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sabato 10 febbraio 2024

SANREMO 2024: LA SOLITA SERATA COVER, POCHI PICCHI DI BELLEZZA E TROPPE CONCESSIONI AL FACILE CONSENSO. ANNALISA E ANGELINA IL TOP CON VOLO E SANTI FRANCESI, NON SCANDALOSO IL PRIMATO DI GEOLIER

 


Lo scrivo e lo dico da anni: la serata cover è il più grande "buco nero" della gestione festivaliera targata Amadeus. Soprattutto perché è musicalmente un corpo estraneo alla gara di inediti, e però finisce con l'incidere tecnicamente sull'esito della gara stessa, una distorsione regolamentare a cui nessuno è mai riuscito a fornire una spiegazione artisticamente accettabile, semplicemente perché non ne esiste alcuna. Ma non è solo questo: c'è la sensazione che questo happening di indubbio fascino si muova all'interno di schemi fin troppo elastici, in cui tutto è consentito, con lacci e lacciuoli normativi ridotti al minimo sindacale. Il che sarebbe anche accettabile se, ripeto, rimanesse un concorso a sé stante, che esaurisce la sua funzione nella notte del venerdì (o del giovedì, come è successo in altre edizioni). 

Sul piano squisitamente musical-spettacolare, questa kermesse nella kermesse ha confermato tutti i suoi pochi pregi e i tanti difetti. Un kolossal animato da circa settanta fra cantanti e musicisti, con alcuni indubbi picchi di bellezza ma anche performance banali e dimenticabili e qualche furberia di troppo. Mi si dirà: ma è esattamente ciò che avviene, sempre, al Festival di Sanremo nel suo complesso. Vero solo in parte, perché almeno nel concorso canoro tutti partono più o meno alla pari, vale a dire con una canzone nuova di zecca e sconosciuta, che è ciò che conta nella tenzone ligure. Quando scatta il momento delle cover, invece, c'è chi rischia e si mette alla prova e chi va sul sicuro ammiccando eccessivamente al pubblico e, di conseguenza, ai votanti. 

Alle corte: veramente discutibile il karaoke simil Arena Suzuki con medley e pout pourri assortiti, ai limiti dell'inaccettabile l'autocelebrazione. Lo ripeterò allo sfinimento: è veramente grottesco che evergreen del pop italiano e internazionale vadano a incidere sul verdetto finale del Festivalone. Questo è il vero scandalo, non la vittoria di tappa di Geolier, che può essere discutibile come tanti altri primi posti nella storia della manifestazione, ma che rientra nel gioco spesso imperscrutabile delle giurie. Del resto il ragazzo di Secondigliano ha presentato, per la specifica occasione, un progetto dignitoso e con una linea ben precisa, un rapido excursus lungo i sentieri della trap e delle nuove frontiere sonore partenopee. Avrei preferito un'altra medaglia d'oro, ma meglio questo ensemble napoletano del best of di Renga e Nek, o di Sangiovanni che addirittura ha riproposto il suo precedente successo sanremese, "Farfalle", in versione spagnola (mai tante "mariposas" all'Ariston come quest'anno). E spiace che Geolier se la sia presa per i fischi, perché anch'essi vanno messi in preventivo in circostanze simili: non è che il pubblico in sala debba sempre e costantemente accettare pacificamente tutto, e il fischio è il modo più classico per manifestare il proprio disaccordo, da che mondo è mondo. Sennò certi atleti dovrebbero passare la vita a piangere, e del resto è accaduto, spesso e volentieri, anche nei teatri lirici, contro autentici mostri sacri del canto.

Senza sale gli omaggi di Rose Villain e The Kolors ai loro partners Gianna Nannini e Umberto Tozzi; meglio, per intensità, il duetto Vecchioni-Alfa in "Sogna ragazzo sogna", scelta azzeccata perché è un brano che, fin dal titolo, sa tanto di passaggio di consegne fra vecchia e nuova generazione canora. Il ragazzino genovese ha chiuso il pezzo con una strofa rappata scritta di suo pugno, una soluzione che è stata spesso praticata in questi anni di cover rivierasche e che personalmente trovo originale e azzeccata: lo stesso ieri, hanno (ben) fatto i Bnkr44 per dare una veste nuova a "Ma quale idea" di Pino D'Angiò,  rivisto con piacere a proprio agio sul palco, nonostante le difficoltà vocali. Personalmente, pur senza delirare per l'entusiasmo, ho apprezzato la rilettura sommessa e intimista di "Notte prima degli esami" da parte di Gazzelle e del bravo Fulminacci, che spero di rivedere in gara quanto prima, e anche il delicato omaggio di Mahmood a Dalla in "Com'è profondo il mare". Tutto sommato gradevole anche il duo Emma-Bresh, rispettoso del Tiziano Ferro originale, e all'insegna della totale spensieratezza la rimpatriata sanremese Gabbani-Mannoia, con lei che guardava lui con aria scettica mentre intonava "Occidentali's karma", reo di averle "soffiato" la medaglia d'oro nel 2017. 

Pollice in su per chi è stato coraggioso e non banale, si diceva. Il coraggio può essere declinato in tanti modi, a partire dalla scelta del brano da coverizzare fino al modo di metterlo in scena e di eseguirlo. Coraggio ha mostrato Ghali, che ha portato il suo universo musicale ricco di contaminazioni, il suo essere cittadino del mondo, con l'intro in lingua araba, ma anche profondamente italiano, con l'omaggio a Toto Cutugno. E coraggiosa è stata Angelina Mango, perché non è facile reinterpretare un evergreen di un padre prematuramente scomparso e amatissimo dagli appassionati: lei l'ha fatto riuscendo a dare di "La rondine" una lettura nuova, più delicata, di grande suggestione, impattante quanto l'originale. Probabilmente il top della serata, assieme ad altre tre performance che hanno raggiunto livelli di perfezione, forza emotiva e professionalità elevatissimi, ossia Annalisa e Rappresentante di lista in una "Sweet dreams" ricca di feeling, Il Volo con Stef Burns alle prese, nientemeno, con "Who wants to live forever", e i Santi Francesi, poco considerate rivelazioni di questa edizione, con una versione impeccabile dell'Hallelujah di Cohen, ben spalleggiati dalla sempreverde Skin. Di contro, assolutamente dimenticabile l'ennesima riproposizione, ad opera di Bigmama, Gaia, Sissi e La Nina, di una "Lady Marmalade" che negli ultimi vent'anni ci è stata propinata in tutte le salse in ogni tipo di trasmissione non solo Rai, una hit di grandissimo successo ma di cui mi sfugge il fascino talmente dirompente da imporne la necessità di inserirla nelle scalette di show, contenitori musicali e quant'altro, a ogni piè sospinto. 

In mezzo a una proposta così sovrabbondante, tutti gli elementi extra hanno avuto pochissimo spazio, ma merita la citazione una Arisa in superba forma fisica e soprattutto vocale, per la quale spero arrivino presto nuove canzoni in grado di valorizzarla e di riportarla al successo di qualche anno fa. Nessuna sorpresa per una Cuccarini a proprio agio nelle vesti di presentatrice che già tante volte ha indossato, anche all'Ariston, e che potrebbe essere un'idea per conduzioni future del Sanremone, chissà. Per i Jalisse è arrivato infine il ritorno all'Ariston, ma solo come contentino. E contenti loro, contenti tutti, ma diciamo che per ripartire davvero serve qualcosa di più. Non credo ai complotti contro di loro, e non credo nemmeno che dal '98 a oggi abbiano presentato solo brutte canzoni; bisogna che ci sia davvero l'occasione, il momento giusto per il rilancio, e non è facile individuarlo e intercettarlo, questo magic moment, soprattutto per chi è fuori dal grande giro discografico da tempo. Guardate quanto tempo hanno dovuto attendere Paola e Chiara... E stasera? Sarà difficile non trovare nella cinquina finale Geolier, Annalisa e Angelina, ma a notte fonda tutto si azzererà e molto potrà ancora accadere, anche se il consiglio, a chi non lo conosce, è di... cominciare a imparare il napoletano.

sabato 6 marzo 2021

ERMAL META È L'INTER DI SANREMO 2021: IN FUGA SCUDETTO-FESTIVAL. CHI LO FERMERA'? MERITATO TRIONFO DI GAUDIANO FRA I GIOVANI. INTANTO "AMA" NON TRIPLICA

La breaking news dell'ultimissima ora è la rinuncia ufficiale di Amadeus a una terza direzione artistica consecutiva. Era ampiamente nell'aria, ma sentirlo dichiarare in maniera così esplicita e risoluta fa comunque un certo effetto, anche se ha il pregio della chiarezza assoluta. Ne riparleremo domani, perché questo nasce come un pezzo di commento al venerdì del 71esimo Sanremone. L'anno scorso, la quarta serata fu quella del fattaccio Bugo-Morgan. Lì per lì un siparietto indecoroso, che però fornì al Paese gli ultimi spunti di innocua ilarità prima dell'inizio del dramma. Questa volta non c'è stato alcuno scossone di tal tenore, ed era ovvio: perché il cast non include personaggi ingestibili e imprevedibili come il signor Castoldi (persino Achille Lauro può definirsi "omologato" nella sua telefonatissima irriverenza all'acqua di rose), e perché non c'è proprio l'atmosfera per certe forzature, in un Festival che vuole essere momento d'evasione senza però rinunciare a un basso profilo nel modo di arrivare al pubblico a casa. Si è verificato un intoppo tecnico, questo sì, che ha costretto alla ripetizione della propria performance Francesco Renga, apparso in effetti ancor più in difficoltà della prima serata nell'esecuzione di "Quando trovo te". Ma nulla di strano, cose che accadono spesso all'Ariston, e del resto 24 ore prima anche Fasma e Nesli erano stati stoppati da Amadeus nel bel mezzo della loro cover perché il microfono del primo era rimasto muto. 

UN PO' MENO LUNGA, DECISAMENTE PIU' INTERESSANTE - A proposito di Sanremo 2020: anche nel superfluo, discutibile, infelice monologo di Barbara Palombelli (un modo per giustificarne la presenza al di là della presentazione di qualche brano) ha fatto capolino il refrain di "Fai rumore", ulteriore segnale che questa composizione, pur dalla vita ancor brevissima, è già diventata iconica nella storia della manifestazione e della musica leggera italiana, per la sua intrinseca bellezza e per i significati di cui si è caricata in questi dodici mesi. E sempre pensando all'edizione numero 70, l'archivio del blog mi ricorda che la serata-nottata del venerdì era stata leggermente più lunga di questa, che a sua volta è durata un po' meno rispetto all'indigeribile mappazzone del giovedì. Pochi minuti di differenza, certo, ma la durata-fiume in questo caso è stata resa più tollerabile dal fatto che il succo dello show sia stato il concorso vero, non la pseudo-gara degli evergreen rivisitati. Oltretutto, nonostante si sia comunque trattato di una maratona, la sensazione generale è stata di una maggior scorrevolezza, di un ritmo più serrato soprattutto nella seconda parte, quella finora maggiormente penalizzata e penalizzante in termini di audience complessiva della rassegna. 

