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martedì 9 gennaio 2018

VERSO SANREMO 2018: CONFERENZA STAMPA DELUDENTE, PER UN PUZZLE CON TROPPE TESSERE MANCANTI


Il Sanremo dei misteri continua a percorrere la sua tortuosa strada. Dopo la lunga attesa per la nomina del direttore artistico "post contiano", dopo il sospiratissimo rinnovo della Convenzione Rai - Comune giunto solo in chiusura di 2017, oggi è andata in scena, dal casinò della cittadina ligure, una conferenza stampa surreale. Un incontro con i rappresentanti dei media che doveva essere un po' il vernissage ufficiale del 68esimo Festival, ma che al tirar delle somme ha grosso modo lasciato le cose come stavano. 
Nulla di nuovo sotto il sole, quasi tutto noto (di quel "quasi" parleremo tra breve). Ciascuna delle cose dette questa mattina da Claudio Baglioni e compagnia era di dominio pubblico da giorni, se non da settimane: già sicuri nelle vesti di padroni di casa Michelle Hunziker (di ritorno dopo undici anni, si spera più matura e convinta rispetto a quel pulcino spaurito che deluse ampiamente al fianco di Baudo) e Pier Francesco Favino, già ampiamente conosciuti dagli addetti ai lavori il meccanismo di gara e le novità relative alle giurie e all'abolizione delle eliminazioni (il regolamento è online da tempo sul sito della kermesse), già visti e stravisti i tre spot tv con protagonisti alcuni celebri anchorman festivalieri del passato (Pippo Baudo, Fabio Fazio, Carlo Conti, impegnati in strambi colloqui col cantautore romano). E dunque per che cosa, di grazia, i giornalisti sono stati convocati oggi? Bastava un comunicato stampa... O no?
Spesso, in passato, l'appuntamento con la conferenza "ufficiale" di gennaio è servito a regalare primizie e anticipazioni sulla manifestazione e sul suo contorno: soprattutto qualche notizia boom sui nomi di artisti italiani e stranieri chiamati a esibirsi fuori concorso.  Invece, nada de nada. Gli ospiti? "Abbiamo diramato degli inviti", è stato detto. Laura Pausini, Sting, Liam Gallagher?  "Sono nomi che confermiamo tutti - ha affermato Baglioni - vediamo se li confermano anche loro", cioè i cantanti stessi. Come dire che i contratti, probabilmente, devono ancora essere chiusi. Assolutamente nulla, poi, è trapelato sui format del Pre-festival (la breve striscia tv che da qualche anno precede le serate della gara) e del Dopofestival, se non con la precisazione che quest'ultimo dovrebbe, negli auspici, diventare uno spazio defatigante per gli artisti in concorso, dove fare musica senza animi infiammati né accese polemiche. Chi lo animerà, chi ne sarà l'anfitrione, non ci è dato saperlo. Persino il Festival propriamente detto potrebbe avere altre figure aggiunte a fare gli onori di casa sul palco, ha lasciato intuire Baglioni... Chi? Mah! 
I comici? Ci saranno, e già era stato detto. Le star hollywoodiane? Vade retro, ed è giusto così perché, nel novanta per cento dei casi, il loro apporto qualitativo al Festival è sempre stato di scarsissimo peso (poche le eccezioni, ricordo ad esempio una bella intervista di Baudo a Sharon Stone nel 2003), ma anche questo "niet" il buon Claudio lo aveva anticipato in tempi non sospetti. E allora, di che si è parlato stamane? Tanta teoria, tanti scenari che colpiscono la fantasia (il Festival "come una tela bianca" da dipingere sera dopo sera, "l'immaginazione al Festival" cinquant'anni dopo "l'immaginazione al potere" di sessantottiana memoria); insomma, l'impegno di fare bene come per le squadre di calcio che, conclusa la campagna acquisti, si apprestano a iniziare il campionato. Solo che, qui, la campagna acquisti è lungi dall'essere completata, troppi aspetti della struttura spettacolare dell'evento sono ancora aleatori. 
L'unica vera novità emersa è rappresentata dalla "regola di ingaggio" che verrà applicata nella convocazione degli ospiti canterini d'oltrefrontiera: "Dovranno venire a cantare e suonare qualcosa con una matrice italiana", ha spiegato il direttore artistico. Lodevole da un certo punto di vista, per scongiurare il mero passaggetto promozional - commerciale e spingere gli ospiti a portare qualcosa di più corposo e impegnativo, ma in tal modo potrebbe restringersi il campo dei divi pop disposti a venire in Riviera; l'ideale sarebbe una via di mezzo, ossia consentire loro di fare sia l'autopromozione sia l'omaggio al Bel Paese (e probabilmente, azzardo io, sarà così, anche se non lo si è capito molto bene da quanto è stato detto in conferenza). Lodevole il proposito di salvaguardare ed esaltare l'italianità dell'evento, ma se il Sanremone ha raggiunto le vette attuali è stato anche grazie alle innumerevoli presenze di grandi figure della musica mondiale venute a proporre le loro opere, non dimentichiamolo mai. 
Si è intuito che ci sarà meno glamour, ossia meno lustrini e ingredienti da mega-super show, contrariamente a quanto spesso è accaduto in passato: la musica dovrà essere al centro di tutto, frase peraltro ripetuta come un mantra già alla vigilia di tante edizioni più o meno recenti (e promessa spesso mantenuta, checché se ne dica, ad esempio nell'ultimo triennio, nel quale si è cantato tanto senza per questo tradire l'aspetto spettacolar - televisivo del carrozzone). Insomma, per il momento la rassegna non ha ancora un aspetto ben definito, e ci si domanda se non fosse il caso di aspettare ancora un paio di settimane, prima di convocare questo incontro con la stampa: 15 giorni in cui mettere le firme su qualche contratto e fornire un quadro più esauriente della struttura di Sanremo 2018. Di buono c'è che, a quanto è stato detto, gli introiti pubblicitari (25 milioni di euro) hanno già coperto il costo della kermesse (poco più di 16 milioni), alla faccia di chi dice che "il Festival lo pagano gli italiani con il canone". 

giovedì 12 ottobre 2017

IL REGOLAMENTO DEL FESTIVAL DI SANREMO 2018: BAGLIONI ABOLISCE LE ELIMINAZIONI. ARMA A DOPPIO TAGLIO: FUNZIONERA' SE ARRIVERANNO I GRANDI NOMI


Con la pubblicazione del regolamento sul sito ufficiale, avvenuta ieri sera, la preparazione di Sanremo 2018 entra nella sua fase calda, ed era anche ora, mi permetto di aggiungere. Il format del Festivalone non presenta, relativamente alla struttura della gara, novità sconvolgenti e rivoluzionarie, nel senso di cose mai viste prima nella ormai lunghissima storia della rassegna. Ci sono però modifiche sostanziali rispetto alle consuetudini degli ultimi anni. La mano del neo direttore artistico Claudio Baglioni si è fatta sentire, senza dubbio, e le innovazioni da lui portate potrebbero risultare assai più incisive di quanto si sia ora indotti a pensare. 
ELIMINAZIONI AL BANDO - Permane la suddivisione in due gironi, Campioni e Nuove proposte; i primi dovrebbero essere venti (come si era stabilito l'anno scorso, quando poi lievitarono a ventidue), i secondi saranno otto, scelti con le identiche modalità delle ultime edizioni. La svolta, rispetto al passato recente, è che non ci saranno più eliminazioni: tutti i cantanti che inizieranno il Festival, in entrambe le sezioni, lo porteranno a termine, arrivando fino a venerdì (i giovani) e fino a sabato (gli artisti affermati). Non è una rivoluzione, dicevamo, perché è già avvenuto diverse volte nel cammino di Sanremo: le ultime due furono nel 2003, un'edizione targata Baudo, bella ma non fortunata sul piano degli ascolti tv, e nel 2004 di Tony Renis, quando però esisteva un listone unico di ventidue concorrenti, senza distinzioni di età o anzianità di carriera.
E' in questa scelta che emerge nitidamente la linea editoriale di Baglioni, il quale si fa in un certo senso portavoce di tutta una categoria. Non si dice da tempo immemore che l'élite dei cantautori italiani (ma non solo loro) ha sempre guardato con sospetto il Festival proprio per l'esasperazione del concetto di competizione? Ebbene, arriva un cantautore, uno dei più prestigiosi, prende le redini del carrozzone e limita sensibilmente la gara, che per quanto riguarda i Big sarà in pratica confinata alla sola serata finale, riservandosi per le quattro precedenti un solo momento di pathos: al termine della terza, quando verrà resa nota una classifica parziale dei venti brani sulla base delle votazioni raccolte con le prime esibizioni (tutti insieme la prima sera, dieci la seconda, altri dieci la terza). 
FELICI GLI ADDETTI AI LAVORI - L'idea del buon Claudio è stata semplice: salvaguardare comunque l'essenza del Festival, che senza concorso canoro non avrebbe ragione di esistere, diventerebbe un'altra cosa senza più alcun legame con la tradizione, ma comunque attenuarne l'impronta fortemente agonistica. L'obiettivo dichiarato è quello di rendere Sanremo simile ad altri eventi di cultura popolare come, ad esempio, i festival del cinema e i festival letterari; una "evoluzione", quest'ultima, di cui si parla da più di quarant'anni, e proposte in tal senso furono lanciate già all'inizio dei Settanta, quando si cercava di trovare strade alternative per un evento che cominciava a manifestare i segnali di una profonda crisi. Una svolta in senso "alto" da tempo e da più parti auspicata, e che ora si concretizza, almeno sulla carta: a occhio e croce saranno strafelici cantanti, discografici (e infatti la FIMI ha già esternato la sua soddisfazione) e critici giornalistici. Bene per le prime due componenti, perché senza artisti e senza industria di settore la kermesse non si può fare se non rinunciando a una buona fetta di qualità, trascurabile il terzo aspetto, perché la sensazione è che molti commentatori abbiano sempre preteso da Sanremo un qualcosa che non è mai stato nel suo Dna. 
RICORDARSI L'ESSENZA LEGGERA DEL FESTIVAL - Questo è un punto dolente: Sanremo è sfida tra cantanti, è leggerezza, è quel pizzico di glamour che non guasta mai: ma nelle maglie di un canovaccio prettamente commerciale, volto a spingere il mercato e il successo dei partecipanti, a lanciare e rilanciare carriere, ha spesso e volentieri saputo trovare lo spazio per proposte originali e di ottimo livello compositivo. La mini-rivoluzione made in Baglioni rischia di farne un evento che piace solo agli addetti ai lavori e meno al grande pubblico. E non credo aiuterà il peso enorme, direi eccessivo, attribuito dal regolamento alla giuria della sala stampa, che voterà tutte e cinque le serate. Non sono nemmeno convinto che i vertici della Rai abbiano sposato in toto questo cambiamento, ma non potevano neanche opporsi più di tanto: hanno voluto fortemente il cantautore romano, e ora... se lo tengono, con tutte le sue ferree convinzioni. Del resto, lo ripetiamo, una struttura di gara come quella che vedremo a febbraio Sanremo l'ha già avuta, a grandi linee, ed è sopravvissuto: oltre alle edizioni citate, ce ne sono state altre in cui le eliminazioni prima della finalissima hanno riguardato solamente la sezione dei volti nuovi, il che non è che regalasse poi tutta questa gran suspense al pubblico, interessato soprattutto alla sfida fra i grossi nomi. 
SALVARE L'AUDIENCE COI GRANDI NOMI - Il problema è che, eccezion fatta per le ultime due rassegne allestite da Fabio Fazio (2013 e 2014), dal 2009 in poi la competizione è stata un must della manifestazione, a volte ferocissima come nel quadriennio di Gianmarco Mazzi (2009-2012), che portava in finale solo dieci big, altre volte più annacquata come sotto la gestione Conti, quando alla serata conclusiva si sono comunque presentati sempre sedici partecipanti. Ecco perché l'azienda di viale Mazzini deve mettere doverosamente in preventivo un calo di ascolti: il popolo dei teleutenti si abitua infine ai cambiamenti, ma ha bisogno di tempo. Un tale handicap sarebbe compensato solo dalla presenza, in concorso, di una manciata di personaggi di altissimo profilo, e questo è l'altro obiettivo, più velato ma neanche tanto, che Baglioni si è posto: una competizione più serena e meno stressante, con l'effetto - vetrina amplificato (tutti in finale, quindi passaggi televisivi a go go), dovrebbe sciogliere le riserve di cantanti che all'Ariston non si sono mai fatti vedere, o l'hanno fatto di rado, magari come ospiti. Non parlo, si badi bene, solo del cantautorato storico, ma pure di tanti recenti protagonisti delle hit parade. Un contributo in tal senso dovrebbe darlo la seconda innovazione, forse la più importante per un innalzamento del tono qualitativo dello show: il limite di durata dei brani è stato portato a quattro minuti, decisamente più umano dei tre e mezzo per i Campioni e dei tre per i giovani in vigore l'anno scorso. 
MUSICA AL CENTRO: MENO SOVRASTRUTTURE INUTILI? - In sintesi, meno lacci e lacciuoli e più "spazi di manovra" per chi volesse mettersi alla prova in Riviera. Un messaggio lineare e diretto, quello dell'autore di tanti evergreen della canzone italiana: "Hanno voluto un cantautore alla guida del Festival, e allora la musica sarà al centro del Festival", ha dichiarato ieri al Tg1. Lo speriamo,  e se ciò dovesse portare anche a un taglio di ospiti inutili e fuori contesto, ben venga. Tutto questo giustifica anche la scelta dell'abolizione della serata delle cover, che ormai, del resto, da almeno un paio di anni mostrava pericolosamente la corda, senza dimenticare che dopo l'isolato exploit di Nek con "Se telefonando" nel 2015, nessun'altra riproposizione di pezzi celebri ha saputo ottenere analogo consenso. Meglio allora il ritorno all'happening dei duetti che, con l'appeal garantito dalla presenza di Baglioni e con quello, auspicabile, di nomi di gran richiamo in concorso, potrebbe portare sul palco una buona dose di star e di performance d'effetto, tali da rivitalizzare la serata più tradizionalmente fiacca della settimana ligure. 

