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martedì 2 marzo 2021

SANREMO 2021 AL VIA DOPO UNA DRAMMATICA VIGILIA: FESTIVAL MADE IN ITALY E SPACCATO DELLA NUOVA CANZONE NOSTRANA. LEGGEREZZA CHE NON DIMENTICA LA TRAGEDIA

 Finalmente si canta. Siamo ai nastri di partenza del Festival più drammatico, surreale, straniante di sempre. La lunghissima vigilia è terminata, vivaddio. Tormentata come mai in passato, per motivi tremendamente seri ma anche per un eccesso di polemiche costruite su presupposti sbagliati, se non inesistenti. Avendo già sviscerato la tematica in maniera più che esauriente in questa sede, null'altro ho da aggiungere in merito. La mia scelta di campo l'ho fatta in tempi non sospetti, sono contento che il fronte dei favorevoli alla rassegna si sia nel frattempo arricchito di nomi prestigiosi e autorevoli, ma anche fossi rimasto da solo nulla sarebbe cambiato nel mio modo di vedere le cose. 

Il Sanremo numero 71 sarà un unicum, si dice. Lo spero sinceramente, anche se non ne sono più molto sicuro, alla luce dell'andamento sostanzialmente imprevedibile della pandemia e dell'inaccettabile lentezza della campagna vaccinale. E dunque, in una situazione del genere, l'auspicio è che possa essere se non altro uno show prototipo, un modello per tutti gli eventi spettacolari che verranno messi in scena nei prossimi mesi sul piccolo schermo e, sarebbe ora, nei teatri, in attesa di un'uscita dall'emergenza che ancora non si intravede all'orizzonte. Il protocollo sanitario ha creato attorno all'Ariston una bolla che, sulla carta, offre tutte le garanzie. Chi sta appollaiato sul trespolo nell'attesa quasi spasmodica del tampone positivo fa semplicemente pena, e ha evidentemente una vita molto triste. 

UN DISPERATO BISOGNO DI NORMALITA' - La mission della tv di Stato, ha ricordato ieri in conferenza stampa il direttore di Rai 1 Stefano Coletta, è sì informare, ma anche intrattenere con leggerezza. Del tutto refrattario all'idea di dovermi listare a lutto e chiudermi in casa in raccoglimento perenne con radio, televisione e pc spenti, per un malinteso senso di solidarietà posticcia, mi abbandono a questo disperato bisogno di evasione, in me tanto più accentuato in questo periodo, per questioni personali che vanno a sovrapporsi a quelle nazionali e mondiali. Già, un disperato bisogno di gioia e di normalità, seppur effimere; fame di una settimana di canzoni da poter vivere e raccontare comunque ai posteri. 

Sì, sarà strano, anzi straniante: sono sicuro che nessuno, sia chi seguirà da casa sia chi animerà l'evento on stage, perderà contatto con una realtà troppo cruda e incalzante per essere messa in un angolo; ma quando le luci si accenderanno sulla scintillante scenografia, per cinque serate tornerà la magia. "And It's gonna be so different when I'm on the stage tonight", cantava Frida degli Abba nella struggente Super Trouper: una frase che, tutto sommato, racchiude il senso di questo Sanremo 71. Ci sono il dramma e la tragedia, ognuno deve fare la sua parte, e gli artisti possono fare tantissimo tornando a cantare e suonare, facendoci rivedere spiragli di speranza e dando una poderosa spinta per la ripartenza di un settore in sofferenza. Questo non è ignorare il Covid, le sue vittime, il disastro economico, anzi: è voler almeno provare a dare un contributo per saltare l'ostacolo, un primo piccolo tassello per la ricostruzione e, fatto non trascurabile, per risollevare il morale di un popolo prostrato. 

SENZA PUBBLICO E' POSSIBILE - Un anno di tv ci ha dimostrato che, superati comprensibili imbarazzi iniziali, si può dare spettacolo anche senza pubblico. Abbiamo visto tanti varietà brillanti e luccicosi, eventi canori a vasta partecipazione, filati via lisci come l'olio. Non voglio farla passare come normalità perché, ovvio, così non è, ma si tratta dell'ultimo dei problemi, e non ci si dovrà scandalizzare per gli applausi finti, usati anche in passato a Sanremo per "mascherare" la proverbiale freddezza della platea festivaliera. Qualche impaccio in più potrebbe forse esserci per Fiorello: ricordo le prime puntate dell'one man show di Maurizio Crozza in lockdown, col comico genovese visibilmente a disagio a sfornare le sue battute davanti a seggiole vuote. Ma Rosario è talmente istrionico, geniale improvvisatore, che saprà tirare fuori il meglio anche da un quadro così emergenziale: già in questi giorni di approccio, nelle sue incursioni in varie trasmissioni televisive, si è mostrato in discreta forma. 

L'ORA (ANZI, LE ORE) DEL CHIACCHIERICCIO - Guardando a come è stato costruito, impostato e strutturato Sanremo 71, del resto, mi vien da pensare che non ci sarà tempo per avvertire momenti di vuoto e di freddezza. Personalmente non condivido la scelta di occupare militarmente le fasce di prima, seconda e terza serata per cinque giorni consecutivi, con venticinque ore complessive di trasmissione che, facilmente, diverranno ventisei, se non di più. Ma va dato atto all'organizzazione di aver fatto il possibile per riempire ognuna delle cinque puntate coprendo la più ampia gamma di gusti possibile. Fra conduttori, copresentatrici, battitori liberi (Fiore, appunto) e ospiti non cantanti, ci sarà un notevole chiacchiericcio, fatto apposta per tirare tardi, ma, al contrario di quanto avvenuto a volte in passato, soprattutto nel primo decennio di questo secolo, ciò non andrà a detrimento della musica, che è presente in maniera oltremodo massiccia, in termini di quantità e, credo, qualità. 

GOLDEN GLOBE E MOSTRI SACRI - Sarà la più grande celebrazione di sempre del made in Italy canoro, vista la scontata impossibilità di scritturare vedette straniere. Il parterre dei superospiti nostrani, presenza solitamente sgradita per via del "due pesi e due misure" che viene a crearsi con i concorrenti, quest'anno era imprescindibile, anche per andare nella direzione di quel "festival partecipato" che personalmente avevo auspicato fin dall'estate: partecipato sia in concorso che fuori. E se non altro, accanto ai soliti noti, offre qualche spunto degno di interesse: perché la Pausini torna, sì, ma lo fa per celebrare lo storico Golden Globe appena conquistato. Perché Diodato aprirà la kermesse con la sua canzone vincitrice di Sanremo 2020, diventata un inno alla speranza in questi dodici mesi cupi e duri. E perché ci saranno quelle vecchie glorie (senza offesa) da qualche anno sempre più distanti dalla gara: Gigliola Cinquetti, Marcella e Fausto Leali verranno a cantare alcuni loro successi del passato. Giusto così, perché la storia di Sanremo la fanno cantanti e canzoni in gara, e la gara ligure non poteva continuare in eterno a lisciare il pelo al pubblico di mezza età e oltre, proponendo oltre ogni logica personaggi ormai fuori da ogni discorso discografico. Pubblico che peraltro pare aver raggiunto il livello di saturazione, a giudicare dai recenti, clamorosi flop delle trasmissioni celebrative dedicate a Patty Pravo (prezzemolina di tanti festival recenti e dei palinsesti Rai in generale) e ai Ricchi e Poveri. 

LA NOSTALGIA HA STANCATO? - Un buon segno, sì, confermato indirettamente dal consenso che, invece, ha incontrato il progressivo svecchiamento del carrozzone rivierasco già in atto da almeno un decennio, pur se su presupposti via via diversi. Se direttori artistici come Gianmarco Mazzi e Carlo Conti portarono una ventata di freschezza facendo massiccio ricorso al vivaio sanremese e a quello dei talent show, Baglioni e Amadeus hanno deciso di scandagliare con coraggio i mondi rap, indie e della nuova musica in streaming, che ha creato idoli sconosciuti al popolo generalista ma apprezzatissimi in rete. Signori miei, tutto cambia, e la musica non può stare ferma: a chi protesta sui social parlando di cast di sconosciuti, di Nuove proposte travestite da Big, di assenza dei grandissimi nomi, è giunta l'ora di dire due paroline, senza illudermi che possano capire perché certe convinzioni sono difficili da scalfire.  

GUARDARE AVANTI - Orbene, i "grandissimi nomi", a Sanremo, in gara non ci vanno da almeno mezzo secolo. Quanto ai vostri/nostri idoli di gioventù, hanno avuto anni e anni di passaggi ripetuti, di occasioni più o meno sfruttate, ma ora hanno poco o nulla di nuovo e di valido da offrire; non si poteva continuare a fare Sanremo con i "Campioni" degli anni Ottanta, Novanta, Duemila. Avanti bisogna guardare, è vitale essere curiosi, affamati di novità, avere voglia di scoprire quanto fermento c'è nel sottobosco della canzone leggera tricolore. E se proprio non avete l'apertura mentale per compiere questi passi, beh, è legittimo, ma non giudicate ciò che non conoscete. E poi del resto funziona così, da sempre, è un automatismo mentale che proprio non si riesce a spezzare: negli anni Sessanta si rimpiangevano Achille Togliani e Giorgio Consolini contestando gli eccessi di Celentano e Little Tony; nei Settanta e negli Ottanta si rimpiangevano gli idoli Sixties guardando con sospetto all'innovazione (moderata) portata da Alice, Ruggeri, Mannoia ecc. Sempre, sempre a rimpiangere i tempi andati, che, guarda un po', sono sempre migliori di quelli che si stanno vivendo. E' un meccanismo pernicioso, un freno alla crescita culturale e musicale del paese che ha un solo nome: pigrizia mentale. 

CAST "FAMILIARE", NONOSTANTE LE APPARENZE - Nel dettaglio, il cast dei Big di Sanremo 2021 fornisce uno spaccato interessante e credibile, per quanto non esaustivo, della nuova canzone tricolore, di quello che, con buona pace dei nostalgici ad libitum, funziona oggi fra chi sull'ascolto di musica investe tempo, passione, denaro. Un cartellone che è sì fortemente innovativo e rivoluzionario, ma non al punto di lasciare di sasso il pubblico un po' più attempato. Se Orietta Berti è l'unica concessione ai "classic", c'è però un drappello di nomi divenuti ormai familiari anche per gli utenti in fascia "anta": Renga e Meta, Arisa e Annalisa, Malika e Noemi, tutti, fra l'altro, vincenti o piazzati in edizioni a noi vicine, quindi con solido palmarés e notevole repertorio. Nel gruppo dei volti, diciamo così, familiari, possono trovare posto anche l'estroso Gazzè, in pista ormai da fine anni Novanta, e, perché no, Lo Stato Sociale, "sdoganato" dal primo Festival baglioniano con un secondo posto a sorpresa e con la trovata scenica della "vecchia che balla", nonché Irama, principe delle hit parade estive. Ed è sicuramente una coppa da copertina quella formata da Michielin, seconda nel 2016, e Fedez, colpaccio di Amadeus. 

