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mercoledì 16 novembre 2022

CLUB ITALIA: BASTA COI PIAGNISTEI. ALBANIA E AUSTRIA OCCASIONI PER CRESCERE, NON TAPPE DI UNA VIA CRUCIS GIA' FINITA. E DOMENICA SCATTA UN MONDIALE SENZA POESIA

 

Più Tirana, meno Doha. Ebbene sì: seguirò con più interesse le due amichevoli azzurre di questa settimana, rispetto al plastificato Mondiale qatariota, e pazienza se mi si prende per pazzo. I motivi li ho già spiegati mesi fa. In estrema sintesi: le fasi di ricostruzione della Nazionale mi affascinano, e ce ne sono state già tante, nella sua storia ultracentenaria. A otto mesi dalla sciagurata notte palermitana, è perfettamente inutile continuare a fustigarsi, e secondo me sbaglia Mancini  a sottolineare a ripetizione quanto sia duro per noi questo periodo in cui gli altri affrontano la sfida iridata, e quanto sia importante psicologicamente superare novembre e dicembre. Basta, è successo, guardiamo avanti, i mezzi e gli uomini per farlo li abbiamo, ancorché sempre più ridotti all'osso. 

Allo stesso modo, sono ormai fuori luogo e fuori tempo le ironie spicciole di certi frequentatori del web: le battutine sulla presunta inutilità dei nostri impegni del 2022 potevano esser tollerate all'inizio, alla lunga diventano stracche e ripetitive, e del resto i social non hanno mai sfornato nuovi geni della satira calcistica. Sulla seconda eliminazione mondiale ho scritto chilometri di blog. Sintetizzo ancora: le ragioni contingenti sono state decisive assai più dei guai strutturali del nostro calcio, innegabili e da me denunciati da lustri. Episodi di campo: bastava uno dei due rigori sbagliati per evitare persino gli spareggi. Contingenze stagionali: il calo fisico e mentale post Europeo non adeguatamente intercettato dal CT, che avrebbe avuto tempo e modo di porre rimedio immettendo forze fresche (e meno fresche, ma più in palla) in luogo di certi campioni spompati e appagati.

ILLUSTRI PRECEDENTI - Basta così, la frittata è fatta, amen. Del resto, l’Inghilterra saltò due Mondiali di seguito nel ’74 e nel ’78, e andò vicina al clamoroso tris anche nel 1982, salvata unicamente dai risultati degli altri; la Francia ne saltò due nel ’90 e nel ’94, e vi tornò nel ’98, senza passare attraverso le insidie della fase eliminatoria, perché giocò in casa; la Spagna ne mancò due nel ’70 e nel ’74. Insomma, non siamo casi umani unici: l’importante è saper ripartire senza piangersi addosso. Mi sembra che questa Italia l’abbia in parte già fatto, più solida e più fiduciosa di tanti tifosi piagnucolanti: dopo il tonfo macedone, ha vinto il suo girone di Nations League, un girone di ferro in cui, secondo i soliti satiri improvvisati della rete, sarebbe sicuramente stata il vaso di coccio, persino dietro l’Ungheria. 

QUELLE CHE PENSAVANO AL QATAR - Dicono: la Nations non conta nulla. Sono gli stessi che hanno intonato il de profundis dopo lo 0-3 contro l’Argentina nella comica “finalissima” londinese, quello sì un trofeo importante e storico, no? Per la cronaca, le semifinaliste della precedente edizione del nuovo torneo europeo sono state Francia (vincitrice), Spagna, Italia e Belgio, di quella in corso Italia, Spagna, Olanda e Croazia, cioè i campioni d’Europa e tre squadre qualificate per gli imminenti Mondiali, fra le quali la finalista sconfitta di Russia 2018. Sarà anche un torneo burletta, ma è onorato da molte grandi Selezioni, per cui diventa anche patetico giustificare i fallimenti di certe big (Francia e Inghilterra, disastrose, quest’ultima perfino retrocessa) dicendo che tanto “pensavano al Qatar”. Può essere, ma si può pensare al Qatar anche vincendo e giocando bene, come hanno fatto Furie Rosse e Furie… arancioni.

PAFUNDI? MAH... - Tornando a noi: dopo Palermo nessuna partita è stata inutile, non lo saranno nemmeno le prossime due. Anzi, raramente, dopo un obiettivo così sciaguratamente mancato, c’è stato tanto tempo e spazio di manovra per rimettere insieme i cocci. Tempo che non venne concesso per preparare la sfida alla Macedonia, ma questo è un altro discorso. Mancini sta facendo ciò che deve, avrebbe forse dovuto cominciare a farlo dopo le prime due infelici uscite post Euro, ma non si può avere tutto dalla vita: sta ristrutturando il gruppo, ha ripescato uomini di valore che erano ingiustamente rimasti fuori dal vittorioso listone del 2021, ha spalancato le porte ai giovani, talvolta esagerando. La convocazione di Pafundi ha scarsa logica, e lo scrive uno che la linea verde per il Club Italia l’ha sempre sposata in pieno, Note d’azzurro me ne è testimone dal 2011 a oggi. 

Pafundi è, a detta di tutti gli esperti di calcio giovanile, una delle massime speranze del nostro vivaio. Ma ha 16 anni e una sola presenza in A, nessuna in altri campionati professionistici, cinque in rappresentativa Under 17. Penso che pochi come me possano capire l’ansia, il desiderio di scoprire e lanciare gli azzurri del domani, ma questo mi sembra davvero il classico passo più lungo della gamba, che rischia di fare più male che bene al ragazzino. A meno che non siano tutti già convinti di essere di fronte a un potenziale crack, crack vero, ma di nuovi Maradona, nuovi Van Basten e nuovi Maldini ne ho già visti tanti, dacché seguo il calcio, e il più delle volte non è finita bene. Discorso diverso per Miretti e Fagioli, che di presenze in A ne stanno mettendo insieme un bel gruzzoletto e hanno già avuto modo di risultare decisivi nelle sorti della Juve, non propriamente l’ultimo dei club. 

SPIRAGLI DI LUCE GIOVANE - Al di là di tutto, questi nomi dimostrano ciò che ho sempre scritto: nonostante le politiche giovanili folli, nonostante l’esterofilia perniciosa, il vivaio  nostrano continua a sfornare prospetti di valore. Il guaio è che, spesso e volentieri, ai massimi livelli li aspetta la panchina, e non per colpa loro. Qualche spiraglio si sta intravedendo quest’anno (gli exploit dei suddetti juventini, di Casale, di Parisi, di Scalvini, di Udogie, le conferme di Pobega e Frattesi) ma sono casi singoli, non il frutto di una strategia pianificata volta a valorizzare capillarmente il “prodotto interno”. Rimane il problema di alcuni ruoli scoperti: poca gente per il centro della difesa (sperando che Okoli opti definitivamente per l’azzurro), e un pauroso vuoto generazionale per gli attaccanti di peso, una carenza mai vista e secondo me non casuale, ma frutto di concezioni tattiche a livello giovanile che andrebbero analizzate e rimodellate. Speriamo comunque nell’esplosione di almeno qualcuno fra i vari Lucca, Pellegri, Vignato, Cambiaghi, Colombo, Oristanio, e, per quanto riguarda il medio termine, nella consacrazione del bel Raspadori visto in Nations; poi, che Scamacca possa al più presto togliersi di dosso le ruggini azzurre e che Kean continui nella risalita intrapresa nelle ultime uscite bianconere.

MONDIALE SENZA GIOIA - Ritorno al Mondiale. Aspetto domenica con tanta malinconia, e non solo per l’assenza dei nostri. Oggi appare come il Mondiale più falso e insensato di sempre. A partire dalle modalità di assegnazione, sulle quali molti giornalisti investigativi hanno scritto parole di pietra, fino alla fase organizzativa che ha richiesto un colossale tributo di sangue, per chiudere con la questione dei diritti umani in loco. E ancora, la manifestazione assegnata a un Paese senza alcuna tradizione calcistica (e credo che neanche comincerà a costruirla a partire da questo torneo, come invece accadde negli Stati Uniti dopo il ’94), la collocazione nell’autunno – quasi inverno europeo, con conseguente brusca interruzione dei campionati nazionali del Vecchio Continente, che potrebbero ripartire con equilibri falsati dagli strascichi della kermesse. Tornei che sono andati avanti fino a una settimana prima del match inaugurale, e convocazioni diramate dieci giorni scarsi prima dell’evento. Una vigilia, cioè, praticamente inesistente, pathos e attese ridotte all’osso. 

Niente più poesia, per quanto mi riguarda. E non è una questione di età, di tempo che passa: ancora nel 2014, e avevo già 40 anni, contavo con emozione i giorni che mancavano all'inizio della festa. Quell’anno, poi, avevo grande fiducia nell’Italia, vice campione d’Europa, qualificatasi con due partite di anticipo (mai accaduto prima), con elementi validi in ogni reparto: fiducia che venne tradita da tutti, da Prandelli in primis, ma è inutile riaprire la ferita. Però la voglia di calcio e di Mondiale c’era sempre, nonostante gli anni, i pensieri, le delusioni. Ora no. Ovviamente vedrò qualcosa, sempre se me lo consentiranno impegni lavorativi e problematiche familiari che negli ultimi tempi si sono moltiplicati, ma senza l’ansia di un tempo di dover correre a casa per non perdere la tal partita. Dai quarti in poi, quello sì, cercherò di seguire tutto. Ma la magia, la poesia di un appuntamento unico, non riesco più a percepirle. 

 

giovedì 9 settembre 2021

MONDIALI 2022: RIECCO LA GIOVINE ITALIA. DAL 5-0 ALLA LITUANIA ALLE PROSPETTIVE TECNICHE E TATTICHE OFFERTE DA KEAN E RASPADORI

Italia-Lituania è stata, nel suo piccolo, la riscoperta delle radici, quelle del 2018, quelle da cui è nato tutto il bello di questo triennio. Un nuovo inizio per l'Azzurra versione Mancio nella sua essenza più genuina, nei suoi princìpi cardine, e che sgombra il campo da qualsiasi "sindrome da riconoscenza" che possa frenare ogni ulteriore progresso della nostra Selezione: il cittì non sarà mai prigioniero del passato, sa che ci sono i margini per crescere innovando nella continuità, e percorrerà questa strada fino in fondo. La scorribanda di Reggio Emilia, un 5-0 maturato in meno di un'ora di gara, non merita ovviamente celebrazioni o trionfalismi, ma scrive un capitolo comunque significativo dell'era Bobby Gol, un capitolo perfettamente coerente con i passi fin qui compiuti. Passi che raccontano di una gestione "verde" nello spirito e nei fatti, con poche chiocce e tantissimi pulcini chiamati a misurarsi sul campo dopo brevi anticamere in panchina. La filosofia è sempre stata questa, fin dall'inizio dell'avventura: buttare nella mischia forze nuove appena se ne intravede la possibilità o, come in questo caso, quando il ringiovanimento diventa un'urgenza dettata dall'emergenza. Ieri, la preparazione atletica ancora in abbozzo e il cumulo di impegni ravvicinati consigliavano un forte turn over, la caratura dell'avversario incoraggiava la scelta, la gragnuola di infortuni e affaticamenti la rendeva obbligata, l'equilibrio psicologico del gruppo richiedeva uno scossone di qualche natura, uno stimolo particolare. 

CONCORRENZA - Corsi e ricorsi: spesso, per rivitalizzare campioni forse preda di un momentaneo rilassamento mentale, occorre pungolarli mettendoli di fronte a una agguerrita concorrenza. Il Trapattoni cittì nel 2003 ricorse alle seconde linee per scuotere i grossi calibri dell'epoca che troppe volte in azzurro diventavano fantasmi, e per un po' di tempo ci riuscì. Situazione radicalmente diversa, è chiaro, in questo dolce 2021, ma è giusto che gli Insigne e gli Immobile, i Bonucci e i Chiellini comincino da subito a sentire sul collo il fiato della nouvelle vague. Lo ripeto da mesi: il bacino da cui pescare si è ampliato quantitativamente e soprattutto qualitativamente, e dopo due lustri di magra sarebbe delittuoso non approfittare di questa buona semina. 