lunedì 25 settembre 2017

VERSO SANREMO 2018: BAGLIONI "ANIMA IN GIOCO", DIRETTORE ARTISTICO E "CAPITANO CORAGGIOSO" SUL PALCO

                                              Baglioni "firmerà" Sanremo 2018

E' stato un "parto" lungo e laborioso, forse persino doloroso, anche se non sapremo mai tutto ciò che è accaduto in questi mesi nelle segrete stanze Rai fra dubbi, ansie, trattative più o meno sfiancanti. Di certo c'è che la notizia è finalmente ufficiale: Claudio Baglioni sarà "l'anima in gioco" di Sanremo 2018, per parafrasare il titolo di un suo album del '97 (legato, non a caso, alla sua prima esperienza da personaggio tv, "Anima mia" con Fabio Fazio): direttore artistico e "capitano", com'è stato definito dal comunicato di viale Mazzini, della squadra che animerà sul palco dell'Ariston il Festivalone numero 68. Più che capitano, direi "capitano coraggioso", in onore a un'altra più recente passeggiata del prescelto sul piccolo schermo, quella accanto al collega Morandi. 
L'INUTILE CORSA ALLO SCOOP SANREMESE - Negli ultimi giorni era quasi diventato un segreto di Pulcinella, ma solo ora c'è la notizia, ossia l'incarico con tutti i crismi. Da settimane i media italiani erano in preda a una fregola da scoop francamente sproporzionata e fuori luogo: si è arrivati al fatidico titolo "manca solo la firma", espressione che viene sovente usata negli articoli dedicati al calciomercato per descrivere fantomatici trasferimenti di campionissimi destinati poi a sfumare in extremis. Se l'annuncio, il fatidico "habemus Baglioni", è arrivato solo oggi, nell'ultimo lunedì di settembre, significa che non tutto era così scontato, che ci sono stati diversi particolari da limare e mettere a punto, e soprattutto, ritengo, più di una remora da parte del cantautore romano, per la delicatezza dell'impegno e per il fatto di doversi cimentare anche come padrone di casa di un evento catodico colossale, esperienza inedita per lui. Sempre meglio questi sfiancanti rumors, comunque, rispetto a quelli messi in circolo da chi aveva dato per certo il quarto Festival targato Carlo Conti, notizia del tutto improbabile (il diretto interessato aveva detto e più volte ribadito che stavolta Sanremo era fuori dai suoi programmi) puntualmente ripresa e rilanciata da un'infinità di testate. No comment. 
GRAVE RITARDO - Sanremo 2018 trova dunque il suo deus ex machina alle soglie del mese di ottobre, con un ritardo che rimane grave, incomprensibile e solo parzialmente giustificabile dai tempi lunghi con cui si sta pervenendo alla firma della convenzione fra l'ente tv di Stato e il Comune ligure, documento fondamentale per lo svolgimento della manifestazione. Per carità, si sapeva benissimo che la successione all'anchorman toscano sarebbe stata complessa e da gestire coi piedi di piombo, alla luce degli ottimi risultati conquistati in termini di audience e, tutto sommato, anche sul mercato discografico; ma proprio per questo, la patata bollente Festival era da prendere di petto già pochi giorni dopo la fine dell'ultima edizione, per preparare in tempo utile una soluzione "forte", in grado di reggere il confronto con un così ingombrante passato. 
La soluzione è stata forse trovata, perché il nome è di notevole impatto, ma intanto si son perduti mesi preziosi; e non sono io a dirlo, visto che il direttore generale Rai Mario Orfeo affermò a fine giugno, in occasione della presentazione dei palinsesti Rai autunnali: "Su Sanremo stiamo cominciando a lavorare adesso". Già troppo tardi all'epoca, e nel frattempo son trascorsi altri novanta giorni. Rimangono quattro mesi per lavorare sulla rassegna, in programma dal 6 al 10 febbraio: sarebbero stati considerati pochi già per un Festival anni Ottanta o Novanta, figurarsi oggi, con la manifestazione che è diventata un evento kolossal, una produzione che va ben oltre la mera passerella di canzoni inedite e che richiede dunque un allestimento lungo, accurato, certosino, irto di difficoltà. 
PIU' DEFILATO RISPETTO A MORANDI - E' dunque il momento di mettersi al lavoro. Sul piano della competenza in tema di sette note e di spettacoli musicali, non sono lecite riserve sul professionista prescelto. Le perplessità su Baglioni riguardano semmai il citato ruolo di "capitano", sul palco, di un drappello di presentatori - copresentatori - collaboratori vari, ancora tutto da definire; perché in molti hanno fatto paragoni con un altro cantante che ha recentemente indossato i panni di cerimoniere al Festival, ossia Gianni Morandi, ma va ricordato che quest'ultimo aveva comunque in curriculum già numerose esperienze da conduttore, addirittura fin dagli anni Settanta ("10 Hertz" e "Rete Tre", per gli appassionati vintage). Più scarno, da questo punto di vista, il background dell'autore di "Avrai", "La vita è adesso", "Tu come stai" e tanti altri evergreen: proprio per questo è stato ribadito che non sarà lasciato solo "on stage"; non lo fu neanche Morandi nel 2011 e nel 2012, ma in questo caso il ruolo del buon Claudio potrebbe essere ancora più defilato, diciamo da coordinatore, con maggior spazio per "animali da televisione" da scegliere accuratamente. Chi saranno? Tocca aspettare fino a gennaio: ci attendono dunque settimane di esclusive, notizie bomba, anticipazioni che dureranno lo spazio di un pomeriggio. 
GRANDE INVENTORE DI MEGASHOW - Ampie garanzie Baglioni dovrebbe fornirle come organizzatore, nel senso più ampio che è possibile dare a questa carica: sia sul piano dell'impostazione dello spettacolo (ricordo un suo maestoso e scenografico concerto allo stadio Olimpico di Roma), sia sul piano della scelta degli artisti, pensiamo ad esempio al festival "O' scià" che ha allestito per un decennio a Lampedusa, con la partecipazione di nomi di primo piano dell'ambiente musicale. Ora c'è da vedere il meccanismo di gara che adotterà, e anche in questo caso ci sarebbe parecchio da eccepire su come il progetto Sanremo 2018 è stato fin qui gestito dalla Rai. Il grande ritardo nella nomina del direttore artistico è stato preceduto dall'avvio della "pratica" Sanremo Giovani, con la pubblicazione del regolamento e il via libera alle candidature. Regolamento che ricalca pressoché fedelmente quello adottato lo scorso anno da Carlo Conti. E se Baglioni avesse invece voluto rivoluzionare il volto della competizione, magari addirittura unificando le due categorie, o creandone altre, o riformando le modalità di svolgimento della  tenzone fra i volti nuovi? 
Proprio la sezione delle "nuove proposte" avrebbe necessitato di un ripensamento complessivo, visti i risultati non esaltanti delle ultime edizioni (a parte gli exploit di Francesco Gabbani ed Ermal Meta, rondini che non fanno primavera). Invece, almeno per il momento, questa parte di Festival rimane immutata, anche se nulla vieta che a febbraio i giovani selezionati possano entrare in gioco con modalità differenti rispetto al recente passato. 
I BIG: 22 O MENO? - Per quanto concerne i Big, o Campioni che dir si voglia, tanti gli aspetti da chiarire: rimarranno 22 come l'ultima volta? Dal mio punto di vista sarebbe auspicabile, perché i migliori Sanremo della storia hanno visto sfilare un numero consistente di interpreti affermati, e soprattutto in questa fase congiunturale (col mercato del disco in contrazione, la crisi del settore e via dicendo) è utile allargare il più possibile una vetrina così prestigiosa, dando visibilità a tanti artisti, che siano in decollo, già consacrati o in cerca di rilancio. Il triennio appena trascorso ha dimostrato che l'affollamento di partecipanti non crea disagio o crisi di rigetto presso il pubblico. 
In questo senso, Conti aveva riallacciato i fili con una delle epoche d'oro del Sanremone, il decennio ottantiano con i suoi cast sovente pletorici; prima del suo arrivo sulla tolda di comando, la tendenza era stata invece quella di un cospicuo sfoltimento dei ranghi, operato sotto l'egida di personaggi addentro il mondo della discografia come Gianmarco Mazzi, Morandi e Mauro Pagani: 14 big e non di più. Il timore è che Baglioni, anche lui addetto ai lavori, possa seguire la stessa strada, nel segno del motto "meglio la qualità che la quantità", anche se la storia sanremese racconta che cartelloni più snelli non scongiurano il pericolo di mettere in pista composizioni di modesto livello. 
FRA CLASSIFICHE E "NICCHIA" - La sua particolare sensibilità musicale dovrebbe invece consentirgli di compiere una selezione equilibrata, in grado di portare in concorso canzoni di spessore a prescindere dalla popolarità di chi le propone. Qualcosa di simile, tanto per intenderci, al lavoro realizzato dal citato Pagani, assieme a Fabio Fazio, per le edizioni 2013 e 2014, quando accanto a nomi da classifica come Renga, Arisa, Noemi, Modà, Ferreri, Mengoni, Malika, vennero inseriti artisti tutt'altro che mainstream, da Simona Molinari ai Perturbazione, da Giuliano Palma a Riccardo Sinigallia e ai Marta sui Tubi. E' pur vero che Sanremo ha recuperato una certa solidità sul piano commerciale, sotto la gestione Conti, attraverso dei cast schiettamente pop, glamour, con poco spazio per le proposte di nicchia: basta dare un'occhiata alle certificazioni oro e platino FIMI e alle visualizzazioni in streaming di tanti brani presentati in concorso dal 2015 al 2017... Il nuovo "capitano coraggioso" dovrà dunque muoversi in bilico fra il coraggio di scelte "alte" ma poco consumistiche e la necessità di spingere sia gli ascolti televisivi sia le vendite dei dischi reali e digitali.  