Aggiungiamoci Gaia e Maneskin, che si portano dietro l'enorme bacino di popolarità derivante dai talent, Bugo, per via del bagno di visibilità (non si sa quanto gradito) avuto l'anno scorso in seguito allo "scazzo" con Morgan, e tutto sommato Ghemon, raffinato artista già visto all'Ariston come concorrente e come duettante, senza contare Fasma che è perfettamente inserito nel meccanismo tipico del festival, arrivando dalla sezione giovani e promosso grazie a un maggior successo commerciale rispetto al vincitore di categoria Leo Gassman: nulla di diverso rispetto a quanto accaduto negli anni Ottanta a Marco Armani e Flavia Fortunato, e nei Novanta ad Alessandro Canino, Gerardina Trovato e Marina Rei, per fare solo qualche esempio. Al tirar della somme, una buona metà del cast non sarà assolutamente spiazzante, e renderà meno pesante lo sforzo di dover scoprire gli altri. Conoscendo e apprezzando buona parte di questi "nuovi" o presunti tali, posso dire che in linea di massima non ci sarà di che essere delusi e che, azzardo, possiamo ritenerci fortunati se il futuro immediato della canzone italiana è nelle loro mani, perché ci sono doti di scrittura, ricerca sonora e capacità di abbracciare la modernità senza abbandonare del tutto il solco della tradizione. Forse solo Madame e, in parte, Coma_Cose potrebbero risultare di difficile digeribilità, essendo persino oltre la contemporaneità e sconfinando nel futurismo canoro, ma non è detto. 

CHI VINCE? MICHIELIN E FEDEZ NOMI FORTI, MA... - Pronostici? Sulla gara non mi sento di farne. Ci troviamo alle prese con una di quelle edizioni in cui la canzone avrà un peso determinante, più del "peso" del nome dell'interprete. Ultimamente è successo spesso, in verità: nel decennio che ci siamo lasciati alle spalle, gli unici vincitori annunciati sono forse stati i soli Vecchioni, Volo e Meta-Moro. Certo, il collaudato duo Michielin - Fedez parte col vento in poppa, le pagelle giornalistiche seguite al preascolto dei brani, per quel che valgono, hanno un po' raffreddato gli entusiasmi attorno alla loro proposta. Vedremo, anzi, ascolteremo. Personalmente, sperando finalmente in una riscossa femminile, mi auguro un'affermazione di Malika ed Annalisa, con un occhio alle outsider Rappresentante di Lista e Coma_Cose. Fra i maschietti, punterei forte su Ermal Meta, che "sa come si fa" a Sanremo, meno su Renga, che nella sua ultima uscita rivierasca era parso un po' appannato, mentre si dice un gran bene della coppia Colapesce - Dimartino, di Aiello, di Fulminacci. E occhio allo Stato sociale, che dopo il primo assaggio potrebbero essere tornati per vincere. Fra i giovani "veri", in pole position metterei Gaudiano e il suo pezzo da pugno nello stomaco, per chi ha avuto l'occasione di ascoltarlo ad AmaSanremo nel tardo autunno scorso. 

COME RISPONDERA' IL PUBBLICO A CASA? - Altro tipo di pronostico, molto delicato, lo si potrebbe fare sulla resa Auditel del festival. Qui ancor di più è opportuno andarci coi piedi di piombo. Perché sulla carta potrebbe essere un'edizione da record, per la sua triste e auspicata unicità, per la situazione pandemica che costringe tutti a casa, ma anche, è ovvio, per gli innumerevoli spunti di interesse offerti sia dal lotto dei concorrenti che da quello degli ospiti. Ma ci sono tre incognite: la durata esagerata delle serate (passi per la finale, ma si farà notte già da stasera), la concorrenza del campionato di calcio (nel 2008 il Festival si fermò il mercoledì per non sovrapporsi alla disputa di un turno infrasettimanale di Serie A) e soprattutto la campagna di odio anti Sanremo che, per settimane, ha percorso innumerevoli pagine social. Io rimango del mio parere, e cioè che Facebook e compagnia siano il megafono di una esigua minoranza estremamente rumorosa e volgare, che sopperisce con i toni a un pauroso vuoto argomentativo che emerge da ogni rigo delle loro sgangherate tirate contro il festivalone. E tuttavia, anche solo parzialmente, il seme gettato potrebbe non essere caduto nel vuoto. Per questo ritengo che debba esser messo in preventivo un non marcatissimo calo negli ascolti, e che la conferma dei livelli del 2020 rappresenterebbe già un magnifico traguardo, in attesa di tempi migliori. Spero ovviamente di sbagliarmi. 

martedì 4 febbraio 2020

SANREMO 2020 AL VIA, FRA LO SCANDALO DEI SUPER (?) OSPITI ITALIANI E UN CAST DI BIG CHE OFFRE MILLE SPUNTI DI INTERESSE


Da stasera finalmente tocca all'Ariston, ai cantanti, ai presentatori, agli ospiti. Sanremo 70 è ai blocchi di partenza, il che purtroppo non ci garantisce che le polemiche vadano a spegnersi, ma perlomeno, è nei voti, si potrà iniziare a discutere della solidità e della credibilità delle canzoni in gara e dello show, dopo settimane gonfie di astio, di attacchi gratuiti, di odio social. Ora tocca a chi il Festival lo fa e a chi, come noi, lo ama: il che non ci impedirà di tirare scudisciate critiche, se ce ne sarà la necessità.  
CARTELLONE SOVRABBONDANTE - Parliamo dunque dell'evento, del Festivalone più atteso, perché celebra il suo compleanno finora più significativo. E' stata allestita una kermesse all'altezza della ricorrenza? Se il parametro di valutazione fosse la quantità, la risposta sarebbe affermativa, perché il cartellone è decisamente affollato (e tuttavia, attenzione, assolutamente nella media delle ultime edizioni). Ma il giudizio va dato sulla qualità delle presenze, e in questo caso il discorso cambia o, per meglio dire, mostra varie sfaccettature. Riguardo alla competizione, sulla carta direi che la strada intrapresa sia quella giusta. E' vero, ogni anno si dice che "la musica sarà al centro", e qualcuno (tipo Luciana Littizzetto nell'ultima puntata di "Che tempo che fa") ha anche avuto modo di ironizzare su questo ormai inflazionato leit motiv, ma con ventiquattro Campioni e otto Nuove proposte si canterà, si canterà molto, giocoforza. E si canterà in maniera diversa, variegata, soprattutto contemporanea: fra i tanti portabandiera del "Io non guardo Sanremo" ci sono gli eterni nostalgici, quelli che vorrebbero un cast pieno di grandi nomi magari onusti di gloria ma del tutto fuori dal mercato, assenti dalle classifiche da lustri. Loro, e i loro beniamini, ne sarebbero contenti, ma a piangere sarebbero il mercato discografico, la Rai e tutti quei fruitori del prodotto che, nonostante tutto, cercano di mantenersi al passo coi tempi canzonettistici.
BIG DEGLI ANNI VENTI - Non si può dire che Sanremo 2020 sia lo specchio ultrafedele della canzone leggera italiana d'oggidì, ma ne rappresenta comunque un ampio spettro di generi, sonorità, proposte: se c'è chi non conosce Rancore e i Pinguini, Elodie e Levante, Anastasio e Diodato, dovrebbe magari tornare ad accendere la radio dopo tanto tempo, o farsi un giro sul web, su You Tube, su Spotify, o più semplicemente rimettere piede in un negozio di dischi (qualcuno c'è ancora, ebbene sì): se non è totalmente chiuso alle novità, rimarrà piacevolmente sorpreso scoprendo che anche oggi ci sono giovani artisti talentuosi in grado di produrre opere di buona qualità. Per questo, credo che Amadeus abbia fatto scelte oculate e inserite nel tempo che stiamo vivendo, checché né dicano certi irriducibili censori prigionieri di un passato che non può tornare. Il direttore artistico ha seguito il solco di Conti e Baglioni, laddove in molti si sarebbero forse aspettati un ritorno almeno parziale al nazionalpopolare, sotto la guida di uno dei volti più rassicuranti dell'ammiraglia Rai.
Ma Amadeus è stato un disk jockey, ha fatto il Festivalbar, conosce il mondo del pop, sa annusare il vento, intercettare i gusti mutevoli del pubblico, e le sue scelte in fin dei conti lo dimostrano. Mentre sui social ci si accapigliava discutendo di banali scivoloni verbali e invocando censure, chi capisce davvero di musica, i critici musicali di giornali generalisti e siti specializzati, in sede di pre-ascolto dei brani in gara hanno tracciato un quadro sostanzialmente positivo della produzione dei Big. Poi è chiaro che la parola dovrà passare al pubblico, ma al momento la sensazione è che il conduttore de "I soliti ignoti" non abbia propriamente combinato un disastro. 
SPUNTI DI INTERESSE A NON FINIRE - Del resto, anche solo basandoci sui nomi, gli spunti di interesse offerti dal cast dei concorrenti sono innumerevoli. C'è attesa per la possibile, definitiva consacrazione di Diodato, Levante ed Elodie, per il ritorno di Irene Grandi e di Gabbani, per il trentennale di Masini, per la prima volta di Pelù, per le conferme di Achille Lauro e di Rancore, per le opere sicuramente di classe di Tosca e Gualazzi, persino per un'Elettra Lamborghini che, "fisicità" a parte, ci riporta ai tempi del Sanremo della sovrabbondanza, anni Ottanta e in parte Novanta, quando in cartelloni ipertrofici trovavano spazio anche cantanti un po' sui generis, ma che portavano colore, allegria e bizzarria. E potremmo andare avanti fino a citare tutti i ventiquattro eletti, per ognuno dei quali c'è almeno un motivo di interesse che spinge ad attenderne con curiosità la performance. Così come estremamente attraente si preannuncia la ripristinata serata - cover, non tanto per gli evergreen che ascolteremo (scelti, dobbiamo dirlo, con non grande fantasia), ma perché chiamerà a duettare volti noti e meno noti, mainstream e di nicchia, di assoluto valore, molti dei quali sarebbe interessante vedere (o rivedere)  in gara in futuro: da Simona Molinari a Dardust, da Ana Mena a Francesca Michielin, da Arisa che potrà riscattare la défaillance vocale della finale 2019 al gruppo Rappresentante di Lista. In questo "elenco aggiuntivo" molte donne, per compensarne la latitanza fra i concorrenti. 
OSPITI ITALIANI, LA NOTA DOLENTE - Se passiamo invece al versante ospiti, il discorso cambia radicalmente, anche se rischia di essere ripetitivo rispetto a quanto, su questo blog, è stato più volte scritto negli anni passati. Ora, già la categoria dei "superospiti" italiani è di per sé inaccettabile, per la differenza di trattamento che si viene a creare fra chi rischia con la gara e chi va in Riviera a fare passerella promozionale senza rischi. Se proprio devono esserci, ritengo più per esigenze discografiche che di spettacolo, allora si provi almeno a cercare qualche nome insolito, meno sfruttato televisivamente, e qualcuno che quel titolo, "superospite", lo meriti davvero. Invece, eccoci all'ennesima riproposizione di Gianna Nannini, Biagio Antonacci, Zucchero, fino a Ranieri e all'inflazionatissimo due Al Bano - Romina Power, oltretutto con una canzone inedita. Non se ne può più ed è ingiusto, profondamente ingiusto. Assurda poi la partecipazione di Ghali, uno che, come si dice a Genova, "ne deve ancora mangiare di panetti" prima di assurgere al ruolo di vedette fuori concorso... 
I VERI SUPERBIG: DORELLI E RICCHI E POVERI - Di pregio assoluto, invece, la clamorosa réunion dei Ricchi e Poveri nella formazione degli esordi e la presenza di Johnny Dorelli. Ecco, finché è gente così a venire a Sanremo fuori concorso, mi può star bene: mostri sacri che hanno illustrato la storia della canzone nostrana e della rassegna ligure, e la speranza, ad esempio, è che presto tocchi a personaggi come Peppino Di Capri e Gigliola Cinquetti, altri due da accogliere con tutti gli onori, al contrario di big non ancora o non più super, facce viste e straviste che, perlomeno, potrebbero "sporcarsi le mani" cimentandosi con la gara, come fece la Mannoia tre anni fa e come farà Pelù durante questa settimana. 
STRANIERI, DOVE SIETE? - Si vagheggiava un Festival che segnasse il ritorno delle star internazionali, invece al momento siamo fermi a Lewis Capaldi, ai Gente de Zona, al prezzemolino Mika e a Dua Lipa. Mancano i grandi nomi del passato (esempio, il Cat Stevens del 2014) e i freschi protagonisti delle chart, gente che un tempo arrivava a Sanremo con facilità irrisoria e in quantità industriale. Problemi di costi eccessivi? Probabilmente sì, e allora è perfettamente inutile anche invocare direttori artistici di polso maggiore, in grado di dire no agli italiani e di pretendere con forza gli stranieri. Amadeus non ha colpe e, anzi, di polso ne ha secondo me dimostrato fin troppo, resistendo alle pressioni anti -Junior Cally giunte anche dagli alti vertici Rai, prese di posizione di fronte alle quali un direttore debole sarebbe crollato. 
AMADEUS SARA' ALL'ALTEZZA? - Già, il padrone di casa: al netto di polemiche, peccati veniali, scelte discusse, sarà all'altezza del ruolo? Il dubbio è quantomeno bizzarro: perché nessuno è infallibile, e in passato, ad esempio, si è puntato su un totem come Raffaella Carrà credendo di andare sul sicuro per poi ritrovarsi una conduzione di Sanremo (nel 2001) fiacca e insicura. Amadeus merita fiducia perché ha fatto la gavetta, è sulla breccia da anni ed è uno stakanovista del video: negli ultimi tempi sta seguendo le orme di Baudo e di Conti, che nei loro periodi di maggior fulgore passavano più ore davanti alle telecamere che a casa. Un'azienda come la Rai non affiderebbe tanto spazio e tante trasmissioni - chiave (compresa la più importante, quella che inizia stasera) a un dipendente nel quale non ha fiducia; questo anche per eccepire sulle voci che hanno indicato il presentatore come ultima scelta per la direzione artistica; ci sta che prima si siano vagliate altre piste, puntando anche a bersagli grossi (si era parlato di Mina la scorsa estate, ricordate?), ma se si desiderava altro bastava attendere qualche settimana in più e cercare di forzare altre trattative. 
L'ASSO FIORELLO - Dell'Amadeus uomo di palco si è già più volte detto in questa sede: volto rassicurante ma con quel pizzico di indispensabile brillantezza, fedele al copione ma con qualche contenuta digressione. Non un mattatore, dunque, ma uno che sa condurre in porto spettacoli lunghi e faticosi, con mestiere, senza stupire ma anche senza annoiare. Per il fattore imprevedibilità, del resto, ci sarà Fiorello, che in questi giorni di vigilia si sta mostrando in notevole forma e che ha fatto un regalo grandissimo al suo amico e collega: quella co - presentazione sognata da tanti anfitrioni sanremesi degli ultimi vent'anni, che avrebbero fatto carte false per avere l'entertainer siciliano al loro fianco per cinque serate. Se "Ama" avrà qualche fase di appannamento, interverrà "Fiore" a portare scompiglio e a sciogliere la tensione, senza dimenticare le "dieci ragazze per loro", dieci donne che, per usare il tormentone di queste settimane, non staranno un passo indietro perché professioniste di spessore nei rispettivi campi o, comunque, dotate di personalità svettanti. Immaginarsi una Emma D'Aquino, una Clerici o una Venier come semplici "vallette" (vocabolo che dovrebbe  essere bandito dal mondo dello spettacolo) è follia pura. E ora, che comincino le danze. 

