essere, sabato notte, il vincitore o la vincitrice assoluta. Conferme e sorprese, ma sorprese parziali: perché comunque si sapeva che Geolier avrebbe potuto contare su una massiccia spinta da parte di radio e televoto. Il pezzo ha indubbio sprint e pathos, è contemporaneo, martellante, anche variegato nell'arrangiamento e nell'architettura: può piazzarsi, ma non sarebbe, quanto a genere musicale, il mio trionfatore ideale. Convince sempre più Mahmood, che si rinnova nella continuità e, come accennato ieri, spinge senza compromessi su un linguaggio giovanilistico estremo che rischia di renderlo alieno e incomprensibile alla platea di mezza età. Ha guadagnato credibilità "Sinceramente" di Annalisa, che, come detto, non presenta trovatine acchiappa-ascolto clamorose ma ha una ritmica accattivante e passaggi testuali, come il "quando" ripetuto ossessivamente, che comunque ne fanno un'opera di sicura presa commerciale. 

Conferma per la Bertè, la cui autobiografia ha una costruzione un po' altalenante nella poetica, con parti mature e altre un po' più di grana grossa, mentre la struttura complessiva della canzone rimanda, decisamente, allo stile compositivo di tanta musica leggera anni Ottanta, quella che dentro e fuori Sanremo si appiccicava subito alle orecchie. Pollice in su per Irama, che ha sfoderato una intensa e, direi, splendida canzone d'amore, anche meno scontata rispetto a quella "Ovunque sarai" che tanti consensi gli aveva portato due anni fa. Non mi sorprende il suo secondo posto di serata, mentre non mi aspettavo il fatto che, nelle prime due cinquine di questo Festival, non comparissero i ragazzi del Volo, con un classicone più pop e meno lirico, di grande impatto ed eseguito magistralmente. Per i Kolors è già tormentone totale (devo essere sincero: stanotte, quando stava per essere svelata la prima posizione parziale, mi aspettavo di trovare loro in vetta, e non Geolier, ma non credo che la vittoria sanremese sia in testa ai pensieri di Stash e compagni). 

Tanta dance ma anche una rappresentanza tutt'altro che sparuta del melodico tradizionale. Detto dei convincenti Irama e Volo, non deludono sul piano interpretativo e dell'impasto vocale Renga e Nek, con una "Pazzo di te" forse un po' datata, mentre va riascoltato il non banale intimismo cantautorale di Gazzelle. Assolutamente trascinante l'Apnea di Emma, che pare più un brano da rassegne canore estive che da Sanremo, e proprio per questo potrebbe avere vita lunga. Abilmente confezionato per le radio e lo streaming "Il cielo non ci vuole" di Fred De Palma, col tocco di classe di alcuni inserti simil-sinfonici grazie al poderoso sostengo degli archi, ma in questo ambito stilistico si fanno preferire i "Diamanti grezzi" di Clara, con quella intro malinconica che sa tanto di Hooverphonic inizio secolo, spruzzate dello stile  di Mahmood e una generale gradevolezza all'ascolto, così come sta emergendo Bigmama, che porta all'Ariston uno dei refrain più efficaci. Si conferma lo spessore di "Onda alta", un testo impegnato amplificato da un ritmo sostenuto con toni quasi drammatici, un messaggio che può arrivare maggiormente ai cuori delle persone grazie all'utilizzo di una modalità espressiva apprezzata dalle nuove generazioni. Interessante è "Vai" di Alfa, con quel marcato stile country all'americana, ma è un brano su cui va sospeso il giudizio, visto che, da quel che si legge e si sente in giro, non brillerebbe propriamente di originalità. 

domenica 12 febbraio 2023

SANREMO 2023, LA FINALISSIMA: PER MENGONI TRIONFO PREVISTO E MERITATO. LAZZA FARA' FAVILLE, L'ARISTON INCORONA ANCHE MADAME

 


Promosso a pieni voti dalla critica, osannato dal pubblico dei "consumatori di musica leggera", esaltato dagli spettatori dell'Ariston, fra standing ovation e canzone già mandata a memoria e intonata in coro nella notte della vittoria. La marcia trionfale di Mengoni, iniziata già prima del Festival, si è conclusa placidamente all'alba di domenica. Era già tutto previsto, avrebbe detto Cocciante, ma nel caso specifico non ci sono né scandali né maliziosi sospetti da avanzare: "Due vite" aveva, semplicemente, una marcia in più rispetto ai competitors, e mi riferisco al particolare contesto della competizione. Nel senso che si tratta di un brano confezionato per vincere, costruito con maestria, il miglior compromesso fra tradizione e modernità, impastato di classe sonora e testuale, impreziosito dalla magistrale capacità interpretativa di Marco. 

MENGONI E LAZZA PRONTI A PRENDERSI L'HIT PARADE - Verdetto atteso e ineccepibile, dunque, con le emozioni della gara che hanno riguardato più che altro le posizioni di rincalzo. Si pensava a un duello... all'ultima nota con Ultimo, che sarebbe partito comunque sfavorito, mentre alla fine hanno preso campo tre giovani rampanti della scena canora nostrana. Sacrosanta, nella fattispecie, la medaglia d'argento toccata a Lazza, che, l'abbiamo detto, ha portato a Sanremo '23 la proposta più contemporanea. Penso di essere facile profeta nel dire che la classifica festivaliera, relativamente ai primi due posti, troverà agevole conferma anche fuori dal teatro, coi due ragazzi che faranno il vuoto nelle chart, persino con un possibile sorpasso dell'ultimo arrivato il cui exploit, mi ripeto, non sorprende affatto, perché non si diventa campioni assoluti di vendita per caso. Lazza è arrivato in Riviera da big autentico ed è uno dei paradossi del mercato discografico d'oggidì: si possono collezionare dischi d'oro e di platino senza tuttavia essere conosciuti da alcune fasce di pubblico; una barriera che l'interprete di "Cenere" ha sicuramente abbattuto con questa sua fortunata partecipazione. 

PESO COMMERCIALE E  LIVELLO MEDIO-BUONO - Tornando al trionfatore, dire che fosse superiore al lotto dei contendenti non significa che il resto fosse robetta, altroché. Questo Festival ci ha mostrato del bello, e tuttavia, dopo anni di commenti e analisi dedicati alla rassegna ligure (questo blog se ne occupa dal 2012), sono giunto alla conclusione che sia inutile e fuorviante fare bilanci sul livello complessivo della proposta musicale "a botta calda". E' un tipo di valutazione che va fatta solo a distanza di tempo, e non per mancanza di coraggio, ma perché tira in ballo molteplici fattori, tante variabili non immediatamente percepibili. Qualche considerazione preliminare si può fare, senza pretesa di assolutismo: fermo restando che il miglior Sanremone di Amadeus, al momento, sembra destinato a rimanere quello, drammatico, del 2021, la sensazione è che questa sua quarta edizione (su cinque) avrà comunque un notevole peso a livello commerciale, con una manciata di dischi destinati a lasciare il segno. Siamo su standard fra il discreto e il buono, una gradevole medietà con qualche ottimo picco e poche proposte veramente insufficienti. 

EASY LISTENING NON IMMEDIATO - Sul piano tecnico, avevo scritto dopo la prima serata, e qui lo confermo, che il pacchetto-canzoni va inquadrato nell'ambito di una ricerca quasi spasmodica dell'orecchiabilità, senza astruserie, senza complessità. Il che non vuol dire istantaneità totale: ecco, ciò che ho percepito coi primissimi ascolti dei pezzi è stato un deciso easy listening, che però va a braccetto con una capacità di impatto non immediata: nel senso che è mancata la vorticosa forza del "Ciao ciao" o del "Dove si balla" di dodici mesi fa, abbiamo sentito composizioni bisognose di almeno tre ascolti per imprimersi nella testa e nel cuore, e ciò vale persino per l'opera vincitrice. Forse è meglio così: dovrebbe essere una garanzia della capacità di alcuni di questi pezzi di durare nel tempo, senza venire immediatamente fagocitati dalla produzione primaverile ed estiva. Niente prodotti usa e getta, insomma. 

LO STRANO SANREMO: RINGIOVANIMENTO E CLASSICISMO SPINTO - Altre due linee di tendenza artistiche ha espresso questo festival. La prima rimanda a quella curiosa "schizofrenia" del Sanremo targato Amadeus, cui ho fatto riferimento in questi giorni per il desiderio sfrenato di voler mettere tutto e il contrario di tutto nel calderone del maxishow. Ebbene, si prosegue sulla giusta strada di un complessivo svecchiamento del panorama canoro, con un cast zeppo di giovani ed emergenti, alcuni già validi e pronti per la grande ribalta, altri con evidenti limiti di maturità, ma non è questo il punto. Il fatto è che questo ringiovanimento procede di pari passo con una sempre più massiccia riscoperta e rivalutazione della più schietta tradizione melodica italiana. Già l'anno scorso fu il trionfo di un mood classico, ovviamente rivisitato in chiave attuale, col duello fra Elisa e Mahmood-Blanco. Oggi, la cinquina finale farebbe commuovere i protagonisti di certe edizioni anni Ottanta, da Cutugno a Christian ai Ricchi e Poveri. Non è una battuta: oltre a Mengoni, persino il rapper Mr. Rain ha puntato su toni soft, sull'abile uso degli archi e su un ritornello accattivante, con la ciliegina sulla torta del ricorso al coro di bambini, utile comunque a veicolare un messaggio profondo, il non vergognarsi a chiedere aiuto quando si è in difficoltà, qualsiasi tipo di difficoltà. E che dire di Tananai? Avevo inizialmente manifestato perplessità sulla sua svolta ultra-romantica, ma debbo dire che cammin facendo mi ha sostanzialmente convinto, e anzi, la sua "Tango" va considerata opera di notevole caratura, un mix riuscitissimo fra atmosfere retrò e poetica assolutamente in linea col linguaggio della generazione X. E, ebbene sì, pure Lazza ha stilemi di classicismo. Fateci caso: il suo pezzo, pur con quell'arrangiamento ipertecnologico, ha un'impalcatura strettamente fedele ai canoni compositivi più consolidati, con quasi tutte le energie concentrate su un inciso ficcante, ben congegnato, destinato a rimanere. 

FORTE INTROSPEZIONE - Seconda linea di tendenza: il lirismo introspettivo. Tante proposte, come mai in passato, che hanno portato on stage il vissuto dei cantanti, un vissuto quasi sempre drammatico, in certi casi non ancora del tutto risolto. Da Grignani ai Modà, dai Coma_Cose a Levante, dagli Articolo 31 allo stesso Mr. Rain e ad altri ancora, pur se in termini più sfumati. Nessuna furberia ma, anzi, si è percepito più realismo, più contatto con la vita vera, meno costruzioni a tavolino per lisciare il pelo ai compratori di dischi e ai... downloadatori. Chi sostiene che Sanremo viva in un mondo parallelo non sa quel che dice e, anzi, è forse lui stesso fuori dal mondo; casomai, sorprende trovare adesso questa necessità di mettersi a nudo, quando me la sarei aspettata maggiormente negli anni bui del lockdown e della pandemia, ma tant'è. 