martedì 15 agosto 2017

SANREMO 2018: VERSO UN FESTIVAL DI TRANSIZIONE? BUIO ASSOLUTO SU CONDUZIONE E DIREZIONE ARTISTICA



Sanremo 2018 si farà in ogni caso, ma la sensazione, al momento, è che si tratterà di un Festival di passaggio, di transizione. Riflessione inevitabile, una volta constatato che, doppiata la boa di Ferragosto, ancora nessuna notizia utile è giunta da Mamma Rai sull'edizione 68 della kermesse. Si brancola nel buio quasi assoluto, e anche l'unico barlume di luce giunto in queste settimane, ossia la pubblicazione del regolamento della categoria Giovani, ha destato più sconcerto che sollievo: stupisce infatti che sia stato compiuto un passo così importante in assenza di un direttore artistico designato. A meno che un direttore artistico "ombra" già non ci sia... 
Il fatto è che tale regolamento ricalca, a grandi linee, quello dell'anno passato, tanto da aver fatto sospettare una riconferma, nel ruolo di deus ex machina dietro le quinte, del mattatore degli ultimi tre Festival, Carlo Conti. Difficile pensarlo, dopo aver letto una sua recente intervista rilasciata a Sorrisi & Canzoni, nella quale ha parlato in lungo e in largo degli impegni che lo attendono nella stagione tv 2017/18 (da Tale e Quale allo Zecchino d'oro passando per uno special su Pavarotti, fino al sogno di riportare la Corrida sul piccolo schermo) senza fare riferimento al Festivalone, se non dicendo, appunto, che sta passando un'estate più rilassata rispetto alle ultime tre, in cui pesava su di lui la responsabilità di Sanremo. E poi, che senso avrebbe l'aver già scelto un direttore artistico, anzi averlo confermato, senza annunciarlo? 
GIOVANI: COME L'ANNO SCORSO - La stranezza però rimane, perché con questo primo passo si è in pratica già fissata una continuità regolamentare col passato recente di Sanremo Giovani: e se la nuova "guida tecnica" della manifestazione avesse invece voluto cambiarne il meccanismo? Una modifica della gara delle Nuove proposte sarebbe stata auspicabile, oltretutto, visto che negli ultimi anni la categoria si è appiattita sul modello talent (giuria vip con promozioni e bocciature decretate in diretta) e ha faticato a lanciare e consacrare con continuità verdi talenti (lodevole ma isolata l'eccezione del 2016 con Gabbani e Meta, mentre Lele, vincitore pochi mesi fa, finora non ha lasciato grosse tracce). In sintesi: la questione "Nuove proposte" porta nella direzione di un Conti quarto, le dichiarazioni ufficiali e il silenzio della Rai indirizzano su strade radicalmente diverse. 
RITARDO - E' un Festival misterioso, dunque, dai contorni ancora molto, troppo vaghi. Per quanto mi riguarda, siamo davanti a un ritardo grave e incomprensibile. I cari vecchi patron del tempo che fu, dico gente come Vittorio Salvetti (che a Techetechetè chiamano Enzo, ma vabbè...), Gianni Ravera e Adriano Aragozzini, dicevano spesso che per fare un bel Sanremo occorrerebbe cominciare a lavorarci dal giorno dopo la fine dell'edizione precedente. Forse esageravano (ma anche no: chi meglio di loro conosceva le difficoltà di allestimento dell'evento?), e tuttavia non si può nemmeno esagerare nel senso opposto. Negli ultimi anni, in piena estate, le linee guida del Sanremo successivo erano già definite: si conosceva il nome del direttore artistico-padrone di casa, si conoscevano perlomeno i tratti salienti del meccanismo di gara. Bisogna risalire alla doppia gestione Gianmarco Mazzi - Gianni Morandi (2011-2012) per trovare una designazione effettuata dopo l'estate: in entrambi in casi l'ufficializzazione arrivò nel mese di ottobre. 
Questo per dire che siamo ancora in tempo ad evitare un'organizzazione trafelata, ma occhio, perché le settimane volano e sfogliare la margherita troppo a lungo potrebbe essere dannoso; non sta certo a me ricordare quanto complessa sia la macchina Festival: non si tratta solo di scegliere canzoni, ma occorre scrivere una "sceneggiatura" per chi sarà chiamato a condurlo, invitare ospiti di prestigio che siano in qualche modo emblematici della "linea editoriale" stabilita per l'evento, e vedettes internazionali che vanno prenotate per tempo. 
I GROSSI CALIBRI - Eccoci dunque al tema dei temi: chi avrà in mano le redini del Sanremone, nel febbraio prossimo? Febbraio oppure marzo, beninteso, perché se i tempi organizzativi si allungano uno slittamento dell'evento sarebbe eventualità da non scartare. Al di là delle dichiarazioni di facciata, teniamoci come parzialmente plausibile l'ipotesi di Conti gran manovratore lontano dalle luci di scena, forte di un triennio sanremese di altissimo profilo. Riguardo al nodo - presentatori, l'idea del duo Mika - Virginia Raffaele rimane al momento la più affascinante, in quanto foriera di un Festival diverso, originale, controcorrente, di impronta marcatamente giovanile. Lo showman libanese ha dichiarato che non ci sarà, ma anche in questo caso è opportuno aspettare: si fa presto a cambiare idea. Fra i due grossi calibri tv ancora proponibili per la kermesse ligure ci sono ovviamente Paolo Bonolis e Fabio Fazio. Più probabile il secondo (fresco di contestato passaggio a Rai 1) del primo, che è legato a filo doppio alla concorrenza e ha comunque detto che gli piacerebbe guidare un Festival più innovativo e spiazzante, magari lontano dall'Ariston, in un'arena più ampia e con maggiori potenzialità spettacolari. 
NO A GILETTI - Il passaggio di Massimo Giletti a La7 ha evitato il rischio di una sua conduzione con Piero Chiambretti, "rumor" rivelato da Alessandra Comazzi della Stampa: deo gratias. Trovo che le caratteristiche del Giletti anchorman siano del tutto incompatibili con il Dna dell'evento Sanremo, mentre Chiambretti di Festival ne ha fatti fin troppi (contando anche i Dopofestival) senza mai innalzare il livello qualitativo di quegli show. Sempre da tenere d'occhio l'opzione Maria De Filippi: già "in prestito" da Canale 5 l'anno scorso, potrebbe ripetersi stavolta come "primadonna", chissà... Vanno tenuti in debita considerazione i giovani rampanti: pochi, purtroppo. Il vivaio italiano dei presentatori sembra essersi inaridito. In Rai l'unico nome spendibile è quello di Federico Russo, dall'esterno potrebbe arrivare Alessandro Cattelan: si tratterebbe di scommesse come quella che fece Ravera a suo tempo su Claudio Cecchetto. Al momento, peraltro, paiono candidature meno forti di altre. 
I "NON PRESENTATORI" - Dopodiché, rimangono due bacini in cui pescare: quello dei presentatori estemporanei e non convenzionali e quello degli "aziendalisti" Rai, per usare due definizioni di grana grossa. Nel primo gruppo figurano quelle candidature di nomi d'eccezione che ogni tanto fanno capolino ma raramente si concretizzano: dai fratelli Fiorello a Laura Pausini, fino a Massimo Ranieri, proposto nei giorni scorsi da Marino Bartoletti, uno che di canzoni e di Sanremo se ne intende. Personaggi che non nascono  o che non sono solo presentatori, ma che in tali vesti si sono più volte messi alla prova con successo notevole quando non travolgente (ricordiamo in particolare il sabato sera di Rosario Fiorello,"Stasera pago io", a inizio secolo). 
GLI "AZIENDALISTI" - Il secondo gruppo è formato dai grandi professionisti targati Rai, quelli a cui non è mai stata data una chance all'Ariston e che forse la meriterebbero: Facciamo tre nomi e non ci sbagliamo: Milly Carlucci, che ha in curriculum la lunghissima esperienza alla guida di "Ballando con le stelle"; Fabrizio Frizzi, umile, mai troppo appariscente, mai invadente, ma sempre impeccabile in tutte le sue conduzioni, e negli ultimi tempi anche più sciolto davanti alle telecamere rispetto alla prima fase della carriera; dulcis in fundo, Amadeus, di questo trio il più papabile: nel 2017 iper-utilizzato dalla rete, vanta anche una notevole competenza in ambito discografico, e poi di rassegne canore se ne intende (chi ha la mia età lo ricorda sul palco del Festivalbar). 
Quest'ultimo potrebbe dire la sua anche in tema di direzione artistica, mentre per altri, fra quelli qui citati, si porrebbe il problema della nomina di un esperto che sovrintenda in primis alla selezione dei Big (il Mauro Pagani della situazione, già al fianco di Fazio) e poi all'allestimento dello spettacolo televisivo nel suo complesso (come quel Gianmarco Mazzi che dal 2004 al 2012 ha firmato a vario titolo diverse edizioni di Sanremo, il più delle volte con pieno successo). Non mi pronuncio su Pippo Baudo, nome che periodicamente ritorna, soprattutto in queste fasi di "trono vacante": ribadisco di non ritenerlo più in grado di guidare il Sanremone, sia per impegno organizzativo (troppo oneroso per un ultraottantenne) sia per comprensibili difficoltà nel restare in linea con un gusto musicale che è profondamente cambiato dalle sue ultime apparizioni all'Ariston. 
TRANSIZIONE FISIOLOGICA? - Insomma, come si vede la confusione è grande sotto il cielo, ed è  inquietante che ancora a fine giugno, in sede di presentazione dei palinsesti autunnali, il direttore generale Rai Mario Orfeo abbia dichiarato: "Su Sanremo stiamo cominciando a lavorare adesso". Capisco benissimo che la successione di una grande figura come Conti sia problematica, ma proprio per questo la faccenda andava affrontata da subito con piglio deciso, per pervenire a una soluzione entro l'inizio dell'estate.
Ecco perché allo stato attuale (poi può sempre comparire il "big name" che mette tutti d'accordo) penso a un probabile Festival di passaggio; ogni tanto succede, la storia della kermesse dimostra che è fisiologico, soprattutto dopo periodi contrassegnati da conduzioni e direzioni artistiche in qualche modo epocali. Ricordate le due edizioni seguite al primo triennio targato Baudo (1994 - 1996), quelle con Mike Bongiorno e Vianello? Due edizioni rassicuranti, da navigazione a vista, senza fremiti di novità (a meno di non voler considerare tale il Chiambretti vestito da angelo). Ecco, nessuna sorpresa se dovesse accadere qualcosa del genere nel 2018. Fa parte del gioco. E poi vuol dire poco: bastano una manciata di buone canzoni, una rivelazione di prospettiva, una conduzione comunque brillante, qualche ospite che lascia il segno, e Sanremo porta comunque la pagnotta a casa... 

lunedì 29 settembre 2014

VERSO SANREMO 2015: IL REGOLAMENTO C'E', IL FESTIVAL NON ANCORA. MA QUALE RESTAURAZIONE?