sabato 3 agosto 2019

VERSO SANREMO 2020: TOCCA AD AMADEUS, CONDUTTORE E DIRETTORE ARTISTICO. SCELTA AZZECCATA

Amadeus ai tempi de "L'eredità" (foto Sorrisi e Canzoni)

La lunga rincorsa di Amadeus si è conclusa. A quasi 57 anni, approda infine sul palco dell'Ariston: il Festival di Sanremo del settantennale porterà la sua firma, come conduttore e direttore artistico. Era scritto da mesi, in verità: la sua candidatura è sempre parsa la più solida, mentre non hanno mai convinto del tutto i rumors che parlavano di figure di altissimo spessore musicale, su tutte addirittura la grande e inafferrabile Mina. Personalmente, il suo nome lo avevo fatto qui sul blog in tempi non sospetti, ossia due anni fa, quando era sorto il problema di trovare un successore all'altezza dell'eccellente triennio targato Carlo Conti, e ancora nessuno poteva ipotizzare la nomina di Claudio Baglioni, cantautore storicamente allergico alle kermesse canore. 
CURRICULUM DI SPESSORE - Nessun dubbio è lecito sulla validità della scelta: il signor Amedeo Sebastiani (questo il suo vero nome) vanta un curriculum che ne legittima pienamente il nuovo e prestigioso incarico. Anni e anni di televisione, nasce come volto Mediaset per poi diventare una colonna dell'ente catodico di Stato. Le sette note fanno parte della sua vita e della sua carriera da sempre: è stato deejay e conduttore radiofonico (una delle tante scoperte di Claudio Cecchetto, formidabile talent scout), e una volta trasferitosi sul piccolo schermo ha guidato per diverse edizioni, negli anni Novanta, l'indimenticabile Festivalbar di Vittorio Salvetti. In Rai, poi, ha fatto veramente di tutto, ma particolarmente negli ultimi tempi ha sfondato definitivamente il muro della più estesa popolarità, entrando nelle case degli italiani pressoché quotidianamente col game show "I soliti ignoti - Il ritorno".
Non solo: è l'imprescindibile gran cerimoniere di "L'anno che verrà", la maratona di San Silvestro di Rai 1, senza dimenticare lo scanzonato "Stasera tutto è possibile" sul secondo canale. Fra il 2018 e il 2019, gli impegni si sono ulteriormente moltiplicati, quasi come se l'azienda volesse sottoporlo agli ultimi, decisivi test prima della grande ribalta in  Riviera: ecco dunque la novità "Ora o mai più", gara musicale riservata a cantanti degli anni Ottanta, Novanta e inizio ventunesimo secolo un po' dimenticati dal pubblico dopo alcuni grandi successi, e infine la conduzione della gradevolissima (benché piovosa) serata "Ballata per Genova" dalla Fiera internazionale del capoluogo ligure, in onore di una città ferita dal crollo del ponte Morandi. E in tutte queste circostanze, il simpatico ravennate ha sempre portato a casa la pagnotta con buoni risultati. L'unica vera riserva sul nuovo direttore, in definitiva, è rappresentata dal fatto di essere in pratica al debutto in un ruolo di così grande responsabilità, che dovrà per di più ricoprire in occasione di una delle edizioni più importanti di sempre del Sanremone: ma i mezzi per essere all'altezza del compito non gli mancano. 
CHI E' AMADEUS - Già, ma professionalmente che tipo è Amadeus? Io lo vedo così: un anchorman istituzionale ma non ingessato, dallo stile scarno ma al contempo colloquiale, ligio al copione ma anche capace di qualche "variazione sul tema", in simpatiche interazioni con pubblico, ospiti o, nel caso dei quiz, concorrenti. Un limite? In "Ora o mai più" è parso a tratti in difficoltà nella gestione dei tempi di trasmissione, soprattutto quando si trattava di porre un freno ai... debordanti giudici. Dettagli trascurabili che possono essere limati in serenità. In definitiva, si tratta di una figura rassicurante per il pubblico medio dell'ammiraglia Rai, ma non per questo un personaggio da bollare come "passatista". Musicalmente lo definirei onnivoro: nel suo percorso ha "assaggiato" i sound giovanili di Festivalbar e delle radio dancerecce, così come quelli più tradizionali che fanno la parte del leone nella proposta artistica di viale Mazzini; in più, con il citato show dedicato ai cantanti dimenticati, è emersa anche un'apprezzabile sensibilità nei confronti di chi, pur meritevole, è rimasto indietro per svariati motivi ed è perennemente in cerca di una seconda possibilità. 
UNA MISSION: RIDARE VISIBILITA' A QUELLI "FUORI DAL GIRO" - Una sensibilità che Amadeus potrebbe portare nella sua nuova esperienza ligure. In effetti, a Sanremo si chiede anche questo: restituire visibilità a validissimi artisti rimasi esclusi dal grande giro per tutta una serie di circostanze, non sempre imputabili a loro colpe. In questa estate 2019, per dire, stiamo assistendo al fenomeno Mietta: tornata alla ribalta con un singolo moderno e orecchiabile, "Milano è dove mi sono persa", sta facendo breccia per esclusivo merito dei fans, che la stanno spingendo sui social network con un'energia, una passione, un amore infiniti, sancendo così la sconfitta della discografia ufficiale e delle scelte dei grandi network radiofonici e dimostrando che, nella musica italiana, c'è vita oltre l'heavy rotation. Ecco, questo è un fattore al quale il neo direttore artistico sanremese non dovrà restare sordo: sarà doveroso guardare oltre la superficie del mainstream, riservare uno spazio dignitoso a chi, nel tempo, ha continuato a produrre musica di qualità lontano dai riflettori. Parallelamente, proseguire nel solco dell'ultimo Baglioni, che ha portato in gara realtà indipendenti di nicchia, da Motta agli Ex Otago agli Zen Circus. 
RECEPIRE LE MODE - Per il resto, il Festivalone, per rimanere sulla cresta dell'onda, richiede essenzialmente la capacità di saper recepire le mode musicali più à la page, e da questo punto di vista Amadeus non dovrebbe avere problemi di scelta: conosce i personaggi e gli stili che fanno tendenza fra le nuove generazioni, quelli che maggiormente garantiscono la riuscita commerciale della manifestazione come hanno dimostrato, in questo 2019, gli exploit di Ultimo, Mahmood, Achille Lauro, Shade e Federica Carta, Boomdabash. Rimarrà da chiarire la formula di gara. Della gestione Baglioni erano piaciute, a pubblico e critica, l'abolizione delle eliminazioni e l'istituzione di una categoria unica, formata da ventidue big e due giovani selezionati in dicembre, ma non è detto che tutto venga confermato. In un tavolo di lavoro convocato dalla Rai qualche giorno fa, al quale hanno partecipato esponenti dell'industria discografica, organizzatori di eventi musicali, esperti del settore, era emersa la richiesta degli addetti ai lavori di incrementare lo spazio a disposizione  delle nuove leve, il che potrebbe portare a un ripensamento della selezione di fine anno e a una reintroduzione della categoria Nuove proposte per la kermesse di febbraio. 
PIU' SPAZIO AI GIOVANI: NUOVA FORMULA? - Del resto, parliamoci chiaro: la formula Ravera - Baudo, dai nomi di coloro che l'hanno perfezionata e istituzionalizzata, è quella che ha decretato i maggiori consensi al Festival: big da una parte, debuttanti dall'altra, e non certo ridotti a due unità come nell'ultima edizione. E' fondamentale ridare linfa al "settore giovanile" di Sanremo, alla categoria che fino a qualche anno fa rappresentava il principale serbatoio da cui attingere per la formazione del cast dei "campioni": un vivaio che, per restare all'ultimo decennio, ha sfornato virgulti come Arisa, Malika Ayane, Nina Zilli, Ermal Meta, Francesco Gabbani, Ultimo, Mahmood, Raphael Gualazzi, e che non può essere ridotto a spazio infinitesimale. Attendiamoci quindi novità, anche perché Amadeus ha sostenuto, in passato, di aver già bene in mente il tipo di Festival che avrebbe fatto nel caso fosse stato chiamato in causa. Non è quindi detto che accetti passivamente formule e regolamenti stilati da chi l'ha preceduto.