MADAME, IL FUTURO - La classifica finale, come sempre del resto, ha penalizzato ingiustamente alcuni personaggi usciti comunque ingigantiti da questa esperienza. Madame meritava di entrare nei Top five, ieri sera è stata accolta con enorme calore e una lunga ovazione finale dal pubblico, portandola alla commozione. Ovazione meritata, per la perfezione della sua performance e per la qualità di "Il bene nel male": brano superiore alla pur bella "Voce" del 2021, con un refrain ossessivo che, paradossalmente, può persino nuocere al tutto, perché finisce per oscurare la pregevole, ricca varietà di scrittura e di struttura della canzone (anche con tracce ritmiche che rimandano ai Daft Punk, come detto nei giorni scorsi), lontana anni luce dalla prevedibilità e impreziosita dalla voce particolarissima di una cantautrice che ha le stimmate della fuoriclasse. Confermatisi su eccellenti livelli anche Colapesce e Dimartino, con una "Splash", lo ribadisco, che mi è parsa perfino più rigorosa del tormentone "Musica leggerissima", meno incline alla facile presa e più di stampo autorale ma comunque efficace, in cui elettronica e sound settantiano si fondono per creare quegli effetti evocativi che sono ormai il marchio di fabbrica del duo. 

BEL RITORNO DEI  MODA' - E ancora: meritavano di più i Modà, ricomparsi sui medesimi, ottimi standard sciorinati prima dell'eclissamento, uno stile unico, riconoscibilissimo, esaltato dal trasporto vocale di un Kekko fragile e forte allo stesso tempo. E forse proprio questa lunga assenza ha precluso alla band il raggiungimento di posizioni più elevate, perché la freschezza della loro proposta è intatta. E' cresciuta alla distanza Giorgia, la cui canzone ha il limite di non arrivare subito anche se poi, alla fine, il ritornello ti si appiccica addosso. "Parole dette male" è una produzione che avrebbe trovato forse più fortuna nei festival anni Novanta (ma anche prima: certe parti dell'arrangiamento hanno sapore eighties), non aggiunge molto alla carriera della cantante romana ma ha una sua precisa dignità e una certa raffinatezza, nonché un pregio innegabile: ce l'ha riportata in gara a  Sanremo, dopo un buco nero di ventidue anni (causa stress, come è parso di capire). Ora che ha ripreso confidenza con l'ambiente, speriamo di rivederla presto con un brano da vittoria. Ad ogni modo, poteva stare assolutamente fra i primi cinque come poteva starci Elodie, che è andata sul sicuro dosando sapientemente dance, soul, vocalità di spessore e padronanza assoluta del palco. Tutte proposte migliori, in ogni caso, della delicata "Alba" di Ultimo, con versi di struggente poesia e con l'immancabile esplosione finale, una canzone che tutto sommato emoziona ma che fatica a restare nelle orecchie, manderà in sollucchero lo zoccolo duro ma non era all'altezza, secondo me, di giocarsi il podio. 

COMA_COSE E LEO: PROMOSSI - Pollice in su anche per gli innamoratissimi Coma_Cose, con una ballad intimista, più riflessiva e meno gioiosa di "Fiamme negli occhi" e con una messa in scena da consumati professionisti dei palchi. E mi è piaciuto anche Leo Gassman, certo valorizzato dalla buona vena di Zanotti dei Pinguini, ma che da parte sua ha saputo rendere al meglio l'articolata costruzione di "Terzo cuore", fra parti sussurrate ed altre declamate a ugola spiegata, quindi con salti di tonalità non semplici. Tutto sommato da promuovere Rosa Chemical, più per il coraggio nel riscoprire sonorità agée che rimandano addirittura agli anni Trenta, che per lo spirito fortemente trasgressivo, che ci sta tutto anche se raggiunge alcuni picchi francamente evitabili, per questioni di buon gusto. La fluidità e la libertà sessuale si possono portare avanti anche con moderazione, e nel caso specifico erano più che espliciti il testo di "Made in Italy", che funzionerà in radio, e il look dell'artista: tutto il resto è inutile sovrastruttura. 

CHI SI SALVA FRA I GIOVANI - Del problema emergenti abbiamo già ampiamente parlato in questi giorni. I ragazzi di Sanremo Giovani hanno quasi totalmente steccato, e certo non li ha aiutati una collocazione in scaletta quasi sempre ad ora tardissima. Salvo comunque il pop adolescenziale di Gianmaria, le acrobazie vocali, con e senza autotune, di Olly, e il mood da boy band nineties dei Colla Zio, peraltro ieri artefici di una prestazione mediocre. Shari è parsa più credibile di serata in serata, la malinconica "Egoista" non è nulla di nuovo ma ha una buona intensità e cantabilità, e quella voce un po' da "maschiaccio" può diventare un tratto distintivo; da rivedere il brioso Sethu e Will, quest'ultimo fra i cantanti che meno mi ha impressionato, assieme a LDA, con una proposta che scorre via senza lasciare grosse tracce, e a una Mara Sattei di cui alla vigilia si dicevano mirabilie ma che ha rischiato poco con un brano tradizionale ma senza particolari slanci che possano farlo ricordare. Pur senza strafare, ha invece portato a casa la pagnotta Ariete, col suo giovanilismo acqua e sapone da diario scolastico. 

GLI OVER 70: E' PROPRIO NECESSARIO? - Cosa rimarrà, per il resto, dell'interminabile finalissima? La magia creata in teatro dai Depeche Mode conferma, e non mi stancherò mai di ricordarlo, quanto sia importante per il Festival recuperare in futuro una congrua appendice internazionale. Discorso diverso per le ospitate degli over 70 nostrani. A rischio di apparire impopolare e, in qualche misura, cinico, arrivo a dire che c'è un tempo per tutto: gli evergreen emozionano sempre, ma le luci dei telefonini (come gli accendini in passato) si illuminerebbero anche se venissero mandate in onda le canzoni in playback. Voglio dire, nessuno nega la storicità di certi grandi artisti e del loro repertorio, ma a me personalmente non fa piacere, e anzi fa decisamente male, vedere questi mostri sacri arrancare sul palco con enormi difficoltà e, in certi casi, sproloquiare come è naturale a una certa età. No, non è stato un bello spettacolo, con la luminosa eccezione del trio prezzemolino Al Bano-Morandi-Ranieri, e pur considerando il fatto che la prova di Ornella Vanoni sia stata comunque apprezzabilissima: già il criterio di puntare, per gli ospiti italiani, solo sui super veterani è stato parzialmente tradito; se proprio lo si deve fare, che vengano scelti adeguatamente, usando più la testa e meno il cuore, cercando chi è ancora in grado di reggere l'impegno. Peppino Di Capri, persona che conserva una straordinaria lucidità, lo ha detto chiaramente, pur fra le righe, due sere fa: si aspettava questa chiamata e questa celebrazione ben prima, forse quando avrebbe potuto regalare al pubblico un recital ancora di alto livello. 

TUTTI (O QUASI) A SANREMO - Più in generale, una ulteriore annotazione sul format attuale della rassegna, i cui punti deboli ho evidenziato nelle scorse "puntate". In cinque sere, sono transitati sui tre palchi, fra gareggianti, duettanti e ospiti, circa settanta, e sottolineo settanta, artisti italiani. Ecco perché, ogni anno, le richieste di ammissione al concorso sono innumerevoli, e sempre più rari i musi lunghi per le tante forzate esclusioni in fase di selezione. Il Sanremo degli anni Venti garantisce comunque una larghissima partecipazione dei cantanti di casa nostra. Ovvio che una situazione del genere rappresenti l'ideale per tutti, in primis per l'industria discografica e tutti coloro che vi lavorano. Almeno fino a quando, come scritto ieri, vendite, streaming e audience continueranno a girare a mille. 

E LA PACE? - Il messaggio di Zelensky ha detto esattamente ciò che ci si aspettava: uniti verso la vittoria. E ribadisco che nulla di diverso poteva dire, il presidente ucraino fa esattamente ciò che deve fare e che chiunque farebbe al suo posto. Confermo però la mia amarezza per il fatto che il Festival, contenitore di molteplici istanze e proclami, persino per l'arruolamento nell'aeronautica (!) come accaduto ieri in apertura di finale, non ha pronunciato quasi nessuna parola per la pace, a parte il "No war" sul retro della camicia di Grignani, iniziativa isolata, da vera rockstar ribelle, ma francamente insufficiente. 

MASCHILISMO? - Dispiace, infine, l'assenza di voci femminili nel quintetto finale. Anche qui, ripeto quanto scritto poco sopra: potevano entrarci, senza scandalo, Madame soprattutto, poi Elodie e Giorgia, così come han fatto buonissima figura Levante e Paola e Chiara, con pezzi vigorosi ed energici che avranno lunga vita lontano dalla Riviera ligure. Già è montata la polemica, lo stesso Mengoni in sede di premiazione ha manifestato un certo disagio nel non vedere colleghe al suo fianco, ma le accuse di maschilismo mi sembrano onestamente esagerate: il cast dei concorrenti ha annoverato una decina di donne, ce n'erano grosso modo altrettante fra i "duettanti" del venerdì, tre fra gli ospiti (Vanoni, Annalisa, Rappresentante di Lista); a buon peso, la schieramento imponente delle co-presentatrici e quasi tutti gli invitati non cantanti in promozione televisiva: Elena Sofia Ricci, Carolina Crescentini coi ragazzi di Mare Fuori, Rocio Munoz Morales e ieri Luisa Ranieri. Amadeus ha la coscienza a posto, dopodiché, per la gara, decidono le giurie, che però non mi pare abbiano votato in maniera scandalosa: quasi tutti quelli che sono arrivati davanti meritano di essere lì, fra le ragazze solo Madame aveva un brano veramente da medaglia d'oro. A tal proposito, nel 2024 saranno dieci anni dall'ultima vittoria "in rosa", quella di Arisa nel 2014. Potrebbe essere l'occasione per chiudere il cerchio. Un nome? Annalisa. 

giovedì 9 febbraio 2023

SANREMO 2023, LA SECONDA SERATA: FRA GRANDI RITORNI E TURPILOQUIO, SVETTANO MADAME E COLAPESCE-DIMARTINO. EMOZIONE PER ARTICOLO 31, MODA', PAOLA E CHIARA

 


E' stata la serata dei grandi ritorni. Ritorni di eroi pop amatissimi dal pubblico anni Novanta e inizio secolo, ritorno di ospiti stranieri, dopo il vuoto delle ultime edizioni del Festival. Ritorni unici, veri e attesi, laddove quelli di Al Bano e Ranieri, pur nella versione inedita in trio con Morandi, sono stati sono l'ennesima ricomparsa per ricantare sempre i soliti, graditissimi successi. Ma è stata anche la serata del turpiloquio, presente in abbondanza nei testi delle canzoni in gara e fuori gara così come nell'appendice comica, nel segno di uno sdoganamento fisiologico ma forse eccessivo, perché l'evoluzione della lingua italiana non implica libertà assoluta di attingere al fondo del barile dei vocaboli. 

EMOZIONE ARTICOLO 31, GIOIA DI VIVERE PER LE SORELLE - Il discorso sui ritorni ci porta immediatamente nel cuore della gara, che ieri si è ripresa quasi totalmente la ribalta, dopo i troppi extra del vernissage di martedì. Si è confermata una linea di tendenza, quella di una generale orecchiabilità, senza imbarcarsi in percorsi sonori troppo complessi e ricercati. Il blocco dei primi 14 Big si era presentato però più omogeneo, riguardo al livello qualitativo delle proposte, laddove ieri si sono avuti picchi notevoli ma anche parziali delusioni. Ma partiamo dai ritorni di cui si diceva: due sospirate reunion, questi sì eventi del tutto inediti, col debutto sanremese degli Articolo 31 che mi hanno quasi commosso, grazie a un brano che si consegna senza remore alla nostalgia e al racconto di un rapporto di amicizia tormentato oltre ogni limite. Invece Paola e Chiara, che mancavano dalla competizione dal 2005, non hanno concesso nulla alla malinconia, riappropriandosi felicemente delle misure dance che ne avevano decretato il successo discografico da Vamos a Bailar in poi, ritrovando il loro stile e contaminandolo leggermente con qualche vaga sonorità in salsa disco settantiana. Una rentrée tutt'altro che in tono minore, peccato per il profluvio abnorme di brillantini che ha quasi azzerato la grazia ancora intatta dei loro lineamenti. 