ERMAL META PIAZZA L'ALLUNGO. SARA' DECISIVO? - I fatti concreti, le notizie del quarto capitolo di Sanremo 71 sono sostanzialmente due: del successo di Gaudiano nelle Nuove proposte parlerò più avanti, mentre in prima pagina si staglia nitido il nome di Ermal Meta. Il vincitore 2018, in linea teorica, affronta la finalissima nelle vesti dell'Inter di Lukaku e Conte, ossia l'attuale capolista in fuga della Serie A: dopo aver conquistato la demoscopica e l'orchestra, dopo aver tenuto egregiamente nel giudizio dei giornalisti, ed essendo accreditato di una buona resa anche nel televoto, che stasera avrà un ruolo pesantissimo pur se non decisivo, si può ben dire che solo lui, a questo punto, possa perdere il Festival. Ho detto in linea teorica perché non conosco cifre e percentuali delle votazioni, tutto rigorosamente secretato, ma al momento i dati noti sono questi. Certo non sarebbe il trionfatore ideale, forse il più "grigio" dell'ultimo quinquennio. Dopo il primo posto degli Stadio nel 2016, più che altro un tributo all'invidiabile carriera della band di Curreri, abbiamo avuto quattro pezzi-bomba a sbaragliare il campo, quattro gemme che, ognuna nel suo genere e attraverso interpretazioni diverse, hanno segnato profondamente, in senso positivo, l'albo d'oro della kermesse. Questa volta, si tratterebbe di un'affermazione basata più sul prestigio e sul curriculum del cantautore che sulle qualità di un brano senz'altro dignitoso, senz'altro ben concepito, delicato e con una vena di malinconia come nel classico mood di Ermal, ma che non spicca per originalità. 

LA PROTESTA (DI GRANA GROSSA) DI PEYOTE - Approfondiremo questi discorsi se stanotte verranno confermati i pronostici. Chi può insidiare il capoclassifica? La graduatoria provvisoria premia forse oltre i suoi meriti Willie Peyote, con un brano certo ficcante, furbescamente protestatario, che si scaglia contro una certa deriva dell'industria musicale e culturale non senza ragione, che ironizza amaramente su certe distorsioni causate dalla pandemia (stadi aperti, eventi di spettacolo chiusi), finendo però per allargarsi alla totalità del quadro sociale in disfacimento, mettendo insomma troppe cose nel calderone senza focalizzarsi su di un obiettivo preciso e finendo col risultare in alcuni passi retorico, ciò che un rapper di buona penna come lui non dovrebbe mai fare. Resta il fatto che "Mai dire mai" ha un refrain martellante e tremendamente efficace: una sua vittoria sarebbe veramente rivoluzionaria, forse la più sconvolgente nella storia del Sanremone, molto più di quella di Mahmood (rivisto ieri in straordinaria forma vocale), ma potrebbe anche essere un modo per sdoganare definitivamente un genere che finora, in Riviera, ha incontrato molte difficoltà, tanto da tener forse lontani dall'Ariston alcuni suoi esponenti di spicco. 

SALGONO RAPPRESENTANTE, ARISA, COLAPESCE-DIMARTINO - La sala stampa ha fatto giustamente balzare in avanti Rappresentante di Lista, Colapesce-Dimartino e Maneskin, consolidato la posizione di Irama e spinto in su Arisa. Della quale confermo quanto detto in sede di primo commento: il pezzo di Gigi D'Alessio è di grande eleganza e atmosfera, un esempio di eccelsa classe di melodia all'italiana che, per lo stile e il modo in cui la cantante lo porge al pubblico, mi ha ricordato un po' "Senza un briciolo di testa" di Marcella, riascoltata giusto un paio di sere fa. Ma tutto il pacchetto-festival di questo 2021 mi sembra onestamente di buon livello, dopo il secondo ascolto live dei brani scelti da Amadeus. Difficilissimo, a caldo, dire se sia migliore o peggiore di quello del 2020, che ha lasciato ai posteri almeno sei-sette chicche indimenticabili (Diodato, Gabbani, Levante, Pinguini Tattici, Tosca, Elodie, Lauro), queste sono valutazioni che si potranno fare solo a bocce ferme e dopo attente analisi, ma mi pare vi sia almeno una decina di opere in grado di percorrere una discreta strada da domenica in poi. 

MALIKA? OTTIMA - In tal senso, la serata di ieri non ha modificato di molto le sensazioni maturate martedì e mercoledì: nelle mie preferenze è cresciuto un tantino il solo Aiello, la cui "Ora" musicalmente non ha alcunché di innovativo, ma è sostenuta da un testo non privo di trovate originali e da una interpretazione rabbiosa, financo istrionica, in linea col messaggio della canzone. Pur se i social e molti addetti ai lavori la stanno massacrando, secondo me Malika Ayane si è presentata a questo Sanremo con una delle proposte migliori della sua carriera, anche se non la migliore in assoluto. Forse uno stile più sbarazzino, una ritmica più sostenuta rispetto ai lenti delle ultime due partecipazioni hanno spiazzato chi si aspettava rimanesse nel medesimo solco, ma vivaddio, è stata l'unica dei veterani a rischiare uscendo dal seminato, e "Ti piaci così" ti entra dentro e ti si ficca in testa, trascina e coinvolge. Così come trascinano i Rappresentante di lista, col ritornello forse più intenso e accattivante dell'edizione, per una "Amare" impreziosita da arrangiamenti di pregio, dalla possente vocalità di Veronica Lucchesi e dalla personalità che tutto l'ensemble sfodera on stage. 

L'ASTUZIA DA CHART DI MICHIELIN-FEDEZ - Malika e Rappresentante potrebbero persino essere i miei vincitori ideali, così come la cupa dance metalizzata di Irama, che stasera va tenuto d'occhio perché il Televoto potrebbe aiutarlo parecchio, quantomeno nella rincorsa a un podio che non sarebbe immeritato. Fra i "più" della serata anche l'allegrotto inno all'innamoramento dei Coma_Cose, le sonorità seventies, fra discomusic e Matia Bazar prima maniera, del duo Colapesce-Dimartino, l'astuzia radiofonico-commerciale di Michielin e Fedez, la cui "Chiamami per nome" non mi dispiace e che, come nel caso di Irama, potrebbe scalare stasera molte posizioni, anche se le soddisfazioni maggiori, par di capire, le raccoglierà fuori dall'Ariston. E ancora: conferme per la commistione di sonorità arabeggianti e spagnoleggianti di Gaia, per il semplice e romantico realismo cantautoriale di Fulminacci e per la grinta rockeggiante sopra le righe dei Maneskin. Si diceva di Renga: un altro che sta raccogliendo ampi dissensi in sede di commenti social, ma che secondo me va salvato quantomeno per l'ardimento mostrato nel cimentarsi con una composizione dalla costruzione assolutamente insolita, e che impone autentiche spericolatezze interpretative. 

GAUDIANO E NUOVE PROPOSTE DI SPESSORE - Eccoci infine alle Nuove proposte. Elessi Gaudiano a mio favorito fin dall'autunno scorso, dopo averne sentito la cruda e autobiografica "Polvere da sparo", dal testo realista con linguaggio contemporaneo e dalle sonorità di buona presa. Non era invece il favorito numero uno degli esperti, e per questo la sua meritata affermazione mi rende ulteriormente felice. Ne sentiremo parlare, così come sentiremo parlare degli altri tre finalisti, di Wrongonyou e della sua felice fusion fra modernità e tradizione, di Davide Shorty e della sua indole soul funk, di Folcast che ha imbevuto "Scopriti" di atmosfere avvolgenti alla Sinead O'Connor. Senza dimenticare la bella voce di Greta Zuccoli e l'ironia disincantata di Avincola, che sa alleggerire e smitizzare anche la serietà dell'amore. Bastano questi sei nomi per evidenziare come la commissione di AmaSanremo abbia compiuto un lavoro tutto sommato di pregio, traendo una serie di piccoli diamanti, grezzi ma promettenti, da un campo di partecipanti che in prima battuta non mi era parso di altissimo spessore. Certo poi questi ragazzi andranno adeguatamente valorizzati, "forzandone" magari il lancio e la crescita con un precoce inserimento nella categoria principale, come è stato fatto quest'anno con Fasma e con tanti altri in passato. Ma se il vivaio del Festivalone è questo, deve rimanere in vita, perché può continuare a garantire adeguato ricambio generazionale. 

mercoledì 3 marzo 2021

SANREMO 2021: LA COSTRUZIONE TELEVISIVA DELL'EVENTO ATTUTISCE LA MANCANZA DI PUBBLICO. AUDITEL IN CALO, CANZONI TENDENTI AL CLASSICO. ARISA, MANESKIN, COLAPESCE-DIMARTINO SUGLI SCUDI

Se ne parla già dagli anni Ottanta, ma è in questo 2021 che, complice la pandemia, si è definitivamente completata la transizione di Sanremo da rassegna canora a show televisivo. E nell'attuale situazione di emergenza è stata una mano santa, riconosciamolo: la costruzione dello spettacolo fatta su misura per il piccolo schermo (complice una scenografia ad hoc, mai così decisiva) ha reso meno impattante lo shock della platea desolatamente deserta, quasi neutralizzandolo. Certo, dal vivo, on stage, deve essere diverso, me ne rendo conto. E dev'essere terribile per cantanti, presentatori, performers esibirsi davanti a nessuno, soprattutto per professionisti di vasta esperienza che hanno bisogno del contatto col pubblico come dell'ossigeno. Ma il filtro della tv attutisce tutto, anche se magari alla lunga il disagio riemergerà: no, non sono stati gli applausi finti, espediente discutibile in tempi normali (quando spesso se ne abusa) ma accettabile oggi. Per quanto di basica elementarità, la trovatina esorcizzante del dialogo con le sedie vuote ha contribuito invece a sciogliere gli animi: il saluto alle poltronissime partito da Fiorello e poi ripreso da vari artisti in corso di serata, l'invito ad applaudire rivolto... ai braccioli, la corsa fanciullesca dei due presentatori fra i corridoi della sala vuota. Tutto fa, ma nel vernissage di Sanremo 2021 è stato fondamentale concepire l'evento come trasmissione tout court, non un grande happening ma un intrattenimento che è soprattutto vetrina promozionale catodica per novità musicali, e lo si è percepito soprattutto nelle esibizioni dei cantanti in gara, ciò che continua a contare di più, nonostante l'allungamento sempre più indecoroso di un brodo che potrebbe serenamente chiudere i battenti a mezzanotte e dintorni.

 GIOCARE CON L'AUDITEL - Lo si fa per giocare coi numeri dell'Auditel, solo che questa volta il trucchetto si è rivolto contro i signori dei dati, dello share e delle percentuali: avesse avuto una durata più umana, questa prima serata si sarebbe chiusa con un bilancio di spettatori del tutto soddisfacente, come possono esserlo 11 milioni e rotti di televisori sintonizzati sulla kermesse. La media ponderata con la seconda parte della puntata ha portato il calo che, del resto, avevo temuto, al di là dell'ottimismo di facciata sbandierato da molti. Lo abbiamo già detto: la concorrenza della Juve, un cast molto avveniristico e privo o quasi di "grandi vecchi", e soprattutto, ripeto, la lunghezza. Minore il peso dell'indegna campagna d'odio delle ultime settimane, fondata su argomenti talmente labili e imbarazzanti, per chi li porta avanti, da non poter essere fattore scatenante di un boicottaggio catodico. Ma poi, non ci sono cose più importanti da boicottare? Se proprio sentite la necessità fisiologica impellente di boicottare qualcosa, fatelo con  l'emittente ligure Primocanale e con la sua grottesca e ossessiva campagna anti festival, non vi pare?

 BERTE' EVITABILE, DIODATO SUPER - Torniamo all'Ariston. Le trovate carine non sono mancate, come la sigletta in stile musical di Ama e Fiore e le telefonate da casa dei vip sintonizzati su Rai 1. Evitabilissima, e anche questo era prevedibile, la presenza di Ibrahimovic, che sembra davvero la caricatura di se stesso: cose che accadono quando si diventa prigionieri di un personaggio, e non si riesce più a distinguere la realtà dalla parodia della stessa. Fra i tanti ospiti, meglio sorvolare, per carità di patria, sulla presenza della Bertè, che ha ormai dato al festival tutto ciò che le era possibile dare senza che si sentisse la necessità di questa ulteriore presenza, priva di pathos e colma solo di rimpianti per la bella voce che fu, mentre ha giganteggiato Diodato, davvero un nuovo fuoriclasse della canzone italiana. Molto, troppo autoreferenziale fino ad essere criptico Achille Lauro, sul pezzo Matilda De Angelis, che sarebbe stato bello vedere anche nelle prossime serate.

