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sabato 5 febbraio 2022

SANREMO 2022, GARA COVER: MORANDI VINCITORE INELEGANTE. SPLENDIDA INTESA EMMA-MICHIELIN, LA SORPRESA MATTEO ROMANO, MA LA SERATA E' DA RIPENSARE (ED ABOLIRE)


Proseguendo sulla via dei paragoni calcistici intrapresa ieri, e riprendendo un'espressione molto usata in ambito "pallonaro", possiamo dire che nelle annate buone ti gira tutto bene e tutte le ciambelle riescono col buco, e così accade perfino, rientrando nell'arengo festivaliero, che venga fuori una gara cover perlomeno decorosa. Nulla che faccia gridare al miracolo, intendiamoci, ma una manciata di performance degne di nota le abbiamo viste, e non è poco per una serata che, nel passato recente, ha spesso regalato mediocrità e cadute di tono. 
LE "COVER" DI MORANDI - Certo, continua a sfuggire la ratio del meccanismo di competizione introdotto da Amadeus, in base al quale questi rifacimenti vanno ad influire sul concorso degli inediti. Lo si è ripetuto all'infinito in questi anni, ma la considerazione è adesso quantomai d'attualità, visto l'esito della sfida di ieri: Gianni Morandi si è imposto, ben coadiuvato da Jovanotti, con un medley che comprendeva due evergreen del suo sconfinato repertorio. Ora, premesso che ciò non è vietato dal regolamento, mi è parsa una mossa quantomeno inelegante. Lo spirito della serata cover, se proprio va inserita in cartellone (per me no, ma ci ritorneremo magari in sede di consuntivo), è quello di mettere alla prova gli artisti partecipanti con qualcosa di diverso dalla loro produzione, con capolavori epocali magari lontani dalle loro corde e non facilissimi da eseguire. Sennò, tanto vale far portare a tutti le loro hit storiche, ma sarebbe una corsa impari, perché la quasi totalità dei cantanti selezionati quest'anno non può (ovviamente) vantare l'elenco di successi di Gianni; però, ad esempio, sarebbe stato curioso vedere gli esiti conclusivi, se Sangiovanni avesse portato "Malibù" o Rkomi uno dei pezzi coi quali ha disseminato il suo 2021 di certificazioni platino FIMI.
FORZATURE - Nulla contro Morandi, e teniamo come punto fermo l'assoluta buona fede sua e dell'organizzazione, ma, insomma, non va bene; così come non andava bene l'àncora di salvezza benevolmente lanciatagli dalla Rai, dopo la diffusione in rete di un cospicuo spezzone di "Apri tutte le porte" con settimane di anticipo sull'inizio della kermesse. All'epoca non scrissi niente né qui né sui social, ma oggi non si può non rilevare come il comunicato con cui l'azienda "salvò" l'artista di Monghidoro (che aveva ammesso lui stesso la propria colpa) fu abbastanza improbabile, facendo leva sui suoi problemi di salute. Ecco, io comprendo benissimo la real politik, la necessità di fare comunque di tutto per mantenere in cartellone questo artista, per rispetto alla sua carriera, perché la canzone funziona e perché comunque è uno che porta seguito, audience, simpatia e interesse, ma il troppo stroppia. 
Tutto ciò, sorvolando anche su un Jovanotti duettante in concorso e rapidamente convertito in superospite di giornata: toccante e ben impostata la sua parentesi, con poesia declamata e il presentatore dietro di lui a disegnare su un banco di scuola, ma inopportuna perché si trattava di un co-concorrente a tutti gli effetti; un siparietto del genere sarebbe andato bene se, come qualche anno fa, la serata cover avesse rappresentato un happening a sé, senza andare a incidere sulla vera gara. 
TELEVOTO MAL CALIBRATO - Insomma, una serie di scivoloni non da poco, ai quali aggiungerei una ulteriore pecca del regolamento, ossia la chiusura del televoto immediatamente dopo l'ultima esibizione. Così, ovvio che il povero Tananai, già partito ad handicap, si sia ritrovato per l'ennesima volta in fondo alla graduatoria: vero che si potevano votare tutta la serata, ma si trattava comunque di esibizioni inedite, che andrebbero viste e soppesate prima di giudicarle, e le ultime in scaletta hanno avuto poco tempo a disposizione per recepire i voti di chi magari, favorevolmente colpito, aveva deciso in extremis di inviare le proprie preferenze. 
ABOLIRE! - Un'altra ragione, una delle tante, per archiviare definitivamente questo corpo estraneo del Festival, cosa che, temo, potrà accadere solo con un nuovo direttore artistico. Riconvertire questa quarta sera in ciò che è stata per diversi anni, ossia la serata dedicata alle Nuove Proposte, quest'anno ingiustamente cancellate dalla kermesse di febbraio e relegate a un evento singolo pre natalizio: credo sia l'unica via, e sarà una garanzia per il futuro di Sanremo, che non può pensare di restare sempre ad alti livelli senza coltivare adeguatamente il suo settore giovanile. 
BENE MATTEO-MALIKA, EMMA-FRANCESCA, NOEMI, TRUPPI - Le performance, dicevamo: fra le migliori in assoluto, a sorpresa, quella di Matteo Romano con Malika Ayane in "Your song". Merito di entrambi, ma con mezzo voto in più per il ragazzino, che in questo Festival ha sfoderato una dimestichezza col palco imprevedibile, e che si è trovato a meraviglia con Malika, in una splendida fusione di voci: non è un caso che l'interprete di "Virale" abbia fatto un bel balzo in classifica generale, avvicinandosi addirittura alla Top 10. Eccellenti anche Emma e Michielin, la chimica (termine molto in voga a  Sanremo '22) fra le due è stata assoluta in "Baby one more time". Molto a proprio agio Noemi, con la sua calda vocalità piena di feeling, in "You make me feel like a natural woman", trascinante la "Live and let die" offerta dalle Vibrazioni con Sophie and the Giants e Vessicchio, raffinato ma tutto sommato prevedibile il trio Truppi - Pagani - Capossela (che strano effetto vederlo al Festivalone)  nel loro tributo a De André ("Nella mia ora di libertà"). 
LA CREATIVITA' DEI RAPPER - Quelli che fino a ieri erano i due battistrada, Elisa e la coppia Mahmood-Blanco, hanno confermato la loro buona ispirazione con versioni di notevole calibro, e tutto sommato rispettose degli originali, di "What a feeling" e "Il cielo in una stanza"; ragguardevole il morbido arrangiamento dance di "Be my Baby" della Rappresentante di Lista con Cosmo, Margherita Vicario e Ginevra. Della truppa rap ho apprezzato più che altro lo sforzo compositivo compiuto nell'arricchire con versi propri i testi degli evergreen: non le trovo intrusioni sgradevoli e penso anzi che spesso diano a queste hit nuovi colori, nuove parole per esprimere gli stessi concetti coi linguaggi di oggi: nulla di blasfemo, insomma. 
MANO TESA DI AMADEUS ALLO SPAURITO GRIGNANI - Abbastanza straniante il duetto Sangiovanni-Mannoia, due mondi davvero distanti che non si sono incontrati appieno in "A muso duro", qualche incertezza nell'esecuzione di "Cambiare" da parte di Arisa e Aka 7even, piacevoli Ranieri e Nek ("Anna verrà"), tenerezza mista a tristezza per un Grignani palesemente non a fuoco con la sua "La mia storia fra le dita" che ha penalizzato più che aiutato Irama: il bravo cantautore ha bisogno di un reset per ritrovare serenità e brillantezza, la prima mano gliel'ha tesa proprio il direttore artistico, invitandolo a passare più spesso dalle parti dell'Ariston. 
PODIO SICURO PER GIANNI. SORPASSO IN VISTA? Hanno vinto Jova e Gianni, come detto, e quest'ultimo stasera difficilmente resterà fuori dal podio, sulle ali del televoto che, da solo, deciderà la prima parte della gara (ma facendo media con le precedenti votazioni, attenzione). Mi schiero palesemente e auspico che, nel rush finale a tre, le altre giurie, e lo stesso televoto, equilibrino la situazione a favore di quelle che continuo a ritenere le due proposte di gran lunga più meritevoli di tutto il lotto, ossia "Brividi" e "O forse sei tu". 
BRAVA MARIA CHIARA! - Per il resto, la serata non ha avuto grossi spazi per intermezzi più o meno graditi, deo gratias: e allora, tributiamo il giusto applauso a Maria Chiara Giannetta, rivelazione o conferma, ma comunque ottima partner di Amadeus, più presente e con più sostanza rispetto alla Muti e alla Cesarini (Drusilla Foer fa corsa a sé). Spigliata, totalmente a proprio agio, abile e divertente nello sketch con Maurizio Lastrico (pace fatta con Ama dopo il piccolo "scazzo" dell'anno scorso legato allo spot della Regione Liguria) basato su titoli e parole di canzoni trasformate in dialogo fra amanti: idea non nuova, ma da nessuna parte sta scritto che non si possano ripetere trovate del passato magari aggiornandole, arricchendole e, in definitiva, migliorandole. 

venerdì 4 febbraio 2022

SANREMO 2022, LA TERZA SERATA: E' IL FESTIVAL DEL DUELLO AL VERTICE, COME JUVE-TORO '77. SCONTRO ELISA-MAHMOOD E BLANCO, MA OCCHIO AGLI OUTSIDER: MORANDI, IRAMA, EMMA E SANGIO

Sembra una di quelle antiche edizioni della nostra Serie A calcistica tese fino allo spasimo e incerte fino all'ultimo, per i più anziani il '76/77, Juve 51 e Toro 50, per quelli della mia generazione Juve contro Inter '98. Il leit motiv di Sanremo '22 è ormai cristallizzato: Mahmood-Blanco contro Elisa, Elisa contro Mahmood-Blanco, coi primi che scattano subito in testa, il sorpasso della seconda e ancora, ieri sera, i due ragazzi di nuovo al comando. E' una novità, perlomeno guardando al passato recente della rassegna: negli ultimi anni, o regnava l'incertezza assoluta con un lotto di quattro-cinque papabili per il trionfo, oppure c'era il favoritissimo designato (Il Volo 2015, Meta-Moro 2018) con gli avversari costretti a difficili e improbabili inseguimenti. 

OCCHIO AGLI OUTSIDER - Il giudizio popolare ha sì spostato qualcosa in classifica generale, ma senza sconvolgimenti: com'era prevedibile si son fatti largo nei quartieri altissimi Morandi, Irama e Sangiovanni, mentre Emma è rimasta in posizione "di sparo", ossia con la possibilità di portare attacchi pericolosi ai capifila. Vale quanto detto ieri: con ancora due serate e altre tornate di votazioni davanti, siamo ancora in tempo per assistere a qualche ribaltone, soprattutto perché non conosciamo percentuali e totale esatto dei voti; per quanto ne sappiamo, lassù potrebbero essere tutti separati fra loro di un nonnulla, e allora qualcuno, nella notte di sabato, potrebbe piazzare un allungo improvviso e decisivo. Ricordiamoci del percorso di Ermal Meta nel 2021: dopo le prime sere pareva il favoritissimo, poi si ritrovò fra le mani un bronzo dolceamaro. E tuttavia, se valgono ancora qualcosa la qualità complessiva dei brani, la loro capacità di impatto senza scendere a compromessi con la banalità, le doti tecniche e di comunicativa di chi li propone, ecco, se la vittoria non arridesse a uno dei due battistrada ci sarebbe di che sorprendersi e perché no, rimanere un po' delusi. 

RITORNA IN FORZE LA MELODIA - In attesa della finalissima, possiamo comunque individuare fin da ora una linea di tendenza ben precisa nel pacchetto-inediti offerto da questa 72esima kermesse: dopo la sbornia rock dei Maneskin, ritorna a padroneggiare l'Ariston la melodia tradizionale, adeguatamente modernizzata con arrangiamenti al passo coi tempi. Non solo i due superbig in odor di trionfo, ma anche Irama con la sua commovente ballad rafforzata dall'ormai nota possanza esecutiva, ed Emma, di cui dirò più avanti. Non c'è nulla di male e fa anzi piacere: a Sanremo c'è spazio per tutti, non si vede perché il classicismo debba essere messo da parte per far posto soltanto alle nuove tendenze: se ben concepito, può anche fare breccia, lo dimostrano queste quattro proposte come lo dimostrò Diodato due anni fa. 