domenica 14 febbraio 2016

SANREMO 2016: IL TRIONFO DEGLI STADIO E' UN ATTO DI GIUSTIZIA. VINCONO I VETERANI MA IL FESTIVAL SI E' "SVECCHIATO"


Il trionfo sanremese degli Stadio è la felice conclusione di una lunga e paziente risalita, iniziata dai bassifondi di antiche e polverose classifiche. 1984 e 1986, tanto per rinfrescare la memoria: due ultimi posti all'Ariston decretati dai votanti del Totip, che all'epoca erano giudici supremi della manifestazione; e sì che "Allo stadio" e "Canzoni alla radio" tutto erano fuorché brutte canzoni destinate al dimenticatoio. La dimostrazione che un paio di fiaschi al Festivalone (e ai tempi c'erano i quasi contemporanei casi di Vasco Rossi e Zucchero a dimostrarlo) possono non lasciare il segno: un messaggio importante per i big della nostra musica, che devono imparare a guardare alla kermesse ligure per quello che è, ossia una colossale occasione promozionale, dando invece il giusto valore alla classifica della gara, che conta fino a un certo punto e non deve far paura. 
STADIO, QUALITA' E RAFFINATEZZA - Poi, certo, vincere è bello, e allora diciamo che per la band emiliana il verdetto di questa notte ha il dolce sapore della giustizia, in riferimento sia alle glorie passate del gruppo sia allo stretto presente, perché "Un giorno mi dirai" è composizione ispirata, poetica, di forte impatto emotivo e di grande efficacia all'ascolto. Passato e presente coincidono, per gli Stadio, perché il pezzo che si è imposto a Sanremo 2016 porta in ogni suo passo il loro inconfondibile marchio di fabbrica, la griffe di questo straordinario esempio di artigianato musicale made in Italy che mi piace accostare parzialmente, anche  correndo il rischio di blasfemia, al fenomeno Pooh: in fondo anche Gaetano Curreri e compagni hanno un dono raro, quello di riuscire ad attraversare diverse generazioni, diverse ere canore mantenendo una loro precisa identità, uno stile sempre riconoscibile, certo aggiornandosi ma senza mai arrendersi totalmente all'invasione delle nuove sonorità. 
Cantano da più di trent'anni l'amore e la quotidianità con ballad a volte soffuse, a volte trascinanti: hanno costellato la storia della canzone leggera italiana di hit che forse non sono tenute nella giusta considerazione. Hanno marchiato gli anni Ottanta con "Acqua e sapone", "Grande figlio di puttana", "Chiedi chi erano i Beatles", e nei tanto bistrattati Novanta hanno raggiunto il top, da "Generazione di fenomeni" a "Stabiliamo un contatto", da "Un disperato bisogno d'amore" a "Ballando al buio"; nel nuovo millennio, infine, "Sorprendimi" e "Guardami", fino a quest'ultimo gioiello senz'altro degno di figurare nell'empireo delle loro migliori creazioni. 
NOEMI E DOLCENERA, CLASSIFICA INGIUSTA - L'esito conclusivo del Festivalone numero 66 presta dunque il fianco a ben poche critiche, riguardo alle posizioni di vertice; il discorso va allargato infatti alla splendida Francesca Michielin, che ha raccolto i frutti di una popolarità di recente in crescendo (grazie anche all'eccellente duetto con Fedez in "Tutto è magnifico") e capace di issarsi fino al secondo posto con la moderna e ariosa "Nessun grado di separazione", che verrà premiata anche dalle radio. Più discutibili altre zone della graduatoria, perché ad esempio Noemi meritava qualcosa di più dell'anonimo ottavo posto finale. Riguardo all'undicesimo di Annalisa, in qualche modo si sono avverati i timori che avevo ventilato sommessamente in questi giorni, anche se mi aspettavo un piazzamento decisamente migliore: la rinuncia all'easy listening frizzante e contemporaneo di Kekko Silvestre e l'avvicinamento a un sound più classicheggiante l'hanno un po' penalizzata, ma rimane comunque un'interprete di grana finissima, il cui problema sarà d'ora in poi cercare una rotta artistica abbastanza precisa, E' un po' un colpo al cuore, ma non sorprende la 15esima posizione di Dolcenera: troppo complessa, troppo poco festivaliera e persino pochissimo "italiana", la sua "Ora o mai più", per incontrare il favore di qualsiasi giuria nostrana; già cara grazia che sia riuscita a evitare il rischio eliminazione, concreto dopo la prima esibizione. 
SCANU IN CRESCITA, FLOP ELIO - Nelle zone basse anche Valerio Scanu, che invece ho trovato più convincente quest'anno che non ai tempi della prematura vittoria di "Per tutte le volte che", e debbo dire che "Finalmente piove", onorevole compromesso fra tradizione sanremese e buona ricerca musicale e testuale, sa imprimersi nella memoria e potrebbe incontrare soddisfazioni insperate fuori dall'Ariston. Elio e Le Storie Tese mettono invece in bacheca il loro peggior piazzamento su tre partecipazioni, un dodicesimo posto di molto inferiore alle attese, se pensiamo ai tanti critici che ne avevano scritto note estasiate, dopo il pre - ascolto dei brani riservato agli addetti ai lavori. Per conto mio, ribadisco quanto già espresso nei giorni scorsi: una canzone così, ragionevolmente, non avrebbe potuto figurare nell'albo d'oro del Festivalone. Ci sta l'ironia, ci sta il divertissement, ci sta la dissacrazione, ma in una rassegna pop deve vincere una canzone pop rigorosa, con tutti i crismi. Come quella degli Stadio, o della Michielin.
UNA "SVEGLIA" PER IL PUBBLICO RAI - Che Sanremo 2016 non sia stato un inno all'orecchiabilità come il precedente l'ho detto ieri, e oggi lo confermo: le canzoni "arrivano", alla fine, ma lo fanno con un po' più di fatica. C'è però un altro aspetto importante da sottolineare: nonostante l'affermazione degli Stadio e l'inatteso quarto posto di Ruggeri potrebbero far pensare il contrario, in realtà si è trattato di un Festival che ha lanciato un messaggio ben preciso all'impigrita platea di Rai Uno. Questo ha detto Carlo Conti: la nostalgia va bene, ma ad un certo punto bisogna anche togliersi un po' di polvere di dosso, non rimanere sprofondati sul divano ad ascoltare sempre le stesse vecchie canzoni in un loop ipnotico, intonate dalla stesse vecchie facce e da voci sempre più appannate. La musica italiana sta cambiando, c'è un vorticoso ricambio generazionale in atto, nemmeno l'ammiraglia di viale Mazzini può ignorarlo, e non deve ignorarlo il pubblico più tradizionalista. Ecco perché il cast dei Big è stato imbottito di nuove leve, di freschi virgulti à la page: oggi sono le Michielin, le Noemi, le Annalisa, i Fragola e gli Hunt a fare mercato e cassetta; gli Al Bano e i Fausto Leali, con tutto il rispetto e la deferenza possibili per questi mostri sacri, si possono lasciare un attimo da parte.... Aprite la mente!
I TALENT NON DOMINANO PIU' - Non si può neanche più parlare di dittatura dei talent, che pure sono delle fucine di emergenti impossibili da snobbare, checché ne dicano certi puristi arroccati nelle loro torri d'avorio. Se andiamo a vedere, i Dear Jack non hanno raggiunto la finale, Alessio Bernabei è stato relegato nelle ultime posizioni, segno che le orde di fans adoranti non sono più massicciamente determinanti in sede di votazioni, certo anche grazie a più equilibrati meccanismi di giuria, ma pure, ritengo, per una "normalizzazione" del fenomeno, che sta mantenendo un ruolo significativo nel panorama discografico senza però essere più predominante, dopo aver sparigliato le carte del mercato negli anni del boom (fra il 2009 e il 2012, direi). Poi personaggi come Noemi, Annalisa e Scanu il cordone ombelicale con i vari "Amici" e "X Factor" l'hanno reciso da un bel po', e la stessa Francesca Michielin la sua esperienza in quel contesto l'ha fatta ormai cinque anni fa, e non si può dire che ne abbia beneficiato, visto che la sua ascesa è passata attraverso altre e più complesse strade.

                                        Cristina D'Avena, protagonista della finalissima

LA VERA VIRGINIA, L'EMOZIONANTE CRISTINA - Rimane da parlare di una finale godibile e a tratti persino austera, che ha riservato poco spazio alla comicità tanto da presentare in... abiti civili anche la mattatrice Virginia Raffaele, che nei panni di se stessa pareva una Cenerentola alle prese col sogno della sua vita. Ci sono stati, questo sì, gli antichi "compagni d'arte" di Conti, Giorgio Panariello e Leonardo Pieraccioni, che non hanno deluso, regalando un siparietto tutto sommato gradevole, mettendo simpaticamente in mezzo l'anchorman e offrendo anche una punturina di spillo satirica all'indirizzo del premier Renzi, non scelto dal popolo. Madalina Ghenea e Gabriel Garko sulla stessa linea delle altre sere: inappuntabile, professionale ma tutto sommato freddina la prima, incerto in ogni fase della conduzione il secondo, al quale concediamo l'attenuante del terribile shock pre - Festival (l'incidente in cui se l'è vista veramente brutta, rischiando la vita) ma dal quale ci si poteva comunque attendere qualcosina di più. Cristina D'Avena ha avuto il meritato tributo: si è divertita e si è emozionata, ci ha divertito e ci ha emozionato: cos'altro si può chiedere a un'artista? Qualche sigla in più sarebbe stata gradita, ma fino a poco tempo fa non avrei mai immaginato di poter sentire echeggiare sul palco dell'Ariston i versi della "Canzone dei Puffi" e di "Occhi di gatto". E' successo e anche di questo va dato atto a Carlo Conti: le "canzoni per bambini" hanno una precisa dignità, a maggior ragione se questi brani si sono incisi a chiare lettere nell'immaginario di una generazione, diventando autentici evergreen. 
MARATONA - Nonostante un buon ritmo complessivo, alla fine la durata dello show ha sfiorato le cinque ore. Siamo dunque tornati alle maratone in stile anni Ottanta, o quasi; e, come accadeva all'epoca, gli ospiti stranieri, che non sono mancati a Sanremo 2016, sono parsi una realtà parallela, a sé stante, venivano per cantare la loro hit del momento per poi fuggire rapidamente dal palco, con la sola eccezione di Elton John che però è un monumento e ormai viaggia oltre il mero passaggio promozionale. La gestione Conti, riguardo alla "cornice" della gara, sembra ormai più decisamente orientata verso i superospiti italiani, sui quali il mio pensiero è noto: passi per le celebrazioni di certe vedettes planetarie o delle storiche réunion, ma in linea di massima nulla osterebbe a una loro partecipazione in concorso; l'anteprima del suo nuovo album, Renato Zero non poteva presentarla come brano in gara? Ma so che è una battaglia persa...
Il presentatore e direttore artistico ha avuto modo di omaggiare Pippo Baudo come inventore del Festival di Sanremo nella veste attuale: tributo doveroso, ma affermazione un po' azzardata. Poco dopo, Rocco Tanica ha invece inaspettatamente fatto cenno a Gianni Ravera, storico patron di numerose edizioni della kermesse, che curiosamente in quella sede viene rarissimamente menzionato: è forse lui il vero artefice del Sanremo moderno nei suoi tratti essenziali, poi il Pippo nazionale ci ha lavorato sopra, con modifiche significative ma senza stravolgimenti, ma sarebbe un discorso troppo lungo e articolato. In ogni caso, è giusto non far cadere nel dimenticatoio personaggi senza i quali Sanremo non sarebbe mai diventato il fenomeno musicale, televisivo e sociale che oggi è. 