PESSINA E BERNARDESCHI ISPIRANO, KEAN E RASPA BRACCI ARMATI - Così è stata, di nuovo, "Giovine Italia": dinamica, avvolgente, precisa ed efficace nell'assediare i sedici metri avversari, con la vivacità e il movimento continuo di Pessina ad animare la fase di costruzione, con un Cristante determinato e sicuro di sé nel lancio e negli inserimenti, con Bernardeschi particolarmente ispirato nelle vesti di suggeritore e rifinitore. Con questi tre motori alle spalle, e Jorginho a fare il "padre nobile", sorvegliando da dietro senza strafare gli ardori dei compagni emergenti, i due baby Kean e Raspadori hanno potuto giostrare a briglia sciolta, sia pur con dinamiche tattiche diverse: guizzante, velocissimo, ficcante il neo juventino con le sue percussioni laterali e l'abilità nel convergere al centro, universale il giovanissimo del Sassuolo, attaccante ultramoderno, a tutto campo, capace di ripiegare e di presentarsi lucido in fase di "sparo", di concludere da media e corta distanza, di districarsi nel cuore dell'area senza paura (già lo aveva fatto nel finale di Firenze, pur trovando ovviamente meno spazi). Entrambi, soprattutto, puntano a rete senza eccessivi ghirigori, senza titubanze, in modo diretto (Kean ha cominciato a gigioneggiare solo quando si è trovato a corto di fiato), e in questo momento è forse quello che davvero ci vuole per accentuare la pericolosità del nostro team. 

NUOVI SCHEMI OFFENSIVI - Certo non bastano due gol a testa contro la Lituania (il primo di "Raspa" è, per la verità, più un autogol, ma vabbè) per avanzare candidature prepotenti alla titolarità, ma va tenuta in assoluta considerazione la modalità con cui si è approdati all'ottimo bottino delle... imberbi punte: tatticamente, è un modo di approcciare la fase offensiva diverso da quello incentrato su Immobile punta fissa, un modo che sembra offrire più variabili, più soluzioni, forse più imprevedibilità, fermo restando che gli attuali tenutari delle casacche azzurre dalla trequarti in su, Chiesa e Insigne, Berardi e Ciro, se al top della forma sono pur sempre in grado di tagliare a fettine le retroguardie nemiche. Ma ora le alternative ci sono, sono credibili e hanno avuto un discreto battesimo, senza contare che per Kean è una seconda nascita in Nazionale, dopo il folgorante debutto di inizio 2019 poi frenato da questioni soprattutto caratteriali. 

C'è dell'altro: nella scarsa attendibilità tecnica della ripresa di Reggio Emilia, oltre al casuale cross-gol di Di Lorenzo si è visto uno Scamacca che porta più peso, più fisicità in area e che necessita forse di schemi più tradizionali, e han fatto capolino alcuni bagliori di Castrovilli, apprezzabile nei tentativi di costruire e abile al tiro (un suo palo con un destro da fuori meritava la rete). Altri piccoli mattoncini di un edificio azzurro che sta aumentando di dimensioni senza perdere bellezza e armonia nelle linee.  

SBLOCCARLA SUBITO, POI... - Poco altro resta da scrivere, su una partita come quella di ieri era. Giochiamo con un interrogativo solo in apparenza banale: più meriti dei nostri o più demeriti dei rivali? La risposta è la medesima seguita a tante Italia-Lituania del passato (dove ai baltici si può sostituire il nome di altre nazionali di basso livello incontrate nel tempo, da Malta al Lichtenstein), ma val la pena di essere ribadita e tenuta a mente, quando ricapiterà di stentare contro le "piccole". Il segreto è sbloccare il risultato il prima possibile: se ci riesci, e poi continui a premere sull'acceleratore, tutto diventa più semplice, e si moltiplicano le possibilità di portare a casa uno score cospicuo. Se invece non sfondi subito, la controparte acquisisce coraggio e "cazzimma", moltiplica gli sforzi, rinserra ancor più le file accentuando il proprio atteggiamento difensivista e intasando gli spazi a ridosso della sua area e all'interno di essa: a quel punto, la goleada diventa impossibile, e si corre addirittura il rischio della suprema figuraccia, ossia la mancata vittoria. 

LA "CRISETTA" SUPERATA - Ecco perché, "dopo", tutto sembra più facile. A Reggio Emilia, l'Italia ha approcciato l'incontro col piglio giusto: senza fasi di studio o di assestamento, ha subito aggredito e preso possesso del terreno. Non era scontato, dopo le due docce fredde di Firenze e di Basilea. Checché ne dicano i pompieri in servizio permanente effettivo, la "crisetta" c'è stata, una crisetta fatta di occasioni clamorose sprecate in entrambi i match, di due punti persi concedendo ai bulgari il cento per cento di percentuale realizzativa (un'occasione e un gol), e di una involuzione di gioco evidente soprattutto con gli elvetici, conseguenza soprattutto, lo avevo scritto, di una condizione deficitaria che è del resto fisiologica, per come sono attualmente impostati i calendari interni e internazionali. E definirla piccola crisi era opportuno, perché l'appannamento riguardava la rappresentativa campione d'Europa, non una selezione qualsiasi. 

Una formazione opportunamente rinfrescata è stata più che sufficiente ad archiviare la pratica lituana. Nel futuro immediato, Mancini dovrà essere abile a compiere un mirabile lavoro di sintesi, armonizzando veterani e new entry. Quello che, ripeto, ha sempre fatto dal 2018 in poi, ma operare su una squadra fresca di trionfo è mille volte più arduo. 

venerdì 3 settembre 2021

MONDIALI 2022: L'ITALIA SI INCEPPA CON LA BULGARIA. COSA E' MANCATO? IL KILLER INSTINCT E IL PIGLIO DA CAMPIONI D'EUROPA. PREOCCUPARSI SI', MA NON TROPPO

 Niente da fare. Proprio non ci si riesce a smarcare dalla maledizione agostano-settembrina che grava da anni sulla nostra Nazionale. Non si scappa: alla prima uscita stagionale o non si vince, e a volte si perde persino, o si vince ma giocando in maniera deludente quando non invereconda (ricordo un Cipro-Italia e un Italia-Malta da far accapponare la pelle...). Inutile dire che per ieri sera sarebbe stata di gran lunga preferibile questa seconda soluzione, perché non era una partita qualsiasi e perché i due punti persi rischiano di pesare parecchio, sulla strada verso Qatar '22. Se e quanto peseranno effettivamente, lo sapremo a breve, domenica sera per l'esattezza, dopo il confronto di Basilea, che delicato lo era già di per sé e che adesso è diventato delicatissimo. Vogliamo fare due conti? Per arrivare al Mondiale basteranno venti punti, ossia basterà ripetere nella seconda parte del girone quanto è stato fatto nella prima: ma venti punti vuol dire prenderne almeno quattro alla Svizzera. Qualsiasi altra soluzione ci esporrà a rischi enormi: lotta punto a punto e incerta fino alla fine, decisione alla differenza reti, secondo posto e gironcini di spareggio. E' innegabile che siamo più forti degli elvetici, ma lo siamo anche dei bulgari, eppure...

DOV'ERA L'AUTOREVOLEZZA DEI CAMPIONI? - La premessa, cruda ma realistica, era doverosa. Non posso negare di essere profondamente deluso: non possiamo ricadere nell'errore di sbagliare le gare da non sbagliare, non ora, da campioni d'Europa. Se c'è un'eredità del trionfo di Wembley che dobbiamo conservare e mettere a frutto, è la riconquistata autorevolezza internazionale, che porta con sé quel pizzico di mestiere utile a risolvere a nostro favore anche le sfide più intricate nelle serate meno propizie. Ecco, questo quid in più, il piglio dei vincitori, a Firenze non si è visto, ed è la cosa che più mi preoccupa, oltre al risultato. Certo, di qui a lasciarsi andare al disfattismo più nero ce ne passa, perché le chance di arrivare primi al traguardo del gruppo permangono ancora intatte. Oltretutto, la partita di ieri non lascia particolari inquietudini sul piano della prestazione collettiva: in fin dei conti, si è visto il solito Club Italia targato Mancio. Una compagine che ha menato le danze dall'inizio alla fine, ha aggredito, ha cercato di stanare l'avversario con fitte trame, a volte troppo fitte, e ha concluso più di una volta pericolosamente. 

TANTE OCCASIONI, POCHISSIMA LUCIDITA' - Parliamoci chiaro: gli azzurri nulla avrebbero rubato portando a casa l'intera posta. Prima e dopo il sinistro vincente di Chiesa, Insigne due volte e Immobile erano andati vicini alla segnatura, e nella ripresa ci sono state altre occasioni per Chiesa, Barella, Ciro, più altre situazioni di potenziale pericolo nell'area dei rossi. In tutto questo, Iliev ha trovato il pari sull'unica incursione offensiva bulgara autenticamente pericolosa, ma favorita da una grave incertezza in ripiegamento di Florenzi. Per il resto, il copione avversario è stato il medesimo di tanti nostri oppositori dell'ultimo triennio: difesa stretta e spazi intasati, con qualche ripartenza più dimostrativa e di alleggerimento che effettivamente in grado di far male. 

Della difficoltà a far gioco contro retroguardie chiuse a catenaccio abbiamo più volte detto ed è inutile ritornarci. La giustificazione, peraltro, vale relativamente, riguardo al match di poche ore fa, perché, come detto, alla resa dei conti i ragazzi di Mancini qualche spiraglio per cercare la porta l'hanno trovato. Ma se su otto palle gol più o meno nitide ne concretizzi soltanto una, non hai poi diritto a recriminare molto se non riesci a fare bottino pieno. Cos'è mancato, dunque? In primis, ma non solo, la cattiveria in fase di finalizzazione, problema già più volte emerso in passato e che pareva esser stato parzialmente risolto durante l'Europeo. Non è stata una questione di appagamento: questa Azzurra non può essere appagata, non può compiere lo stesso, malinconico percorso dei campioni di Spagna '82 perché, al contrario di quegli eroi indimenticabili, questi sono in maggioranza elementi ancora nel pieno della vigoria psico-fisica, molti di loro sono giovani se non giovanissimi, e quindi più che mai affamati. 

LA PRECARIETA' FISICA HA INCISO - Ha un bel dire il cittì che lo stato fisico dei giocatori non c'entra, che stavamo bene: la condizione atletica c'entra eccome, a inizio settembre, con una preparazione brevissima e con due sole gare di campionato alle spalle. E la condizione lacunosa incide sulla lucidità, quella che dovrebbe darti la freddezza e la precisione necessaria per non sbagliare gol e assist determinanti. Immobile e gli altri hanno sparato ripetutamente sul portiere: è stato bravo ma non fenomenale, il buon Georgiev; più che di sue prodezze, nella maggior parte dei casi parlerei, appunto, di mira difettosa dei nostri. Perché fare gol infierendo su certe modeste difese di casa nostra è un discorso, riuscirci a livello internazionale, perlopiù districandosi a fatica in fortini munitissimi, è un altro. 

MANOVRA LENTA E TROPPO ELABORATA - Non è stato solo questo, ci mancherebbe. La partenza dell'azione è stata visibilmente e ripetutamente a velocità da moviola, consentendo agli orientali di disporsi opportunamente sul terreno, e la manovra di approccio e rifinitura, fra trequarti e area, è stata spesso troppo elaborata, sono mancate intuizione e velocità di pensiero per mettere palla dentro e per smarcarsi al momento giusto. E non sempre si son presidiati i sedici metri bulgari come si doveva: esempio lampante il cross rasoterra di Emerson che, nel finale, ha attraversato tutta l'area piccola senza che nessuno appoggiasse in rete, proprio perché nessuno era in posizione ideale. Anche queste défaillance sono il prodotto, credo, dello scarsissimo minutaggio ancora nelle gambe e nella testa dei nostri. Non fossimo campioni continentali, e quindi col dovere di volare al di sopra degli alibi, potremmo dire che non siamo stati favoriti dal calendario, visto che di fatto ci giocheremo l'accesso ai mondiali nel mese per noi meno propizio, quello delle figuracce anche contro le scartine, mentre la Svizzera disputerà ben cinque dei suoi otto match da ottobre in poi: ma tant'è. 

