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martedì 21 novembre 2023

EURO 2024: L'ITALIA PASSA COL BRIVIDO MA CON MERITO. IL PROBLEMA DEL MAL DI GOL E I PREGI DI UNA SQUADRA CHE SI E' DOVUTA REINVENTARE IN POCHI MESI

 L'Italia che approda all'Europeo tedesco è ancora un cantiere aperto. Non potrebbe essere diversamente, tenendo bene a mente le insidie via via accumulatesi lungo il suo percorso. Una Nazionale trovatasi a Ferragosto improvvisamente senza guida tecnica, costretta a reinventarsi in fretta e furia per evitare la terza figuraccia epocale in pochi anni, ossia quella di non poter difendere fino in fondo il titolo continentale meritatamente conquistato nel 2021. Spalletti è stato paracadutato in una situazione caotica e ha dovuto affrontare una corsa ad handicap, già gravata dalla falsa partenza manciniana, quello scontro diretto con gli inglesi che si è perso a Napoli pur potendolo tranquillamente pareggiare, e condizionata dal progressivo dissolversi di certezze e autostima del gruppo, minato da un biennio di tante delusioni e pochissime, effimere gioie. 

INFERMERIA SEMPRE PIENA - No, forse più di così non si poteva fare, e questa qualificazione sofferta è grasso che cola. Visto che le attenuanti valgono sempre per i nostri avversari, tiriamone fuori un'altra anche per noi: la costante di dover scendere in campo sempre in estrema emergenza. Nelle sei gare della nuova gestione sono sistematicamente venuti a mancare uomini più o meno importanti, più o meno centrali: da Bastoni a Locatelli, da Tonali a Pellegrini, da Chiesa a Retegui, a turno in troppi hanno marcato visita,  e il neo trainer è stato costretto ad acrobazie tattiche e a scelte non banali, col benemerito lancio di qualche giovane interessante, su tutti Buongiorno e Udogie, e col ripescaggio di gente più stagionata che pareva fuori dal giro, da Jorginho a quel Bonaventura che ha dimostrato di essere ancora all'altezza della rappresentativa. Insomma, da anni ci lamentiamo, io per primo, della presenza invadente degli stranieri nella nostra Serie A che ha drasticamente ridotto il campo di scelta del cittì di turno (anche se nelle ultime stagioni si è assistito a una parziale inversione di tendenza, come ho già avuto modo di rilevare), in un quadro del genere rinunciare a elementi come quelli prima elencati significa dover sempre e comunque remare controcorrente, ed è un dato di fatto che questa Italia da tempo non sia in grado di schierarsi nella sua formazione migliore. Eppure, bene o male, si riesce a mantenere il minimo sindacale di competitività, a dimostrazione di quanto qui è stato sempre scritto, ossia che il serbatoio nazionale forse non produce più fuoriclasse, ma continua a sfornare un buon numero di giocatori di buono / ottimo livello. 

QUALIFICAZIONE MERITATA - Ecco, tutto questo andava premesso, prima di addentrarsi in un'analisi  ricca di sfumature. Perché il Club Italia uscito imbattuto dal neutro di Leverkusen ha lasciato una sostanziale sensazione di incompiutezza. Bando agli equivoci: la qualificazione è stata assolutamente meritata dai nostri, mostratisi nettamente superiori agli ucraini nel doppio confronto. L'andata a San Siro suscita ancora acuti rimpianti per quello striminzito 2-1 assolutamente bugiardo, in rapporto al predominio mostrato dagli azzurri. E ieri, dopo qualche tremore iniziale, la selezione di Spalletti aveva preso possesso del campo, giostrando con autorevolezza e serenità, e creando almeno quattro palle gol, di cui due clamorose, non finalizzate da Frattesi e Raspadori, a cui vanno aggiunte, a buon peso, una pericolosissima conclusione da fuori di Barella deviata dal portiere e un colpo di testa di poco a lato di Di Lorenzo. E anche nella prima metà della ripresa Zaniolo e compagni sembravano in totale controllo della situazione, ancora insidiosi dalle parti di Trubin. Purtroppo, non è arrivato un vantaggio che sarebbe stato assolutamente legittimo, e ciò, com'era prevedibile, ci ha condannati a venti minuti di sofferenza, con gli ucraini giustamente protesi alla vittoria che avrebbe evitato loro gli spareggi. 

EPISODI DISCUTIBILI E PESO POLITICO - In finali di partita così accesi, con avversari che caricano col sangue agli occhi, purtroppo può capitare di tutto, anche l'immancabile giallo, questa volta presentatosi sotto forma di un dubbio fallo di Cristante su Mudryk in area. Era rigore? In diretta pareva di sì, rivisto da diverse angolazioni lo sembra molto meno, e così lo scandalo scolora, degrada ad episodio discutibile e variamente interpretabile come mille altri nella storia del pallone, con una differenza: da qualche anno a questa parte non c'è solo l'arbitro, c'è anche il Var, che nella circostanza ha deciso di lasciare le cose come stavano. Perciò me ne sto anch'io, volando al di sopra delle malignità dei non tifosi tafazzisti che credono di saperla lunga. Era importante avere i campioni in carica alla fase finale, come ha lasciato intendere Ceferin? Sicuramente sì. Gravina vicepresidente Uefa è una carta importante per noi? Ma vivaddio. Anni trascorsi a piangere sulla assoluta mancanza di peso  calcistico internazionale del nostro Paese, a rimpiangere i tempi di Matarrese e ancora prima di Artemio Franchi, e ora che abbiamo finalmente qualcuno in un ruolo di enorme spessore nella stanza dei bottoni stiamo a fare gli schizzinosi? Non scherziamo. Anche se, intendiamoci, bisogna essere proprio dietrologi ai massimi livelli per vedere la longa manus del nostro numero uno federale in quanto avvenuto poche ore fa (ripeto, episodio meno netto di quanto sembri, e di difficile valutazione, dopodiché il penalty ci poteva stare, sì), e comunque, torno a sottolinearlo, l'Italia ha meritato più dei gialloblù questa qualificazione diretta. Non basta giocare bene una ventina di minuti e "vantare" una recriminazione a favore per cancellare tutto quanto di diverso si era visto in 160 minuti precedenti. D'accordo, il football spesso è così, basta un singolo fatto tecnico, un fallo o una giocata, a ribaltare i valori fin lì emersi, ma non sarebbe stato giusto. 

IL MAL DI GOL - Il punto, qui, è un altro: che la Nazionale non doveva mettersi nella condizione di rischiare un rigore decisivo in pieno recupero, e il terzo psicodramma dal 2017 ad oggi; secondi di "terrore" che lasciano comunque l'amaro in bocca. Ed ecco che allora si ritorna al vero tasto dolente di questa squadra: preso atto che, al momento, la vendemmiata contro la Macedonia (lasciamo perdere l'inconsistente Malta) è stata una piacevole eccezione, il mal di gol continua ad affliggere in maniera preoccupante la nostra rappresentativa. Fa male al cuore vedere le splendide sollecitazioni di un Chiesa tornato in grande forma sprecate dalle défaillance altruii, con Frattesi, spesso implacabile sotto porta, che spara sul portiere in uscita, e con Raspadori che arriva in ritardo (di un soffio, d'accordo) all'appuntamento con la deviazione vincente. Ed è doloroso vedere un ragazzo delle potenzialità di Scamacca così poco sintonizzato coi compagni e poco preciso in area, e sempre così discontinuo da un incontro all'altro. 

CHI SEGNERA'? - Quella della scarsa efficacia in avanti è una lacuna che ci tiene a distanza dalle grandi Nazionali del momento, non dico la Francia che ne fa 14 a Gibilterra e che sembra di un altro pianeta, ma più che altro l'Inghilterra che ben conosciamo, il devastante Portogallo, la Spagna. E' una carenza che poteva costarci cara ieri, che ci è costata cara il mese scorso a Wembley e che ci costerà ancora più cara l'estate prossima, se non vi porremo almeno parzialmente rimedio. In che modo? Beh, non si vede all'orizzonte il bomber inesorabile alla Vieri o alla Pippo Inzaghi.  Qualcosa di simile potrebbe esserlo Retegui, se risolverà i suoi recenti problemi fisici (ne ha bisogno anche il Genoa, che senza di lui è un'altra squadra), il quale ha movenze e giocate da attaccante di razza e la porta la vede eccome (del resto ha anche realizzato due reti nelle prime due uscite in azzurro, l'ultima intuizione felice del triste Mancini post Euro vinto). Scamacca e Kean possono e devono aumentare la loro produttività in area perché ne hanno le potenzialità, ho qualche dubbio in più su Raspadori perché è il classico attaccante moderno (nel senso, diciamo, non del tutto positivo del termine), quello che fa tutto dalla trequarti in su, forse troppo, può giocare al centro o ai lati, è fondamentale nel funzionamento dei meccanismi della prima linea anche come creatore di spazi e di idee, ma questo... superlavoro gli fa spesso perdere lucidità al momento di concludere. E comunque lo stesso Chiesa, anche nelle sue versioni più brillanti come quella di ieri, segna meno gol di quanto potrebbe. 

ESTERNI E INSERIMENTI DA DIETRO - Altre soluzioni? In tempo di vacche magre non si butta via niente, e così va tenuto in gruppo anche un Immobile meno inesorabile che in passato ma comunque, lui sì, punta nel senso tradizionale del termine, dopodiché, come anche nei momenti migliori della gestione manciniana, ci si deve affidare al tourbillon degli esterni e dei trequartisti che un buon bottino di segnature possono garantirlo, nonché agli inserimenti da dietro, perché gente come Di Lorenzo, Dimarco, Barella, Frattesi e Pellegrini hanno, chi più chi meno, il gol sempre in canna, come anche Colpani, che quanto prima dovrà essere provato. Dimarco, poi, sta vivendo il momento migliore della sua carriera, ricorda spesso il miglior Spinazzola per capacità di appoggiare la manovra offensiva, potrebbe essere ancor più devastante se spostato un po' in avanti, con Udogie pronto a rimpiazzarlo come esterno basso (anche lui con licenza di sganciarsi): un'idea come un'altra per un centrocampo che, non potendo contare a lungo sul titolare Tonali e sul prospetto Fagioli per le note vicende, ha bisogno di uomini e strategie nuove. 

Certo, anche Spalletti a tratti pare non essere ancora perfettamente a fuoco, peccando soprattutto nelle letture a match in corso. Alcune sostituzioni non paiono del tutto azzeccate: a Londra Scamacca doveva forse restare dentro, mentre ieri poteva partire subito per poi lasciare il posto a Raspadori. Ed è un fatto che Jorginho, il quale per lungo tempo non dovrà più, assolutamente, calciare un rigore in azzurro, finché è restato in campo contro gli ucraini ha tenuto in ordine la zona nevralgica, mentre quando è uscito si sono un po' perse le distanze, con un acciaccato Cristante che non è riuscito a fare argine e ha anzi rischiato l'incredibile, e anche in questo cedimento centrale c'è la spiegazione della fiammata ucraina che con un assetto più solido sarebbe stata ben altrimenti contenuta. Meno problemi nel cuore della difesa, dove Buongiorno si è ben assestato, dove tornerà Bastoni, dove andrà ovviamente riproposto uno Scalvini un po' in comprensibile difficoltà a Wembley ma prospetto di assoluto valore. 

