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lunedì 17 giugno 2019

EURO UNDER 21: SUPER CHIESA TRASCINA UN'ITALIA IMPERFETTA

                                      Chiesa, hombre del partido (foto Guerin Sportivo)

Sul piano del risultato, l'Europeo degli azzurrini non poteva iniziare in maniera migliore. Battuta, anche piuttosto nettamente, la Spagna dei nostri incubi, che sulla carta rappresentava l'ostacolo più duro del girone. Il tabù iberico cancellato dopo tempo immemore, soprattutto dopo le amarezze della finale 2013 e della semifinale 2017 (in particolare quest'ultima, in cui la Roja era parsa meno inarrivabile rispetto a quattro anni prima). Sul piano del gioco, invece, ci sarebbe oltremodo da eccepire. Certo, il 3-1 conclusivo mitiga la delusione per quei lunghi tratti di gara in cui la squadra di Di Biagio ha girato a vuoto, contratta, prevedibile, con errori ripetuti nelle due fasi. E tuttavia non si può far finta di nulla: perché se l'obiettivo primario è vincere il girone per conquistare un posto fra le prime quattro e la qualificazione olimpica, e se il sogno neanche troppo recondito è di arrivare a giocarsi la finalissima, beh, occorre sottolineare che con prestazioni come quelle di ieri sera non si potrà puntare al bersaglio grosso.
CHIESA UBER ALLES - Stranezze del calcio, certo: si è battuta l'avversaria più forte e temuta giocando sì e no al 30 per cento delle nostre possibilità. E non è nemmeno il caso di parlare di fortuna, anzi: trovarsi sotto dopo pochi minuti non è propriamente un favore della buona sorte, e nel complesso quanto raccolto da Barella e compagni è stato farina del loro sacco, non regali trovati per strada. Diciamo allora che per "spaccare la partita", come si dice oggi, ci è voluto un Chiesa monumentale, fuori categoria, che si è inventato dal nulla il gol del pari con una ficcante iniziativa sulla sinistra, chiusa con un diagonale chirurgico da posizione defilatissima, e che nella ripresa, dopo aver sfiorato il palo con un morbido tocco di piatto destro, ha completato la rimonta raccogliendo una palla vagante in area dopo un tentativo in girata di Cutrone, per poi battere Simòn da distanza ravvicinata. Dicono sia il campioncino più atteso dell'Europeo, il figlio del grande Enrico, ma non ha avvertito il peso della responsabilità e, anzi, si è caricato sulle spalle un'Italia che, fino alla sua prodezza per l'1-1, sembrava aver imboccato un vicolo cieco. Non si può neanche dire che sia pronto per la Nazionale maggiore, perché è già fra gli intoccabili di Roberto Mancini. Semmai, questo torneo gli potrà servire per ritrovare confidenza col fondo della rete, che nell'ultima stagione in maglia viola ha visto raramente.
UNA SPAGNA ANTICA E MODERNA - Resta il fatto, però, che non si può andare avanti sperando nelle prodezze di uno dei nostri assi già promossi al piano superiore, dei Barella e dei Kean, oltre a Chiesa. Ci vuole un'idea di gioco e, onestamente, ieri ho faticato a vederla. Una prima mezz'ora abbondante in soggezione di fronte alle Furie Rosse che, pur sciorinando la consueta maestria nel far girare palla e nell'assumere il controllo delle operazioni in ogni zona del campo, nella circostanza hanno saputo anche rispolverare la filosofia "pre tiki taka". nel senso che, a tratti, si è vista una squadra corta e compatta sulla propria trequarti, davanti alla difesa, abile a intasare i corridoi ai nostri, a puntare sull'agonismo molto più di quanto abbia fatto negli ultimi lustri (sia a livello giovanile che "adulto"), a venire avanti con azioni manovrate rapide ed essenziali. Una Spagna che peraltro, sul piano della dotazione complessiva di classe, mi è parsa inferiore a quella del precedente Europeo, anche se non mancano picchi di eccellenza, soprattutto quel Ceballos che ha sollecitamente sbloccato il risultato con un gran destro da fuori ed è stato il principale animatore delle azioni offensive iberiche.