VERRATTI IN OMBRA, JORGINHO SUPER - Assenza di killer instinct a parte, dunque, i tre di punta hanno tutto sommato fatto parecchio, quanto a vivacità e iniziative: lo stesso Immobile, tornato bersaglio preferito di critica e tifosi già dai quarti dell'Europeo, ha comunque triangolato con Chiesa nell'azione del gol. Dei subentrati, Raspadori ha trovato un guizzo in un'area affollatissima e il tiro gli è stato ribattuto in corner, Berardi si è acceso a intermittenza ma si è anche trovato addosso mezza difesa bulgara, manco fosse Maradona; e, non essendo appunto Diego, non poteva dribblare tutti ed entrare in porta col pallone... A centrocampo Jorginho ha dato l'anima, toccando un'infinità di palloni e alimentando incesantemente l'azione, meno a fuoco e meno incisivo è parso Verratti, discontinuo ma generoso Barella, utile al solito anche in copertura. 

PROBLEMI SULLE FASCE, DA SFRUTTARE MEGLIO LO STATO DI GRAZIA DI CHIESA - Ci si aspettava di più da Cristante, troppo timido negli inserimenti, e doveva entrare prima Pellegrini: probabile che i due romanisti trovino maggiore spazio già in Svizzera, essendo anche più rodati di altri per via degli impegni in Conference League. Palmieri ha corso e tentato spesso l'incursione, ma l'efficacia di Spinazzola è tutt'altra cosa ed è un'assenza che stiamo scontando pesantemente, anche se molti sembrano essersene dimenticati. Perplessità sull'utilizzo di Florenzi, non solo per l'errore che ha portato all'1-1 ma per una generale insicurezza palesata in varie fasi di gioco: le alternative sul versante destro non mancano, e Di Lorenzo dovrebbe comunque essere la prima scelta, come da indicazioni dell'Europeo. Comunque, su con la vita: tra tanta paura, restano ancora molte certezze. La prima, valida da tre anni, è che non andremo a Basilea a fare bieco attendismo ma cercheremo di giocarcela, e ciò è di grande conforto. La seconda è che abbiamo un Chiesa ancora "caldo" dopo gli splendori di Wembley, e in crescita continua: non approfittare del suo stato di grazia sarebbe delittuoso. 

lunedì 12 luglio 2021

EURO 2020: L'ITALIA SBANCA WEMBLEY, E' CAMPIONE D'EUROPA SULLE ALI DEL GIOCO. UN TRIONFO CRISTALLINO E UN FUTURO CHE FINALMENTE CI SORRIDE

 "Un'estate italiana" di Nannini-Bennato può finalmente risuonare, nel catino di Wembley, a sottolineare una serata azzurra memorabile, e non un cumulo di rimpianti. Non eravamo più nessuno, il nulla cosmico calcistico, e oggi ci ritroviamo sul tetto del Vecchio Continente. Siamo usciti dal tunnel con una velocità che era difficile prevedere anche per chi, come me, ha sempre accompagnato questa nostra Nazionale con parole di fiducia e ottimismo. Dall'inferno al paradiso in meno di quattro anni. Campioni d'Europa, e scriverlo suscita perfino un effetto straniante. L'emozione è enorme, da groppo in gola che non passa dopo una notte quasi insonne. Si dice che in casi come questo risulti superfluo avventurarsi in analisi tecniche dell'evento in sé, perché conta il fattore sociale, l'entusiasmo che l'ItalMancio ha trasmesso al Paese, facendolo scendere in piazza a folleggiare dopo oltre un anno da incubo. 

TRIONFO SENZA OMBRE - Invece no, perché proprio l'aspetto sportivo della finale di ieri ne esalta ancor più i contorni di impresa. Si è trattato di un successo limpido, cristallino, meritato. Nessun dubbio è lecito sulla legittimità di un titolo che ritorna nello Stivale dopo 53 anni, un'eternità. Non vale mai la pena dover aspettare così tanto per assaporare la gioia della vittoria, ma possiamo dire che, perlomeno, l'attesa sia stata ripagata da un Club Italia pienamente all'altezza della situazione. Migliore di tutti per continuità di rendimento, ad alto livello, dalla prima alla settima partita. Pochi i momenti di cedimento: le difficoltà nel secondo tempo con l'Austria, la semifinale con la Spagna, la prima frazione della finalissima. L'avevo scritto dopo il soffertissimo successo sugli iberici, nel mio piccolo: giocando in quel modo, old style tricolore, si possono vincere le singole battaglie, non le guerre. Per prevalere in un atto conclusivo così impervio, da disputare in casa dell'avversaria, di fronte a un pubblico di oltre 60mila persone quasi interamente ostile, ci sarebbe voluta la vera Azzurra, quella che mi ha fatto innamorare in questo triennio manciniano, quella propositiva e brillante, col gusto della manovra, quella dal palleggio inesorabile e preciso al millimetro. 

IL NOSTRO "SECONDO INIZIO" - Ebbene, quell'Italia non si è vista, nella prima mezz'ora allo stadio Imperiale. I nostri hanno stranamente impiegato più del lecito ad entrare nel clima rovente del match e hanno pagato il loro "cuore freddo" con lo sbandamento difensivo che li ha visti in versione "belle statuine" sul cross di Trippier da destra e sull'appoggio in rete di Shaw dopo meno di due minuti. La classica mazzata che potrebbe abbattere un toro. Ma già nell'ultimo quarto d'ora della frazione si è cominciata a intravedere una Nazionale diversa, una squadra che si era ripresa di prepotenza l'iniziativa e la gestione della palla. La nostra... seconda finale era iniziata: certo, in partenza il possesso pareva un po' fine a se stesso, una lunga serie di trame che però non producevano granché, nei sedici metri finali, anche se ottenevano il non trascurabile risultato di schiacciare sempre più gli inglesi sulla loro trequarti. 

INGLESI SOLIDI DALLA CINTOLA IN GIU', KANE RIFINISCE MA NON TIRA - Diamo qualche merito anche alla truppa di Southgate, per diana: compagine che raramente ruba lo sguardo, che produce scariche elettriche soltanto con le improvvise accelerazioni di uno Sterling il quale peraltro, nella circostanza, è parso velleitario e nervoso. Ma, anche, una compagine di invidiabile solidità dalla cintola in giù, perfetta nei sincronismi difensivi che sono davvero difficili da forzare, mentre in avanti fa reparto quasi da solo Kane che ieri si è esaltato però solo nel lavoro di rifinitura, come sapevano mirabilmente fare il Rossi e il Bettega della prima Italia bearzottiana, mentre in zona tiro non è stato in grado di incidere come ci si attendeva. 

Un collettivo granitico che però forse si è specchiato un po' troppo nella sua presunta superiorità, o che semplicemente non è riuscito a chiudere l'incontro, quando ne ha avuto la possibilità, perché i nostri, passato lo shock d'apertura, hanno assunto l'assetto più funzionale e adatto alla bisogna. Non si doveva soffrire come contro la Spagna, si è detto, e così è stato: disinnescate le offensive britanniche, rimaneva da trovare il modo di penetrare nella retroguardia. Nel primo tempo, quando il nostro ritmo era ancora troppo basso per mandare in tilt il loro dispositivo di copertura, occorreva un'iniziativa personale, una scossa d'estro, e l'ha tirata fuori dal cilindro Chiesa, con una poderosa progressione chiusa con un sinistro a lato di pochissimo. 

LA SERATA DIFFICILE DI BARELLA E IMMOBILE - Un buon inizio, ma, come detto, non sarebbe bastato se la manovra non fosse lievitata ai consueti livelli "manciniani". E' ciò che è accaduto dopo l'intervallo, complici anche due intuizioni del nostro citti. In queste settimane europee c'è stato perfino chi è riuscito a sostenere, senza vergogna, che, insomma, non è il massimo della vita dover ricorrere sempre alla panchina per correggere errori iniziali di formazione. A parte che la panchina è una ricchezza, se ben sfruttata (e la nostra offre ampie varianti, tutte di grande affidamento ed efficacia), ma non è stato comunque il caso dell'ultimo match di Wembley. Mancini non ha sbagliato l'undici di partenza, semplicemente Barella non ne aveva più e non è riuscito a offrire quegli strappi centrali, quelle idee e quegli inserimenti che spesso sono stati una delle armi in più della nuova Italia, mentre Immobile confermava la sua parabola discendente nel torneo, anche se aveva provato una girata da centro area contrata alla bell'e meglio dalla difesa. E tuttavia, l'ingresso di Cristante portava peso e sostanza nel mezzo, mentre Berardi, col suo movimento e la sua imprevedibilità, era senz'altro meno controllabile del buon Ciro. 

CAMBIO DI  MARCIA E DOMINIO AZZURRO - Anche grazie a queste due novità, la gestione della palla e la solita precisione di tocco venivano puntellate da una maggiore velocità di esecuzione, mentre mutava totalmente anche l'atteggiamento di base: passata la paura iniziale, messa da parte anche la successiva prudenza, rimaneva solo la voglia di provarci, in ogni modo, perché loro non erano marziani e "si poteva fare".  Insigne mancava di poco il bersaglio su punizione dopo averci già provato con un tiro da posizione defilata su assist di Chiesa, un'altra accelerazione di Federico portava lo juventino alla battuta, stavolta di destro, con ottima deviazione in tuffo di Pickford. Il pareggio era maturo e giungeva sugli sviluppi di un corner da destra di Emerson: dopo una torre di Cristante, un tentativo di intervento di Chiellini arginato da Stones (poteva starci il rigore) e un tocco di testa di Verratti deviato dal portiere sul palo, interveniva Bonucci per il facile tap in di sinistro: un gol vero, dopo quello cancellatogli per fuorigioco contro il Belgio. A quel punto, per venti minuti abbondanti, siamo diventati letteralmente padroni del campo, e qui sta il grande cruccio: potevamo chiuderla prima, evitando perfino i supplementari, e su lancio dello stesso Bonucci Berardi quasi pescava il jolly, scavalcando Pickford con un sinistro al volo che però terminava di poco alto. In tutto questo carosello azzurro, l'Inghilterra solo una volta tornava a rendersi pericolosa, con una inzuccata di Stones su angolo alzata sopra la traversa da Donnarumma. 

FOSSE RIMASTO IN CAMPO CHIESA... - L'uscita per infortunio di Chiesa (ah, la famosa "fortuna" italiana...) poneva fine a questo periodo azzurro sontuoso. L'inerzia del match era ormai ribaltata, fatti salvi alcuni brevi break dei bianchi, ma ci mancavano le energie e, soprattutto, lo stoccatore per completare il capolavoro. Poteva esserlo il figlio d'arte, per l'appunto, protagonista della migliore prova in assoluto, pur senza trovare il gol, fra le ottime già fornite in questa competizione, e col piede palesemente "caldo". Nei supplementari accadeva poco, ma, tanto per gradire, una percussione di Emerson sulla sinistra mandava Bernardeschi, proprio il sostituto di Chiesa, a un passo dalla deviazione vincente sotto misura, mentre i locali ci provavano con un destro da fuori di Phillips. Ai rigori di spareggio erano tutti meno precisi del solito: per noi sbagliava Belotti e un terribile contrappasso sembrava dover colpire Jorginho, neutralizzato da Pickford con rimpallo sul palo, errore beffardo come beffardo era stato il penalty decisivo alla Spagna, ma Donnarumma, che già aveva respinto il tiro di Sancho, effettuava identica parata su Saka e non esultava, lasciandoci per un attimo con il cuore in gola davanti ai teleschermi. In realtà era fatta, e per Gigio era anche la consacrazione a miglior portiere del continente. Chissà che il Pallone d'oro... 

TUTTI DA ELOGIARE - Non solo il portierone nella conquista azzurra, comunque, e non è retorica dire che tutti, con diverse sfumature, siano da elogiare. Anche Di Lorenzo, qualche responsabilità sul gol inglese (come tutto il reparto, del resto) ma rialzatosi alla distanza, i monumentali Bonucci e Chiellini, ed Emerson quasi in versione Spinazzola, costante e incisivo nella spinta sulla sinistra. Al centro, Verratti, da leader autentico, ha tenuto a galla la squadra quando, nel primo tempo, rischiava di disunirsi, l'ammaccato Jorginho ha stretto i denti ed entrambi hanno alternato con apprezzabili risultati fioretto e sciabola, mentre Cristante è entrato col piglio giusto, scattando e proponendosi in avanti. Non sempre preciso Insigne, ma la sua presenza nel vivo dell'azione offensiva non è mai venuta meno, anche se, come detto, il migliore dei nostri per distacco, in prima linea, è risultato Chiesa, che prima di questo Euro 2020 non si era mai visto in azzurro così "sul pezzo", decisivo, trascinatore. Comunque il napoletano, pur fra alti e bassi, esce decisamente ingigantito da questa esperienza, avendo messo in curriculum gol pesanti, vivacità e generosità nei ripiegamenti.