 L'ELEGANZA CLASSICA DI ARISA, MICHIELIN E FEDEZ PER VINCERE - Capitolo gara: per chi ha seguito in autunno AmaSanremo, nessuna novità dalle Nuove proposte: il pezzo d'atmosfera di Folcast e quello da "pugno nello stomaco" di Gaudiano, che rimane il mio favorito, erano nettamente superiori alla concorrenza, e non potevano temere scherzi se non un inserimento del fin troppo scanzonato Avincola, mentre Elena Faggi è passata senza lasciare tracce. Riguardo alla prima infornata di Big, sinceramente il livello mi è parso buono, pur se non siderale, e tenendo conto che per me si è trattato del primo ascolto in assoluto. Se una critica debbo fare sulla media delle canzoni, è forse mancato del coraggio ai veterani, quelli che hanno meno da giocarsi rispetto ad altri e potrebbero, una buona volta, osare un po' di più. Ma tant'è. Al netto di questa considerazione, Arisa e Annalisa portano avanti la classica linea melodica sanremese con due proposte di notevole classe ed eleganza, soprattutto quella di Rosalba, mentre forse la savonese tende un po' ad affondare nella banalità, pur facendosi ascoltare gradevolmente. Di Noemi ho apprezzato il buon crescendo vocale e orchestrale nella seconda parte di "Glicine", mentre Michielin (bellissima nel suo new look) e Fedez hanno il tipico pezzo costruito per soddisfare ogni esigenza: quelle radiofoniche e di streaming, quelle... economiche di vendita, quelle immediate di classifica al Festivalone. Possono vincere? Dopo questo primo approccio sembrerebbe di sì, ma tante cose possono ancora accadere, vista la quantità di giurie chiamate ancora a pronunciarsi di qui a sabato.

 POLLICE IN SU PER MANESKIN E COLAPESCE-DIMARTINO - Anche se c'è chi lo nega, quello dei Maneskin è rock duro e puro. Certo rock all'italiana, ma pur sempre genuino, sporco e maleducato: la loro "Zitti e buoni" è destinata a percorrere una buona strada fuori dall'Ariston. Lo stesso accadrà per Colapesce e Dimartino, grazie a una "Musica leggerissima" con deliziose reminiscenze seventies, in particolare nei rimandi ai primi Matia Bazar. Troppo forzata l'interpretazione di Aiello, sotto la cui veemenza non pare esserci molto se non un brano che musicalmente non appare modernissimo come nel testo, mentre per Max Gazzè c'è il rischio di cadere nella... prevedibilità dell'imprevedibilità. Alla fine persino gli Elii hanno stufato con la loro ricerca dell'originalità a tutti i costi... "Il farmacista" è comunque ancora un prodotto di spessore, certo con sprazzi di genialità, ma che sostanzialmente nulla aggiunge al suo percorso artistico. Gli devo comunque dare atto di avermi fregato: pensavo che la sua Trifluoperazina monstery band fosse un gruppo reale, di giovani musicisti sconosciuti, e invece erano dei cartonati di personaggi iconici. E vabbè.

 FASMA SUL SICURO, MISTERO RENGA - Fasma ha fatto breccia nel cuore della demoscopica con un "capitolo 2" del brano che gli ha dato popolarità l'anno passato. Nulla di male: per quanti anni abbiamo osannato e gratificato economicamente, comprandone i dischi, cantanti italiani e stranieri che proponevano ogni anno lo stesso pezzo, con piccole variazioni sul tema? Qui c'è almeno uno stile riconoscibile a chi frequenta quei territori musicali. Allegrotta, coinvolgente e neppur troppo spiazzante "Fiamme negli occhi" dei Coma_Cose, Madame più "omologata" del previsto, adattata cioè al palco sanremese che ne ha smussato certi angoli, anche se il punto forte rimane la sua particolarissima, straniante, distorta maniera di "porgere" la canzone, mentre chi non ha esitato a lanciarsi nel buio, sfidando le giurie, è stato il buon Ghemon con una miscela di jazz, soul e funk di non facile digeribilità, eppur rimarchevole. Una postilla per Francesco Renga: che non sia più molto "a fuoco" è chiaro perlomeno dalla sua precedente, opaca performance ligure del 2019, e ieri ha nuovamente lasciato interdetti. Forse qualche difficoltà esecutiva, sicuramente un'opera dalla costruzione strana e ardua da percorrere anche per corde vocali d'eccellenza come quelle del bresciano. Gli strali per lui si sprecano, io voglio riascoltarlo, perché non mi pare  terribile: sicuramente più ardimentoso di due anni fa, quando non rischiò alcunché e andò incontro al disastro.

 BATTAGLIA TERRIBILE CON LA SERIE A - Stasera seconda infornata di big e giovani. La battaglia è terribile: se ieri in concorrenza c'era "solo" la Juventus, ossia la squadra più amata e seguita in Italia, oggi c'è il resto della Serie A (con Ibra assente forzato all'Ariston, e non è detto sia un male), e c'è soprattutto il derby della Lanterna. Io ovviamente vedrò Sanremo, per antica passione e perché odio profondamente la stracittadina, una partita che provoca in me solo ansia e tensione, ma ovviamente sarò costretto a uno zapping compulsivo, perché al cuor calcistico non si comanda. Anche nel 2011 un derby genovese si svolse nei giorni del Festival, ma venne evitata la sovrapposizione anticipandolo al tardo pomeriggio. Vedremo come andrà, e capiremo nei prossimi giorni se, dati Auditel alla mano, sarà il caso di porre mano a un ripensamento della concezione artistica del progetto Sanremo, per quanto riguarda le edizioni future. Tante sbavature, tanti lati oscuri erano già emersi in questi anni (e puntualmente registrati su queste pagine, se avete avuto la bontà di leggere), ma il successo oceanico di pubblico aveva mitigato il tutto. A volte prendere qualche facciata fa bene, ma avremo modo di riparlarne.

venerdì 18 dicembre 2020

VERSO SANREMO 2021: ECCO I 26 CAMPIONI! SARA' UN FESTIVAL FUTURISTA, CON AMPIO SPAZIO INDIE. LA MUSICA ITALIANA SI RINNOVA


Il Festivalone scoppia di salute. E' un grido quasi disperato di vitalità, quello che prorompe dal megalistone di 26 Campioni diramato ieri sera da Amadeus durante la lunga diretta di Sanremo Giovani. Gli aggettivi "spiazzante" e "contemporaneo" per descrivere il cast sono stati utilizzati già più volte, negli ultimi anni. Non a sproposito, intendiamoci, visto che la linea artistica intrapresa da almeno un lustro va proprio nella direzione di un'innovazione rivoluzionaria. Perché lo svecchiamento dei ranghi, ad essere precisi, è in atto pienamente già dall'inizio di questa decade (andatevi a leggere i Campioni di Sanremo 2010 confrontandoli con quelli di appena due anni prima, per dire), ma nelle ultime edizioni si è andati oltre, molto oltre, osando come non mai. Prima timidamente con Conti, poi sempre più convintamente col secondo Baglioni e col primo "Ama", le porte dell'Ariston sono state aperte a indie e rapper. Ecco, il cartellone del Festival numero 71 rappresenta l'apice di questa foga futurista: il sottobosco della nuova musica italiana non è mai stato così massicciamente rappresentato fra gli ammessi alla gara più prestigiosa. Se prima pareva un azzardo presentare anche i soli Stato Sociale (che ritroveremo in Riviera a marzo), nel 2021 almeno una decina di caselle sono occupate da nomi che faranno sobbalzare sulla sedia i "benpensanti", o più modestamente il pubblico classico della kermesse, quello un po' più attempato, sia detto senza offesa, ma non solo, perché anche molti della mia generazione, quarantenni o giù di lì, guardano l'elenco di cantanti e non capiscono, trasecolano, si voltano dall'altra parte con una smorfia di disgusto. 

IL FERMENTO DELLA NUOVA MUSICA ITALIANA - Ecco, mi spiace, ma indietro non si torna. Vivaddio, il mondo cambia e la musica con esso. L'universo indie (inteso come ambito di provenienza e origine di tanti emergenti che saranno in lizza), l'immensa galassia rap e trap sono in profondo fermento, mai come adesso, e reclamano giustamente spazio mainstream dopo esserselo conquistato attraverso altri canali. Sanremo 2021 somiglia enormemente al festival ideale vagheggiato per anni da molti, non solo dai critici di professione: cioè una rassegna che non sia passerella dei soliti noti, spesso ormai a corto di argomenti, fuori mercato e ignoti alle nuove generazioni, ai Millennials. I Campioni di marzo sono anche un invito alla curiosità, uno stimolo intellettuale all'appassionato canoro italiano solitamente pigro: uscite dal vostro microcosmo fatto dei tre-quattro artisti straconosciuti e amati, apritevi alle nuove tendenze, ascoltate, conoscete, approfondite. e, se è il caso, apprezzate.  Lo dice uno che all'inizio di questo secolo era caduto vittima di un pericoloso nostalgismo canoro fine a se stesso, per poi scoprire che è bello e importante stare al passo coi tempi, sforzarsi di capire il nuovo che avanza. Tutto questo per dire che personaggi come La Rappresentante di lista, Aiello, Coma_Cose, Madame, Colapesce-Dimartino, Fulminacci hanno tanto da raccontare, e lo sanno raccontare bene. Portano avanti sonorità affascinanti e nuovi modi di scrivere, ma nella maggior parte dei casi si tratta di stili e generi che possono comunque risultare tutt'altro che indigesti anche ai più tradizionalisti, sol che non si alzi un muro pregiudiziale davanti a loro. 

BIG O NON BIG? - Anche gli interrogativi del tipo "ma questi sono big?", lasciano il tempo che trovano. A Sanremo, la categoria regina ha spesso avuto confini elastici: nell'84 erano forse big Fiordaliso, Castelnuovo, la Mannoia, Garbo, gli Stadio? Certo già abbastanza conosciuti, ma non venditori di dischi in quantità, ciò che all'epoca era il parametro principale per misurare il livello di affermazione di un cantante. Nell''86 erano Big Marco Armani, Zucchero e Flavia Fortunato? Non scherziamo. E nel '97, erano big i Dirotta su Cuba, Nek, i Cattivi Pensieri, i Ragazzi italiani? Il discorso è che gli organizzatori di turno hanno spesso forzato la mano, promuovendo a "Campione" chi ancora non lo era, ma aveva indubbio talento e una proposta artistica interessante, e quindi era giusto metterlo sotto la luce dei riflettori, imporlo al grande pubblico e farlo decollare. Qualche volta ha funzionato, altre no, ma storicamente è sempre stato così e sorprendersi adesso è sintomo di pessima memoria. 