SANGIO E AKA RADIOFONICI, ONORE ALLE VIBRAZIONI - La terza giornata di questo appassionante campionato della canzone è servita a chiarire un po' le idee soprattutto sulle proposte presentate mercoledì, come detto ieri meno immediate, al primo ascolto, di quelle del vernissage. E molte mie impressioni sono state confermate: Sangiovanni ha il pezzo più orecchiabile e radiofonico fra gli esponenti della new generation, una "Farfalle" accattivante che difficilmente bisserà i consensi oceanici di "Malibù" ma diventerà comunque un grosso successo commerciale. Funzionerà sicuramente anche "Perfetta così" di Aka 7even, un bel messaggio d'amore con un refrain efficacissimo, più da palati fini l'elaboratissima composizione di Giovanni Truppi, fra cantato e recitato, con una modalità interpretativa che a tratti ricorda Massimo Bubola, per chi ne conserva memoria. Trovo penalizzante l'attuale posizione in graduatoria delle Vibrazioni, con un moderato rock arricchito dalle scariche adrenaliniche fornite da Sarcina e con la non invasiva presenza di un coro molto anni '80 style: la band, in questa sua seconda vita, sta producendo musica che non sfigura assolutamente di fronte alle hit degli esordi, e soprattutto in questa "Tantissimo" viene dato libero sfogo all'energia genuina di un gruppo che ha ancora tanto da esprimere. 

NOEMI E GIUSY MERITANO DI PIU' - Ingiusta anche la presenza nelle retrovie di Noemi, amore con linguaggio moderno, una tessitura sonora che profuma di dance contemporanea quando va ad avvolgere un inciso di grande appeal. Sul versante stilistico opposto, pure meriterebbe di salire qualche posizione Giusy Ferreri, con il suo ballabile retrò tutt'altro che malvagio, al quale semmai poco aggiunge la trovata del megafono, comunque elemento di curiosità. Giusy, in seconda esibizione, è migliorata vocalmente ed è stata maggiormente aiutata da un audio senza imperfezioni, così come sono cresciuti altri big parsi un po' spauriti all'esordio. Migliorato Ranieri, anche se non ancora ai suoi consueti livelli: il suo sofferto e poetico canto d'immigrazione, a rigor di logica, dovrebbe guadagnare ancora un po' di terreno, però il podio pare fuori portata. 

ANA MENA... DA COSI' A COSI' - Decisamente in crescita anche Ana Mena, forse perfino un tantinello sopra le righe, ma va promossa perché ha comunque fatto di tutto per gettare la maschera e guadagnarsi il calore del pubblico; è parsa proprio un'altra persona rispetto alla prima serata e ha donato un minimo di valore aggiunto a "Duecentomila ore" che, come scritto, è una canzone esile, "leggerissima", direbbero Colapesce e Dimartino, fors'anche fuori stagione, perché in estate avrebbe fatto il consueto botto, ma chissà, lontano dall'Ariston potrebbe comunque funzionare... Là nei bassifondi c'è anche Yuman e me ne dispiace, perché il suo pezzo di romantica atmosfera soul ha alcuni tratti distintivi che possono farlo ricordare, e perché la sua voce è tutt'altro che anonima. Emma, infine, è sembrata un po' più contenuta nel modo di porsi rispetto alla prima uscita: fra le due esibizioni ho preferito la prima, ma "Ogni volta è così" è opera di assoluta sostanza, ottimo testo, gran crescendo vocale, arrangiamento quasi "ipnotico" nelle strofe. 

CREMONINI IMPERA, MA... - Lo spettacolo è stato oggettivamente di alto livello. Ribadendo, come alla vigilia, che il punto di forza di questo Festival è un concorso zeppo di mostri sacri e amatissimi, rilevo con assoluta onestà critica il peso decisivo che hanno avuto gli ospiti nella serata di ieri. Cremonini ha offerto un vero e proprio mini-concerto, cosa che a Sanremo non si vede spesso: i successi da solista, soprattutto la deliziosa Marmellata 25, il momento nostalgia con una "50 special" eseguita con una sicumera forse eccessiva ma comunque trascinante, e poi il nuovo singolo "La ragazza del futuro". Perché non presentarlo in gara? Che Sanremo ancor più memorabile sarebbe stato, se ai grossi calibri già in lizza si fosse aggiunto l'ex Lunapop... Cesare ha un talento prezioso, sa scrivere, sa ideare costruzioni musicali ben congegnate, è un animale da palco, ma sinceramente non ne ho mai capito la (legittima, per carità) idiosincrasia alla competizione ligure. Sperando che questa sua passerella sia servita a chiudere certi conti e a chiarire certi conflitti con la ribalta sanremese, il mio augurio, sincero, è di vederlo presto a concorrere, in allegria, in una sfida che è sempre sentitissima ma mai "all'ultimo sangue", se è vero che persino una riluttante Elisa è tornata quest'anno ad affrontarla. 

FESTIVAL SOCIALE - Sono da sempre altrettanto contrario alle intrusioni slegate dall'intrattenimento puro, e in questi ultimi lustri ce ne sono state, ma per parentesi come quella offerta da Saviano si può fare un'eccezione. Non si sottolinea mai abbastanza quanto sia un dovere civico mantenere viva la memoria di grandi uomini e persone comuni che hanno offerto il loro contributo, spesso fino all'estremo sacrificio, per rendere migliore il nostro disastrato Paese. Da "sanremologo" e "sanremofilo" quale io sono, a prescindere da ogni considerazione artistica, trovo sia motivo d'orgoglio che il Festival abbia nettamente assunto, in quest'ultimo decennio, una posizione di forte impegno sociale (ovviamente da coniugare con le esigenze di uno show leggero) e di lotta a ogni discriminazione. 

L'EFFICACE ELEGANZA DI DRUSILLA, L'INUTILITA' DEL PALCO MARINO - Quest'ultima battaglia è ormai una caratteristica fissa del Festival, e senza andare troppo lontano possiamo pensare alle scarpette rosse della Berte di undici mesi fa. Poi, chiaro, c'è chi la combatte meglio, chi con qualche incertezza: Lorena Cesarini, lo si è detto, ha zoppicato un po' mercoledì, mentre Drusilla Foer ha fatto centro con un breve ma accorato monologo sull'unicità di ciascuno di noi e sul dovere di ascoltare gli altri, pochi minuti eleganti e puntuti che hanno convinto, al culmine di una serata in cui ha cosparso perle del suo sottile sarcasmo, ironico e autoironico. Una critica? Usata troppo poco, la Drusilla, così come la suddetta performance avrebbe meritato una collocazione più decente di quella a ridosso delle due di notte. Qualcosa si poteva tagliare, in precedenza: ad esempio l'inutile collegamento con la nave, e l'evitabile esibizione di Gaia, carinissima, per carità, ma quale sarebbe la sua caratura di ospite d'onore? E, ripeto, qual è il senso di riproporre, durante Sanremo '22, una sintesi di Sanremo '21 in forma ridotta? Non c'erano proprio altre attrazioni da collocare al largo della costa ligure? 

giovedì 2 settembre 2021

POWER HITS 2021: A VERONA MENGONI VINCE LA GARA DEI TORMENTONI ESTIVI. OCCASIONE PER UN BILANCIO (POSITIVO) DELLA STAGIONE CANORA BALNEARE