SANREMO AUTOBIOGRAFICO - Ricomparsa all'altezza delle aspettative anche quella dei Modà, all'insegna della continuità più assoluta con lo stile dei loro tempi migliori e con un'interpretazione ancor più accorata da parte di Kekko Silvestre, che in questa "Lasciami" ha riversato un vissuto recente piuttosto doloroso. Il che è una delle caratteristiche salienti del pacchetto-canzoni di questo Sanremo 2023: profondo lirismo autobiografico, dai citati Modà e Articolo 31 al Grignani di ieri, e a Levante, che fugge dal lacrimevole e canta il suo difficile percorso post parto con un ritmato ed energico inno alla positività. 

GIORGIA NON IMMEDIATA - Il ritorno più significativo, quantomeno in relazione alla storia e all'albo d'oro del Festival, era probabilmente quello di Giorgia, bellissima come e più di sempre, con una "Parole dette male" che ci immerge totalmente nelle atmosfere della melodia anni Ottanta e Novanta. Una canzone d'amore classica, raffinata, ben congegnata ma non da primo ascolto, e questo spiega la posizione penalizzante nella classifica della sala stampa. Classifica che era peraltro in larga parte prevedibile, per chi avesse avuto la pazienza di leggersi, nelle settimane scorse, le recensioni pubblicate su giornali e siti web dopo l'ascolto dei pezzi in anteprima offerto dalla Rai ai media: recensioni che non si esprimevano in termini totalmente lusinghieri nei confronti della stessa Giorgia, dei Modà e di Ultimo. Tre artisti che, ne sono sicuro, prenderanno quota nelle ultime tre sere grazie ai voti popolari, anche se non credo che ciò consentirà loro di lottare per la medaglia d'oro. 

MADAME E COLAPESCE-DIMARTINO, LIVELLI D'ECCELLENZA - A tal proposito, mi riconosco al 99 per cento nella Top five espressa dalla prima giuria. Perché insomma, che il brano di Mengoni abbia una marcia in più è evidente a tutti, mente le proposte di Madame e Colapesce-Dimartino sono state indubbiamente le migliori fra quelle ascoltate ieri. Madame è ulteriormente cresciuta sul piano compositivo e ora le sue parole giungono chiare al pubblico, pur senza rinunciare a quel particolare modo di cantare un po' "strascicato" che però non tocca gli abissi di giovanilismo di tanti suoi colleghi esordienti; e in più, "Il bene nel male" offre anche una spruzzata di sound in stile Daft Punk, che accresce l'appeal del pezzo, così come il refrain martellante. Colapesce e Dimartino forse si sono addirittura superati, rispetto a "Musica leggerissima", e mi riferisco nello specifico al processo creativo di costruzione dell'opera: quella era una composizione geniale ma anche furbetta nel suo strizzare l'occhio ad atmosfere retrò, e del resto i tormentoni si costruiscono anche così, mentre questa "Splash" è persino rigorosa, senza trovatine accalappia-pubblico, eppure di grande efficacia testuale, ricchezza musicale e con un ritornello che funziona. Anche se, probabilmente, la resa in termini commerciali sarà decisamente inferiore. 

LAZZA DA CHART - Non mi aspettavo invece il mini exploit di Tananai, che credevo fedele alla scia scanzonata che ne ha decretato il successo 2022, fra Sanremo ed estate. La mia sensazione è che in questa versione "istituzionalizzata" perda un po' in freschezza e capacità d'impatto, senza nulla togliere al brano che è festivaliero fino al midollo e non privo di una certa eleganza; ma sono metamorfosi che mi lasciano perplesso. Così come mi hanno lasciato perplesso alcuni dei giovani ascoltati ieri: da risentire Shari e Will, leggerino LDA, più originale e brioso Sethu. Su tutti Lazza, che ci ha fatto capire perché sia campione assoluto di vendite e, secondo una mentalità fortunatamente superata, "non avrebbe avuto bisogno di Sanremo": "Cenere" è la canzone probabilmente più contemporanea fra le 28 in concorso, con un arrangiamento straniante e ipnotico. Sopra le righe ma divertente e gioioso Rosa Chemical, con un ballabile stile anni Trenta innaffiato da un pizzico di charleston. Non male. 

LE STILETTATE DI FEDEZ E LO STRANO RIBELLISMO DI DURO - E il resto della serata? Detto dello spazio "Migliori anni" col trio prezzemolino Morandi-Al Bano-Ranieri, sullo stesso versante si è fatta preferire l'accoppiata Renga-Nek, che si scambiano i loro successi e che magari l'anno prossimo troveremo in concorso, dove è giusto che stiano. Lì per lì è passata quasi inosservata la performance in nave di Fedez, che invece ha picchiato duro contro il viceministro Bignami, contro le interrogazioni parlamentari assurde su Rosa Chemical (ne avevo fatto cenno nel mio pezzo di presentazione del Festival) e, a buon peso, contro il Codacons, assumendosi poi in toto la responsabilità di quanto aveva rappato. Di certo un intervento più puntuto di quello del comico Angelo Duro. Strano, però, il pubblico dell'Ariston: si scandalizza, giustamente, per la furia devastatrice di Blanco (di cui però ieri credo di aver spiegato bene i retroscena) e poi non si scandalizza per la volgarità del siciliano. Non si scandalizza e però ride anche poco, va detto, anzi, si limita a sorridere. Poi va bene tutto, la comicità è anche questa, soprattutto in tempi di stand up comedy (ma i fuoriclasse del genere sono altri, una soprattutto; Michela Giraud), però c'è anche la conferma della schizofrenia del Festival, che si inserisce nella sacrosanta battaglia contro la violenza sulle donne, contro le discriminazioni e per la parità di genere, e poi lascia che si monologhi sul tradire il partner andando a prostitute come salvezza per il matrimonio; un festival che si batte contro il bullismo e poi lascia che si bollino come falliti i laureati costretti a lavorare la terra. Bah. Una cosa sola ho condiviso di quanto detto a notte fonda dal comico emergente: i veri ribelli, oggi, sono quelli che non "indossano" tatuaggi. Sulla qualità complessiva dello sketch, dai contenuti piuttosto banali, lascio giudicare gli esperti. 

BLACK EYED PEAS SUGLI SCUDI - Meglio tornare, e chiudere, con la musica, e col ripristino della parentesi internazionale che era un must dei Sanremo d'antan. I Black Eyed Peas hanno onorato la loro partecipazione con un lungo minishow, fra passato e presente, e con la capacità di coinvolgere la platea. Quando parlo della necessità di tornare a investire sull'estero, a questo mi riferisco: non le ammucchiate di ospiti stranieri degli anni Ottanta, ma pochi nomi selezionati che possano offrire uno spettacolo nello spettacolo, non limitandosi alla bieca promozione del singolo in uscita. 

martedì 7 febbraio 2023

SANREMO 2023 AL VIA: ANCORA UNA VOLTA CI SALVERA' LA GARA, FRA INVASIONI DI CAMPO POLITICO-RETORICHE E OSPITATE PREVEDIBILI E RIPETITIVE

 


Le settimane di vigilia di Sanremo 2023 ci hanno riportato, da un certo punto di vista, agli anni più bui della kermesse, quelli in cui si parlava di tutto meno che di cantanti e di canzoni. La politica, in particolare, ha ammorbato l'aria mediatica intorno al 73esimo festivalone, prima con la discussa pseudo-partecipazione di Zelensky, poi con certe surreali interrogazioni parlamentari dedicate a Rosa Chemical, pensate un po'. Discorso a parte, ovviamente, per la notizia del giorno, ossia l'intervento al vernissage del Presidente della Repubblica Mattarella, prima assoluta di un Capo dello Stato alla manifestazione ligure e quindi, indubbiamente, fatto clamoroso che merita titoloni e prime pagine. Il succo, però, rimane: pur accettando la caratura di evento globale  e totalizzante assunta da Sanremo, rassegna canora che ha aperto le porte alle più svariate espressioni artistiche e anche ad istanze sociali, è assurdo che proprio in questa fase storica i riflettori indugino con minore entusiasmo sull'autentico piatto forte, ossia sul cast di concorrenti. 

SANREMO GRANDI FIRME - Dodici mesi fa avevo scritto, nel pezzo di presentazione di Sanremo '22, "il vero spettacolo sarà la gara, con tanti big veri che faranno ombra ad ospiti e superospiti". Ciò è tanto più vero quest'anno, perché Amadeus ha raggiunto la quadratura del cerchio, realizzando il Festival  che tanti illustri direttori artistici e patron suoi predecessori hanno solo potuto sognare: un Festival che mette in competizione grandi nomi, sulla cresta dell'onda, attuali, contemporanei, riempi-stadi e mattatori delle classifiche; il Festival di Mengoni (strafavorito), Giorgia e Ultimo, ma anche di Madame, Lazza, Elodie e Colapesce-Dimartino. Personaggi di primissimo piano che già da soli basterebbero a catalogare lo show al via stasera come "Sanremo grandi firme". Ma niente, nemmeno un cast stellare serve a distogliere l'attenzione dei media, o di quel che ne rimane, da "tutto il resto", dalla cornice. 

CORNICE POCO INVOGLIANTE - Che è una cornice non esaltante, e questa, va detto, è una caratteristica ormai fissa delle edizioni targate Amadeus. Il quale ha giustamente compiuto una precisa scelta di campo, per convinzione e perché costretto dal budget a disposizione: puntare tutto sull'innalzamento del livello di cantanti e canzoni in gara, arricchendo poi lo spettacolo con ciò che di volta in volta passa il convento (con tutto il rispetto). Così, rieccoci a fare i conti con una povertà quasi drammatica di ospiti d'oltrefrontiera, un tempo ciliegine sulla torta ad accrescere il prestigio della kermesse. Ci siamo fermati a Black Eyed Peas e al ritorno dei Depeche Mode, ed è un peccato, perché pure in tempo di spending review, di tagli di risorse, di necessità assoluta di chiudere la partita con ricavi sempre più abbondanti, stento a credere che non fosse possibile investire su un altro paio di nomi internazionali di chiara fama. Che servono e serviranno sempre più in futuro: nessuno pretende le masse di 20-30 big stranieri che affollavano il Palarock negli anni Ottanta, ma, semplicemente, una manciata di vedettes che magari costano più degli italiani, ma fanno ulteriormente lievitare appeal e interesse attorno alla rassegna, perché onestamente non so quanto potrà durare l'entusiasmo per le ripetute apparizioni dei soliti ospiti di casa nostra. 