LE PRIMEDONNE E I FAVORITI - L'allargamento del listone "vip" a una quantità record di cantanti, che era stata raggiunta solo in occasione dello splendido Sanremo '88, ha avuto del resto anche questa funzione: immettere nella colossale macchina promozionale della kermesse un numero elevato di volti parzialmente nuovi, riequilibrando però con tanti personaggi familiari e rassicuranti. Se su 26 cantanti ce ne sono quindici - sedici ampiamente collaudati sui palchi generalisti, credo ci sia poco spazio per le recriminazioni. Abbiamo dunque la miglior voce maschile pop degli ultimi quindici anni, quel Francesco Renga che deve farsi perdonare la fiacca partecipazione del 2019 e, magari, anche l'infelice uscita dell'epoca, nella notte del Dopofestival, sulle voci femminili; a proposito di gentil sesso, ecco tutte insieme le primedonne del ventunesimo secolo, Malika Ayane e Annalisa, Noemi e soprattutto un' Arisa che è sempre garanzia di qualità, portando in dote la voce più tecnicamente perfetta, armoniosa, emozionante, sperando ovviamente sia sorretta da una canzone decente. E poi non dimentichiamoci di Francesca Michielin, il cui ritorno avevo auspicato poche settimane fa su questo blog, che alza la posta facendosi accompagnare addirittura da Fedez, ricostituendo un'accoppiata ammazza-classifiche e prenotando fin da ora la poltrona riservata ai favoritissimi, anche se la battaglia per il primato promette di essere accesissima, e dovrebbe coinvolgere anche Ermal Meta e, perché no, lo Stato Sociale, ossia due fra le più belle realtà emerse dai Festival recenti. Le caselle dedicate ai divi pop del momento sono state adeguatamente riempite con Irama, Gaia Gozzi e Maneskin, e direi che si possa essere abbastanza soddisfatti, mentre la valorizzazione di Sanremo Giovani passa per il nome di Fasma, che dopo l'edizione 2020 è stato più convincente del vincitore Leo Gassman, rimasto al palo. Mi piace rimarcare il ritorno di Ghemon, incompreso nel 2019 con la splendida e suggestiva "Rose viola". 

OSTRACISMO PER I '90 - Pochi veterani, secondo consolidata tendenza degli ultimi anni. Dispiacerà a qualcuno, ma anche questa scelta mi trova in larga parte d'accordo: ci siamo sorbiti per anni, e senza validi motivi discografici, Al Bano e Patty Pravo, possiamo tranquillamente farne a meno, d'ora in poi. C'è un giusto tributo a una certa età dell'oro dell'italica melodia col ripescaggio di Orietta Berti, peraltro divenuta nel tempo personaggio televisivo tout court ma sicuramente non prezzemolino festivaliero, mentre ci sarebbe casomai da ridire sull'insistito ostracismo ai protagonisti degli anni Novanta, che personalmente non mi spiego. Alti lamenti, in tal senso, si stanno già levando da più parti, ma la proclamazione di presunte ingiustizie subìte è forse l'aspetto più triste, da sempre, delle lunghe vigilie sanremesi. Io avevo chiesto, in tempi non sospetti, un'edizione partecipata, ossia allargata al più alto numero possibile di artisti, perché dopo un anno così terribile era necessario aprire a tanti cantanti la fondamentale ribalta ligure. Avevo anche auspicato si superasse la... soglia psicologica di 26 big, come detto numero massimo di ammessi nella storia della kermesse toccato in precedenza solo nell'88, ma mi rendo conto che, per esigenze televisive, non si possa andare oltre certi limiti, se non correndo il rischio di allungare il brodo e di creare uno sgradevole effetto ammucchiata. Ma, insomma, tutto è stato fatto per rendere Sanremo 2021 "open": dopodiché, se le domande di partecipazione sono oltre 300, bisogna avere anche il buon gusto di accettare una esclusione che, mai come questa volta, rientrava ampiamente nel calcolo delle probabilità. 

MORGAN E GLI OSPITI EVITABILI - Qualche annotazione a margine: giustizia è fatta per Bugo, che già a febbraio aveva presentato un pezzo interessante, a cavallo fra vintage e contemporaneità, e che potrà agire liberamente senza l'ombra insopportabile di Morgan, il quale ieri, in apertura di serata, è stato giustamente "cazziato" e liquidato da Amadeus dopo le affermazioni a proposito della sua esclusione dai Campioni. Ricordiamo che l'ex Bluvertigo, nonostante l'imbarazzante sceneggiata di Sanremo 2020, era stato ripescato inconcepibilmente dallo stesso direttore artistico, che lo aveva inserito nella giuria di Ama Sanremo. Ma il discorso è più complesso e riguarda non solo il Festival, non solo "Ama", non solo la Rai, ma tutto il sistema comunicativo italiano, soprattutto televisivo: ci sono personaggi inqualificabili che, ormai è noto, ovunque vadano fanno "casino" e mandano tutto a carte quarantotto. Uno di questi è proprio Morgan, ma in altro ambito potrei citare Sgarbi, ad esempio: perché continuare ad invitarli, a dare loro importanti tribune mediatiche, a consentire loro addirittura la promozione delle rispettive attività? Se lo si fa, poi è persino inutile inalberarsi e prendere provvedimenti disciplinari. Vorrei rassicurare la Rai: il pubblico italiano può tranquillamente fare a meno di Morgan, Sgarbi e compagnia sbraitante. Per sempre. 

IL TRAMONTO DI RED - Considerazioni che ci riportano anche al caso Red Ronnie, quello che non parla mai di Sanremo ma che, pochi giorni fa, ha spoilerato una presunta lista di Big dalla quale mancavano otto nomi e nella quale era presente Leo Gassman, mentre gli altri erano grosso modo personaggi più volte citati dai mezzi di comunicazione, quindi sai che scoop. E soprattutto c'era Achille Lauro, annunciato pomposamente come probabile vincitore del Festival e che, invece, non è manco in gara. Una figuraccia epocale, dopo la quale ci si andrebbe a nascondere per il resto dei propri giorni, se fossimo in un Paese normale, ma ahimé non lo siamo. Resta il gesto antipatico, sgradevole, di voler  bruciare l'annuncio di Amadeus e una prima serata Rai, quella Rai che fino a qualche tempo fa dava spesso e volentieri ospitalità a Ronnie, nella tribuna domenicale di Mattina in famiglia, giusto per ricollegarsi a quanto detto su Morgan e Sgarbi. 

NUOVE PROPOSTE - Flash sui giovani: spiace per l'esclusione di Hu, contemporanea e originale anche se frenata da un modo di cantare imperfetto e con una pronuncia troppo spiccatamente adolescenziale, nonché con pesanti inflessioni dialettali. Era comunque una proposta interessante così come lo scricciolo Galea, rimasta esclusa già nella fase eliminatoria. Per il resto, i verdetti sono stati equi: Folcast e Davide Shorty portano avanti con coraggio generi non più tanto praticati dalla gioventù italiana, oscillando fra jazz, soul, rhythm and blues, Gaudiano ha un testo intenso, forte, crudo, sostenuto da una struttura melodica in linea col cantautorato moderno, la sua "Polvere da sparo" può essere una delle canzoni top di Sanremo 2021. Avincola sfodera un certo spirito ingenuo e naif ma al contempo furbetto, con un'orecchiabilità che poggia però su di un testo abbastanza insolito. Al passo coi tempi la canzone di Wrongonyou, uno che ha idee chiare e capacità di scrittura nonché un brano di buona cantabilità, più classicheggiante e "sanremese" Greta Zuccoli, da riascoltare i due di Area Sanremo, Elena Faggi e i gemelli Dellai. Si parte (forse) il 2 marzo. 

venerdì 27 novembre 2020

SANREMO 2021 O FESTIVALBAR DI SANREMO? I DUBBI SULLE DATE, COMPRENSIBILI FINO A UN CERTO PUNTO, E UN'ANALISI SUI BIG PAPABILI

 Sanremo 2021 è al momento un enorme punto interrogativo. In tempi di pandemia, probabilmente, non potrebbe essere altrimenti, ma un po' di magone e di preoccupazione ci sono. L'appuntamento, si sa, è per la prima settimana di marzo, ma nei giorni scorsi sono circolate con insistenza le voci di un possibile, ulteriore rinvio. Ulteriore perché, lo ricordiamo, negli ultimi anni il Festivalone era tornato nella collocazione storica di inizio febbraio, e lo spostamento di un mese rappresentava, nelle intenzioni degli organizzatori, la volontà di mettersi a... distanza di sicurezza dagli ultimi colpi di coda del Covid. Poi, certo, la situazione è peggiorata, ma la recrudescenza non è stata proprio un fulmine a ciel sereno. Si è trascorsa l'estate a discutere di seconda ondata, il quadro si è aggravato oltre le previsioni per tutta una serie di motivi che non sarebbe corretto esporre qui. Al di là di tutto, previsioni circa l'andamento di lungo periodo di questo flagello sanitario pare impossibile farne anche per gli esperti, e si naviga dunque a vista in tutti i campi. 

PALETTI - Dei paletti, dei punti fermi, è pero necessario mantenerli, perché in un quadro così fluttuante è doveroso ancorarsi a un minimo di programmazione. I principali tornei di calcio professionistici nazionali e internazionali, per fare un esempio a me caro, si giocano, pur con enormi limitazioni, con rinunce, con protocolli rigidi, con gli stadi vuoti, ma si va avanti anche in queste settimane così dure e angosciose per il Paese. Una rassegna canora è già qualcosa di diverso, per carità, ma è stata comunque apprezzabile la scelta della Rai di fissare con largo anticipo delle date e di tracciare una road map molto precisa e rigorosa, un percorso di avvicinamento che ruota essenzialmente attorno alla selezione delle Nuove Proposte tramite la trasmissione AmaSanremo, conclusasi ieri, e la finalissima del 17 dicembre al Teatro del Casinò rivierasco. 

MEGLIO MARZO O APRILE? - Tutto questo per dire che, ora come ora, i balletti e i tentennamenti attorno a un progetto già deciso mi sembrano fuori luogo, perché una data stabilita oggi potrebbe non essere più plausibile domani. Spostare la kermesse ad aprile, come in molti quasi esigevano? Sì, forse ad aprile la situazione sarà migliore rispetto a marzo sul fronte virus, anzi è possibilissimo sia così, ma potrebbe anche essere il contrario, potremmo stare meglio a marzo e peggio ad aprile, nella deprecata eventualità di una terza ondata di cui qualcuno comincia a sussurrare. Certo, nel frattempo è arrivata la gioiosa novità del vaccino (anzi, dei vaccini), ma, al di là dell'ottimismo forse eccessivo di certe cronache, sono tutti da verificare tempi e modalità di somministrazione. 

Il mio parere, già espresso nelle scorse settimane, è che Sanremo si "deve" fare: mai come in questo momento sarebbe determinante, quasi vitale, per far ripartire il mondo dello spettacolo e quello della discografia, che stanno pagando un prezzo esorbitante, direi drammatico, allo stop pandemico. Sul punto secondo me c'è stato un grave errore comunicativo di Amadeus, che tanti meriti ha accumulato finora nella sua gestione festivaliera ma che spesso incappa in disavventure verbali di non poco conto. Il direttore artistico ha iniziato la marcia di avvicinamento affermando di non voler pensare a un Sanremo in tono minore, dimezzato, ridimensionato. Ma dire così significa semplicemente salutare Sanremo 2021 e dare direttamente l'arrivederci al 2022. Perché nel 2021, perlomeno nella prima metà, non potrà esserci alcun evento spettacolare in forma "normale". Ecco perché, in teoria, aprile vale marzo. Anche con la rassegna spostata in primavera, ritengo dovranno comunque essere seguiti rigidi protocolli sanitari di sicurezza, non si potrà riempire totalmente l'Ariston, non si potrà consentire l'afflusso in massa di cittadini, turisti e addetti ai lavori nelle strade della località ligure. 