SORTEGGI... PARANORMALI - Questa è l'Italia giunta col fiatone, ma promossa, alla fine di un'eliminatoria crudele, perché aveva inserito nello stesso girone le due finaliste dell'ultimo europeo, soluzione grottesca come grotteschi sono i criteri che ci dirotteranno probabilmente in quarta fascia in sede di sorteggio della fase finale, gettando alle ortiche non dico la tradizione, ma anche l'albo d'oro recente della manifestazione, e non tenendo in alcun conto la differente difficoltà dei vari raggruppamenti, con alcune grandi (vedi il Portogallo) che hanno fatto una passeggiata di salute, e gironi pieni di squadre di medio livello, insidiose ma abbordabili, che potevano invece essere più equamente distribuite. Una disperata ricerca di imprevedibilità e innovazione, da parte delle federazioni internazionali, che travolge anche la logica. Però intanto in Germania ci siamo arrivati, soffrendo anche per responsabilità di chi c'era prima e per problemi di sistema che si trascinano, irrisolti, da troppi anni. Ma l'importante è esserci, come ci saremmo dovuti essere nel 2018 e nel 2022. Ora abbiamo la possibilità di crescere, migliorare, sperimentare soluzioni ed elementi nuovi, magari cominciando a inserire quei giovanissimi che si sono fatti onore nelle varie Under. 

mercoledì 8 giugno 2022

NAZIONALE RIVITALIZZATA DAI GRANDI ESCLUSI DI EURO 2020: CALABRIA, PELLEGRINI E POLITANO SUGLI SCUDI. ED E' UN'ITALIA "ROMANISTA"

 Nella mia ingenuità, rimango convinto che un'opera di ricostruzione azzurra come quella appena iniziata debba coinvolgere tutti, proprio tutti, dal vertice federale all'ultimo dei tifosi. Perché la Nazionale è il cardine di un movimento sportivo e cartina di tornasole del suo grado di sviluppo (o sottosviluppo). Riguardo ai tifosi, ho ormai perso qualsiasi speranza (quanto infantile accanimento, dopo Italia-Argentina, che squallida corsa alla denigrazione e all'insulto), ma un ruolo decisivo dovrebbe averlo anche l'apparato informativo, e qui cadono le braccia. Si invitano gli organi di stampa ad avere meno trasporto per le bufale d'oltrefrontiera e più attenzione per il vivaio nostrano, e loro interpretano la supplica con mentalità da seconda elementare: Gnonto azzecca un cross vincente al debutto in rappresentativa e diventa il possibile Messi italiano. Non contenti di aver contribuito, con la loro pressione, a frenare la crescita di Lucca, da possibile salvatore della patria nell'autunno scorso a mediocre protagonista cadetto, tentano ora di ripetersi rovinando la punta del Basilea, che in effetti ieri, a Cesena, ha commesso errori persino clamorosi nei sedici metri finali, pur non lesinando corsa e impegno. 

E' la stessa stampa, del resto, che parla di vittoria contro una modesta Ungheria: gli stessi magiari che sabato avevano battuto l'Inghilterra, e che all'Euro 2020 avevano fermato sul pari Francia e Germania. Che scarse, che modeste Inghilterra, Francia e Germania... Ah no, questo non si può dire, giusto? Peraltro, il vizio di diminuire sistematicamente i meriti azzurri, riducendone gli avversari a mere comparse, mi preoccupa un po' meno, anzi mi conforta: è il modus operandi adottato da molti osservatori, professionisti e non, nei tre anni che hanno condotto al trionfo continentale, e quindi è foriero di grandi soddisfazioni nel medio-lungo periodo. 

GIOVANI E ALTERNATIVE: CI SONO - Questa lunga premessa per dire che, ancora una volta, il Club Italia deve far da sé, contro tutto e contro tutti. Nessun vero programma di riforme è all'orizzonte da parte di chi comanda, bisognerà per il momento accontentarsi dei mal tollerati stage per ragazzi di interesse nazionale, comunque meglio di niente, se consentono di allargare in tempi rapidi il bacino di azzurrabili come in effetti sta avvenendo. Perché al di là degli impacci incontrati ieri, Gnonto è ormai parte del gruppo, va atteso e svezzato, e fra Germania e Ungheria hanno assaggiato il campo Cancellieri e Zerbin, oltre a chi già era in anticamera come Dimarco, Pobega e Ricci. 

Bene, molto bene così: era anche questo che chiedevo disperatamente, da Svizzera-Italia di settembre in poi. Ossia rinnovamento profondo muovendosi lungo due direttive: dare il cambio agli stanchi titolarissimi e campionissimi, attingendo alle nutrite retrovie già sperimentate dal Mancio nel suo primo triennio, e scandagliare la Penisola e l'Europa alla ricerca di nuovi prospetti da inserire subito nel giro, dando loro fiducia prima ancora che lo facciano i club di appartenenza. E' l'unica via al momento percorribile, certo rischiosa, ma che il cittì ha dimostrato ampiamente di saper battere con buoni risultati. Certo, dopo Euro 2021 l'ha intrapresa con colpevole ritardo, un ritardo che ci ha fatto perdere una qualificazione Mondiale ampiamente alla portata, e questo non va dimenticato. 

IL TRIONFO DEGLI "ESCLUSI EUROPEI" - Il match di Cesena ha dimostrato la bontà del lavoro di selezione attuato in questi anni dal trainer. Fra i protagonisti del successo sui danubiani ci sono stati Calabria, Lorenzo Pellegrini e Politano, tre che per un nonnulla sono rimasti fuori dal gruppo dei 26 per l'Euro. La conferma che non è vero che siamo di fronte a un deserto di talento. Pensate: avevamo perfino i ricambi per rinfrescare sollecitamente la squadra totem di Wembley, sol che si fossero lasciati da parte i debiti di riconoscenza (che il cittì continua a negare, ma di quello si è trattato). Il terzino neocampione d'Italia è stato molto utile soprattutto in fase di copertura, senza negarsi alcuni sganciamenti, mentre sull'altro versante Spinazzola, coi limiti di autonomia dovuti alla sosta di un anno, ha ripreso a scorrazzare in avanti, a triangolare coi compagni, ad aprire spazi e creare alternative al gioco d'attacco: elemento chiave nel definitivo decollo della prima Azzurra manciniana, la sua assenza è stata esiziale nel tremendo finale delle eliminatorie iridate. Intanto, nell'attesa di riacquisire piena e totale efficienza fisica, ha trovato comunque il modo di incidere sull'esito della gara scodellando il cross da cui è nato l'1-0 di Barella.

PELLEGRINI NUOVO UOMO CHIAVE - Pellegrini è uomo di forma e sostanza: costruisce, rifinisce (sapiente velo a favorire la sventola vincente di Barella) e va al tiro; un gol a Bologna, un altro a Cesena, con in più un eccesso di altruismo a servire in mezzo all'area Gnonto, poi fattosi anticipare, quando avrebbe potuto tranquillamente battere direttamente a rete. Dettagli, certo, che però potrebbero pesare nei confronti con compagini più dotate, quando occorre concretezza assoluta. Però è un fatto che, al momento, l'eclettico romanista sia elemento imprescindibile dalla cintola in su. E, si diceva, ottimo impatto anche per Politano, che ha splendidamente saltato l'uomo sulla destra mettendo proprio Pellegrini nelle condizioni di piazzare il 2-0, e in avvio di ripresa ha colpito la traversa con una staffilata da fuori dopo lunga progressione. Proprio nella mezz'ora a cavallo fra i due tempi si sono rivisti sprazzi della migliore Italia marca Bobby gol, rapida, precisa nel palleggio, ficcante, ancorché a tratti priva di killer instinct in avanti (caratteristica che accompagnò a lungo la Selezione nella fase post disastro 2018, se ben ricordate). Ha funzionato alla perfezione perfino la rischiosissima costruzione dal basso, attuata senza sbavature.

OCCASIONI MANCATE - In effetti, l'Italia avrebbe potuto e dovuto chiudere il match con uno scarto di reti più ampio: oltre alle due segnature e alle due citate occasioni mancate da Gnonto e Politano, ci sono stati altri "quasi gol", a partire dal salvataggio di Dibusz su inzuccata di Mancini, una carambola in area con Barella che ha mancato il tocco decisivo davanti al portiere, e un piattone di Locatelli da buona posizione neutralizzato a terra dal numero uno magiaro. Per gli ospiti, da segnalare due buoni tentativi di Szallai e altrettante efficaci risposte di Donnarumma;  i ragazzi di Marco Rossi, però, sono stati rimessi in corsa solo da un'autorete di Mancini: può capitare e macchia solo in parte la buona prova del romanista, che con Bastoni ha saldato egregiamente la terza linea, facendo sembrare inoffensivi coloro che, solo pochi giorni fa, hanno castigato i sudditi di Elisabetta. 

AZZURRI... GIALLOROSSI - E già, è un'Italia molto romanista, in questo momento: visto quanto vale un trionfo europeo col club, anche se ottenuto nella coppa ultima arrivata, la Conference? Dà autostima e personalità. Detto delle buone/ottime prove di Spina, Mancini e Pellegrini, da rilevare anche il cospicuo contributo di Cristante, prezioso collante  e uomo d'ordine nel mezzo, un ragazzo che sta raggiungendo la piena maturità pur se poco considerato dai media (ma forse è un bene, visti i danni giornalistici di cui si è detto in apertura). Dolenti note? Poche, nella circostanza: Gnonto, come detto, si è "sbattuto" ma ha parzialmente deluso, al di là degli errori di tocco in area. Deve meglio inserirsi nei meccanismi offensivi e giocare con meno foga e più sapienza. Sapienza mostrata da Raspadori, che ha lavorato di cesello, in appoggio ai compagni d'attacco, ma deve assolutamente accentuare il suo peso in fase conclusiva, perché, anche dopo una serata positiva come quella in Romagna, continuiamo a registrare la latitanza dei gol delle  punte pure, ed è un problema che prima o poi andrà risolto anche, come avevo scritto settimana scorsa, non lasciando nel dimenticatoio Immobile. Infine, da Locatelli, subentrato a gara in corso, continuo ad aspettarmi qualcosa di più dell'oscuro contributo da mediano, perché ha i piedi per costruire e tirare, e i tempi di inserimento per offrire un'opzione offensiva in più. 

ROVESCI POSSIBILI - In tutto questo, un punto deve rimanere ben chiaro: si sta ricostruendo, non era tutto nero dopo Wembley (quante lacrime amare piante per una amichevole di prestigio, perché questo era, e per una coppetta di inesistente valore storico), non è tutto roseo ora, ci mancherebbe, e quando si deve reimpostare una Nazionale possono arrivare anche rovesci dolorosissimi, fra un esperimento e l'altro. Ricordiamocelo, perché andremo a chiudere questa soffertissima e amara stagione con due trasferte quasi proibitive, in Inghilterra e in Germania: ma qualche seme è stato comunque gettato, e le basi, pur esigue, ci sono per guardare al medio termine con più ottimismo di quello dei tristi tifosi da tastiera. 

lunedì 11 ottobre 2021

NATIONS LEAGUE: CONTRO IL BELGIO UN'ITALIA DI NUOVO VICINA ALLE SUE MIGLIORI ESPRESSIONI. GIGANTEGGIANO I TRE DI CENTROCAMPO

 L'eterna domanda senza risposte definitive: che valore tecnico ha la finalina dei tornei internazionali? Di certo dipende dalla manifestazione: per quanto riguarda la giovane Nations League, dal fascino indiscutibilmente ancora acerbo, la sfida per il bronzo vale grosso modo un po' più di un'amichevole di lusso. Poi però conta soprattutto quello che dice il campo: e lo Stadium, ieri, ha mostrato due squadre che hanno onorato l'impegno, interpretando seriamente la gara e battendosi fino alla fine per fare risultato. Ecco perché Italia-Belgio non è stata giocata invano: contro un avversario probante, qualitativo al di là delle assenze (che avevamo anche noi) e per nulla arrendevole, Mancini ha sicuramente avuto una buona parte delle risposte che cercava, al culmine di una momento azzurro sovrastato da qualche nube di troppo. 