LE SOLITE FACCE - Già, gli ospiti italiani: è stato lasciato elegantemente scivolare fuori dal bagaglio dei buoni propositi quanto "Ama" aveva promesso in autunno: "I miei superospiti sono i cantanti in gara. fuori concorso avrò solo artisti che hanno compiuto i 70 anni d'età". Nobile intento, svanito probabilmente di fronte all'estrema difficoltà di portare volti esteri. E così, accanto alle giuste celebrazioni di Gino Paoli e Peppino Di Capri, alla reunion dei Pooh, all'ennesimo ritorno di Ornella Vanoni, Al Bano e Ranieri, rivedremo personaggi che potevano essere tranquillamente in concorso, che lo sono stati in passato e che lo saranno di certo in futuro, di nuovo o per la prima volta: dai Rappresentante di Lista ad Annalisa, da Achille Lauro (altro prezzemolino) al duo Renga-Nek, fino a  Salmo e a Guè. Certo, non possiamo mettere nel calderone Mahmood e Blanco, che da ultimi vincitori passeranno il testimone ai nuovi pretendenti al titolo, né i Maneskin in quanto fenomeno musicale e di immagine ormai di caratura mondiale e, tutto sommato, vanto per l'Italia e per lo stesso direttore artistico, che li ha scelti e lanciati nel 2021 quando erano già popolari ma lontani dalle vette in seguito raggiunte. Ma il resto è, davvero, la solita minestra, un deja vu che trasmette stanchezza alla sola lettura di questo elenco di vip quasi sempre uguale a se stesso. Il tutto è probabilmente anche frutto di un equilibrio di rapporti raggiunto con case discografiche, agenzie e management, una situazione che giova all'industria nazionale (fra cantanti in gara, ospiti e duettanti, una bella fetta di artisti italiani fa ogni anno passerella all'Ariston) e alla struttura Festival, ma che può reggere solo finché reggono gli ascolti tv e le vendite di dischi. 

LE BRUTTURE DEL MONDO AL FESTIVAL: E' PROPRIO NECESSARIO? - Il caso Zelensky si è fortunatamente ridimensionato: nessun intervento video registrato, solo un messaggio scritto che verrà letto dal padrone di casa. Le perplessità restano, non sul presidente dell'Ucraina che fa quello che deve fare e lo porta avanti in ogni maniera, anche con una presenza eccessiva persino sotto i riflettori più ameni come quelli dei festival canori, televisivi e cinematografici. I miei dubbi erano e sono di altra natura: se proprio si doveva affrontare il tema del conflitto nell'est europeo, ecco, mi sarebbe piaciuto sentire parlare di pace e non di guerra, considerazioni su sforzi diplomatici e tavoli di trattative da aprire, piuttosto che su invii di armi. E sottolineo, "se proprio se ne doveva parlare". E' vero che, soprattutto da una quarantina d'anni, il cosiddetto Paese Reale ha spesso fatto irruzione nella maxi bolla sanremese, ma a tutto c'è un limite. Perché se si può parlare delle istanze professionali degli operai dell'Italsider, del razzismo, della parità di genere, qui si arriva a toccare un tema davvero troppo complesso e drammatico per essere liquidato in due minuti fra una canzone e l'altra, su quella che nonostante tutto rimane la principale ribalta glamour e leggera dello spettacolo nazionale. Insomma, lodevole la voglia di non estraniarsi e rimanere coi piedi per terra, ma ad un certo punto bisognerebbe fermarsi. Ad ognuno il proprio mestiere.

SANREMO E LE POCHE ISOLE DI LEGGEREZZA - La tv italiana, ormai colma di talk show dedicati alla politica e alla cronaca nera, non può permettersi la contaminazione seriosa e cupa anche dei suoi pochi spazi di intrattenimento brillante. Il rischio pesantezza insopportabile, sperimentato ad esempio col Festival 2014, è sempre dietro l'angolo. E lo stesso discorso vale, in parte, per certe copresentatrici chiamate a portare istanze e denunce anche lodevoli ma spesso mal riuscite, per mediocre interpretazione sul palco o discutibile scrittura degli interventi. Sentiamo cosa ci diranno questa volta le varie Egonu e Fagnani, ma non è con la lacrimevole retorica di certe performance passate, oltretutto nel contesto meno adatto, che si possono scardinare certe barriere. E trovo insopportabile il fatto che si demandi ai vip dello sport o dello spettacolo un'opera educativa che invece dovrebbe partire dalle famiglie e dalla scuola, le agenzie sociali in cui si cominciano a sconfiggere bullismo e intolleranze. La lezioncina socio-morale inserita a un certo punto della scaletta di ogni show spensierato è diventata ormai quasi un format, e già come tale prevedibile e quindi quasi totalmente depotenziato, efficace sul momento e poi destinata al dimenticatoio. Più di certe mediocre canzoni sanremesi. 

CONCORRENZA POCO TEMIBILE - L'unica polemica non musicale di sostanza, in questa vigilia, è stata quella legata al ritorno della controprogrammazione da parte di Mediaset, dopo anni di vacanza televisiva e di via libera al Festivalone. La Rai deve tremare? A parer mio, il rischio c'è ma è minimo. La situazione è totalmente capovolta rispetto al primo decennio di questo secolo: all'epoca un Sanremo in difficoltà venne spesso messo alle corde (e in un paio di occasioni superato nell'audience) da una concorrenza che schierava i grossi calibri dell'epoca, Grande Fratello e Cesaroni. Oggi, ad essere una corazzata è proprio il Sanremone, mentre le tv berlusconiane puntano ancora su un GF ormai boccheggiante, sulle Iene non più centrali nel panorama informativo come lo erano fino a un lustro fa, e sulla solita sicurezza, la De Filippi di C'è posta per te, l'unica che potrebbe rosicchiare qualche punto di Auditel all'augusto rivale. Ma il fatto stesso che, per affrontare l'impari sfida, si mettano in campo prodotti televisivi ormai vecchi e ultrasfruttati, la dice lunga sulla povertà di idee che regna oggidì nella tv generalista, e ciò, beninteso, vale anche per la Rai, ancorata da tempo immemore a marchi come Ballando con le Stelle, Tale e Quale, Affari tuoi, Soliti ignoti e via ripetendo. 

LA GARA SI PRENDERA' LA RIBALTA - Torniamo alla gara, in chiusura. Concorso grandi firme, si diceva, e non solo per i superbig citati, che sono affiancati da giovani rampanti, in primis quelli lanciati da Amadeus nelle sue prime tre edizioni (Levante, Elodie, Colapesce-Dimartino, Madame, Coma_Cose, Leo Gassman, Tananai), da attesissimi ripescaggi illustri (Oxa, Grignani, Paola e Chiara, Modà fra gli altri), da qualche scelta ardita (non molte per la verità: diciamo Rosa Chemical), due debutti a scoppio ritardato (Cugini e Articolo 31) e nuove leve già amatissime e gettonatissime (Lazza su tutti, potrebbe essere il Blanco del 2023, ma anche Ariete e Mara Sattei). Mantengo le mie perplessità sul listone unico di concorrenti, coi giovani che rischiano di essere fagocitati dagli illustri colleghi (l'exploit di Tananai dell'anno scorso fu tutto sommato piuttosto casuale), ma credo che questo cast sia in grado di immettere sul mercato una manciata di canzoni destinate a sicuro successo. E si prenderà a forza la ribalta, alla faccia del pallido contorno di cui si è detto. Buon Festival a tutti. 

 

lunedì 5 dicembre 2022

SANREMO 2023: NEL CAST DEI BIG LE DUE ANIME ARTISTICHE DI AMADEUS. RITORNANO LE SCOMMESSE VINTE, ARRIVANO I CAMPIONISSIMI. GIORGIA, MENGONI E ULTIMO, MA ANCHE MADAME, COMA_COSE, COLAPESCE-DIMARTINO E LEVANTE

 

                      Amadeus annuncia il cast sanremese durante il Tg1 delle 13.30 del 4 dicembre

Cosa sta diventando il Sanremo di Amadeus? La domanda non è né cattiva né maliziosa, ma cerca semplicemente di definire la linea artistica andata delineandosi in questi quattro anni di gestione dell'evento. Ecco, a caldo, poche ore dopo l'annuncio del listone dei 22 Big, mi pare di poter dire che la tendenza sposata dal patron sia quella avviata con l'ultima edizione, ossia il "festival grandi firme". Lo posso dire forse con un pizzico di amarezza, pensando al coraggioso e spiccato sperimentalismo che caratterizzò invece le prime due edizioni targate Ama, e che mi aveva letteralmente entusiasmato. 

IL RITORNO DELLE SCOMMESSE VINTE - La realtà è che c'è un tempo per tutto: e per il popolare anchorman c'è stato il tempo della ricerca, quello in cui ha setacciato il sottobosco della musica leggera nostrana alla ricerca di nomi inediti o poco conosciuti, anche se con una lunga gavetta alle spalle, da mettere alla prova sul massimo palcoscenico pop della Penisola, sfidando perplessità, gusti nazionalpopolari e gerarchie consolidate. Un po' come la fase attuale della gestione Mancini alla guida della Rappresentativa azzurra: ricerca di nuovi talenti, di calciatori in sboccio che possano ridare fiato a una squadra in crisi di risultati. 

A seguire, arriva il secondo step, quello in cui si raccoglie quanto seminato per poi alzare il livello, consolidando la struttura. Ecco, con Sanremo 2023 siamo a questo punto della marcia: in primis, il direttore artistico riporta in gara alcune delle scommesse vinte nel '20 e nel '21. Ritornano Colapesce e Dimartino consegnati all'immortalità canzonettistica da un tormentone epocale, Madame nobilitata persino dal Premio Tenco, i Coma_Cose che meritavano il bis sulla ribalta ligure, la coraggiosa cantautrice Levante, che due anni fa aveva già un suo pubblico ma che con "Tikibombom" passò dalla nicchia (una nicchia, lo ripetiamo, già... piuttosto larga) alla celebrità autentica. E non si tratta di ripescaggi gratuiti, ma tutti fondati su solidi argomenti, dalla credibilità musicale al mero successo commerciale. 

LA CONQUISTA DEI SUPERVIP - In questi nomi c'è il consolidamento del Sanremo formula Amadeus nella sua accezione "primordiale" e genuina. Una volta vinta questa sfida, il secondo passo non poteva che prevedere un innalzamento della posta, l'inseguimento dei superbig veri, i campioni di vendita. In tanti ci hanno provato, in pochissimi ci sono riusciti, se non con qualche exploit isolato. Nel 2022 ci sono stati il ritorno in competizione di una primadonna come Elisa, dopo ventun anni di assenza, poi una coppia di esponenti della nouvelle vague sulla cresta dell'onda, il duo pigliatutto Mahmood - Blanco, e la ricomparsa di due glorie assolute della canzone tricolore, Morandi e Ranieri. Adesso si è andati perfino oltre, perché un cast che può allineare ai nastri di partenza Giorgia, Marco Mengoni e Ultimo è un cast di prim'ordine, non si discute. 

TRIS D'ASSI - Poi, per carità, ci sarà sempre qualcuno pronto a obiettare che i veri grandissimi sono altri. Chi, onestamente? Qualcuno l'ho citato nel precedente post, e sono quasi convinto che il direttore artistico le abbia provate tutte per ottenerne la presenza, penso ad Antonacci o ai Negramaro, ad esempio. Ma, caspita, Mengoni e Ultimo monopolizzano le classifiche e fanno il pienone ai concerti, mentre Giorgia è Giorgia, una fuoriclasse assoluta, ed evito di fare paragoni pesanti che in realtà ci starebbero tutti ma che mi attirerebbero probabilmente molti strali. Oltretutto, grosso merito ad Ama per aver abbattuto quel muro cui ho fatto cenno l'altroieri, le remore psicologiche che da due decenni tenevano lontana dall'Ariston l'interprete romana. Insomma, si può sempre ambire a qualcosa di ancora più prestigioso, ma ogni tanto bisogna pure accontentarsi. Ma poi accontentarsi "de che"? Quanti Sanremo ci sono stati, nel passato più o meno recente, con tre-campionissimi-tre come questi pronti a darsi battaglia? Certo, se qualcuno continua ad aspettare i Venditti e i De Gregori, campa cavallo, e si metta l'animo in pace. 

