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domenica 23 febbraio 2014

SANREMO 2014: IL PAGELLONE DELLE CANZONI FINALISTE, MA NON SOLO...

                                Gualazzi e Bloody Beetroots: fra i migliori di Sanremo 64

Eccoci dunque, a chiusura dell'intensa settimana sanremese, al rituale pagellone dei brani portati in finale dai Campioni (con qualche postilla in calce...), nel tentativo di mettere ordine, approfondendole, fra le considerazioni che ho sparso nei giorni scorsi nei vari post di commento alle serate. Le canzoni sono elencate di seguito secondo la classifica definitiva del Festival.
CONTROVENTO - ARISA: fedelissima alla più tradizionale linea melodica sanremese, arrangiamento semplice ma con la gradevole raffinatezza degli inserimenti dell'oboe, testo banale, quasi elementare, da"temino" scolastico, ma buona cantabilità. Pezzo furbo, impreziosito da una voce limpida e costantemente priva di incrinature,  ai limiti della perfezione: però "La notte" di due anni fa, pur anch'esso tradizionale, aveva altro spessore. VOTO: 6,5. 
LIBERI O NO - RAPHAEL GUALAZZI AND THE BLOODY BEETROOTS: potevano essere vincitori più meritevoli di Arisa. Azzeccata contaminazione fra generi distanti fra loro, ottima fusione fra blues - jazz e discomusic di stampo "settantesco". Alla fine della fiera, l'abbinamento, per quanto ardito, non è stato spiazzante e rivoluzionario come lo si descriveva alla vigilia. Quindi meno arduo, per l'ascoltatore, da assorbire nei tempi serrati della kermesse. Meglio così. VOTO: 7,5. 
ORA - RENZO RUBINO: cantautorato di stampo moderno, canzone dal ritmo incalzante, interpretazione energica, da consumato "animale da palcoscenico". Buone trovate testuali (la chiusa "Dammi un voto, un voto, un voto, un volto") e vocalità eclettica, che in certi passaggi mi ha ricordato il Rodolfo Santandrea di Sanremo '84, talento genialoide tuttora in pista ma mai adeguatamente valorizzato. VOTO: 7. 
VIVENDO ADESSO - FRANCESCO RENGA: una medaglia la meritava tutta, e quella d'oro non sarebbe stata scandalosa. Pop assolutamente contemporaneo, testo ben scritto e al passo coi tempi, che affronta con realismo e delicatezza un tema spinoso come quello del tradimento; impianto musicale raffinato e variegato. Un'Elisa in gran forma, "letta" da Renga cercando di dare più equilibrio del solito alla sua potenza vocale, che però non è mancata. Unica pecca, la canzone esce troppo alla distanza, come accadde per "La tua bellezza", presentata a Sanremo 2012. Ma avercene, di pezzi così. Sul podio doveva starci. E' stata buttata giù dalla Giuria di qualità, che ha issato Arisa in paradiso. De gustibus. VOTO: 7,5. 
BAGNATI DAL SOLE - NOEMI: la "summa" della canzone da airplay radiofonico e da I-Pod, essenziale, quasi scarna nella struttura, strofa breve che cede presto il campo a un refrain lungo e martellante. Nessuna ricercatezza. Voce sempre calda e avvolgente (ma a volte la sensazione è che, con le sue doti, potrebbe osare di più), e ad accrescere l'appeal un coretto trascinante, costruito su misura per coinvolgere il pubblico nei live prossimi venturi. VOTO: 7. 
L'UNICA - PERTURBAZIONE: hanno azzeccato l'ingresso nel giro della musica "commerciale", con un pezzo ben congegnato, dal testo ironico, di notevole impatto e capace di ficcarsi subito in testa. Sonorità elettroniche un po' vintage ma veste sonora comunque attualissima. Insomma, in quanto  esponenti del mondo "indie" non hanno fatto gli "strani", pur rimanendo sostanzialmente fedeli al loro stile. VOTO: 7,5. 
IL CIELO E' VUOTO - CRISTIANO DE ANDRE': vado controcorrente e dico che è meglio questa rispetto alla pluridecorata (dalla critica) "Invisibili", esclusa dal pubblico televotante dopo la prima esecuzione. Se non altro è più originale, anche se nella sua architettura complessiva non si può definire cantautoriale in senso stretto. Risulta perfino di facile presa. Azzeccata la soluzione delle parti in "recitato", refrain coinvolgente. VOTO: 6,5. 
PEDALA - FRANKIE HI-NRG: buon ritorno all'Ariston per Di Gesù. Altro brano da iscrivere nella categoria "tormentoni", almeno potenzialmente. Il ritornello sembra costruito apposta per accompagnarti in ogni momento della giornata, da canticchiare soprattutto "sotto la doccia" o "facendosi la barba", come si diceva un tempo a proposito dei migliori prodotti festivalieri. Il ciclismo e la bicicletta come metafore delle asprezze della vita non rappresentano soluzioni narrative uniche e geniali, ma Frankie le sviluppa con un racconto persino sovrabbondante, ricco di immagini suggestive e di gran concretezza, di accostamenti e di paragoni centratissimi. VOTO: 6,5.
TI PORTO A CENA CON ME - GIUSY FERRERI: ha azzardato il cambiamento di stile, e la prima prova mi è parsa confortante. Perfettamente a suo agio con un pezzo soft di stampo classico, dagli accenti sommessamente malinconici, secondo la miglior tradizione della melodia all'italiana. Più coinvolgente la strofa del ritornello, ma nel complesso la sufficienza è ampiamente raggiunta. VOTO: 6,5. 