sabato 13 febbraio 2016

SANREMO 2016, LA QUARTA SERATA: DOLCENERA E NOEMI TORNANO IN GRUPPO, COM'E' GIUSTO CHE SIA

                                               Annalisa: può puntare alla vittoria

Sanremo 2016 non dovrebbe passare alla storia come il Festival dell'easy listening più schietto. Quando manca ormai solo una serata, la più importante, alla chiusura della kermesse, si può già ben dire che Carlo Conti non sia riuscito a ripetere la magia sonora di dodici mesi fa, quando si arrivò alla finale del sabato con buona parte dei ritornelli già discretamente impressi nella memoria. Quest'anno, almeno per quel che mi riguarda, il processo di assimilazione dei brani è più laborioso. Attenzione, si tratta di un discorso che viaggia su un binario diverso da quello della valutazione della qualità musicale complessiva, che invece non manca e, pur non attingendo vertici siderali, regala comunque alcuni esempi di raffinato valore compositivo. E tuttavia, in una rassegna come il Festivalone l'orecchiabilità rimane fondamentale: il fatto che sia stata intercettata solo parzialmente dagli autori potrebbe, come detto nei giorni scorsi, creare qualche problema sul mercato discografico, con le nuove canzoni che, pur meritevoli, dovranno sgomitare un po' di più per farsi largo tra le concorrenti più commerciali, soprattutto quelle di provenienza estera. 
RIENTRANO NOEMI E DOLCENERA - Perlomeno, la serata di semifinale ha sanato un paio di ingiustizie maturate in avvio di settimana, perché vedere Noemi e Dolcenera in zona pericolo era francamente inconcepibile: il secondo ascolto delle loro proposte ha confermato le ottime impressioni della "prima volta". "La borsa di una donna" è sostenuta dall'ispirata poetica del Masini più maturo e riflessivo già ammirato dalla bella e sottovalutata "Italia", da lui presentata in gara nel 2009, "Ora o mai più (Le cose cambiano)" è opera sofisticata, complessa, forse non da Festival nel senso che ho cercato di spiegare a inizio articolo, una mirabile fusion tra pop, jazz e blues che conferma la statura autoriale ormai raggiunta dall'artista pugliese. Spiace invece per gli Zero Assoluto, che con "Di me e di te" hanno saputo mantenere la semplice freschezza nei testi e nei suoni del loro periodo di maggior fulgore mainstream. Anche gli altri brani che fino a stasera... lotteranno per non retrocedere erano tutto sommato meritevoli di maggior fortuna: in particolare, Irene Fornaciari ha un pezzo intenso e dolente, Neffa è fedele al suo stile, senza guizzi particolari, ma "Sogni e nostalgia" ha un ritmo che si fa ricordare, e tutto sommato anche i Dear Jack hanno portato una canzone di discreto impatto, vagamente malinconica e interpretata con voce possente da Leiner Riflessi. 
TRADIZIONE SANREMESE - Se il compianto Vittorio Salvetti aveva definito l'ultimo Festival da lui organizzato, nel lontano 1978, "un Sanremo in blue jeans", con chiaro riferimento a una maggiore vivacità sonora, più vicina ai gusti dei giovani, quello di quest'anno può essere invece etichettato come "un Festival in abito da sera", perché sul piano della tessitura musicale sembra strizzare più convintamente l'occhio alla tradizione nostrana, alla melodia, pur se rivisitata e rielaborata con canoni attuali. E' il caso di "Il diluvio universale", con cui la splendida Annalisa, lo si è già scritto, si è un po' allontanata dall'immediatezza delle composizioni griffate Modà, ma emerge prepotentemente con una canzone che "straripa" d'amore e di parole, un classicone sanremese in crescendo, impreziosito da una superba interpretazione, che può tranquillamente puntare al bersaglio grosso; in parte, solo in parte, percorso simile a quello compiuto da Alexia fra il 2002 e il 2003, quando la spezzina tutta pepe abbandonò la radiofonicità per offrire un esercizio di stile molto impegnativo, ben scritto e cantato, che le consentì di vincere Sanremo ma che alla lunga non lasciò il segno; Annalisa è invece rimasta in una terra di mezzo, saggiamente, e ciò dovrebbe giovarle. Sguardo rivolto al passato anche per Lorenzo Fragola, mentre più moderna, sia nel testo sia nella struttura complessiva, pare "Nessun grado di separazione" di Francesca Michielin. 
RUGGERI E STADIO, BRIO E ANNI OTTANTA - La bandiera del brio è tenuta alta soprattutto da Alessio Bernabei, la cui "Noi siamo infinito" è iper commerciale ma per questo può fare breccia in radio e nelle discoteche, e poi da Rocco Hunt che ha riletto e contaminato col rap alcuni stilemi di quella nuova musica napoletana portata ai massimi vertici creativi da Pino Daniele, Tullio De Piscopo  e altri loro seguaci. Ma anche Enrico Ruggeri è tuttora in grado di trascinare la platea, con un rock che però presenta anche una interessante riscoperta delle origini, con arrangiamenti e trovate musicali che riconducono a certa sua produzione anni Ottanta. 
A proposito di veterani, nell'incertissima lotta per il primo posto dovrebbero inserirsi senza difficoltà gli Stadio, per i quali vale in parte il discorso fatto per Rouge: la loro ballata "Un giorno mi dirai" è un felice compromesso fra lo stile che ne ha decretato il grande successo dagli anni Novanta in poi e alcuni elementi distintivi dei loro esordi, ad esempio quella coralità che in certi passi richiama vagamente brani come "Chiedi chi erano i Beatles". Riguardo ad Elio e Le Storie Tese, ribadisco: divertissement da cabaret o addirittura da piéce teatrale, la loro "Vincere l'odio", ma sarebbe ingiusto che una tale opera sbancasse il Festival; avrebbe avuto più senso, nell'86, un trionfo di Arbore, la cui "Il clarinetto" era sì ridanciana, ma comunque una canzone con tutti i crismi, rispettosa degli schemi.
TRE OTTIME NUOVE PROPOSTE - La gara dei giovani è parsa di buon livello, ma, ahimé, ciò non è garanzia assoluta di successo nelle charts, come ha dimostrato l'edizione 2015. Il vincitore Francesco Gabbani, Chiara Dello Iacovo ed Ermal Meta sono artisti perfettamente al passo con il pop contemporaneo, che i tre declinano in forme diverse ma ugualmente efficaci: più immediato Gabbani, più cantautorale  e minimalista Chiara, più ricercato negli arrangiamenti Ermal. Meritano il meglio, mentre per il "pasticciaccio votazioni" della sera precedente è stata adottata la soluzione più logica, fare esibire fuori concorso Miele, che ragionevolmente non poteva essere riammessa in gara, dal momento che la sua effimera qualificazione era stata causata da un malfunzionamento delle giurie, quindi di fatto non esisteva.
ARRIVA CRISTINA! - Sarò forse insensibile (ma... no, non credo di esserlo, suvvia!), e tuttavia il monologo di Enrico Brignano  sulla paternità non mi ha particolarmente colpito, l'ho trovato piuttosto banale e retorico; dell'attore romano preferisco, al momento, il registro comico. Virginia Raffaele ha ripescato Belen Rodriguez, uno dei suoi tormentoni, e l'ha cavalcato con perizia, con la consueta ciliegina sulla torta, rappresentata stavolta dal "paparazzo portatile". Chapeau. Eccellente la performance di Elisa, per la quale sono tuttavia costretto a ripetermi: i superbig come lei devono, prima o poi, tornare in concorso, basterebbero anche solo due vip di quel livello ogni anno per far salire di tono la gara. 
Visto che siamo in tema di superospiti, stasera ci sarà Cristina D'Avena, alla quale invece quel ruolo calza a pennello, anche perché difficilmente potrebbe essere inserita come concorrente in una tenzone di canzoni "adulte". Non so ancora cosa canterà: ognuno di noi, bambini degli anni Ottanta, vorrebbe sentire risuonare all'Ariston le proprie sigle preferite, nel mio caso sarebbe da sogno un poker "Canzone dei Puffi - Pollon - Piccole donne - L'incantevole Creamy", ma la sua produzione è sconfinata, moltissimi amano anche i pezzi che ha inciso nella seconda fase della sua carriera. Insomma, stasera forse molti di noi rimarranno delusi nel non poter ascoltare la sigla a cui più siamo affezionati, ma l'importante è che Cristina sia lì, perché lo merita e perché comunque ci emozionerà. 
PRONOSTICO IMPOSSIBILE - Stasera, dunque, finale thrilling, perché non si sa come l'Auditel parerà il colpo di Juventus - Napoli (ripeto: scelta sciagurata, quella della contemporaneità), e perché, soprattutto, c'è massima incertezza sull'esito della gara. Mi limito a un sestetto di papabili, in ordine sparso: Annalisa, Stadio, Arisa, Iurato - Caccamo, Patty Pravo, Elio. Outsider, in seconda fila: Noemi, Dolcenera, Fragola, Michielin, Hunt, Scanu. Come si vede, le nebbie non si sono diradate rispetto a quanto avevo scritto alla vigilia, il gruppone dei favoriti è sempre folto: ulteriore conferma del fatto che nessuno sia riuscito a emergere prepotentemente sui rivali. 

lunedì 18 gennaio 2016

LA FESTA PER I 40 ANNI DI "DOMENICA IN..." (ANZI NO, 39 E QUALCOSA). LO STRANO TEMPISMO DELLA RAI E UNA CELEBRAZIONE EVITABILE

                            Il 45 giri della sigla di una delle prime edizioni di "Domenica in..."