Questi tre "fuori categoria", poi il duo siculo di "Musica leggerissima", Madame, Levante e la super glamour Elodie sono ora come ora i più accreditati a giocarsi la medaglia d'oro, e visto un tale livellamento verso l'alto sarà più che mai decisiva la qualità dei pezzi, perché, per dire, nel 99 per cento dei Festival "O forse sei tu" di Elisa avrebbe prevalso in scioltezza, ma dieci mesi fa trovò sulla sua strada una composizione altrettanto valida, e io scrissi di "ex aequo morale" per sottolineare la bontà di entrambe le proposte.

SPERIMENTAZIONE ADDIO, O QUASI - L'individuazione di queste due nette tendenze artistiche, ossia il consolidamento degli azzardi passati e il pensare in grande con il ricorso alle prime firme, fanno passare in secondo piano altre caratteristiche di un cast che però meritano di essere sviscerate. Come detto, la sperimentazione, l'audacia, la ricerca dell'insolito sono quasi sparite: i nomi "strani" sono giusto quelli di Rosa Chemical, che però, come abbiamo visto, circolava da settimane fra gli addetti ai lavori, e Mr. Rain, che da anni viene inserito fra i papabili per la rassegna e, insomma, prima o poi doveva arrivarci. Non sono sorprendenti, tutt'altro, le presenze di due dei tre artefici del martellamento balneare di "La dolce vita", ossia la debuttante Mara Sattei e Tananai che è, semplicemente, una Nuova Proposta sanremese che ce l'ha fatta, come tanti ragazzi prima di lui in passato. 

LAZZA COME BLANCO? - Era più arduo, parlando di sezione debuttanti, prevedere il ritorno di Leo Gassman, del resto uno che la categoria l'ha vinta senza però riuscire a dare seguito alla sua affermazione. Ci sta, insomma, ed è anzi giusto che sia stato preso in considerazione almeno un "virgulto" di una delle due edizioni più sfortunate di Sanremo Giovani, 2020 e 2021. Allo stesso modo, l'emergente Ariete era in rampa di lancio già dall'anno scorso, Lazza è uno dei fenomeni discografici di questo 2022 ed anzi, va sottolineato, è un altro colpaccio di Amadeus, visto che forse in questo momento il rapper non aveva immediato bisogno della vetrina rivierasca (ha accumulato in brevissimo tempo una quantità impressionante di dischi d'oro e di platino, da solo o in featuring). Da non escludere, anche se al momento la vedo difficile, che possa ripercorrere le orme di Blanco, giovanissimo protagonista della stagione calda e poi sugli scudi in febbraio. Quanto a LDA, lo avevo preventivato: meno Amici rispetto al passato, perché meno essenziali per la buona riuscita dell'evento, ma almeno uno ci sarebbe stato, ed eccolo lì... 

SUI GIOVANI UN AZZARDO ECCESSIVO - La ricerca del nuovo, per il Sanremo prossimo venturo, il direttore artistico la perseguirà in altro modo, ossia con una colossale, forse eccessiva, responsabilizzazione del vivaio festivaliero tout court. L'altroieri avevo ipotizzato un allargamento del numero di partecipanti per tornare alla classica cifra tonda, 26, ma pensavo all'aggiunta di un nome famoso. Invece, si è saliti addirittura a 28, con ben sei esordienti, sui dodici che parteciperanno alla kermesse pre natalizia. Ecco, questo è un azzardo che compensa una certa ordinarietà (di alto livello) nella scelta dei Big. E' evidente che "Ama" creda in questi giovani come forse non ci ha mai creduto in passato, ma rimango del medesimo parere espresso tante volte, ossia che il gareggiare coi vip rischi di schiacciare e bruciare le nuove leve: nel '19, sotto Baglioni, ce la fece Mahmood ma fu un caso eccezionale, l'anno scorso Tananai è venuto fuori in maniera piuttosto avventurosa (parliamoci chiaro, nella settimana sanremese non aveva destato grossissima impressione), Yuman e Matteo Romano hanno fatto balenare buonissime doti, pur diverse fra loro, ma, per l'appunto, sono rimasti schiacciati fra i grossissimi calibri e la personalità degli illustri rivali, quasi scomparendo, e la loro carriera, per quanto ben avviata, è ancora tutta da costruire.

PAOLA E CHIARA: RITORNO GRADITISSIMO - Gira che ti rigira, le uniche scelte del tutto o parzialmente inattese hanno riguardato il settore veterani: penso che nessuno potesse immaginare un ritorno di Anna Oxa, se non i suoi fans più irriducibili, non prevedibilissima neppure la prima volta assoluta dei Cugini di Campagna, che conservano discreto appeal televisivo, innata simpatia, buon seguito soprattutto presso un pubblico maturo, ma quanto a successi discografici sono fermi agli anni Ottanta: cosa potranno proporre, musicalmente, all'alba del 2023? Anche in questo caso nessuna domanda maliziosa, solo curiosità credo legittima per una band conosciuta e amata soprattutto grazie a una manciata di evergreen assai datate. Era nell'aria la rentrée di Paola e Chiara, che riempie di gioia sia chi ricorda il loro picco di popolarità del periodo "esotico-erotico" di Vamos a bailar e Kamasutra, sia chi, come me, è indissolubilmente legato ai dischi degli esordi, a piccoli gioielli come "Bella", "Per te" e "Non puoi dire di no". 

MODA': RINASCE UN MITO? - Sapore di Nineties con le sorelline, con Grignani che tenta l'ennesima resurrezione  e la canalizzazione di un talento troppo spesso a briglie sciolte, e gli Articolo 31: mi aspettavo J-Ax da solo sorprendendomi anzi della sua perdurante assenza dalla gara canora, ci sarà invece anche Dj Jad e, chissà, magari perfino Paola Folli. E dagli anni zero di questo secolo riemergono i Modà, dal percorso assai strano e tortuoso: campioni assoluti di vendita e riempi-stadi fino a un lustro fa, poi scivolati inesorabilmente nelle retrovie dei gusti del pubblico; potenza nefasta di un mercato musicale che, oggi più di ieri, consuma in fretta i propri miti. Ma hanno solida carriera ed esperienza, e se hanno mantenuto la buona ispirazione poetica dei momenti belli, potrebbero rinfrescare il repertorio con qualche nuova hit memorabile, perché no? 

IL ROCK ASSENTE E LA QUESTIONE SUPEROSPITI: GRANDI MITI E STRANIERI? - Manca il rock, dicono. Vero ed è un'assenza che si sente, ma il rock ha sempre avuto difficoltà ad attecchire sulla scena ligure. Non sono bastate neppure due vittorie di peso, quella di un Ruggeri all'apice della maturità nel '93, e quella del fenomeno planetario Maneskin. E' una tara genetica del Festival, il suo cuore tradizionale che cede a tante nuove tendenze ma, stranamente, non a questa. E però il rock italiano esiste, ha solo bisogno di tempo per prendere piede... Vediamo ora se Amadeus terrà fede a quanto fatto intuire sul discorso dei Big fuori concorso. In sintesi: supercampioni solo in competizione, ospiti solo i mostri sacri over 70. Ebbene, tre colossi in gara li ha conquistati, come visto. Nonostante l'affollamento di concorrenti, 28, gli ospiti ci saranno lo stesso come da struttura dello show ormai consolidatasi, ed è giusto che siano personaggi degni di celebrazioni vere, non premature come quelle toccate di recente, da quelle parti, a Ghali e Amoroso, fra gli altri. Così, una Marcella di nuovo al palo potrebbe venire a riproporre i suoi tantissimi successi non solo sanremesi, si potrebbe dedicare un cospicuo pezzo di una serata al grandissimo Peppino Di Capri, a Bobby Solo, a Nada, altra che sembrava in procinto di entrare nel cast. Meno italiani fuori dalla tenzone, e speriamo qualche vedette d'oltrefrontiera in più. Dai Sessanta in poi hanno sempre dato grosso lustro al Sanremone, e negli ultimi tempi sono mancati terribilmente. 

sabato 3 dicembre 2022

VERSO SANREMO 2023: GIRO D'ORIZZONTE SUI POSSIBILI BIG A POCHE ORE DALL'ANNUNCIO

 


Meno di 48 ore all'annuncio del cast di Sanremo 2023. Il TG1 dell'ora di pranzo di domenica 4 dicembre è l'insolita ribalta scelta da Amadeus per la comunicazione che gli appassionati del Festivalone attendono, ogni anno, quanto e forse più del nome del vincitore. Un rituale che ha ritrovato di recente la sua giusta sacralità, alimentata da indiscrezioni più o meno attendibili che, oltretutto, prendono a circolare con sempre maggior anticipo, spesso persino nei mesi estivi. Ormai le chiacchiere stanno quasi a zero, dunque, e io arrivo buon ultimo, nella consapevolezza di espormi a prevedibili e colossali brutte figure. Come cambiano i tempi: una decina d'anni fa ero fra i pochi sul web a cercare di "indovinare" il cartellone festivaliero, sulla base di ragionamenti legati all'andamento del mercato musicale; oggi si sono moltiplicati siti, testate, esperti e pseudo esperti, bene informati autentici e presunti, hanno capito tutti che la.... caccia al Big sanremese è redditizia sul versante "click" e ci si sono buttati a pesce, anche se le persone degne di credibilità si contano sulle dita di mezza mano. 

Il mio metodo in fase di pronostico è sempre stato lo stesso: dare un occhio alle più recenti partecipazioni sanremesi per valutare le possibilità di ritorni in gara a stretto giro di posta, scandagliare il panorama degli emergenti, dei veterani che non compaiono da tempo, dei non più giovanissimi che avrebbero bisogno di un rilancio in grande stile, ma soprattutto analizzare le tendenze del panorama discografico nell'anno solare che conduce alla kermesse: cartina di tornasole quasi infallibile per capire, almeno, chi avrebbe convenienza a tentare la carta rivierasca. 

SANREMO GRANDI FIRME? - Facciamo dunque un breve giro d'orizzonte. Con una premessa: i Big saranno di nuovo 22 più 3 giovani, o aumenteranno almeno di una unità per tornare al classico numero pari tipico di quasi tutte le edizioni? Fin da questa estate, il quarto Sanremo di Amadeus è stato etichettato (affrettatamente?) come il Festival delle grandi firme. Nel senso che sono stati snocciolati, man mano, i nomi più grossi della scena nostrana come concorrenti più che plausibili. Nomi che, fino ad appena due-tre anni fa, nessuno avrebbe mai potuto accostare alla gara sanremese senza venir preso per pazzo. Eppure, di settimana in settimana, abbiamo sentito parlare di Tiziano Ferro (follia), Antonacci, Giorgia, Gianna Nannini, Negramaro, e ora, uno dei rumors delle ultime ore, Renato Zero. Un tempo avrei fatto spallucce, ora si può ammettere che, forse, un paio di questi vip potrebbero persino esserci: nell'ultima edizione, del resto, non c'è forse stata la clamorosa ricomparsa di Elisa? Qualcosa può accadere, quindi, ma senza metterci il cuore sopra... Giorgia è da sempre frenata da limiti psicologici nei confronti del palco dell'Ariston, troppa tensione personale per una competizione che, in effetti, non frequenta dal 2001, Biagio pare abbia smentito, ma la sua carriera avrebbe bisogno di una rinfrescata, di una nuova hit epocale, e perché non celebrare il trentennale dalla sua seconda e ultima partecipazione, quel "Non so più a chi credere" del '93 che lo fece uscire dal limbo delle grandi promesse consacrandolo a big autentico? 