CONCRETEZZA AZZURRA - Dopo il pari e dopo la fiammata di puro orgoglio che ne è seguita, con finale di tempo all'assalto, anche la nostra seconda frazione non è stata immune da pecche, e Meret si è ritagliato il suo spicchio di gloria alzando sulla traversa un tiro dalla distanza di Soler quando il punteggio era ancora sull'1-1; ma se non altro, dopo l'intervallo, l'Italia è parsa nel complesso più viva e continua, anche se raramente ordinata e non sempre con le idee chiare sul da farsi. A sigillare il risultato è stato un rigore via VAR, concesso per trattenuta in area su Pellegrini e trasformato con freddezza dallo stesso romanista. In definitiva, una vittoria giunta soprattutto col cuore e grazie a una mirabile concretezza, che ha consentito di finalizzare la quasi totalità delle occasioni create: concretezza frutto dell'esperienza ad alto livello maturata da alcuni di questi ragazzi, sia nei club sia nella Nazionale A, un atout che troppo spesso ci è mancato in tante recenti edizioni della kermesse Under 21.
CENTROCAMPO SOTTOTONO - Gaudio per una vittoria che fa morale e classifica, dunque, ma è doveroso pretendere di più dal team di Di Biagio. Se Chiesa ha cantato e portato la croce con eccellenti risultati, e se il subentrato Cutrone ha confermato la sua enorme incisività in area mettendo lo zampino nella rete del sorpasso, Kean ha girato quasi sempre a vuoto pur dannandosi l'anima, smarcandosi, dettando il passaggio. Chiaro che le responsabilità degli impacci in fase di attacco ricadano principalmente su centrocampisti e trequartisti, con Barella che si è acceso solo a tratti e con un Zaniolo poco ispirato, prima dell'infortunio che lo ha costretto all'abbandono. Con un reparto di mezzo più in palla, non avremmo subìto il possesso palla e le trame di avversari che, lo ripeto, non mi sono parsi su livelli stratosferici. Le défaillances in fase creativa hanno pesato pure sulla difesa, reparto in cui nessuno, a parte il citato Meret, è stato indenne da sbavature, anche se non getterei la croce addosso al criticato Dimarco, che ha sbagliato molto ma ci ha messo l'anima, difendendo, ripartendo e cercando pure la conclusione personale.
DOPO DUE ANNI DI AMICHEVOLI... - Ricordiamo poi che questa selezione azzurra, sul piano del rendimento complessivo,  rappresentava la autentica incognita del torneo, era una favorita più che altro teorica, grazie all'indubbia ricchezza di talento: ma il biennio trascorso a giocare amichevoli, spesso con risultati tutt'altro che esaltanti, non poteva rappresentare una attendibile cartina tornasole per valutare il peso effettivo del nostro organico. Il fattore campo (col pubblico bolognese che si è acceso a intermittenza, ma quando lo ha fatto ha saputo spingere autenticamente i nostri), le ritrovate motivazioni dettate dall'impegno ufficiale, la voglia di ribaltare la tradizione negativa con gli spagnoli hanno portato al fondamentale successo. Ma per arrivare a Udine, sede della finalissima, ci vorrà ben altro. E occhio alla sindrome della seconda partita, troppo spesso in passato fatale sia all'Under (Europeo 2015 in particolare), che alla Maggiore.