"Domenica in..." non meritava un "omaggio" simile. E vien da piangere pensando alla triste opinione che, del passato di questa trasmissione - pilastro del servizio pubblico, si saranno fatti i più giovani, assistendo allo special che Rai 1 ha dedicato, ieri pomeriggio, ai quarant'anni del popolare contenitore festivo. Tanti interrogativi, a partire dallo strano senso del tempismo che da qualche tempo alberga nei corridoi dell'ente tv di Stato. Prima le lancette dell'orologio troppo avanti in occasione del recente San Silvestro "fantozziano", ora la celebrazione dell'importante traguardo raggiunto da "Domenica in..." messa in calendario con circa nove mesi di anticipo. E sì, perché festeggiare questo compleanno a gennaio 2016 non ha senso, visto che la prima puntata del programma andò in onda nell'autunno del 1976. 
Fosse solo quello. Lo "specialone" di ieri, spiace dirlo, è stato un inno alla bassa qualità televisiva, fra approssimazioni nel racconto e infelice scelta degli ospiti. Attorno a Pippo Baudo, poco e male impiegato, una sarabanda caotica e una rappresentazione del tutto parziale di questi quattro decenni. "Domenica in..." fu, in quella cupa metà dei Settanta, in pieni anni di piombo, uno dei progetti più geniali partoriti da una Rai che era in pieno fervore creativo, lontana anni luce da quella di oggi, che troppo spesso rimastica stancamente vecchie idee ripetendole ad libitum (Vedi "Fatti vostri" et similia). Una novità semplice ma rivoluzionaria: riempire la domenica pomeriggio con una trasmissione fiume, che accompagnasse il settimanale dì di festa degli italiani dal pranzo alla cena, con leggerezza ma anche momenti di sostanza culturale, parlando di spettacolo, di cinema, di musica, di letteratura e di sport. Di tutto di più, ma sempre in perfetto equilibrio, senza cadere nella noia ma anche tenendosi lontani da picchi eccessivamente trash. 
Ebbene: cosa c'era, di tutto ciò, nell'omaggio di ieri, condotto da Paola Perego e da un Salvo Sottile del tutto fuori contesto? Solo pochi e scarsamente significativi filmati di repertorio, nella conferma di un vizio Rai che, francamente, sta cominciando a stufare: il sottoutilizzo di quell'immenso patrimonio rappresentato dalle Teche, con pillole relegate a trasmissioni come "Techetecheté" e poco altro, fra l'altro spesso gli stessi reperti proposti e riproposti all'infinito. Almeno un lustro della storia della trasmissione letteralmente saltato a piè pari: è mai possibile andare in onda, come ha fatto Sottile, introducendo Alba Parietti come prima donna presentatrice di "Domenica in.."? "Alba, abbiamo dovuto aspettare più di quindici anni per vedere una 'Domenica in...' condotta da una donna: perché?", è riuscito a chiedere alla sua ospite. Raffaella Carrà, Marisa Laurito ed Edwige Fenech, padrone di casa fra il 1986 e il 1990, sentitamente ringraziano. Quando poi le redini dei ricordi sono state sottratte al Pippo nazionale è calato il gelo: su un'ora scarsa di trasmissione, oltre quindici minuti sono stati monopolizzati dal ripescato Giucas Casella e dai suoi esperimenti, dita intrecciate e amenità varie, che erano già insopportabili all'epoca della "prima volta" e della cui riproposizione non si avvertiva francamente il bisogno. 
Ecco: guardando lo special di ventiquattr'ore fa, il simbolo dei primi quarant'anni di "Domenica in..." pare esser stato Casella, visto lo spazio dedicatogli. Chiaro che qualcosa non torni; tornano invece gli interrogativi con cui ho aperto l'articolo: io spettatore sono qui, a chiedermi il senso della messa in onda di un prodotto così mal confezionato, oltretutto con un anticipo, va ribadito, del tutto ingiustificato (perché l'età effettiva del programma, al momento, è di circa 39 anni e 4 mesi: che fretta c'era?), mentre i vertici Rai dovrebbero cominciare a porsi qualche domanda circa l'attenzione, la cura, la precisione, la passione con cui vengono allestiti certi capolavori. No, la "domenica degli italiani" non meritava un simile omaggio: e non lo meritava chi, come me, in fondo è diventato adulto anche seguendo quello che, perlomeno fino ai primi anni Novanta, è stato davvero un gioiellino di trasmissione. Proporre qualcosa di meglio, soprattutto nei giorni del martellamento pubblicitario sulle nuove modalità di pagamento del canone, sarebbe il minimo sindacale. Chiediamo troppo? 

venerdì 26 giugno 2015

SANREMO 2016 E... 2017: CARLO CONTI ANCORA IN SALA DI COMANDO, COM'E' GIUSTO. CON LUI UNA "FORMULA FESTIVAL" DESTINATA A DURARE

                                       Carlo Conti, saldamente in sella al Festivalone

Come volevasi dimostrare. La riserva è stata sciolta in occasione della presentazione dei palinsesti Rai del prossimo autunno: il deus ex machina del Festival di Sanremo sarà ancora Carlo Conti, direttore artistico fino al 2017 e sicuro padrone di casa per l'edizione del febbraio 2016. "Note d'azzurro" aveva spinto per il bis dell'anchorman toscano in tempi non sospetti, in un periodo in cui il buon Carlo, reduce dal successo di audience e di gradimento del suo primo Festivalone, non nascondeva un certo scetticismo circa l'eventualità di riprendere in mano il carrozzone rivierasco. Di più: su queste pagine mi ero spinto oltre, auspicando per il suddetto un incarico a lungo termine. 
SVOLTA STORICA - Troppo facile, dunque, dire adesso che si sia trattato della scelta più giusta. Ed è una svolta a suo modo epocale, se è vero che, nell'ultima fase storica della kermesse ligure, la tendenza è sempre stata quella di cambiare il più frequentemente possibile la struttura organizzativa e gestionale dell'evento, quindi direzione artistica e presentazione: un anno, due al massimo, e poi spazio al puntuale avvicendamento. Un modus operandi che partiva, a parer mio, da un'impostazione di fondo sbagliata: cioè che la "filosofia" dello show sanremese dovesse essere costruita attorno a un'idea brillante di conduzione, una conduzione che fosse essa stessa spettacolo nello spettacolo, capace di catalizzare i riflettori al pari della gara; e poi che il team di "anfitrioni" dovesse variare il più possibile negli anni, per offrire al pubblico continue novità. Sbagliato, perché in un evento come il Festival le novità, l'originalità, la brillantezza dovrebbero arrivare dalla "materia prima", ossia dalle composizioni musicali in concorso: tutto il resto è sovrastruttura, per quanto importante. 
RADDOPPI FINITI MALE - Va poi detto che, negli ultimi quindici anni, il solo Morandi ha esaurito la sua doppia esperienza all'Ariston con un bilancio in vistoso attivo: buchi nell'acqua, invece, per gli ultimi due brevi regni di Baudo (passi falsi nel 2003 e nel 2008), e soprattutto per il Fabio Fazio targato 2014, con un crollo inatteso e per questo ancor più bruciante, per lui e per i vertici Rai. Normale che, davanti a precedenti del genere, Conti nicchiasse: fedele al motto "me ne vado da vincitore", troppo grosso era il timore di non confermare lo straordinario consenso di Sanremo 2015, e di bruciare così (in parte) un trionfo faticosamente costruito dopo anni di anticamera professionale. 
UNA NUOVA "FORMULA SANREMO" - Tuttavia, come già da me sottolineato alcune settimane fa, il matrimonio Conti - Sanremo appare radicalmente diverso, rispetto a certe direzioni artistiche del recente passato. Dopo anni di soluzioni valide, ma tutto sommato estemporanee, si è forse trovato l'uomo in grado di imprimere una linea "editoriale" ben precisa e duratura al Sanremone. L'artista toscano, lavorando quasi sottotraccia, ha infatti messo a punto una vera e propria "formula Festival", legata al passato eppure fresca, di grande impatto e lineare, se pensiamo agli sperimentalismi financo eccessivi di certe ultime edizioni (su tutti, il doppio brano per i Big). 
Riprendo ciò che avevo scritto sul blog, un mese dopo la fine dell'ultima rassegna, circa l'impronta data da Conti: "Nulla di particolarmente rivoluzionario, quanto piuttosto un ritorno nel solco della tradizione, con gli opportuni aggiornamenti richiesti dall'evoluzione del mezzo catodico. Così, il Sanremo 2015 è risultato un Festival asciutto, snello, ritmato nella conduzione, incentrato sui cantanti in gara: giovani di nuovo in primo piano, ribalta degna di questo nome per i Big, competizione avvincente in entrambe le categorie, buon livello dei pezzi. Questo è il ritratto perfetto del Festival di Sanremo, nel formato in cui si è affermato e ha avuto successo lungo i decenni; nessuna alchimia, nessun meccanismo astruso, nessun coup de théatre (Benigni, Celentano, Madonna...) per assicurarsi i riflettori mediatici: solo tanta musica e pochi tempi morti, pur se con l'inevitabile "tassa" da pagare alle esigenze di rete, leggasi passerelle dei personaggi Rai in promozione di future trasmissioni. E' una struttura spettacolare estremamente funzionale, che non può essere "pensionata" dopo una sola edizione per avventurarsi lungo strade nuove, ma che può reggere a lungo, e Conti è la persona più adatta a mantenerla a regime". 
SULLE ORME DI BAUDO - Ecco, dunque, perché Conti può essere davvero il nuovo Baudo, in riferimento a ciò che l'anchorman siciliano ha dato al Sanremo. Certo con caratteristiche in parte diverse rispetto al Pippo nazionale: meno istrionico, meno accentratore, meno mattatore, ma ugualmente capace di reggere le complesse fila della macchina festivaliera con mano ferma e con continuità. In grado di assicurare alla kermesse un periodo discretamente lungo di stabilità sugli alti livelli. Perché, non mi stancherò mai di ripeterlo, il Festival di Sanremo nella sua essenza è ciò che abbiamo in buona misura visto quest'anno: cantanti in primo piano (e soprattutto tanti cantanti, non i miseri quattordici degli anni precedenti), e poche divagazioni, compatibilmente con le esigenze della tv attuale che mal tollera passerelle "esclusivamente" musicali, e che ha invece sposato la logica della commistione musica + varietà. Solo che per troppo tempo il fattore "show" ha prevalso su quello canoro, mentre dal febbraio scorso la tendenza sembra essersi decisamente invertita. 
AUDITEL? NIENTE PAURA... - A Conti non resta, si diceva, che perfezionare un meccanismo già ben oliato, senza paura di eventuali oscillazioni di audience: potrebbe anche esserci un calo, ma non ci giurerei e, nel caso, non sarà particolarmente significativo. Tutto dipenderà, credo, dalla partenza, perché la seconda volta il pubblico si aspetta sempre qualcosina in più, fin dall'inizio, e non perdona più nulla. Ecco, in questo senso il Fazio quater, già di per sé impostato male all'origine, risultò ulteriormente gravato da un avvio del tutto infelice. 
PUNTI FERMI PER IL FUTURO - In attesa di scoprire, nei prossimi mesi, le innovazioni che verranno inserite nella struttura della manifestazione (poche, scommettiamo?), ribadisco alcuni punti fermi: insistere sull'alto numero di big in gara, mantenendo il medesimo gusto leggero, pop e glamour nella composizione del cast, ma ampliando lo spazio per le proposte alternative, quest'anno un po' latitanti: il materiale non manca, e nei prossimi giorni il Coca Cola Summer Festival di Roma ne offrirà una succosa conferma, come già era accaduto l'anno passato. 
Ci sarà invece da fare un grosso lavoro sulle Nuove proposte, che hanno rappresentato la più inattesa delle sorprese negative dell'ultima edizione: nonostante la collocazione in prime time e un meccanismo di gara di grosso appeal emozionale, gli esiti commerciali sono stati sconfortanti. Si ripartirà dalle selezioni televisive autunnali, in pratica il "Sanremo giovani" lanciato da Baudo nel tardo '93 ripensato in chiave contemporanea, quindi verosimilmente con un impronta talent. Un tentativo, in tal senso, era già stato fatto nel 2002 (Destinazione Sanremo) e fu un buco nell'acqua sia sul momento sia sulla lunga distanza (visto che per il Festival 2003 produsse una sezione Giovani di non altissimo livello), ma forse oggi i tempi sono più maturi. Ad ogni modo, le nuove formule e gli esperimenti a nulla varranno, se non si amplierà lo spettro della selezione degli emergenti, aprendo decisamente il campo a un maggior numero di generi e ad artisti in erba più coraggiosi e sperimentalisti, meno appiattiti sulle tendenze imperanti, perché di ulteriori cloni di Emma e Mengoni non si avverte francamente il bisogno, né di voci splendide ma che cantano motivetti triti e ritriti. 