QUASI COME AI "VECCHI TEMPI" - Era importante tornare subito a vincere, ovvio; ma era fondamentale la strada che avrebbe percorso la Nazionale per centrare l'obiettivo, e da questo punto di vista le indicazioni del pomeriggio torinese sono state confortanti anche al di là delle aspettative. Per settanta minuti si sono rivisti ampi sprazzi dell'ItalMancio, ossia dell'undici dominante tante volte ammirato negli ultimi tre anni fino ad Euro 2020. Si è sempre detto che la chiave di volta dei successi di questo ciclo stia nell'enorme mole di lavoro che il centrocampo riesce quasi costantemente a sviluppare con esiti di grande efficacia. Ebbene, ieri il nostro reparto di mezzo, riveduto e corretto rispetto a San Siro, è tornato a svettare: padronanza della manovra, abilità nelle due fasi, rapidità e precisione estrema nel tocco e nel palleggio. Sono i pilastri su cui è stata edificata la compagine campione continentale. Il fatto che, col parziale cambio degli interpreti, la sostanza non sia mutata, testimonia della bontà della generazione attualmente vestita di azzurro, ricca di classe nei piedi e di intelligenza calcistica. 

CENTROCAMPO A PIENO REGIME - Locatelli è stato un autentico califfo, sicuro, deciso, autorevole, inesorabile soprattutto nell'azione di interdizione, ma abile anche in costruzione quando ne ha avuto l'opportunità; Barella è tornato ad avvicinarsi ai suoi vertici di rendimento, con chiusure, inserimenti, assist e conclusioni: ha sfiorato il bersaglio nel primo tempo mancando di poco il bersaglio, lo ha ottenuto in avvio di ripresa con un gran destro al volo sugli sviluppi di un corner, confermandosi fra le nostre armi offensive più pericolose, soprattutto perché non sai mai quando e in che modalità piomberà in avanti per cercare di lasciare il segno. Ma personalmente, più degli altri, mi ha impressionato Lorenzo Pellegrini, "olandese" nell'accezione settantiana del termine, splendido uomo ovunque, visto a dar manforte in difesa, per poi lavorare un'infinità di palloni nel mezzo e contribuire massicciamente all'impostazione: fra le tante giocate di qualità, ottimo il lancio per Chiesa in avvio di gara, con tiro poi smorzato da un difensore. Gli è mancato il guizzo al tiro, ma è chiaro che un elemento così, in questo momento, non può essere relegato al ruolo di alternativa. 

BERARDI E CHIESA ATTIVI E ISPIRATI - Attorno a un nucleo così bene assortito, continuo e funzionale, tutta la macchina Italia ha girato a buon regime, esibendo anche pressing e frequenti spostamenti del fronte di gioco. Nel dettaglio dei singoli, si è rivisto un Di Lorenzo dal discreto slancio nelle sue proiezioni offensive, pur non accompagnato dalla necessaria precisione al cross, mentre Emerson, sull'altro versante, ha dato il meglio in copertura. Convincenti assai anche gli esterni alti, con un Berardi ispiratissimo e massicciamente presente nella nostra produzione d'attacco: per lui tante accelerazioni, un tiro che ha impegnato Courtois, un assist che ha messo Chiesa in posizione di sparo (altro salvataggio del portierone ospite) e il rigore del 2-0, pur trasformato con qualche difficoltà.

 Proprio Chiesa si è confermato la costante positiva di questo turbolento avvio di stagione azzurra: sempre nel vivo dell'azione, sempre con lo sguardo rivolto alla porta; tre volte ha cercato la conclusione nella prima frazione (un tiro fuori, un diagonale rintuzzato dalla difesa e un salvataggio del guardiano del Real Madrid), una volta ha difeso un pallone recapitatogli da Bastoni per poi mandare alla battuta Raspadori, che avrebbe fatto centro senza la provvidenziale deviazione di Castagne, e ha infine costretto Castagne al fallo da rigore; solo "Raspa" ha un po' sofferto, ma nel match di Torino gli approcci offensivi del Club Italia hanno battuto sentieri tattici diversi, come abbiamo visto, puntando più sulle corsie laterali e sugli sganciamenti di uomini dalla zona nevralgica. 

DIFESA SOLIDA E PROPOSITIVA - Incoraggianti anche le indicazioni offerte dalla terza linea: molto "alta" e propositiva fin quando il nostro undici ha tenuto pallino, con frequenti avanzamenti di Acerbi e un Bastoni sempre pronto al rilancio, poi serrata e attenta nei venti minuti finali, allorché i Diavoli Rossi hanno intensificato la loro spinta, grazie anche all'ingresso di un brillante De Bruyne; e Donnarumma è tornato ai livelli che gli competono sventando due insidiosissime conclusioni di Alderweireld. 

Il fatto che, nonostante un quadro di rendimento generale piuttosto elevato da parte degli italiani, i belgi siano stati pericolosi al punto di colpire tre legni con Saelemaekers, Batshuayi e Carrasco, è ulteriore conferma di quanto la partita sia stata presa sul serio dai numeri uno del ranking Fifa, costituendo un test di grande severità per un team, il nostro, ancora scosso dalla semifinale perduta. Il punto dell'1-2, realizzato in contropiede da De Ketelaere, ha rappresentato un giusto premio per gli uomini di Martinez, restituendo uno specchio più fedele dell'andamento del match, e tuttavia, un'analisi complessiva dei vari momenti dell'incontro, dell'atteggiamento degli azzurri nelle varie fasi tattiche, dell'efficacia delle loro trame, non può che confermare la piena legittimità di un successo sofferto, in fin dei conti, soltanto nell'ultimo quarto di gara. 

LE INDICAZIONI DEL CAMPIONATO - Una vittoria di sostanza, dunque, piena di spunti di riflessione per il Mancio. Ai rilievi positivi già qui evidenziati, aggiungiamo una lezione di fondo: in futuro andranno tenute in maggiore considerazione, rispetto a quanto fatto in questo post Europeo, le indicazioni del campionato e più in generale dell'attività dei club. Come avevo rilevato dopo la Spagna e come la finalina ha dimostrato, in questo momento gente come Locatelli e Pellegrini non può stare fuori (e senza l'infortunio avrebbe trovato spazio anche Calabria), così come è stata confermata la necessità di insistere su Bastoni, prospetto che offre assolute garanzie al di là di piccoli errori frutto dell'inesperienza. Allo stesso modo, occorre proseguire la sperimentazione di Raspadori e Kean, ancora non perfettamente inseriti nei meccanismi ma che lasciano intravedere sviluppi interessanti per un ampliamento delle soluzioni offensive della squadra. 

Di negativo, la perdita di incisività nei sedici metri finali una volta raggiunto il 2-0: dopo, sono state imbastite altre azioni potenzialmente insidiose ma che non hanno trovato sbocchi; come già detto, peraltro, in quello scorcio di match sono emerse solidità e pragmatismo di una formazione che ha saputo difendersi senza troppo affanno, certamente anche con l'aiuto di un pizzico di buona sorte (che un po' ci era mancata a Milano). Un sistema difensivo che però è saltato in occasione dell'1-2, incassato dopo errori da matita blu, ripartenza avversaria su corner a favore  e in situazione di doppio vantaggio nel punteggio, roba da far ammattire qualsiasi trainer; ma è stata l'unica autentica sbavatura (giustamente pagata) di una prestazione ampiamente soddisfacente. 

FRANCIA CON MERITO - La Nations l'ha vinta la Francia, tutto sommato con merito; in entrambe le sue prove ha mostrato grande spirito di reazione, nella finalissima è stata la prima ad accelerare dopo tanti sbadigli. Ha grandi individualità, da anni, e nella circostanza ha saputo farle fruttare, mentre la Spagna troppo a lungo è caduta nell'antico vizio del palleggio fine a se stesso, un possesso sterile che sovente non sfocia in tiri in porta. Dopo lo svantaggio ha avuto due grandi occasioni per portare la gara ai supplementari, entrambe sventate da Lloris, ma in precedenza anche i Bleus avrebbero potuto mettere dentro qualche altro pallone. Verdetto equo, dunque, anche se la selezione di Deschamps pare nel complesso meno efficiente rispetto ai tempi del Mondiale russo, sostenuta più che altro dalle eccelse qualità tecniche e dai lampi di genio dei suoi meravigliosi solisti. 

FISCHI AGLI INNI: BASTA VUOTA INDIGNAZIONE, VIA ALLE SOLUZIONI - Due parole, infine, sui fischi nostrani agli inni altrui, ricomparsi mercoledì al Meazza. In tutta onestà, il problema è ormai talmente annoso che trovo persino ozioso continuare a parlarne, e stucchevole cadere ogni volta nella retorica dell'indignazione, nel senso che la fase dell'indignazione dovrebbe essere stata superata da un pezzo, per passare oltre, alle cose concrete. Alle corte: dalle prime manifestazioni dello spregevole fenomeno sono trascorsi lustri e lustri. Le soluzioni per porvi un argine vi sono, e sono note: soluzioni di controllo e punitive sul breve periodo, soluzioni educative nel medio. Se non le si applica, come sarebbe ampiamente possibile, non si può poi sperare che di punto in bianco, da un giorno all'altro, i fischi spariscano come per incanto. 

CAMPAGNA COI CAMPIONI - Ancor prima delle suddette soluzioni radicali e culturali, la cui messa in pratica dipende dalla volontà delle istituzioni sportive e politiche nazionali e dalle agenzie educative della nostra società civile, un primo, timido passo potrebbe essere di natura pubblicitaria. Avete presenti le recenti campagne pro vaccino Covid animate da sportivi e uomini di spettacolo? Ecco, perché non fare una campagna massiccia e martellante, attraverso i media e anche con eventi "live", contro questa disgustosa dimostrazione di maleducazione, ignoranza e cafonaggine? I calciatori del Club Italia vivono un momento di grandissima popolarità grazie al trionfo di Wembley: usiamoli tutti, dunque, per mettere in piedi questa iniziativa, usiamo i loro volti e le loro parole per combattere il becerume pseudo-tifoideo. 


sabato 3 luglio 2021

EURO 2020: IL CRASH TEST BELGIO SUPERATO A PIENI VOTI, L'ITALMANCIO FRA LE PRIME QUATTRO SENZA SNATURARSI. PRODEZZE DA TOP PLAYER PER BARELLA, DONNARUMMA E INSIGNE, TRISTEZZA PER SPINAZZOLA

 Le prime parole non possono che essere per Leonardo Spinazzola, uno dei top player in assoluto di un Europeo che non potrà concludere, lui che più di tutti avrebbe meritato di giocarselo fino all'ultimo istante dell'ultimo match. Un infortunio che si preannuncia grave, giunto in maniera beffardamente banale al culmine di uno di quegli slanci di generosità agonistica che sono nel Dna di questo ragazzo talentuoso e fragilissimo. E di Spinazzola c'è stato tanto pure nel trionfo di Monaco di Baviera, anche se non nella maniera a cui ci aveva abituati: meno esplosività "spacca difese" nella spinta sulla fascia, anche se la sua presenza in appoggio all'attacco è stata al solito costante, ma un più sostanzioso apporto in copertura, come richiesto dal copione tattico assunto ben presto dalla gara, con la chicca di un provvidenziale e fortunato salvataggio quasi sulla linea su tocco di Lukaku. Poi, quando il laterale romanista stava finalmente cominciando a cercare con più insistenza l'incursione di forza, approfittando dei maggiori spazi concessi da un Belgio alla ricerca del pari, ecco il maledetto crac. 

IL CRASH TEST PIU' DURO - Così, un'ombra di tristezza si è depositata sulla serata più bella e intensa del calcio azzurro dai tempi del disastro svedese dell'autunno '17. Chi scrive, è risaputo, mai ha nutrito dubbi sull'efficienza e sulla validità dell'ItalMancio, ma è certo che ieri sera si sia compiuto il passaggio definitivo dalla polvere agli altari. Era il crash test più duro, senza se e senza ma. Perché poi, alla fine, di super squadroni non è che ce ne siano tantissimi, in giro per il Continente. Non lo era la Francia iridata, quantomeno non più a livelli siderali, essendo stata spazzata via con pieno merito dall'intraprendente Svizzera di Petkovic, una delle "signore nessuno" che, secondo tanti pseudo esperti da bar sport, abbiamo affrontato in questo triennio; non il Portogallo, che non ha mai convinto in questo torneo, per tacere di una Germania in fase di passaggio  generazionale. Forse può esserlo l'Inghilterra, che però, se arriverà in fondo alla kermesse, lo avrà fatto giocando quasi sempre in casa, a parte il quarto di questa sera a Roma, vantaggio non da poco. Come dire, Europeo itinerante ma non troppo, e non certo per i sudditi di Sua Maestà. E insomma, non è che si possano incontrare squadroni un giorno sì e l'altro pure, come pretendevano gli incontentabili critici della nostra Azzurra... 