                                          Sarcina: senza squilli, ma sufficiente

NEL TUO SORRISO - FRANCESCO SARCINA: un tuffo nel passato recente, nel periodo d'oro delle Vibrazioni, che all'inizio di questo secolo avevano impresso a chiare lettere la loro firma sulla nouvelle vague del pop rock italico. Quasi dieci anni dopo, o giù di lì, nulla è cambiato: Sarcina è andato sul sicuro e ha riproposto in maniera fedele lo stile della sua band, virando anzi verso una ancor maggiore semplificazione e "popolarizzazione": la canzone è di impianto tradizionalissimo, con l'apertura a voce spiegata di un refrain fatto apposta per trascinare la platea. Non eccelsa, ma tutt'altro che da buttare. VOTO: 6+. 
COSI' LONTANO - GIULIANO PALMA: nessuno, nel panorama canoro italiano, sarebbe in grado di interpretare  meglio di lui una canzone di Nina Zilli, il cui stile si sposa alla perfezione con quello dell'artista milanese. Ma non era una Zilli particolarmente ispirata e originale, quella che ha confezionato questo brano, un po' troppo appiattito su altre sue precedenti produzioni. Insomma, per Palma un esordio sanremese un po' sottotono, e non solo per colpa sua. VOTO: 5,5. 
DA LONTANO - ANTONELLA RUGGIERO: fra le finaliste, è sicuramente la proposta più complessa e articolata. Forse troppi virtuosismi interpretativi per una vocalità che mantiene comunque intatta la sua suggestione. Arrangiamento corposo, in particolare di grande effetto l'uso del piano e dell'organo, le cose migliori di quest'opera. VOTO: 6+. 
SING IN THE RAIN - RON: l'esclusa "Un abbraccio unico" rappresentava il vero Ron, una melodia avvolgente e incalzante , ricca e piena, uno splendido inno all'amore del tutto nelle sue corde, persino con un coretto in stile "Joe temerario". Meglio dell'allegra "Sing in the rain", una leggerina folk song senza eccessive pretese. VOTO: 5,5. 
PRIMA DI ANDARE VIA - RICCARDO SINIGALLIA (squalificata - fuori concorso): splendida immersione nel miglior sound targato Tiromancino, quello che portò una ventata di novità nel panorama pop italico a inizio Duemila. Testo ispirato, sognante e al contempo realistico, arrangiamento essenziale su un tappeto di chitarre, inserimenti misurati della voce di Laura Arzilli, con la quale Riccardo ha una splendida intesa sul palco. VOTO: 7.