In principio fu il Festivalbar, poi arrivò il Summer Festival di Mediaset, ma da qualche anno tocca soprattutto al Power Hits Estate fornire un quadro d'assieme della musica leggera canicolare. Soprattutto ma non solo, perché fra luglio e agosto la carretta delle rassegne vacanziere l'ha tirata il Battiti Live di Radio Norba. Ma il "punto e a capo" lo mette la kermesse targata RTL 102.5, che martedì sera ha celebrato  il suo atto finale in un'Arena di Verona nuovamente affollata di pubblico, pur con le ovvie limitazioni richieste dalla pandemia. L'occasione è quantomai ghiotta per tentare di stilare un bilancio, di valutare il livello qualitativo della proposta canora stagionale. 
BILANCIO IN ATTIVO - Ebbene, vogliamo dirlo? Il bilancio è assolutamente positivo. Trattasi chiaramente di giudizio strettamente personale. Da anni cerco di evitare come la peste il nostalgismo fine a se stesso, all'insegna del "una volta era tutto più bello", "non ci sono più le canzoni di un tempo", "la musica di oggi fa schifo". Semplicemente non è vero: non lo è in senso assoluto, non lo è per il pacchetto canzoni che l'estate 2021 lascia in eredità ai posteri. Come anche le ultime edizioni del Festival di Sanremo hanno dimostrato, gli autori di casa nostra stanno attraversando un momento di buona vena. In questa sede mi riferisco esclusivamente all'easy listening balneare, il cui compito è di sottolineare la leggerezza dei mesi caldi con ritmi allegri e ritornelli accattivanti. Il che non è uno scandalo: è sempre stato così da quando la canzonetta è diventata affare industriale; era così anche ai tempi oggi tanto rimpianti dai suddetti nostalgici, anzi, anche di più, perché oggi il settore vive un momento di crisi vera, non come quella sbandierata ad ogni pié sospinto dagli addetti ai lavori nei decenni passati, anche in periodi di autentiche vacche grasse, coi dischi che si vendevano letteralmente a milioni. 
CONFORMISMO STILISTICO - Assurdo munirsi di puzza sotto il naso, dunque, nell'approcciarsi a una serata come quella veronese, che è stata soprattutto serata di musica di presa immediata, quella che una volta si gettonava nei juke box. Certo, buona parte di questa fresca produzione canora  è votata a un certo conformismo stilistico: cioè, individuato il genere sulla cresta dell'onda, ci si butta a pesce e lo si inflaziona. Anche qui, perfettamente inutile appellarsi ai bei tempi che (non) furono, perché non vi è nulla di nuovo sotto il sole: Nella parte centrale degli Eighties, per dire, ci fu l'abuso della dance modalità "italo disco", e dell'elettronica infilata anche dove era meglio non ci fosse; in tempi più recenti è stata la volta del rap e del trap, a cui da un po' di tempo si è aggiunto e sovrapposto il reggaeton. Oggi come ieri, il segreto del successo sta nell'interpretare questi stili con un minimo di originalità creativa: chi ci riesce è destinato a durare un po' di più, nell'archivio della memoria dei tormentoni estivi all time. 
REGGAETON: HUNT E MENA I MIGLIORI - Esempio: Elettra Lamborghini con la sua "Pistolero" non ha portato nessuna ventata d'aria fresca, e il suo pezzo scorre via come acqua, senza lasciare tracce. Nella galassia reggaeton, decisamente meglio le due coppie italo-ispano-americane, Fred De Palma-Anitta e Rocco Hunt-Ana Mena: fra "Un altro ballo" e "Un bacio all'improvviso", due proposte analoghe, si fa preferire la seconda di Rocco e Ana, per quel tocco di romanticismo da melodia nostrana vecchio stile che va ad ammorbidire le sonorità frizzanti  richieste dal genere, e per l'arrangiamento un po' più variegato. Sono andati sul sicuro i Boomdabash, che hanno... sostituito Alessandra Amoroso con Baby K e fatto centro con una "Mohicani" abbastanza banale ma indubbiamente furbetta e facile da mandare a memoria. La Amoroso quest'anno ha fatto da sola, con il semplice inno alla positività "Un sorriso grande", indubbiamente gradevole. 
POLLICE IN SU: MENGONI, AMOROSO, EMMA-BERTE', BLANCO-SFERA - Pop italiano contemporaneo, il suo, che non strizza l'occhio a tentazioni esotiche, proprio come quello di Marco Mengoni", che con la trascinante "Ma stasera" è stato il trionfatore della serata: il suo brano si è infatti aggiudicato il titolo di "tormentone estivo 2021". Verdetto che ci può stare, per quello che può valere; la stessa Alessandra avrebbe meritato l'alloro (ma era reduce da due successi consecutivi nelle passate edizioni), e poteva farcela perfino il duo Blanco - Sfera Ebbasta con una "Mi fai impazzire" martellante e dalla struttura sonora variegata. Pollice in su anche per la coppia Emma-Loredana Bertè, in perfetta sintonia nell'esecuzione di "Che sogno incredibile", reggae all'acqua di rose che emana davvero profumo d'estate, ma che si sarebbe adattato benissimo anche a una ribalta più ovattata e invernale come quella sanremese. 
VANONI-COLAPESCE-DIMARTINO: IRONIA PREVEDIBILE - Del trio Fedez-Lauro-Berti si è fin troppo parlato, "Mille" è tre canzoni in una, per via degli stili e delle modalità interpretative degli interpreti radicalmente diverse e distanti tra loro: un prodotto intergenerazionale, più intelligente che astuto, con gli ingredienti giusti per accontentare un po' tutti, ragazzi e adulti. Diverso il discorso per un altro strano trio, quello formato da Colapesce, Dimartino e Ornella Vanoni, con una "Toy Boy" che punta tutto su un'ironia un po' "telefonata", prevedibile, visti i protagonisti, ma tutto sommato riuscita, pur non attingendo vette epocali.   
IL POP DI CLASSE DI SAMUEL-MICHIELIN E IL RITORNO DEI SOTTOTONO - Chi rischia e chi no: non ha rischiato Irama con "Melodia proibita", che prosegue il discorso della festivaliera "La genesi del tuo colore" senza ripeterne la possanza e la forza penetrativa; lo ha fatto invece Mahmood con una straniante "Klan" ed una esibizione corale centrata soprattutto sull'aspetto coreografico. E coraggiosa pure Madame (ma ci mancherebbe che non lo fosse, alla sua età e già con la bacheca gonfia di riconoscimenti di critica e pubblico), che in "Marea" prosegue nei suoi azzardi ritmici, e soprattutto continua a giocare con le parole e la pronuncia delle stesse. 
Ancora coppie a go go, come da tendenza recente ormai consolidata: non brillano Annalisa e Fede Rossi con una "Movimento lento" che pure ha mietuto notevoli successi discografici; un gradino sopra, pur senza eccellere, Noemi e Carl Brave con "Makumba", variopinta sul piano della struttura musicale, impreziosita dalla vocalità di Veronica e resa bizzarra dalla cadenza "centroitalica" dell'interprete maschile. Decisamente meglio "Cinema" by Samuel e Francesca Michielin, pezzo di sostanza, una pop dance contemporanea di spessore internazionale, con venature autoriali. E a proposito di cinema... ecco ricomparire i Sottotono in "Mastroianni", sempre fedeli ai loro canoni stilistici di un tempo, forse meno efficaci ma perfino con tratti di eleganza compositiva. Non male. 
TAKAGI-KETRA-FERRERI: NESSUN GUIZZO - Pilota automatico per il collaudato trio Takagi-Ketra-Giusy Ferreri, che hanno fatto centro, radiofonicamente parlando, anche con "Shimmy Shimmy", ma devono stare attenti a non prosciugare del tutto il prezioso filone "da ombrellone" inaugurato con "Amore e capoeira". Ottima conferma per La Rappresentante di Lista con "Vita", diversa e più ballabile rispetto alla classica e struggente "Amare" presentata all'Ariston, a dimostrazione del loro eclettismo. Da rivedere sulla lunga distanza Sangiovanni, per ora ancorato a un easy listening giovanilistico ma con acrobazie e originalità testuali non disprezzabili in "Malibù". Fra gli stranieri, da segnalare Bob Sinclair che azzecca con mestiere "We could be dancing" grazie soprattutto alla voce di Molly Hammar, e Dotan con una "Mercy" di grande atmosfera pur se non particolarmente innovativa. 
CHI NON C'ERA E DOVEVA ESSERCI - Assenti che avrebbero meritato la ribalta scaligera: i Coma_Cose con la avvolgente "La canzone dei lupi", i Kolors in fase di netto rilancio con l'ottimo recupero in chiave moderna di certe soluzioni ritmiche degli anni Ottanta in "Cabriolet Panorama", e soprattutto i Pinguini Tattici Nucleari, la cui briosa "Scrivile scemo" è stata senz'altro una delle colonne canzonettistiche dell'estate che sta per concludersi. E ancora Ariete, che ne "L'ultima notte" fa pop tradizionale all'italiana svecchiandolo con linguaggio e con una dizione adolescenziale (abitudine che ha preso piede nell'ultima nouvelle vague nostrana ma che alla lunga potrebbe perfino risultare fastidiosa), per finire con il "Coro Azzurro" di Arisa e degli Autogol, frizzante port bonheur del trionfo a Euro 2020. 
PRESENTATORI A GO GO - Per contro, il gala è stato arricchito da alcune presenze d'eccezione, come i Duran Duran e una Carmen Consoli che prepara un rientro in grande stile. In assoluto, la serata è stata riuscitissima perché snella, veloce, consacrata totalmente alle sette note nonostante la pletora di presentatori, non tutti essenziali: Angelo Baiguini e Federica Gentile nelle vesti di "vecchi saggi" (senza offesa, naturalmente), i tre giovani Matteo Campese, Fabrizio Ferrari e Paolo di Benedetto a menare le danze con disinvoltura per larga parte della maratona, e un Massimo Giletti di cui non si è ben compresa l'utilità specifica, ma tant'è. Di buono c'è stato che i conduttori non hanno insistito più del dovuto sui riconoscimenti discografici ottenuti dalle varie canzoni in concorso, come invece, tanto per dire, è avvenuto in maniera financo irritante nel corso dell'ultimo Battiti Live. 
DALL'ARENA ALL'ARISTON - L'architettura dell'evento, dalla conduzione alla rapida successione degli artisti, ha ricordato molto il Festivalbar, eterno, inevitabile paragone per i suoi "successori": di diverso, rispetto all'ultima versione della manifestazione di Vittorio e Andrea Salvetti, una parvenza di competitività, visto che il premio a Marco Mengoni è stato il risultato di una classifica fondata sia sull'esposizione radiofonica dei brani in concorso, sia sulle preferenze espresse dagli ascoltatori di RTL. Un'ultima postilla: La Rappresentante di Lista e Colapesce-Dimartino hanno riproposto, nell'occasione, anche i loro pezzi sanremesi, ulteriore testimonianza di quanto sia stata azzeccata la selezione effettuata quest'anno da Amadeus. E a proposito: quali dei cantanti visti all'opera in Arena saranno presenti all'Ariston a febbraio? Secondo me più di uno, anzi parecchi. Arrivo a dire che, per alcuni di loro, provare la carta rivierasca sarà quasi un dovere, per diversi motivi. Ne riparleremo a breve. 

venerdì 9 febbraio 2018

SANREMO 2018, LA TERZA SERATA: BAGLIONI DEBORDA E LANCIA UN FESTIVAL NUOVA FORMULA. IL TRIONFO DI VIRGINIA, I TORMENTONI DI KOLORS E STATO SOCIALE


Dopo tre sere e circa tredici ore di diretta tv, lo si può ben dire: la nomina di Claudio Baglioni a direttore artistico di Sanremo 2018 è stata una triplice genialata. Non so fino a che punto voluta. E sì, perché se la selezione di un cast di Campioni in controtendenza rispetto alle ultime edizioni era ovviamente messa in preventivo e, anzi, auspicabile, il cantautore romano è poi andato oltre, sorprendendo un po' tutti: con la sua presenza sul palco, via via sempre più frequente e disinvolta, ha destrutturato i canoni della liturgia festivaliera, trovando una ideale mediazione fra il modello Fazio - Pagani (sofisticato e, nella versione 2014, anche piuttosto pesante) e quello disimpegnato e nazionalpopolare di Carlo Conti. Di più: ha smentito chi (come me) si attendeva un ruolo defilato, da "coordinatore silenzioso" dietro i presentatori ufficiali Hunziker e Favino, prendendo invece decisamente in mano le redini dell'evento e introducendovi nuovi elementi di spettacolo. Ha in pratica creato un'inedita commistione fra il Festival, con le sue regole e i suoi ritmi, e alcuni show di successo che la Rai ha realizzato in questa prima parte di ventunesimo secolo, quelli costruiti attorno a personaggi che han fatto la storia della nostra musica, da Morandi a Dalla e a Ranieri. 
LA SERATA MIGLIORE - Così, Claudio offre generosamente parte del suo immenso repertorio (nel precedente articolo avevo parlato di "Baglioni - compilation"), e, soprattutto, duetta ripetutamente con i tanti ospiti italiani convocati quest'anno. E' anche una soluzione intelligente sotto il profilo meramente economico: si è risparmiato sulla scritturazione di vedettes fuori contesto (star hollywoodiane e atleti in primis), riempiendo le serate con performance comunque di gran suggestione e graditissime dal pubblico. In tal senso, la puntata di ieri è stata forse la più riuscita, fra quelle fino a questo punto messe in scena: buon ritmo, ottime esibizioni di tutti gli artisti presenti, momenti di notevole effetto e intensità, su tutti la parentesi con Gino Paoli e il pianista Danilo Rea e il ricordo di Fabrizio De Andrè e Umberto Bindi. 
COM'E' FINITO IL CASO META-MORO - Una serata anche più rilassata, perché nelle ore precedenti si erano dissolte le nubi causate dal caso Meta - Moro. La loro "Non mi avete fatto niente" è stata alla fine mantenuta in concorso. Ne sono lieto perché, come ho scritto ieri, si tratta di due cantautori di valore, apprezzati sia dal pubblico giovane sia da quello più maturo, e il pezzo presentato è ben costruito, intenso, orecchiabile, con un testo che affronta magari in modo fin troppo semplice e scarno un dramma della nostra epoca (con quei flash che fotografano le città vittime degli attentati dell'Isis) ma sicuramente genuino e "sentito" da parte dei compositori.
Resta il fatto che, a parer mio, non si tratta di canzone propriamente "nuova", pur se tale è stata riconosciuta dai periti Rai dopo attenta valutazione, alla quale ci rimettiamo doverosamente. Il regolamento ha consentito di "salvare" il duo anche perché non offre sufficiente chiarezza nella definizione, per l'appunto, di "canzone nuova", la illustra con una casistica troppo limitata e concede margini di manovra assai ampi, se è vero che alla fine il tutto si è giocato sul filo dei secondi (la "citazione" del vecchio brano "Silenzio" è risultata inferiore a un terzo del minutaggio totale di quello presentato quest'anno, quindi in linea con i requisiti richiesti). E' evidente che, per l'edizione 2019, le "tavole della legge" della kermesse andranno riscritte, meglio precisate e modificate. 
REPARTO TORMENTONI: KOLORS E STATO SOCIALE FARANNO STRADA - Gli esiti parziali delle giurie mostrati ieri a notte fonda, nonché il riscontro ottenuto dentro e fuori dall'Ariston, inducono a pensare che, nonostante tutto questo bailamme, Ermal e Fabrizio siano ancora i principali favoriti per il trionfo di sabato, ma la sfida è apertissima. Al secondo ascolto, ha confermato la sua freschezza il brano degli Stato Sociale, che ha una forza d'impatto indipendente dalle divertenti trovate coreografiche, a partire dall'anziana signora ballerina fino al "doppio palcoscenico", con uno dei membri del gruppo che non è presente sul palco ma si posiziona in in altri settori del teatro intervenendo a canzone in corso. Ha le stimmate del tormentone "Frida (mai, mai, mai) dei The Kolors: ed è indubbio che con tre canzoni come quelle appena citate, alla quale aggiungerei "Il mondo prima di te" di Annalisa, il Sanremo numero 68 dovrebbe riuscire a dire dignitosamente la sua sul mercato discografico. 
BARBAROSSA E GAZZE', DUE GIOIELLI - In quota "eleganza - raffinatezza", anche il terzo capitolo del... romanzo festivaliero ha offerto un generoso contributo: la favolistica composizione di Max Gazzè, con pennellate sinfoniche, convince sempre più, come il moderno sound napoletano di Avitabile e Servillo. "Passame er sale" di Barbarossa è un gioiello in salsa folk che meritava la convocazione a Sanremo: passerà poco in radio, ma dà un contributo qualitativo che mi ricorda analogo esperimento tentato da Tosca nel 2007, con la splendida ed evocativa "Il terzo fuochista". Giovanni Caccamo ha sposato uno stile fin troppo melodico tradizionale in un'opera ben congegnata e ben cantata, ma che difficilmente percorrerà una lunga strada dopo il 10 febbraio; al contrario, il caldo jazz di Mario Biondi ha pochissime speranze di sfondare all'Ariston, ma potrebbe uscire alla distanza e diventare un caposaldo delle scalette dei suoi concerti. 
SEXY NOEMI - Noemi brillante come sempre sul palco (e con generosa scollatura che ha mostrato parte delle sue burrose forme...), ma la canzone, ripeto quanto scritto due giorni fa, non sembra incisiva come altre da lei presentate in gara in precedenza; è comunque gradevole, con quel refrain che "amplia" e potenzia la strofa con un crescendo interpretativo. Un po' datata la proposta di Facchinetti - Fogli, penalizzata da un Roby certamente non al meglio delle sue possibilità vocali. Sul fronte Giovani, una manche meno convincente della precedente: brilla solo Mudimbi, che si ispira un po' a Caparezza ma ci mette qualcosa di suo e comunque porta una produzione originale, tutto il contrario, per dire, di Leonardo Monteiro, con un brano troppo "Sanremo old style" per lasciare il segno e garantirgli un futuro ad alti livelli. 
GRANDE VIRGINIA! - Tornando allo spettacolo, la regina è stata senza dubbio la splendida Virginia Raffaele, un concentrato di talento, bellezza e simpatia. Al Festival ha già fatto parte del "pool" di presentatori, nel 2016, ma auspico di rivederla con uno spazio ancor più ampio, che ne valorizzi le doti di showgirl a tutto tondo ed istrionica. Di gran presa, come accennato, le ospitate canterine: i Negramaro in "Poster", e con il singolo "La prima volta", che nell'attacco mi ha vagamente ricordato qualcosa di "Walkin'", proposta dance presentata in gara dai Dhuo al Sanremo '84. Rimane però il discorso di sempre, sul quale non smetterò mai di calcare la mano: perché non in concorso, Sangiorgi e compagnia? Quindi, il citato Paoli, poi Giorgia in una riuscita accoppiata con James Taylor, mentre a notte fonda è comparso Nino Frassica, simpatico come sempre ma che rischia l'effetto prezzemolino, visto che da troppo tempo lo si vede ovunque in tutte le salse. E stasera, con i venti duetti e la finale a otto delle Nuove proposte, prepariamoci a una maratona sfiancante. Un caffè lungo, grazie... 

