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martedì 12 marzo 2024

CLUB ITALIA VERSO EURO 2024: QUADRO D'ASSIEME SUGLI AZZURRABILI ALLA VIGILIA DELLA TRASFERTA AMERICANA. ABBONDANZA DIETRO, RISORSE SUFFICIENTI IN MEZZO, EMERGENZA DAVANTI

 

                                     Calafiori: possibile nome nuovo per il Club Italia (foto Guerin Sportivo)

Quattro mesi senza Nazionale. Un'enormità non nuova, purtroppo, nella storia recente, ma che rende difficile la messa a punto di un plausibile progetto tecnico, soprattutto per una squadra, quella azzurra, che ha vissuto un altro anno difficile dopo l'orrido 2022: il discusso e discutibile addio agostano di Mancini, l'arrivo di Spalletti costretto subito a macinare punti per non fallire una qualificazione europea a rischio, e quindi impossibilitato a sperimentare come invece aveva potuto largamente fare il suo predecessore nel lungo e grigio limbo post disastro Macedonia. 

Dalla sofferta ma meritata conquista del pass continentale ci troviamo dunque, in men che non si dica, a soli novanta giorni, o giù di lì, dall'esordio in Germania, e alla vigilia di una trasferta americana ovviamente accolta con malumore dai club, in quanto collocata nel vivo della stagione di Serie A e coppe. Club che possono avere ragione non sulla pausa, sacrosanta e dovuta, quanto sul modo in cui è stata concepita: un viaggio transoceanico per due amichevoli contro rivali nemmeno di primo piano (Venezuela ed Ecuador, non Brasile e Argentina). Non era davvero possibile trovare due avversarie da affrontare nel nostro Continente? Mah. Fatto sta che siamo quasi al redde rationem, ossia al momento dell'ultima selezione: chi vuole entrare o rientrare in azzurro, chi c'è già e vuole restarci, risponda presente adesso, perché poi i margini per l'ingresso nel gruppone per Euro 2024 si ridurranno drasticamente. 

EURO "DI PASSAGGIO" - Scrivo al buio, prima delle convocazioni del CT, per cercare di fare un quadro d'assieme sulle forze italiane, sulla qualità e la quantità di ragazzi  all'altezza di un compito così gravoso. Sarà per noi un torneo strano, quello che ci attende: un Europeo che avrà sullo sfondo, come ingombrante convitato di pietra, il Mondiale prossimo venturo. Intendiamoci: in terra tedesca dovremo dare fondo a ogni risorsa fisica e mentale per difendere il titolo di Londra, ma questa kermesse dovrà anche essere, più che in passato, propedeutica al raggiungimento del torneo iridato, dovrà formare e plasmare, magari anche attraverso qualche doloroso inciampo, una compagine plausibile, all'altezza di ritornare sul massimo palcoscenico planetario. 

Un Euro di passaggio? E' antipatico fare considerazioni del genere nel momento in cui si affronta una competizione così prestigiosa, peraltro l'unica che, dopo l'anno di grazia 2006, abbia dato ai nostri colori qualche soddisfazione. E però, ripeto, nel frattempo la storia è cambiata, e ci ha marchiato con una doppia esclusione che mai avevamo vissuto prima; questo ha radicalmente mutato le prospettive del nostro calcio, e al momento, ragionando a bocce ferme, una bella campagna europea rappresenterebbe una ben magra soddisfazione se, ripeto, non producesse un gruppo di ragazzi in grado di affrontare e chiudere con successo l'eliminatoria mondiale. Quindi, sì, in Germania mi aspetto una Azzurra che si costruisca, si tempri, faccia esperienza e acquisisca certezze in vista di ciò che dovrà per forza accadere dall'autunno 2024 in poi; se a questo lavoro di edificazione a medio termine corrisponderanno anche un buon rendimento e un bel risultato fra giugno e luglio, tanto meglio, perché vincere aiuta a vincere ma purtroppo tale regola non è sempre valida, come abbiamo amaramente imparato dopo il 2021. 