L'ITALIA NON SI E' SNATURATA - Rimaneva il Belgio, dunque, capofila del ranking FIFA, quindi una delle migliori selezioni al mondo. Esame tostissimo, per noi, e superato a pieni voti. Sempre che qualche ipercritico non abbia da eccepire sul come è stato superato. Certo sarebbe stato assurdo pretendere un'Italia al comando della sfida e in controllo assoluto come da piacevole tradizione della gestione Bobby gol, perché a volte ti trovi davanti squadre non attendiste, e anzi capaci di prendere per prime il pallino e di sprigionare luminarie offensive che è arduo contenere. Ma neanche di fronte al colosso belga la nostra Nazionale si è snaturata, se non in minima parte nei momenti di più acuta sofferenza, quando gli uomini di Martinez hanno spinto con vigore e continuità, diciamo nelle fasi iniziali dei due tempi e poi nel caotico arrembaggio conclusivo. Gli azzurri non si sono mai chiusi, non hanno mai fatto mucchio di fronte ai sedici metri, hanno accettato la sfida in campo aperto guadagnandosi gli spazi e i tempi per dispiegare la loro consueta manovra ariosa, elaborata, ieri confermatasi più che mai arma vincente da non mettere da parte mai, perché consente di alzare il baricentro, allentare la pressione avversaria e giostrare sempre vicini all'area altrui. 

VERRATTI DI ROTTURA, LE PRODEZZE DI BARELLA E INSIGNE - Uno stile di gioco che calza a pennello ai nostri, perché sostenuto dall'ormai nota precisione di tocco e di palleggio che anche in questa occasione, salvo poche sbavature causate dalla tensione, non è venuta meno, consentendoci pure uscite dalla zona difensiva in velocità ed assoluta disinvoltura. Detto del lavoro oscuro dello sfortunato Spinazzola, anche Di Lorenzo ha fornito il solito contributo di peso in retroguardia, a parte il rigore su Doku che tuttavia è stato concesso, mi pare, con un  pizzico di generosità; Bonucci e Chiellini si sono espressi su standard da Juve contiana e allegriana, e a proteggere il reparto ha dato una grossa mano un Verratti persino ruvido, a tratti, e che come spesso gli capita ha offerto il meglio di sé in fase di "rottura". Ma non solo, perché da un suo lancio  a rimettere il pallone in area, dopo che la difesa si era arrangiata alla bell'e meglio su Immobile, è scaturito lo splendido assolo di Barella, che è sgusciato di forza fra due difensori per poi scaraventare di potenza in rete il pallone dell'1-0. Sono elementi di acclarata statura internazionale, dribblano e saltano l'uomo come i campioni di un tempo, questi ragazzi: lo ha fatto anche Insigne, che si è bevuto in scioltezza Tielemans sulla trequarti per poi bucare Courtois con uno dei suoi tiri a giro a lunga gittata; il solito movimento, lo scarto a destra e la conclusione, tutto come da spartito mandato a memoria, lo si diceva anche di Robben, ma sono gesti tecnici che, se eseguiti bene, risultano difficili da disinnescare, anche se ripetuti all'infinito. 

MAI PASSIVI, E DONNARUMMA DECISIVO - Lo stesso Insigne sta nitidamente emergendo in questo Euro 2020 per il lavoro a tutto campo a sostegno dei reparti arretrati, mentre il neotitolare Chiesa ha giocato soprattutto in avanti e, nel primo tempo, ha avuto anche l'occasione per far male con una fiondata di destro dal limite e, prima ancora, con un tiro deviato che per poco non sorprendeva il lungagnone guardiano dei Diavoli Rossi. Nella ripresa ci ha provato al volo anche Spinazzola su assist dell'ispirato Insigne, altri potenziali pericoli sono rimasti in abbozzo ma spesso il pallone ha danzato nei pressi o all'interno dell'area belga. Sempre vivi, attivi e reattivi, insomma, con Jorginho un po' più sottotraccia del solito ma intraprendente nell'inserirsi in prima linea (e su di lui poteva starci un rigore, non nitidissimo esattamente come quello su Doku). Il numero di occasioni create non si è incrementato, stavolta, soprattutto per via della serata no di Immobile, che col suo incaponirsi in certi tentativi solitari ha palesato una certa mancanza di lucidità, dovuta forse a un serbatoio di energie che comincia a essere in riserva. 

Poi, come detto, ci sono state le inevitabili concessioni alla possanza del gioco belga: nel primo quarto di partita Donnarumma ha tolto le castagne dal fuoco due volte su Lukaku e una su un De Bruyne che ha confermato appieno la sua classe, con accelerazioni che hanno messo in ambasce il nostro reparto di mezzo come raramente era capitato fino a oggi. Nel secondo tempo, come detto, un pizzico di buona sorte col rocambolesco salvataggio di Spinazzola a due passi dalla linea (ma almeno, come si dice in questi casi, era al posto giusto nel momento giusto...), e col solito Lukaku che non è riuscito a toccare di testa un cross di Chadli radente la porta, quindi l'assalto finale di Mertens e compagni del tutto inconcludente e contenuto senza nemmeno troppo affanno. 

BELGIO SCONFITTO MA FORTE - E' stato quel che si dice un bell'incontro, perché trame di grana buona e giocate di pregio si sono fuse con il clima di acre battaglia agonistica che ha per lunghi tratti imperversato. Acre ma corretta, giova dirlo. Il Belgio non esce ridimensionato da questo confronto, tutt'altro: ha trovato sulla sua strada una rivale giovane in molti suoi uomini ma già credibile, organizzata, con un progetto di gioco moderno e sbarazzino e con individualità di assoluto spessore, al di là delle ormai risibili sottovalutazioni di certa critica ma soprattutto, spiace dirlo, di larga parte del pubblico. Non ho più voglia di polemizzare, ciò che avevo da dire sull'argomento l'ho scritto in lungo e in largo qua e sull'unico social che frequento: posso solo aggiungere che provo tristezza per chi ha scoperto l'Italia di Mancini solo a Monaco, perché si è perso tante gioie precedenti, tante partite godibili e prestazioni brillanti. Perché negarsi l'effimera felicità dello spettacolo calcistico per il puro gusto di fare i bastian contrari e i contestatori a tutti i costi? 

ABBIAMO GIA' VINTO - La terra di Germania ci è stata di nuovo propizia, come nel 2006: peccato che stavolta sia stata solo una toccata e fuga. Ora, come scrisse Italo Cucci sul Guerino all'indomani di Italia-Brasile 1982, "non vorrei che gli azzurri fossero come me: felici e paghi". Già, perché per me l'Europeo è già vinto, non solo moralmente (alle vittorie morali non ho mai dato troppo peso nemmeno al Festival di Sanremo) ma sul piano meramente sportivo. Dopo essere entrata fra le prime otto d'Europa, ora la nostra Azzurra si ritrova fra le prime quattro, un traguardo splendido che nessuno con un minimo di raziocinio avrebbe potuto pretendere da Jorginho e compagni, alla vigilia. Nel 2017 avevamo toccato il fondo della ultracentenaria storia di questa gloriosa rappresentativa, ora abbiamo di nuovo una Nazionale competitiva ai massimi livelli, che può permettersi persino il lusso di sognare ciò che io per primo, da sempre estimatore del lavoro di Mancini e dei suoi ragazzi, non osavo nemmeno chiedere a questo Club Italia. Con la Spagna, a Wembley, si potrà benissimo perdere, perché quella di Luis Enrique è compagine fresca, coraggiosa e ricca di piedi buoni, proprio come la nostra. Ma non è più la mitica Roja 2008-2012, se è vero che stava per essere disinnescata dalla Svizzera già castiga-Francia. Ci possiamo provare, ancora una volta, senza assilli e senza pressione. 

domenica 27 giugno 2021

EURO 2020: PER L'ITALIA GIALLO A LIETO FINE, VA IN TILT NELLA RIPRESA MA SI RIALZA NELL'EXTRATIME. DECISIVI I CAMBI BELOTTI, PESSINA E CHIESA (FINALMENTE), SPINAZZOLA STRATOSFERICO

 Mistero azzurro, verrebbe da dire. Perché non esistono spiegazioni tecniche del tutto esaurienti al black out di gioco che ha colpito l'Italia, ieri sera, per larga parte del secondo tempo, portandola quasi sull'orlo di una capitolazione ingiusta ma non scandalosa. Forse non c'è nemmeno da scervellarsi troppo: è stata una crisi acuta di crescita, di maturazione, la paura di sbagliare che ha improvvisamente paralizzato quasi tutti di fronte alle prime, grosse difficoltà incontrate in questo Europeo. Il famoso "braccino", si potrebbe dire in maniera un po' troppo semplicistica; certo sarebbe stato allarmante se la storia fosse finita lì, ma c'è anche il lato meno oscuro della medaglia: e cioè che la squadra ha saputo infine scuotersi e lo ha fatto nei supplementari, cioè proprio nel momento in cui tante nostre Nazionali del passato si sono disunite e hanno perso tutte le certezze fin lì accumulate, andando infine incontro a disfatte più o meno sorprendenti. 

AUSTRIA CHIUSA MA NON PASSIVA - Pericolo scampato, dunque, con qualche tremore di troppo ma tutto sommato con merito. Prima o poi (più prima che poi) perderò l'abitudine di dare un'occhiata agli illeggibili commenti degli pseudoesperti da social, molti dei quali hanno parlato senza mezzi termini di fortuna (le espressioni erano diverse e più colorite, diciamo così). Ecco, io ho visto opacità, appannamento, lunghe fasi di affanno, ma buona sorte proprio no, anzi. L'Azzurra del primo tempo si è espressa su livelli discreti, anche se non eccelsi come in tante occasioni anche recenti. Si è trovata di fronte un'avversaria sulla difensiva ma non passiva, assolutamente: l'Austria chiudeva con abilità ogni varco dietro ma era pronta a distendersi in coraggiose controffensive. Va anche detto che il team del Mancio ha avuto modo di scardinare con autorevolezza retroguardie ben più ermetiche, vere e proprie ammucchiate davanti all'area: questa volta non c'è riuscita, certo a causa dell'eccellente ed elastico dispositivo tattico dei danubiani che non le ha mai permesso di assumere con continuità le redini della gara, ma anche per proprie specifiche lacune. 

PRIMO TEMPO VINTO AI PUNTI - Lacune dinamiche, perché i ritmi non sono stati sostenuti come nello standard ormai acquisito dalla nostra Selezione, e questo deve un po' inquietare, visto che venivamo dal massiccio turn over attuato col Galles. Lacune creative esiziali nella zona nevralgica, dove Verratti e Barella, che dovevano essere le rampe di lancio, hanno iniziato in maniera promettente (vista in avvio una splendida apertura verso sinistra del parigino, a tagliare il campo diagonalmente), per poi scivolare progressivamente fuori dal centro di costruzione del nostro gioco d'iniziativa. Così è mancato un adeguato rifornimento alla prima linea, e anche la protezione della difesa non è stata sempre efficace, originando delle "terre di nessuno" sulla nostra trequarti nelle quali i biancorossi si infilavano con facilità persino irrisoria. Tutto questo, però, nel secondo tempo, perché fino all'intervallo, pur girando al 60-70 per cento del proprio potenziale, l'Italia aveva comunque pressato e tenuto pallino, creando quattro situazioni di pericolo piuttosto evidenti, due su incursioni di uno Spinazzola sempre più indemoniato, poi con un esterno destro di Barella respinto di piede da Bachmann, e con l'improvvisa conclusione dalla distanza di Immobile che ha scheggiato il palo di destra. 