domenica 3 dicembre 2017

VERSO SANREMO 2018: GIRO D'ORIZZONTE SUI POSSIBILI BIG IN GARA. IPOTESI E SOGNI


Meno di due settimane di attesa, e poi si compirà il tradizionale rito dell’annuncio del cast del Festivalone. I Big (o Campioni) in lizza verranno svelati, come da fresca consuetudine, nel corso di “Sarà Sanremo”, la serata televisiva (quest'anno in programma il 15 dicembre) che selezionerà anche le Nuove proposte da far sfilare in febbraio all’Ariston: fra sedici ne verranno scelte sei, alle quali si aggiungeranno i due vincitori di Area Sanremo. Degli emergenti avremo modo di riparlare: qui ci preme soprattutto fare il punto sui volti noti in coda per entrare nell’elenco dei magnifici venti. 
NON E’ IL SANREMO PIU’ DIFFICILE - C’è forse più attesa del solito, come testimonia la ridda di nomi e indiscrezioni di questi giorni. Normale: da un direttore artistico come Claudio Baglioni si pretende un “listone” di alto profilo e qualità, più eterogeneo ed equilibrato, sul piano dei generi canori, rispetto all’ultimo di Carlo Conti, che si era caratterizzato per una matrice prettamente pop commerciale (con conseguente successo di mercato, va sottolineato). Quello che alcune voci autorevoli hanno già bollato come il “Sanremo più difficile di tutti i tempi”, in realtà non sarà tale: chiaro che venire dopo il triennio trionfale 2015-2017 rappresenta una sfida impegnativa (e lo sarebbe stato per chiunque), ma il cantautore romano ha spalle larghe, indipendenza di giudizio e gusto musicale in abbondanti dosi; di certo c’è che si è partiti ad handicap, differendo eccessivamente la nomina del responsabile della kermesse, ma il regolamento-garanzia per i cantanti (nessuna eliminazione in entrambe le categorie, tutti arriveranno alle finali di venerdì e sabato) e la conseguente “benedizione” arrivata dalle case discografiche dovrebbero aver spianato la strada a un’edizione quantomeno di buon livello: i veri Sanremo difficili sono stati proprio quelli che non hanno potuto contare sull’appoggio della grande industria di settore, penso ad esempio alle rassegne del 1975 (oltretutto quasi ignorata dalla tv, come tante altre svoltesi nei Settanta) e del 2004. 
CI SARA’ QUALCHE GROSSO CALIBRO? - Veniamo al dunque. Fra i tanti papabili di cui si vocifera ci sono certamente nomi insoliti, come i ricostituiti Decibel di Enrico Ruggeri, Enzo Avitabile con il suo inconfondibile stile etno – partenopeo, la coppia vintage Roby Facchinetti – Riccardo Fogli, il sempre imprevedibile Morgan, oppure Omar Pedrini e Negrita che mancano da diverso tempo dal palco rivierasco; tuttavia il grosso dei candidati pare essere rappresentato da recenti habitué della manifestazione, mentre non è finora uscito il grossissimo personaggio, quello che ci si aspetterebbe da un  selezionatore di peso come Baglioni, che col suo carisma e la sua credibilità dovrebbe almeno tentare di portare in Liguria due o tre artisti spacca-classifiche o comunque di enorme prestigio; una Elisa, una Giorgia o una Carmen Consoli, un Venditti che dopo decenni di ostracismo potrebbe infine sciogliere le sue riserve sulla manifestazione (non avrebbe nulla da perdere), un Renato Zero di ritorno un quarto di secolo dopo “Ave Maria”, un Antonacci o un Cremonini che però sono appena sbarcati nei negozi coi loro ultimi lavori…Comunque, nel caso non arrivasse alcun esponente della nostra élite canora, poco male, visto che Sanremo da sempre rappresenta soprattutto una vetrina importante per l’affollatissima categoria di cantanti della "classe media", eccellenti professionisti che non mobilitano masse oceaniche di fans ma sfornano comunque ottime produzioni, e necessitano di una spinta promozionale maggiore per ottenere visibilità mediatica. 
I RITORNI DAL PASSATO RECENTE - Da sempre, sul blog, in sede di pronostico passo al setaccio i cast degli anni recenti, per cercare di intuire chi potrebbe tornare in lizza a distanza di poco tempo. Riguardo al 2017, si parla di una coppia inedita formata da Ermal Meta e Fabrizio Moro, sicuramente fra i protagonisti più apprezzati dell’edizione passata; possibili i tentativi di Elodie, Bianca Atzei, una Paola Turci meritatamente tornata in auge, Sergio Sylvestre, e quel Michele Bravi che fu la rivelazione più sorprendente e inattesa, dodici mesi fa; probabile ci provino anche Lele, il vincitore della sezione Giovani, che però non ha sfondato sul mercato, e magari i La Rua, esclusi fra le polemiche in sede di “Sarà Sanremo” ma poi premiati da pubblico e critica.
Fra i partecipanti del 2016, candidabili per una ricomparsa sono senz’altro Annalisa, Dolcenera, Noemi, Neffa, Arisa e Lorenzo Fragola (gli ultimi due, con la supervisione di Takagi & Ketra, hanno dato voce a uno dei brani più fortunati dell'estate scorsa, “L’esercito del selfie”), e ancora Deborah Iurato e Giovanni Caccamo. Un nome di spicco sarebbe stato quello di Francesca Michielin, artefice di un clamoroso exploit due anni fa (secondo posto e partecipazione all'Eurovision Song Contest): nel 2018 avrebbe potuto inseguire la definitiva consacrazione personale attraverso il palco sanremese, il suo nuovo album è però in uscita a gennaio, difficile un repackaging a così  breve distanza di tempo. 
Il 2015, prima edizione griffata Conti, propone come papabili Anna Tatangelo, Irene Grandi, Gianluca Grignani, Nina Zilli,  Malika Ayane, Alex Britti, mentre dagli anni di Fazio sarebbe giunto il momento di riemergere per i bravi e sottovalutati Renzo Rubino, Zibba, Diodato e Antonio Maggio,  nonché per Raphael Gualazzi, Max Gazzè, i Modà, la raffinata Simona Molinari e, perché no, Marco Mengoni, che dopo la vittoria del 2013 ha percorso lontano da Sanremo una strada tutto sommato felice, ma che se avesse un pezzo-bomba potrebbe tranquillamente rimettersi in gioco all’Ariston, così come sarebbe piacevole ritrovare Emma, che dopo "Amami" ha raccolto soddisfazioni più televisive che discografiche.
CARTA, BIONDI, AMOROSO... - Parlando di ex trionfatori, Marco Carta si ripresenterebbe in versione più matura rispetto all’immeritato trionfo del 2009, e con un asso in più da giocare, quello della duplice affermazione a “Tale e quale show”, nel torneo 2017 e nella supersfida fra i migliori delle ultime due edizioni del varietà, conclusasi venerdì scorso. Potrebbe essere la volta buona per il “debutto” di Mario Biondi, e a proposito di “esordienti di successo” rilanciamo anche quest’anno il nome di Alessandra Amoroso, campionessa del pop melodico contemporaneo, uno dei prodotti meglio riusciti di sempre, fra i tanti dell’universo talent. Fra i mattatori dei primi anni Duemila, invece, occhio ai Tiromancino e alle ricostituite Vibrazioni di Francesco Sarcina, nonché a L’Aura, tornata alla ribalta di recente con un album che ne ha confermato l'eclettismo artistico. Discorso a parte per altri due protagonisti di diversi Festival recenti, Nek e Francesco Renga, che hanno di recente formato un trio di giganti con Max Pezzali: di loro si parla come di possibili ospiti, ma averli in gara incrementerebbe l’interesse attorno alla kermesse, per un tentativo di ripetere l’exploit di un altro tris d'assi entrato nella storia, il Morandi – Ruggeri – Tozzi del 1987. 
LE VEDETTES DI OGGI, FRA POP E RAP - Fra i “dernier cris” della canzone italiana, non sono da escludersi le proposte dei The Kolors e dei Thegiornalisti, sulla scia del tormentone estivo “Riccione”, così come quelle della scatenata Baby K. o di Mario Venuti, un veterano rilanciatosi prepotentemente nella stagione calda dopo alcuni anni di oblio (grande successo per l'orecchiabilissima "Caduto dalle stelle"); fra i nomi più gettonati dei mesi canicolari ci sono stati anche quelli di Benji & Fede (“Succede tutto per una ragione” assieme ad Annalisa): chissà che non si sentano finalmente pronti per il grande cimento sulla ribalta più importante... E non dimentichiamoci di "Amici" amatissimi dal pubblico più giovane, da Riki, la creatura più recente di Maria De Filippi, a Briga. Si è parlato anche della brava Levante, che sta vivendo un momento di enorme popolarità: pare che nella settimana del Festival sia in tournée, ma mai dire mai, sarebbe un nome forte del cartellone e porterebbe senz'altro una ventata di modernità, col suo originale stile di scrittura.
Sempre in riferimento all’attuale panorama discografico italiano, sarà molto difficile ignorare la galassia rap, che ha letteralmente invaso le chart e portato alla ribalta un nugolo di volti nuovi immediatamente baciati dalla fama. Certo dipenderà da chi, fra gli esponenti di questo settore, deciderà di scendere in campo: i nomi più pregiati sarebbero quelli di personaggi come Emis Killa, Guè Pequeno, Fabri Fibra e Marrakash, ormai veterani del genere, o emergenti di grido come Coez e Ghali, oppure Rocco Hunt già avvezzo ai rischi della gara ligure. 
VETERANI, ANNI '90, ARTISTI FUORI DAL GIRO... - Poi ci sarebbero altre categorie in cui pescare a piene mani: gli interpreti di lunghissimo corso che ogni anno ci riprovano, da Fausto Leali ai nuovi Ricchi e Poveri, da Marcella a Loredana Bertè, da Amedeo Minghi ai Nomadi; i nomi fuori dai circuiti meramente commerciali ma di gran raffinatezza come Sergio Cammariere, Teresa De Sio, Eduardo De Crescenzo, Alice o i più giovani Niccolò Agliardi, Paolo Simoni, Le Luci della Centrale Elettrica, Riccardo Sinigallia, Baustelle e Brunori Sas, tutti artisti lontani dai riflettori ma che con Baglioni potrebbero trovare uno spiraglio mainstream; e infine i tanti reduci degli anni Novanta, da sempre per me un tasto dolente in quanto, nonostante l’indubbio valore di molti, per troppo tempo sono finiti ai margini del mercato: penso a gente come Massimo Di Cataldo, Aleandro Baldi, Paolo Vallesi (ricomparso l’anno passato con una passerella fuori concorso, in coppia con Amara), Mietta, Mariella Nava, Silvia Salemi, Gerardina Trovato (ci ha provato nel 2017, senza fortuna), Gatto Panceri (che ha dichiarato sul suo profilo Facebook di aver presentato un brano alla commissione), i Jalisse e quell’Alexia che è in fase di prepotente rilancio. 