QUADRO D'ASSIEME - E dunque: come sta il Club Italia, a livello di disponibilità di uomini validi? Un primo sguardo d'assieme ci dice che sta bene, anzi benissimo, nel reparto arretrato, in tutte le zone: in porta, al centro e sulle fasce. A centrocampo si è perso qualcosa rispetto al primo, rigoglioso triennio manciniano, ma ci sono comunque le pedine per costruire un reparto di discreta efficacia; in avanti, invece, il piatto continua a piangere: anche qui, abbiamo alcuni (pochi) elementi che potrebbero darci qualche soddisfazione, ma tutto dovrebbe girare alla perfezione, dalla condizione fisica, all'intesa, al funzionamento dei meccanismi tattici. Andiamo con ordine. In generale, sembra essersi leggermente ampliato il bacino in cui pescare. L'esterofilia continua a imperare presso le nostre società, ma molte squadre hanno nuclei significativi di calciatori indigeni in larga parte titolari, e del resto l'Inter ammazza-campionato non può prescindere dal blocco Darmian-Acerbi-Bastoni-Dimarco-Barella-Frattesi, alcuni inamovibili, altri meno ma capaci comunque di ritagliarsi ampi scampoli di gloria. 

PORTIERI: OCCHIO A VICARIO - Fra i pali sembra di essere ritornati, almeno in parte, ai tempi in cui la scuola italiana sfornava validi numeri uno in quantità: Donnarumma, finito nell'occhio del ciclone dopo il trionfo di Wembley per qualche imbarazzo di troppo nel gioco palla al piede, è in vistoso recupero, reduce da un periodo di forma incoraggiante, ma dietro di lui ha scalato le gerarchie Vicario, che grazie alla sua continuità è diventato un punto fermo del Tottenham. Sono ormai sicurezze il laziale Provedel (appena infortunatosi e forse un po' in calo nelle ultime settimane, ma ci sta, in una squadra che non gira) e il partenopeo Meret, mentre Carnesecchi si gioca la titolarità atalantina con l'argentino Musso e quest'anno ha trovato ampia fiducia da parte di Gasperini, generalmente ricambiata. Per tacere del validissimo monzese Di Gregorio, che però ha davanti, come si vede, una concorrenza assai folta. 

LATERALI BASSI: AMPIA SCELTA - Grande ricchezza di buone-ottime scelte in terza linea. Partiamo dalle corsie laterali: a destra Di Lorenzo, totem intoccabile e leader carismatico, dietro di lui un Cambiaso che sta facendo faville con la Juve, il sempre affidabile e duttile Darmian (oltretutto tornato al gol azzurro in novembre contro la Macedonia del Nord), un Bellanova in crescita impressionante nel Toro; meno chance per due ragazzi che da anni fanno dentro e fuori dal Club Italia, Calabria e Lazzari. Bene anche a sinistra, dove lo strabordante Dimarco interista è diventato imprescindibile soprattutto per il suo peso negli inserimenti offensivi, ma di questi tempi è difficile lasciare in panchina Udogie, come Vicario inattesa colonna del Tottenham, anche lui laterale fisicamente straripante e utilissimo in fase di costruzione e di spinta. C'è un Biraghi che in Nazionale ha sempre fornito un discreto apporto, e per uno Spinazzola meno esplosivo e decisivo a causa dei gravi guai fisici che lo hanno tormentato in passato, può tornare utile un Calafiori che è fra le rivelazioni assolute in stagione e che nasce come esterno sinistro, anche se Thiago Motta lo ha valorizzato al massimo collocandolo al centro della difesa del Bologna. 

CENTRALI: COPPIA INTER E BUONGIORNO - Già, i centrali: il felsineo può essere l'uomo... nuovissimo, mentre l'uomo nuovo, ma neanche più tanto, è Buongiorno, ormai perno della retroguardia granata e già lanciato nella Maggiore da Mancini, con ottimi risultati. Non mi stupirei di vederlo perfino titolare, anche se a partire dovrebbe essere la coppia interista Acerbi-Bastoni, mix esperienza-gioventù di notevole affidabilità. Alle loro spalle, elementi sostanzialmente validi ma con qualche controindicazione, tipo Gatti, mortifero nelle incursioni sotto porta ma non sempre irreprensibile in copertura, e Mancini, anche lui difensore goleador ma spesso su toni agonistici fin troppo elevati nella Roma mourinhana. Senza dimenticare Scalvini, virgulto atalantino di buone qualità, che ha mancato la prova nella gara di qualificazione in Inghilterra, dove per la verità, in un secondo tempo da brividi, fu tutta il complesso ad andare in barca di fronte allo strapotere dei bianchi. Una di quelle magre che fanno crescere, si spera. E sta persino tornando a brillare Rugani, grande promessa che pareva sfiorita da anni. Comunque, come si vede, le alternative non mancano e sono rassicuranti, anche per un modulo non necessariamente a quattro. 