QUATTRO BIG SOTTOTONO: NON POSSIAMO PERMETTERCELI -  Poi, ripetiamo, il black out. Una lunga fase di nervosismo immotivato, perché in passato abbiamo sempre avuto la pazienza e la calma di aspettare il momento giusto per stanare i rivali e colpirli; gli uomini di Foda che acquisivano sempre più audacia ma che al tirar della somme, a parte un'insidiosissima punizione di Alaba, non mettevano la nostra difesa in grosse ambasce, perché il gol di testa realizzato da Arnautovic era viziato da un fuorigioco piuttosto netto e il Var ha fatto solo il suo dovere, così come sul rigore inutilmente da loro invocato, altro che Dea bendata. I nostri pagavano, oltre alla défaillance dei citati califfi di centrocampo, incapaci di dare profondità alla manovra, anche un Berardi evanescente e velleitario come in azzurro non si era mai visto, e un Insigne poco a fuoco, anche se al solito generoso combattente. Alle corte: almeno quattro elementi chiave nettamente sottotono dalla cintola in su, un lusso che il Club Italia in questo momento non può assolutamente permettersi. 

PIU' DI UNDICI TITOLARI - Dopo il match col Galles avevo scritto della meritoria opera attuata dal Cittì nell'allargare il bacino degli azzurrabili, aver cioè creato un gruppo ampio di giocatori competitivi a livello internazionale sui quali fare sempre pieno affidamento. Da Wembley è arrivata la conferma: tolti dal campo senza rimpianti quei titolarissimi così sorprendentemente spenti, dentro le cosiddette seconde linee, Locatelli, e Pessina, Belotti e Chiesa, che hanno dato la svolta. Lo juventino non ha fatto poi moltissimo, se non la cosa più importante, un gol anche di pregevole fattura, da posizione non facilissima, dopo acrobatico controllo sul lungo cross dell'impagabile Spinazzola: da tempo chiedevamo al figlio d'arte di essere decisivo sotto porta in una gara di alto spessore, e finalmente è riuscito nell'impresa. Poi Pessina, uno degli ultimi arrivati nel club, intraprendente, ficcante, sempre nel vivo dell'azione offensiva, e che ha stangato in porta il raddoppio su appoggio di Acerbi, da parte sua costante nel sostegno alla fase di impostazione e negli inserimenti. Ma anche Belotti merita l'elogio pieno, avendo portato nel cuore della difesa austriaca fisicità e rabbia, lavorando in appoggio ai compagni e prendendo falli importantissimi. 

IL MEGLIO DEI FODA BOYS - Gli uomini di Foda hanno sfoderato cattiveria e concretezza quando ormai tutti li davano per cotti: un tiraccio di Gregoritsch con gran salvataggio in tuffo di Donnarumma, poi il gol di Kalajdzic su angolo, che ci ha regalato un finale di extra time interminabile, da vecchi cuori azzurri oltre l'ostacolo. Ma a quel punto il peggio era già passato da un po': anche Insigne pareva parzialmente rivitalizzato, al punto di sfiorare il 2-0 su punizione prima di uscire, Chiesa in contropiede si vedeva un pallonetto respinto sulla linea, Di Lorenzo usciva dal riserbo tenuto fino a quel momento, con una saggia applicazione in copertura, scatenandosi in una strepitosa fuga sulla destra conclusa con un bolide che avrebbe meritato miglior sorte. 

VITTORIA GIUSTA, MA PER I QUARTI CI VUOL ALTRO - Insomma: sofferenza sì, grigiore a tratti pure, paura eccome. L'Austria merita i complimenti, per i motivi prima esposti: non una grande squadra ma una buonissima compagine, che non sposa a priori la rinuncia di fronte ad oppositori più dotati di classe e più propositivi, quali rimangono i nostri, al di là della serata di luna parzialmente storta. Ma, detto questo, il grosso del volume offensivo l'hanno prodotto i Mancio boys, ancora una volta. Ciò detto, è fin troppo chiaro che un'Azzurra così avrebbe scarse possibilità contro il Portogallo e quasi nessuna contro il Belgio, nazionale che può anche giocare a scartamento ridotto (come contro la Danimarca) ma ha quei due-tre fuoriclasse che, se si accendono anche solo per un attimo, portano a casa partita e qualificazione. Ci sarà da lavorare, eccome. Ma lo si potrà fare in serenità: non superare questo ottavo non sarebbe stata una catastrofe ma una notevole delusione, una battuta d'arresto colma di interrogativi nel processo di crescita di questo gruppo; la tensione si leggeva sui volti dei nostri fin dall'inizio della ripresa: paura di sbagliare e di fare un precoce buco nell'acqua dopo tante ottime premesse, ribadisco. I quarti rappresentano invece già un traguardo di pregio, se pensiamo a come eravamo ridotti quattro anni fa. Che sarà, sarà, ma venerdì, ad occhio e croce, dovremmo vedere un'Italia giostrare con la forza dei nervi distesi. 

sabato 12 giugno 2021

EURO 2020: LUNGO LAVORO AI FIANCHI, POI GLI AZZURRI TRAVOLGONO LA TURCHIA. I TOP FIVE: BARELLA, BERARDI, IMMOBILE, SPINAZZOLA, JORGINHO

Da più parti si invoca equilibrio nel modo di approcciarsi alla Nazionale italiana e alle sue gesta. Troppo entusiasmo preventivo, si dice, e l'accusa non è del tutto campata per aria: si è cominciato assai presto, persino con uno show di prima serata su Rai 1 affidato ad Amadeus e addirittura con un documentario a puntate, sempre sull'ammiraglia, nella impegnativa fascia oraria dei Soliti ignoti. Poi gli spot della tv pubblica con festeggiamenti di vittorie azzurre che dovevano ancora arrivare. Infine, per giungere alla stretta attualità, qualche eccesso di ottimismo post trionfo nella gara d'esordio, non proprio un "Wembley, arriviamo", ma quasi. In parte è vero, ripeto, ma se equilibrio deve essere, deve esserlo a tutto tondo. Perché non è nemmeno giusto derubricare ogni successo dei nostri a ordinaria amministrazione, con la scusa che ogni avversario sia infallibilmente scarso, modesto, inesistente. E no: da possibile outsider, così l'avevano etichettata in molti, ora la Turchia è stata declassata a caricatura di squadra. La stessa caricatura di squadra che nelle qualificazioni ha preso quattro punti su sei alla Francia, e che nelle eliminatorie mondiali ha strapazzato l'Olanda, una selezione, fra l'altro, che viene sistematicamente considerata da certi esperti superiore alla nostra, e magari lo sarà anche, ma contro la quale, in Nations League, il team di Mancini ha esso pure fatto quattro punti su sei, andando a maramaldeggiare in trasferta ben al di là dello striminzito 1-0 finale. Qualcosa non quadra. 

LA TURCHIA NON E' UNA SCARTINA - So benissimo che quella di Gunes non è una big del continente, ma il ruolino di marcia recente prima citato, la solidità complessiva evidenziata a più riprese e diverse individualità di spicco ne facevano un'opponente della quale diffidare fortemente. Appena ieri si tessevano le lodi della sua difesa quasi impenetrabile, e dei gioielli Yazici e Yilmaz che hanno trascinato il Lille a uno storico scudetto in Francia, per tacere dei "nostri" Chalanoglu e Demiral. Ora, per dirla in gergo, hanno beccato pesante all'Olimpico e sono trattati come pezze da piedi. Ci vorrebbe meno strabismo nelle valutazioni critiche. Dopodiché, ripeto, questa Azzurra irriverente e garibaldina deve ancora consumarne, di suole, se vuole diventare grande, già mercoledì con la Svizzera il livello di difficoltà si alzerà di un altro piolo, ma la narrazione in base alla quale si vince perché si gioca sempre contro nessuno è inaccettabile, oltre a essere in buona sostanza non rispondente al vero. 

DIFENSIVISMO TURCO E IMPACCI NOSTRI - Mi ha sorpreso, questo sì, l'atteggiamento di estrema prudenza con cui gli ospiti hanno affrontato la gara. Una chiusura a riccio quasi al limite del catenaccio, e anche oltre, con ammucchiate e corridoi intasati dalla trequarti in giù. Forse perché era comunque lampante la superiore caratura tecnica del Club Italia, e lo stesso Gunes ne ha preso serenamente atto già prima di scendere in campo, pianificando una partita di attesa e ostruzionismo, cercando di far sfiancare gli azzurri nella continua e inutile ricerca di un varco buono, e fidando nella nostra mancanza di muscoli e centimetri in avanti. Nel primo tempo il disegno pareva avere qualche possibilità di riuscita: l'iniziativa era da subito di marca tricolore, come da copione, ma qualche errore di misura nei passaggi, insolito per il gruppo del Mancio, e qualche frazione di secondo di troppo nell'avvio e nell'elaborazione delle azioni consentivano ai rossi di contrastare efficacemente le nostre trame. 

LOCATELLI CRESCE CON MISURA, BARELLA SALE IN CATTEDRA - Qualcuno, giocoforza, ha anche avvertito il peso dell'esordio assoluto in un contesto così impegnativo, mai vissuto prima: come Locatelli, ad esempio, che per un po' si è limitato al piccolo cabotaggio, così come Barella a lungo non ha trovato le misure giuste per entrare con decisione nella fase di costruzione e di spinta. I grandi giocatori sanno superare questi comprensibili attimi di impaccio, e loro l'hanno fatto: il giovane del Sassuolo ha ripreso a tessere e palleggiare con la sicurezza e l'efficacia che gli sono proprie, pur senza svettare ma confermando la sua propensione alla conclusione a rete (un bel destro sul quale il guardiano turco si è salvato in corner), e ancor meglio ha fatto l'interista, tornato affidabile in copertura e autoritario negli inserimenti e in rifinitura, recitando da protagonista nelle tre azioni-gol, da autentico uomo-partita.

SPINAZZOLA, BERARDI, IMMOBILE, JORGINHO OK - Molti altri non hanno invece accusato il "braccino" della grande ribalta nemmeno per un minuto: non Spinazzola, freccia sempre acuminata sulla sinistra, buon crossatore e buon tiratore, con due conclusioni respinte da Cakir, la seconda delle quali ha portato al 2-0 di Immobile; non lo stesso centravanti laziale, vivo e attivo già nel difficile primo tempo e, come con la Repubblica Ceca, di nuovo assistman per Insigne, che ha sprecato una volta ma non ha fallito la seconda; e nemmeno Berardi, fin dall'inizio il più ispirato e ricco di iniziativa in prima linea, nei limiti di quanto concesso dalla muraglia allestita dai rivali, e propiziatore, col suo cross, della goffa autorete di Demiral; per tacere di Jorginho, dapprima silenzioso collante di un reparto che teneva saldamente le redini del match ma girava a vuoto, e poi califfo in una zona nevralgica che al comando sterile ha saputo infine aggiungere profondità e capacità di far male. Il citato Insigne è lievitato alla distanza dopo un primo tempo in cui è parso poco sul pezzo, ma nel complesso la sua presenza offensiva non ha avuto il peso che ci si aspettava. 

SEMPRE IN AVANTI - Ma sempre, anche in quell'ispida prima frazione "controvento", l'Italia ha pressato e giocato col muso puntato verso la porta avversaria, come da DNA ormai cristallizzato; e ha concluso tutto sommato parecchio, magari qualche volta in modo velleitario, ma ci ha provato, sganciando anche i difensori: e non è un caso che, in tanta penuria di spazi, sia stato Chiellini ad avvicinarsi maggiormente al gol con una inzuccata alzata in angolo dal portiere. Poi, la Dea Bendata ci ha dato una piccola mano per sbloccare il risultato, ma è stato un aiutino ben indirizzato verso chi più lo meritava. E in una serata del genere non è forse nemmeno il caso di sottolineare nuovamente la mancanza di una punta centrale di stazza e di grande concretezza, perché il problema persiste ma stavolta lo si è avvertito meno che in altre circostanze. 