                             Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, discussi padroni di casa

Per finire, alcune pagelle "supplementari", a partire dai due padroni di casa.
FABIO FAZIO: delle pecche in fase di costruzione dello spettacolo, e di definizione della linea "editoriale", già si è detto. Sul palco ha fatto il suo, senza strafare ma nemmeno demeritare. Del resto non è mai stato un "one man show", casomai dà il massimo quando sente di nuotare nel suo ambiente, in un progetto che ha voluto e che percepisce come fortemente condiviso da chi ne fruisce: ecco, quest'anno la condivisione, da parte di pubblico e critica, in larga parte non c'è stata, e quindi la sua presenza nelle pieghe dello show è risultata fatalmente attutita. Ottimo comunque il sangue freddo mostrato nella gestione della protesta degli operai, e di assoluta genialità l'entrata in scena, in una delle prime serate, in vestaglia da camera, per sottolineare (con una sana autocritica) il protrarsi della trasmissione fino alle ore piccole. Di discreta fattura anche l'imitazione di Pippo Baudo (bravo Fabio a incentrarla su un particolare gesto della mano che il presentatore siciliano fa spesso, ma non è facilissimo da cogliere). Liberatoria la "coreografia danzante" fornita ad Arisa, insieme a Lucianina, durante la riesecuzione del brano vincente. VOTO: 6 come presentatore, 5 come principale deus ex machina della manifestazione. 
LUCIANA LITTIZZETTO: per quanto mi riguarda, promossa a pieni voti, o giù di lì. Ha avuto la verve per vivacizzare una ribalta che troppo spesso è parsa ripiegata su se stessa. Divertente l'entrata in scena, la sera d'apertura, con le Blue Belles, azzeccata la caricaturizzazione di Raffaella Carrà, rispettoso l'inserimento nel monologo di Franca Valeri, convincente e sentito, per quanto non privo di qualche argomentazione debole, il monologo su bellezza e diversità. Poi la battuta sempre pronta per ogni artista, e il giochetto della liaison col maestro Vessicchio, insistito ma mai noioso. Certo, il turpiloquio, a volte senz'altro eccessivo, ma concentrarsi solo su questo aspetto vuol dire ricollegarsi al vecchio discorso del dito e della luna, fissarsi su particolari importanti ma non decisivi perdendo di vista la sostanza. VOTO: 7+. 
LA SCENOGRAFIA: non ho le competenze specifiche per giudicarla su un piano tecnico ed estetico, mi limito quindi a dire di averla trovata anonima, senza alcun elemento che possa farla ricordare, e ricordare positivamente, negli anni a venire. E' un problema, per la verità, che ha caratterizzato molte edizioni recenti. Nostalgia dei palchi elettronico - discotecari dei primi anni Ottanta... VOTO: 5-. 
I VERSI PIU' BELLI: "Credo in noi come se fossimo di un'altra generazione, di quella del bene sopra la ragione, di quelle che aspetto anche tutta la vita per vederti tornare dalla guerra mondiale": Zibba, in "Senza di te". 

venerdì 21 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014, LA TERZA SERATA: SORPRESA, LE CANZONI CI SONO E NON SONO NIENTE MALE...