DA SANGIORGI A MENGONI - Chi avrebbe tutte le ragioni per non tornare più in concorso sarebbe Giuliano Sangiorgi coi suoi Negramaro, visto il trattamento indecoroso che le giurie riservarono a "Mentre tutto scorre" nel 2005, eppure non mi sento di escluderne la presenza. Si parla di Giuliano in coppia con Madame, che da rivelazione del Sanremo '21 e poi trionfatrice al Tenco, tornerebbe al Festivalone per puntare alla vittoria, forte di una partnership di lusso da cui avrebbero da guadagnare sia lei sia l'estemporaneo compagno d'avventura. Superbig a tutti gli effetti è anche Marco Mengoni: Sanremo 2023 potrebbe essere l'occasione giusta per un'altra celebrazione, il decennale del trionfo con "L'essenziale". Il secondo disco della sua trilogia "Materia" è nei negozi da poco, ma una apparizione al Festival non implicherebbe necessariamente un'accelerazione per l'uscita del terzo album: il mercato oggi è più elastico, soprattutto sforna prodotti a getto continuo, e un singolo-anteprima di Marco, lanciato in un contesto così prestigioso, avrebbe un suo senso e non andrebbe a danneggiare in alcun modo la normale marcia di avvicinamento verso il successivo "33 giri". Come esordiente illustre, non è da scartare l'ipotesi di un J-Ax sempre più mainstream, al punto che personalmente mi stupisce non abbia ancora messo piede nella più importante tenzone canora italiana. 

STELLE RECENTI - Veniamo a papabili più "terrestri": potrebbe esserci un ritorno in blocco dal 2020, primo atto dell'attuale gestione artistica, con Gabbani che chiederebbe la rivincita a Diodato, e con Elodie e Levante pronte a inserirsi nella lotta al vertice. Dal '21, detto di Madame, ecco riaffacciarsi Francesca Michielin, questa volta da sola e decisa a centrare il bersaglio grosso dopo due medaglie d'argento, nonché la strana coppia Colapesce-Dimartino, anche se sarebbe ingeneroso attendersi un bis del tormentone epocale "Musica leggerissima". Qualche speranza anche per i deliziosi Coma_Cose, un po' meno per Gaia Gozzi, mentre il discorso Annalisa rappresenta un caso a parte: la cantante savonese ha ormai raggiunto una credibilità tale da non potersi più permettere di approdare a Sanremo con una "canzoncina". Se torna, deve farlo con un pezzone, all'altezza o superiore alle sue migliori espressioni su quel palco (Scintille, Una finestra tra le stelle, Dieci). Il singolo lanciato per l'autunno, "Bellissima", è... bellissimo, per l'appunto, avrebbe forse fatto meglio a tenerlo in fresco per febbraio, visto che si è parlato di difficoltà nel trovare il brano giusto, ma tant'è. Perché, è bene chiarirlo, se Annalisa va, deve andare per inseguire il primo posto. Nel caso non avesse la composizione adatta, sarebbe più giusto che restasse ferma un giro. 

TORNA EMMA? E LA AMOROSO DEBUTTERA'? - Parli di Annalisa e pensi ad altre figure simbolo dell'età dell'oro dei talent: Emma è tornata nel 2022 con una "Ogni volta è così" davvero sostanziosa e ottimamente interpretata, giustamente premiata dal disco di platino; perché non provare ad alzare ulteriormente la posta con una nuova partecipazione "importante"? E poi c'è l'affaire Alessandra Amoroso, eternamente accostata al Festivalone ma mai in concorso, a volte duettante e una volta superospite. Ecco, siccome quest''anno la categoria dei big fuori concorso dovrebbe andare incontro a un salutare snellimento, venendo riservata solo ad artisti "attempati" che hanno dato lustro alla rassegna e alla musica italiana nell'arco di decenni, per molti giovani allergici alle classifiche i margini di manovra si ridurrebbero: della serie, o competizione o niente, e addio a una finestra promozionale di capitale rilevanza. Lo stesso discorso varrebbe per Ghali, anche lui inspiegabilmente superospite tre anni fa. 

DA SANGIO A TANANAI: TORNANO LE RIVELAZIONI '22? - Dell'ultima edizione, quella della parziale rinascita post Pandemia, potremmo rivedere Ditonellapiaga e l'imprevedibile rivelazione Tananai, anche se le ultime quotazioni li vedono un po' in ribasso, mentre più probabile è il ritorno di un Sangiovanni che in estate ha dato continuità al successo ottenuto in Liguria. L'anno solare ha riservato buone soddisfazioni a Lazza, Rhove, Bresh, Carl Brave, Fred De Palma, Mara Sattei, Myss Keta, tutti nomi assolutamente plausibili, mentre nelle ultime ore sta emergendo con decisione l'indiscrezione che porta a Sfera Ebbasta, possibile debuttante di lusso. Altri personaggi graditi al pubblico giovane potrebbero essere i Boomdabash (protagonisti nel 2019), Coez e Tommaso Paradiso, quest'ultimo assolutamente bisognoso di un exploit ai massimi livelli che la sua carriera solista non gli ha ancora riservato. E perché non un Fabri Fibra, "padre nobile" del rap italiano  del 21esimo secolo? Fra le voci femminili emergenti, pur distanti anni luce fra loro, da tenere in considerazione Ariete e la ruvida rapper Anna, più difficile vedere l'originalissima Casadilego. E i ragazzi di "Amici"? La loro presenza è sempre importante, ma non più fondamentale per il buon esito del Festivalone come avveniva fino a poco tempo fa. I nomi sono quelli di Luigi Strangis, LDA e Sissi: almeno uno potrebbe entrare nel cast. 

CANTAUTORI, ALTERNATIVI E LO "STRANIERO" - Nomi "alternativi": occhio a Franco 126, ben riuscito il suo duetto estivo con Loredana Bertè, poi Margherita Vicario, da anni in rampa di lancio, Vasco Brondi, Rosa Chemical che a febbraio ha fatto coppia con Tananai nella serata delle cover (il che a volte ha rappresentato il primo passo verso la partecipazione vera e propria, vedi La Rappresentante di Lista), i Baustelle, per i quali si tratterebbe di un debutto troppo a lungo atteso ma estremamente gradito. Potrebbe perfino essere l'anno giusto per l'anglo-genovese Jack Savoretti, qui su Note d'Azzurro spesso caldeggiato e che andrebbe ad occupare la casella "straniera" lasciata libera da Ana Mena. E chissà, magari ci riproverà l'Orchestraccia, che nel 2022 pare sia stata a un passo dall'inserimento nel cast. Pazza idea ma neanche tanto? Matteo Bocelli, accostato al Sanremo già in un paio di edizioni recenti. Gradevoli costanti? Da Arisa ad Ermal Meta a Malika, forse qualcuno ci proverà, ma non dovesse entrare non sarebbe un dramma: li ritroveremo comunque nelle edizioni venture.

VETERANI DELL'ALTROIERI... - E infine i veterani: sarà finalmente dato spazio a Marcella, dopo tanti tentativi andati a vuoto? Lo meriterebbe, per la costanza ma anche per l'indubbio prestigio apportato alla musica leggera nostrana dagli anni Settanta in poi. Difficile ma non impossibile vedere i Ricchi e Poveri, alla luce del lutto che li ha colpiti poche settimane fa con la scomparsa di Franco Gatti, ancor più difficile la via sanremese per i Matia Bazar new version di Fabio Perversi (più probabilità, ma non tantissime, per il duo Silvia Mezzanotte-Carlo Marrale, altra costola dei gloriosi Matia). Darei una chance a Gigliola Cinquetti, che avrebbe tutto per ripetere le "rinascite" di Orietta Berti e Iva Zanicchi, mentre non è da escludersi una clamorosa presenza di Edoardo Vianello, peraltro quasi 85enne, con tutti i limiti del caso per la partecipazione attiva a una settimana di lavoro intenso, continuo, massacrante come quella festivaliera. Attenzione anche a Nada, peraltro anche lei uscita in autunno con un nuovo album, fattore che potrebbe frenarne la rentrée. 

... E DI IERI - Veterani anch'essi, ma di più fresco conio, Raf, anche lui come Giorgia spesso tenuto lontano dal Festival da motivi caratteriali (stress eccessivo), e la coppia Renga-Nek, che ha quotazioni molto consistenti. Di Nek, peraltro, va ricordata la firma, nel 2020, di una petizione che proponeva Red Ronnie come direttore artistico futuro del Festival, in contrapposizione alla prima gestione Amadeus travolta dalle polemiche per l'inserimento nel cast del discusso rapper Junior Cally. Nel frattempo, Nek è diventato addirittura un volto televisivo Rai e il conduttore dei Soliti ignoti è persona che non porta rancore, come è giusto che sia nell'ambiente dello spettacolo. Si è parlato molto della clamorosa réunion di Paola e Chiara, e Sanremo 2023 dovrebbe essere il posto migliore per celebrarla. In lizza anche Paola Turci, mentre per le brave e meritevoli Mietta, Syria, Lisa e Nava ho ormai perso la speranza, ma chissà. Dopodiché, postilla da tenere sempre in considerazione, occhio alle sorprese autentiche, ai nomi mai fatti da nessuno. Ci sono sempre stati, da quando c'è Amadeus sulla tolda di comando sono ancora di più. Nel 2021 si raggiunse il top, ma dieci mesi fa chi si sarebbe mai aspettati Dargen D'Amico o Highsnob e Hu? 