sabato 14 marzo 2015

FESTIVAL DI SANREMO, UN MESE DOPO: PERCHE' UN "CONTI BIS" E' POSSIBILE


Sanremo 2015, un mese dopo. Il 14 febbraio scorso calava il sipario sull'edizione più riuscita dell'ultimo decennio. Non è ancora tempo di parlare dei riscontri commerciali dei brani in gara: per tracciare un bilancio attendibile mi prendo ancora qualche settimana, in modo da poter lavorare su un arco di tempo più ampio. I dischi stanno andando abbastanza bene, questo si può dire: la presenza nelle classifiche (il dato più importante) è confortante, le ospitate televisive numerose, e la nuova moda - marketing dei "firmacopie" presso gli store sta beneficiando di notevoli adunate di fans (ho partecipato in prima persona, da "osservatore", a quello di Annalisa, alla Feltrinelli di Genova). 
IL FUTURO - Ma, ripeto, ne parleremo meglio più avanti. L'argomento "caldo" in questo momento è un altro: cosa farà Carlo Conti? Il vero trionfatore dell'ultimo Festival, dopo un breve periodo di riposo, è tornato alla guida del pre - serale "L'eredità", come d'accordo con la dirigenza Rai, in linea con la sua volontà di restare un volto televisivo "di famiglia", da incontrare nella quotidianità, e non invece un personaggio da spendere solo per grandi eventi e super produzioni. Riguardo al suo futuro... festivaliero, ha nel frattempo mantenuto la posizione di scetticismo espressa a caldo, a conclusione della kermesse. L'ultima dichiarazione pubblica sul tema è in un'intervista rilasciata a Sorrisi & Canzoni, due settimane fa: " Rifare Sanremo? Per ora non ci penso proprio. Ho bisogno di almeno un mese di tempo per metabolizzare il tutto. Ne riparleremo quando sarà il momento e farò le mie riflessioni. Ma un risultato del genere è irripetibile e potrei fare solo peggio...". 
RISCHI AUDITEL? - Dunque nicchia, il buon Conti. La preoccupazione per eventuali crolli Auditel è comprensibile, anche alla luce del fresco precedente di Fabio Fazio: trionfo nel 2013 (con pompaggio eccessivo di una critica che aveva finalmente trovato il Festival "per palati fini" da tanto tempo auspicato) e brusco ridimensionamento dodici mesi dopo. Credo però che non esistano meccanismi fissi e inevitabili, riguardo alle oscillazioni dell'audience (da un anno all'altro, poi...), e che si debba analizzare caso per caso. Fazio e Littizzetto, nel 2014, fallirono perché riproposero lo stesso schema di spettacolo dell'anno prima, ma ulteriormente appesantito da insopportabili elementi seriosi e retorici, che nulla avevano a che fare con l'amenità e la gioiosità che dovrebbero dominare una rassegna canora. 
IL VORTICE DEI PADRONI DI CASA - Ecco, in questi ultimi anni si è parlato fin troppo, a proposito della manifestazione ligure, di "progetto artistico da costruire attorno al team di presentatori". Si è sempre data per scontata, cioè, la necessità di proporre ogni volta una forma di presentazione nuova, con elementi originali e brillanti, possibilmente con un continuo ricambio di volti; i padroni di casa come "spettacolo nello spettacolo", elemento trainante, quasi primario, per la buona riuscita dell'evento. Deriva inevitabile, nel momento in cui si è data per assodata la trasformazione di Sanremo da gara musicale tout court a show televisivo. Ma, forse nemmeno Conti se ne è accorto, con l'edizione di quest'anno si è compiuto un salto qualitativo storico e fondamentale, che potrebbe mandare a carte quarantotto ogni considerazione legata al "rischio Auditel": l'anchorman toscano ha infatti messo a punto una "formula Festival" che potrebbe risultare buona per tutte le stagioni, o quantomeno per molte delle stagioni a venire. 

                                  Pippo Baudo: Conti può esserne l'erede "sanremese"? 
                                           
LA NUOVA FORMULA SANREMO - Nulla di particolarmente rivoluzionario, quanto piuttosto un ritorno nel solco della tradizione, con gli opportuni aggiornamenti richiesti dall'evoluzione del mezzo catodico. Così, il Sanremo 2015 è risultato un Festival asciutto, snello, ritmato nella conduzione, incentrato sui cantanti in gara: giovani di nuovo in primo piano, ribalta degna di questo nome per i Big, competizione avvincente in entrambe le categorie, buon livello dei pezzi. Questo è il ritratto perfetto del Festival di Sanremo, nel formato in cui si è affermato e ha avuto successo lungo i decenni; nessuna alchimia, nessun meccanismo astruso, nessun coup de théatre (Benigni, Celentano, Madonna...) per assicurarsi i riflettori mediatici: solo tanta musica e pochi tempi morti, pur se con l'inevitabile "tassa" da pagare alle esigenze di rete, leggasi passerelle dei personaggi Rai in promozione di future trasmissioni. E' una struttura spettacolare estremamente funzionale, che non può essere "pensionata" dopo una sola edizione per avventurarsi lungo strade nuove, ma che può reggere a lungo, e Conti è la persona più adatta a mantenerla a regime. Basta, semplicemente, ripetere una buona selezione di brani, come quest'anno, e conservare il medesimo gusto pop nella scelta degli ospiti (con tocco più felice per i comici, questo sì...). 
Perché non pensare a lui come al Pippo Baudo del Duemila? E' vero, i tempi sono cambiati; ed è innegabile che anche il Pippo nazionale abbia conosciuto, nel nuovo secolo, qualche... rovescio sanremese; però nel suo periodo d'oro, dal '92 al '95, inanellò quattro edizioni con riscontri di ascolto sempre positivi, pur fra qualche oscillazione. L'Auditel non deve essere vissuto come una spada di Damocle, e sinceramente non credo che un eventuale bis immediato, se costruito sui presupposti prima elencati, possa portare crolli disastrosi; anche una piccola flessione di spettatori non sarebbe un dramma, visto che comunque conta soprattutto ciò che Sanremo può restituire all'industria discografica in termini di esiti di mercato (lo stesso Conti l'ha ripetuto più volte: "Ho sempre detto che la mia soddisfazione più grande sarebbe stata ascoltare i brani in radio... Li ho scelti bene, stanno passando tutti"). 
CONTINUITA' - Dal mio insignificante pulpito, invito Carlo e la dirigenza di Rai Uno a riflettere su tutto questo, soprattutto sul cambiamento "silenzioso" ma significativo avvenuto nel tessuto del Festivalone: finito il tempo delle rivoluzioni continue, della ricerca affannosa del nuovo ad ogni costo, oggi si può lavorare sulla continuità e sulla stabilità. Sarebbe comunque lecito, è ovvio, prendersi uno o più anni "sabbatici", per poi tornare all'Ariston fresco e riposato, e con qualche idea in più: come Paolo Bonolis, insomma, che ha fatto due Sanremi "super" nel 2005 e nel 2009 (in entrambi i casi da "salvatore della patria" di un evento a rischio di chiusura, o quantomeno di ridimensionamento), o come lo stesso Fazio, tornato dopo ben tredici anni sul... luogo del delitto. Nel caso, però, la scelta del successore sarà dura: il vivaio di viale Mazzini si è prosciugato, non ha più sfornato giovani anchorman di qualità, e magari sarebbe il caso di inventare un talent ad hoc, piuttosto che The Voice (fotocopia sbiadita di X Factor) o l'inconsistente "Forte forte forte". 
I SUCCESSORI - Dietro Conti, chi c'è? Negli anni scorsi ho proposto più volte Milly Carlucci, che era diventata un volto di punta delle prime serate Rai ma che si sta avvitando nella banale routine di trasmissioni in crisi di popolarità. C'è Insinna che però, nell'ultimo evento leggero presentato, il gala di fine anno, non è parso proprio brillantissimo, e che comunque si è legato mani e piedi all'irritante "Affari tuoi". C'è un ritorno di fiamma per Frizzi, al quale Sanremo è stato negato nel periodo d'oro della sua carriera, gli anni Novanta, prima per l'onnipresenza di Baudo e poi per scelte strategiche discutibili, che affidarono la manifestazione a volti Mediaset (Bongiorno e Vianello): oggi Fabrizio sembra anche più maturo, sereno e "sciolto", ma sarebbe comunque un grosso rischio, per uno da troppo tempo a digiuno di conduzioni "pesanti". Fra i giovani, Nicola Savino e Federico Russo sono due opzioni da non trascurare, ma paiono ancora acerbi. Da casa Berlusconi torna il nome di Bonolis, mentre di assoluta affidabilità sarebbe la candidatura Gerry Scotti, ma credo che l'ente tv di Stato voglia giustamente indirizzarsi su lavoratori interni. Un bel rebus. E dunque, Conti? 