                                         Francesco Renga è scattato subito in testa

La sapete una cosa? Non è poi malaccio, questo Sanremo numero 64. Il riferimento è alla proposta musicale offerta dalla rassegna, perché dello show si è già detto quasi tutto nei giorni scorsi. Certo, ci sono stati (e ci mancava pure) degli aggiustamenti in corsa, il ritmo si è un po' innalzato, i cantanti e la gara hanno riconquistato un minimo di centralità, che peraltro al Festival un tempo era cosa scontata, anzi doverosa. Però i limiti rimangono, e, come previsto nel post di ieri, i telespettatori fuggiti dopo la quasi insopportabile prima serata non sono tornati, e forse, forse, ricompariranno giusto in tempo per la finalissima. Un solo concetto: che un direttore artistico - presentatore voglia lasciare la propria impronta, il proprio credo artistico su Sanremo allorquando viene chiamato a gestirlo, è sacrosanto: ma lasciarvi un'impronta non vuol dire plasmarlo totalmente a propria immagine e somiglianza, fin quasi a stravolgerlo. 
SANREMO O "CHE TEMPO CHE FA"? - Questo Festival sembra una succursale in scala ridotta di "Che tempo che fa": per la scelta fin troppo elitaria e fuori contesto di certi ospiti, e per la presenza di volti già inflazionatissimi nel contenitore di Rai Tre: dopo esserci sorbiti, nel vernissage di martedì, la solita tirata retorica di Gramellini, ieri c'è stata la comparsata dell'esperto d'arte Flavio Caroli. Bravissimo, per carità, ma non è questo il punto: nel calcio si criticano, giustamente, quegli allenatori che, quando cambiano squadra, si portano costantemente dietro alcuni giocatori "fedelissimi", quasi non riuscissero a ripartire da zero senza il loro fondamentale sostegno in campo e nello spogliatoio: per questo vezzo, sono considerati trainer non completi. Ecco, Fazio si comporta alla stessa maniera, mentre un vero grande, un fuoriclasse autentico del piccolo schermo dovrebbe saper modellare l'evento Sanremo anche senza certi appigli. 
IL VERO INIZIO DEL FESTIVAL - E allora, parliamo di musica. Come detto in apertura, lo possiamo fare finalmente in maniera più dettagliata. Nel Sanremo versione Fazio - Pagani, la terza serata rappresenta il vero inizio della kermesse: le prime due, l'ho scritto più volte, non sono altro che una coda della fase di selezione delle canzoni, che viene così democraticamente affidata al pubblico del televoto: una coda superflua, perché il format dei due brani per artista non ha sfondato, non emoziona, toglie fascino alla gara, rende tutto più annacquato. Quando invece i Big possono scendere in campo tutti insieme, proponendo finalmente la sola composizione veramente in concorso, la resa spettacolare è del tutto diversa, e si riesce ad avere una panoramica più completa del livello qualitativo delle opere. 
RENGA IN POLE, MA... - Livello che, si diceva, non è affatto malvagio. Rimane inspiegabile la distribuzione dei Campioni fra le prime due sere, con le proposte più complesse (alcune delle quali, lo diciamo sottovoce, tutt'altro che eccezionali) concentrate nel gala d'apertura, e anche questo ha contribuito alla "fuga del telespettatore". Comunque: che Renga balzasse da subito in testa era prevedibile, e non solo per il curriculum e la presenza scenica: "Vivendo adesso" è un brano assolutamente in linea con gli standard  del pop più contemporaneo, ha una costruzione non banale, e la griffe di lusso di Elisa si sente tutta; se ha un limite, il pezzo, è quello di limitare un tantino la potenza vocale dell'ex Timoria, che però riesce comunque a dispiegarsi notevolmente. Siamo più o meno sui livelli di "L'essenziale", la trionfatrice dell'anno scorso (a proposito, stasera Mengoni torna per un omaggio a Sergio Endrigo), che era forse un po' più immediata. Il vincitore del 2013, tuttavia, alla lunga ebbe come unici, veri ostacoli gli Elio e le Storie tese della "Canzone mononota"; questa volta, invece, per Renga nulla è scontato: sarà almeno una lotta a cinque, con Arisa, Rubino, Gualazzi e la sorpresissima Perturbazione. 
TORMENTONI - Di Arisa si era detto: il brano "Controvento" è costruito con mestiere, senza grandi novità, senza strafare, ma è orecchiabilissimo e ha tutti gli elementi che si richiedono al classico "pezzo festivaliero". Rubino, come previsto, si candida a "scheggia impazzita" della classifica finale: la sua incalzante ed energica "Ora" ha le stimmate del tormentone, caratteristica che l'accomuna ad almeno altre tre canzoni della categoria, che come media non è male, per un Festival di Sanremo: "Pedala" di Frankie Hi-NRG, al momento relegato in coda, "Bagnati dal sole" di Noemi, stranamente penalizzata in sede di votazioni sms ma, lo ribadiamo, sicura candidata a posti di rilievo negli airplay radiofonici e nelle classifiche dei download, e "L'unica" dei Perturbazione, ficcatasi in testa fin dal primo ascolto, il che, per la musica leggera talvolta troppo complessa d'oggidì, è sicuramente un merito. La band piemontese, oltretutto, ha conquistato un quarto posto provvisorio che ha dell'incredibile, vista la relativa popolarità presso il grande pubblico: una posizione da cui sabato, col sostegno della giuria di qualità, potrebbe addirittura tentare un colpaccio in stile Avion Travel 2000 (ma con maggior merito). 