lunedì 11 aprile 2016

GENOA IN SALVO: LA FIRMA DI GASPERINI, CERCI MEGLIO DI PEROTTI

                                              Cerci: vero rinforzo per il Grifo

Quota quaranta punti è raggiunta, il Genoa è fuori dalle secche. Sono sincero, come sempre: a gennaio, al culmine dell'orribile sequela di cinque sconfitte consecutive (con la... ciliegina sulla torta dell'ingiustificabile eliminazione in Coppitalia per mano dell'Alessandria, a Marassi), non avrei mai scommesso su una salvezza "virtuale" messa in cassaforte con così ampio anticipo. Recito dunque il mea culpa, e del resto è facile vedere orizzonti cupi quando si accumulano così tanti segnali negativi come avvenne in quel periodo: partite perse dopo aver meritato di vincere (Bologna), gol decisivi sbagliati a porta vuota o giù di lì (Lazovic nel derby), acciacchi a catena e squalifiche di uomini decisivi (Pavoletti, Perotti). 
Sembrava la classica stagione stregata, anche per le zavorre lasciate in eredità da un'estate tormentata: la qualificazione europea svanita per mancata licenza, nuovi acquisti di fuorivia che, settimana dopo settimana, trapanavano l'acqua in maniera sempre più evidente, e un Gasperini che pareva aver perso i suoi... poteri magici, come dimostrava il gioco della squadra, appannato come raramente era capitato durante la sua lunga permanenza in Liguria. Già, Gasperson: senza far torto a nessuno, mai come quest'anno appare chiara, evidente, lampante la sua impronta sul raggiungimento dell'obiettivo prefissato. Perché ha ricostruito il morale di una truppa psicologicamente rasa al suolo da quell'inizio di inverno, ha ricaricato e motivato giocatori reduci da mesi difficili e tratto il massimo da elementi non propriamente eccezionali; perché, infine, ha saputo incrementare il rendimento del complesso proprio quando sono venuti a mancare due apparenti pilastri, il Pavoletti lanciato verso l'azzurro e poi appiedato da un lungo infortunio, e quel Perotti sulla cui importanza, peraltro, si è francamente ricamato un po' troppo. 
IL PEROTTI SOVRASTIMATO - La partenza per Roma dell'agile fantasista aveva provocato crisi di disperazione fra molti tifosi e pessimismo cosmico presso diversi addetti ai lavori, che ritenevano l'argentino figura chiave per la manovra offensiva rossoblù. Personalmente, il Perotti visto quest'anno non mi ha mai convinto, e del resto i dati oggettivi, quelli che più contano nel calcio, parlano di un'incidenza minima sulla classifica da parte sua. Alessio Cerci, suo sostituto quasi testuale sul piano della classe pura (no, non è una bestemmia) e su quello tattico, è stato più decisivo in un paio di mesi che non Diego in tutto il girone d'andata. Questa è la cruda verità, piaccia o non piaccia: sul fatto che poi Perotti, una volta nella Capitale, si sia scatenato con gol, tiri, assist e una presenza costante nel vivo dell'azione che qui non si vedeva da tempo, preferisco sorvolare. E' pur vero che il contesto tecnico giallorosso è nettamente superiore rispetto a quello del Grifone, oltre ad essere più stimolante quanto a traguardi da inseguire, ma non è che in casa Genoa si piangesse miseria o vi fosse penuria di talento: da Perin a Burdisso, da Izzo ad Ansaldi, da Laxalt a Rincon, da Dzemaili a Pavoletti, mi pare non ci fosse da strapparsi i capelli per la disperazione, perché gente che parlava il suo medesimo linguaggio  calcistico ce n'è anche qui. Forse era solo questione di carattere, scarsa adattabilità alle situazioni difficili, ciò che distingue gli ottimi calciatori dai campioni e dai fuoriclasse. 
MERCATO DI GENNAIO OK - Perotti sotto zero, dunque, mentre Cerci e Suso hanno spinto il Vecchio Balordo lontano dalle fiamme dell'inferno. Ecco la conferma a una mia vecchia teoria: fra le tante brutture del football italiano d'oggi, il mercato di riparazione piazzato a gennaio è una delle poche cose da salvare. Se fatto con criterio, può consentire di rimediare agli errori agostani, anche ai più clamorosi, e di rimettere in sesto una barca che fa acqua da tutte le parti. E' successo sotto il Cupolone, col citato Perotti e con l'indemoniato El Shaarawy, gioiello ritrovato a cui si aggrappa la fragile (sul piano delle risorse in prima linea) Nazionale di Conte: è accaduto, più modestamente, sotto la Lanterna, dove i due ex milanisti hanno dato sprint e imprevidibilità nei sedici metri finali, col supporto, alle spalle, dell'impagabile Luca Rigoni, sostanza, intelligenza tattica e colpi da bomber consumato sotto porta, la classe operaia che va davvero in paradiso. 