NAZIONALE CHE UNISCE - Ribadisco: abbiamo vinto sulle ali del gioco e persino col parziale rimpianto di aver dovuto attendere la giostra finale dei penalty. Ma non è il caso di fare troppo gli schizzinosi, non oggi. L'Italia ha conquistato Londra, ha strappato ai padroni di casa un Europeo che sembrava disegnato su misura per loro, un England 2020 camuffato da torneo itinerante, costringendoli alla patetica scena conclusiva delle medaglie d'argento tolte una frazione di secondo dopo averle indossate (non sono stati i primi a farlo, intendiamoci, ma è un'abitudine pessima). Che impresa, per Mancio e Vialli. E che tristezza, consentitemelo, per i genoani che non esultano in virtù della presenza in panchina dei due ex dioscuri blucerchiati. Santo Iddio, la Nazionale è un fattore unificante, non divisivo. Non ci furono tanti contestatari nell'82 a schifare un'Italia a vistose tinte bianconere, e non ci sono stati nemmeno questa notte, deo gratias, perché alla fine la ragionevolezza vince sempre. Vince come questa splendida Azzurra, che ha meravigliosamente messo a tacere critici ad oltranza, disfattisti in servizio permanente effettivo, e quelli per cui il calcio italiano è sistematicamente peggiore degli altri. 

LA DISFATTA DEI CRITICI DELLA DOMENICA - Dovevano metterci sotto tutti, dicevano, pure i turchi. Quando abbiamo cominciato (anzi, continuato, come nei tre anni precedenti) a vincere e convincere, l'ultimo labile argomento dei bastian contrari era la debolezza degli avversari (fra cui la Svizzera che ha poi fatto fuori la Francia e sfiorato il bis con la Spagna). Ma alla fine sono arrivati anche i crash test terribili così pedantemente richiesti da chi, nonostante tutto, non credeva in questa truppa: e sono stati tre splendidi esami di maturità superati. Con sofferenza e abnegazione contro le Furie Rosse, con svettante autorità contro il Belgio e, dopo la prima mezz'ora, con l'Inghilterra. Per me è una scommessa vinta: metto da parte per un attimo l'umiltà dell'osservatore e mi sento di poter stare a pieno titolo sul carro del vincitore, dove sono salito già nell'autunno 2018, quando intuii le straordinarie potenzialità di una Nazionale allora ancora in abbozzo. Del resto, bastava guardare e giudicare... 

IL FUTURO, IN QUALCHE MODO, E' NOSTRO - Prima e durante questa kermesse, per la verità, ho anche scritto più volte che l'Italia di Bobby gol sembrava strutturata e pensata per dare il meglio dopo l'Europeo, pensavo cioè fosse già validissima ma non ancora pronta per un simile, straordinario traguardo. Ho sbagliato? Forse, ma non è neanche detto... Perché al contrario di quanto avvenne nel 2012, quando non si riuscì a dare un seguito al brillante argento conquistato a Kiev, stavolta ci sono le premesse per continuare a sognare. Questa Italia è all'inizio della sua parabola, ben lungi dal potersi sentire appagata (guai, guai!). Dovrà essere svecchiata in alcuni (pochi) tasselli, ha titolari in grado di reggere sul piano internazionale ancora per un po' di anni, ha giovani elementi già nella rosa dei 26 (Bastoni, Locatelli, Pessina, Castrovilli, Raspadori) e altri rimasti momentaneamente a casa, per scelta tecnica (Kean, Cragno, Gianluca Mancini, Lazzari, Romagnoli) o per infortunio (Sensi, Zaniolo, Lollo Pellegrini), per tacere di altri virgulti in fase di salita dall'Under (Tonali, già provato nella Maggiore, e Scamacca, i primi nomi che mi vengono in  mente). Inutile parlare della possibilità di aprire un ciclo, è prematuro e sicuramente presuntuoso pensarlo, ma di certo il futuro, in termini di competitività sui grandi palcoscenici, è nostro, quantomeno "anche" nostro. Non so se vinceremo altre coppe a breve, la concorrenza è sempre terribile, ma saremo lì a giocarcela. L'Italia è tornata, signori. 

mercoledì 7 luglio 2021

EURO 2020: LA SPAGNA VINCE AI PUNTI, MA IN FINALE VA UN'ITALIA ALL'ANTICA, IN SOFFERENZA MA NON PASSIVA. PURCHE' NON DIVENTI UN'ABITUDINE... BRAVI DONNARUMMA, DI LORENZO, EMERSON E CHIESA

 I paradossi del calcio. L'ItalMancio ha cambiato radicalmente volto, obtorto collo, proprio nella serata fin qui più gloriosa della sua ancor breve parabola, la notte che la consegna a una finalissima europea assolutamente inattesa, imprevedibile, pazzesca. Ebbene sì, la nuova Azzurra, la Nazionale del palleggio preciso e raffinato, dell'iniziativa costante, della qualità anche estetica della manovra, alla fine si è dovuta snaturare totalmente. Non per disegno tattico preordinato, ripetiamo: vi è stata costretta una volta messa con le spalle al muro dalla Spagna, rivista infine, dopo un torneo fatto di chiaroscuri piuttosto netti, ai livelli di brillantezza che più le sono consoni, secondo la sua recente tradizione. 

SQUADRE GEMELLE - Ne avevo fatto cenno, in chiusura di commento al match col Belgio. L'Italia e le Furie Rosse annata 2021 sono due squadre quasi gemelle: stesso progetto di prospettiva costruito attorno ai giovani, simili nel modo di stare in campo, con valori più o meno analoghi sul piano della... dotazione di piedi buoni. Quando si trovano di fronte due compagini che fanno del possesso palla e del dominio del gioco il loro marchio di fabbrica, può benissimo accadere che, se una di esse prende il pallino, poi non lo molli più. Malauguratamente per noi, ieri sera, le redini del match se le sono prese i ragazzi terribili del galantuomo Luis Enrique, dopo un inizio illusorio in cui eravamo parsi in grado di imporre, con autorevolezza, la consueta possanza tecnica del lavoro del nostro centrocampo. 

PER LA PRIMA VOLTA "IN BARCA" - Illusione, appunto: gli iberici hanno cominciato a tessere le loro trame e non hanno più smesso. Scambi in velocità, pressing, ritmo elevato, palle recuperate a go go, rapidità di esecuzione: per la prima volta il nostro reparto di  mezzo, fiore all'occhiello di questo Club Italia, è andato completamente in barca. Era già accaduto contro il Belgio ma per periodi di tempo assai limitati, dopodiché i tre della zona nevralgica riuscivano sistematicamente a ribaltare l'inerzia e a salire in cattedra. A Wembley non ce l'hanno fatta, giostrando per almeno cento minuti su centoventi controcorrente, in grande sofferenza, tagliati fuori dai meneurs de jeu spagnoli che disegnavano traiettorie sempre precise ed efficaci. 

OCCASIONI ANCHE PER NOI - Efficaci quantomeno fino alla trequarti, perché nei sedici metri finali la musica era un po' diversa. Diciamola tutta: per volume di gioco e capacità di tenere in soggezione gli avversari, la Roja ha senz'altro vinto ai punti, ma il football ha altre regole, deo gratias. Non date retta ai sentenziatori da bar sport che già eccepiscono sulla nostra vittoria, parlando di fortuna e di trionfo immeritato: la gara di Wembley è stata molto variegata e complessa, tatticamente ricca di spunti e di non facile lettura a posteriori, al di là della evidente ma tutto sommato sterile supremazia territoriale iberica. 

Così, pur non riuscendo a dispiegare le consuete, ariose offensive fin qui sistematicamente prodotte, anche l'Italia si costruiva, con pazienza e passando attraverso lunghe fasi di trincea, le sue opportunità: nel primo tempo poteva andare a segno Barella, che ha perso l'attimo per concludere dal limite dopo bella azione sulla sinistra di Emerson e primo tentativo di Immobile andato a vuoto, e poco prima dell'intervallo proprio il sostituto di Spinazzola sfiorava la prodezza su millimetrico assist di Insigne, con un sinistro che andava a scheggiare la traversa. Nella ripresa Chiesa, già pericolosamente al tiro poco prima, siglava il momentaneo 1-0 finalizzando con un destro chirurgico un fulmineo contropiede avviato da Donnarumma e portato avanti dal "trio Pescara" Verratti, Insigne e Immobile, e poco dopo ci provava due volte Berardi, prima con un destro su imbeccata di Chiesa respinto di piede da Unai Simon, e poi con un sinistro appena dentro l'area al quale però l'esterno del Sassuolo non riusciva a dare angolazione e potenza opportune. 

SPAGNOLI PIU' PERICOLOSI, MA SULL'1-0 IL PEGGIO PAREVA PASSATO - Insomma, in soggezione sì, ma non completamente passivi. La Spagna, certo, ha mancato grossolanamente due ghiotte palle gol con Oyarzabal, una in ciascuno dei due tempi regolamentari, una botta da fuori dell'anziano Busquets ha sorvolato di poco la traversa, mentre Donnarumma ha salvato nella parte iniziale dell'incontro su un tiro da centro area di Dani Olmo ed è capitolato solo sulla bella triangolazione Olmo-Morata che ha perforato centralmente la nostra retroguardia. Quindi gli ultimi, autentici momenti di paura nel primo extratime, su una punizione bassa del solito Olmo respinta dal nostro guardiano con successiva mischia senza esito, e un tentativo di Marcos Llorente con ribattuta di Bonucci. Va anche detto che i nostri hanno incassato il pari nel momento in cui, raggiunto un vantaggio quasi improvviso, davano la netta sensazione di aver superato indenni la parte peggiore della tempesta: erano ancora sulla difensiva, questo sì, ma ripartivano e, come detto, sfioravano il bis con le citate occasioni di Berardi, che è mancato in fase di finalizzazione ma il cui ingresso è stato vitale per alzare il baricentro di una squadra che aveva troppo rinculato fin sulla propria trequarti, sotto la pressione a tratti forsennata dei rivali.  

NON SI PUO' SEMPRE DOMINARE - Un'altra Italia, insomma. Per la prima volta in tre anni, l'abbiamo vista soffrire davvero con continuità. Doveva succedere, prima o poi. Del resto, quasi nessuna rappresentativa ha mai raggiunto finali europee e mondiali impartendo a tutti, sistematicamente, lezioni di calcio, se non alcune lontane edizioni del Brasile, o compagini mito come l'Ungheria '54 e l'Olanda '74, ma stiamo parlando di eccellenze assolute e difficilmente eguagliabili. Ultimamente è di moda, soprattutto nelle cloache social, sminuire le poche, grandi affermazioni italiane in ambito calcistico di questo millennio. Dal trionfo iridato del 2006 a questa, ripetiamo, inattesa campagna continentale, tutti a eccepire su meriti e demeriti. Molti di loro sono i perennemente nostalgici, quelli per i quali esiste solo il mito intoccabile del Mundial '82. Affermazione del tutto legittima quella di 39 anni fa, intendiamoci, ma sarebbe onesto, per par condicio, andare a rivedere alcune delle partite che servirono ad arrivare alla Coppa, ad esempio quella contro l'Argentina e come venne vinta, prima di esaltare e mortificare sulla base del nulla. 

CHE NON DIVENTI UN'ABITUDINE... - Fra le critiche che venivano rivolte, fino a ieri, al Club Italia di Mancini, una riguardava tra l'altro l'incapacità di cambiare pelle, l'essere legata a un solo modulo, un solo tipo di football. Qualcuno, con supremo sprezzo del ridicolo, l'aveva detto e scritto dopo l'ottavo con l'Austria: "Visto? La prima squadra che è riuscita a neutralizzare in parte il nostro gioco ci ha quasi eliminati". Ecco, ieri sera, a Londra, la Nazionale è stata diversa e lontana da quella che, dal 2018 a oggi, si è guadagnata ammirazione incondizionata (da chi sa di calcio, ovvio) per il suo spirito, la sua aggressività, il suo dare del tu al pallone: ha preso atto dell'impossibilità di rubare il pallino alla Spagna e ha scoperto il suo lato umile, il suo cuore antico, quello della chiusura a riccio e degli sporadici ma punzecchianti sganciamenti in contropiede. 