                                    Convince l'accoppiata Gualazzi - Bloody beetroots

LA NUOVA FERRERI - La giuria di qualità farà sicuramente salire anche Gualazzi e The Bloody beetroots: al secondo ascolto di "Liberi o no", si apprezza maggiormente l'insolita fusion fra il soffuso jazz di Raphael e l'elaborata discomusic del bizzarro "uomo mascherato". Nei miei voti è anche un recupero di terreno da parte di Riccardo Sinigallia, la cui "Prima di andare via" è canzone raffinata, costruita su uno splendido tappeto di chitarre, per un insieme di notevole impatto. "Nel tuo sorriso" di Sarcina è un pezzo in stile sanremese vestito con un abito moderno, mentre Giusy Ferreri riscuote discreti consensi in questa nuova veste soft melodica, per un "Ti porto a cena con me" che mi pare più convincente nella strofa che nel refrain. Coinvolgente il folk di Ron, tuttavia in certe sonorità non del tutto estraneo al suo repertorio standard, mentre le proposte di De André e, soprattutto, Antonella Ruggiero si confermano le più ostiche: la sensazione è che l'ex Matia Bazar, questa volta, in "Da lontano" stia un po' esagerando coi virtuosismi vocali, ma la sua canzone è se non altro sostenuta da un arrangiamento ricco e coinvolgente. Infine, Giuliano Palma: il pezzo della Zilli, per quanto non brilli per originalità (anzi), gli calza a pennello: nessun altro artista italiano potrebbe interpretare meglio lo stile della cantante piacentina. 
GIOVANI, BELLA GARA - Questa sera, si annuncia di gran livello la gara fra le quattro Nuove proposte superstiti: ieri The Niro, nonostante una prestazione vocale non all'altezza dei suoi mezzi, è riuscito a varcare la soglia della semifinale, e per un favorito della vigilia non è mai facile tener fede ai pronostici. La finalissima propone quasi il meglio, eccezion fatta per Filippo Graziani, vittima, l'altroieri, non tanto di una performance leggermente sottotono, quanto dell'essere stato infilato in un "girone di ferro" con gli ottimi Diodato e Zibba. Nel secondo gruppo, invece, c'era un posto già occupato da Rocco Hunt, che si prevedeva spinto in massa dai televotanti ma il cui rap ha scarsissimo spessore, in particolare per il testo banale e retorico: sul palco dell'Ariston non ci doveva nemmeno arrivare, ma tant'è. 
ARBORE COME ARMSTRONG - Riguardo al contorno, alle "sovrastrutture" della terza serata, il meglio l'ha offerto Renzo Arbore, che tuttavia ad un certo punto pareva voler replicare il Louis Armstrong dell'edizione 1968: cioè non voleva più andarsene dal palco, pronto ad imbastire una sorta di "live in Sanremo". Certo, ai tempi di Satchmo i tempi televisivi erano ancor più ristretti e rigorosi, ma anche ieri Fazio ha sudato freddo, perché l'intervento del brillantissimo showman ha causato un forte slittamento della scaletta, costringendo i presentatori a stringere oltremodo i tempi nelle fasi successive: altro difetto dei conduttori d'oggi, non avere consapevolezza dei tempi e dei ritmi di trasmissione, dilungandosi troppo prima per correre a perdifiato dopo. 
Arbore è stato comunque il più convincente degli ospiti esibitisi finora; bene la Littizzetto nel suo monologo sulla bellezza (anche se non mi ha convinto del tutto il generico riferimento finale ai cartoni animati come "cattivo esempio" per i bambini: già che se ne parla, bisognerebbe allora capire a quali cartoni ci si riferisce di preciso, perché alcuni possono essere davvero educativi, e molto). L'improvvisato flashmob (mascherato da seconda imprevista interruzione, dopo quella degli operai napoletani) del folto gruppo di Shai Fishman, che a cappella ha accennato a diversi classici della musica mondiale, è stato il momento più "frizzantino" della terza serata, mentre per Luca Parmitano vale quanto detto in apertura sullo stile "faziano" di questa edizione: intervento sentito, intenso, persino poetico, ma cosa c'entra col Festivalone? No, non è una posizione da "talebano sanremese", la mia: sono aperto, anzi apertissimo, a ogni tentativo di svecchiamento dell'evento, ma rimango del parere che la modernizzazione di Sanremo debba passare attraverso altre strade, più in linea con la mission originaria della manifestazione ligure. 