                            Carlo Conti: è stato pubblicato oggi il regolamento del suo Festival

Il regolamento c'è, il "Sanremo" non ancora. La pubblicazione delle "tavole della legge" della più popolare rassegna canora, rese note in mattinata, non ha sollevato il velo di mistero che continua ad avvolgere il Festivalone prossimo venturo, il 65esimo della serie, targato Carlo Conti. A una prima lettura, è un regolamento "finto nuovo": ci sono tante piccole modifiche, ma nessuna talmente eclatante da far prevedere uno stravolgimento della struttura stessa della kermesse; ci sono alcune idee ripescate dal passato recente e altre da quello un po' più remoto, ma non certo le più coraggiose, quelle in grado di segnare una netta inversione di tendenza rispetto al generale andazzo dell'ultimo quinquennio, con tutti i suoi pro (tanti) e contro (pochi). 
RINNOVAMENTO DI FACCIATA - Insomma, il primo mattoncino nella costruzione dell'edificio "Sanremo 2015" (che si svolgerà dal 10 al 14 febbraio prossimi) non depone propriamente a favore dello slancio organizzativo di Conti: che ha denunciato scarsa fantasia e ha preferito non rischiare, muovendosi in direzione di un sostanziale "rinnovamento nella continuità", espressione abusata in tanti campi, da quello sportivo a quello politico, e che sovente nasconde solo una realtà immutabile "rinfrescata" con rattoppi esteriori. Nulla di male, per carità: su questo blog ho tante volte scritto che il Festival di Sanremo deve sapersi adeguare ai tempi senza però rinnegare la sua identità storica e i capisaldi, regolamentari e di costruzione dello spettacolo, che ne hanno decretato il successo attraverso i decenni: la filosofia di base fatta di uno spirito un po' nazionalpopolare, leggero, glamour, e poi l'impianto competitivo che non piacerà a molti cantanti ed è odiato da quasi tutti i critici, ma che rappresenta la quintessenza di questo adorabile e incrollabile carrozzone musical - televisivo. 
PASSAGGIO BUROCRATICO - E poi, parliamoci chiaro, la stesura del regolamento è più che altro un passaggio burocratico che fornisce agli addetti ai lavori (artisti e loro entourage) i paletti entro i quali muoversi: come sarà davvero il Sanremo di Conti lo potremo intuire solo da dicembre in poi, prima con la scelta dei cantanti in gara e poi con l'allestimento del cartellone degli ospiti, che darà un'idea del clima generale e della "linea editoriale" che indirizzerà lo show. Prima, sono solo discorsi al vento: Baudo, con regolamenti ingessati e "tradizionalisti", ispirati cioè alla formula lanciata anni prima dal suo "maestro sanremese" Gianni Ravera, ha costruito dei Festival tutto sommato godibilissimi; certi presunti portatori di ventate di novità, penso a Panariello e soprattutto all'ultimo Fazio, sono andati alla deriva con insopportabili edizioni sovradimensionate, appesantite e indigeribili. 
NESSUNA RESTAURAZIONE - Leggo di una "restaurazione" in atto: ma il ritorno al brano unico in gara per ciascuno dei big non è restaurazione, è semplicemente il ripristino di un meccanismo elementare di gara che è da sempre parte vitale del DNA della kermesse: il corpo estraneo erano, semmai, le due canzoni a testa. Esaurito nel 2013 l'effetto novità, l'esperimento ha mostrato la corda: scarsamente funzionale alla vitalità del concorso, altro non era che una stanca appendice, con ridottissimo appeal televisivo, della fase di selezione dei pezzi; in questi ultimi due anni, il Festival vero è sempre iniziato nella serata del giovedì, con i Big in lizza con la sola proposta sopravvissuta alla prima selezione. 
Allo stesso modo, non si può certo parlare di restaurazione per il ritorno dell'eliminazione anche nella categoria regina (fatto peraltro già noto da mesi), visto che, per diversi lustri, a partire dagli anni Ottanta, un'altra delle caratteristiche salienti della kermesse è stata quella di portare in finale, in massa, tutti gli artisti "campioni" (uniche eccezioni, le edizioni 1992 e 1993). L'eliminazione è invece un'eredità di una gestione recente, quella duplice di Gianmarco Mazzi (2005 - 2006 e 2009 - 2012), ma è tutto sommato all'acqua di rose, un giusto compromesso fra la "voglia di sangue" del pubblico e il desiderio dei cantanti di non essere esposti a umiliazioni (come se perdere una competizione canora fosse una vergogna, poi...): saranno solo quattro su sedici i Big non ammessi alla finalissima, e comunque tutti arriveranno alla serata del venerdì, quando scatteranno le uniche esclusioni. 
SEMPRE POCHI I CANTANTI IN GARA - A proposito di Big: saranno sedici, come detto, soltanto due in più rispetto ai classici quattordici delle quattro precedenti edizioni, mentre rimangono sempre otto i Giovani. No, in questo senso Carlo Conti non si è decisamente sprecato: un significativo aumento dei partecipanti nelle due categorie, Note d'azzurro lo sottolinea da anni, sarebbe fondamentale per aumentare l'effetto vetrina del Festival, dando visibilità a più artisti e respiro al nostro asfittico mercato discografico, oltre a garantire la copertura di un più ampio spettro di generi musicali. Senza dimenticare che, negli ultimi anni, il numero di aspiranti all'Ariston è sempre stato assai elevato, con conseguente infoltimento della schiera dei musi lunghi a selezioni concluse: che male farebbero anche solo due posti in più per ogni sezione, arrivando rispettivamente a diciotto e a dieci concorrenti? Meno cantanti vuol dire anche più spazio per riempitivi superflui e di scarsa consistenza artistica, lo abbiamo tristemente imparato negli ultimi anni. 
Considerazioni che valgono a maggior ragione per le Nuove proposte, categoria davvero ridotta al lumicino: che Conti si prenda almeno l'impegno di non ghettizzarla come hanno fatto molti dei suoi predecessori, dando invece a questi ragazzi una ribalta all'altezza, con collocazioni orarie consone: l'ideale sarebbe ripercorrere le orme di un antico patron, Adriano Aragozzini, che faceva esibire, nelle prime serate, un veterano e un esordiente in alternanza: una forma di scaletta "democratica" e rispettosa delle esigenze di giovani desiderosi di mostrarsi a una platea sconfinata. 
Anche il meccanismo di gara studiato per loro è fortemente penalizzante: le sfide uno contro l'altro a eliminazione diretta (sul modello di Sanremo '77, ma pure utilizzate qualche anno fa da Morandi) sono forche caudine senza appello, mentre in una gara canora ogni proposta dovrebbe essere messa a confronto con tutte le altre: così, accoppiamenti infelici rischiano di mandare subito fuori pista opere di spessore e spingere avanti prodotti più modesti. E' una situazione in cui l'elemento competitivo, come detto fondamentale per la riuscita del Festival, assume un peso eccessivo, andando a fare aggio sulle valutazioni più prettamente artistiche. 
RITORNANO I DEMOSCOPICI! - L'altra "grande" novità è il ritorno in pompa magna della "famigerata" giuria demoscopica, oggetto nel passato di strali spesso giustificatissimi per via di scelte e votazioni incomprensibili, a volte prive di qualsivoglia significato tecnico; va anche detto che le altre giurie utilizzate negli anni non si sono propriamente coperte di gloria, in questo senso: sul televoto è meglio stendere un pietoso velo, ma anche i vari gruppi di giurati "di qualità" (quest'anno si chiamano "esperti") hanno sovente fatto inorridire per le loro valutazioni, per tacere dei personaggi che spesso sono stati inseriti in questi "comitati di saggi" senza vantare titoli rilevanti in fatto di competenze musicali. Ad ogni modo, per quanto mi riguarda, sono dettagli secondari: le classifiche artisticamente attendibili, a Sanremo, storicamente rappresentano delle eccezioni. Enormemente più frequenti sono le graduatorie "bislacche": in questo senso, ho sempre visto le giurie sanremesi come un mezzo per aumentare il chiacchiericcio polemico attorno alla rassegna e nulla più, e va detto che l'obiettivo è stato sempre centrato in pieno. 
Da segnalare, infine, il rilievo dato nel regolamento all'evento Eurovision Song Contest come manifestazione legata da un fil rouge a quella rivierasca: una legittimazione che completa il percorso iniziato nel 2011, col rientro dell'Italia (apripista fu Gualazzi) nell'arengo canoro internazionale dopo un'assenza di tredici anni (dal '97: gli ultimi erano stati i Jalisse); ebbene, quest'anno il vincitore assoluto di Sanremo avrà "facoltà" di prender parte all'Eurofestival, nel senso che non sarà obbligato a farlo, ma nel caso manifestasse la propria disponibilità rappresenterà la "prima scelta". 
IL REQUISITO DELL'INEDITO - Il resto, come detto, è solo un'imbiancata alle pareti. Identici i criteri di ammissione nelle due categorie, confermata la "serata evento" (il giovedì), quest'anno dedicata all'esecuzione, da parte dei sedici Big, di cover di grandi evergreen della musica italiana e internazionale. Da elogiare, questo sì, il mantenimento del requisito dell'inedito (anche se da qualche anno il regolamento parla, con una interpretazione più estensiva, di "canzoni nuove"), in tempi in cui moltissimi lo considerano fuori tempo: sbagliano, perché una delle maggiori attrattive del Festivalone è da sempre il lancio, in contemporanea, di venti - trenta brani "appena sfornati", nuovi in assoluto, mai ascoltati prima. E' già tanto che, da qualche edizione a questa parte, si sia allentata la stretta per quanto riguarda i Giovani, i cui pezzi vengono messi online con alcune settimane di anticipo sul sito della Rai; ma per i Big l'obbligo rimane, giustamente, rigorosissimo. Questo è quanto, ed è inutile dilungarsi, perché rischiano di essere parole scritte sulla sabbia: sono i nomi a fare uno spettacolo, ancor di più uno spettacolo come il Festival. Solo quando saranno noti si potrà dire se il Sanremo di Conti avrà lo sguardo rivolto al futuro, al passato o, come sarebbe più giusto, in una terra di mezzo in cui c'è posto per tradizione e contemporaneità. 