BUONA PRODUZIONE OFFENSIVA - Ciro ha fatto in pieno il suo dovere. L'abbiamo già detto: un gol, due passaggi smarcanti, altri tiri insidiosi; sembra aver trovato la condizione giusta, e la giusta intesa coi compagni, proprio nell'occasione più importante, e contro avversari meno coperti potrebbe trovare quei metri in più per liberarsi ed essere ancor più letale. Merita fiducia. Così come la merita tutta la squadra che, al tirar delle somme, pur fra qualche imperfezione di manovra, pur parzialmente imbrigliata per quasi un'ora, alla fine ha messo insieme tre reti e almeno altre quattro mancate di poco (oltre a un penalty incredibilmente ignorato da arbitro e sala Var), per una produzione offensiva leggermente inferiore alla media ma comunque cospicua. E ora occhio alla sindrome della seconda partita, tante volte a noi fatale in passato. Perché non è vero che nei grandi tornei se parti bene sei già a un passo dal primo obiettivo (il passaggio del turno): occorre superare indenni almeno due ostacoli, prima di  programmare il futuro con discreta serenità.  

giovedì 19 novembre 2020

NATIONS LEAGUE, COL 2-0 IN BOSNIA ITALIA IN FINAL FOUR ACCANTO ALLA CREMA EUROPEA: BELGIO, FRANCIA E SPAGNA. IL GIOCO, IL GRUPPO E I GIOVANI ILLUMINANO IL FUTURO

Fra meno di un anno, la crema del calcio continentale si ritroverà nel nostro Paese, a Torino e a Milano, per disputarsi il trionfo nella seconda edizione della Nations League. Ci saranno la Francia campione del mondo in carica, il Belgio che da almeno un lustro è la selezione con la miglior continuità di rendimento del globo, tanto da essere prima nel ranking Fifa pur non avendo vinto alcun trofeo, la rinnovata Spagna che ha appena inflitto alla Germania un'umiliazione epocale. E ci sarà, a completare l'illustre lotto, proprio l'Italia. Secondo molti, un'assoluta intrusa al banchetto dell'élite europea: gente che, evidentemente, nell'ultimo biennio si è estraniata dall'attualità del football mondiale rifugiandosi in un pernicioso nostalgismo del tutto fine a se stesso. 

LE ASSENZE DEGLI ALTRI - Ho già dedicato fin troppo spazio agli haters della Nazionale nel mio precedente post e non vorrei più tornarci sopra, se non per rilevare che quanto da me ipotizzato si è ovviamente avverato: secondo molti frequentatori di quell'orrido bar sport virtuale che sono diventati i social, non solo la Polonia, ma anche l'Olanda era una rivale scarsa, per tacere della Bosnia-Erzegovina che oltretutto, ieri sera, era priva di Dzeko. Evidentemente contano solo le assenze degli altri, mai le nostre, che ho sommariamente elencato pochi giorni fa dimenticandomi sicuramente di qualcuno. Non sarebbe neanche necessario spiegare che nessuno, tantomeno qui sul mio blog, ha mai descritto l'Azzurra di Mancini come una ritrovata potenza del football planetario. Ma negare pervicacemente l'evidenza di quanto accaduto dal 2018 ad oggi è fuori dal mondo, ed è un grosso problema soprattutto per chi di questa visione distorta della realtà continua a farsi convinto portatore. 

IL LAVORO AZZURRO PER TUTTO IL CALCIO ITALIANO - Chi non riconosce l'attuale valore del Club Italia, non l'ha probabilmente mai visto giocare. Senza peccare di superbia, al momento attuale non cambierei la nostra rappresentativa con quella tedesca, e non solo alla luce dello 0-6 di due giorni fa incassato dagli sbandati di Low contro le Furie Rosse. Là dove c'è una squadra in declino e bisognosa di ritrovarsi nel corpo (vedi uomini nuovi), nell'anima e nelle motivazioni, cosa che probabilmente le riuscirà visto l'immenso serbatoio cui possono attingere a Berlino e dintorni, qui abbiamo un gruppo fresco, formato da giovani che hanno saputo farsi largo fra nugoli di stranieri mediocri e mestieranti, vincendo la diffidenza di dirigenti e allenatori perlopiù chiusi ad ogni novità. Dopo il disastro della gestione Ventura, la Nazionale ha svolto un lavoro di importanza storica incalcolabile, non solo per se stessa e per i suoi risultati, ma per la rinascita di tutto il movimento nostrano: senza Mancini ed il suo staff, mirabilmente rappresentato in questa settimana da Chicco Evani, i Barella e i Locatelli sarebbero probabilmente ancora a fare anticamera o a riscaldare qualche panchina, magari di prestigio, per carità, ma pur sempre panchina. Il Mancio e i suoi hanno imposto una linea tecnica e operativa ben precisa: se il calcio italiano non la seguirà, torneremo rapidamente in quel limbo dal quale siamo faticosamente emersi.

AZIONI COME SE PIOVESSE - Il successo di Sarajevo è stato ciliegina sulla torta e conferma del buono ammirato in tutto il biennio e in tante uscite recenti, non ultima quella emiliana contro la Polonia. I padroni di casa, privi come detto del centravanti romanista ma trascinati nel mezzo da un Pjanic in cerca di riscatto, sono stati più determinati in fase offensiva rispetto a Lewandowski e compagni. Hanno avuto le loro occasioni, a cavallo fra i due tempi, e poco prima dell'intervallo Donnarumma ha salvato alla grande su una girata di Prevljak che avrebbe potuto fruttare l'1-1 ai locali. Ma si è trattato di lampi, o poco più: ancora una volta, a condurre le danze sono stati i nostri, col solito florilegio di palle gol solo in parte sfruttate. Due reti di notevole fattura, la prima con il tiro sporco di Belotti su cross di Insigne dopo un perentorio recupero palla di Locatelli, che nella ripresa ha messo in area un pallone "parlante" per Berardi, abile a girarlo in porta con una pregevole volée. A corollario, due occasioni iniziali per il Gallo, un salvataggio del portiere Piric su sinistro di Berardi, uno splendido destro liftato di Insigne su cambio gioco di Barella con pallone a lato di un soffio, una deviazione fallita da pochi passi da Emerson e Belotti su tiro cross di Florenzi, un'azione simile nel secondo tempo, questa volta con Acerbi alla conclusione e mancato tocco dentro di Locatelli, e per chiudere una traversa di Bernardeschi, appena entrato. Un mero elenco di azioni che però sintetizza mirabilmente pregi e difetti di questa nostra Nazionale: manovra altamente produttiva e instancabile, facilità di giungere in zona tiro, ma anche drammatica mancanza di killer instinct, rimediabile in gare di difficoltà medio - alta ma ad alto rischio nel momento in cui ci troveremo di fronte i grossissimi calibri, come quelli che affronteremo nelle finali italiane di Nations. 

DONNARUMMA INAPPUNTABILE, LOCATELLI SUPER - Cerchiamo di essere ottimisti: c'è modo e tempo per porre rimedio, soprattutto perché si parte da una base già confortante. Sarajevo ha fornito tante indicazioni positive, a partire da chi sta dietro a tutti, ossia un Donnarumma che, se col Milan ancora "regala" ogni tanto perle al contrario, come nell'ultima uscita di Europa League col Lille, in azzurro non ha finora sbagliato un colpo. L'equivoco, sul suo conto, è aspettarsi un nuovo Buffon, senza considerare che talenti enormi come Gigi non nascono ad ogni generazione: la realtà è che il rossonero è un signor portiere con ampi margini di miglioramento, e che può dare un contributo importante pur senza toccare le vette... celestiali del campione del mondo 2006. Davanti a lui, una squadra che pensa in senso propositivo fin dalla difesa, soprattutto con Acerbi ed Emerson che si sono visti a più riprese proiettarsi in avanti con notevole pericolosità. Riguardo alla zona nevralgica, una domanda: tornerà Verratti, elemento di classe ed esperienza internazionale, ma come si farà a chiedere a Locatelli di farsi da parte? Il cervello del Sassuolo ha fornito un'altra prestazione monstre nelle due fasi, è diventato indispensabile. La soluzione, a ben vedere, è semplice: abbiamo un reparto di mezzo ricco di validissime alternative, e se qualcuno non gira ci sono soluzioni di ricambio prontissime all'uso. Bene, al solito, anche Barella, meno appariscente perché più impegnato anche in copertura, a dimostrazione del fatto che i bosniaci sono stati tutt'altro che arrendevoli. 

BERARDI GENEROSO, INSIGNE SUGLI SCUDI - Non è un caso che ieri sera molti dei nostri uomini più avanzati abbiano brillato anche per la generosità nei rientri, con menzione particolare per Berardi, che oltre ad avere trovato apprezzabile continuità sotto porta ha anche sfoderato doti da gregario tornando a dare sostanza nel mezzo, così come Belotti non ha fatto solo la boa ma si è spesso trovato ad agire in zona leggermente arretrata, aprendo varchi per gli inserimenti degli altri. Fra tutti, dalla trequarti in su, è parso in stato di grazia Insigne, da almeno un paio di stagioni uno degli elementi più incisivi ed affidabili della nostra Serie A e ora costantemente all'altezza anche in azzurro. Ieri, dai piedi di Lorenzo, un campionario di tiri, assist, pregevolezze tecniche, un incursore mortifero che gioca per se stesso e per i compagni, che ha lasciato da parte la timidezza e sfoderato gli artigli. 

FUTURO DI SPERANZA - C'è tanta qualità nel gruppo creato da Bobby gol, e se pensiamo ai tanti, in larga parte giovani, che stanno al momento alla finestra per vari motivi (Zaniolo, Castrovilli...), per tacere dei verdissimi talenti che si stanno mettendo in evidenza nelle selezioni Under 20 e 21, non si può non guardare al futuro con pensieri carichi di speranza. Nel 2018 eravamo scesi al ventesimo posto del ranking FIFA, che snobbano solo i nostalgici di cui si è detto in apertura ma che è il parametro fondamentale, piaccia o meno, attraverso cui misurare lo stato di salute delle varie rappresentative. Ebbene, oggi siamo a un passo dal rientro nella top ten, dopo esserci lasciati alle spalle la Germania. Siamo nella Final Four di Nations, dove, al di là del risultato finale che potrà anche essere negativo, avremo tantissimo da imparare dai tre colossi che ci troveremo di fronte, e la cosa non potrà che portarci ulteriori vantaggi. Affronteremo il sorteggio mondiale da teste di serie e, nel frattempo, abbiamo un Europeo da giocare. Dite quel che volete, ma dopo l'orrido Italia - Svezia di San Siro '17, e anche dopo l'oscuro interregno di Di Biagio, avrei messo non una, ma mille firme, per ritrovarmi a questi livelli 36 mesi dopo. E' consentito un pizzico di retorica, in chiusura di post e di annata azzurra? Ecco: in giugno a Roma per l'Euro, a Milano e Torino per la Nations in ottobre, speriamo di poterci ritrovare tutti, finalmente, nei nostri stadi, per incitare l'Italia, da un anno privata del suo pubblico. Se lo meritano, i Mancio Boys, e ce lo meritiamo anche noi. 

giovedì 15 ottobre 2020

NATIONS LEAGUE: ITALIA IN DIFFICOLTA' CON L'OLANDA. CI SALVANO L'ASSE CHIELLINI - BARELLA E UN'OTTIMA TENUTA DIFENSIVA

Non si era mai vista così in difficoltà la Nazionale del Mancio, perlomeno da quando è diventata una squadra vera, ossia dalla trasferta in Polonia per la prima Nations League, gara qui pluricitata in quanto pietra angolare del processo di maturazione del nuovo Club Italia. Nella serata di Bergamo l'Olanda, a tratti, ci ha fatto veder le streghe, e in simili circostanze è sempre meglio guardare alla metà piena del bicchiere: non aver perso è un grande risultato e mantiene intatte le nostre speranze di artigliare il primato nel girone. 