IL... FESTIVALBAR DI SANREMO? - Perché il punto dolente sta anche qui: un Festival senza pubblico, senza indotto, senza "casino" di contorno (un casino remunerativo per tante attività commerciali) sarebbe un Festival assai depotenziato. Se ci si illude che passando da marzo ad aprile la situazione cambierà radicalmente, come per magia, va bene tutto e, sia ben chiaro, io me lo auguro caldamente, ma, per l'appunto, temo sia un'illusione e nulla più. Forse solo una rassegna a ridosso dell'estate potrebbe rappresentare una soluzione con basi più solide. Certo, diventerebbe il Festivalbar di Sanremo, ma in un'epoca così assurda ci starebbe anche. Ciò che conta è l'ufficialità: il direttore di Rai 1 Claudio Fasulo prima, e Amadeus poche ore fa, hanno confermato la manifestazione nelle date previste, e il sindaco della città Alberto Biancheri ha sottolineato di non aver indirizzato a viale Mazzini alcuna richiesta di spostamento, contrariamente a quanto molte testate si erano affrettate a scrivere, ma è evidente che il quadro sia in divenire e imprevedibile.

PRONOSTICI DIFFICILI - Ha senso, alla luce di tutto ciò, cominciare ad azzardare pronostici sui possibili Big in gara, come da piacevole tradizione di questo periodo dell'anno? Non molto, direi. Anche qui, indicazioni contrastanti: in sede di presentazione di AmaSanremo, il direttore artistico si era detto soddisfatto perché a quel momento era arrivato più del doppio delle proposte ricevute dodici mesi prima alla stessa data, fra le quali c'erano anche i provini di qualche nome di rilievo. Poi, voci peraltro non confermate hanno parlato di pezzi scadenti e di nessun grosso calibro in lizza. Ora l'orizzonte sembra essersi di nuovo rasserenato: trecento le proposte arrivate sul tavolo di "Ama" e, parole sue, almeno cento "bellissime". Chi ci capisce è bravo. Proprio sul fronte dell'allestimento del cast, ça va sans dire, l'incertezza sulle date potrebbe risultare esiziale, perché pur in periodo di blocco o semi blocco, gli artisti e i loro entourage non possono fissare impegni da un giorno all'altro, devono sapere quando muoversi, avere un programma definito: non vanno lì a prendere semplicemente un microfono in mano, c'è dietro un'organizzazione lunga e complessa. 

I RITORNI E LE DONNE - In ogni caso, proviamo a dare qualche indicazione di massima, perché anche qui c'è una data ufficiale, impressa a chiare lettere sul regolamento: il 17 dicembre, giorno della selezione finale dei giovani, dovrebbe anche essere comunicato il listone dei Campioni, in teoria venti, ma nella realtà destinati a lievitare di qualche unità, secondo consuetudine. E dunque: come al solito, guardiamo a chi manca da parecchie edizioni e sarebbe tempo che tornasse. Da Malika Ayane a Francesca Michielin, da Ermal Meta a Fabrizio Moro tre anni dopo la loro vittoria in coppia, e poi l'estrosa Dolcenera, la raffinata Simona Molinari, e perché no una Emma che potrebbe pure rimettersi in gioco, visto che la sua ultima partecipazione in concorso (con annesso trionfo) risale al 2012. Tanti nomi femminili, come si vede, perché Sanremo 2021 dovrà necessariamente essere più "rosa" dopo le presenze ridotte delle ultime kermesse. A tal proposito, i grossissimi nomi, fra le rappresentanti della cosiddetta "altra metà del cielo", potrebbero essere Carmen Consoli o Gianna Nannini, mentre è arduo sperare in un ripensamento di Giorgia, tipica cantante da Festival, nata artisticamente all'Ariston ma che, nel tempo, ha sviluppato una certa idiosincrasia alle gare, e ho quasi perso le speranze per Alessandra Amoroso, ma quest'anno è così particolare che mai dire mai.... 

Poi ci sono Baby K. e Giusy Ferreri che, magari stanche della routine dei tormentoni estivi, potrebbero cimentarsi nelle più ovattate atmosfere invernali o primaverili, il che per la siciliana non sarebbe una primizia, ma casomai un tentativo di rivincita dopo troppe delusioni canore patite in Liguria. Il nome più gettonato, e non potrebbe essere altrimenti, è quello dell'ultima "amica" di Maria De Filippi, ossia Gaia. Il mio sogno? Levante, una delle vincitrici morali di Sanremo 2020, che torna con un pezzo ancora più forte di "Tikibombom" e conquista medaglia d'oro e consacrazione definitiva. Anche Elodie potrebbe provare a battere il ferro finché è caldo. 

I MASCHIETTI - Capitolo maschietti: detto di Meta e Moro, ovviamente separati, il nome relativamente nuovo potrebbe essere quello di Pago, mai visto al Festival ma rilanciato prepotentemente dall'ultima edizione di Tale e Quale Show. In quota cantautorato attendiamo speranzosi un ritorno di Samuele Bersani, ultima presenza nel 2012, del sofisticato jazz di Cammariere o di Niccolò Fabi, autore fra i più sensibili assente da tempo immemore dalla ribalta festivaliera, mentre c'è un Gianluca Grignani in cerca dell'ennesimo rilancio, così come Kekko Silvestre e i suoi Modà, fino a pochissimi anni fa dominatori delle classifiche, ma la musica pop consuma in fretta i suoi miti... Chissà che, a due anni dall'imprevedibile vittoria di "Soldi", non si riveda un Mahmood  la cui popolarità necessita comunque di una certa rinfrescata, mentre Rocco Hunt ricomparirebbe più maturo e sicuro di sé, dopo gli ultimi successi discografici in coppia con Ana Mena.  

GLI SCETTICI DEL FESTIVAL - Non dimentichiamoci di Michele Bravi, rivelazione del 2017 poi rimasto al palo per seri motivi personali, e di Bugo, che giustamente vorrebbe farsi risentire per bene e senza intoppi, dopo che la sua bella "Sincero" è stata oscurata dalla surreale diatriba con Morgan, perdonato a tempo di record dalla Rai tanto da diventare uno dei giudici di AmaSanremo. Qui i superbig potrebbero essere i Negramaro, mai più in concorso dopo la clamorosa bocciatura del 2005 ma appena usciti con un nuovo album, un Gigi D'Alessio sempre disponibile con Sanremo, Dodi Battaglia, che secondo le cronache ci aveva provato già due anni fa, irriducibili "scettici" del Festival quali Cesare Cremonini e Luca Carboni, o addirittura un Ultimo smanioso di "vendetta" dopo lo smacco del 2019, e ora campione assoluto delle classifiche. Novità assolute, ma non imprevedibili, sarebbero Tommaso Paradiso, ancora alla ricerca di una precisa identità canora dopo la fine dell'esperienza con The Giornalisti, e Fede senza il fidato Benji. L'amico Luca Valerio, conoscitore e attento analista delle cose sanremesi, mi suggerisce un'eventualità clamorosa, una réunion dei Pooh (magari senza utilizzare il marchio originario, solo con i nomi anagrafici) nel ricordo di Stefano: a mio parere sarebbe una presenza troppo ingombrante per la gara, per un sacco di motivi, principalmente sul piano emozionale, ma forse come superospiti... Vedremo. 

I FRESCHI DELUSI - Più riscatto che rilancio è quello di cui abbisognerebbero Arisa, Nek e Francesco Renga, presenti appena due anni fa ma con una partecipazione assolutamente al di sotto delle aspettative, per motivi diversi che furono qui analizzati all'epoca. Allo stesso modo, non è escluso che ci riprovi qualcuno già in lizza nel 2020 senza riscontri apprezzabili, penso a Giordana Angi, ad Alberto Urso o a Riki. Tornando al 2019, papabili Irama, nel frattempo divenuto protagonista delle chart soprattutto estive,  Shade e i Boomdabash, ottimi all'esordio sanremese. 

GIOVANI, INDIE, RAP - Il vivaio sanremese ha lanciato nell'ultima edizione, oltre al vincitore Leo Gassman, ragazzi di valore come Fasma e gli  Eugenio in via di Gioia. Altamente probabile che qualcuno di loro trovi spazio, minori possibilità per gli emergenti dei Festival precedenti, pur validi, come il multiforme Lorenzo Baglioni, Mirkoeilcane, Zibba, che pure sono artisti meritevoli e originali. Fra gli ex talent, possibili i tentativi di  Lorenzo Fragola, dei Kolors, o la prima volta dei Maneskin. Poi ci sono le due immense galassie delle indie e del mondo rap - trap, dalle quali Amadeus vuole sicuramente attingere a piene mani, nella speranza che arrivino proposte all'altezza. Fra i primi citiamo Calcutta, Fulminacci, Brunori Sas, Colapesce con Dimartino, La Rappresentante di lista, Gazzelle, Roberta Giallo, Patrizia Laquidara, Dente, Cristina Donà, Ginevra Di Marco. Fra i secondi, nomi mainstream come Emis Killa, Myss Keta, Ghali, Marrakash, Fred De Palma, Capo Plaza, Carl Brave, o emergenti già di gran successo come Tedua, Ernia, Tha Supreme, Madame. C'è di che sbizzarrirsi. 

I VETERANI E I DIMENTICATI - E come tralasciare l'immenso catino delle vecchie glorie, dei veterani? Per la verità, negli ultimi anni hanno giustamente avuto meno spazio anche perché, per troppo tempo, molti di loro (quasi sempre gli stessi) sono stati riproposti all'Ariston pur avendo ormai scarsissimo peso sul mercato (Al Bano e Patty Pravo, per dire).  Un nome un po' insolito da "ripescare" potrebbe essere quello dei Matia Bazar, in formazione rinnovatissima col solo "vecchio saggio" Fabio Perversi a tenere saldo il legame col passato, e ora portatori di un pop più fresco, radiofonico, immediato. Andando indietro nel tempo, perché non azzardare una presenza in gara dei ricostituiti Ricchi e Poveri, dopo la trionfale ospitata del febbraio scorso? Da anni auspichiamo la réntrée di Massimo Ranieri, ma è dura; il nome boom in questo campo sarebbe quello di Loretta Goggi, troppo poco presente nella storia di Sanremo, mentre ci sarebbe il solito esercito dei divi anni Novanta e primi Duemila, frettolosamente messi da parte dai circuiti mainstream ma ancora orgogliosamente in pista. Nomi sparsi, tutti plausibili: Lisa e Paolo Vallesi, i delusi dell'ultima edizione perché esclusi nonostante il buon viatico della vittoria a "Ora o mai più", lo show Rai dedicato ai cantanti dimenticati, e poi Francesca Alotta, Massimo Di Cataldo, Jalisse, Syria, Mietta, Silvia Salemi, Marina Rei, fino a Barbara Cola e Jessica Morlacchi, altre protagoniste dell'ultimo Tale e Quale. 

giovedì 7 febbraio 2019

SANREMO 2019, LA SECONDA SERATA: LO SPETTACOLO STENTA A DECOLLARE, APPESANTITO DAI SUPER OSPITI. IN GARA BENE NEK E NEGRITA