venerdì 25 aprile 2014

FESTIVAL DI SANREMO E CARLO CONTI: FINALMENTE SPOSI! NUOVO CORSO PER IL 2015


Sanremo - Carlo Conti: contatto! Sembrerebbe dunque giunto il momento del fatidico "sì", dopo anni di corteggiamento da parte del Festivalone e di cortesi ma risoluti dinieghi dell'abbronzatissimo anchorman toscano. L'investitura ufficiale è arrivata ieri: il direttore di Rai Uno, Giancarlo Leone, ha dichiarato di aver chiesto a Conti la stesura di un progetto per l'edizione 2015 della rassegna canora. 
IL PROMESSO SPOSO - Il "Sanremo sì - Sanremo no" del deus ex machina dell'Eredità e de "I migliori anni" è stato un tormentone il cui lieto fine, però, non era così scontato: anzi, la sensazione, ad un certo punto, era che il più incrollabile "promesso sposo" della kermesse rivierasca sarebbe rimasto tale in eterno. Troppi tentennamenti, troppi rinvii, troppi "per il momento no, vedremo in futuro...". Parliamoci chiaro: i treni passavano e Conti non vi saliva mai. Non solo per colpa sua, certo: perché se lui sembrava non sentirsi mai pienamente all'altezza di un compito assai improbo, l'ente televisivo di Stato non aveva mai dato l'impressione di voler investire con decisione su di lui: il suo nome veniva periodicamente fuori, ma poi si preferiva sistematicamente percorrere strade più eclatanti, più glamour: puntando sui grandi mattatori catodici, da Fazio a Bonolis, piuttosto che su "mediani" di qualità ed esperienza, su infaticabili "uomini azienda" come l'ex DJ. 
CAMBIARE STRADA - Bene, ora il dado è tratto. Innanzitutto, cambiare si doveva: eppure, Fabio Fazio non pareva disposto a mollare facilmente la presa. Forse, anzi sicuramente, erano solo dichiarazioni di facciata, ma nelle prime puntate di "Che tempo che fa" andate in onda subito dopo la conclusione di Sanremo 2014, alcune sue mezze frasi fecero intuire un desiderio non troppo velato di rimanere in sella. Chiaramente, non poteva andare così: troppo tormentato, troppo controverso l'ultimo Festival per azzardare un tris. Un Sanremo concepito e scritto male (checché ne dica Michele Serra, uno degli autori, che ha difeso la sua "creatura" con toni eccessivamente collerici e ineleganti in un articolo su Vanity Fair), e tradotto ancor peggio sul palco, sul piano meramente spettacolare; discreto, pur senza attingere vette sublimi, su quello della proposta musicale, che però ha ricevuto un accoglienza tutto sommato freddina (non fallimentare, attenzione) sul mercato discografico: ne ho parlato in questo post, pochi giorni fa. 
Poi, per quanto mi riguarda, il "Sanremo made in Fazio" si è ufficialmente concluso quando, sempre nella sua trasmissione cult, durante l'intervista "tutta miele" rilasciata a Massimo Gramellini ventiquattr'ore dopo la fine della gara, dichiarò che la scelta degli ospiti era stata frutto, essenzialmente, del suo gusto personale (queste le parole precise: "Voglio dire perché non ho chiamato Justin Bieber: perché essendo parte della direzione artistica, la direzione artistica sceglie la musica che vuole portare lì: a me Justin Bieber non piace e piace Cat Stevens, fine... Mi piace Nutini, mi piace Rufus, mi piace Stromae... La direzione artistica fa delle scelte: rivendico la qualità di quelle scelte, sennò è inutile andare a fare ciò che uno si aspetta..."). 
FAZIO E LA LITURGIA VIOLATA - Ecco, è mio parere, ma io conto zero, che non sia assolutamente questo il criterio ideale per organizzare degnamente un Festival di Sanremo: Sanremo non è né "Che tempo che fa" né "Vieni via con me", non è una trasmissione come tante, un prodotto in cui il conduttore - direttore artistico può imprimere a chiare lettere la sua impronta di stile e di gusto, facendone  l'unico filo conduttore. No, il Festivalone è qualcosa di molto più grande, un complesso apparato spettacolare da maneggiare con cura, una vera e propria istituzione con un'anima, un'essenza codificata negli anni, per quanto soggetta a modifiche: l'ultimo arrivato (in senso cronologico, non certo come talento) fra i "patron", per autorevole che sia, non può pretendere di stravolgerla e di plasmarla a propria immagine e somiglianza. Sanremo è un patrimonio che va, prima di tutto, amato, e quindi rispettato da chi lo fa: lo spirito di cui si diceva, il suo canovaccio standard, può essere corretto, migliorato, ma non stravolto: altrimenti diventa un'altra cosa, e l'edizione di quest'anno è parsa troppo spesso "altra cosa" dal  Sanremo vero e proprio. 
Il Festival della canzone italiana, l'ho scritto un'infinità di volte su Note d'azzurro, ha un'anima leggera, pop, glamour, direi "scanzonata", e mi si perdoni il gioco di parole: lo dimostra il fatto, del resto, che alla lunga chi sta resistendo nelle classifiche di vendita e di download è proprio il gruppetto degli artisti di impatto più immediato, portatori delle proposte più orecchiabili, più radiofoniche, le Arisa e i Renga, gli Hunt, le Ferreri e le Noemi. Una volta preso atto di questo status ineliminabile (perché se si elimina la leggerezza, muore il Festival), attorno ci si può lavorare, arricchendo il cast e la linea artistica con proposte meno scontate e un tantino più elitarie, con pennellate di originalità, nel segno di una ecumenicità che tenga conto del più ampio spettro di proposte musicali, di generi, di target. 
PIU' MUSICA, PIU' CANTANTI - Ecco ciò che si chiede a Conti, in attesa di sapere chi lo affiancherà nel gruppo autoriale come esperto musicale (chi sarà, insomma, il Mauro Pagani della situazione): rinnovamento nel segno della continuità, apertura alle novità senza mai perdere di vista la tradizione sanremese. Il tutto, ovviamente, con un occhio di riguardo alla musica, che deve riconquistare in toto la centralità, senza troppi intermezzi che saranno anche di buona levatura spettacolare e financo culturale, ma che col palco dell'Ariston c'entrano poco. In questa direzione dovrebbe andare anche un innalzamento della quota di partecipanti nelle due categorie, quota ridotta, nelle ultime edizioni, veramente ai minimi termini, con particolare riferimento agli esordienti. 
GLI ALTRI PADRONI DI CASA - Carlo Conti, in questo senso, dovrebbe essere una garanzia, come buon conoscitore del mondo musical - canzonettistico (ha avuto anche il merito e il coraggio, non dimentichiamolo, di rispolverare il marchio "Canzonissima", sebbene all'interno de "I migliori anni"): forse, limitatamente a questo campo, è davvero il più attendibile erede di Baudo, il primo, dopo i numerosi "regni" sanremesi del Pippo nazionale, in grado di garantire un festival rigoroso, ossia pienamente rispettoso del ruolo da protagonisti che i cantanti in concorso e le loro proposte debbono mantenere. Sul piano della gestione del palco e dello show il discorso sarà diverso e più complicato, per due motivi: il primo è che, negli ultimi anni, il nostro "presentatore incaricato" pare essersi adagiato su una conduzione "col pilota automatico", da buon impiegato della tv ma senza guizzi particolari, senza alzate d'ingegno, forse perché si è troppo strettamente  legato a due format che ormai si ripetono stancamente da anni. 
Ma l'ostacolo più arduo da aggirare, che prescinde dalla brillantezza dell'anchorman, sarà quello di creare un'idea nuova e spiazzante di conduzione, ossia l'elemento sul quale, da un certo momento in poi, la Rai ha puntato per caratterizzare ogni singola edizione della kermesse. Secondo questo criterio, avviato forse con le prime due esperienze faziane nel 1999 e nel 2000, ma con avvisaglie nelle incursioni di Bongiorno ('97) e Vianello ('98), la presentazione deve essere uno spettacolo nello spettacolo, e in questo senso i collaboratori di Conti andranno scelti con particolare cura. Butto lì dei nomi, che, nel caso, toccherà alla Rai e alla direzione artistica mixare: Virginia Raffaele, Geppi Cucciari, Elio, Miriam Leone, Chiara Francini: talenti diversi che, se amalgamati per benino, possono dar vita a cocktail stuzzicanti e vivaci. Anche in questo senso dovrà esserci, però, una correzione di rotta rispetto al recente passato: presentazione brillante sì, ma senza oscurare la gara e i suoi protagonisti, senza prendersi il centro della scena. Forse, chissà, la sfida ancor più audace sarebbe quella di tornare a una presentazione vecchio stile, con presentatori tradizionali: Conti e, che so, Milly Carlucci. Vedremo. 

domenica 23 febbraio 2014

SANREMO 2014: ARISA, VITTORIA CHE NON ENTUSIASMA. MA IL PODIO E' UN TRIONFO DEL VIVAIO FESTIVALIERO


Il podio di Sanremo 2014, con Arisa a prevalere nel rush finale sull'accoppiata Gualazzi - Bloody Beetroots e su Renzo Rubino, mette a nudo in maniera crudele una delle più colossali contraddizioni dell'elefantiaco carrozzone festivaliero. Sono arrivati a giocarsi il trionfo, escludendo addirittura dal "giro che contava" uno dei superfavoriti della vigilia (Francesco Renga), tre dei più pregiati "prodotti" sfornati nel precedente lustro dal vivaio della rassegna rivierasca, quella categoria "Nuove proposte" che invece, da troppo tempo a questa parte, non riesce più a trovare adeguata valorizzazione e viene, anzi, bistrattata oltre ogni logica: prima la riduzione di organico (solo otto concorrenti ammessi a partire dal 2011) e poi la collocazione televisiva a orari da sonnambuli, con l'unica, e tardiva, eccezione di venerdì, quando la gara degli esordienti è stata inserita a metà spettacolo. La conclusione della finalissima ha fotografato come meglio non si poteva l'inaccettabilità di questo trattamento: è uno dei principali punti deboli della manifestazione, un "buco nero" che dovranno affrontare di petto i futuri responsabili artistici: magari ricordando cosa riuscirono a fare Bonolis e Gianmarco Mazzi nel 2009, mettendo al centro dell'attenzione il concorso delle "voci nuove" con una serata dedicata, in cui i ragazzi furono "illuminati" dalla partecipazione di superbig della canzone nostrana, presenti al loro fianco nelle vesti di padrini e madrine. 
NON HA VINTO IL MIGLIOR PEZZO - 2009: l'anno dell'esplosione di Arisa, che ieri notte ha dunque completato il suo rapido processo di consacrazione. Un'affermazione che non desta scandalo ma che nemmeno entusiasma: "Controvento" è un brano furbo perché semplice e di impatto immediato, costruito con mestiere, quasi con un profilo basso, seguendo fedelmente la più tipica linea melodica festivaliera. Non è una delle cose migliori del repertorio della cantante genovese, soprattutto per ciò che concerne il testo, di una banalità quasi sconcertante: in questo senso, il confronto con "L'essenziale", la vincitrice di dodici mesi fa, è impietoso. Dei tre arrivati in fondo, sarebbe stata più meritata, e decisamente più significativa per l'albo d'oro e per il futuro del Festival, una vittoria di Raphael Gualazzi e del misterioso Bloody Beetroots, che hanno fornito un bell'esempio di... moderata contaminazione fra generi distanti anni luce. "Liberi o no" al primo posto sarebbe stato un emblema dello "svecchiamento" del Festival, e avrebbe avuto, storicamente, lo stesso peso della medaglia d'oro di Ruggeri nel '93 con "Mistero", una rottura della tradizione sanremese, un ampliamento degli orizzonti sonori. E anche un successo di Renzo Rubino avrebbe lasciato un segno più profondo, andando a premiare un esempio di cantautorato moderno, estroso ed ispirato. 
RENGA: DA PAPA A CARDINALE - Si diceva di Francesco Renga: quando Fabio Fazio, ieri sera, ha cominciato a parlare di "sorprese anche clamorose" in vista, ho pensato subito a una uscita dalla zona podio dell'ex Timoria. Si dica ciò che si vuole, ma "Vivendo adesso" fra le prime tre ci stava benissimo, sicuramente meglio di "Controvento"; anzi, senza mezzi termini, ci "doveva" stare: un pop contemporaneo, sorretto da un testo non banale e da un impianto musicale raffinato. Una canzone nel segno dei tempi come lo era stata quella di Mengoni nel 2013, forse un tantino meno immediata, e alla lunga soprattutto questo può averla penalizzata. Non se la prenda, il fascinoso Renga: non è certo il primo che entra in una finalissima da Papa per uscirne cardinale. Si prenderà la rivincita in altri ambiti, così come "Bagnati dal sole" di Noemi, che ha le stimmate del tormentone e il cui piazzamento (quinto, ma mai veramente in lizza per i primissimi posti) dà modo di annotare un'altra contraddizione di questo Sanremo 64: molti dei pezzi più "fischiettabili", il suo come quelli dei Perturbazione o di Giusy Ferreri, sono rimasti alla fine ai margini. Strano, per una rassegna canora alla quale si chiedono, da sempre, soprattutto canzoni di facile presa, e in cui persino la cosiddetta giuria di qualità ha preferito puntare sul classico sanremese piuttosto che su opere più elaborate.
LIVELLO NON DISPREZZABILE - In generale, comunque, la sensazione è che il tempo darà ragione, sul piano della proposta musicale, alle scelte di Fazio e di Mauro Pagani. "Pazienza e aspettiamo", avevo scritto commentando il faticoso vernissage di martedì in riferimento alle canzoni. E in effetti, molte di esse alla fine sono uscite bene: quelle orecchiabili, radiofoniche e da hit parade sono un bel mucchietto, una percentuale persino inusuale se si pensa ad altre edizioni recenti, e i prodotti di pregio non mancano. Si è forse ecceduto, ecco, con la messe di premi attribuiti a "Invisibili", il brano eliminato di Cristiano De Andrè: la somiglianza del ritornello con il pezzo di James Taylor "Only a dream in Rio" (sottolineata con grande evidenza anche sul sito del "Corriere della sera", che non è propriamente un giornale parrocchiale) è stata frettolosamente messa da parte, laddove in passato certi giornalisti rigirarono oltremisura il coltello nella piaga in altri casi di "atmosfere musicali analoghe". D'accordo, l'intensità dell'interpretazione e il carattere fortemente autobiografico, ma che il pezzo non brilli particolarmente per originalità lo si può dire senza essere accusati di lesa maestà? 