CERCI NELL'ANNO BUONO - Cerci è uno di quei calciatori che fa quasi innervosire, per il patrimonio di talento sprecato. Aveva tutto per sfondare ad alti livelli, invece è rimasto imprigionato in quel limbo che ha inghiottito tanti calciatori nostrani venuti alla ribalta nel primo decennio del secolo, ragazzi che sembravano destinati a spaccare il mondo e invece entreranno nei libri di storia del pallone come grandi incompiuti. Alessio fece grandi partite in azzurro, durante la gestione Prandelli, ne ricordo soprattutto una col Brasile in amichevole (un 2-2 in cui i nostri avrebbero meritato la vittoria), al Torino recitò un ruolo fondamentale nell'innalzare Immobile in vetta alla classifica cannonieri di Serie A, fu quindi giustamente selezionato per il Mondiale 2014, dove fallì come quasi tutti, ma avendo a disposizione un minutaggio estremamente ridotto. Anche al Milan, quest'anno, le cose sono andate male, a lui e ad altri attesi protagonisti, ma in rossoblù, prima di fermarsi per un infortunio, ha prodotto gol e assist fondamentali, anche trasformando con freddezza rigori pesanti come macigni. 
GASPERINI, IL MIGLIORE - Al di là del contributo dei singoli (l'esperienza internazionale di Ansaldi e Rincon, il dinamismo di Laxalt, la crescita di Izzo, l'utilità di Munoz, un Perin di nuovo da Nazionale), sono da sottolineare, dunque, l'impennata sul piano mentale e della personalità, e la capacità del trainer di serrare le fila e di tenere saldo il timone in un ambiente fin troppo fumantino, anche per via dei rapporti tesi fra lo stesso mister e alcuni esponenti della tifoseria. Insomma, nonostante una stagione all'insegna delle vacche magre, dopo quella della ritrovata grandeur e dell'Europa conquistata "solo" sul campo, il Genoa in versione 2016 merita ugualmente l'elogio pieno, per la perentorietà con cui è riemerso da mazzate che avrebbero abbattuto anche un toro. E vien da pensare a cosa sarebbe stato, di questa "temporada", senza quello sciagurato scivolone col Carpi, secondo me la svolta negativa, un tonfo talmente assurdo che non poteva non lasciare tracce pesanti. 
GENOA CHIAMA ITALIA - Pazienza: è già un successo poter puntare al raggiungimento delle prime dieci posizioni, il massimo a cui questa squadra potesse aspirare in partenza, e guardare al derby della penultima giornata come una mera occasione per stabilire le gerarchie cittadine, e non come un "mors tua vita mea"; il tutto, sulla scorta di un rendimento interno da alta classifica (nove vittorie a Marassi, come in tutto il campionato scorso), il Ferraris tornato fortino. Senza tralasciare un particolare: questo team ha ritrovato un'anima italiana, dopo le eccessive concessioni al'esterofilia dell'ultimo anno; Perin, Izzo, Rigoni, Cerci, Pavoletti, tutti decisivi, alcuni con prospettive azzurre assai concrete. Avere un cuore azzurro è importante, in questi tempi grigi per il vivaio nazionale. E il Genoa è il papà del calcio italiano, deve tenere alta questa bandiera oltremodo sgualcita. 