mercoledì 6 febbraio 2019

SANREMO 2019: COMMENTO ALLA PRIMA SERATA. TROPPA CARNE AL FUOCO, PRESENTATORI A SCARTAMENTO RIDOTTO


Dopo la prima serata, una sola certezza, che è poi una piacevole conferma: di tutti i Sanremo succedutisi nel ventunesimo secolo, questo è senz'altro il più contemporaneo, il più rappresentativo dell'attuale scena musicale italiana, una vera full immersion nella realtà. Non è poco: in passato ci si è spesso riempiti la bocca con la parola "contemporaneità", che, alla prova dei fatti, nel cast era rappresentata da pochi volti affiancati ai soliti noti, giusto per dare il contentino alle nuove generazioni senza urtare più di tanto il pubblico tradizionale del Festivalone e dell'ammiraglia Rai. Gaudeamus, dunque, se pensiamo a certe definizioni taglienti date dai critici ad alcune edizioni che furono, da "Jurassic Sanremo" a "Fuga da Sanremo". Non si è cercato di rassicurare lo spettatore medio con la solita manciata di Al Bano, Cutugno e compagnia da tempo cantante: una scelta coraggiosa che va rispettata, tanto più nel momento in cui porta a un calo di audience che probabilmente era stato messo in preventivo da direttore artistico e vertici della tv di Stato. 
RAFFAELE E BISIO "FRENATI", SPETTACOLO PIATTO - Per il resto, abbiamo assistito a un'apertura interlocutoria, e non è stata certo la prima volta. Va detto che il format della serata era condizionante: si trattava di proporre, in un'unica lunga carrellata, tutte e 24 le canzoni in gara. Tante, troppe: probabilmente non ci si era più abituati. Da questo punto di vista, nonostante il taglio innovativo della proposta musicale, è stato invece messo in scena uno spettacolo old style: una serata modello "Sanremo di una volta", con una lunga successione di brani, senza troppi diversivi. Proprio per questo, non me la sentirei di bocciare in toto la qualità dello show: è vero, la sensazione è stata di un certo piattume generale, mancanza di guizzi in grado di far saltare sulla sedia i teleutenti. Ma non c'era la possibilità di spaziare troppo, e a pagarne lo scotto sono stati soprattutto i due "battitori liberi" alla presentazione, Virginia Raffaele e Claudio Bisio: in particolare, la verve comica dell'ex conduttore di Zelig è parsa appannata, anche nell'unico momento "solista" avuto a disposizione, con un monologo sui migranti privo di autentica originalità.
BAGLIONI NON BRILLA - Virginia se l'è invece cavata, e del resto, nonostante la giovane età, sa come muoversi sui palchi importanti, variando registri e adattandosi alle circostanze. Le imitazioni e gli sketch li vedremo probabilmente da stasera in avanti, nella serate con meno musica e più intrattenimento; di rilievo comunque il duetto con Pier Francesco Favino nel miscuglio di musical Mary Poppins - Bohemian Rapsody - Sister Act. Un po' poco, d'accordo, ma, ripeto, mancava proprio il tempo materiale per fare di più. Quanto a Baglioni, è stato più discreto rispetto all'onnipresenza del 2018, e questo è un bene, ma anche più "legnoso" e meno a proprio agio: effetto delle polemiche della vigilia? Può essere, visto anche lo scambio di battute con Giorgia a proposito delle sue prospettive professionali... 
TROPPE CANZONI IN UN COLPO SOLO - La musica, adesso. Si diceva della quantità esorbitante di canzoni: da anni non erano così tante al vernissage. Dodici mesi fa i big in gara furono venti, ai tempi di Carlo Conti si raggiunse il tetto massimo di 22 nel 2017, quando però i concorrenti vennero equamente distribuiti nell'arco delle prime due sere. Un menu sovrabbondante e difficile da digerire: sarebbe pertanto ingiusto e avventato, per quel che mi riguarda, cominciar da subito a tranciare giudizi più o meno inappellabili. Non invidio i giornalisti chiamati a fare le loro valutazioni già dopo il primo ascolto in anteprima a loro riservato dalla Rai, qualche settimana fa. E se i blog fossero esistiti già negli anni Ottanta, quando invece era una regola presentare da subito tutti i brani della categoria regina (per ragioni legate alle votazioni Totip, che dovevano concludersi il sabato mattina e che quindi richiedevano un ascolto immediato dei pezzi), mi vien da pensare a che fatica avrei fatto a scrivere qualche nota critica, visto che, prima della finale, le canzoni venivano proposte all'Ariston solo una volta... e mezza (c'era un parzialissimo riascolto nella serata del venerdì), e per poterle apprezzare meglio l'unica soluzione era quella di agire affannosamente sulla manopola della radio alla ricerca di emittenti che trasmettessero già la nuova produzione... 
NEK, ARISA E BOOMDABASH: ORECCHIABILITA' - Anche la scaletta non mi è parsa congegnata in modo perfetto: gran parte dei grossi calibri hanno avuto il privilegio di esibirsi nelle prime ore di diretta, lasciando a notte fonda molti emergenti e volti meno popolari. Si poteva invece spostare dopo la mezzanotte almeno un paio dei personaggi più attesi, per alimentare un clima di attesa che avrebbe spinto maggiormente i rilevamenti Auditel. Poi, certo, in mezzo a tale bombardamento di note qualcosa nelle orecchie è rimasto. Ad occhio e croce, le opere di Nek, Arisa e Boomdabash hanno le stimmate dei potenziali tormentoni, la Bertè presenta un brano tutto sommato convincente e ben interpretato, a sancire il definitivo recupero vocale di un'artista che una decina d'anni fa pareva perduta. Francesco Renga e Il Volo hanno sposato la prudenza, nel senso che sono rimasti fedelissimi alla loro cifra stilistica senza correre rischi innovativi, ma possono comunque lasciare il segno sia al Festivalone che nelle chart.
SILVESTRI, NIGIOTTI E NEGRITA: TESTI DI PREGIO - Chi ha stupito favorevolmente è stato invece Daniele Silvestri che, con la collaborazione di Rancore, sembra aver confezionato un piccolo gioiello cantautorial - rap di raffinata crudezza. Achille Lauro martellante con la sua Rolls Royce (ma il regolamento del Festival non dice che gli artisti "non potranno pronunciare frasi, compiere gesti, utilizzare oggetti o indossare capi di vestiario aventi riferimenti, anche indirettamente, pubblicitari o promozionali"?), Carta e Shade leggerissimi ma assai radiofonici, Mahmood originale e moderno, Ultimo su una linea melodica coniugata al presente e l'ormai nota, eccellente capacità di scrittura. Nigiotti brilla soprattutto per un testo sentito, intimo e commovente, i Negrita portano un pop-rock morbido e avvolgente a sostegno di parole di forte impegno civile. Ma tutto va risentito con calma, e in un contesto festivaliero meno zeppo di voci e proposte. 
OSPITI SUPERFLUI - Rimane da parlare degli ospiti: quelli canori, come volevasi dimostrare, hanno aggiunto poco o nulla allo spettacolo. Abbiamo solo sentito un bel duetto della Bocelli Family in "Follow me", col condimento di un telefonatissimo passaggio di consegne fra padre e figlio, e avuta la conferma che Giorgia, quanto a doti vocali, non ha proprio nulla da invidiare alla compianta Whitney Houston di cui ha intonato "I will always love you"; però non c'era bisogno di questa comparsata per averne la certificazione, e sarebbe stato più piacevole sentire da lei un pezzo inedito presentato in competizione. Ma di questo "figli e figliastri" ho già parlato ieri... Favino sugli stessi, ottimali standard dell'anno scorso, sostanzialmente inconsistente il contributo di Claudio Santamaria, pur se una certa spigliatezza lo pone come autorevole candidato, perché no, a una futura conduzione del Festivalone. 

mercoledì 25 luglio 2018

VERSO SANREMO 2019: LA RIVOLUZIONE A META' DI BAGLIONI. GIOVANI A DICEMBRE E LISTONE UNICO A FEBBRAIO: ERA NECESSARIO?


Sanremo: per il 2019 si cambia, e parecchio. Era fisiologico: nella storia del Festival, sporadici scossoni giungono a incidere profondamente sul tessuto della manifestazione, dopo lunghi periodi di calma più o meno piatta, di regolamenti e meccanismi di gara consolidati e immutabili, salvo minime variazioni. E così, per la sua 69esima edizione la rassegna sarà assai diversa da come ci eravamo abituati a vederla negli ultimi anni. Partiamo dai dati di cronaca, così come comunicati ieri dall'ufficio stampa della Rai e dal confermatissimo direttore artistico Claudio Baglioni sul suo profilo Facebook. Due le novità: Sanremo 2019 si sdoppierà, la classica cinque giorni di febbraio avrà un sostanzioso anticipo in dicembre, con una gara tutta riservata ai giovani; quattro appuntamenti in fascia televisiva pre-serale e due finali in prima serata, dalle quali usciranno i due volti nuovi ammessi al Festival vero e proprio. E qui arriva il secondo elemento di rottura col passato recente: a febbraio, sparirà la ormai classica divisione in due categorie, Big e Nuove proposte, ci sarà un unico listone di concorrenti, forse ventiquattro, fra i quali troveranno spazio i vincitori dicembrini della sfida fra nuove leve. 
INNOVAZIONI CON SGUARDO AL PASSATO - Rivoluzione sì, ma a metà, perché a ben guardare di veramente inedito in questi cambiamenti c'è poco. La selezione autunnale degli esordienti fu la migliore delle innovazioni apportate alla struttura del Festival da Pippo Baudo, nel 1993: tre serate dalle quali scaturirono i ben diciotto giovani ammessi al Festivalone. Nel tempo le serate si ridussero a due, poi a una, e per diversi anni la preselezione in diretta tv venne soppressa, con la clamorosa eccezione del 2002, quando fu allestito addirittura un talent, "Destinazione Sanremo": una trasmissione, poco fortunata sul versante Auditel, che si allungò per tre mesi fra vetrine quotidiane e appuntamenti in prime time, e che fornì dodici delle sedici Nuove proposte in lizza a Sanremo 2003. A Carlo Conti il merito di aver riportato in auge l'evento, rinominato "Sarà Sanremo" e modellato in buona parte secondo i moderni format catodico-musicali tanto in voga, tipo X Factor, con giuria vip in studio ed eliminazioni progressive. Ma era una serata unica, mentre Baglioni e la Rai hanno voluto questa volta creare un palcoscenico di lusso interamente riservato alle nuove leve della canzone italiana, che in pratica avranno visibilità televisiva per una settimana. 
ACCANTONATA LA FORMULA DELLA "RINASCITA" SANREMESE - Sull'altro piatto della bilancia, l'accantonamento della gara per categorie nel Festival propriamente detto, una delle innovazioni che pensavo potesse essere introdotta già l'anno scorso, se il cantautore romano avesse avuto più tempo per mettere mano al progetto: me ne è testimone il blog, leggete qui... Non accadeva dal 2004, quando il coraggioso Renis reintrodusse il listone unico di concorrenti, che però, non va dimenticato, fu consuetudine sanremese in tutta la prima, gloriosa fase della storia della kermesse: formula immutabile fino al 1973, poi ripresa altre volte negli anni della grande crisi (da me raccontati nell'e-book "Sanremo all'inferno e ritorno") e definitivamente accantonata a partire dal 1980, fatta salva l'eccezione di cui sopra. Anche in questo caso, dunque, nulla di particolarmente innovativo, pur se tale modifica al regolamento, fatta in questo momento, assume un peso specifico enorme, per le sue implicazioni. Viene infatti messa da parte una struttura di gara che è stata l'asse portante della risalita di Sanremo dopo il tunnel attraversato negli anni Settanta: tutte le edizioni della ritrovata grandeur rivierasca hanno schierato in campo Big da una parte ed esordienti dall'altra, quasi sempre con graduatorie separate. Una formula che ha più volte funzionato sul piano degli ascolti televisivi, e che ha spesso portato risultati positivi in termini di vendite di dischi e popolarità per i cantanti di entrambi i gruppi. 
PER I GIOVANI MEGLIO LA PASSERELLA DI FEBBRAIO - I tempi sono cambiati, si dice da più parti, la distinzione fra giovani e vip non ha più senso, e spesso i confini fra i due gironi sono risultati molto elastici e indefiniti, con nomi già sulla cresta dell'onda inseriti fra i debuttanti e ragazzini diventati "campioni" dopo gli effimeri exploit ottenuti ad Amici o show simili; e del resto già nel lontano 2003 un esperto di cose musicali come Linus aveva proposto di abolire la sezione giovani, sull'onda di un paio di edizioni piuttosto parche di autentiche rivelazioni. Personalmente, non sono convinto che questa mini-rivoluzione strabica, una rivoluzione che guarda contemporaneamente al passato e al futuro, possa essere funzionale alle fortune del Festival: detto dell'efficacia dimostrata nel tempo dalle due categorie in gara su piste parallele, credo che la soluzione per rivitalizzare il concorso degli emergenti non sia quella di toglierlo dall'evento principe di febbraio per confinarlo nei freddi giorni pre - natalizi.
I TALENTI LANCIATI DA CONTI - Conti, dal 2015 al 2017, si era mosso in direzione radicalmente opposta, cercando di ridare visibilità ai giovani riportandoli in apertura delle varie serate, dopo anni in cui le loro esibizioni erano state inserite in scaletta a orari da nottambuli. E pur fra mille difficoltà qualche risultato fu ottenuto, se pensiamo che da quel triennio sono venuti fuori Francesco Gabbani ed Ermal Meta, il che già basterebbe, più altri personaggi ancora in anticamera ma assai promettenti come Tommaso Pini, Maldestro, Chiara Dello Iacovo, solo per citarne alcuni; e anche il primo anno di gestione dell'autore di "Questo piccolo grande amore" ha, tutto sommato, portato all'inatteso decollo di Ultimo e al lancio di Lorenzo Baglioni e di Mirkoeilcane, talenti che hanno qualcosa da dire. Difficile, invece, prevedere boom di audience per una serie di trasmissioni incentrate soltanto su cantanti pressoché sconosciuti e messe in calendario due mesi prima del Festivalone (anche se sicuramente ci sarà un minimo di appeal scatenato dall'effetto novità): e senza audience diminuiscono nettamente le possibilità di essere notati, per ragazzi che hanno invece un disperato bisogno di essere visti e ascoltati da un'ampia platea. Poi, felice di essere smentito...
GIRONE UNICO: COME SARA'? - Il listone unico di febbraio presenta poi varie controindicazioni, della serie "maneggiare con cura"... D'accordo per i due vincitori delle selezioni, ma per il resto come si procederà  alla composizione del cast? Gli altri componenti del maxi girone saranno tutti big, o ci sarà anche un po' di spazio per cantanti di non grande notorietà che stanno tentando di emergere attraverso altre vie? Penso ad esempio a ottimi artisti come Zibba, Patrizia Laquidara, Maria Pierantoni Giua, Paolo Simoni, Antonio Maggio ed Erica Mou, che da anni si sono creati il loro pubblico e svolgono un'intensa attività, restando però sostanzialmente ai margini del circuito mainstream. In questo secondo caso, e dovendo quindi pescare in un bacino più ampio di proposte, facile prevedere che il lavoro di cernita svolto dal buon Claudio finirà per provocare ancor più malcontento di quello, tradizionale, degli esclusi dalla categoria regina nel passato. Senza pensare a ciò che accadrebbe se a vincere il Festival fosse, appunto, uno degli ex sconosciuti. Ricordate la costernazione che accolse i trionfi dei Jalisse, o di Tiziana Rivale, o di Annalisa Minetti? Una gara in cui può spuntarla l'ultimo arrivato rischia di diventare sempre meno appetibile per i veri big, già così restii a mettersi in gioco in una competizione canora.
Furono proprio eventi come quelli citati, o come l'imprevista vittoria di Mino Vergnaghi nel '79, a spingere organizzatori e direttori artistici vari a creare una blindatura per i cantanti affermati, garantendo loro accesso alla finale e possibilità di gareggiare solo con interpreti di pari o analogo curriculum. Tornando ai giovani, prevalere all'Ariston su colleghi di prestigio è raramente viatico per una carriera d'alto livello (unica eccezione Giorgia, in epoca relativamente vicina), rendendo anzi più arduo il consolidamento, perché si è da subito sotto esame in una misura più critica e spietata di quella riservata a chi ha percorso tutte le tappe di una lunga gavetta. Per tutto questo, il ripensamento del modello Sanremo così come è stato concepito non è secondo me la panacea dei mali festivalieri. Se nell'ultimo decennio la sezione dei "nuovi" ha spesso mostrato difficoltà ad emergere, è stato per altri motivi: la citata collocazione oraria penalizzante, oppure un infelice lavoro di selezione eccessivamente appiattito sui modelli imposti dai talent imperanti, trascurando altre realtà più originali e meno commerciali. E' dunque un problema di sostanza, non di forma. Ne riparleremo. 