Le precarie sorti di Sanremo 2019 si reggono quasi unicamente sulle spalle dei cantanti in gara e dei loro pezzi. Qualche decennio fa sarebbe stata un'ovvietà, ma da un po' di tempo non lo è più: da quando, precisamente, il Festivalone ha mutato pelle trasformandosi da gara musicale a show musicale, arricchito cioè da numeri di varietà e da ospitate più o meno clamorose. Un evento mediatico che, insomma, affida il suo successo televisivo più alla cornice che al quadro: solo che quest'anno la cornice sta palesando una debolezza in parte inattesa, relativamente ai padroni di casa, e in parte largamente prevedibile, pensando allo stracco cast di stelle fuori concorso in passerella. 
LIEVE CRESCITA - Anche la seconda serata, pur facendo registrare una lieve crescita qualitativa del livello spettacolare, ha comunque messo a nudo scelte infelici sul piano autoriale e la sostanziale, totale inutilità dei siparietti coi cantanti italiani non in gara, a proposito dei quali sarebbe opportuno scatenare una vera e propria battaglia, ma ne accennerò più avanti. Il trio di conduttori continua a pagare dazio: sottotono il direttore artistico, più che mai aggrappato all'incerta, ennesima esecuzione dei suoi classici, frenato un Bisio che appare come il classico pesce fuor d'acqua, mentre Virginia riesce a strappare la sufficienza grazie al talento e al mestiere (di buona fattura la sua dissacrante versione della Carmen di Bizet), ma non si può negare che ci si attendesse qualcosa di più anche da lei. 
LA SORPRESA PIO-AMEDEO - Peraltro forse ci siamo abituati male: non è Sanremo il luogo in cui personaggi come Bisio e Raffaele possono dare libero sfogo al loro estro, tanto più se sono chiamati in primis ad esercitare il ruolo di padroni di casa. Se devi presentare, diminuisce lo spazio da dedicare a ciò che si sa far meglio: paradossalmente, ma neanche tanto, meglio un quarto d'ora da ospite in cui fornire ampi saggi delle proprie doti da mattatori o mattatrici. Non a caso Virginia fece benissimo tre anni or sono, quando la responsabilità della conduzione era in larga parte a carico di Carlo Conti; e non a caso l'intermezzo più riuscito di ieri sera è stato, a tarda ora, lo sketch irriverente e fuori dagli schemi di Pio e Amedeo. Nello scarso appeal della "sceneggiatura" della kermesse stanno incidendo le scelte autoriali di cui si diceva: perché riportare sul palco Favino prima e Hunziker poi è stato un doppio autogol. I due anfitrioni del 2018 hanno infatti messo ancor più a nudo i limiti di quelli di quest'anno, con due apparizioni brevi ma portatrici di brio e brillantezza in serate assai monotone: in particolare, il duetto Bisio - Michelle in "La lega dell'amore" è stato forse il momento più saporito di queste prime dieci ore di diretta, ritorno di fiamma dell'antica, comune militanza sullo scanzonato palco di Zelig. 
LACUNE AUTORIALI E PREMI ALLA CARRIERA DISCUTIBILI - Scarsa fantasia anche nell'utilizzo dell'icona Pippo Baudo: non c'era davvero niente di meglio che rispolverare il ricordo della "canzone del secolo" proclamata nell'85 per consentire poi a Baglioni di eseguire, per l'ennesima volta, "Questo piccolo grande amore"? A proposito della quale Pio e Amedeo non hanno forse tutti i torti (lo dico un po' per scherzo un po' sul serio...): bellissima, intramontabile, stupenda, ma il troppo stroppia (fermo restando che per me non è nemmeno la miglior composizione del cantautore romano, ma qui entriamo nel campo dei discutibilissimi gusti personali). Per chiudere questa catena di strafalcioni, e pazienza se mi attirerò qualche antipatia: era proprio necessario assegnare il premio alla carriera a Pino Daniele, oltretutto quasi di soppiatto e senza omaggiarlo con qualcuno dei suoi splendidi brani?
Mettendo da parte la malinconia per un fuoriclasse che ci ha lasciati troppo presto, e parlando in termini pratici, il compianto Daniele non ha mai messo piede a Sanremo in gara, e solo una volta in qualità di ospite. Fra chi invece ha concorso più volte, ottenendo anche notevoli successi, c'è ad esempio un altro campano, tal Peppino Di Capri, plurivincitore e pluripartecipante, che un riconoscimento di tal guisa lo meriterebbe senz'altro, così come altri personaggi che hanno fatto la storia di questa manifestazione, senza mai sottrarsi al brivido della tenzone canora. Non si tratta di fare gli snob e gli offesi verso chi dalla Riviera si è quasi sempre tenuto lontano, per scelta personale rispettabilissima: casomai è vero il contrario, ossia lo snobismo esiste verso tanti validissimi artisti che proprio grazie a Sanremo hanno costruito buona parte della loro carriera. Va bene Pino, insomma, per un trofeo che comunque non aggiunge alcunché alla sua grandezza, ma non dimentichiamoci di altri musicisti e cantanti amati e titolati (Zanicchi, Bobby Solo, Cinquetti, Don Backy, Leali, Fogli...).
NEK, VOLO E BERTE' PUNTANO IN ALTO - Serate come quelle di ieri e di oggi sono fondamentali per apprezzare maggiormente le caratteristiche e il livello delle opere in gara, dopo l'indigestione del gala di apertura. Le prime impressioni sono in buona parte confermate: Nek ha la canzone tormentone che può puntare alla vittoria, ma troverà temibili avversari nel Volo, che sono andati sul sicuro fornendo una versione riveduta e corretta di "Grande amore", italica melodia con spiegamento di voci nel ritornello, nel solco della tradizione sanremese, pertanto autorevole candidata all'alloro finale. Occhio però a Loredana Bertè, finalmente sul pezzo con una proposta d'autore, classica e moderna al contempo, e bene interpretata. Piace Arisa in vesti assai pimpanti e con echi di musical, oltretutto più umana del solito, avendo incontrato difficoltà di esecuzione forse per la prima volta nella sua lunga storia in Riviera. Difficoltà palesi anche per Paola Turci, frenata forse da malanni di stagione, ma la sua proposta non è male, anche se meno esplosiva e immediata della splendida "Fatti bella per te".
OTTIMO SILVESTRI, BENE I NEGRITA - Originale e ben scritta "Rose viola" di Ghemon, curioso il rock martellante di Achille Lauro, Silvestri ai massimi storici con un un racconto di vita teso, serrato, di quelli che lasciano l'amaro in bocca. Non orecchiabile, non radiofonico, ma non è detto che non possa godere di lunga e felice vita dopo i passaggi all'Ariston: di certo, entrerà a buon diritto nelle scalette dei live del cantautore, e credo gli porterà nuovi consensi. Non si sono avventurati per strade ardite i genovesi Ex Otago, con una ballatona romantica che sarebbe andata più che bene anche per i Festival anni Ottanta e Novanta (con la speranza che sabato il leader del gruppo ci sveli l'identità delle varie donne che abbraccia a fine performance), così come i Negrita, fedelissimi al loro stile ma assai convincenti con un morbido rock sostenuto da un testo di spessore, per un mix azzeccato che si imprime bene nella memoria. 
ABBASSO GLI OSPITI - Viva la gara, dunque, e più che mai abbasso gli ospiti italiani. Qualcuno mi dovrà spiegare, ma non riuscirà a convincermi, il senso di far venire Mengoni e Mannoia a presentare l loro più recenti o nuovi prodotti. Rispetto ai concorrenti, una disparità di trattamento inaccettabile, che la buona prova del vincitore del 2013, in ottima forma vocale, non può compensare: un'anomalia con esigenze più promozionali che spettacolari, alla quale il nuovo direttore artistico (se nuovo sarà) dovrà avere il coraggio di porre rimedio. Meglio allora, e lo avevo sottolineato già in fase di vigilia, il ritorno di Cocciante, che perlomeno un Sanremo lo ha fatto e lo ha vinto, nel '91, oltretutto sbaragliando una concorrenza monstre (Zero, Tozzi, Minghi, Bertoli... ), e che ha offerto un numero di peso, tratto dall'opera Notre Dame. Anche lui, però, sempre con la solita "Margherita" (oltretutto sbagliata da Baglioni nel duetto); ha un repertorio infinito, altre canzoni meravigliose: se al pubblico offri sempre le stesse cose trite e ritrite, si perde la voglia di scoprire il nuovo, si perdono gli stimoli per pretendere spettacoli più arditi e interessanti. 

mercoledì 6 febbraio 2019

SANREMO 2019: COMMENTO ALLA PRIMA SERATA. TROPPA CARNE AL FUOCO, PRESENTATORI A SCARTAMENTO RIDOTTO


Dopo la prima serata, una sola certezza, che è poi una piacevole conferma: di tutti i Sanremo succedutisi nel ventunesimo secolo, questo è senz'altro il più contemporaneo, il più rappresentativo dell'attuale scena musicale italiana, una vera full immersion nella realtà. Non è poco: in passato ci si è spesso riempiti la bocca con la parola "contemporaneità", che, alla prova dei fatti, nel cast era rappresentata da pochi volti affiancati ai soliti noti, giusto per dare il contentino alle nuove generazioni senza urtare più di tanto il pubblico tradizionale del Festivalone e dell'ammiraglia Rai. Gaudeamus, dunque, se pensiamo a certe definizioni taglienti date dai critici ad alcune edizioni che furono, da "Jurassic Sanremo" a "Fuga da Sanremo". Non si è cercato di rassicurare lo spettatore medio con la solita manciata di Al Bano, Cutugno e compagnia da tempo cantante: una scelta coraggiosa che va rispettata, tanto più nel momento in cui porta a un calo di audience che probabilmente era stato messo in preventivo da direttore artistico e vertici della tv di Stato. 
RAFFAELE E BISIO "FRENATI", SPETTACOLO PIATTO - Per il resto, abbiamo assistito a un'apertura interlocutoria, e non è stata certo la prima volta. Va detto che il format della serata era condizionante: si trattava di proporre, in un'unica lunga carrellata, tutte e 24 le canzoni in gara. Tante, troppe: probabilmente non ci si era più abituati. Da questo punto di vista, nonostante il taglio innovativo della proposta musicale, è stato invece messo in scena uno spettacolo old style: una serata modello "Sanremo di una volta", con una lunga successione di brani, senza troppi diversivi. Proprio per questo, non me la sentirei di bocciare in toto la qualità dello show: è vero, la sensazione è stata di un certo piattume generale, mancanza di guizzi in grado di far saltare sulla sedia i teleutenti. Ma non c'era la possibilità di spaziare troppo, e a pagarne lo scotto sono stati soprattutto i due "battitori liberi" alla presentazione, Virginia Raffaele e Claudio Bisio: in particolare, la verve comica dell'ex conduttore di Zelig è parsa appannata, anche nell'unico momento "solista" avuto a disposizione, con un monologo sui migranti privo di autentica originalità.
BAGLIONI NON BRILLA - Virginia se l'è invece cavata, e del resto, nonostante la giovane età, sa come muoversi sui palchi importanti, variando registri e adattandosi alle circostanze. Le imitazioni e gli sketch li vedremo probabilmente da stasera in avanti, nella serate con meno musica e più intrattenimento; di rilievo comunque il duetto con Pier Francesco Favino nel miscuglio di musical Mary Poppins - Bohemian Rapsody - Sister Act. Un po' poco, d'accordo, ma, ripeto, mancava proprio il tempo materiale per fare di più. Quanto a Baglioni, è stato più discreto rispetto all'onnipresenza del 2018, e questo è un bene, ma anche più "legnoso" e meno a proprio agio: effetto delle polemiche della vigilia? Può essere, visto anche lo scambio di battute con Giorgia a proposito delle sue prospettive professionali... 
TROPPE CANZONI IN UN COLPO SOLO - La musica, adesso. Si diceva della quantità esorbitante di canzoni: da anni non erano così tante al vernissage. Dodici mesi fa i big in gara furono venti, ai tempi di Carlo Conti si raggiunse il tetto massimo di 22 nel 2017, quando però i concorrenti vennero equamente distribuiti nell'arco delle prime due sere. Un menu sovrabbondante e difficile da digerire: sarebbe pertanto ingiusto e avventato, per quel che mi riguarda, cominciar da subito a tranciare giudizi più o meno inappellabili. Non invidio i giornalisti chiamati a fare le loro valutazioni già dopo il primo ascolto in anteprima a loro riservato dalla Rai, qualche settimana fa. E se i blog fossero esistiti già negli anni Ottanta, quando invece era una regola presentare da subito tutti i brani della categoria regina (per ragioni legate alle votazioni Totip, che dovevano concludersi il sabato mattina e che quindi richiedevano un ascolto immediato dei pezzi), mi vien da pensare a che fatica avrei fatto a scrivere qualche nota critica, visto che, prima della finale, le canzoni venivano proposte all'Ariston solo una volta... e mezza (c'era un parzialissimo riascolto nella serata del venerdì), e per poterle apprezzare meglio l'unica soluzione era quella di agire affannosamente sulla manopola della radio alla ricerca di emittenti che trasmettessero già la nuova produzione... 
NEK, ARISA E BOOMDABASH: ORECCHIABILITA' - Anche la scaletta non mi è parsa congegnata in modo perfetto: gran parte dei grossi calibri hanno avuto il privilegio di esibirsi nelle prime ore di diretta, lasciando a notte fonda molti emergenti e volti meno popolari. Si poteva invece spostare dopo la mezzanotte almeno un paio dei personaggi più attesi, per alimentare un clima di attesa che avrebbe spinto maggiormente i rilevamenti Auditel. Poi, certo, in mezzo a tale bombardamento di note qualcosa nelle orecchie è rimasto. Ad occhio e croce, le opere di Nek, Arisa e Boomdabash hanno le stimmate dei potenziali tormentoni, la Bertè presenta un brano tutto sommato convincente e ben interpretato, a sancire il definitivo recupero vocale di un'artista che una decina d'anni fa pareva perduta. Francesco Renga e Il Volo hanno sposato la prudenza, nel senso che sono rimasti fedelissimi alla loro cifra stilistica senza correre rischi innovativi, ma possono comunque lasciare il segno sia al Festivalone che nelle chart.
SILVESTRI, NIGIOTTI E NEGRITA: TESTI DI PREGIO - Chi ha stupito favorevolmente è stato invece Daniele Silvestri che, con la collaborazione di Rancore, sembra aver confezionato un piccolo gioiello cantautorial - rap di raffinata crudezza. Achille Lauro martellante con la sua Rolls Royce (ma il regolamento del Festival non dice che gli artisti "non potranno pronunciare frasi, compiere gesti, utilizzare oggetti o indossare capi di vestiario aventi riferimenti, anche indirettamente, pubblicitari o promozionali"?), Carta e Shade leggerissimi ma assai radiofonici, Mahmood originale e moderno, Ultimo su una linea melodica coniugata al presente e l'ormai nota, eccellente capacità di scrittura. Nigiotti brilla soprattutto per un testo sentito, intimo e commovente, i Negrita portano un pop-rock morbido e avvolgente a sostegno di parole di forte impegno civile. Ma tutto va risentito con calma, e in un contesto festivaliero meno zeppo di voci e proposte. 
OSPITI SUPERFLUI - Rimane da parlare degli ospiti: quelli canori, come volevasi dimostrare, hanno aggiunto poco o nulla allo spettacolo. Abbiamo solo sentito un bel duetto della Bocelli Family in "Follow me", col condimento di un telefonatissimo passaggio di consegne fra padre e figlio, e avuta la conferma che Giorgia, quanto a doti vocali, non ha proprio nulla da invidiare alla compianta Whitney Houston di cui ha intonato "I will always love you"; però non c'era bisogno di questa comparsata per averne la certificazione, e sarebbe stato più piacevole sentire da lei un pezzo inedito presentato in competizione. Ma di questo "figli e figliastri" ho già parlato ieri... Favino sugli stessi, ottimali standard dell'anno scorso, sostanzialmente inconsistente il contributo di Claudio Santamaria, pur se una certa spigliatezza lo pone come autorevole candidato, perché no, a una futura conduzione del Festivalone. 