CENTROCAMPO: TUTTO ATTORNO A BARELLA - Accennavo a un centrocampo che ha perso qualcosa rispetto alle prime stagioni manciniane, culminate con la galoppata vincente nell'Euro itinerante. All'epoca tutto si reggeva sul trio Verratti-Jorginho-Barella in forma smagliante, ora Verratti è uscito dal giro, l'italo-brasiliano vi è rientrato tutto sommato con merito, ma con una spada di Damocle non da poco: per un po', sarà doveroso non fargli battere rigori, quattro errori consecutivi dal dischetto in gare ufficiali sono troppi per chiunque e ci si sarebbe dovuti fermare prima. Barella invece, al netto di tristi episodi (con scuse tardive) come quello contro il Genoa, è giunto alla piena maturità e la sua caratura internazionale è riconosciuta un po' da tutti. Doveva essere un punto fermo Tonali, le cui vicissitudini personali lo hanno momentaneamente allontanato dal gruppo, però è stato recuperato un Bonaventura che sta vivendo nella Viola una brillante seconda giovinezza, c'è sempre Cristante che, silenziosamente, si è affermato come elemento di equilibrio e sostanza imprescindibile per la Roma e per l'Italia. Ancora: Locatelli, pur fra alti e bassi, se in vena sa garantire un apporto di qualità, ma sta scontando anche lui, come molti compagni di club, il momento di una Juventus passata dal sogno scudetto al terzo posto. E non dimentichiamoci di Ricci, motore e cervello torinista, che vive invece una stagione particolarmente felice. 

LA RISORSA DEGLI INCURSORI - Frattesi ci sarà nonostante lo spazio non elevatissimo che ha nell'Inter, dove ha grande concorrenza ma anche il futuro in mano, vista l'età di alcuni illustri compagni di reparto. Ma in azzurro ha sempre dato un ottimo contributo, anche come attaccante aggiunto, e Dio sa quanto ne abbia bisogno questa squadra (vedremo tra poco). A proposito di giocatori di prospettiva, fra gli ultimi arrivati nel club c'è il monzese Colpani, quantità e qualità, assist (ne sa qualcosa il Genoa dell'ultima giornata, ahimè) e gol, da poco riemerso da un periodo opaco, mentre potrebbe giungere presto il momento di un altro giovanissimo toccato dalla grazia di questa annata bolognese, ossia Fabbian, anche lui abile nelle due fasi ma con grande propensione a puntare l'area avversaria. 

IL RITORNO DI PELLEGRINI E UN DRAPPELLO DI FUTURIBILI - L'avvicendamento sulla panchina giallorossa ha ridato centralità e brillantezza a un Lorenzo Pellegrini che in azzurro ha spesso convinto, soprattutto per il suo lavoro a sostegno della prima linea e come stoccatore inesorabile, al pari di Pessina, altro incursore e altra pedina di lusso dell'Ital-Monza di Palladino, e come Folorunsho, rivelazione del Verona, che potrebbe essere l'ultima "trovata", per la sua pericolosità al tiro ma anche per l'eclettismo che lo porta a fornire un ottimo contributo in diverse figure di gioco. Come si vede, alla fine, qualcosa di buono c'è, ed è un peccato che Baldanzi sia finito a fare panchina  nella Capitale: una condizione dalla quale uscirà presto, viste le sue doti, ma non in tempo utile per diventare un nome subito "spendibile"; futuribile per il momento anche l'emergente Gaetano, che nelle ultime giornate di A si sta mettendo in bella evidenza a suon di gol salvezza per il Cagliari. 

ATTACCO: RETEGUI, CHIESA E POCO ALTRO - Ci sono, come si vede, molti "guastatori", di cui questa Italia ha drammaticamente bisogno perché, lo accennavamo, là davanti il piatto sostanzialmente piange. Come punte centrali propriamente dette siamo in emergenza: Immobile, già di per sé raramente decisivo ai massimi livelli in azzurro, è incappato nella sua stagione più dura e forse (ma si attendono smentite) ha già dato il meglio in carriera; Scamacca ogni tanto si accende per poi sopirsi, e insomma, ci vuol altro per diventare titolare in Nazionale. Al momento il candidato più autorevole è l'ultima scoperta del Mancio, ossia Retegui: anche lui ha uno score stagionale esiguo, ma è stato frenato a lungo da un infortunio con ricaduta, quando gioca si fa sentire, fa gol spesso non banali, ha movenze e intuizioni da attaccante vecchio stampo. Accanto a lui, c'è da sperare in un ritorno agli antichi splendori di Chiesa, che come classe è forse il migliore del lotto ma non è ancora riuscito a trovare costanza di efficacia in zona gol. 