                                                Renzo Rubino: ora è un vero big

CROZZA, LOW PROFILE - La serata finale è filata via sostanzialmente senza picchi particolari, nel solco di un'edizione fiacca, le cui debolezze sul versante spettacolare abbiamo già sufficientemente passato in rassegna nei giorni scorsi. A meno che non si voglia considerare "picco emozionale" la performance di Ligabue: la speranza, lo ripeto per l'ennesima volta, è che mai più venga concesso a un cantante italiano sulla cresta dell'onda di andare all'Ariston a cantare, fuori concorso, due canzoni tratte dal proprio recente e vendutissimo album; è stata, semplicemente, un'ospitata senza senso, poco rispettosa dei canoni festivalieri e degli altri artisti in gara. E non c'è stato da spellarsi le mani nemmeno per Maurizio Crozza. Deludente, perché se accetti la sfida di tornare a Sanremo dopo la tempestosa esperienza del 2013 devi correre il rischio fino in fondo: invece l'entrata in scena con uno scudo (per parare eventuali nuove contestazioni) non è stata solo autoironia, bensì l'annuncio di ciò che sarebbe effettivamente accaduto dopo: un monologo col freno a mano tirato, costruito su una difesa a spada tratta del genio italiano in confronto a quanto prodotto dalla cultura di altri Paesi: non molto elegante, e nemmeno troppo innovativo. Gli unici personaggi politici sfiorati dalla satira sono stati Giovanardi e Razzi, bersagli fin troppo facili, oltre alla piccola parentesi dedicata a Renzi, peraltro l'uomo del giorno, trattato senza affondare i colpi; meglio la performance conclusiva che ha esaltato le notevoli qualità tenorili del comico genovese, da lui sfruttate sempre con eccessiva parsimonia. 
BRAVO STROMAE, MA LA GARA SU TUTTO - Del tutto superflui i passaggi di Claudia Cardinale e Terence Hill (perché non si è tenuto per l'Ariston il divertente sketch del duello in stile "Mezzogiorno di fuoco", messo in scena con Fazio a "Che tempo che fa"?), il migliore fra le guest stars è stato decisamente il belga Stromae, un autentico animale da palcoscenico, uno che ha saputo rielaborare in chiave modernissima un classico genere musicale alla francese. Ma il vero sale, nella finalissima, lo ha portato proprio la gara, a dispetto di chi vorrebbe eliminarla e di chi si ostina, con scelte artistiche discutibili, a metterla in secondo piano rispetto alla cornice di ospiti più o meno prestigiosi: una gara emozionante, impreziosita da performance sempre all'altezza (tutti i cantanti sono parsi molto in palla, pochissime le sbavature di esecuzione) e resa avvincente da un'incertezza che non si vedeva da anni: nelle ultime edizioni, alla sfida conclusiva era arrivata sempre una canzone più accreditata di altre, anche se di poco. E quando il pathos della tenzone aumenta, ne guadagna in godibilità lo spettacolo. Spettacolo da rivedere profondamente in futuro, nelle sue linee generali: in conferenza stampa, ieri, il direttore di Rai Uno Giancarlo Leone ha "abbozzato" alla domanda di un giornalista che metteva sul tappeto la possibilità di un Fazio ter, ma credo che ripartire dall'anchorman savonese dopo un'edizione così tormentata sia un rischio che né l'ente televisivo di Stato, né lo stesso presentatore possono permettersi di prendere. Ne riparleremo. 

sabato 22 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014, QUARTA SERATA: GIOVANI, NON VINCE IL MIGLIORE. QUALCHE BUON DUETTO E UN GRANDE GINO PAOLI

                                            Gino Paoli: splendida performance

Miracolo a Sanremo! Fabio Fazio e il suo staff, in una delle prime conferenze stampa della settimana festivaliera, avevano difeso a spada tratta l'indifendibile, ossia l'assurda collocazione oraria riservata alla gara delle Nuove Proposte, costrette a esibirsi, nelle due fasi eliminatorie, fra mezzanotte e l'una. Evidentemente, le loro certezze non erano poi così granitiche, visto che ieri sera i quattro giovani finalisti sono stati incredibilmente collocati a metà spettacolo, intorno alle 22 e 30. L'entusiasmo e lo stupore iniziali sono stati poi mitigati dalla constatazione che, come da me già evidenziato nei giorni scorsi, ci sono stati anni in cui la categoria esordienti apriva addirittura la serata conclusiva, senza che la cosa venisse considerata sconveniente o nefasta in funzione Auditel. Il format migliore fu quello adottato da Adriano Aragozzini durante i suoi tre anni di gestione della rassegna canora (1989 - 1991), coi giovani che si esibivano alternati ai Campioni, e sarebbe bene ripristinare quella benemerita usanza, senza arrivare agli estremi in cui invece "pulcini" e veterani gareggiavano insieme, uno contro l'altro: i big forse non gradirebbero, e non do loro tutti i torti. 
VITTORIA DISCUTIBILE- Comunque, per il momento accontentiamoci: vivaio sanremese finalmente in rilievo, e finale di grana buonissima. Peccato che ad aggiudicarsi la medaglia d'oro sia stata la proposta meno convincente del lotto. "Nu juorno buono" di Rocco Hunt è un rap - hip hop molto all'acqua di rose, quasi inconsistente, costruito su di un testo retorico ed elementare: da un giovanissimo ci si aspetterebbe un modo più brillante e fresco di mettere in musica il disagio e la voglia di rinascita della martoriata "terra dei fuochi". Decisiva, com'era prevedibile, la possente spinta del televoto, che raramente, nella storia di Sanremo, ha condotto a verdetti ineccepibili (vogliamo ricordare i "trionfi" di Marco Carta e Alessandro Casillo?); a spianare ulteriormente la strada ad Hunt, una giuria di qualità (ehm) che ha avuto la pensata di piazzare Zibba al terzo posto. 
ZIBBA NON VALORIZZATO - Zibba, lo ribadiamo, è uno con un curriculum da big, ha fatto dischi e tiene concerti, e ha uno spessore artistico da fare invidia a diversi colleghi affermati: la sua cadenzata "Senza di te", raffinata nell'arrangiamento e ricca di vivide e commoventi immagini poetiche, è un gioiellino. Anche The Niro è un artista già noto, la sensazione è che sul palco dell'Ariston non abbia reso al massimo (meglio la seconda esibizione della prima, comunque), con quel falsetto faticoso e sofferto, ma "1969" è un pop assolutamente contemporaneo, l'avventura della conquista della Luna (con tutte le sue implicazioni umane, sociali e storiche)  raccontata per flash e pensieri brevi e ficcanti, senza fronzoli. Bravo anche Diodato, che invece è stato sempre impeccabile nell'interpretazione di "Babilonia", altro esempio di musica al passo coi tempi ed estremamente orecchiabile. 
SERATA RELAX - La quarta serata, finale giovani a parte, era quella dedicata al... relax dei big in concorso: penso infatti che esibirsi nella personale rielaborazione di grandi evergreen, con in più il sostegno di colleghi artisti, sia per i cantanti uno dei passaggi più gratificanti, emozionanti e al contempo distensivi della loro professione, perché possono dare libero sfogo alla loro "voglia di palco" senza assili e pressioni. La serata dei duetti, introdotta da Paolo Bonolis e Gianmarco Mazzi nel 2005 e da allora sempre presente a Sanremo, sia pur declinata in versioni differenti nelle varie edizioni, è più che altro, sia detto senza offesa, un riempitivo, quasi inevitabile quando si devono studiare sistemi per rendere interessanti ben cinque giorni di show di una kermesse che, parere mio, acquisirebbe maggior slancio se venisse snellita e portata a quattro serate. 
COVER NON BANALI - Comunque, nel corso del tempo questo "gala d'intermezzo" della gara canora ha spesso riservato autentiche perle, fra tanti duetti superflui. Il pregio della serata di ieri è stato quello di offrire un repertorio non banale e più coraggioso. Perché si sa come vanno queste cose sulle reti generaliste: quando si parla di cover, ci si butta a pesce sul sicuro, sullo stra-suonato e stra-sentito. E invece, piuttosto che proporci, per Ivano Fossati, Paolo Conte e Giorgio Gaber, "La mia banda suona il rock", "Vieni via con me" e "Porta romana", in scaletta c'erano "La costruzione di un amore", "Boogie" e "Non arrossire", pezzi famosi ma non ultrapopolari come i primi citati. 
Meritati applausi ha conquistato l'ensemble Sinigallia - Marina Rei - Paola Turci - Laura Arzilli con "Ho visto anche degli zingari felici" di Claudio Lolli, mentre di grandissima suggestione è stata la versione di "Cara" di Lucio Dalla offerta da Ron, che l'ha declinata in chiave minimalista ed intimista. Fedele all'originale, ma molto vigorosa, "Diavolo in me" coverizzata da Francesco Sarcina, con l'ininfluente apporto da Riccardo Scamarcio, mentre è risultato incerto il sostegno vocale di Violante Placido ai  Perturbazione per "La donna cannone". 