martedì 5 febbraio 2019

SANREMO 2019 AL VIA: GARA DI GROSSI CALIBRI. LA NOTA STONATA? I "SUPER OSPITI" ITALIANI


Sulla carta, si annuncia come un Festival memorabile. Gli ingredienti per un'edizione storica parrebbero esserci tutti: in primis un cast di concorrenti "mostruoso" sul piano della qualità e della popolarità dei nomi, e nel contempo più che mai aperto alle nuove tendenze della canzone nostrana. Diciamoci la verità, ragionando in termini di realismo e lasciando da parte i voli pindarici: di più e di meglio, oggettivamente, era difficile auspicare. Il listone unico dei 24 in concorso è zeppo di personaggi di prima fascia: idoli pop dell'ultimo decennio, tanti ex vincitori di epoche non lontane che tornano sul... luogo del delitto, il fenomeno rap e quello indie che trovano uno spazio mai avuto all'Ariston in precedenza. Non c'è un vincitore scontatissimo come in tanti Sanremo passati (c'è il favorito, questo sì, e si chiama Ultimo, ma ha una concorrenza agguerritissima), non c'è neanche quel livellamento di valori spesso riscontrato, in cui l'incertezza del pronostico è data dal fatto che nessun concorrente spicca sugli altri per prestigio e curriculum.
BIG DI SPESSORE ASSOLUTO - Personalmente, faccio fatica a ricordare, perlomeno riguardo al secolo in corso, un Festivalone così ricco di veri big: vincitori recenti, si diceva, come i ragazzi del Volo che non avevano alcuna necessità di rimettersi in gioco, forti di una popolarità oceanica che ha da tempo valicato i confini nazionali; e poi Arisa, che si impose nel 2014, e ancora Renga e Cristicchi, due trionfatori degli anni Zero, il primo sempre sulla cresta dell'onda, il secondo ai margini del mondo discografico solo perché ha optato, negli ultimi tempi, per un percorso di teatro civile. Grossissimi calibri sono anche il citato Ultimo, che ha legittimato la vittoria fra i Giovani 2018 mettendo d'accordo pubblico e critica nei mesi successivi, quel Nek che vuol completare l'operazione rilancio avviata col secondo posto del 2015 centrando finalmente il primo alloro rivierasco, giovanotti rampanti come Irama e il duo Federica Carta - Shade che alla loro età hanno già fatto incetta di dischi di platino...
Un cartellone migliore, lo ripetiamo, era difficile metterlo insieme, fatti salvi gli eterni assenti allergici alla gara (un nome per tutti: Cremonini) e gli esponenti del cantautorato tradizionale che peraltro è anche piuttosto infantile continuare a rimpiangere. Sia perché molti di essi hanno già dato il meglio da tempo e non aggiungerebbero granché, se non rimpianti per i tempi che furono, sia perché Sanremo ha dimostrato, alla lunga, di poter fare abbondantemente a meno di loro. 
ANCORA I "CAST PARALLELI" - Tutto perfetto, dunque? Non proprio. Sulla kermesse ai nastri di partenza si addensano almeno due tipi di nubi. Innanzitutto il cast "a tre piazze", che ripete e amplifica l'anomalia già manifestatasi dodici mesi or sono. Nel presentare Sanremo 2018, avevo infatti parlato di "tre cast paralleli", in riferimento ai cantanti in gara, agli ospiti italiani e ai duettanti del venerdì. Il format viene riproposto in questa edizione, in misura financo esagerata: il gruppone dei vip italiani fuori concorso non rischierà forse di oscurare quello dei gareggianti, che abbiamo detto essere di elevata consistenza, ma è comunque una truppa a 24 carati. Certo, ci sono i prezzemolini che una passeggiata all'Ariston non se la fanno quasi mai mancare (Giorgia, Mannoia, Bocelli, che perlomeno offrirà un brivido emozionale in più "sdoganando" il talentuoso figliolo Matteo), ma Baglioni ha saputo convincere anche personaggi recalcitranti alla ribalta sanremese come Antonello Venditti (unica precedente apparizione nel 2000) e reclutato big sulla cresta dell'onda quali Marco Mengoni e Alessandra Amoroso. 
SUPEROSPITI: CATEGORIA DISCUTIBILE - E allora, qual è il problema? Semplice: la categoria dei super ospiti italiani, da sempre discutibile, tocca forse in questo 2019 l'apice della sgradevolezza  e dell'inopportunità. Mengoni, giovanotto che a Sanremo deve tantissimo, avendolo vinto sei anni fa in un momento in cui il suo percorso di crescita stava incontrando qualche difficoltà, non è mai più tornato in competizione; la Amoroso con la gara non si è proprio mai cimentata, nonostante voci e indiscrezioni ogni anno la inseriscano puntualmente fra i "papabili", e poteva oltretutto risparmiarsi il post di giubilo pubblicato su Facebook ("Ce l'abbiamo fatta, abbiamo realizzato il nostro sogno, saremo lì come ho sempre sognato", eccetera eccetera); Ligabue e Venditti, entrambi alla seconda presenza, hanno sempre snobbato la kermesse ligure nella sua accezione primaria di tenzone canora. Ebbene, tutti loro colgono adesso al volo l'occasione di fare passerella senza rischi, omaggiando la canzone italiana come richiesto dal direttore artistico, certo, ma anche autopromuovendosi, mentre, parallelamente, rischiano amarezze e delusioni colleghi altrettanto famosi, grandi venditori di dischi e collezionisti di sold out nei live. 
MEGLIO GLI STRANIERI - Spiace, ma così è troppo comodo. Appena accettabili soltanto le presenze di Riccardo Cocciante, che perlomeno un Festival l'ha vinto in un periodo in cui non aveva certo bisogno di un rilancio, e Ramazzotti, che ha avuto tanto da Sanremo ma gli ha anche dato tantissimo, con tre partecipazioni consecutive (visto il suo clamoroso exploit, avrebbe anche potuto fermarsi alla seconda del 1985, per poi fare ugualmente la carriera che avrebbe fatto), così come anche Giorgia, che dopo aver combattuto per quattro volte (1994, 1995, 1996 e 2001), ora sta fuori dalla mischia. Ma questo fare figli e figliastri fra i cantanti nostrani è una distorsione che andrebbe sanata: serve per fare audience, è chiaro, per compensare la presenza di qualche nome insolito fra i gareggianti, nomi che potrebbero spiazzare la platea tradizionale e tendenzialmente anziana del primo canale Rai; è necessario anche per accontentare esigenze di case discografiche e manager vari, d'accordo. Ma resta un'ingiustizia, e trovo che Sanremo avrebbe semmai bisogno di una nuova, cospicua apertura ai grandi nomi internazionali; non la pletora di divi stranieri che caratterizzò certe edizioni degli anni Ottanta e Novanta, ci mancherebbe, ma sei - sette nomi selezionati che innalzerebbero l'eco della manifestazione e creerebbero nuovo interesse. Costerebbero di più, forse, ma sarebbero investimenti fruttuosi. 
Del resto, anche se può sembrare un controsenso per quello che è denominato ufficialmente "Festival della canzone italiana", Sanremo è veramente decollato quando ha aperto le sue porte all'Europa e al mondo: nel '64, dopo un periodo di stanca, arrivarono i grandi interpreti di fuorivia, e da lì partì un boom di successo e di vendite che si protrasse per quasi dieci anni. Personalmente, qualche straniero lo riporterei perfino in gara, e del resto il regolamento non chiude le porte a questa soluzione, che peraltro negli ultimi anni è stata adottata raramente (la sola Lara Fabian nel 2015, in un'edizione per la quale, raccontano le cronache dell'epoca, pare siano stati in corsa per la partecipazione autentici numeri uno come Anastacia e Michael Bolton). 
CONFLITTO D'INTERESSE: SI' O NO? - Secondo buco nero di Sanremo 2019: il caso del presunto conflitto di interessi del direttore artistico, tematica nella quale non mi addentro perché non ho né le conoscenze giuridiche né tutte le informazioni necessarie per trarre conclusioni. E' però palese, e lo ha sottolineato anche la Rai, che da qualche tempo è in atto una forma di eccessiva concentrazione dei più prestigiosi cantanti italiani sotto l'egida di poche agenzie, dalle quali una manifestazione come Sanremo non può dunque prescindere per poter costruire uno spettacolo decente. Il problema andrebbe quindi risolto alla base, fuori e lontano dalla Riviera, creando le condizioni per una maggiore concorrenza, per un mercato più aperto, ma non è affatto facile. Quanto a Baglioni, la sua integrità morale e artistica non è in dubbio, ma visti i rapporti professionali che parrebbero intercorrere con una di queste agenzie, stando alle informazioni di stampa, per il futuro sarebbe forse meglio trovare per il Festivalone un altro responsabile. Anche qui: fosse semplice... Ci vorrebbe un nome fuori della mischia, ma dove lo si va a pescare? Nel mio piccolo, mi permetto di suggerire Claudio Cecchetto, che non ha mai fatto mistero di gradire un eventuale ritorno a Sanremo come direttore artistico (lo ha ribadito anche in una recentissima ospitata durante una trasmissione del servizio pubblico), e sul piano della competenza e dell'esperienza avrebbe tutte le carte in regola; non so però se abbia contratti o rapporti lavorativi in essere. 
SENZA NUOVE PROPOSTE - Infine, ci sono le perplessità relative alla soppressione della sezione Giovani nel contesto della gara di febbraio, per relegare le "nuove proposte" in una kermesse dicembrina che ha avuto tiepida accoglienza sul piano dell'audience. La sensazione che gli emergenti fossero avvertiti come un peso per il Festivalone vero e proprio è stata netta negli ultimi anni, ma almeno Carlo Conti aveva forzato la mano riuscendo a riproporli in un orario degno, addirittura in apertura di serata, nella fascia di "anteprima". La formula studiata da Baglioni rappresenta per il momento un passo indietro, in quanto questi ragazzi sono stati privati di una platea vastissima, e si è negata la possibilità di farsi notare a tanti artisti battuti nelle votazioni dai "neo big" Einar e Mahmood, ma non per questo meno validi. Spero che l'eventuale, nuovo deus ex machina della rassegna capisca quanto la categoria rappresenti linfa vitale imprescindibile per Sanremo, e debba essere potenziata, non svilita. Ma sono considerazioni che ci portano troppo lontano, per il momento. Fra poche ore comincia Sanremo 2019: la griglia di partenza vede nelle prime file Ultimo, Il Volo, Nek, Irama, Renga, Arisa. Si parla benissimo delle proposte di Silvestri, Cristicchi, Motta, Achille Lauro. I giudizi dei giornalisti che hanno potuto ascoltare i pezzi in anteprima, pur con le ovvie discrepanze, si sono orientati verso una valutazione di buon livello della produzione proposta. Le aspettative sono alte, dunque, ed altrettanto alto è il rischio di rimanere delusi. Da stasera inizieremo a capire. 