Non è vergogna, è anzi una dote sapersi adattare a circostanze mai sperimentate prima. Da parte mia posso però aggiungere una postilla: che non diventi un'abitudine, perché per provare a centrare il traguardo massimo, domenica prossima, poi in autunno in Nations League e ai Mondiali, se ci arriveremo, occorrerà recitare al meglio il copione principale, interpretare alla perfezione la filosofia con la quale si è nati e cresciuti. Nella fattispecie, quell'attitudine di costante ed elegante iniziativa che, come già detto nei giorni scorsi, è l'unico modus operandi a sposarsi mirabilmente con le caratteristiche degli uomini del Mancio, e quindi ad esaltarle. Giocando come contro le Furie Rosse si possono vincere le battaglie, non le guerre. 

LA SERATA DIFFICILE DI VERRATTI E JORGINHO - Ma perché, dunque, non siamo riusciti a riprenderci il pallino, ieri, dopo averlo perso? Dati i giusti meriti ai frizzanti eredi di Xavi e Iniesta, da parte nostra ci sono stati un Barella e un Jorginho in serata no, forse prostrati da un Euro in cui hanno sovente cantato e portato la croce. Si è quindi fatto carico del lavoro di centrocampo soprattutto Verratti, in copertura e in costruzione, ma era troppo solo e quando sono entrati Pessina e Locatelli certi automatismi non erano più ripristinabili, ormai il quadro tattico del match era saldamente delineato. Una delle nostre migliori soluzioni offensive è stata alfine rappresentata da Emerson, che ha rimpiazzato "Spina" alla bell'e meglio per un tempo: un assist per Barella, il tiro sulla traversa di cui si è detto e, in avvio di match, un salvataggio su Oyarzabal; poi, certo, la continuità di spinta e l'appoggio all'attacco del romanista sono un'altra cosa, e la sua assenza ha avuto un certo peso nella prestazione difficoltosa dei nostri. Bonucci e Chiellini hanno spazzato e chiuso varchi da centrali old style, mentre Di Lorenzo ha confermato il suo ottimo momento con una gara di grande applicazione e la chicca dell'anticipo su Ferran Torres a pochi passi da Donnarumma. Il quale Gigio ha convinto ancora una volta, con le due parate in partita su Dani Olmo e il rigore neutralizzato a Morata nella giostra finale. Pochi interventi ma sostanziosi, come deve fare un portiere di razza.

LA GIOSTRA E LO SBERLEFFO DEL "BRASILIANO" - Già, i rigori: quella che per me rimarrà sempre una lotteria di scarsa attendibilità tecnica, e che, in sede di bilancio storico, continua a presentare per noi un saldo negativo, se è vero che dall'80 a oggi abbiamo vinto cinque volte e perso sette. Giusto che ogni tanto questa pazza giostra ci sorrida: contro la Spagna eravamo reduci da due sconfitte ai penalty, all'Euro 2008 e in Confederations 2013, stavolta abbiamo prevalso con la forza dei nervi distesi (ah, il sorriso di Chiellini al momento della scelta della porta in cui tirare...) e la consapevolezza di non aver più nulla da perdere, perché, nelle condizioni che si erano create, era stato un successo riuscire a superare senza danni i 120': partite simili, in altri tempi, altri contesti, con altri giocatori e altri trainer, le avremmo perse senza bisogno dei tiri di spareggio. 

Locatelli avrà modo di rifarsi, Bonucci, Bernardeschi e Jorginho ci hanno regalato un sogno: il tocco leggero e irridente del nostro oriundo potrebbe entrare nell'immaginario collettivo quasi al pari del famoso scavetto di Totti.  Ed è pur innegabile che sì, brava la nuova Roja, ma non si può nemmeno pretendere di arrivare in fondo a queste competizioni giocando giusto un paio di gare ad alto livello. Ricordiamo il primo turno di Koke e compagni in un girone assai semplice, due partite deludenti prima di sbloccarsi con la Slovacchia, poi la prestazione zemaniana negli ottavi a darle e prenderle con la Croazia, infine la macchina inceppata contro una Svizzera che ha lasciato campo solo in inferiorità numerica, per poi suicidarsi ai rigori. Gli azzurri hanno avuto più continuità di rendimento nell'arco del torneo, è oggettivo, e hanno festeggiato tutto sommato con merito, nella serata dedicata anche al mito incrollabile della nostra amata Raffaella, idolo latino. Passiamo oltre: ribadisco che in finale, che sia Danimarca o Inghilterra, ci vorrà l'Italia che abbiamo ammirato fino a Monaco di Baviera, quella verace, quella col gusto della manovra elaborata e al contempo ficcante, e capace di comandare. Cinque giorni dovranno essere sufficienti per recuperare energie e sicurezza. 

sabato 3 luglio 2021

EURO 2020: IL CRASH TEST BELGIO SUPERATO A PIENI VOTI, L'ITALMANCIO FRA LE PRIME QUATTRO SENZA SNATURARSI. PRODEZZE DA TOP PLAYER PER BARELLA, DONNARUMMA E INSIGNE, TRISTEZZA PER SPINAZZOLA

 Le prime parole non possono che essere per Leonardo Spinazzola, uno dei top player in assoluto di un Europeo che non potrà concludere, lui che più di tutti avrebbe meritato di giocarselo fino all'ultimo istante dell'ultimo match. Un infortunio che si preannuncia grave, giunto in maniera beffardamente banale al culmine di uno di quegli slanci di generosità agonistica che sono nel Dna di questo ragazzo talentuoso e fragilissimo. E di Spinazzola c'è stato tanto pure nel trionfo di Monaco di Baviera, anche se non nella maniera a cui ci aveva abituati: meno esplosività "spacca difese" nella spinta sulla fascia, anche se la sua presenza in appoggio all'attacco è stata al solito costante, ma un più sostanzioso apporto in copertura, come richiesto dal copione tattico assunto ben presto dalla gara, con la chicca di un provvidenziale e fortunato salvataggio quasi sulla linea su tocco di Lukaku. Poi, quando il laterale romanista stava finalmente cominciando a cercare con più insistenza l'incursione di forza, approfittando dei maggiori spazi concessi da un Belgio alla ricerca del pari, ecco il maledetto crac. 

IL CRASH TEST PIU' DURO - Così, un'ombra di tristezza si è depositata sulla serata più bella e intensa del calcio azzurro dai tempi del disastro svedese dell'autunno '17. Chi scrive, è risaputo, mai ha nutrito dubbi sull'efficienza e sulla validità dell'ItalMancio, ma è certo che ieri sera si sia compiuto il passaggio definitivo dalla polvere agli altari. Era il crash test più duro, senza se e senza ma. Perché poi, alla fine, di super squadroni non è che ce ne siano tantissimi, in giro per il Continente. Non lo era la Francia iridata, quantomeno non più a livelli siderali, essendo stata spazzata via con pieno merito dall'intraprendente Svizzera di Petkovic, una delle "signore nessuno" che, secondo tanti pseudo esperti da bar sport, abbiamo affrontato in questo triennio; non il Portogallo, che non ha mai convinto in questo torneo, per tacere di una Germania in fase di passaggio  generazionale. Forse può esserlo l'Inghilterra, che però, se arriverà in fondo alla kermesse, lo avrà fatto giocando quasi sempre in casa, a parte il quarto di questa sera a Roma, vantaggio non da poco. Come dire, Europeo itinerante ma non troppo, e non certo per i sudditi di Sua Maestà. E insomma, non è che si possano incontrare squadroni un giorno sì e l'altro pure, come pretendevano gli incontentabili critici della nostra Azzurra... 

L'ITALIA NON SI E' SNATURATA - Rimaneva il Belgio, dunque, capofila del ranking FIFA, quindi una delle migliori selezioni al mondo. Esame tostissimo, per noi, e superato a pieni voti. Sempre che qualche ipercritico non abbia da eccepire sul come è stato superato. Certo sarebbe stato assurdo pretendere un'Italia al comando della sfida e in controllo assoluto come da piacevole tradizione della gestione Bobby gol, perché a volte ti trovi davanti squadre non attendiste, e anzi capaci di prendere per prime il pallino e di sprigionare luminarie offensive che è arduo contenere. Ma neanche di fronte al colosso belga la nostra Nazionale si è snaturata, se non in minima parte nei momenti di più acuta sofferenza, quando gli uomini di Martinez hanno spinto con vigore e continuità, diciamo nelle fasi iniziali dei due tempi e poi nel caotico arrembaggio conclusivo. Gli azzurri non si sono mai chiusi, non hanno mai fatto mucchio di fronte ai sedici metri, hanno accettato la sfida in campo aperto guadagnandosi gli spazi e i tempi per dispiegare la loro consueta manovra ariosa, elaborata, ieri confermatasi più che mai arma vincente da non mettere da parte mai, perché consente di alzare il baricentro, allentare la pressione avversaria e giostrare sempre vicini all'area altrui. 

VERRATTI DI ROTTURA, LE PRODEZZE DI BARELLA E INSIGNE - Uno stile di gioco che calza a pennello ai nostri, perché sostenuto dall'ormai nota precisione di tocco e di palleggio che anche in questa occasione, salvo poche sbavature causate dalla tensione, non è venuta meno, consentendoci pure uscite dalla zona difensiva in velocità ed assoluta disinvoltura. Detto del lavoro oscuro dello sfortunato Spinazzola, anche Di Lorenzo ha fornito il solito contributo di peso in retroguardia, a parte il rigore su Doku che tuttavia è stato concesso, mi pare, con un  pizzico di generosità; Bonucci e Chiellini si sono espressi su standard da Juve contiana e allegriana, e a proteggere il reparto ha dato una grossa mano un Verratti persino ruvido, a tratti, e che come spesso gli capita ha offerto il meglio di sé in fase di "rottura". Ma non solo, perché da un suo lancio  a rimettere il pallone in area, dopo che la difesa si era arrangiata alla bell'e meglio su Immobile, è scaturito lo splendido assolo di Barella, che è sgusciato di forza fra due difensori per poi scaraventare di potenza in rete il pallone dell'1-0. Sono elementi di acclarata statura internazionale, dribblano e saltano l'uomo come i campioni di un tempo, questi ragazzi: lo ha fatto anche Insigne, che si è bevuto in scioltezza Tielemans sulla trequarti per poi bucare Courtois con uno dei suoi tiri a giro a lunga gittata; il solito movimento, lo scarto a destra e la conclusione, tutto come da spartito mandato a memoria, lo si diceva anche di Robben, ma sono gesti tecnici che, se eseguiti bene, risultano difficili da disinnescare, anche se ripetuti all'infinito. 

MAI PASSIVI, E DONNARUMMA DECISIVO - Lo stesso Insigne sta nitidamente emergendo in questo Euro 2020 per il lavoro a tutto campo a sostegno dei reparti arretrati, mentre il neotitolare Chiesa ha giocato soprattutto in avanti e, nel primo tempo, ha avuto anche l'occasione per far male con una fiondata di destro dal limite e, prima ancora, con un tiro deviato che per poco non sorprendeva il lungagnone guardiano dei Diavoli Rossi. Nella ripresa ci ha provato al volo anche Spinazzola su assist dell'ispirato Insigne, altri potenziali pericoli sono rimasti in abbozzo ma spesso il pallone ha danzato nei pressi o all'interno dell'area belga. Sempre vivi, attivi e reattivi, insomma, con Jorginho un po' più sottotraccia del solito ma intraprendente nell'inserirsi in prima linea (e su di lui poteva starci un rigore, non nitidissimo esattamente come quello su Doku). Il numero di occasioni create non si è incrementato, stavolta, soprattutto per via della serata no di Immobile, che col suo incaponirsi in certi tentativi solitari ha palesato una certa mancanza di lucidità, dovuta forse a un serbatoio di energie che comincia a essere in riserva. 

Poi, come detto, ci sono state le inevitabili concessioni alla possanza del gioco belga: nel primo quarto di partita Donnarumma ha tolto le castagne dal fuoco due volte su Lukaku e una su un De Bruyne che ha confermato appieno la sua classe, con accelerazioni che hanno messo in ambasce il nostro reparto di mezzo come raramente era capitato fino a oggi. Nel secondo tempo, come detto, un pizzico di buona sorte col rocambolesco salvataggio di Spinazzola a due passi dalla linea (ma almeno, come si dice in questi casi, era al posto giusto nel momento giusto...), e col solito Lukaku che non è riuscito a toccare di testa un cross di Chadli radente la porta, quindi l'assalto finale di Mertens e compagni del tutto inconcludente e contenuto senza nemmeno troppo affanno. 