lunedì 25 settembre 2017

VERSO SANREMO 2018: BAGLIONI "ANIMA IN GIOCO", DIRETTORE ARTISTICO E "CAPITANO CORAGGIOSO" SUL PALCO

                                              Baglioni "firmerà" Sanremo 2018

E' stato un "parto" lungo e laborioso, forse persino doloroso, anche se non sapremo mai tutto ciò che è accaduto in questi mesi nelle segrete stanze Rai fra dubbi, ansie, trattative più o meno sfiancanti. Di certo c'è che la notizia è finalmente ufficiale: Claudio Baglioni sarà "l'anima in gioco" di Sanremo 2018, per parafrasare il titolo di un suo album del '97 (legato, non a caso, alla sua prima esperienza da personaggio tv, "Anima mia" con Fabio Fazio): direttore artistico e "capitano", com'è stato definito dal comunicato di viale Mazzini, della squadra che animerà sul palco dell'Ariston il Festivalone numero 68. Più che capitano, direi "capitano coraggioso", in onore a un'altra più recente passeggiata del prescelto sul piccolo schermo, quella accanto al collega Morandi. 
L'INUTILE CORSA ALLO SCOOP SANREMESE - Negli ultimi giorni era quasi diventato un segreto di Pulcinella, ma solo ora c'è la notizia, ossia l'incarico con tutti i crismi. Da settimane i media italiani erano in preda a una fregola da scoop francamente sproporzionata e fuori luogo: si è arrivati al fatidico titolo "manca solo la firma", espressione che viene sovente usata negli articoli dedicati al calciomercato per descrivere fantomatici trasferimenti di campionissimi destinati poi a sfumare in extremis. Se l'annuncio, il fatidico "habemus Baglioni", è arrivato solo oggi, nell'ultimo lunedì di settembre, significa che non tutto era così scontato, che ci sono stati diversi particolari da limare e mettere a punto, e soprattutto, ritengo, più di una remora da parte del cantautore romano, per la delicatezza dell'impegno e per il fatto di doversi cimentare anche come padrone di casa di un evento catodico colossale, esperienza inedita per lui. Sempre meglio questi sfiancanti rumors, comunque, rispetto a quelli messi in circolo da chi aveva dato per certo il quarto Festival targato Carlo Conti, notizia del tutto improbabile (il diretto interessato aveva detto e più volte ribadito che stavolta Sanremo era fuori dai suoi programmi) puntualmente ripresa e rilanciata da un'infinità di testate. No comment. 
GRAVE RITARDO - Sanremo 2018 trova dunque il suo deus ex machina alle soglie del mese di ottobre, con un ritardo che rimane grave, incomprensibile e solo parzialmente giustificabile dai tempi lunghi con cui si sta pervenendo alla firma della convenzione fra l'ente tv di Stato e il Comune ligure, documento fondamentale per lo svolgimento della manifestazione. Per carità, si sapeva benissimo che la successione all'anchorman toscano sarebbe stata complessa e da gestire coi piedi di piombo, alla luce degli ottimi risultati conquistati in termini di audience e, tutto sommato, anche sul mercato discografico; ma proprio per questo, la patata bollente Festival era da prendere di petto già pochi giorni dopo la fine dell'ultima edizione, per preparare in tempo utile una soluzione "forte", in grado di reggere il confronto con un così ingombrante passato. 
La soluzione è stata forse trovata, perché il nome è di notevole impatto, ma intanto si son perduti mesi preziosi; e non sono io a dirlo, visto che il direttore generale Rai Mario Orfeo affermò a fine giugno, in occasione della presentazione dei palinsesti Rai autunnali: "Su Sanremo stiamo cominciando a lavorare adesso". Già troppo tardi all'epoca, e nel frattempo son trascorsi altri novanta giorni. Rimangono quattro mesi per lavorare sulla rassegna, in programma dal 6 al 10 febbraio: sarebbero stati considerati pochi già per un Festival anni Ottanta o Novanta, figurarsi oggi, con la manifestazione che è diventata un evento kolossal, una produzione che va ben oltre la mera passerella di canzoni inedite e che richiede dunque un allestimento lungo, accurato, certosino, irto di difficoltà. 
PIU' DEFILATO RISPETTO A MORANDI - E' dunque il momento di mettersi al lavoro. Sul piano della competenza in tema di sette note e di spettacoli musicali, non sono lecite riserve sul professionista prescelto. Le perplessità su Baglioni riguardano semmai il citato ruolo di "capitano", sul palco, di un drappello di presentatori - copresentatori - collaboratori vari, ancora tutto da definire; perché in molti hanno fatto paragoni con un altro cantante che ha recentemente indossato i panni di cerimoniere al Festival, ossia Gianni Morandi, ma va ricordato che quest'ultimo aveva comunque in curriculum già numerose esperienze da conduttore, addirittura fin dagli anni Settanta ("10 Hertz" e "Rete Tre", per gli appassionati vintage). Più scarno, da questo punto di vista, il background dell'autore di "Avrai", "La vita è adesso", "Tu come stai" e tanti altri evergreen: proprio per questo è stato ribadito che non sarà lasciato solo "on stage"; non lo fu neanche Morandi nel 2011 e nel 2012, ma in questo caso il ruolo del buon Claudio potrebbe essere ancora più defilato, diciamo da coordinatore, con maggior spazio per "animali da televisione" da scegliere accuratamente. Chi saranno? Tocca aspettare fino a gennaio: ci attendono dunque settimane di esclusive, notizie bomba, anticipazioni che dureranno lo spazio di un pomeriggio. 
GRANDE INVENTORE DI MEGASHOW - Ampie garanzie Baglioni dovrebbe fornirle come organizzatore, nel senso più ampio che è possibile dare a questa carica: sia sul piano dell'impostazione dello spettacolo (ricordo un suo maestoso e scenografico concerto allo stadio Olimpico di Roma), sia sul piano della scelta degli artisti, pensiamo ad esempio al festival "O' scià" che ha allestito per un decennio a Lampedusa, con la partecipazione di nomi di primo piano dell'ambiente musicale. Ora c'è da vedere il meccanismo di gara che adotterà, e anche in questo caso ci sarebbe parecchio da eccepire su come il progetto Sanremo 2018 è stato fin qui gestito dalla Rai. Il grande ritardo nella nomina del direttore artistico è stato preceduto dall'avvio della "pratica" Sanremo Giovani, con la pubblicazione del regolamento e il via libera alle candidature. Regolamento che ricalca pressoché fedelmente quello adottato lo scorso anno da Carlo Conti. E se Baglioni avesse invece voluto rivoluzionare il volto della competizione, magari addirittura unificando le due categorie, o creandone altre, o riformando le modalità di svolgimento della  tenzone fra i volti nuovi? 
Proprio la sezione delle "nuove proposte" avrebbe necessitato di un ripensamento complessivo, visti i risultati non esaltanti delle ultime edizioni (a parte gli exploit di Francesco Gabbani ed Ermal Meta, rondini che non fanno primavera). Invece, almeno per il momento, questa parte di Festival rimane immutata, anche se nulla vieta che a febbraio i giovani selezionati possano entrare in gioco con modalità differenti rispetto al recente passato. 
I BIG: 22 O MENO? - Per quanto concerne i Big, o Campioni che dir si voglia, tanti gli aspetti da chiarire: rimarranno 22 come l'ultima volta? Dal mio punto di vista sarebbe auspicabile, perché i migliori Sanremo della storia hanno visto sfilare un numero consistente di interpreti affermati, e soprattutto in questa fase congiunturale (col mercato del disco in contrazione, la crisi del settore e via dicendo) è utile allargare il più possibile una vetrina così prestigiosa, dando visibilità a tanti artisti, che siano in decollo, già consacrati o in cerca di rilancio. Il triennio appena trascorso ha dimostrato che l'affollamento di partecipanti non crea disagio o crisi di rigetto presso il pubblico. 
In questo senso, Conti aveva riallacciato i fili con una delle epoche d'oro del Sanremone, il decennio ottantiano con i suoi cast sovente pletorici; prima del suo arrivo sulla tolda di comando, la tendenza era stata invece quella di un cospicuo sfoltimento dei ranghi, operato sotto l'egida di personaggi addentro il mondo della discografia come Gianmarco Mazzi, Morandi e Mauro Pagani: 14 big e non di più. Il timore è che Baglioni, anche lui addetto ai lavori, possa seguire la stessa strada, nel segno del motto "meglio la qualità che la quantità", anche se la storia sanremese racconta che cartelloni più snelli non scongiurano il pericolo di mettere in pista composizioni di modesto livello. 
FRA CLASSIFICHE E "NICCHIA" - La sua particolare sensibilità musicale dovrebbe invece consentirgli di compiere una selezione equilibrata, in grado di portare in concorso canzoni di spessore a prescindere dalla popolarità di chi le propone. Qualcosa di simile, tanto per intenderci, al lavoro realizzato dal citato Pagani, assieme a Fabio Fazio, per le edizioni 2013 e 2014, quando accanto a nomi da classifica come Renga, Arisa, Noemi, Modà, Ferreri, Mengoni, Malika, vennero inseriti artisti tutt'altro che mainstream, da Simona Molinari ai Perturbazione, da Giuliano Palma a Riccardo Sinigallia e ai Marta sui Tubi. E' pur vero che Sanremo ha recuperato una certa solidità sul piano commerciale, sotto la gestione Conti, attraverso dei cast schiettamente pop, glamour, con poco spazio per le proposte di nicchia: basta dare un'occhiata alle certificazioni oro e platino FIMI e alle visualizzazioni in streaming di tanti brani presentati in concorso dal 2015 al 2017... Il nuovo "capitano coraggioso" dovrà dunque muoversi in bilico fra il coraggio di scelte "alte" ma poco consumistiche e la necessità di spingere sia gli ascolti televisivi sia le vendite dei dischi reali e digitali.  