                                        Zibba: meritava la vittoria più di Rocco Hunt

LA STRAORDINARIETA' DI "VOLARE" - Ha stupito la fortissima emozione di Alessandro Haber, che pure sa cantare e tenere il palco (al punto che, in passato, più di una volta si era proposto per partecipare in gara al Festival): nell'esecuzione di "Il mare d'inverno" con Giusy Ferreri è andato spesso fuori tempo, costringendo l'orchestra ad affannose rincorse. Ottima interpretazione di Arisa in "Cuccuruccucu" di Battiato, col valido apporto dei danesi Who made who, soliti virtuosismi vocali ma sostanziale rispetto dell'originale per Antonella Ruggiero, alle prese con "Una miniera" dei New Trolls assieme ai DiGi Ensemble Berlin e la loro novità dei tablet usati come strumenti musicali. Renga e Kekko dei Modà hanno gigioneggiato troppo nell'interpretazione di "Un giorno credi" di Edoardo Bennato, Noemi non mi è parsa impeccabile nel gestire la comunque complessa "La costruzione di un amore" di Fossati, mentre l'ennesima versione di "Nel blu dipinto di blu", offerta questa volta da Gualazzi e Bloody beetroots (con Tommy Lee), ha dato comunque una veste sonora intrigante, ammantata di jazz, al classicissimo di Modugno, dimostrando, casomai ve ne fosse bisogno, che la straordinarietà di "Volare" risiede anche nel fatto di poter essere adattata, riletta e modellata secondo le più svariate sonorità e i generi musicali più disparati, ma riesce ugualmente a mantenere intatta la propria brillantezza. 
PAOLI E POI IL VUOTO - Dopo Renzo Arbore, un'altra performance di altissimo spessore da parte di Gino Paoli, che con l'accompagnamento di Danilo Rea ha offerto alla platea un delicato e personale ricordo di tre amici ed esponenti di spicco della scuola cantautoriale genovese del tempo che fu, ossia De Andrè, Tenco e Umberto Bindi. Momento di spettacolo vero, mentre la stessa cosa non si può dire dei siparietti delle altre guest stars della serata: di un Paolo Nutini che poteva tranquillamente risparmiarci la sua brutta rilettura di "Caruso" di Dalla (se devi cantare in italiano, almeno studiati le parole della canzone, il succo è questo); di un Silvan che è stato anche divertente, ma la prestidigitazione a Sanremo non si vedeva dal 1981, con il carneade Dany Adam's, e sinceramente in tutto questo tempo nessuno ne aveva avvertito l'insopprimibile bisogno; di Luca Zingaretti e di Enrico Brignano, passati essenzialmente a promuovere i loro prossimi prodotti televisivi (gli spot negli intervalli del Festival non bastavano?) aggiungendo al tutto due brevi e dimenticabili performance, la lettura di un articolo di Peppino Impastato (che meritava ben altro trattamento e ben altro pathos) e un rapido e poco sentito omaggio ad Aldo Fabrizi. 
LA FINALISSIMA E IL CASO SINIGALLIA - Due parole sulla gara di stasera: come scritto ieri, sarà corsa a cinque fra Renga, Arisa, Rubino, Gualazzi e Perturbazione, con scarse possibilità di inserimento di altri cantanti. Visto però che l'ex Timoria gode di un buon seguito presso il pubblico dei televotanti, e visto anche il modus operandi adottato per i giovani dalla giuria di qualità (ripetiamo: Zibba al terzo posto su quattro finalisti), difficile che a "Vivendo adesso" possa sfuggire la vittoria. E la cosa, lo dico sinceramente, non mi dispiacerebbe. 
Del caso Riccardo Sinigallia ho scritto ampiamente ieri, credo fotografando in maniera abbastanza azzeccata l'aspetto giuridico della questione, pur da quasi ignorante in materia di diritto: grave leggerezza la sua, grande dignità nel rinunciare al ricorso (ieri sera sul palco mi ha fatto tenerezza, sembrava avere, come si dice dalle mie parti, "il cuoricino piccolo piccolo", ma si rilassi: le cose gravi della vita sono altre), e alla fine non gli andrà poi malissimo: il suo pregevole brano, "Prima di andare via", non avrebbe potuto risalire più di tanto la china vista la posizione nella classifica provvisoria, e stasera avrà comunque la possibilità di passare in Eurovisione fuori concorso, come accadde a Bobby Solo con "Una lacrima sul viso" nel 1964 (ma per altri motivi): sarà una bella vetrina promozionale. Della necessità di rivedere la "legge" dell'obbligatorietà dell'inedito si parlerà nei prossimi mesi, ma io rimango sulle mie posizioni: senza canzoni nuove, Sanremo perde il 60 - 70 per cento delle proprie potenzialità, del proprio appeal. E' un punto del regolamento che si può mitigare e rendere più elastico, ma sopprimerlo no, proprio no. E ora, buona finale a tutti. 

venerdì 21 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014, LA TERZA SERATA: SORPRESA, LE CANZONI CI SONO E NON SONO NIENTE MALE...

                                         Francesco Renga è scattato subito in testa

La sapete una cosa? Non è poi malaccio, questo Sanremo numero 64. Il riferimento è alla proposta musicale offerta dalla rassegna, perché dello show si è già detto quasi tutto nei giorni scorsi. Certo, ci sono stati (e ci mancava pure) degli aggiustamenti in corsa, il ritmo si è un po' innalzato, i cantanti e la gara hanno riconquistato un minimo di centralità, che peraltro al Festival un tempo era cosa scontata, anzi doverosa. Però i limiti rimangono, e, come previsto nel post di ieri, i telespettatori fuggiti dopo la quasi insopportabile prima serata non sono tornati, e forse, forse, ricompariranno giusto in tempo per la finalissima. Un solo concetto: che un direttore artistico - presentatore voglia lasciare la propria impronta, il proprio credo artistico su Sanremo allorquando viene chiamato a gestirlo, è sacrosanto: ma lasciarvi un'impronta non vuol dire plasmarlo totalmente a propria immagine e somiglianza, fin quasi a stravolgerlo. 
SANREMO O "CHE TEMPO CHE FA"? - Questo Festival sembra una succursale in scala ridotta di "Che tempo che fa": per la scelta fin troppo elitaria e fuori contesto di certi ospiti, e per la presenza di volti già inflazionatissimi nel contenitore di Rai Tre: dopo esserci sorbiti, nel vernissage di martedì, la solita tirata retorica di Gramellini, ieri c'è stata la comparsata dell'esperto d'arte Flavio Caroli. Bravissimo, per carità, ma non è questo il punto: nel calcio si criticano, giustamente, quegli allenatori che, quando cambiano squadra, si portano costantemente dietro alcuni giocatori "fedelissimi", quasi non riuscissero a ripartire da zero senza il loro fondamentale sostegno in campo e nello spogliatoio: per questo vezzo, sono considerati trainer non completi. Ecco, Fazio si comporta alla stessa maniera, mentre un vero grande, un fuoriclasse autentico del piccolo schermo dovrebbe saper modellare l'evento Sanremo anche senza certi appigli. 
IL VERO INIZIO DEL FESTIVAL - E allora, parliamo di musica. Come detto in apertura, lo possiamo fare finalmente in maniera più dettagliata. Nel Sanremo versione Fazio - Pagani, la terza serata rappresenta il vero inizio della kermesse: le prime due, l'ho scritto più volte, non sono altro che una coda della fase di selezione delle canzoni, che viene così democraticamente affidata al pubblico del televoto: una coda superflua, perché il format dei due brani per artista non ha sfondato, non emoziona, toglie fascino alla gara, rende tutto più annacquato. Quando invece i Big possono scendere in campo tutti insieme, proponendo finalmente la sola composizione veramente in concorso, la resa spettacolare è del tutto diversa, e si riesce ad avere una panoramica più completa del livello qualitativo delle opere. 
RENGA IN POLE, MA... - Livello che, si diceva, non è affatto malvagio. Rimane inspiegabile la distribuzione dei Campioni fra le prime due sere, con le proposte più complesse (alcune delle quali, lo diciamo sottovoce, tutt'altro che eccezionali) concentrate nel gala d'apertura, e anche questo ha contribuito alla "fuga del telespettatore". Comunque: che Renga balzasse da subito in testa era prevedibile, e non solo per il curriculum e la presenza scenica: "Vivendo adesso" è un brano assolutamente in linea con gli standard  del pop più contemporaneo, ha una costruzione non banale, e la griffe di lusso di Elisa si sente tutta; se ha un limite, il pezzo, è quello di limitare un tantino la potenza vocale dell'ex Timoria, che però riesce comunque a dispiegarsi notevolmente. Siamo più o meno sui livelli di "L'essenziale", la trionfatrice dell'anno scorso (a proposito, stasera Mengoni torna per un omaggio a Sergio Endrigo), che era forse un po' più immediata. Il vincitore del 2013, tuttavia, alla lunga ebbe come unici, veri ostacoli gli Elio e le Storie tese della "Canzone mononota"; questa volta, invece, per Renga nulla è scontato: sarà almeno una lotta a cinque, con Arisa, Rubino, Gualazzi e la sorpresissima Perturbazione. 
TORMENTONI - Di Arisa si era detto: il brano "Controvento" è costruito con mestiere, senza grandi novità, senza strafare, ma è orecchiabilissimo e ha tutti gli elementi che si richiedono al classico "pezzo festivaliero". Rubino, come previsto, si candida a "scheggia impazzita" della classifica finale: la sua incalzante ed energica "Ora" ha le stimmate del tormentone, caratteristica che l'accomuna ad almeno altre tre canzoni della categoria, che come media non è male, per un Festival di Sanremo: "Pedala" di Frankie Hi-NRG, al momento relegato in coda, "Bagnati dal sole" di Noemi, stranamente penalizzata in sede di votazioni sms ma, lo ribadiamo, sicura candidata a posti di rilievo negli airplay radiofonici e nelle classifiche dei download, e "L'unica" dei Perturbazione, ficcatasi in testa fin dal primo ascolto, il che, per la musica leggera talvolta troppo complessa d'oggidì, è sicuramente un merito. La band piemontese, oltretutto, ha conquistato un quarto posto provvisorio che ha dell'incredibile, vista la relativa popolarità presso il grande pubblico: una posizione da cui sabato, col sostegno della giuria di qualità, potrebbe addirittura tentare un colpaccio in stile Avion Travel 2000 (ma con maggior merito). 