giovedì 19 dicembre 2013

SANREMO 2014: CAST ECUMENICO, FRA POP, ELITE E QUALCHE AZZARDO DI TROPPO. DA RENGA AI PERTURBAZIONE


Pareva strano, in effetti. Le previsioni dei più attendibili "esperti" in merito al cast dei Big di Sanremo 2014 avevano disegnato, nei giorni scorsi, un "listone" un po' troppo commerciale. Non certo "nazionalpopolare", intendiamoci, ma sicuramente dal deciso sapore pop, con nomi di grandissimo impatto mediatico e di "facile presa", un cast per andare sul sicuro in termini di passaggi radiofonici e di classifiche di vendita. Un cast, in parole povere, poco "faziano". Non poteva essere, e infatti l'annuncio odierno dei 14 "magnifici" che si daranno battaglia in Riviera dal 18 al 22 febbraio prossimi è stato di primo acchito spiazzante. Lo straniamento, va da sé, si attenua molto pensando che il criterio di composizione del cartellone sanremese è stato, né più né meno, lo stesso adottato dodici mesi fa per il Festival 2013. 
CAST A 360° - Del Sanremo di stampo "baudiano" è rimasta l'ecumenicità delle scelte: oggi come allora, la direzione artistica tenta di dar spazio al maggior numero di tendenze possibili, ad accontentare la più vasta gamma di fasce di pubblico. La differenza rispetto al passato è che, se una volta la linea editoriale era quella di privilegiare la tradizione e il classico, oggi si punta con maggior decisione sulla produzione di marca contemporanea, sulle sonorità e sugli stili più in voga. L'inversione di tendenza, in questo senso, l'aveva già data Gianmarco Mazzi nel suo quinquennio di gestione, non ci stancheremo mai di ripeterlo; di loro, Fazio e Mauro Pagani ci hanno messo un coraggio maggiore nell'effettuare scelte sofisticate, quasi d'élite, e quindi a rischio di impopolarità o di scarso peso penetrativo presso i telespettatori e i "consumatori" di musica. 
DRAPPELLO POP - Nel dettaglio, Sanremo 2014 soddisfa la sua anima più pop e glamour con la convocazione di Arisa, Noemi, Francesco Renga, Giusy Ferreri e Francesco Sarcina. Sono tutti big nati negli anni Duemila, con curricula solidissimi, vasta credibilità artistica presso gli appassionati più giovani (ma non solo), modalità espressive radicalmente diverse fra di loro: Renga, in particolare, è una delle voci maschili migliori, per potenza ed estensione, prodotte negli ultimi trent'anni dalla canzone italiana, Noemi e Arisa hanno finora sempre fatto centro nelle loro partecipazioni sanremesi, la Ferreri torna tre anni dopo l'eccellente performance sfoderata con "Il mare immenso" di Bungaro, brano intenso e ben costruito, non ricordato come meriterebbe. Sarcina, infine, riesce finalmente a ricrearsi una verginità dopo il lungo capitolo Vibrazioni, iniziato alla grande (pareva una band destinata a segnare la storia della musica nostrana) e chiuso in tono minore. Stupisce, casomai, la pressoché totale assenza di rappresentanti di quel rap italiano che ha marchiato a fuoco le classifiche di vendita dell'anno solare in via di conclusione. Un Fedez, un Moreno o un Clementino avrebbero rappresentato dei formidabili "acchiappa audience". 
SORPRESA GUALAZZI? - Nella terra di mezzo fra "easy listening di qualità" e "sperimentazione" troviamo personaggi come Frankie Hi - NRG, veterano dell'hip hop italiano, mai banale nelle sue proposte e mai apprezzato per quello che effettivamente vale, poi Giuliano Palma, musicista di straordinario eclettismo (soul, ska, jazz e quant'altro) e un Gualazzi dal quale potrebbe arrivare qualcosa di sorprendente, visto l'abbinamento con The Bloody Beetroots, che frequenta territori musicali radicalmente diversi da quelli finora esplorati dal vincitore di Sanremo Giovani 2011. Più ampio del previsto lo spazio