domenica 14 febbraio 2016

SANREMO 2016: IL PAGELLONE DEL FESTIVALONE

                             Dolcenera: sua una delle migliori proposte del Festival 2016

Chiudiamo la settimana sanremese, consueto "momento caldo" nella vita di questo blog, con l'inevitabile e temuto (ma va'...) pagellone dei Campioni. L'ordine è quello della classifica ufficiale del Festival, dal primo posto in giù. Prevale una generosità di fondo nelle valutazioni, anche perché il livello complessivo è stato medio, con qualche picco verso l'alto e nessuna caduta a precipizio. 
STADIO - "Un giorno mi dirai": ballad in perfetto "Stadio style". Gli stilemi compositivi della band sono riconoscibilissimi, in una felice "fusion" fra elementi anni Ottanta e Novanta. Poetica ispirata ed emozionante, musica di notevole impatto. VOTO: 7,5. 
FRANCESCA MICHIELIN - "Nessun grado di separazione": l'ascesa continua, per lo scricciolo veneto, con un brano di taglio moderatamente moderno nel tessuto musicale e più marcatamente nel testo, in grado dunque di piacere ai giovani ma anche ad appassionati un po' più attempati. Dovrebbe percorrere un buon tratto di strada fuori dall'Ariston, nelle radio e sul mercato. VOTO: 7. 
GIOVANNI CACCAMO E DEBORAH IURATO - "Via da qui": duetto perfettamente inserito nel solco della tradizione sanremese, ma con un raffinato tocco autoriale grazie a Giuliano Sangiorgi, la cui mano si avverte, pur se non coraggiosa come altre volte. Eccellente l'interpretazione dei due, ma il ragazzo trasmette ancora poco sul piano emotivo; Deborah in questo senso pare più avanti. VOTO: 6,5. 
ENRICO RUGGERI - "Il primo amore non si scorda mai": un felicissimo ritorno a Sanremo per uno dei più prolifici cantautori nella storia della canzone italiana. Brano assai brioso, con qualche spruzzatina di rock, ma che brilla soprattutto per la riscoperta di sound e arrangiamenti prettamente legati al decennio ottantiano, che caratterizzarono la prima fase della carriera di Rouge. VOTO: 7. 
LORENZO FRAGOLA - "Infinite volte": piazzamento superiore al valore effettivo della proposta. Non ha ripetuto il buon esordio del 2015, presentando un pezzo dalla linea melodica un po' datata. Da lui ci aspettiamo ritmi più vivaci e contemporanei, nel solco di "#Fuori c'è il sole", la discreta hit estiva. VOTO:6--. 
PATTY PRAVO - "Cieli immensi": non si è ripetuta la magia di "E dimmi che non vuoi morire" ed era facile prevederlo. La voce ormai è quella che è, la presenza scenica sempre di gran fascino, la canzone tutto sommato gradevole e ben scritta, con struttura "alla vecchia maniera", costruita cioè attorno a un ritornello particolarmente efficace, che però non so quanto potrà lasciare il segno. Il premio della critica era prevedibilissimo, attribuito da un giornalismo specializzato che da decenni stravede per Patty, anche oltre i suoi innegabili meriti VOTO: 6,5. 
CLEMENTINO - "Quando sono lontano": nulla di eccezionale, un rappino all'acqua di rose, moderatamente retorico, il trionfo dei buoni sentimenti; comunque un prodotto accattivante il giusto, e tutto sommato sincero. Il ragazzo ha una maschera d'attore: potrebbe cimentarsi con successo nel teatro. Si tenga aperta questa strada. VOTO: 6. 
NOEMI - "La borsa di una donna": Marco Masini ha fatto centro con un'ispirata composizione, sommessa e poetica, con le solite intuizioni da acuto osservatore della quotidianità e lettore dell'interiorità umana. E' lo stile delle sue opere meno arrabbiate e più riflessive, quelle in cui da una decina d'anni a questa parte dà il meglio. Il tutto impreziosito dalla calda interpretazione della "rossa". VOTO: 7,5. 
ROCCO HUNT - "Wake up": passi avanti notevoli rispetto al vittorioso esordio di due anni fa. Nella canzone ci sono tante cose: il prorompente giovanilismo, la ribellione a istituzioni percepite come lontane, ma anche discreta ricerca musicale, col rap contaminato da quelle sonorità elaborate da Pino Daniele, Tullio De Piscopo e tutta la rivoluzionaria nouvelle vague napoletana di fine Settanta - primi Ottanta. Ritmo trascinante. VOTO: 6/7. 
ARISA - "Guardando il cielo": melodia gradevole nella struttura complessiva, ritornello non di impatto immediato, testo interessante sulla riscoperta di una dimensione più semplice della nostra esistenza, magari legata alla natura ("Se un giorno un'altra vita arriverà, mi sono già promessa di non viverla in città"). Canzone dolce, a tratti malinconica ma anche inneggiante alla speranza, dai toni morbidissimi, sostenuta dalla solita voce senza cedimenti di Rosalba. VOTO: 6,5. 
ANNALISA - "Il diluvio universale": pezzone d'amore di stampo classicheggiante, con possente sostegno orchestrale, un lento con crescendo ed esplosione nel refrain. Poteva essere l'ideale per Sanremo, e invece.... Però è canzone che verrà fuori alla distanza, magari non radiofonica ma che valorizza ulteriormente le doti interpretative della cantante ligure. VOTO: 6,5. 
ELIO E LE STORIE TESE - "Vincere l'odio": senza cadere nel trito ritornello della genialità, mi ripeto sulla stessa linea dei miei articoli sanremesi scritti in settimana. Divertissement puro e riuscito, dissacrante smontaggio dei canoni della canzone leggera: proprio per questo, giusto che non abbiano vinto, come qualcuno ventilava. A Sanremo devono vincere brani pop, melodici o ritmati, contemporanei o più orientati al passato, ma con un doveroso rigore strutturale. Rimane comunque un altro bel saggio della loro inesauribile creatività. VOTO: 7+. 

                                                     Valerio Scanu: promosso

VALERIO SCANU - "Finalmente piove": per me, promosso a pieni voti. Canzone dalla struttura tradizionale, ma con una buona tessitura sonora, un testo non banale e trovate "furbette" come quel "no, tu non hai, tu non hai, tu non hai capito" che si ficcano in testa senza uscire più. Buon lavoro di Fabrizio Moro, valorizzato da uno Scanu sul pezzo. VOTO: 7. 
ALESSIO BERNABEI - "Noi siamo infinito": dance pura, più ottantiana che novantiana, non particolarmente originale, ma che tutto sommato ha una buona forza penetrativa. Cosetta esile, che nel breve può funzionare, ma il ragazzo deve ancora trovare una propria dimensione artistica. VOTO: 6+. 
DOLCENERA - "Ora o mai più (le cose cambiano)": superba, e assicuro che non mi fa velo il fatto di essere un suo estimatore da tempi non sospetti. Come scritto stamane, pezzo troppo lontano dai canoni festivalieri, persino poco "italiano", per essere apprezzato in questa sede: pop, jazz, blues, musica e testo complessi ed elaborati, ormai Emanuela viaggia lontano dagli schemi della facile presa, e corre il rischio di non essere sempre compresa appieno dal pubblico. Ma sarebbe un peccato che un gioiellino simile non rimanesse nella memoria. VOTO: 8. 
IRENE FORNACIARI - "Blu": un altro episodio rimarchevole, nella carriera di un'artista che sta facendo una fatica terribile ad emergere, pur avendo all'attivo, prima di questa, altre canzoni degne di nota. "Blu" è dolente e intensa, lancia un messaggio importante ma senza attingere troppo alla retorica più scontata. Lei canta bene e la sua voce arriva al cuore. Almeno è stata ripescata. VOTO: 7. 


GLI ELIMINATI

ZERO ASSOLUTO - "Di me e di te": nonostante generali bocciature, ho ritrovato su buoni livelli il duo Thomas - Matteo, coi limiti di sempre (la voce, soprattutto) ma anche con gli stessi pregi, quelli di un easy listening al passo coi tempi, ancora fresco e vivace. VOTO: 6/7. 
NEFFA - "Sogni e nostalgia": anche lui ha raccolto meno di quanto meritasse, con il suo brano dalle atmosfere vagamente retrò, con buoni sperimentalismi strumentali. Il suo marchio di fabbrica è ben presente, poi certo ha fatto di meglio, ma questa composizione non è da buttare. 6+
DEAR JACK - "Mezzo respiro": ballata soft in stile anni Novanta, discreta ma non trascendentale. Tutto sommato positivo il debutto del nuovo cantante Leiner Riflessi, che se non altro dà un'identità vocale ben precisa al gruppo. Ma per la giovane band, come per l'ex Bernabei, c'è da lavorare per individuare un percorso ben preciso sul quale insistere. VOTO: 6-. 
BLUVERTIGO - "Semplicemente": un po' i classici Bluvertigo (ho ritrovato persino qualcosa di "L'assenzio", che presentarono a Sanremo 2001, nella costruzione delle strofe), un po' aperture, nel refrain, alla tradizione melodica più schietta. Una commistione che poteva funzionare, ma la voce di Morgan è rimasta in cantina e non ha fatto decollare una canzone di discreta fattura. VOTO: 6+. 

SANREMO 2016: IL TRIONFO DEGLI STADIO E' UN ATTO DI GIUSTIZIA. VINCONO I VETERANI MA IL FESTIVAL SI E' "SVECCHIATO"