DOMANI? MEGLIO COL GASP... - Il futuro? Col Genoa, il futuro cambia vorticosamente, ogni anni si riparte con tantissime novità non tutte gradite, non tutte necessarie (anche se ultimamente un filo conduttore si trova, uno zoccolo duro in spogliatoio si è formato): dunque, è inutile tormentarsi con ipotesi di partenze illustri e arrivi non all'altezza. Certo, l'unico autentico elemento di continuità, una garanzia pressoché totale per la sopravvivenza ai massimi livelli, è Gasperini, che ha ripetuto fino alla noia di aver fatto la sua scelta l'anno scorso (prolungando il contratto), chiarendo però di aver bisogno di una società credibile e di un presidente forte, ciò che dal giugno scorso in poi, col pasticciaccio Uefa, le incognite di bilancio, le trattative per la vendita del club non andate in porto, francamente non si percepisce. Non si possono nemmeno chiamare pretese, le sue: sono i requisiti minimi per poter continuare a lavorare fruttuosamente. Chiaro che il Genoa sopravviverebbe anche senza Gasp (che non può essere eterno), ma, dopo l'ennesimo capolavoro, Preziosi può permettersi di lasciarsi sfuggire il trainer che più ha capito la piazza (senza per questo blandirla), l'ambiente societario e le sue dinamiche, che sa gestire mirabilmente il gruppo e valorizzare tutti i giocatori valorizzabili, offrendo anche scampoli di buonissimo calcio? 

mercoledì 20 giugno 2012

EURO 2012 - DIARIO EUROPEO: BILANCIO "RANDOM" DELLA PRIMA FASE



Considerazioni in totale libertà, e senza un ordine logico, sulla prima fase di Euro 2012, conclusasi ieri sera. 
LIVELLO DEL TORNEO - Valutare il livello qualitativo di tornei come questo non è impresa facile: occorre prendere in considerazione tanti parametri, non solo la piacevolezza delle partite, ma anche, ad esempio, l'evoluzione tattica, il quadro storico calcistico in cui la manifestazione si svolge, il lancio di rivelazioni e la capacità dei protagonisti più attesi di reggere la ribalta. Il  primo, parzialissimo giudizio parla di un Europeo medio - alto, senza picchi spettacolari e senza squadre che si siano espresse su standard fenomenali (un team di fenomeni c'è ed è la Spagna, ma ha incontrato gravi difficoltà con l'Italia e, in parte, con la Croazia, e più in generale ha fatto girare il motore al 70 per cento delle proprie potenzialità, che rimangono immense). 
Difficilmente ci si è annoiati nell'arco di un intero incontro, anzi, è accaduto una volta sola (durante l'orrido Francia - Inghilterra). I gol sono stati tre in più rispetto a quattro anni fa, ma meno in confronto ai tornei del 2004 e del 2000, però non ci sono stati pareggi a reti inviolate; tuttavia le segnature non possono rappresentare l'unico parametro di giudizio del valore di una competizione o di una singola gara: è stato molto più emozionante, per dire, assistere a Russia - Grecia che non a Spagna - Eire, quest'ultima quasi una partita  di allenamento per gli iberici, vista la disparità di forze in campo. 
PER L'ITALIA UN'INGHILTERRA "OPERAIA" - L'Italia, domenica prossima, troverà nei quarti l'Inghilterra. Ci fa piacere: ritorna finalmente un confronto storico del calcio mondiale, le sfide coi cuginetti francesi, con tutto il rispetto, avevano dato la nausea, per ripetitività recente. Non è una delle migliori edizioni della Nazionale coi tre leoni sul petto, ma ciò non deve indurre a eccessi di ottimismo: è una compagine, lo si può dire, a volte terribilmente brutta a vedersi (esclusi alcuni sprazzi nel match con la Svezia, allorquando, trovandosi sotto a due terzi di gara, ha avuto la necessità di accendere notevoli girandole offensive per scongiurare il rischio di una precoce eliminazione), e però terribilmente efficace. 