Di più: pur in una situazione di notevole sofferenza, i nostri le hanno prese ma anche date, nel senso che, a fronte dei rischi corsi, hanno avuto almeno tre opportunità clamorose per conquistare l'intera posta, due delle quali, una per tempo, capitate sui piedi di Immobile, per il quale in azzurro continua a mancare il killer instinct laziale. La svolta negativa del match è coincisa proprio con la palla gol fallita da Ciro su perfetto assist di Verratti: dal possibile, e non immeritato, 2-0, si è passati all'1-1 nel volgere di una manciata di minuti, coi tulipani oggettivamente fortunati, visto che il pari di Van de Beek è stato propiziato da un rimpallo a centro area. 

Da quel momento, lo si è detto, Italia in ambasce, ma più per una situazione di imbarazzo tattico che per la classe degli avversari, visto che quanto a livello tecnico, a qualità dei singoli, le due rappresentative grosso modo si equivalgono, a parer mio. I problemi che affliggono il cittì sono noti, al di là delle contingenze della partita: Jorginho ha confermato di attraversare un periodo di scarsa brillantezza, Immobile ha sempre il "braccino" nei sedici metri finali, Chiesa continua ad essere troppo fumo e poco arrosto: qualche giocata la azzecca, ma non basta, e l'incisività in avanti è ancora una chimera. Come vivacità, come spirito di iniziativa, meglio il subentrante Kean, che però parte eccessivamente da lontano non riuscendo a diventare pericoloso in zona tiro. 

E tuttavia, giusto sottolinearlo, non sono mancati i motivi di consolazione. Tre nomi dalla cintola in su: Verratti, per il citato lancio ad Immobile e per aver saputo comunque dare ordine a un reparto di mezzo un po' sballottato, a costo di qualche scorrettezza di troppo in fase di copertura; Barella, ottimo sia in interdizione che in impostazione, scheggia in perenne movimento e autore del geniale passaggio in diagonale che ha mandato in gol Pellegrini; e Lorenzo, appunto, confermatosi incursore di vaglia e il cui contributo al lavoro offensivo è stato questa volta premiato da una meritata segnatura. Ma è naturale e confortante che, in una gara di notevole sofferenza come quella di ieri, le cose migliori siano arrivate dalla difesa. Per una squadra abituata a tenere pallino, ad aggredire, a giocare sempre col muso puntato verso la porta avversaria, un esame di sostanza per la retroguardia era necessario, e va detto che è stato superato tutto sommato a pieni voti. Perché, come detto, il gol del pari è stato favorito da circostanze anche fortuite, mentre altre situazioni spinose sono state risolte con efficacia, spesso anche senza guardare troppo alla forma, all'estetica.

Il calcio italiano, si sa, sconta da almeno un decennio la crisi della sua leggendaria vocazione difensiva, e quando è costretto in trincea deve spesso aggrapparsi a certi vecchi draghi. A Bergamo, ad esempio, è stata la notte di Chiellini, gagliardo come ai bei tempi, tempista e risoluto, decisivo nel tappare falle che potevano risultare esiziali. Attorno a lui un po' tutta la terza linea si è esaltata, e così abbiamo visto, ad esempio, Donnarumma sventare l'1-2 su un preciso diagonale di Depay. Da elogiare anche Spinazzola, che nel primo tempo stava cominciando a carburare e a offrire le sue consuete discese sulla sinistra, anche con una insidiosa conclusione verso Cilessen, mentre nella ripresa ha fatto risaltare le sue doti di contenimento dando un prezioso contributo per arginare le folate Orange. 

In sintesi, sull'asse Chiellini - Barella si è sostanzialmente retta la Nazionale vista poche ore fa: sono stati i più continui ed efficaci nelle rispettive zone d'operazione, i collanti di una formazione che in certi passaggi del match ha rischiato il naufragio ma, con notevole personalità, ha saputo rimanere a galla. Ora però occorre qualcosa di più: se permangono le difficoltà di Jorginho, si può dare spazio con più convinzione a Locatelli, anche ieri abbastanza in palla nel poco minutaggio avuto a disposizione. Per il resto, più che di uomini penso sia questione di condizione atletica e mentale: a novembre dovrebbe registrarsi una crescita e l'Azzurra potrà riappropriarsi delle misure di gioco che le sono consuete. La Nations League è un torneo giovane e forse di scarso appeal, ma dopo tanti anni a secco di trofei non possiamo rinunciare a cuor leggero alla possibilità di giocare in casa nostra la final four. 

martedì 8 settembre 2020

NATIONS LEAGUE: AD AMSTERDAM IL SUCCESSO PIÚ PESANTE DEGLI ULTIMI QUATTRO ANNI AZZURRI. LA GRAN SERATA DI SPINAZZOLA E LOCATELLI. E ZANIOLO TORNERÀ


La vittoria di Amsterdam è la più "pesante", oltreché prestigiosa e importante, degli ultimi quattro anni azzurri, diciamo a far data dallo strepitoso 2-0 inflitto alla Spagna negli ottavi di Euro 2016. Di sicuro un significativo esame universitario superato, perché dalla prova di maturità delle qualificazioni continentali l'Italia era già uscita a pieni voti, mentre una prova del nove sulla competitività di questa squadra serviva più che altro agli ipercritici, agli scettici ad oltranza, ai San Tommaso calcistici (della serie "se non li vedo battere una grande, non credo alla loro forza"). Discorso che personalmente non mi ha mai riguardato, e l'ho scritto tante volte su queste pagine, anche nei giorni scorsi: al di là della relativa caratura degli avversari, undici vittorie consecutive non si ottengono mai, e sottolineo mai, per caso. Nello specifico, dietro il filotto dei Mancini boys, interrotto venerdì dalla Bosnia, c'era qualcosa di estremamente concreto e sostanzioso, sol che lo si volesse vedere senza abbandonarsi alle trite tiritere sui calciatori italiani che non sono più quelli di una volta: c'era un progetto tattico ben definito, c'erano giocatori con doti di palleggio e personalità in sboccio, c'era uno spirito sbarazzino, aggressivo, propositivo. 
AUTORITARI ALL'ESTERO, NON ACCADE SPESSO - Queste doti si erano intraviste anche al Franchi, pur nelle difficoltà di quella serata, dal ritorno all'impegno agonistico dopo dieci mesi alla condizione fisica approssimativa e all'assenza di uomini chiave. Queste doti son tornate ad emergere nitidamente nell'Arena intitolata a Cruijff. Il Club Italia post disastro Mondiale è un team che non ha paura di prendere l'iniziativa e che sa impadronirsi del gioco anche su campi difficili e contro rivali di rango. In senso assoluto, in quasi quarant'anni che seguo il calcio non mi è capitato spessissimo di vedere la nostra Nazionale andare all'estero a imporsi in maniera così autoritaria, perentoria, senza eccedere in gherminelle difensive. E' una rarità storica, credetemi, e questa giovane Azzurra manciniana l'ha fatto già ripetutamente, a partire da quella esibizione in punta di tecnica in Polonia, nell'autunno 2018, che segnò di fatto la nascita della nuova Selezione. 
OCCASIONI A GO GO E MANOVRE DI PREGIO - Cito spesso la vittoria di Chorzow siglata in extremis da Biraghi, perché è l'esempio plastico di quelle partite che incidono più di altre nel percorso di costruzione e di crescita di una rappresentativa. Da lì è iniziato tutto, da lì si è vista la luce in fondo al tunnel. Da Chorzow 2018 ad Amsterdam 2020 un fil rouge ben definito, fatto di bel gioco e di piedi buoni in quantità persino inaspettata. Recuperato Jorginho e con più benzina nel motore, il che vuol dire maggior velocità di esecuzione e rapidità nel disegnare le azioni, l'Italia ha ripreso a giostrare come sa, prendendo letteralmente a pallonate i Paesi Bassi nel primo tempo per poi controllare con discreta sicurezza nella ripresa almeno fino alla mezz'ora, quando ha rinculato sotto l'ovvia pressione dei locali restando però pericolosissima nelle ripartenze. La splendida girata di Zaniolo alta di poco, i tiri ad effetto di Insigne ed Immobile a sfiorare il palo, infine la perentoria inzuccata di Barella su assist della Scarpa d'oro al culmine di una vertiginosa azione offensiva di ubriacante bellezza; e, nel secondo tempo, altre opportunità per Insigne (con prodezza di Cilessen) e due volte per Kean, che ha sprecato incredibilmente un contropiede ma che va nel complesso elogiato, perché si è calato nella parte con grande disponibilità al sacrificio, rientrando a tamponare nella zona di mezzo. 
SUPER SPINAZZOLA, KEAN IN RIALZO - Kean pare avviato sulla strada del recupero a misure degne del suo talento, ma il discorso va allargato, perché questa Nazionale sta facendo del bene a tanti nostri calciatori e quindi a tutto il movimento. Il Donnarumma azzurro, ad esempio, non sbaglia un colpo, e ieri ha sventato, in avvio di secondo tempo, una clamorosa palla gol deviando in corner una conclusione ravvicinata di Van de Beek; uno dei pochi interventi difficili a cui è stato chiamato il milanista, che però sa mantenere alta la concentrazione anche quando non è sottoposto a "bombardamenti" avversari. E che dire di Spinazzola? Continuo, propositivo, ficcante: batte la corsia sinistra con inesausto furore, sa anche saltare l'uomo oltreché crossare, è un punto di riferimento per i compagni che lo cercano a ripetizione: visto che si indugia spesso in arbitrari accostamenti, spesso figli di nostalgia fine a se stessa, fra gli azzurri di oggi e quelli di ieri, bene, mi sento di poter dire che questo ragazzo sarebbe stato titolare fisso in molti club italiani di alta classifica degli anni Ottanta - Novanta, la nostra età dell'oro, e che al momento, in Nazionale, può giocarsi tranquillamente il posto con Emerson. Meno convincente è stato sull'altro versante D'Ambrosio, i cui limiti tecnici peraltro sono noti, ma ha raggiunto comunque la sufficienza e nel finale ha sbrogliato una situazione spinosa nell'area piccola. Continuo a pensare che, a destra, soluzioni più attendibili siano rappresentate da Di Lorenzo e anche dall'impeccabile Lazzari dell'ultima stagione laziale.  
LOCATELLI, GRANDE "ACQUISTO" - Nel mezzo, come detto, fondamentale è stato il rientro di Jorginho, con la sua paziente tessitura e alcune verticalizzazioni di prima che hanno incrementato l'efficacia della manovra azzurra. Barella è andato più a corrente alternata rispetto a Firenze, ha fornito un contributo più di spada che di fioretto, confermando peraltro la sua straordinaria efficacia negli inserimenti in area, siglando il gol vittoria con un colpo di testa da centravanti vero. Senz'altro più cospicuo è stato l'apporto alla manovra di Locatelli, esemplare nelle due fasi, capace di lavorare una gran quantità di palloni con grande costrutto e pochissime sbavature: un acquisto importante e definitivo, per un reparto che da anni non avevamo così ricco di fosforo e di piedi educati. 
IL PROBLEMA DEL GOL E L'ANNO NERO DI ZANIOLO - Rimane il problema dell'attacco: problema, perché dalla gran mole di gioco e occasioni prodotte è uscita la miseria di un golletto, realizzato per di più da un centrocampista. Intendiamoci: non si può non promuovere la prova di Insigne e Immobile, che hanno martellato la difesa arancione, hanno concluso direttamente, confezionato assist, aperto varchi, ma continua a latitare il killer instinct. Soprattutto Ciro, ora che è cannoniere principe europeo, ha una responsabilità in più e, in accordo con Mancini e coi compagni, deve trovare il modo di diventare una freccia acuminata anche in rappresentativa, così come devono al più presto raddrizzare la mira Kean e Chiesa, che hanno il gol nelle loro corde. Nell'immediato ci si potrebbe anche affidare a Caputo, peraltro tutto da scoprire sui palcoscenici internazionali: un salto nel buio, insomma. Infine, Zaniolo, evidentemente nel suo anno più buio. Si consoli: pagato il tributo alla malasorte, tanti campionissimi del passato sono tornati ai massimi livelli, in primis Roby Baggio, anche lui martoriato non poco nel primo periodo della carriera (e purtroppo anche in seguito). Coi suoi strappi, le sue incursioni, le sue accelerazioni, può diventare elemento chiave del gioco azzurro: la sua presenza è fondamentale nel futuro del progetto Mancini, ma ora occorrono calma, prudenza e circospezione nel percorso di recupero, senza forzare i tempi, e pazienza se dovrà rinunciare all'Europeo. Il ragazzo è ancora un talento in erba, non ha bisogno di bruciare le tappe.  