Il trionfo sanremese degli Stadio è la felice conclusione di una lunga e paziente risalita, iniziata dai bassifondi di antiche e polverose classifiche. 1984 e 1986, tanto per rinfrescare la memoria: due ultimi posti all'Ariston decretati dai votanti del Totip, che all'epoca erano giudici supremi della manifestazione; e sì che "Allo stadio" e "Canzoni alla radio" tutto erano fuorché brutte canzoni destinate al dimenticatoio. La dimostrazione che un paio di fiaschi al Festivalone (e ai tempi c'erano i quasi contemporanei casi di Vasco Rossi e Zucchero a dimostrarlo) possono non lasciare il segno: un messaggio importante per i big della nostra musica, che devono imparare a guardare alla kermesse ligure per quello che è, ossia una colossale occasione promozionale, dando invece il giusto valore alla classifica della gara, che conta fino a un certo punto e non deve far paura. 
STADIO, QUALITA' E RAFFINATEZZA - Poi, certo, vincere è bello, e allora diciamo che per la band emiliana il verdetto di questa notte ha il dolce sapore della giustizia, in riferimento sia alle glorie passate del gruppo sia allo stretto presente, perché "Un giorno mi dirai" è composizione ispirata, poetica, di forte impatto emotivo e di grande efficacia all'ascolto. Passato e presente coincidono, per gli Stadio, perché il pezzo che si è imposto a Sanremo 2016 porta in ogni suo passo il loro inconfondibile marchio di fabbrica, la griffe di questo straordinario esempio di artigianato musicale made in Italy che mi piace accostare parzialmente, anche  correndo il rischio di blasfemia, al fenomeno Pooh: in fondo anche Gaetano Curreri e compagni hanno un dono raro, quello di riuscire ad attraversare diverse generazioni, diverse ere canore mantenendo una loro precisa identità, uno stile sempre riconoscibile, certo aggiornandosi ma senza mai arrendersi totalmente all'invasione delle nuove sonorità. 
Cantano da più di trent'anni l'amore e la quotidianità con ballad a volte soffuse, a volte trascinanti: hanno costellato la storia della canzone leggera italiana di hit che forse non sono tenute nella giusta considerazione. Hanno marchiato gli anni Ottanta con "Acqua e sapone", "Grande figlio di puttana", "Chiedi chi erano i Beatles", e nei tanto bistrattati Novanta hanno raggiunto il top, da "Generazione di fenomeni" a "Stabiliamo un contatto", da "Un disperato bisogno d'amore" a "Ballando al buio"; nel nuovo millennio, infine, "Sorprendimi" e "Guardami", fino a quest'ultimo gioiello senz'altro degno di figurare nell'empireo delle loro migliori creazioni. 
NOEMI E DOLCENERA, CLASSIFICA INGIUSTA - L'esito conclusivo del Festivalone numero 66 presta dunque il fianco a ben poche critiche, riguardo alle posizioni di vertice; il discorso va allargato infatti alla splendida Francesca Michielin, che ha raccolto i frutti di una popolarità di recente in crescendo (grazie anche all'eccellente duetto con Fedez in "Tutto è magnifico") e capace di issarsi fino al secondo posto con la moderna e ariosa "Nessun grado di separazione", che verrà premiata anche dalle radio. Più discutibili altre zone della graduatoria, perché ad esempio Noemi meritava qualcosa di più dell'anonimo ottavo posto finale. Riguardo all'undicesimo di Annalisa, in qualche modo si sono avverati i timori che avevo ventilato sommessamente in questi giorni, anche se mi aspettavo un piazzamento decisamente migliore: la rinuncia all'easy listening frizzante e contemporaneo di Kekko Silvestre e l'avvicinamento a un sound più classicheggiante l'hanno un po' penalizzata, ma rimane comunque un'interprete di grana finissima, il cui problema sarà d'ora in poi cercare una rotta artistica abbastanza precisa, E' un po' un colpo al cuore, ma non sorprende la 15esima posizione di Dolcenera: troppo complessa, troppo poco festivaliera e persino pochissimo "italiana", la sua "Ora o mai più", per incontrare il favore di qualsiasi giuria nostrana; già cara grazia che sia riuscita a evitare il rischio eliminazione, concreto dopo la prima esibizione. 
SCANU IN CRESCITA, FLOP ELIO - Nelle zone basse anche Valerio Scanu, che invece ho trovato più convincente quest'anno che non ai tempi della prematura vittoria di "Per tutte le volte che", e debbo dire che "Finalmente piove", onorevole compromesso fra tradizione sanremese e buona ricerca musicale e testuale, sa imprimersi nella memoria e potrebbe incontrare soddisfazioni insperate fuori dall'Ariston. Elio e Le Storie Tese mettono invece in bacheca il loro peggior piazzamento su tre partecipazioni, un dodicesimo posto di molto inferiore alle attese, se pensiamo ai tanti critici che ne avevano scritto note estasiate, dopo il pre - ascolto dei brani riservato agli addetti ai lavori. Per conto mio, ribadisco quanto già espresso nei giorni scorsi: una canzone così, ragionevolmente, non avrebbe potuto figurare nell'albo d'oro del Festivalone. Ci sta l'ironia, ci sta il divertissement, ci sta la dissacrazione, ma in una rassegna pop deve vincere una canzone pop rigorosa, con tutti i crismi. Come quella degli Stadio, o della Michielin.
UNA "SVEGLIA" PER IL PUBBLICO RAI - Che Sanremo 2016 non sia stato un inno all'orecchiabilità come il precedente l'ho detto ieri, e oggi lo confermo: le canzoni "arrivano", alla fine, ma lo fanno con un po' più di fatica. C'è però un altro aspetto importante da sottolineare: nonostante l'affermazione degli Stadio e l'inatteso quarto posto di Ruggeri potrebbero far pensare il contrario, in realtà si è trattato di un Festival che ha lanciato un messaggio ben preciso all'impigrita platea di Rai Uno. Questo ha detto Carlo Conti: la nostalgia va bene, ma ad un certo punto bisogna anche togliersi un po' di polvere di dosso, non rimanere sprofondati sul divano ad ascoltare sempre le stesse vecchie canzoni in un loop ipnotico, intonate dalla stesse vecchie facce e da voci sempre più appannate. La musica italiana sta cambiando, c'è un vorticoso ricambio generazionale in atto, nemmeno l'ammiraglia di viale Mazzini può ignorarlo, e non deve ignorarlo il pubblico più tradizionalista. Ecco perché il cast dei Big è stato imbottito di nuove leve, di freschi virgulti à la page: oggi sono le Michielin, le Noemi, le Annalisa, i Fragola e gli Hunt a fare mercato e cassetta; gli Al Bano e i Fausto Leali, con tutto il rispetto e la deferenza possibili per questi mostri sacri, si possono lasciare un attimo da parte.... Aprite la mente!
I TALENT NON DOMINANO PIU' - Non si può neanche più parlare di dittatura dei talent, che pure sono delle fucine di emergenti impossibili da snobbare, checché ne dicano certi puristi arroccati nelle loro torri d'avorio. Se andiamo a vedere, i Dear Jack non hanno raggiunto la finale, Alessio Bernabei è stato relegato nelle ultime posizioni, segno che le orde di fans adoranti non sono più massicciamente determinanti in sede di votazioni, certo anche grazie a più equilibrati meccanismi di giuria, ma pure, ritengo, per una "normalizzazione" del fenomeno, che sta mantenendo un ruolo significativo nel panorama discografico senza però essere più predominante, dopo aver sparigliato le carte del mercato negli anni del boom (fra il 2009 e il 2012, direi). Poi personaggi come Noemi, Annalisa e Scanu il cordone ombelicale con i vari "Amici" e "X Factor" l'hanno reciso da un bel po', e la stessa Francesca Michielin la sua esperienza in quel contesto l'ha fatta ormai cinque anni fa, e non si può dire che ne abbia beneficiato, visto che la sua ascesa è passata attraverso altre e più complesse strade.

                                        Cristina D'Avena, protagonista della finalissima

LA VERA VIRGINIA, L'EMOZIONANTE CRISTINA - Rimane da parlare di una finale godibile e a tratti persino austera, che ha riservato poco spazio alla comicità tanto da presentare in... abiti civili anche la mattatrice Virginia Raffaele, che nei panni di se stessa pareva una Cenerentola alle prese col sogno della sua vita. Ci sono stati, questo sì, gli antichi "compagni d'arte" di Conti, Giorgio Panariello e Leonardo Pieraccioni, che non hanno deluso, regalando un siparietto tutto sommato gradevole, mettendo simpaticamente in mezzo l'anchorman e offrendo anche una punturina di spillo satirica all'indirizzo del premier Renzi, non scelto dal popolo. Madalina Ghenea e Gabriel Garko sulla stessa linea delle altre sere: inappuntabile, professionale ma tutto sommato freddina la prima, incerto in ogni fase della conduzione il secondo, al quale concediamo l'attenuante del terribile shock pre - Festival (l'incidente in cui se l'è vista veramente brutta, rischiando la vita) ma dal quale ci si poteva comunque attendere qualcosina di più. Cristina D'Avena ha avuto il meritato tributo: si è divertita e si è emozionata, ci ha divertito e ci ha emozionato: cos'altro si può chiedere a un'artista? Qualche sigla in più sarebbe stata gradita, ma fino a poco tempo fa non avrei mai immaginato di poter sentire echeggiare sul palco dell'Ariston i versi della "Canzone dei Puffi" e di "Occhi di gatto". E' successo e anche di questo va dato atto a Carlo Conti: le "canzoni per bambini" hanno una precisa dignità, a maggior ragione se questi brani si sono incisi a chiare lettere nell'immaginario di una generazione, diventando autentici evergreen. 
MARATONA - Nonostante un buon ritmo complessivo, alla fine la durata dello show ha sfiorato le cinque ore. Siamo dunque tornati alle maratone in stile anni Ottanta, o quasi; e, come accadeva all'epoca, gli ospiti stranieri, che non sono mancati a Sanremo 2016, sono parsi una realtà parallela, a sé stante, venivano per cantare la loro hit del momento per poi fuggire rapidamente dal palco, con la sola eccezione di Elton John che però è un monumento e ormai viaggia oltre il mero passaggio promozionale. La gestione Conti, riguardo alla "cornice" della gara, sembra ormai più decisamente orientata verso i superospiti italiani, sui quali il mio pensiero è noto: passi per le celebrazioni di certe vedettes planetarie o delle storiche réunion, ma in linea di massima nulla osterebbe a una loro partecipazione in concorso; l'anteprima del suo nuovo album, Renato Zero non poteva presentarla come brano in gara? Ma so che è una battaglia persa...
Il presentatore e direttore artistico ha avuto modo di omaggiare Pippo Baudo come inventore del Festival di Sanremo nella veste attuale: tributo doveroso, ma affermazione un po' azzardata. Poco dopo, Rocco Tanica ha invece inaspettatamente fatto cenno a Gianni Ravera, storico patron di numerose edizioni della kermesse, che curiosamente in quella sede viene rarissimamente menzionato: è forse lui il vero artefice del Sanremo moderno nei suoi tratti essenziali, poi il Pippo nazionale ci ha lavorato sopra, con modifiche significative ma senza stravolgimenti, ma sarebbe un discorso troppo lungo e articolato. In ogni caso, è giusto non far cadere nel dimenticatoio personaggi senza i quali Sanremo non sarebbe mai diventato il fenomeno musicale, televisivo e sociale che oggi è. 