martedì 7 febbraio 2017

SANREMO 2017: UN FESTIVAL AVANTI ANNI LUCE RISPETTO ALLA MEDIA DELLA RAI. MANNOIA IN POLE POSITION, MA OCCHIO AI GIOVANI TERRIBILI...


Sanremo 2017? Un Festival "straniero" in terra televisiva generalista. L'impressione è maturata negli ultimi giorni, dando uno sguardo alle tante trasmissioni Rai che nell'occasione diventano monotematiche, parlando dell'evento ligure fin quasi allo sfinimento. Spiego meglio, riallacciandomi alla lettura che avevo già dato in dicembre di questa edizione della kermesse, l'ultima della prima serie firmata da Carlo Conti (perché fra qualche anno ci sarà una seconda serie, ci scommetterei): un Festival con un cast di Big coraggioso, per certi versi azzardato, alla luce dell'ampia fiducia concessa alla nouvelle vague della canzone italiana. Completo ora il ragionamento: è un Festival anni luce avanti rispetto a quello raccontato e vagheggiato nelle trasmissioni di Rai 1, ancorate a un modello Sanremo che definirei non solo pre Baudo, ma anche pre Ravera (organizzatore principe negli anni Ottanta) e perfino pre Salvetti (il patron che salvò la rassegna dalla scomparsa a metà anni Settanta), un Sanremo che non esiste più, superato dalla naturale evoluzione dell'estetica musicale e "catodica".
RAI 1 FUORI DAL TEMPO - Dalla mattina al tardo pomeriggio, sull'ammiraglia Rai, Sanremo 2017 è soprattutto Al Bano, e il resto un riempitivo o poco più; la sigla è sempre "Perché Sanremo è Sanremo", nonostante sia stata messa in soffitta da una decina d'anni circa; i poveri cittadini intervistati per le vie della città rivierasca (un classico dei servizi in esterna di questo periodo, sai che fantasia), ricordano le canzoni preferite citando sempre le stesse: "Felicità", "Volare" e poco altro, gli opinionisti si lamentano del fatto che larga parte dei Big siano di scarsa popolarità. Ma sono trasmissioni fuori dal tempo: un appassionato di musica leggera che sia almeno mediamente informato sull'attuale panorama pop nostrano non può non conoscere almeno il 99 per cento dei partecipanti. Conti ha fatto quel che ha potuto, col materiale avuto a disposizione (fra chi si è presentato e chi è stato probabilmente cercato direttamente da lui): avremo in gara una recente dominatrice delle charts come Giusy Ferreri, giovani prodotti del vivaio sanremese già affermati come Gabbani e Meta (autore per tanti big, fra cui Renga e Mengoni), Samuel che ha mietuto successi coi Subsonica, Lodovica Comello che è una teen idol la cui notorietà si estende ben oltre i confini nazionali, ma è anche showgirl a tutto tondo (cantante, attrice, presentatrice), e poi gli ultimi reduci dai talent, Elodie e Sylvestre, entrambi con due dischi d'oro all'attivo, che non saranno molto ma, insomma, buttali via... E', in buona sostanza, un cartellone allineato alla realtà canora odierna, nonostante tutte le riserve e i rimpianti per chi poteva e doveva esserci e non c'è. 
CORPO ESTRANEO - Ecco perché Sanremo sembra quasi un corpo estraneo in casa Rai. E' una trasmissione più moderna, fresca, contemporanea, rispetto alla mentalità e alla cultura di settore che emergono prepotentemente dai vari talk dell'azienda, e anche rispetto alle caratteristiche generali degli altri spettacoli prodotti dall'ente tv di Stato: è uno show che è pure diventato social, da qualche anno, che sta scoprendo le potenzialità offerte dal web e che, soprattutto, porta all'Ariston artisti che piacciono ai giovani, adempiendo con ciò al proprio dovere, che è quello di stare al passo coi tempi, recependo gli indirizzi del mercato e casomai anticipando tendenze, non quello di confezionare cast fuori dalla realtà, obsoleti, nostalgici, per il solo gusto di compiacere il pubblico più attempato, che sarà anche la fascia principale dell'audience di Rai 1, ma la cui conservazione non può andare a discapito della ricerca di nuovi spettatori. 
NON SOLO MANNOIA - E dunque, si mettano l'animo in pace le varie Eleonora Daniele et similia, Sanremo 2017 non si esaurirà con l'esibizione di Al Bano. Favorita sembra essere un'altra veterana, Fiorella Mannoia, per la quale da qualche giorno i critici sono in brodo di giuggiole. Verdetto che non mi sorprenderebbe, ma la "rossa" si troverà di fronte una vasta concorrenza: basandosi sui giudizi di chi ha potuto ascoltare in anteprima i brani, daranno battaglia soprattutto i "radiofonici" Ferreri e Gabbani, i testi impegnati e sofferti di Meta e Turci, un Masini che al Festival si presenta sempre con pezzi di spessore, una Chiara ringalluzzita dal tocco magico di Mauro Pagani, un Sylvestre con una suggestiva interpretazione di un brano scritto anche da Giorgia. Da tenere d'occhio, per la grande presa popolare, la citata Comello e D'Alessio. Ma altre sorprese potrebbero arrivare dall'ascolto delle canzoni che sarà, come è giusto che sia, fondamentale. 
OSPITI ITALIANI, REALTA' DA ACCETTARE - Da qualche anno, il Festivalone vive anche una "contraddizione" interna, quella fra gli italiani in gara e gli italiani "superospiti". Da che esiste questo blog, mi sono sempre espresso negativamente su tale disparità di trattamento, ma credo che a questo punto sia il caso di alzare bandiera bianca. La situazione è ormai cristallizzata, i nostri artisti fuori concorso sono diventati un elemento cardine della struttura sanremese, e pare siano accettati di buon grado anche da chi invece è chiamato a cimentarsi con la competizione. Sanremo 2017 vedrà sfilare Tiziano Ferro con Carmen Consoli, Giorgia, Zucchero. A parte quest'ultimo, gli altri potevano tranquillamente figurare in lizza senza scandalo, ma tant'è. 
Non si può più tornare indietro, un po' perché i grossissimi nomi fanno comunque audience, e soprattutto perché a questo punto avere anche solo un "super" fra i concorrenti significherebbe "drogare" la gara, toglierle pathos, con un vincitore annunciatissimo come è a volte accaduto in passato. Ci vorrebbero almeno tre - quattro assi in concorso, tutti in una volta: innalzerebbero l'appeal e il livello qualitativo dello rassegna e farebbero splendere di luce riflessa anche gli altri partecipanti, lasciando comunque incertezza sul risultato finale. Ma pare un obiettivo irrealizzabile, e allora è giusto che Sanremo confermi la vocazione acquisita dagli anni Ottanta in poi: lanciare giovani, rilanciare qualche veterano un po' "spompato", consacrare emergenti in rampa di lancio o big di fresco conio, dare ampia visibilità a tutta quella classe media di cantanti che è composta da professionisti degnissimi, i quali però troppo spesso non trovano spazio sui media, oscurati dallo sparuto gruppetto di grossi e inflazionatissimi vip sbanca hit parade.