martedì 19 novembre 2019

VERSO EURO 2020: NON SOLO RECORD PER L'ITALIA DEL MANCIO. DIETRO LE CIFRE, UN GIOCO PREGEVOLE E GIOVANI IN CRESCITA COSTANTE

                                  Immobile e Belotti, gemelli del gol azzurri "in alternanza" (foto Guerin Sportivo)

Record su record, per la Nazionale del Mancio. Undici vittorie consecutive, solo successi nel girone di qualificazione europea, e poco ci mancava che si stabilisse un altro primato, il nuovo massimo scarto di gol della storia azzurra: ne bastava un altro paio con l'Armenia, ma accontentiamoci, per carità. Sono cifre di un'eloquenza granitica, che non garantiscono trionfi planetari per il futuro prossimo (Euro 2020) o un po' più lontano (Mondiali in Qatar, dove prima bisogna arrivare), ma dimostrano comunque che il cambio di marcia c'è stato, eccome se c'è stato. 
GIRONE ABBORDABILE, MA... - L'argomento del relativo valore degli avversari è valido e debole al contempo: perché non occorre essere profondi conoscitori delle vicende del pallone per accorgersi che non sono state battute delle corazzate, ma... Ecco, ci sono un sacco di ma: ad esempio i tanti gruppi facili in cui siamo capitati in passato, sia nelle eliminatorie che nelle fasi finali dei vari tornei, e nei quali abbiamo spesso messo insieme figure barbine che, a ricordarle, ancora si arrossisce. E poi il punto zero da cui il cittì è partito per questo viaggio: non eravamo più nessuno, una ex grande potenza calcistica rasa al suolo da un risultato umiliante, e in più bloccata da un handicap enorme, il rinnovamento che pareva impossibile, la difficoltà a trovar ricambi di valore già pronti per le grandi sfide, la mancanza di coraggio nel mettere alla prova le nuove leve. Questi erano gli sconfortanti blocchi di partenza di una Italia da ricostruire: a una stagione e mezza dall'avvento in panca dell'ex Bobby gol, la situazione è cambiata come dalla notte al giorno. Certo, il sorteggio ci ha aiutati, quella fortuna che un po' meritava, diciamocelo, una rappresentativa che ha contribuito ad alimentare la leggenda di questo sport, che ha messo insieme quattro titoli iridati e scritto pagine memorabili. Ma anche parlare di girone benevolo è relativo: ricordiamo che a giugno, al momento di incrociare i tacchetti con la Bosnia Erzegovina, non eravamo nemmeno sicuri di essere superiori a Dzeko, Pjanic e compagni. 
LA SVOLTA DELLO STADIUM - La nuova Azzurra è nata lì, allo Stadium torinese, in una serata di fine primavera: dopo un primo tempo che sembrò confermare la maggiore efficienza dei bosniaci, andati al riposo in vantaggio grazie al tocco sotto misura del bomber romanista, arrivò la reazione veemente dei nostri, una reazione però non affidata alla foga ma a una lucidità nell'interpretazione del match, una linearità di manovra, una sicurezza di palleggio che produssero le due stilettate di Insigne e Verratti, due prodezze balistiche che permisero di capovolgere con merito il risultato e di incamerare tre punti fondamentali. Da quel giorno non ci si è più fermati: punteggio pieno nel raggruppamento e, ciò che più conta, prestazioni contraddistinte quasi costantemente da espressioni di gioco di livello europeo.
BELLA A VEDERSI ED EFFICACE - Già, il gioco: altra "vittoria" centrata da Mancini in questa prima parte di gestione azzurra. La sua Selezione pratica, dal centrocampo in su, una manovra agile, rapida, esteticamente pregevole, efficace, sempre propositiva, ricordando in questo il primo biennio di Prandelli CT. Ma rispetto a quell'ormai lontano 2011-2012 c'è una maggiore perizia tecnica, una precisione nel tocco e nel trattamento del pallone che da tempo non ammiravamo in queste desolate lande calcistiche. Il Club Italia ha un'identità ben precisa e suona lo spartito con armonia, fatta salva qualche stecca qua e là, finora indolore. E' un meccanismo di squadra che ha radici solide e profonde, formatesi nel tempo, tanto che i primi vagiti in tal senso si videro nell'autunno 2018, a sprazzi nell'amichevole genovese con l'Ucraina e soprattutto nella straordinaria recita in casa della Polonia, l'altro snodo cruciale per la crescita della Nazionale insieme al citato match d'andata con la Bosnia. La differenza rispetto a un anno fa è che a Chorzow dovemmo aspettare l'acuto a tempo quasi scaduto di un difensore, Biraghi, per concretizzare la nostra schiacciante superiorità. 
COOPERATIVA DEL GOL - C'era, in quei giorni, il drammatico problema della mancanza di validi sbocchi offensivi, il rischio era quello di diventare come il Portogallo di un tempo, bello a vedersi ma tremendamente sterile. Le dieci gare del girone eliminatorio hanno invece fatto tirare un sospiro di sollievo: non abbiamo bomber epocali, Belotti si fa quasi sempre valere con dignità, Immobile ha qualche guizzo anche se in generale non riesce a replicare in azzurro l'infallibilità sotto porta che sfodera nella Lazio, Chiesa collabora attivamente all'azione ma manca ancora di un adeguato killer instinct; e tuttavia l'Italia attuale è soprattutto una cooperativa del gol, che porta alla conclusione vincente un pacchetto di centrocampisti dalla forte propensione alla spinta e di trequartisti che sanno essere micidiali incursori. Così, hanno trovato la via della rete Sensi, Barella, Lorenzo Pellegrini, e ieri sera a Palermo Zaniolo ha confermato il suo magic moment siglando una doppietta. Di quando in quando qualche acuto arriva anche dalla retroguardia: due segnature per Romagnoli, anche se con Liechtenstein e Armenia, una ciascuna per Bonucci e per il sontuoso Acerbi di questa annata. Residua qualche amnesia in fase di copertura, quasi inevitabile del resto quando si ha sempre la prua puntata verso la porta avversaria, ma almeno il dopo Buffon ci sta mostrando dei guardiani affidabilissimi: Donnarumma in Bosnia ha compiuto un paio di parate capolavoro, e sembra aver acquisito in azzurro quella continuità di rendimento che ancora gli fa in parte difetto nel Milan, mentre Sirigu col Toro sta disputando uno dei migliori campionati in carriera.  
AUTORITARI IN BOSNIA, IMPLACABILI AL BARBERA - Volando sulle ali di un gioco via via sempre più rodato, alimentato da una zona nevralgica densa di piedi buoni, il gruppo ha trovato sicurezza nei propri mezzi, disinvoltura nella gestione delle varie fasi di gara e capacità di tenere pallino: è passato con autorità a Zenica, quasi "scherzando" una rappresentativa dotata di notevole talento, ha giocato al tiro al bersaglio a Palermo con gli armeni, firmando un'altra piccola conquista: la capacità di goleare senza pietà quando ce n'è l'occasione, esattamente come fanno tutte le altre grandi (ma anche le "medie") del calcio mondiale e come noi, invece, non siamo quasi mai riusciti a fare (ricordiamo ancora certi striminziti 1-0 o 2-1 con colossi come Malta, Azerbaigian e Far Oer, per tacere del 2-2 del 2013 proprio contro l'Armenia, a Napoli, che ci privò del ruolo di testa di serie per Brasile 2014). 
PORTE APERTE AI GIOVANI - Guardando oltre le trionfali cifre, dunque, il bilancio è in ogni caso molto più ricco di luci che di ombre. Il merito più grande del Mancio rimane quello di aver dato larghissimo spazio alle verdi speranze del pallone tricolore. L'ho scritto più volte negli anni passati, anche nei momenti più bui del nostro calcio: ci possono essere alti e bassi, generazioni meno valide di altre, ma il nostro vivaio, per ragioni storiche e di DNA, non smetterà mai di produrre elementi di qualità. Il problema, in questo ventunesimo secolo, è sempre stato un altro: la scarsa fiducia riservata nei club agli emergenti, e la conseguente poca esperienza in fatto di partitissime ad alto livello.
In tal senso sono andate le esternazioni dei giorni scorsi di Antonio Conte da una parte e di Paolo Nicolato, trainer dell'Under 21, dall'altra. Il coach dell'Inter, dopo la sconfitta in Champions a Dortmund, ha lamentato il fatto di non poter chiedere l'impossibile a gente come Sensi e Barella, ottimi calciatori che però fino alla stagione scorsa difendevano i colori di  Sassuolo e Cagliari, e quindi privi, al momento, dell'abitudine a giocare su palcoscenici di rilievo internazionale. Uscita comunque discutibile per due motivi: primo, perché certe cose sarebbe meglio dirle direttamente ai propri dirigenti, secondo, perché se si costruisce una squadra attorno a due ragazzi come i sopra citati, bisogna accettare il fatto di dover operare soprattutto in prospettiva, cioè di mettere minuti e partite importanti nelle gambe di questi giovani per prepararli, magari già dalla prossima annata, a fare la voce grossa fuori dai confini. 
RAGAZZI ITALIANI DI NUOVO PROTAGONISTI - In questo, diciamolo, una grossa mano a Conte è arrivata e arriverà proprio da Mancini, che sta svezzando i due califfi del centrocampo nerazzurro al calor bianco di insidiosi confronti europei, con risultati oltremodo benefici sia per la Beneamata sia per il Club Italia. A tale aspetto si ricollega l'affermazione di Nicolato, il quale ha sottolineato come nella sua rosa attuale solo cinque giocatori siano titolari in A. Un problema che Note d'azzurro denuncia da tempi assolutamente non sospetti, e che tuttavia, almeno per i giovanotti già promossi nella Maggiore, sta trovando parziale soluzione: molti di loro sono protagonisti in campionato (si veda anche "la Nazionale del mese" che da ottobre compilo per la pagina Facebook del Guerin Sportivo), e certo ha avuto un ruolo fondamentale proprio l'atteggiamento determinato del  Mancio, che ha deciso di dare piena fiducia e spazio a ragazzi che spesso non sono dei punti fermissimi nei rispettivi club: pensiamo al Kean dell'anno scorso, al Biraghi di questi tempi e soprattutto allo Zaniolo convocato quando era ancora poco più che un pulcino.
Grazie a queste apparenti forzature, oggi abbiamo una rosa di venti - venticinque azzurrabili di ampio affidamento, alcuni letteralmente inventati dal nulla come Di Lorenzo, altri, come il citato Zaniolo e il baby Tonali, chiamati ad affrontare con esiti confortanti un processo di maturazione più veloce del previsto, altri ancora rivitalizzati come Bernardeschi, in ombra nella Juve ma sempre positivo in rappresentativa. Tutto questo, lo ripeto, non significa che vinceremo l'Europeo: significa semplicemente che abbiamo di nuovo un drappello di calciatori italiani in grado di andare in giro per l'Europa senza farci patire le pene dell'inferno, e anzi regalando spesso momenti di football godibile, con tanto di risultati anche fragorosi. E' solo una base su cui edificare, ma è una base discretamente solida. Il resto, forse, verrà.