QUALCHE BUON ESTERNO E TANTE INCOGNITE - Poi, tanti punti interrogativi: Raspadori è un signor giocatore, una punta moderna, uno di quelli a cui si chiede di fare troppe cose, col rischio di trovarlo poco lucido in zona gol, e la non titolarità nel Napoli non aiuta. Perso Berardi per un grave infortunio, ci aggrappiamo a esterni rapidi, tecnici e spesso incisivi, come Politano, l'ottimo Orsolini del super Bologna, uno Zaccagni peraltro meno efficace dell'anno passato, come del resto tutta la Lazio, El Shaarawy che invece è nella seconda miglior fase della carriera dopo gli splendori giovanili, può offrire buoni scampoli e ha buona continuità di impiego nella Roma, e Zaniolo, sul quale Spalletti punta moltissimo ma che non riesce a ritagliarsi un ruolo da protagonista nell'Aston Villa. Come si vede, non c'è molto. 

GNONTO, LUCCA E IL MISTERO BELOTTI - Gnonto è in ripresa al Leeds (Serie B inglese) e, in autunno, l'abbiamo riscoperto goleador nell'Under 21, mentre a Udine sta trovando graduale confidenza con la rete Lucca. Ma si tratta di elementi che, nella migliore delle ipotesi, cioè se continueranno la loro progressione, potranno venire utili dopo l'estate. Belotti sarebbe ancora in età e non troppo tempo fa ha dato molto alla Nazionale, ma non riesce a ritrovarsi, qualche segnale incoraggiante sta arrivando dalla nuova avventura fiorentina, ma non basta: uno dei grandi misteri del calcio italiano dell'ultimo quinquennio, perché non stiamo parlando di una di quelle "teste calde" che si sono smarrite a causa delle loro mattane. Nell'attuale stagione, l'unico italiano, assieme a Orsolini, ad essere vicino alla doppia cifra è Pinamonti, una delle poche luci del Sassuolo in crisi, un ragazzo che era già stato gettato nella mischia in una delle ultime, a volte indecifrabili convocazioni del precedente cittì, ma onestamente non mi pare (ancora) avere lo spessore per reggere sulle ribalte internazionali. 

L'ITALIA DEL FUTURO - Insomma, davvero un bel rebus quello del reparto offensivo. Ci vorranno tutta l'arguzia e la pazienza di Spalletti per risolverlo, e non è detto che ci riesca, perlomeno entro la trasferta tedesca. E qui il cerchio si chiude, tornando al discorso di partenza: d'accordo l'Europeo, ma in questi mesi si fa anche l'Italia che non dovrà mancare al Mondiale 2026. Per cominciare a guardare al futuro prossimo, nell'imminente tournée sarebbe interessante vedere, almeno in una occasione, una Azzurra avveniristica, con in campo, ad esempio, Vicario, Buongiorno, Udogie, Fabbian e Retegui. 

martedì 21 novembre 2023

EURO 2024: L'ITALIA PASSA COL BRIVIDO MA CON MERITO. IL PROBLEMA DEL MAL DI GOL E I PREGI DI UNA SQUADRA CHE SI E' DOVUTA REINVENTARE IN POCHI MESI

 L'Italia che approda all'Europeo tedesco è ancora un cantiere aperto. Non potrebbe essere diversamente, tenendo bene a mente le insidie via via accumulatesi lungo il suo percorso. Una Nazionale trovatasi a Ferragosto improvvisamente senza guida tecnica, costretta a reinventarsi in fretta e furia per evitare la terza figuraccia epocale in pochi anni, ossia quella di non poter difendere fino in fondo il titolo continentale meritatamente conquistato nel 2021. Spalletti è stato paracadutato in una situazione caotica e ha dovuto affrontare una corsa ad handicap, già gravata dalla falsa partenza manciniana, quello scontro diretto con gli inglesi che si è perso a Napoli pur potendolo tranquillamente pareggiare, e condizionata dal progressivo dissolversi di certezze e autostima del gruppo, minato da un biennio di tante delusioni e pochissime, effimere gioie. 