riservato ai veterani:  si faceva da tempo il nome di Cristiano De Andrè, mentre in pochi avrebbero scommesso sul ritorno in pompa magna di Antonella Ruggiero (bocciata l'anno passato) e soprattutto di Ron, che manca dalla ribalta sanremese dal 2006 e pareva essere un po' uscito dal circuito che conta. Perlomeno c'è stata fantasia nelle scelte, visto che ci sono stati risparmiati i nomi dei soliti prezzemolini ultrapresenzialisti all'Ariston e in Rai (anche se l'ex Matia Bazar non è che abbia lesinato le sue partecipazioni alla kermesse ligure, intendiamoci...). 
SCELTE ARDITE - Il resto del cast desta qualche perplessità, non tanto per la qualità degli artisti, quanto per la qualifica di big loro attribuita: Riccardo Sinigallia è ben noto a chi mastica un po' di musica, è attivo a notevoli livelli fin dagli anni Novanta, tuttavia ha sempre, più che altro, operato dietro le quinte, come musicmaker e creativo di notevole brillantezza, collaborando fattivamente al successo di altri nomi assai più popolari (Tiromancino in primis): non è però un cantante di immediata riconoscibilità, se non presso una ristretta cerchia di appassionati ed esperti. Idem per i Perturbazione, gruppo di vasta esperienza, che ha tratto le  maggiori soddisfazioni dai live e da alcune collaborazioni di spessore, mentre il mercato discografico raramente ha riservato riconoscimenti autenticamente tangibili. Ma sono i classici rischi che ogni tanto i vari patron e direttori artistici del Festival si prendono, "forzando" l'ingresso fra i big di personaggi ancora in fase di emersione o provenienti da circuiti alternativi, per cercare di spingerli verso una crescita di notorietà e un mercato più generalista: un po' quello che venne fatto l'anno passato per i Marta sui Tubi. 
Stesso discorso applicabile a Renzo Rubino che, proprio no, big non può essere considerato, visto che l'anno scorso nemmeno ha vinto la categoria Giovani del Festival e non si può certo dire che in questi dodici mesi si sia messo più in evidenza di Antonio Maggio, trionfatore fra le Nuove proposte 2013. Ma Big autentici, ai loro tempi, non lo erano nemmeno Zucchero, o Nek, o Marco Armani o Flavia Fortunato: inserire certi ragazzi nella categoria regina serve per spingerli presso il pubblico, ritenendoli meritevoli di un'affermazione che fatica ad arrivare, per un motivo o per l'altro. Come si evince dai quattro nomi appena fatti, l'azzardo a volte ha esito positivo, a volte no. 
I DELUSI - Detto che giustamente non si è pagato il solito tributo ai vincitori dei talent sulla cresta dell'onda, da The Voice a X Factor (che maturino e facciano altra esperienza, questi ragazzi: Sanremo se lo devono ancora meritare), l'elenco dei non convocati è lunghissimo, come sempre. Stando alle voci girate in queste frenetiche settimane di vigilia, sono rimasti al palo, fra gli altri, Alice (in lizza, pare, con pezzi di Battiato), Syria, Sal Da Vinci, Alex Britti in coppia con Bianca Atzei, il citato Antonio Maggio, Il Cile, Mango, Mondo Marcio, Sergio Caputo, Violante Placido, Anna Oxa, Sergio Cammariere, Mietta e, notizia delle ultime ore, i Jalisse, che, leggo su Facebook, da 17 anni presentano pezzi alle varie commissioni e da 17 anni vengono sistematicamente esclusi. Altri nomi sono stati fatti, ad esempio Nek ed Enrico Ruggeri, ma su di essi non esistono certezze assolute (così come non esistono mai, in generale, sugli esclusi da Sanremo, che spesso non gradiscono comparire in tale veste sui media e quindi preferiscono tenere un assoluto riserbo in merito). Ribadiamolo per l'ennesima volta: con tante richieste di partecipazione, costerebbe davvero tanto aggiungere due posti? Da 14 a 16 Big cosa cambierebbe?