sabato 30 agosto 2014

LE REPLICHE DI "CARI AMICI VICINI E LONTANI": AUTOGOL DELLA RAI. IL BELLO DI IERI A COPRIRE IL NULLA DI OGGI

                                       Ritaglio da "Tv Sorrisi e Canzoni" del 1984

Vai a capirla, la Rai. A volte sembra quasi voler farsi del male da sola. Nell'anno delle fantasmatiche celebrazioni dei sessant'anni della tv e dei novanta della radio, fantasmatiche perché sostanzialmente rimaste lettera morta, manda in onda nottetempo, nei venerdì d'agosto, "Cari amici vicini e lontani...", festa catodica allestita da Renzo Arbore nel 1984 per tributare uno sfarzoso e scanzonato omaggio alla radio italiana, che giusto trent'anni fa spegneva le sue prime sessanta candeline.
Un autogol clamoroso, plastica dimostrazione dell'inarrestabile declino dell'ente televisivo di Stato: che ripesca una trasmissione di oltre un quarto di secolo fa quasi a volere, con un po' di imbarazzo, tappare il buco di un vuoto celebrativo incomprensibile e inaccettabile, quello della doppia ricorrenza del 2014. Il tutto di ieri per mascherare il nulla di oggi: trent'anni fa uno show di altissimo livello per onorare una radio sessantenne, oggi lo zero assoluto o giù di lì, per una scadenza ancor più significativa. A meno che non si voglia tenere in considerazione lo stanco rito serale di "Techetechetè", in una delle sue versioni più noiose, dimesse, ripetitive. 
LEZIONE DI TV - Così siamo ridotti, e soprattutto è ridotta mamma Rai (ma mamma di chi, poi?): ha persino smarrito la cultura della memoria "attiva", intesa come uso in chiave moderna dell'immenso patrimonio delle Teche (poco e male sfruttate in linea generale), laddove una volta eccedeva persino, nella compiaciuta autocelebrazione. Si deve affidare a una replica in orario da vampiri, perché non è stata in grado di produrre alcunché in un'occasione in cui sarebbe stato doveroso mettere in piedi qualcosa di grandioso.
 Doppio autogol, il ritorno sul piccolo schermo di "Cari amici vicini e lontani...", perché ha riportato alla mente di noi "anziani", e fatto scoprire ai giovani che vi si siano imbattuti, un modo di fare tv leggero, gradevole, elegante, mai volgare neppure quando ad essere protagonisti erano personaggi notoriamente "caciaroni" come Arbore e tutta la sua banda, perché ci vuole classe anche nel fare "casino". E' una lezione per tutti quelli che fanno televisione oggi, "Cari amici vicini e lontani": una trasmissione perfetta perché raggiunge un mirabile equilibrio fra grandiosità e sobrietà. E' una celebrazione ricca, con un autentico parterre de roi di ospiti onusti di gloria, eppure non perde mai il senso della misura, rimanendo nella dimensioni di una festa fra amici e per amici (i telespettatori, che all'epoca erano indubbiamente trattati con più rispetto). 
RICORDI E IMPROVVISAZIONI - Uno struggente spaccato di un'età dell'oro, che Arbore pilota con brio, maestria, rispetto dei tempi tecnici e giuste concessioni ai "fuori programma": gli ospiti, un nugolo di "mostri sacri" (Dorelli, Corrado, Monica Vitti, Sandra e Raimondo...) e altri meno conosciuti, intervengono, ricordano il loro contributo alla crescita della radio nostrana, e sovente improvvisano: Severino Gazzelloni accenna un assolo di flauto, i cronisti di "Tutto il calcio", pilotati dal compianto Alfredo Provenzali (il mio prof), si lanciano in un'ardita esecuzione di "Ma se ghe pensu", i protagonisti di Alto Gradimento, da Giorgio Bracardi a Mario Marenco, ripropongono personaggi rimasti nell'immaginario collettivo, Elio Pandolfi regala una lunga e imperdibile performance fra aneddoti, canzoni e macchiette. Poi tanta musica, coi pout pourri live dei grandi interpreti degli anni Quaranta e Cinquanta, da Carla Boni al Duo Fasano a Giorgio Consolini, artisti che proprio attraverso la radio hanno costruito la loro enorme popolarità. 
VOLTI GIOVANI FRA IL PUBBLICO - C'erano proprio tutti, trent'anni fa, a "Cari amici vicini e lontani...": il telespettatore di oggi può divertirsi a sbirciare fra il pubblico assiso ai tavolini fra drink, sigarette e camerieri, come nei primi Festival di Sanremo, proprio quelli trasmessi solo alla radio: vi scorgerà facce che nel 1984 avranno detto poco o nulla ai telespettatori, ma che oggi una visibilità ce l'hanno, eccome: nella puntata della scorsa settimana ha fatto capolino una giovane Serena Dandini, mentre ieri notte le telecamere si sono giustamente soffermate più volte su una splendida ventenne romana dai capelli lunghi e scuri: Paola Turci il suo nome, ma all'epoca nessuno lo sapeva. 
LA BANDA ARBORE - In questa trasmissione gioiello, pur presenti, risultano mitigati alcuni caratteri tipici dello stile "arboriano", quell'ironia leggiadra, semplice e a volte un po' surreale, e il tipico caos organizzato. L'occasione era solenne, non si poteva deragliare più di tanto. Ma l'eclettico anchorman pugliese è comunque circondato da quelli che, col tempo, impareremo a conoscere come suoi fedelissimi: nell'orchestra "Senza vergogna" c'è il buon Massimo Catalano, ma compaiono anche un Gegé Telesforo con tanto di baffi anni Trenta e un giovanissimo Stefano Palatresi, mentre Marcello Cirillo non si era ancora convertito al fiacco e monocorde tran tran dell'universo Guardì, immutabile nello spazio e nel tempo, e portava avanti la coppia artistica, inizialmente fortunata, con Antonio. Uno show - tributo riuscitissimo, firmato da un maestro del genere, due ore di tv vecchia solo come dato anagrafico, in realtà freschissima, snella, di buon ritmo, piacevolmente scorrevole. E non ci si venga a dire che si tratta solo di nostalgia fine a se stessa: c'è una scuola che si sta perdendo, a forza di ricorrere a format esteri di dubbia qualità; forse oggi il solo Carlo Conti sa mettere in piedi "in proprio" spettacoli di buon gusto, mai sopra le righe e in grado di non annoiare. Per il resto, la Rai preferisce sorvolare sui suoi compleanni e, magari, mandare in onda il sabato in prima serata una soap opera, come accaduto qualche mese fa con "Legami". Contenti loro, scontenti noi. 

sabato 28 giugno 2014

MONDIALI 2014: LA COPPA DELLA RAI, FRA SIGLE A GOGO', SCELTE SUICIDE E POCHI GUIZZI. SI SALVANO RIMEDIO E LA CAROLLO

                              Messi: la sua Argentina finora non ha goduto di "dirette" Rai

Un susseguirsi continuo di jingle, sigle e siglette, stacchi e stacchetti animati. Ecco come verrà ricordato il Mundial 2014 targato Rai. E forse sarà meglio così, perché se dovesse restare nella memoria per la qualità della copertura dell'evento, beh, ci sarebbe di che mettersi le mani nei capelli, o quasi. Sia chiaro che non si vuole parlare, in questa sede, della miseria di venticinque partite su sessantaquattro offerte in diretta, una al giorno: è così dal 2006 purtroppo, questione di budget, di aste, di concorrenza sempre più terribile, e ormai me ne sono fatto una ragione. Perlomeno, questa volta da viale Mazzini non hanno insistito più di tanto con l'irritante ritornello utilizzato con sfacciataggine in passato, soprattutto in occasione del torneo iridato in Germania: "Noi trasmettiamo le 25 partite migliori". Fragile trovata promozionale, perché nella maggior parte dei casi è piuttosto arduo sapere prima quali saranno le partite "migliori". E poi cosa vuol dire "migliori"? Le più combattute? Quelle con la posta in palio più alta? Quelle con le squadre più titolate o più dotate di classe? Mah. Stavolta, si diceva, il discorso è rimasto sottotraccia, anche perché non sarebbe stato facile giustificare in tale guisa la scelta di mandare in onda gare "epocali" come Francia - Honduras e Algeria - Russia. 
MINA E I FIACCHI OPINIONISTI - Sigle e jingle come se piovesse, dunque. Per fortuna che c'è Mina: la vecchia tigre di Cremona e il suo staff hanno azzeccato il motivetto - tormentone, ciò che cantanti e autori d'oggidì non riescono più a realizzare, se non in casi sporadici ("Maracanà" di Emis Killa, ad esempio). "La palla è rotonda" passa però sugli schermi Rai una quantità esorbitante di volte al giorno, e il rischio che diventi insopportabile è alto. Comunque, sotto questo vestito musicale festoso e martellante c'è il nulla o quasi. Una miriade di ore di calcio parlato, diluito in trasmissioni con titoli che differiscono leggermente fra di loro (Mattina mondiale, Diario mondiale, Notti mondiali...) ma che si somigliano tutte terribilmente. Il format è sempre lo stesso, senza guizzi di fantasia: il conduttore o la conduttrice, e attorno i soliti opinionisti di sempre che discutono stancamente ad libitum. 
IL CALCIOMERCATO E I "PRESTATI" AL CALCIO - C'è un Italo Cucci che ha ormai perso la verve dei tempi del Guerin Sportivo; c'è Zazzaroni, che interessante, godibile e in grado di fare davvero opinione non lo è mai stato, nonostante la sovraesposizione mediatica. Si è tentato il ripescaggio di un polemista d'antan come Aldo Agroppi, ma solo via telefono; e poi il calciomercato, una delle disgrazie del giornalismo degli ultimi vent'anni, affidato a Matteo Materazzi. Irritante il ricorso a giornalisti non sportivi: chissà perché, quando è tempo di Mondiali, si gettano sul pallone grandi firme che nel resto dell'anno si occupano in linea di massima d'altro, nella fattispecie Salvatore Tramontano e Andrea Scanzi. Il calcio è comunque una "materia" che, per essere trattata, richiede un notevole bagaglio di conoscenze tecniche e storiche: ha una sua dignità, tutti lo possono seguire ma non tutti lo possono raccontare professionalmente. Se di esso viene affidata la trattazione pubblica a tutti, anche ai non specialisti, è inevitabile lo sconfinamento nell'effetto Bar Sport.
BAR SPORT - Ecco, la Rai brasiliana è fondamentalmente un grande Bar Sport, laddove l'ente televisivo di Stato dovrebbe tenersi bene alla larga da una dimensione dialettica così dimessa, cercando finalmente, in assenza di una copertura totale delle 64 gare in programma, di fornire perlomeno una lettura più competente e tecnica dell'evento. Ci vorrebbero più Bacconi (l'unico là dentro che sappia raccontare la tattica e i movimenti degli uomini in campo) e più Bartoletti, entrambi invece, chissà perché, vittime "a prescindere" di molti critici sopravvalutati. Siamo rimasti alle modalità comunicative del Mondiale di quattro anni fa, quando Costanzo e Galeazzi conducevano improbabili dibattiti notturni. Ci sono, dicevamo, troppi Zazzaroni, troppi Freccero (con tutto il rispetto, caro prof, ma ieri sera ha fatto più caciara che altro), e si è visto persino transitare dagli studi Maurizio Mattioli, forse promosso a esperto di calcio in virtù di quel famoso film con Massimo Boldi, in cui recitava la parte del tifoso della Roma... E ovviamente guai a fare a meno della solita clip di Fiorello, mica può essere lasciato fuori dal massimo evento mediatico dell'anno, il Rosario nazionale... 
TELECRONACHE A UNA VOCE - Sono davvero in pochi a salvarsi: la brava Giovanna Carollo che però, dopo anni di onesta fatica redazionale e tante oscure edizioni di tg sportivi da ordinario mezzo busto, sembra stia godendosi fin troppo queste luci della poco gloriosa ribalta "Rai Mundial", sciorinando vestiti, sorrisi e movenze fashion (comunque è brava e buca lo schermo), mentre il clima di austerity ha fatto perlomeno riscoprire l'efficacia delle telecronache ad una voce: grazie ad Alberto Rimedio, che ha mostrato brillantezza e dato ritmo al racconto, pur con qualche sbavatura (si sta ancora chiedendo perché sia stato annullato un gol al francese Matuidi, in realtà mai realizzato: il pallone era finito a fondo campo, dietro la rete), un gradino sotto Marco Lollobrigida, in ogni caso entrambi sembrano rappresentare una buona sintesi fra la tradizione nazionalpopolare di Martellini e Pizzul e la maggior analiticità tecnico - tattica della nuova generazione, senza tuttavia trascendere in esagerazioni vocali stile Piccinini o Caressa. Via, Nazionale a parte, le seconde voci (quelle scelte dalla Rai mai hanno aggiunto qualcosa di sostanzioso al commento principale) e i bordocampisti. Non se ne è sentita la mancanza, il consiglio è di insistere. 
DOV'E' FINITO "MONDIALE REPLAY"? - E' misteriosamente scomparsa dai palinsesti, dopo il 22 giugno, la rubrica più interessante, Mondiale Replay, che proponeva ampie sintesi delle partite della giornata: era tutto previsto, ma non se ne comprende il motivo, proprio nel momento in cui il torneo entrava nel vivo, prima con le sfide decisive dei gironi e poi con i match a eliminazione diretta. Incomprensibile anche, e torniamo al punto di partenza, la scelta di alcune partite per le dirette: in pratica una delle favorite per il successo finale, l'Argentina, rimarrà "oscurata" fino ai quarti di finale, quando, si spera, la Rai ci farà la grazia di trasmettere il probabile scontro fra Messi e compagni e l'atteso outsider Belgio. Secondo le ultime notizie, nemmeno l'ottavo che vedrà opposta la Selecciòn alla Svizzera godrà della trasmissione integrale. 
Maltrattata pure l'attesa Colombia, fin qui all'altezza dei pronostici che la indicavano come possibile rivelazione: chi li ha visti, in Rai, Cuadrado e compagni? In compenso, ci siamo dovuti sorbire tutte le stanche recite del Brasile, anche quella dall'esito scontato contro il modestissimo Camerun, e ben due su tre della Francia e del suo girone cuscinetto, frutto dello scandaloso sorteggio decembrino che, personalmente, non ho dimenticato. Scelte editoriali poco coraggiose, effettuate spesso puntando sulla platea sicura della prima serata piuttosto che su quella ondivaga del tardo pomeriggio, benché alle 18 fossero in calendario una serie di sfide di altissimo interesse. Ragionamenti da vecchia tv di Stato: la Rai, per l'appunto.