Compatta in fase difensiva, con "mister simpatia" Terry che ha scoperto in Lescott un compagno dallo stile scarno ma efficace ed utilissimo anche negli sganciamenti, abile e rapida a chiudersi a riccio di fronte alle folate avversarie. Operaia nella zona nevralgica, dove Gerrard canta e porta la croce (smarrendo a volte un po' di lucidità) e Milner ha trovato via via un buon rendimento, agendo soprattutto sul versante destro; l'attacco ha infine riavuto Rooney, fresco e riposato e quindi doppiamente pericoloso, può contare su di un Walcott sempre in rampa di lancio (mortifero contro gli scandinavi) e su giovani interessantissimi come il guizzante Welbeck e la torre Carroll. Insomma, dicendo 50 e 50 come possibilità di superare il turno non credo di far torto agli azzurri: Hodgson è in grado di far crescere ancora il suo gruppo.
SVEZIA CON ONORE - Ieri sera, bella lezione di cuore e professionalità da parte della Svezia: già eliminata, ha ritrovato quello spirito nordico (la cui "solidità" era stata compromessa dal biscottone del 2004: ci ritorneremo) onorando l'ultimo impegno oltre le più rosee aspettative. Ci sta che la Francia, già quasi sicura del passaggio, abbia voluto giocare al risparmio, ma i gialloblù nel secondo tempo son stati devastanti: tante salvifiche prodezze di Lloris, ottimo erede di Barthez, Wilhelmsson indiavolato, Ibra che sigla il gol più bello dell'Europeo, pressione continua e raddoppio a fil di sirena. Rimpianti grandissimi, anche se una squadra che attinge certi livelli di gioco e di intensità solo quando non ha più nulla da perdere è, con tutta evidenza, compagine dai grossi limiti caratteriali. Ma lascia comunque l'Ucraina a testa alta, e anche questo conta. 
GIOCARE IN CASA NON BASTA PIU' - A proposito di Ucraina: che il calcio sia cambiato lo si desume anche dalla sorte avversa che, da tempo, accompagna sovente le squadre di casa in queste manifestazioni, laddove, un tempo, ospitare il torneo era garanzia assoluta quantomeno di passare lo scoglio del girone iniziale. La prima caduta toccò al Belgio, nel 2000, fatto subito fuori dalla Turchia e dall'Italia nella sua Bruxelles; a Euro 2008 nessuna delle due anfitrione, Svizzera e Austria, riuscì ad andare oltre il primo turno, e la delusione fu grandissima soprattutto per gli elvetici, che si presentarono con una rosa di buon livello e "temprata" da un Mondiale, nel 2006, dall'esito tutto sommato felice in rapporto alle attese. 
Nel 2010, alla Coppa del Mondo, Sudafrica fuori immediatamente nonostante un brillante successo sulla Francia, e ora questo doppio fallimento polacco - ucraino. Recriminazioni soprattutto per gli uomini di Blokhin, protagonisti di un avvio bruciante con la Svezia, allorquando Shevchenko regalò probabilmente le ultime fiammeggianti prodezze della sua carriera ad alto livello, poi sprecona ma generosissima e sfortunata nella sfida decisiva con gli inglesi, giocata meglio degli avversari e persa, in definitiva, solo per una papera del portiere e per la vergognosa svista sul gol - non gol del pareggio (prima certi errori erano gravi, ora diventano semplicemente inaccettabili, per la presenza dei giudici di porta...). Ma elementi come lo stantuffo Gusev, il costruttore di gioco Garmash (discontinuo e dalla personalità ancora in sboccio, ma gran lavoratore nel mezzo), il travolgente Konoplyanka e il difensore Kacheridi andranno tenuti d'occhio anche dopo l'Europeo. 