mercoledì 10 febbraio 2016

SANREMO 2016, LA PRIMA SERATA: CONTI BAUDIANO, VIRGINIA SUPER, ELTON E LAURA EMOZIONANTI, ROCCO HUNT IN POLE POSITION

                                                    Rocco Hunt: ha convinto 

Non basta certo il solo, primo ascolto per valutare la bontà o la mediocrità delle canzoni sanremesi. E' bastata invece la sola prima serata del Festivalone per capire quanto sia stata azzeccata la scelta della Rai di confermare Carlo Conti sulla tolda di comando. I buonissimi ascolti del debutto, certo, ma non è solo una questione di meri dati numerici, perché la settimana è lunga e potrà benissimo esserci un calo fisiologico, così come è da tenere in considerazione il "pericolo" Juventus - Napoli per la finale di sabato. Ma per una volta andiamo oltre l'Auditel: la Rai ha fatto centro perché Carlo Conti è ormai padrone assoluto della kermesse. In senso buono, ovviamente: nessuna "dittatura", ma semplicemente la capacità di gestire con mano ferma e senza cedimenti la più complessa e delicata macchina spettacolare della tv italiana. E' alla seconda esperienza, l'anchorman toscano, ma pare un veterano, pare essere nato su quel palco: il paragone con Pippo Baudo, numero uno degli anfitrioni rivieraschi, ormai ci sta a pieno titolo, fatte salve le differenze di personalità fra i due. 
VIRGINIA E ANNA - L'impronta di Conti è visibilissima: lo show scorre via con buon ritmo, si arriva oltre la mezzanotte senza avvertire quella stanchezza dovuta a pause e tempi morti eccessivi, che invece abbondavano in tante edizioni precedenti. Show godibile e di buon gusto, con sana alternanza fra concorrenti e ospiti e un solo siparietto gratuito e dimenticabile, quello a notte fonda con Kasia Smutniak e Anna Foglietta in promozione del nuovo film: peraltro la mia personale adorazione per la Foglietta fa passare la cosa in secondo piano, tanto più che abbiamo anche potuto scoprire la notevoli doti canore della ragazza, alle prese con la sua canzone di Sanremo preferita, "Un'emozione da poco"... A proposito di miti personali, Virginia Raffaele potrebbe anche recitare l'elenco telefonico (un po' come si diceva qualche anno fa di Giorgia) ma risulterebbe ugualmente bravissima e sul pezzo: quella di Sabrina Ferilli è un'altra caricatura riuscita, l'ennesima della sua ormai lunga collezione, con qualche alto e basso nelle battute (non è facile tenere il palco per un'intera serata con un unico personaggio) ma nel complesso di buon livello. 
NOEMI, STADIO, RUGGERI E ARISA: NON MALE - Sulle canzoni in gara, come accennato in apertura, è opportuno sospendere il giudizio. Non so se l'organizzazione del Festival si muova come accadeva in passato, quando, a quel che si racconta, spesso le composizioni migliori venivano gettate in pista nella seconda serata per mantenere vivo l'interesse del pubblico, dal momento che l'ouverture, in automatico, convoglia sempre davanti al video milioni di spettatori a prescindere dai contenuti. Non che quanto ascoltato ieri sia da buttare, anzi: al primo impatto non ho avvertito la sensazione di trovarmi davanti a qualche potenziale evergreen, ma diversi pezzi mi hanno favorevolmente colpito. Ad esempio Noemi, con "La borsa di una donna", ha portato all'Ariston un Marco Masini dalla poetica particolarmente felice, ma non sorprende del tutto il piazzamento dell'artista in "zona pericolo" (ossia nelle ultime quattro posizioni), perché il brano non è immediatissimo e perché forse la brava "rossa" era un po' emozionata e non ha reso al cento per cento. I veterani Stadio e Ruggeri sono ancora in piena ispirazione: si son presentati con proposte più moderne e al passo coi tempi, per dire, di quella del ventenne Lorenzo Fragola, che mi è parso attestarsi su una prudenziale linea melodica in perfetto stile sanremese. Abbastanza orecchiabili pur se non innovativi i Dear Jack col nuovo vocalist Leiner Riflessi, mentre Arisa non sorprende più con la sua voce limpida, cristallina, senza sbavature: "Guardando il cielo" ha un testo interessante e un sound piacevole, anche se, di primo acchito, sembra mancare di un ritornello di grandissima efficacia. 
ROCCO HUNT PUNTA AL COLPACCIO - "Semplicemente" dei Bluvertigo è canzone di discreta fattura, ma ha scontato l'afonia di Morgan, di cui in effetti ricordavo alcune difficoltà vocali in certe recenti apparizioni: la speranza è che possa risolvere la situazione come avvenne per Grignani l'anno scorso, partito male e poi risollevatosi strada facendo; il contrario sarebbe un peccato perché, ripetiamo, l'opera proposta ha una sua dignità, pur non attingendo vette particolari di genio. Giuliano Sangiorgi ha saputo dare una veste non troppo banale e piuttosto elegante a "Via di qui", che comunque porta Deborah Iurato e Giovanni Caccamo nel solco dei classici duetti in stile festivaliero. Spiace per Irene Fornaciari, che continua a incontrare strane difficoltà nel far breccia presso il grande pubblico: anche stavolta parte ad handicap (anche lei è fra le ultime quattro), nonostante un brano teso ed emozionante come "Blu", nello stile di una precedente apparizione sanremese, quella del 2010 con "Il mondo piange". Gira che ti rigira, il più autorevole candidato al successo finale messo in mostra dalla prima serata potrebbe essere Rocco Hunt, che ho trovato enormemente maturato rispetto al retorico esordio di due anni fa: ancora impegno sociale, ma messo in musica con maggior perizia tecnica, e un ritmo trascinante. Altri "papabili" espressi dalla soirée d'apertura sono di certo gli Stadio, con la loro classe infinita. 
SULLE ALI DELLA NOSTALGIA - Per il resto, i picchi emozionali della serata sono stati tre: in primis l'ouverture nel segno della nostalgia, con la carrellata di tutti i vincitori sanremesi, un'emozione che non tutti possono comprendere. Personalmente, dai primi anni Ottanta in poi ogni filmato mi ha riportato alla memoria precisi momenti della mia vita, perché Sanremo può essere anche questo, può ravvivare ricordi, farli riaffiorare, sottolineare eventi belli e meno belli della nostra esistenza. Peccato che alcune clip non fossero di provenienza sanremese, come quelle del 1967, 1973 e 1976: chi si occupa del Festivalone sa che le registrazioni di quelle edizioni sono al momento irreperibili nell'archivio Rai, speriamo che la cosa venga sanata al più presto. Identiche sensazioni avrà senz'altro suscitato in molti miei coetanei il breve recital di Laura Pausini: perché noi quarantenni l'abbiam vista nascere artisticamente, e chiunque capisse un po' di musica si era reso ben conto, già nel '93, che non sarebbe stato un fuoco di paglia, anche se il sottoscritto di certo mai avrebbe pronosticato per lei successi planetari. 
SOLO MUSICA PER ELTON - Di grande efficacia la performance di Elton John, con un Conti bravo a tenere rigorosamente la conversazione su tematiche strettamente musicali: le polemiche e le discussioni senza fine lasciamole ai politicanti e ai giornalisti a caccia di effimeri scoop. Caspita, solo in Italia accade di avere sul palco un fuoriclasse di prima grandezza come Elton rischiando di buttare tutto in vacca parlando di faccende private: all'Ariston, per fortuna, non è accaduto. Menzione d'onore per Rocco Tanica, momentaneamente fuori dagli Elii per regalarci un'edicola certo più briosa di quella di Gianni Ippoliti, un classico dei Sanremo baudeschi, mentre speriamo che la divertente coppia di sposini "in Salamoia" Marta Zoboli - Gianluca De Angelis, già ammirata fugacemente l'anno scorso in chiusura di Festival, possa avere più spazio nelle prossime serate. Meglio loro, sicuramente, di Aldo, Giovanni e Giacomo, che potevan proporre qualcosa di nuovo invece della solita solfa di "Pdor figlio di Kmer". 

martedì 9 febbraio 2016

SANREMO 2016: AL VIA UN FESTIVAL "OPEN" E LIVELLATO, CON UN GRUPPONE DI PAPABILI PER IL SUCCESSO FINALE


A poche ore dal via, la domanda più banale eppure inevitabile: che Festival sarà, il 66esimo della serie? Sarà un Sanremo "open", la prima cosa che mi viene da dire. "Open" in quanto la porta verso la gloria, verso il trionfo finale, è teoricamente aperta a un numero elevatissimo di pretendenti, come raramente è accaduto in passato. Appena dodici mesi fa ci trovavamo a fare la cronaca di una vittoria annunciatissima (su "Note d'azzurro" l'avevo prevista fin da dicembre, senza fare supremi sforzi di fantasia), quella del Volo che, in extremis, dovette vedersela con l'imprevedibile colpo di coda di Nek, ormai però troppo attardato per puntare al bersaglio grosso. Altre volte, i "papabili" avevano formato gruppi un tantino più numerosi ma comunque ristretti (due anni fa si parlava di Arisa, Renga, Gualazzi e pochi altri). 
PIU' DI DIECI POSSONO SOGNARE - Quest'anno no. Quest'anno almeno la metà dei Campioni in concorso possono legittimamente ambire a fare il colpaccio. Questo sulla carta, intendiamoci, perché il primo ascolto dei brani potrà diradare molte nubi e fare una prima, consistente scrematura. Sta di fatto che, in mancanza del nome "che spacca" (poteva essere Alessandra Amoroso, che ha invece deciso di far uscire il nuovo album poco prima della kermesse, tenendosi ancora una volta alla larga dalla Riviera dei Fiori), il patron Carlo Conti ha puntato su quello che in termini sportivi viene definito "livellamento": un campionato della canzone equilibrato, senza assi pigliatutto, e ciò gioverà assai al pathos della tenzone; che poi tale livellamento sia verso l'alto o verso il basso, sarà il pentagramma a dircelo. Alla vigilia, possono essere considerate da podio Dolcenera, Arisa, Noemi e Annalisa, la nouvelle vague rosa della nostra canzone leggera, con le ultime due ormai affrancatesi da tempo dai loro esordi in ambito talent; poi i tre veterani Patty Pravo, Enrico Ruggeri e Stadio, e quel Lorenzo Fragola che cerca la consacrazione dopo la prima, convincente apparizione all'Ariston e il buon esito del disco d'esordio. 
LA FORZA DEL DUETTO? - Ancora: Rocco Hunt pare molto quotato, e non è detto che non si possa assistere al definitivo sdoganamento festivaliero del genere rap hip-hop. Neffa ed Elio e le Storie Tese rappresentano le schegge impazzite, ma il pezzo proposto dagli Elii ha fatto il pieno di consensi fra gli addetti ai lavori che han potuto ascoltare in anteprima le canzoni, e una loro affermazione dopo due secondi posti non stupirebbe. Nelle ultime ore, poi, sono date in poderoso crescendo le chance della coppia Deborah Iurato - Giovanni Caccamo, e la cosa per dire la verità mi lascia un tantino perplesso, a meno che non si sia in presenza di una composizione di struggente bellezza e possente impatto: chi dice che le coppie han sempre fatto centro presso la platea sanremese racconta una verità parziale, perché ai trionfi di Al Bano & Romina o di Anna Oxa e Fausto Leali, per citare due esempi, hanno fatto da contraltare tonfi clamorosi, come i duetti Minghi - Nava del 2000 o Tatangelo - Stragà del 2003, e pure quello fra lo stesso Leali e Luisa Corna nel 2002 (che funzionò sul momento ma alla lunga lasciò poche tracce); l'abbinamento fra i due giovani siciliani, oltretutto, sconta in partenza una certa debolezza, in fatto di curriculum e popolarità. Vedremo. 
BRIO ALLA CONDUZIONE - Sul Festival nel suo complesso, sulla struttura del carrozzone, ho già scritto molto nei mesi scorsi: avendo individuato una formula semplice ma vincente, e forse in grado di reggere per diverso tempo, Conti ha giustamente limitato al minimo le innovazioni. Però l'inserimento nel cast dei conduttori di un "valletto", Gabriel Garko, e di una battitrice libera di immenso e poliedrico talento come Virginia Raffaele, che da anni meritava tale traguardo, dovrebbero dare al tutto la giusta dose di brio, magari avvicinando la frizzante squadra che pilotò la fragile nave di Sanremo 2004 (Simona Ventura, Gene Gnocchi, Paola Cortellesi e Maurizio Crozza, ricordate?). 
SUPEROSPITI, ELITE ACCETTABILE - Riguardo agli ospiti, si insiste ormai con pervicacia sulla suddivisione fra italiani in gara e italiani a far passerella, ma se nelle ultime edizioni si è assistito spesso a presenze ingiustificate (su tutte quelle di Ligabue e Tiziano Ferro), quest'anno almeno esistono valide ragioni per celebrare la grandezza euromondiale di Laura Pausini ed Eros Ramazzotti o la réunion pre - scioglimento dei Pooh con Riccardo Fogli, mentre magari Elisa canterà in inglese, cosa che al momento ai concorrenti non è concessa (in passato si poteva) ed è un'artista che, per modalità espressive, definire "italiana" è perfino riduttivo. L'unica ospitata di cui mi sfugge il significato è quella di Renato Zero, che poteva comparire tranquillamente fra i big in competizione. Quanto a Cristina D'Avena, che vedremo sabato sera, va tenuta fuori da tutti questi discorsi: è una grandissima a tutto tondo, che ha fatto cantare e sognare generazioni di bambini e ragazzi, ma che ha sempre battuto un territorio sonoro lontano anni luce da quelli tipici della gara sanremese, e mai si è cimentata in brani, diciamo così, "adulti": la sua presenza fuori concorso ci sta, ed è anzi un doveroso tributo. 
POLEMICHE FUORI LUOGO - Le polemiche su Elton John e il marito sono incommentabili, se non dicendo che fanno bene certi Paesi esteri più avanzati, ma forse sarebbe meglio dire solo più civili, a canzonarci e prenderci per i fondelli. O meglio, a prendere per i fondelli chi alimenta certe discussioni, perché io me ne chiamo fuori e mi sento, in questo senso, pochissimo italiano. Allo stesso modo, non trovo normale che, durante la prima conferenza stampa sanremese della settimana, un giornalista ritenga "inevitabile" fare a un membro del cast (Gabriel Garko) una domanda sul ddl Cirinnà. Fermo restando che ognuno è assolutamente libero di porre i quesiti che più ritiene opportuni, mi sembra francamente fuori contesto e anche piuttosto triste andare a Sanremo per chiedere a uno dei presentatori, come prima curiosità, l'opinione su un disegno di legge che non ha alcun legame diretto con l'evento specifico.Voglio dire: ci sono tempi e luoghi per parlare di tutto (e anzi, di spazi di discussione in tv ne esistono fin troppi...), al Festival sarebbe bello, confermando la positiva tendenza dell'anno scorso, tornare a concentrarsi esclusivamente sulla musica, che negli ultimi tempi, grazie anche alla nascita di nuove rassegne canore (su tutte il Summer Festival di Canale 5) ha dimostrato di aver riconquistato una certa appetibilità anche sul piano catodico. 
INUTILE SFIDA CALCIO VS. MUSICA - A tal proposito, sarà interessante la sfida del sabato sera fra la finale rivierasca e il match scudetto Juve - Napoli: scontro assurdo (con lo spezzatino ormai abituale per la nostra Serie A, non si poteva proprio trovare un'altra collocazione oraria, magari la cara vecchia domenica pomeriggio?), ma che perlomeno pone un po' di sale sulla coda del carrozzone ligure, da anni adagiatosi sugli allori di una contro-programmazione soft da parte dei concorrenti. Conti e compagnia non dovrebbero comunque subire troppi danni da una rivale, benché prestigiosissima, confinata su una piattaforma a pagamento.