BELGIO SCONFITTO MA FORTE - E' stato quel che si dice un bell'incontro, perché trame di grana buona e giocate di pregio si sono fuse con il clima di acre battaglia agonistica che ha per lunghi tratti imperversato. Acre ma corretta, giova dirlo. Il Belgio non esce ridimensionato da questo confronto, tutt'altro: ha trovato sulla sua strada una rivale giovane in molti suoi uomini ma già credibile, organizzata, con un progetto di gioco moderno e sbarazzino e con individualità di assoluto spessore, al di là delle ormai risibili sottovalutazioni di certa critica ma soprattutto, spiace dirlo, di larga parte del pubblico. Non ho più voglia di polemizzare, ciò che avevo da dire sull'argomento l'ho scritto in lungo e in largo qua e sull'unico social che frequento: posso solo aggiungere che provo tristezza per chi ha scoperto l'Italia di Mancini solo a Monaco, perché si è perso tante gioie precedenti, tante partite godibili e prestazioni brillanti. Perché negarsi l'effimera felicità dello spettacolo calcistico per il puro gusto di fare i bastian contrari e i contestatori a tutti i costi? 

ABBIAMO GIA' VINTO - La terra di Germania ci è stata di nuovo propizia, come nel 2006: peccato che stavolta sia stata solo una toccata e fuga. Ora, come scrisse Italo Cucci sul Guerino all'indomani di Italia-Brasile 1982, "non vorrei che gli azzurri fossero come me: felici e paghi". Già, perché per me l'Europeo è già vinto, non solo moralmente (alle vittorie morali non ho mai dato troppo peso nemmeno al Festival di Sanremo) ma sul piano meramente sportivo. Dopo essere entrata fra le prime otto d'Europa, ora la nostra Azzurra si ritrova fra le prime quattro, un traguardo splendido che nessuno con un minimo di raziocinio avrebbe potuto pretendere da Jorginho e compagni, alla vigilia. Nel 2017 avevamo toccato il fondo della ultracentenaria storia di questa gloriosa rappresentativa, ora abbiamo di nuovo una Nazionale competitiva ai massimi livelli, che può permettersi persino il lusso di sognare ciò che io per primo, da sempre estimatore del lavoro di Mancini e dei suoi ragazzi, non osavo nemmeno chiedere a questo Club Italia. Con la Spagna, a Wembley, si potrà benissimo perdere, perché quella di Luis Enrique è compagine fresca, coraggiosa e ricca di piedi buoni, proprio come la nostra. Ma non è più la mitica Roja 2008-2012, se è vero che stava per essere disinnescata dalla Svizzera già castiga-Francia. Ci possiamo provare, ancora una volta, senza assilli e senza pressione. 

domenica 27 giugno 2021

EURO 2020: PER L'ITALIA GIALLO A LIETO FINE, VA IN TILT NELLA RIPRESA MA SI RIALZA NELL'EXTRATIME. DECISIVI I CAMBI BELOTTI, PESSINA E CHIESA (FINALMENTE), SPINAZZOLA STRATOSFERICO

 Mistero azzurro, verrebbe da dire. Perché non esistono spiegazioni tecniche del tutto esaurienti al black out di gioco che ha colpito l'Italia, ieri sera, per larga parte del secondo tempo, portandola quasi sull'orlo di una capitolazione ingiusta ma non scandalosa. Forse non c'è nemmeno da scervellarsi troppo: è stata una crisi acuta di crescita, di maturazione, la paura di sbagliare che ha improvvisamente paralizzato quasi tutti di fronte alle prime, grosse difficoltà incontrate in questo Europeo. Il famoso "braccino", si potrebbe dire in maniera un po' troppo semplicistica; certo sarebbe stato allarmante se la storia fosse finita lì, ma c'è anche il lato meno oscuro della medaglia: e cioè che la squadra ha saputo infine scuotersi e lo ha fatto nei supplementari, cioè proprio nel momento in cui tante nostre Nazionali del passato si sono disunite e hanno perso tutte le certezze fin lì accumulate, andando infine incontro a disfatte più o meno sorprendenti. 

AUSTRIA CHIUSA MA NON PASSIVA - Pericolo scampato, dunque, con qualche tremore di troppo ma tutto sommato con merito. Prima o poi (più prima che poi) perderò l'abitudine di dare un'occhiata agli illeggibili commenti degli pseudoesperti da social, molti dei quali hanno parlato senza mezzi termini di fortuna (le espressioni erano diverse e più colorite, diciamo così). Ecco, io ho visto opacità, appannamento, lunghe fasi di affanno, ma buona sorte proprio no, anzi. L'Azzurra del primo tempo si è espressa su livelli discreti, anche se non eccelsi come in tante occasioni anche recenti. Si è trovata di fronte un'avversaria sulla difensiva ma non passiva, assolutamente: l'Austria chiudeva con abilità ogni varco dietro ma era pronta a distendersi in coraggiose controffensive. Va anche detto che il team del Mancio ha avuto modo di scardinare con autorevolezza retroguardie ben più ermetiche, vere e proprie ammucchiate davanti all'area: questa volta non c'è riuscita, certo a causa dell'eccellente ed elastico dispositivo tattico dei danubiani che non le ha mai permesso di assumere con continuità le redini della gara, ma anche per proprie specifiche lacune. 

PRIMO TEMPO VINTO AI PUNTI - Lacune dinamiche, perché i ritmi non sono stati sostenuti come nello standard ormai acquisito dalla nostra Selezione, e questo deve un po' inquietare, visto che venivamo dal massiccio turn over attuato col Galles. Lacune creative esiziali nella zona nevralgica, dove Verratti e Barella, che dovevano essere le rampe di lancio, hanno iniziato in maniera promettente (vista in avvio una splendida apertura verso sinistra del parigino, a tagliare il campo diagonalmente), per poi scivolare progressivamente fuori dal centro di costruzione del nostro gioco d'iniziativa. Così è mancato un adeguato rifornimento alla prima linea, e anche la protezione della difesa non è stata sempre efficace, originando delle "terre di nessuno" sulla nostra trequarti nelle quali i biancorossi si infilavano con facilità persino irrisoria. Tutto questo, però, nel secondo tempo, perché fino all'intervallo, pur girando al 60-70 per cento del proprio potenziale, l'Italia aveva comunque pressato e tenuto pallino, creando quattro situazioni di pericolo piuttosto evidenti, due su incursioni di uno Spinazzola sempre più indemoniato, poi con un esterno destro di Barella respinto di piede da Bachmann, e con l'improvvisa conclusione dalla distanza di Immobile che ha scheggiato il palo di destra. 

QUATTRO BIG SOTTOTONO: NON POSSIAMO PERMETTERCELI -  Poi, ripetiamo, il black out. Una lunga fase di nervosismo immotivato, perché in passato abbiamo sempre avuto la pazienza e la calma di aspettare il momento giusto per stanare i rivali e colpirli; gli uomini di Foda che acquisivano sempre più audacia ma che al tirar della somme, a parte un'insidiosissima punizione di Alaba, non mettevano la nostra difesa in grosse ambasce, perché il gol di testa realizzato da Arnautovic era viziato da un fuorigioco piuttosto netto e il Var ha fatto solo il suo dovere, così come sul rigore inutilmente da loro invocato, altro che Dea bendata. I nostri pagavano, oltre alla défaillance dei citati califfi di centrocampo, incapaci di dare profondità alla manovra, anche un Berardi evanescente e velleitario come in azzurro non si era mai visto, e un Insigne poco a fuoco, anche se al solito generoso combattente. Alle corte: almeno quattro elementi chiave nettamente sottotono dalla cintola in su, un lusso che il Club Italia in questo momento non può assolutamente permettersi. 

PIU' DI UNDICI TITOLARI - Dopo il match col Galles avevo scritto della meritoria opera attuata dal Cittì nell'allargare il bacino degli azzurrabili, aver cioè creato un gruppo ampio di giocatori competitivi a livello internazionale sui quali fare sempre pieno affidamento. Da Wembley è arrivata la conferma: tolti dal campo senza rimpianti quei titolarissimi così sorprendentemente spenti, dentro le cosiddette seconde linee, Locatelli, e Pessina, Belotti e Chiesa, che hanno dato la svolta. Lo juventino non ha fatto poi moltissimo, se non la cosa più importante, un gol anche di pregevole fattura, da posizione non facilissima, dopo acrobatico controllo sul lungo cross dell'impagabile Spinazzola: da tempo chiedevamo al figlio d'arte di essere decisivo sotto porta in una gara di alto spessore, e finalmente è riuscito nell'impresa. Poi Pessina, uno degli ultimi arrivati nel club, intraprendente, ficcante, sempre nel vivo dell'azione offensiva, e che ha stangato in porta il raddoppio su appoggio di Acerbi, da parte sua costante nel sostegno alla fase di impostazione e negli inserimenti. Ma anche Belotti merita l'elogio pieno, avendo portato nel cuore della difesa austriaca fisicità e rabbia, lavorando in appoggio ai compagni e prendendo falli importantissimi. 

IL MEGLIO DEI FODA BOYS - Gli uomini di Foda hanno sfoderato cattiveria e concretezza quando ormai tutti li davano per cotti: un tiraccio di Gregoritsch con gran salvataggio in tuffo di Donnarumma, poi il gol di Kalajdzic su angolo, che ci ha regalato un finale di extra time interminabile, da vecchi cuori azzurri oltre l'ostacolo. Ma a quel punto il peggio era già passato da un po': anche Insigne pareva parzialmente rivitalizzato, al punto di sfiorare il 2-0 su punizione prima di uscire, Chiesa in contropiede si vedeva un pallonetto respinto sulla linea, Di Lorenzo usciva dal riserbo tenuto fino a quel momento, con una saggia applicazione in copertura, scatenandosi in una strepitosa fuga sulla destra conclusa con un bolide che avrebbe meritato miglior sorte. 

VITTORIA GIUSTA, MA PER I QUARTI CI VUOL ALTRO - Insomma: sofferenza sì, grigiore a tratti pure, paura eccome. L'Austria merita i complimenti, per i motivi prima esposti: non una grande squadra ma una buonissima compagine, che non sposa a priori la rinuncia di fronte ad oppositori più dotati di classe e più propositivi, quali rimangono i nostri, al di là della serata di luna parzialmente storta. Ma, detto questo, il grosso del volume offensivo l'hanno prodotto i Mancio boys, ancora una volta. Ciò detto, è fin troppo chiaro che un'Azzurra così avrebbe scarse possibilità contro il Portogallo e quasi nessuna contro il Belgio, nazionale che può anche giocare a scartamento ridotto (come contro la Danimarca) ma ha quei due-tre fuoriclasse che, se si accendono anche solo per un attimo, portano a casa partita e qualificazione. Ci sarà da lavorare, eccome. Ma lo si potrà fare in serenità: non superare questo ottavo non sarebbe stata una catastrofe ma una notevole delusione, una battuta d'arresto colma di interrogativi nel processo di crescita di questo gruppo; la tensione si leggeva sui volti dei nostri fin dall'inizio della ripresa: paura di sbagliare e di fare un precoce buco nell'acqua dopo tante ottime premesse, ribadisco. I quarti rappresentano invece già un traguardo di pregio, se pensiamo a come eravamo ridotti quattro anni fa. Che sarà, sarà, ma venerdì, ad occhio e croce, dovremmo vedere un'Italia giostrare con la forza dei nervi distesi. 

lunedì 21 giugno 2021

EURO 2020: FUNZIONA ANCHE L'ITALBRASILE. CONTRO IL GALLES VERRATTI CALIFFO, PESSINA BRACCIO ARMATO. MA E' MANCATA LA SPINTA SULLE FASCE, CHIESA A PARTE

E così anche Italia 2, o ItalBrasile che dir si voglia, si è ritagliata il suo spicchio di gloria in questo Europeo. Credo sia stata la Nazionale più audace, come scelta dell'undici iniziale, mai messa in campo nelle nostre partecipazioni alle fasi finali continentali e iridate. Perché anche Zoff nel 2000 e Conte nel 2016 diedero ampio spazio alle seconde linee nella terza gara, ma non si giocavano più nulla, essendo certi di qualificazione e primato nel girone, laddove ieri c'era ancora da capire in quale ottavo di finale saremmo andati a finire. 