INFERMERIA SEMPRE PIENA - No, forse più di così non si poteva fare, e questa qualificazione sofferta è grasso che cola. Visto che le attenuanti valgono sempre per i nostri avversari, tiriamone fuori un'altra anche per noi: la costante di dover scendere in campo sempre in estrema emergenza. Nelle sei gare della nuova gestione sono sistematicamente venuti a mancare uomini più o meno importanti, più o meno centrali: da Bastoni a Locatelli, da Tonali a Pellegrini, da Chiesa a Retegui, a turno in troppi hanno marcato visita,  e il neo trainer è stato costretto ad acrobazie tattiche e a scelte non banali, col benemerito lancio di qualche giovane interessante, su tutti Buongiorno e Udogie, e col ripescaggio di gente più stagionata che pareva fuori dal giro, da Jorginho a quel Bonaventura che ha dimostrato di essere ancora all'altezza della rappresentativa. Insomma, da anni ci lamentiamo, io per primo, della presenza invadente degli stranieri nella nostra Serie A che ha drasticamente ridotto il campo di scelta del cittì di turno (anche se nelle ultime stagioni si è assistito a una parziale inversione di tendenza, come ho già avuto modo di rilevare), in un quadro del genere rinunciare a elementi come quelli prima elencati significa dover sempre e comunque remare controcorrente, ed è un dato di fatto che questa Italia da tempo non sia in grado di schierarsi nella sua formazione migliore. Eppure, bene o male, si riesce a mantenere il minimo sindacale di competitività, a dimostrazione di quanto qui è stato sempre scritto, ossia che il serbatoio nazionale forse non produce più fuoriclasse, ma continua a sfornare un buon numero di giocatori di buono / ottimo livello. 

QUALIFICAZIONE MERITATA - Ecco, tutto questo andava premesso, prima di addentrarsi in un'analisi  ricca di sfumature. Perché il Club Italia uscito imbattuto dal neutro di Leverkusen ha lasciato una sostanziale sensazione di incompiutezza. Bando agli equivoci: la qualificazione è stata assolutamente meritata dai nostri, mostratisi nettamente superiori agli ucraini nel doppio confronto. L'andata a San Siro suscita ancora acuti rimpianti per quello striminzito 2-1 assolutamente bugiardo, in rapporto al predominio mostrato dagli azzurri. E ieri, dopo qualche tremore iniziale, la selezione di Spalletti aveva preso possesso del campo, giostrando con autorevolezza e serenità, e creando almeno quattro palle gol, di cui due clamorose, non finalizzate da Frattesi e Raspadori, a cui vanno aggiunte, a buon peso, una pericolosissima conclusione da fuori di Barella deviata dal portiere e un colpo di testa di poco a lato di Di Lorenzo. E anche nella prima metà della ripresa Zaniolo e compagni sembravano in totale controllo della situazione, ancora insidiosi dalle parti di Trubin. Purtroppo, non è arrivato un vantaggio che sarebbe stato assolutamente legittimo, e ciò, com'era prevedibile, ci ha condannati a venti minuti di sofferenza, con gli ucraini giustamente protesi alla vittoria che avrebbe evitato loro gli spareggi. 

EPISODI DISCUTIBILI E PESO POLITICO - In finali di partita così accesi, con avversari che caricano col sangue agli occhi, purtroppo può capitare di tutto, anche l'immancabile giallo, questa volta presentatosi sotto forma di un dubbio fallo di Cristante su Mudryk in area. Era rigore? In diretta pareva di sì, rivisto da diverse angolazioni lo sembra molto meno, e così lo scandalo scolora, degrada ad episodio discutibile e variamente interpretabile come mille altri nella storia del pallone, con una differenza: da qualche anno a questa parte non c'è solo l'arbitro, c'è anche il Var, che nella circostanza ha deciso di lasciare le cose come stavano. Perciò me ne sto anch'io, volando al di sopra delle malignità dei non tifosi tafazzisti che credono di saperla lunga. Era importante avere i campioni in carica alla fase finale, come ha lasciato intendere Ceferin? Sicuramente sì. Gravina vicepresidente Uefa è una carta importante per noi? Ma vivaddio. Anni trascorsi a piangere sulla assoluta mancanza di peso  calcistico internazionale del nostro Paese, a rimpiangere i tempi di Matarrese e ancora prima di Artemio Franchi, e ora che abbiamo finalmente qualcuno in un ruolo di enorme spessore nella stanza dei bottoni stiamo a fare gli schizzinosi? Non scherziamo. Anche se, intendiamoci, bisogna essere proprio dietrologi ai massimi livelli per vedere la longa manus del nostro numero uno federale in quanto avvenuto poche ore fa (ripeto, episodio meno netto di quanto sembri, e di difficile valutazione, dopodiché il penalty ci poteva stare, sì), e comunque, torno a sottolinearlo, l'Italia ha meritato più dei gialloblù questa qualificazione diretta. Non basta giocare bene una ventina di minuti e "vantare" una recriminazione a favore per cancellare tutto quanto di diverso si era visto in 160 minuti precedenti. D'accordo, il football spesso è così, basta un singolo fatto tecnico, un fallo o una giocata, a ribaltare i valori fin lì emersi, ma non sarebbe stato giusto. 