                                    Convince l'accoppiata Gualazzi - Bloody beetroots

LA NUOVA FERRERI - La giuria di qualità farà sicuramente salire anche Gualazzi e The Bloody beetroots: al secondo ascolto di "Liberi o no", si apprezza maggiormente l'insolita fusion fra il soffuso jazz di Raphael e l'elaborata discomusic del bizzarro "uomo mascherato". Nei miei voti è anche un recupero di terreno da parte di Riccardo Sinigallia, la cui "Prima di andare via" è canzone raffinata, costruita su uno splendido tappeto di chitarre, per un insieme di notevole impatto. "Nel tuo sorriso" di Sarcina è un pezzo in stile sanremese vestito con un abito moderno, mentre Giusy Ferreri riscuote discreti consensi in questa nuova veste soft melodica, per un "Ti porto a cena con me" che mi pare più convincente nella strofa che nel refrain. Coinvolgente il folk di Ron, tuttavia in certe sonorità non del tutto estraneo al suo repertorio standard, mentre le proposte di De André e, soprattutto, Antonella Ruggiero si confermano le più ostiche: la sensazione è che l'ex Matia Bazar, questa volta, in "Da lontano" stia un po' esagerando coi virtuosismi vocali, ma la sua canzone è se non altro sostenuta da un arrangiamento ricco e coinvolgente. Infine, Giuliano Palma: il pezzo della Zilli, per quanto non brilli per originalità (anzi), gli calza a pennello: nessun altro artista italiano potrebbe interpretare meglio lo stile della cantante piacentina. 
GIOVANI, BELLA GARA - Questa sera, si annuncia di gran livello la gara fra le quattro Nuove proposte superstiti: ieri The Niro, nonostante una prestazione vocale non all'altezza dei suoi mezzi, è riuscito a varcare la soglia della semifinale, e per un favorito della vigilia non è mai facile tener fede ai pronostici. La finalissima propone quasi il meglio, eccezion fatta per Filippo Graziani, vittima, l'altroieri, non tanto di una performance leggermente sottotono, quanto dell'essere stato infilato in un "girone di ferro" con gli ottimi Diodato e Zibba. Nel secondo gruppo, invece, c'era un posto già occupato da Rocco Hunt, che si prevedeva spinto in massa dai televotanti ma il cui rap ha scarsissimo spessore, in particolare per il testo banale e retorico: sul palco dell'Ariston non ci doveva nemmeno arrivare, ma tant'è. 
ARBORE COME ARMSTRONG - Riguardo al contorno, alle "sovrastrutture" della terza serata, il meglio l'ha offerto Renzo Arbore, che tuttavia ad un certo punto pareva voler replicare il Louis Armstrong dell'edizione 1968: cioè non voleva più andarsene dal palco, pronto ad imbastire una sorta di "live in Sanremo". Certo, ai tempi di Satchmo i tempi televisivi erano ancor più ristretti e rigorosi, ma anche ieri Fazio ha sudato freddo, perché l'intervento del brillantissimo showman ha causato un forte slittamento della scaletta, costringendo i presentatori a stringere oltremodo i tempi nelle fasi successive: altro difetto dei conduttori d'oggi, non avere consapevolezza dei tempi e dei ritmi di trasmissione, dilungandosi troppo prima per correre a perdifiato dopo. 
Arbore è stato comunque il più convincente degli ospiti esibitisi finora; bene la Littizzetto nel suo monologo sulla bellezza (anche se non mi ha convinto del tutto il generico riferimento finale ai cartoni animati come "cattivo esempio" per i bambini: già che se ne parla, bisognerebbe allora capire a quali cartoni ci si riferisce di preciso, perché alcuni possono essere davvero educativi, e molto). L'improvvisato flashmob (mascherato da seconda imprevista interruzione, dopo quella degli operai napoletani) del folto gruppo di Shai Fishman, che a cappella ha accennato a diversi classici della musica mondiale, è stato il momento più "frizzantino" della terza serata, mentre per Luca Parmitano vale quanto detto in apertura sullo stile "faziano" di questa edizione: intervento sentito, intenso, persino poetico, ma cosa c'entra col Festivalone? No, non è una posizione da "talebano sanremese", la mia: sono aperto, anzi apertissimo, a ogni tentativo di svecchiamento dell'evento, ma rimango del parere che la modernizzazione di Sanremo debba passare attraverso altre strade, più in linea con la mission originaria della manifestazione ligure. 

giovedì 20 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014: SECONDA SERATA IN CRESCITA, NONOSTANTE GLI ASCOLTI. RENGA E RUBINO DA PODIO

                                           Noemi: suo uno dei brani più radiofonici

E' sembrato un altro Festival di Sanremo. Non era cosa da Fazio, in effetti, il magma indefinibile, e ai limiti del sopportabile, andato in scena martedì, fra mancanza di ritmo, lungaggini inenarrabili e la gara fra cantanti messa in un cantuccio, nonché appesantita da brani difficilissimi da digerire al primo ascolto. Ieri sera altra musica, in tutti i sensi: fatte le debite proporzioni, qualcosa di maggiormente avvicinabile agli stilemi delle più brillanti edizioni anni Ottanta della rassegna. Uno spettacolo più snello e più brioso nella sua architettura generale, e canzoni che sono parse di almeno una spanna superiore, sul piano dell'immediatezza, rispetto a quelle presentate ventiquattr'ore prima. O sarà che la mancanza di elementi di tensione, e di altri estranei alla linea editoriale sanremese, hanno permesso di concentrarsi maggiormente sul fulcro della kermesse, ossia sul concorso canoro? 
AUDITEL NOTA DOLENTE - Poiché, però, gli errori si pagano, ecco piombare sul Festival, a metà mattinata, la notizia di un crollo di ascolti come da diverso tempo non si registrava (forse dal 2008, ultima stanca tappa dell'era Baudo). Sì, certo, la partita del Milan e il calo fisiologico della seconda serata, ma ridurre tutto a questi due elementi sarebbe poco onesto: la verità è che, dopo aver assistito a un vernissage fra i meno convincenti di sempre, una consistente fetta di pubblico ha abbandonato la baracca, e la si riuscirà a recuperare in toto, forse, solo per l'appuntamento conclusivo di sabato. Mi spiace, ma una prima serata di Sanremo, a parte gli imprevisti causati dagli aspiranti suicidi, non può essere considerata un "rodaggio": ogni dettaglio deve essere perfettamente a punto già dal martedì, altrimenti tutto il prosieguo dello show ne risente. Ed è un peccato, perché chi è stato assente ieri si è perso un gala di grana buona. 
LO SCANDALO GIOVANI - Il salto di qualità più evidente, si diceva, lo si è avuto grazie al sale della kermesse, ossia a cantanti e canzoni in lizza. E, si badi bene, non solo per quel che riguarda i Big: i primi quattro giovani, infatti, hanno proposto brani di gran sostanza, estremamente convincenti. Avendoli ascoltati con qualche settimana di anticipo sul sito della Rai, ne avevo già parlato in questo post gettonatissimo, ma vale la pena ribadirlo. Diodato e Zibba, qualificati secondo previsioni, hanno sicuro avvenire (anzi, il secondo ha già un notevolissimo curriculum da sfoggiare), Fillippo Graziani è stato forse penalizzato da un'orchestra che in certi momenti dell'esecuzione è parso sovrastarlo, Bianca ha sposato una linea melodica tradizionale ma ha talento e il pezzo si fa ascoltare. 
Rimane un punto dolente: tutti e quattro sono andati in scena ben oltre la mezzanotte, quasi a ridosso dell'una. Non è un Paese per giovani, l'Italia, e il Festival, invece di capovolgere l'assunto, lo segue e lo accentua, altro che rinnovamento faziano. Che non ci siano giustificazioni a questo indegno trattamento lo scrivo da anni, e anche la scusa dell'Auditel viene a cadere, dopo i risultati di oggi: voglio ricordare che, per lungo tempo, le Nuove Proposte a Sanremo hanno spesso aperto lo spettacolo, e i dati di ascolto non ne hanno quasi mai risentito, anzi. Bella trovata davvero, relegarli a notte inoltrata per dare spazio al maxi show di Baglioni, più o meno inaccettabile come l'ospitata di Ligabue (a favore del cantautore romano, come scritto nei giorni scorsi, solo un percorso artistico più lungo e onusto di gloria, ma la sostanza è la stessa, ossia: perché non in gara come gli altri?). 
IL FESTIVAL INIZIA STASERA - Per quanto riguarda i Big o Campioni, come detto, la seconda serata ha snudato un altro errore compiuto dall'organizzazione: artisti mal distribuiti, col meglio, perlomeno in fatto di "easy listening", concentrato ieri sera, al punto che, contrariamente a quanto successo per la prima tornata di concorrenti, mi è stato spesso difficile scegliere quale delle due proposte avrei voluto mandare avanti. Anche oggi ne parlerò in estrema sintesi: facendo quasi un copia e incolla di quanto scritto l'anno scorso, giova ribadire che la vera gara inizierà questa sera, quando sul palco dell'Ariston sfileranno, uno dopo l'altro (si fa per dire, fra un'ospitata, un amarcord e un astronauta...) i quattordici pezzi finalisti. Le due eliminatorie sono state solo uno stanco preliminare, che piace ai cantanti (i quali possono dare vita a una performance più sostanziosa) e al loro management (che può promuovere ben due estratti del nuovo disco), ma che cozza sonoramente contro la tradizione della manifestazione rivierasca, contro i suoi meccanismi consolidati attraverso i decenni, e rende lo spettacolo difficilmente digeribile. 

                                   Riccardo Sinigallia: si conferma musicista di vaglia

RENGA IN POLE POSITION - Comunque: l'accoppiata Francesco Renga - Elisa ha prodotto una "Vivendo adesso" che sembra avere addosso le stimmate della vincitrice, mentre "Bagnati dal sole" di Noemi, comunque destinata ad un buon piazzamento, ha tutte le carte in regola per sbancare gli airplay radiofonici e le classifiche di vendita. Giuliano Palma porta avanti "Così lontano": la canzone è griffata Nina Zilli e si sente, perché gli echi di precedenti produzioni della cantante piacentina si avvertono fin troppo. Avrei preferito la frizzante "Un bacio crudele", così come per Riccardo Sinigallia sarei stato più contento del passaggio del turno di "Una rigenerazione", dal sound insolito e avvolgente, arrangiamento da music maker di larghissime vedute, ma va detto che "Prima di andare via" rappresenta la summa della miglior produzione dei Tiromancino (di cui lui fu non a caso l'eminenza grigia, elemento fondamentale nella strutturazione dei brani), quelli a cavallo fra i due secoli. 
SORPRESA RUBINO - Di certo, Sinigallia ha portato sul palco una ventata di freschezza, come anche Renzo Rubino, per il quale alla vigilia avevo eccepito sulla qualifica di big (e, da questo punto di vista, rimango sulle medesime posizioni) ma che è giunto in concorso con due opere di ottimo livello e che con l'incalzante "Ora" si candida a possibile outsider della finalissima. Ron ha perso per strada la delicata (e più festivaliera) "Un abbraccio unico", mentre l'allegra e... campagnola "Sing in the rain" ne mette a fuoco la volontà di non fossilizzarsi in unico stile e di cercare di battere vie nuove. Infine, Francesco Sarcina, ma dire "Vibrazioni" sarebbe lo stesso: visto che la band non si è sciolta, avrebbe potuto tranquillamente andare a Sanremo coi vecchi compagni, perché lo stile è il medesimo, quel "melody rock" vagamente malinconico che, all'inizio degli anni Duemila, diede al gruppo enorme popolarità: passa "Nel tuo sorriso", dedicata al figlioletto e impreziosita dagli energici slanci vocali dell'interprete. 
RAI ONNIPRESENTE - Poco da dire sul resto dello spettacolo: la grande dignità di Franca Valeri, ben spalleggiata e omaggiata da Luciana Littizzetto (anche se sono convinto che ci sia un tempo per tutto, nella vita, ma rispetto la scelta della grande attrice di rimanere in campo fino a tarda età e nonostante i gravi acciacchi, però la resa sul palco è quella che è), un Rufus Wainwright che ha zittito l'assurda protesta dei Papaboys con una performance elegante e composta, quasi sotto traccia, e ha parlato con naturalezza (come dovrebbe esser sempre in un Paese moderno e civile, quale peraltro non è l'Italia) del suo esser gay, e poi l'amarcord, dalle Kessler al Santamaria in formato maestro Manzi: la Rai celebra il suo passato e tenta di lanciare il suo futuro (la fiction dedicata all'insegnante di "Non è mai troppo tardi"). Per il passato, continuo a pensare fosse meglio allestire un palinsesto ad hoc fuori dall'evento Sanremo (i 60 anni di tv, un compleanno quasi dimenticato, incredibile), per il futuro dovrebbero bastare i martellanti spot pubblicitari, mentre l'Ariston dovrebbe servire ad altro, ossia servire la musica italiana, e l'ente televisivo di Stato, pur essendo il "patron" della kermesse, dovrebbe evitare di cannibalizzarla in tal guisa. Ma questo è un discorso vecchio...