RISCHIO CALCOLATO - Avevo pronosticato un turn over esteso a quattro, massimo cinque elementi. Mancini invece ha esagerato e rischiato, ma ha fatto ancora centro. Non bisogna cadere nella retorica dei "ventisei titolari": non è così, non lo è mai stato nemmeno per le rappresentative azzurre più forti, quotate e ricche di classe del passato, e osservando certe prestazioni singole nella nostra ultima uscita romana sono apparse ancora più chiare, nitide, indiscutibili le gerarchie dettate dal cittì all'inizio di questa avventura: lo vedremo tra breve. Il discorso è diverso e più articolato: in questi tre anni, il trainer che ha raccolto la disastrosa eredità di Ventura ha saputo ampliare oltre ogni previsione il bacino degli azzurrabili. Ha cioè creato un gruppo allargato di uomini buoni per tutte le occasioni, in grado di subentrare a chi gioca di più senza che la qualità complessiva della manovra ne risenta più di tanto, portando a volte qualcosa di meno, a volte qualcosa di più sul piano della classe individuale, ma sempre qualcosa di diverso e comunque utile al funzionamento del meccanismo generale. 

TANTI AZZURRABILI - Ha dato minuti in campo ed esperienza internazionale a tanti giovani,  l'antico Bobby gol, accelerandone così lo svezzamento e avvicinandoli al grado di maturazione di tanti pari età stranieri che, al contrario di loro, avevano già in curriculum anni di battaglie ad alto livello. Anche Prandelli aveva trasformato il Club Italia in un gruppo open, chiamando nel suo quadriennio una settantina di giocatori, potendo però contare su un tasso di talento nel complesso inferiore; non lo aveva fatto Conte, che prese semplicemente atto dello scarsissimo spazio dato dai club ai ragazzi in sboccio e puntò sull'usato sicuro, con tanti veterani e pochi emergenti, per un progetto di squadra che ci diede notevoli soddisfazioni all'Euro 2016 (le memorabili vittorie su Belgio e Spagna) ma che si rivelò a cortissimo respiro, senza una prospettiva che permettesse di guardare oltre il torneo francese. 

PRIMI BILANCI - Perdonate questa lunga digressione storica, che ho fatto per due motivi. Il primo, per sottolineare un ulteriore merito del Mancio, ossia quello di aver creato un listone di giocatori da Nazionale assolutamente credibile, in cui non ci sono intrusi e tutti sono funzionali, e di averlo fatto quasi dal nulla, dovendo agire in un contesto, quello della nostra Serie A, che non vuole mollare la presa sulla propria perniciosa esterofilia. Il secondo, perché a primo turno trionfalmente concluso si può già mettere sul tappeto un abbozzo di bilancio di questa esperienza. Prematuro? Forse, ma è il caso di non galoppare troppo con la fantasia, e posso dirlo dall'alto dell'ottimismo e della fiducia che ho sempre riposto, ricambiato, in questa Selezione. Sabato sera a Wembley troveremo Austria o Ucraina, due rivali contro le quali avremo i favori del pronostico ma che hanno tutti i mezzi per metterci in difficoltà: e si sa che nelle fasi a eliminazione basta davvero poco, un errore, una caduta di tensione, un attimo di appannamento, per mandare tutto a ramengo. Succede, nel caso farebbe male, ma non cancellerebbe quanto di buono realizzato finora dai nostri. Il futuro è di questa Italia, e non lo dicono solo i risultati, pur nella loro eloquenza. Avremo modo di ritornarci. 

MINOR COMPATTEZZA, BUON PALLEGGIO - ItalBrasile, si diceva, per via dei tre oriundi in campo. Non la vedremo più, credo, un'Azzurra così, ma che bello avere la conferma di essere tornati competitivi sui massimi palcoscenici, al punto di poter momentaneamente abbandonare l'undici base senza accusare scompensi esiziali. Nel 2016, per dire, la rivoluzione della terza gara portò a una sconfitta con la modesta Irlanda, condita da una prova oltremodo grigia. Certo non è stata una compagine compatta, armoniosa ed equilibrata come nelle versioni ammirate contro Turchia e, soprattutto, Svizzera. Qualche momento di scollamento, qualche attimo di comunicazione difficoltosa fra i reparti, con conseguente diminuzione della fluidità di manovra, ma è fisiologico quando una formazione improvvisata e inedita deve trovare rapidamente l'intesa sul campo. Col trascorrere dei minuti molti tasselli sono andati al loro posto, non si sono viste l'eleganza e il pregio estetico delle tessiture che la vera Italia sa offrire, il ritmo è stato leggermente più ridotto, ma sono rimasti intatti spirito di iniziativa, capacità di aggredire e di portare avanti il pallone con precisione di tocco e sufficiente rapidità, l'autorevolezza complessiva nel saper imporre la propria superiore caratura. 

TANTE OCCASIONI, POCO SOSTEGNO DAI TERZINI - Le palle gol questa Nazionale le costruisce sempre, e il pomeriggio dell'Olimpico non ha fatto eccezione: nel primo tempo due bei diagonali di Belotti e Chiesa, poi la volée di Pessina per il vantaggio e una "puntata" dello stesso atalantino che per poco non fruttava il raddoppio, nella ripresa un palo di Bernardeschi su punizione e altri due tentativi di Belotti, il primo con grande risposta di Ward. E' tantissimo, se pensiamo che alla manovra di attacco è sostanzialmente mancato l'apporto della spinta degli esterni bassi. Torniamo a quanto detto inizialmente sulle gerarchie imposte da Mancini: visti all'opera Toloi ed Emerson, si capisce perché i titolarissimi del momento siano Di Lorenzo e Spinazzola; timido il bergamasco, discontinuo il londinese negli sganciamenti: voglio dire, due elementi affidabili, ma, almeno attualmente, non esplosivi come i compagni citati (in attesa del rientro di Florenzi), non in grado di tamponare e ribaltare l'azione diventandone protagonisti. Stesso discorso per Belotti: che si è sbattuto come al solito, ha cercato spazi, se li è guadagnati ed ha concluso quando ne ha avuto la possibilità, ma ormai da qualche mese non ha il killer instinct che ha invece provvidenzialmente ritrovato l'amicone Immobile. 

VERRATTI C'E', PESSINA SENZA TREMORI - Meno scompensi si sono avvertiti nel settore di mezzo, perché i titolari d'occasione Pessina e Verratti hanno fatto anche più di quello che ci si attendeva. Senza paure, senza braccino da grande ribalta l'ex veronese: abbiamo detto del suo gol e del secondo tentativo mancato di un soffio, e in entrambi in casi a metterlo in posizione di sparo è stato il califfo del Paris Saint Germain, che al suo ritorno ha subito lasciato intendere di poter incidere pesantemente nel prosieguo della kermesse. E' stato lui il vero "pilota" della squadra; mentre Jorginho, che Iddio ce lo conservi, faceva da collante ricreando l'equilibrio giocoforza smarrito in una formazione rivoltata come un calzino, Marco giocava un'infinità di palloni, alzava il baricentro, affondava, tentava persino qualche conclusione, non certo la sua specialità. E azionava Pessina, come detto: continuiamo a scoprire centrocampisti che segnano, una cooperativa del gol che è forse l'arma più imprevedibile e difficile da disinnescare per i nostri avversari. 

LI RIVEDREMO - La mancanza di intesa ha portato qualche sbandamento in terza linea, e sono arrivati così ben tre rischi per Donnarumma, cosa mai accaduta nelle uscite precedenti: un'inzuccata di Gunter di poco alta e un mezzo scempio al volo di Bale, in entrambi i casi l'ex milanista avrebbe potuto fare ben poco, mentre ha saputo disinnescare un affondo di Ramsey favorito da un'incertezza di Acerbi, che in azzurro ha fornito in passato prove assai più rassicuranti. Più efficiente e sicuro è parso invece Bastoni, uno dei pilastri designati dell'Italia post Europeo. In avanti, Chiesa è stato premiato come migliore in campo dall'Uefa con generosità forse eccessiva, ma è comunque sempre stato vivo, pieno di iniziativa, al servizio dei compagni, pur con i soliti problemi di mira al momento di concretizzare: senz'altro più in partita rispetto all'altro laterale Bernardeschi, questo è pacifico. Basta così: Italia Due-ItalBrasile ha chiuso gloriosamente la sua breve esperienza. Ma statene certi: alcune di queste seconde linee le ritroveremo protagoniste più avanti, nella speranza che il torneo si prolunghi per noi il più possibile. In tal caso, Verratti, Pessina e Chiesa saranno tutt'altro che comparse.

giovedì 17 giugno 2021

EURO 2020, ITALIA-SVIZZERA 3-0: VINCE IL COLLETTIVO. A SUPPORTO DEL CENTROCAMPO, DIFESA E ATTACCO ISPIRATI E MANOVRIERI. LOCATELLI E DI LORENZO I MIGLIORI, IL LAVORO OSCURO DI JORGINHO E INSIGNE

Un'Italia "antica" eppur nuova, quella che ha strapazzato la Svizzera conquistando con un turno d'anticipo l'accesso agli ottavi. L'Azzurra del Mancio svela cammin facendo le sue risorse, che non sono infinite ma hanno se non altro il pregio dell'eterogeneità. In questi tre anni di gestione di Bobby-gol, e fino alla gara con la Turchia, abbiamo imparato ad apprezzare una squadra che gioca in punta di fioretto, facendo leva quasi esclusivamente sulle ottime doti di trattamento della palla e su una manovra avvolgente, elegante ed efficace. Ecco, ieri si è visto qualcosa di diverso e di più ricco: non che siano mancate le consuete trame in agilità e scioltezza, quel palleggio disinvolto che taglia in due gli schieramenti avversari consentendo vertiginosi approcci all'area nemica. Ma, forse per la prima volta, al pacchetto di mezzo non è toccato sostenere quasi per intero il peso del nostro gioco d'iniziativa. 

CORALITA' E AGGRESSIVITA' - La Nazionale vittoriosa sugli elvetici è stata "squadra" nel senso più pieno del termine. Il collettivo ha fatto la differenza: partecipazione corale, tutti i settori impegnati in tutte le fasi, quasi un mini calcio totale, il che è una semplice annotazione tattica, senza voler indulgere in paragoni blasfemi con certi dream team del passato, paragoni al momento fuori luogo. E però è un fatto che mai come ieri all'Olimpico si sia vista un'armonia, una fusione quasi perfetta fra i reparti, nel segno di un'equa distribuzione dei compiti. L'apporto della terza linea, per dire, è stato determinante, ma non nel senso classico del termine. Perché non si è trattato di battersi in trincea contro opponenti all'assalto, questo no: certo la multietnica rappresentativa di Petkovic al tirar delle somme ha concluso pochissimo (doppia palla gol su tentativo di Zuber ottimamente neutralizzato da Donnarumma, poi poco altro), ma non ha manifestato la timidezza turca. Il suo approccio alla gara è stato notevolmente aggressivo, soprattutto all'inizio delle due frazioni, ma non solo: i nostri hanno dovuto quindi limitarne gli estri offensivi, e lo hanno fatto non chiudendosi a riccio nell'attesa del momento opportuno per ripartire, arma strategica comune a molte Italie del passato, ma alzando il baricentro, aggredendo in pressing con continuità, contrastando e impostando subito. 

IL FONDAMENTALE APPORTO DELLA DIFESA - Tutti hanno svolto un ruolo attivo. Valga questa annotazione: nella zona nevralgica ha svettato Locatelli, non solo per i due gol che pure significano tantissimo, perché avere centrocampisti che segnano è fondamentale, questo Club Italia ne ha trovato un altro (dopo l'assaggio in Bulgaria nel marzo scorso) e conferma così una delle sue doti principali, un'arma difficilmente disinnescabile, ossia la capacità di andare a rete con diversi elementi della rosa, e non solo con le punte. E però, tolta la gara da califfo del giovane del Sassuolo, Jorginho ha svolto una tessitura preziosissima, costante, puntuale, senza sbagliare un pallone ma agendo tutto sommato sotto traccia, mentre Barella è andato a strappi, anche con qualche errore di misura pur se, tanto per gradire, ha fornito a Manuel il passaggio per il 2-0, confermandosi uomo decisivo negli snodi cruciali di ogni match. 