IL MAL DI GOL - Il punto, qui, è un altro: che la Nazionale non doveva mettersi nella condizione di rischiare un rigore decisivo in pieno recupero, e il terzo psicodramma dal 2017 ad oggi; secondi di "terrore" che lasciano comunque l'amaro in bocca. Ed ecco che allora si ritorna al vero tasto dolente di questa squadra: preso atto che, al momento, la vendemmiata contro la Macedonia (lasciamo perdere l'inconsistente Malta) è stata una piacevole eccezione, il mal di gol continua ad affliggere in maniera preoccupante la nostra rappresentativa. Fa male al cuore vedere le splendide sollecitazioni di un Chiesa tornato in grande forma sprecate dalle défaillance altruii, con Frattesi, spesso implacabile sotto porta, che spara sul portiere in uscita, e con Raspadori che arriva in ritardo (di un soffio, d'accordo) all'appuntamento con la deviazione vincente. Ed è doloroso vedere un ragazzo delle potenzialità di Scamacca così poco sintonizzato coi compagni e poco preciso in area, e sempre così discontinuo da un incontro all'altro. 

CHI SEGNERA'? - Quella della scarsa efficacia in avanti è una lacuna che ci tiene a distanza dalle grandi Nazionali del momento, non dico la Francia che ne fa 14 a Gibilterra e che sembra di un altro pianeta, ma più che altro l'Inghilterra che ben conosciamo, il devastante Portogallo, la Spagna. E' una carenza che poteva costarci cara ieri, che ci è costata cara il mese scorso a Wembley e che ci costerà ancora più cara l'estate prossima, se non vi porremo almeno parzialmente rimedio. In che modo? Beh, non si vede all'orizzonte il bomber inesorabile alla Vieri o alla Pippo Inzaghi.  Qualcosa di simile potrebbe esserlo Retegui, se risolverà i suoi recenti problemi fisici (ne ha bisogno anche il Genoa, che senza di lui è un'altra squadra), il quale ha movenze e giocate da attaccante di razza e la porta la vede eccome (del resto ha anche realizzato due reti nelle prime due uscite in azzurro, l'ultima intuizione felice del triste Mancini post Euro vinto). Scamacca e Kean possono e devono aumentare la loro produttività in area perché ne hanno le potenzialità, ho qualche dubbio in più su Raspadori perché è il classico attaccante moderno (nel senso, diciamo, non del tutto positivo del termine), quello che fa tutto dalla trequarti in su, forse troppo, può giocare al centro o ai lati, è fondamentale nel funzionamento dei meccanismi della prima linea anche come creatore di spazi e di idee, ma questo... superlavoro gli fa spesso perdere lucidità al momento di concludere. E comunque lo stesso Chiesa, anche nelle sue versioni più brillanti come quella di ieri, segna meno gol di quanto potrebbe. 

ESTERNI E INSERIMENTI DA DIETRO - Altre soluzioni? In tempo di vacche magre non si butta via niente, e così va tenuto in gruppo anche un Immobile meno inesorabile che in passato ma comunque, lui sì, punta nel senso tradizionale del termine, dopodiché, come anche nei momenti migliori della gestione manciniana, ci si deve affidare al tourbillon degli esterni e dei trequartisti che un buon bottino di segnature possono garantirlo, nonché agli inserimenti da dietro, perché gente come Di Lorenzo, Dimarco, Barella, Frattesi e Pellegrini hanno, chi più chi meno, il gol sempre in canna, come anche Colpani, che quanto prima dovrà essere provato. Dimarco, poi, sta vivendo il momento migliore della sua carriera, ricorda spesso il miglior Spinazzola per capacità di appoggiare la manovra offensiva, potrebbe essere ancor più devastante se spostato un po' in avanti, con Udogie pronto a rimpiazzarlo come esterno basso (anche lui con licenza di sganciarsi): un'idea come un'altra per un centrocampo che, non potendo contare a lungo sul titolare Tonali e sul prospetto Fagioli per le note vicende, ha bisogno di uomini e strategie nuove. 

Certo, anche Spalletti a tratti pare non essere ancora perfettamente a fuoco, peccando soprattutto nelle letture a match in corso. Alcune sostituzioni non paiono del tutto azzeccate: a Londra Scamacca doveva forse restare dentro, mentre ieri poteva partire subito per poi lasciare il posto a Raspadori. Ed è un fatto che Jorginho, il quale per lungo tempo non dovrà più, assolutamente, calciare un rigore in azzurro, finché è restato in campo contro gli ucraini ha tenuto in ordine la zona nevralgica, mentre quando è uscito si sono un po' perse le distanze, con un acciaccato Cristante che non è riuscito a fare argine e ha anzi rischiato l'incredibile, e anche in questo cedimento centrale c'è la spiegazione della fiammata ucraina che con un assetto più solido sarebbe stata ben altrimenti contenuta. Meno problemi nel cuore della difesa, dove Buongiorno si è ben assestato, dove tornerà Bastoni, dove andrà ovviamente riproposto uno Scalvini un po' in comprensibile difficoltà a Wembley ma prospetto di assoluto valore. 