                                             Shevchenko, fuoriclasse al tramonto

BASTA CON LE LEZIONI MORALI - Non c'è stato il biscotto e tutti a elogiare la correttezza della Spagna e della Croazia, quasi a cospargersi il capo di cenere. Fermo restando che è stata soprattutto la nostra stampa, e non il movimento calcistico italiano in sé, ad alimentare questa stucchevole polemica, mettiamo un paio di cose in chiaro. Si dice che l'Italia dovrebbe solo stare zitta, di fronte a certi argomenti, visto ciò che sta accadendo dalle nostre parti, ma: 1) Se si è parlato tanto di "biscotto" è perché noi lo abbiamo effettivamente subìto, nel 2004, e da parte di due Nazionali che venivano portate ad esempio di assoluta sportività e rigore morale; ergo, non erano paure prive di fondamento, ma derivanti da traumatiche esperienze passate; 2) In molti si dicono certi che l'Italia, al posto di Spagnoli e croati, la torta l'avrebbe confezionata eccome. Mah, io ricordo che, l'unica volta in tempi recenti in cui gli azzurri si sono trovati a poter gestire il destino degli altri, il loro comportamento è stato cristallino: a Euro 2000, nell'ultima gara del girone, avrebbero potuto dar via libera alla Svezia e consentirle di giocarsi la qualificazione con Belgio e Turchia, invece si impegnarono e vinsero. Insomma, non siamo santi, anzi, ma non attribuiamoci pure colpe che non abbiamo. 
POCO AZZURRO SUGLI SPALTI - Un tempo, per Europei e Mondiali, i tifosi italiani davano vita a memorabili trasferte oceaniche. Oggi non è più così, da tempo ormai negli stadi "neutri" siamo sempre in minoranza. La distanza dalla sede del torneo? Forse. La crisi economica? Probabilissimo, ma i croati che hanno riempito lo stadio di Poznan il giorno del confronto con noi stanno poi così bene, sul piano finanziario? In ogni caso, la giustificazione del portafogli è solidissima, ma c'è anche dell'altro, ossia un atteggiamento più distaccato e scettico nei confronti della nostra Nazionale, che spesso non riesce a riempire gli stadi nemmeno quando gioca partite importanti in Italia. Un segnale d'allarme gravissimo, da non sottovalutare: ritorno al provincialismo più deteriore (seguo la mia squadra del cuore, degli altri chi se ne frega) e dissenso verso una Federazione ormai palesemente non all'altezza dei propri gravosi compiti? 
RAI, DI TUTTO, DI MENO - Della gestione Rai di questi Europei si sta parlando in lungo e in largo, quindi evito di soffermarmici troppo. Ma va segnalato il "periodaccio" di Vincenzo D'Amico, che prima perde l'aereo e non può commentare Olanda - Danimarca, poi scambia il portiere inglese Hart col disastroso Green che difese la porta britannica a Sudafrica 2010, attribuendogli quindi colpe passate che non ha, e si vede costretto a scusarsi con gli spettatori nella telecronaca successiva, infine parla di "traiettoria ondeggiante del pallone" (smentito dalle immagini, e non poteva essere altrimenti) raccogliendo una certa qual ilarità da parte del collega al suo fianco. 
E che dire di Gianni Bezzi, che durante Francia - Ucraina apostrofa in diretta Collovati con un "Hey, fermo, che fai??", in quanto il multicrinito campione di Spagna '82, spostando il cellophane posto a protezione delle apparecchiature durante il precedente diluvio, gli stava facendo cadere il cronometro? Infine, standing ovation per Dossena, che si accontenta veramente di qualsiasi cosa: gli azzurri subiscono, commettono errori sesquipedali, vanno in sofferenza, ma lui esclama: "No, ma va bene, va bene così". Fino a quando Bruno Gentili, ormai esasperato, lo rimbrotta: "Insomma, mica tanto bene...". Mitici, continuate così... E intanto, mentre Fabrizio Failla continua a mangiarsi le parole, voglio spendere una parola di elogio autentico per la co - conduttrice (con Mario Mattioli) di "Mattina Europei" su Rai Sport 1: Valeria Ciardiello è fresca, disinvolta, piace per l'applicazione al compito e per il fatto di non dover per forza bamboleggiare per bucare il video. Curiosità: il suo nome non è citato nel comunicato di presentazione del palinsesto europeo emesso dall'ufficio stampa della Rai e leggibile qui: perché?