Insomma, un reparto che al solito ha ampiamente fatto il suo dovere, ma forse, stavolta, non sarebbe bastato, da solo, a forzare il bunker svizzero, se non avesse avuto un sostanzioso aiuto da parte del resto della formazione. Dalla difesa non sono emersi i soli, consueti sganciamenti di Spinazzola, sempre positivo nella spinta e nel cross ma con la mira da aggiustare al momento di concludere (ha sprecato il 2-0 con un esterno destro fuori bersaglio), ma ha giganteggiato Di Lorenzo, insuperabile in copertura e costantemente presente in appoggio e in costruzione; Chiellini, finché è stato in campo, ha giocato spesso sulle trequarti elvetica, il suo sostituto Acerbi si è proiettato in avanti quando ha potuto, Bonucci ha scodellato un lancio che per poco non mandava in gol Immobile, formula ampiamente utilizzata in edizioni recenti del Club Italia, da Prandelli a Conte. 

INSIGNE E IMMOBILE, I TUTTOFARE - E poi l'attacco: Berardi, coi sui cambi di passo, la sua velocità, la capacità di saltare l'uomo continua a mettere a ferro e fuoco le difese avversarie, e da una sua insistita iniziativa sulla destra è nato l'1-0 di Locatelli, il quale aveva oltretutto dato il via all'azione. Ma merita l'elogio pieno anche Insigne, che qualche commentatore ha bocciato ma che ha disputato una gara encomiabile per impegno, continuità, sacrificio, ripiegando a sostegno della seconda linea, partendo sovente da lontano e pagando così in termini di lucidità nei sedici metri finali; e anche Immobile non si è sottratto al lavoro di fatica, confermandosi poi in gran vena anche come suggeritore, visto che dai suoi piedi è partita la fase decisiva della manovra che ha prodotto il bolide di Locatelli per il bis. Gol e apporto di peso al gioco, non si poteva chiedere di meglio a Ciro dopo tante prove azzurre in chiaroscuro, ad esempio quella in Lituania che fece innervosire lui per primo. 

GLI AVVERSARI "CHE NON ESISTONO" - Questo Club Italia così fresco e sbarazzino sta suscitando le reazioni più disparate: si moltiplicano le "cadute dal pero" (conferma inequivocabile del fatto che, negli ultimi tre anni, in molti non hanno visto nemmeno mezza partita della nostra rappresentativa); persistono gli scettici, che con impegno e cocciutaggine degne di miglior causa continuano a derubricare a nullità gli avversari degli azzurri, ma mano che vengono spazzati via. Poco importa che, come ricordato a commento della gara d'esordio, la Turchia fosse reduce da colossali imprese contro i campioni del mondo francesi e contro l'Olanda oggi esaltata da tutti (imprese compiute in gare ufficiali, non in amichevoli); e poco importa che la Svizzera occupi attualmente il 13esimo gradino del ranking FIFA, un solo posto dietro la Germania, uno davanti alla Croazia battuta dagli inglesi, tre davanti alla sopra citata Olanda. Strano destino davvero, quello di questa Selezione che non riesce a commuovere né con i risultati né con il gioco, laddove in passato ci si stringeva a coorte durante e dopo gare puramente catenacciare come quelle di Saint Denis '98 o di Amsterdam 2000. 

IL MOMENTO DEI CALCOLI - Ora che abbiamo la certezza di accaparrarci uno dei primi due posti del gruppo, beh, spiace dirlo, è anche il momento dei calcoli, perché non siamo nati ieri e i percorsi post primo turno vanno studiati attentamente. Proprio questo "studio" permise all'Italia di Lippi 2006 di battersi per vincere il proprio girone e assicurarsi così una mezza autostrada fino alla semifinale; "astuzia" che non fu in grado di mettere in pratica l'Italia di Bearzot '82, complice una prima fase mediocre che ci recapitò in un secondo raggruppamento terribile; vero che da quella apparente sciagura sportiva nacquero poi le imprese epiche con Argentina e Brasile, ma nonostante tutto credo che, alla vigilia, quegli azzurri avrebbero pagato per capitare con avversari più abbordabili. In queste ore, lo spauracchio più concreto che si agita di fronte ai nostri occhi è la già evocata Olanda: vero che in Nations League le abbiamo preso quattro punti su sei giocando meglio, ma sarebbe meglio comunque evitare un confronto così precoce. Perché nelle gare a eliminazione, si sa, basta una giornata mezza storta per far svanire un sogno. Occhio... 

sabato 12 giugno 2021

EURO 2020: LUNGO LAVORO AI FIANCHI, POI GLI AZZURRI TRAVOLGONO LA TURCHIA. I TOP FIVE: BARELLA, BERARDI, IMMOBILE, SPINAZZOLA, JORGINHO

Da più parti si invoca equilibrio nel modo di approcciarsi alla Nazionale italiana e alle sue gesta. Troppo entusiasmo preventivo, si dice, e l'accusa non è del tutto campata per aria: si è cominciato assai presto, persino con uno show di prima serata su Rai 1 affidato ad Amadeus e addirittura con un documentario a puntate, sempre sull'ammiraglia, nella impegnativa fascia oraria dei Soliti ignoti. Poi gli spot della tv pubblica con festeggiamenti di vittorie azzurre che dovevano ancora arrivare. Infine, per giungere alla stretta attualità, qualche eccesso di ottimismo post trionfo nella gara d'esordio, non proprio un "Wembley, arriviamo", ma quasi. In parte è vero, ripeto, ma se equilibrio deve essere, deve esserlo a tutto tondo. Perché non è nemmeno giusto derubricare ogni successo dei nostri a ordinaria amministrazione, con la scusa che ogni avversario sia infallibilmente scarso, modesto, inesistente. E no: da possibile outsider, così l'avevano etichettata in molti, ora la Turchia è stata declassata a caricatura di squadra. La stessa caricatura di squadra che nelle qualificazioni ha preso quattro punti su sei alla Francia, e che nelle eliminatorie mondiali ha strapazzato l'Olanda, una selezione, fra l'altro, che viene sistematicamente considerata da certi esperti superiore alla nostra, e magari lo sarà anche, ma contro la quale, in Nations League, il team di Mancini ha esso pure fatto quattro punti su sei, andando a maramaldeggiare in trasferta ben al di là dello striminzito 1-0 finale. Qualcosa non quadra. 

LA TURCHIA NON E' UNA SCARTINA - So benissimo che quella di Gunes non è una big del continente, ma il ruolino di marcia recente prima citato, la solidità complessiva evidenziata a più riprese e diverse individualità di spicco ne facevano un'opponente della quale diffidare fortemente. Appena ieri si tessevano le lodi della sua difesa quasi impenetrabile, e dei gioielli Yazici e Yilmaz che hanno trascinato il Lille a uno storico scudetto in Francia, per tacere dei "nostri" Chalanoglu e Demiral. Ora, per dirla in gergo, hanno beccato pesante all'Olimpico e sono trattati come pezze da piedi. Ci vorrebbe meno strabismo nelle valutazioni critiche. Dopodiché, ripeto, questa Azzurra irriverente e garibaldina deve ancora consumarne, di suole, se vuole diventare grande, già mercoledì con la Svizzera il livello di difficoltà si alzerà di un altro piolo, ma la narrazione in base alla quale si vince perché si gioca sempre contro nessuno è inaccettabile, oltre a essere in buona sostanza non rispondente al vero. 

DIFENSIVISMO TURCO E IMPACCI NOSTRI - Mi ha sorpreso, questo sì, l'atteggiamento di estrema prudenza con cui gli ospiti hanno affrontato la gara. Una chiusura a riccio quasi al limite del catenaccio, e anche oltre, con ammucchiate e corridoi intasati dalla trequarti in giù. Forse perché era comunque lampante la superiore caratura tecnica del Club Italia, e lo stesso Gunes ne ha preso serenamente atto già prima di scendere in campo, pianificando una partita di attesa e ostruzionismo, cercando di far sfiancare gli azzurri nella continua e inutile ricerca di un varco buono, e fidando nella nostra mancanza di muscoli e centimetri in avanti. Nel primo tempo il disegno pareva avere qualche possibilità di riuscita: l'iniziativa era da subito di marca tricolore, come da copione, ma qualche errore di misura nei passaggi, insolito per il gruppo del Mancio, e qualche frazione di secondo di troppo nell'avvio e nell'elaborazione delle azioni consentivano ai rossi di contrastare efficacemente le nostre trame. 

LOCATELLI CRESCE CON MISURA, BARELLA SALE IN CATTEDRA - Qualcuno, giocoforza, ha anche avvertito il peso dell'esordio assoluto in un contesto così impegnativo, mai vissuto prima: come Locatelli, ad esempio, che per un po' si è limitato al piccolo cabotaggio, così come Barella a lungo non ha trovato le misure giuste per entrare con decisione nella fase di costruzione e di spinta. I grandi giocatori sanno superare questi comprensibili attimi di impaccio, e loro l'hanno fatto: il giovane del Sassuolo ha ripreso a tessere e palleggiare con la sicurezza e l'efficacia che gli sono proprie, pur senza svettare ma confermando la sua propensione alla conclusione a rete (un bel destro sul quale il guardiano turco si è salvato in corner), e ancor meglio ha fatto l'interista, tornato affidabile in copertura e autoritario negli inserimenti e in rifinitura, recitando da protagonista nelle tre azioni-gol, da autentico uomo-partita.

SPINAZZOLA, BERARDI, IMMOBILE, JORGINHO OK - Molti altri non hanno invece accusato il "braccino" della grande ribalta nemmeno per un minuto: non Spinazzola, freccia sempre acuminata sulla sinistra, buon crossatore e buon tiratore, con due conclusioni respinte da Cakir, la seconda delle quali ha portato al 2-0 di Immobile; non lo stesso centravanti laziale, vivo e attivo già nel difficile primo tempo e, come con la Repubblica Ceca, di nuovo assistman per Insigne, che ha sprecato una volta ma non ha fallito la seconda; e nemmeno Berardi, fin dall'inizio il più ispirato e ricco di iniziativa in prima linea, nei limiti di quanto concesso dalla muraglia allestita dai rivali, e propiziatore, col suo cross, della goffa autorete di Demiral; per tacere di Jorginho, dapprima silenzioso collante di un reparto che teneva saldamente le redini del match ma girava a vuoto, e poi califfo in una zona nevralgica che al comando sterile ha saputo infine aggiungere profondità e capacità di far male. Il citato Insigne è lievitato alla distanza dopo un primo tempo in cui è parso poco sul pezzo, ma nel complesso la sua presenza offensiva non ha avuto il peso che ci si aspettava. 

SEMPRE IN AVANTI - Ma sempre, anche in quell'ispida prima frazione "controvento", l'Italia ha pressato e giocato col muso puntato verso la porta avversaria, come da DNA ormai cristallizzato; e ha concluso tutto sommato parecchio, magari qualche volta in modo velleitario, ma ci ha provato, sganciando anche i difensori: e non è un caso che, in tanta penuria di spazi, sia stato Chiellini ad avvicinarsi maggiormente al gol con una inzuccata alzata in angolo dal portiere. Poi, la Dea Bendata ci ha dato una piccola mano per sbloccare il risultato, ma è stato un aiutino ben indirizzato verso chi più lo meritava. E in una serata del genere non è forse nemmeno il caso di sottolineare nuovamente la mancanza di una punta centrale di stazza e di grande concretezza, perché il problema persiste ma stavolta lo si è avvertito meno che in altre circostanze. 

BUONA PRODUZIONE OFFENSIVA - Ciro ha fatto in pieno il suo dovere. L'abbiamo già detto: un gol, due passaggi smarcanti, altri tiri insidiosi; sembra aver trovato la condizione giusta, e la giusta intesa coi compagni, proprio nell'occasione più importante, e contro avversari meno coperti potrebbe trovare quei metri in più per liberarsi ed essere ancor più letale. Merita fiducia. Così come la merita tutta la squadra che, al tirar delle somme, pur fra qualche imperfezione di manovra, pur parzialmente imbrigliata per quasi un'ora, alla fine ha messo insieme tre reti e almeno altre quattro mancate di poco (oltre a un penalty incredibilmente ignorato da arbitro e sala Var), per una produzione offensiva leggermente inferiore alla media ma comunque cospicua. E ora occhio alla sindrome della seconda partita, tante volte a noi fatale in passato. Perché non è vero che nei grandi tornei se parti bene sei già a un passo dal primo obiettivo (il passaggio del turno): occorre superare indenni almeno due ostacoli, prima di  programmare il futuro con discreta serenità.