SORTEGGI... PARANORMALI - Questa è l'Italia giunta col fiatone, ma promossa, alla fine di un'eliminatoria crudele, perché aveva inserito nello stesso girone le due finaliste dell'ultimo europeo, soluzione grottesca come grotteschi sono i criteri che ci dirotteranno probabilmente in quarta fascia in sede di sorteggio della fase finale, gettando alle ortiche non dico la tradizione, ma anche l'albo d'oro recente della manifestazione, e non tenendo in alcun conto la differente difficoltà dei vari raggruppamenti, con alcune grandi (vedi il Portogallo) che hanno fatto una passeggiata di salute, e gironi pieni di squadre di medio livello, insidiose ma abbordabili, che potevano invece essere più equamente distribuite. Una disperata ricerca di imprevedibilità e innovazione, da parte delle federazioni internazionali, che travolge anche la logica. Però intanto in Germania ci siamo arrivati, soffrendo anche per responsabilità di chi c'era prima e per problemi di sistema che si trascinano, irrisolti, da troppi anni. Ma l'importante è esserci, come ci saremmo dovuti essere nel 2018 e nel 2022. Ora abbiamo la possibilità di crescere, migliorare, sperimentare soluzioni ed elementi nuovi, magari cominciando a inserire quei giovanissimi che si sono fatti onore nelle varie Under. 

lunedì 17 giugno 2019

EURO UNDER 21: SUPER CHIESA TRASCINA UN'ITALIA IMPERFETTA

                                      Chiesa, hombre del partido (foto Guerin Sportivo)

Sul piano del risultato, l'Europeo degli azzurrini non poteva iniziare in maniera migliore. Battuta, anche piuttosto nettamente, la Spagna dei nostri incubi, che sulla carta rappresentava l'ostacolo più duro del girone. Il tabù iberico cancellato dopo tempo immemore, soprattutto dopo le amarezze della finale 2013 e della semifinale 2017 (in particolare quest'ultima, in cui la Roja era parsa meno inarrivabile rispetto a quattro anni prima). Sul piano del gioco, invece, ci sarebbe oltremodo da eccepire. Certo, il 3-1 conclusivo mitiga la delusione per quei lunghi tratti di gara in cui la squadra di Di Biagio ha girato a vuoto, contratta, prevedibile, con errori ripetuti nelle due fasi. E tuttavia non si può far finta di nulla: perché se l'obiettivo primario è vincere il girone per conquistare un posto fra le prime quattro e la qualificazione olimpica, e se il sogno neanche troppo recondito è di arrivare a giocarsi la finalissima, beh, occorre sottolineare che con prestazioni come quelle di ieri sera non si potrà puntare al bersaglio grosso.
CHIESA UBER ALLES - Stranezze del calcio, certo: si è battuta l'avversaria più forte e temuta giocando sì e no al 30 per cento delle nostre possibilità. E non è nemmeno il caso di parlare di fortuna, anzi: trovarsi sotto dopo pochi minuti non è propriamente un favore della buona sorte, e nel complesso quanto raccolto da Barella e compagni è stato farina del loro sacco, non regali trovati per strada. Diciamo allora che per "spaccare la partita", come si dice oggi, ci è voluto un Chiesa monumentale, fuori categoria, che si è inventato dal nulla il gol del pari con una ficcante iniziativa sulla sinistra, chiusa con un diagonale chirurgico da posizione defilatissima, e che nella ripresa, dopo aver sfiorato il palo con un morbido tocco di piatto destro, ha completato la rimonta raccogliendo una palla vagante in area dopo un tentativo in girata di Cutrone, per poi battere Simòn da distanza ravvicinata. Dicono sia il campioncino più atteso dell'Europeo, il figlio del grande Enrico, ma non ha avvertito il peso della responsabilità e, anzi, si è caricato sulle spalle un'Italia che, fino alla sua prodezza per l'1-1, sembrava aver imboccato un vicolo cieco. Non si può neanche dire che sia pronto per la Nazionale maggiore, perché è già fra gli intoccabili di Roberto Mancini. Semmai, questo torneo gli potrà servire per ritrovare confidenza col fondo della rete, che nell'ultima stagione in maglia viola ha visto raramente.
UNA SPAGNA ANTICA E MODERNA - Resta il fatto, però, che non si può andare avanti sperando nelle prodezze di uno dei nostri assi già promossi al piano superiore, dei Barella e dei Kean, oltre a Chiesa. Ci vuole un'idea di gioco e, onestamente, ieri ho faticato a vederla. Una prima mezz'ora abbondante in soggezione di fronte alle Furie Rosse che, pur sciorinando la consueta maestria nel far girare palla e nell'assumere il controllo delle operazioni in ogni zona del campo, nella circostanza hanno saputo anche rispolverare la filosofia "pre tiki taka". nel senso che, a tratti, si è vista una squadra corta e compatta sulla propria trequarti, davanti alla difesa, abile a intasare i corridoi ai nostri, a puntare sull'agonismo molto più di quanto abbia fatto negli ultimi lustri (sia a livello giovanile che "adulto"), a venire avanti con azioni manovrate rapide ed essenziali. Una Spagna che peraltro, sul piano della dotazione complessiva di classe, mi è parsa inferiore a quella del precedente Europeo, anche se non mancano picchi di eccellenza, soprattutto quel Ceballos che ha sollecitamente sbloccato il risultato con un gran destro da fuori ed è stato il principale animatore delle azioni offensive iberiche.
CONCRETEZZA AZZURRA - Dopo il pari e dopo la fiammata di puro orgoglio che ne è seguita, con finale di tempo all'assalto, anche la nostra seconda frazione non è stata immune da pecche, e Meret si è ritagliato il suo spicchio di gloria alzando sulla traversa un tiro dalla distanza di Soler quando il punteggio era ancora sull'1-1; ma se non altro, dopo l'intervallo, l'Italia è parsa nel complesso più viva e continua, anche se raramente ordinata e non sempre con le idee chiare sul da farsi. A sigillare il risultato è stato un rigore via VAR, concesso per trattenuta in area su Pellegrini e trasformato con freddezza dallo stesso romanista. In definitiva, una vittoria giunta soprattutto col cuore e grazie a una mirabile concretezza, che ha consentito di finalizzare la quasi totalità delle occasioni create: concretezza frutto dell'esperienza ad alto livello maturata da alcuni di questi ragazzi, sia nei club sia nella Nazionale A, un atout che troppo spesso ci è mancato in tante recenti edizioni della kermesse Under 21.
CENTROCAMPO SOTTOTONO - Gaudio per una vittoria che fa morale e classifica, dunque, ma è doveroso pretendere di più dal team di Di Biagio. Se Chiesa ha cantato e portato la croce con eccellenti risultati, e se il subentrato Cutrone ha confermato la sua enorme incisività in area mettendo lo zampino nella rete del sorpasso, Kean ha girato quasi sempre a vuoto pur dannandosi l'anima, smarcandosi, dettando il passaggio. Chiaro che le responsabilità degli impacci in fase di attacco ricadano principalmente su centrocampisti e trequartisti, con Barella che si è acceso solo a tratti e con un Zaniolo poco ispirato, prima dell'infortunio che lo ha costretto all'abbandono. Con un reparto di mezzo più in palla, non avremmo subìto il possesso palla e le trame di avversari che, lo ripeto, non mi sono parsi su livelli stratosferici. Le défaillances in fase creativa hanno pesato pure sulla difesa, reparto in cui nessuno, a parte il citato Meret, è stato indenne da sbavature, anche se non getterei la croce addosso al criticato Dimarco, che ha sbagliato molto ma ci ha messo l'anima, difendendo, ripartendo e cercando pure la conclusione personale.
DOPO DUE ANNI DI AMICHEVOLI... - Ricordiamo poi che questa selezione azzurra, sul piano del rendimento complessivo,  rappresentava la autentica incognita del torneo, era una favorita più che altro teorica, grazie all'indubbia ricchezza di talento: ma il biennio trascorso a giocare amichevoli, spesso con risultati tutt'altro che esaltanti, non poteva rappresentare una attendibile cartina tornasole per valutare il peso effettivo del nostro organico. Il fattore campo (col pubblico bolognese che si è acceso a intermittenza, ma quando lo ha fatto ha saputo spingere autenticamente i nostri), le ritrovate motivazioni dettate dall'impegno ufficiale, la voglia di ribaltare la tradizione negativa con gli spagnoli hanno portato al fondamentale successo. Ma per arrivare a Udine, sede della finalissima, ci vorrà ben altro. E occhio alla sindrome della seconda partita, troppo spesso in passato fatale sia all'Under (Europeo 2015 in particolare), che alla Maggiore.