sabato 22 dicembre 2018

SANREMO 2019: IL CAST PIU' SPIAZZANTE E CONTEMPORANEO DI SEMPRE. RENGA, NEK, ARISA, VOLO E ULTIMO CORRONO PER LA VITTORIA, MA OCCHIO AI NUOVI...


Sarà il Sanremo della svolta? Lo si è detto più volte in passato, e spesso a sproposito. Stavolta, però, qualcosa di diverso è accaduto: dopo l'approccio relativamente "morbido" dell'anno scorso, con la composizione di un cast tutto sommato classicheggiante impreziosito da qualche artista di nicchia, Claudio Baglioni ha rotto gli indugi confezionando un Festival "da trincea", coraggioso, spiazzante, non banale. Raramente si era visto un gruppo di concorrenti come quello annunciato nelle due serate televisive dedicate alle nuove leve: l'angolo - nostalgia è stato quasi completamente azzerato, eccezion fatta per il tributo a due grandi dive pop, e si è fatto spazio a rappresentanti dei mondi indie e rap in una misura senza precedenti. 
CAST-AZZARDO - A proposito di precedenti: andando indietro nel tempo, i cast che più si avvicinano a quello appena reso noto, per livello di "azzardo" osato dal direttore artistico di turno, sono quelli del 2014 e del 2017. L'ultimo Fazio offrì la ribalta a personaggi fuori dal grande giro commerciale, quali Perturbazione, Bloody Beetroots, Riccardo Sinigallia e Giuliano Palma; la terza rassegna griffata Carlo Conti propose fra i big tanti giovani (Elodie, Sylvestre, Comello, Bravi, Meta, Raige) sicuramente non in linea con i gusti un po' datati del pubblico dell'ammiraglia Rai. Ma stavolta l'asticella si è davvero alzata: molti fra i magnifici 24 di Sanremo 2019 rappresentano una sfida all'ordine costituito del microcosmo festivaliero, e soprattutto una finestra spalancata sul mercato. E già, perché il cantautore romano sprovveduto non lo è di certo: non si è cullato sugli allori dell'audience dell'ultima kermesse, perché il gradimento televisivo non è andato di pari passo con quello discografico; solo i due vincitori Meta e Moro, Annalisa, Lo Stato sociale e Ultimo hanno raggiunto il traguardo del disco di platino coi loro singoli, mentre la compilation, tradizionale ammazza - classifiche, si è fermata all'oro. E Sanremo non può permettersi di diventare un evento esclusivamente televisivo: deve essere in linea con le tendenze canore della penisola, anticiparle o comunque seguirle, lanciare opere che poi possano godere di lunga e florida vita anche fuori dall'Ariston e lontano dalla settimana rivierasca. 
VINTAGE AI MINIMI STORICI - Su questo presupposto nasce il listone unico del 69esimo Festivalone. Un cast "giovane e per i giovani", avrebbe detto il caro vecchio patron Vittorio Salvetti; un cast che vuole aiutare l'industria musicale italiana a uscire dalle secche, implementando il giro d'affari grazie a nomi sulla cresta dell'onda. Così, come si diceva, lo spazio amarcord è quasi scomparso: lo occupano soltanto Patty Pravo e Loredana Bertè, l'ex ragazza del Piper che viene considerata l'ultima diva della nostra canzone, e una donna che, dopo anni difficili sul piano umano e professionale, ha saputo rilanciarsi grazie anche a ritrovate doti vocali. La prima, oltretutto, non sarà sola, ma si presenterà accompagnata da Briga, una delle tante stelline made in "Amici". 
POKER D'ASSI PER LA VITTORIA - Il pop italiano tradizionale, pur se adeguato ai tempi, è rappresentato da grossissimi calibri come Francesco Renga, Il Volo, Arisa e Nek, ossia tre ex vincitori e un artista che, tornato alla ribalta con l'inatteso secondo posto del 2015 ("Fatti avanti amore"), ha la possibilità di prendersi la rivincita proprio sui tre ex bambini prodigio, che quell'anno arrivarono primi al traguardo. Si tratta di quattro superbig che da soli basterebbero a rendere avvincente la gara di febbraio: a rigor di logica e tenendo conto del palmarès e degli exploit recenti, proprio loro dovrebbero giocarsi il successo finale assieme a un Ultimo in stato di grazia, rivelazione a 24 carati. Occhio però, perché da un lotto di Campioni così anticonvenzionale potrebbero venire fuori sorprese anche clamorose: del resto, gli Stato Sociale non hanno forse sfiorato il trionfo un anno fa, da sconosciuti o quasi al pubblico generalista? 
SANREMO SI SVECCHIA - Sarà un Sanremone molto "indie" e molto rap, genere quest'ultimo pressoché ignorato dall'edizione 2018 ma che non poteva rimanere fuori dal nuovo Festival, dopo un anno in cui ha quasi monopolizzato le prime posizioni delle chart. Ecco dunque Zen Circus, Motta, Ex Otago, Ghemon, Achille Lauro: roba da far venire i capelli bianchi, non fosse che l'utente medio di Rai 1 i capelli bianchi già li ha... Battute a parte, più contemporaneità di così si muore: Sanremo si svecchia, e lo fa veramente, con fatti concreti; pronto, se è il caso, anche a pagare dazio all'Auditel. Cosa che peraltro, secondo me, non accadrà, perlomeno non in termini catastrofici: gli spettatori del festival si sono dimostrati, negli ultimi tempi, molto più ricettivi alle novità di quanto si pensi. Si diceva infatti dell'edizione 2017, piena di volti tutt'altro che tradizionali eppure baciata da un successo catodico oceanico. Così come le innovazioni nel format, alla fine, non incidono più di tanto: l'anno passato, con l'abolizione delle eliminazioni, si pensava a una fuga dei teleutenti, e invece...
CHI DOMINA LE CHART - Torniamo al cast, che strizza come non mai l'occhio ai ragazzini, ai millennials: assieme ai nomi appena citati, ecco i Boomdabash, artefici del ritorno alla ribalta della Bertè col loro singolo estivo "Questa sera non ti dico no", ecco Irama ed Enrico Nigiotti, già cimentatisi fra le Nuove Proposte sanremesi ma passati anche attraverso i talent; e poi la coppia Federica Carta - Shade, big a tutti gli effetti grazie al triplo platino con "Irraggiungibile". Sì, perché questi ragazzotti sono tutti collezionisti di certificazioni FIMI, è gente che i dischi ancora riesce a venderli, e questo per chi "costruisce" il Festival dovrebbe sempre essere un punto fermo nella scelta di larga parte dei concorrenti, per mantenersi a galla nel mutevole mare magnum della musica leggera.
ROCK, CANTAUTORATO, IMPEGNO - Il quadro dei partecipanti si completa con personaggi ugualmente stuzzicanti: pilastri del rock italiano come i Negrita, una Paola Turci giustamente riscoperta grazie alla splendida partecipazione del 2017, e ancora Daniele Silvestri, per la quota "cantautorato di classe"; poi un altro ex vincitore come Simone Cristicchi, che però torna... sul luogo del delitto dopo aver percorso strade artistiche diverse e controcorrente (teatro civile), e un Nino D'Angelo che di primo acchito non inserirei nella quota vintage in quanto ha sempre dimostrato di sapersi costantemente rinnovare, e non a caso si presenterà in Riviera assieme a Livio Cori, rapper e attore. C'è infine Anna Tatangelo, unica rappresentante degli artisti perennemente in cerca di rilancio o della definitiva affermazione, categoria che fino a pochi anni fa faceva la parte del leone nel cast e che invece Baglioni ha ridotto ai minimi termini: visto che, al proposito, fra gli altri aveva presentato un pezzo anche Lisa, vengono da farsi domande sull'effettiva utilità di uno show pur riuscito come "Ora o mai più", che nei mesi scorsi ha tratto fuori dall'oblìo ottimi talenti musicali anni Ottanta e Novanta, per i quali però le porte di Sanremo continuano a rimanere sbarrate. 
ROVAZZI E BAUDO: PROMOSSI. COMMOZIONE PER GENOVA - Il listone unico, come è noto, è stato quest'anno integrato dai vincitori delle due serate di Sanremo Giovani, Einar e Mahmood, che quindi avranno la possibilità di scontrarsi ad armi pari con i suddetti Big. Qualche considerazione sulla kermesse pre natalizia va fatta, e non mi sottraggo. Ha innanzitutto funzionato alla perfezione la coppia Rovazzi - Baudo: il primo è sembrato un presentatore carico di esperienza specifica, tale è stata la disinvoltura con la quale si è mosso sul palco del teatro del Casinò; il secondo, pur lievemente appannato dall'inclemente trascorrere del tempo, non ha avuto autentici momenti di cedimento e ha retto dignitosamente la scena, mostrando anche una notevole preparazione sui tanti nomi "da ventunesimo secolo" inseriti da Baglioni fra i Campioni. Struggente e commovente, anche perché in parte inattesa, è stata la parentesi che giovedì il Pippo nazionale ha dedicato alla tragedia di Ponte Morandi e alle difficoltà di una Genova che però sta già ripartendo, con dignità e volontà feroce, in questo ben spalleggiato dai "nostri" Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu.
LA GARA DEI GIOVANI? MEGLIO A FEBBRAIO - Parlando della gara, l'idea di riservare al concorso degli emergenti uno spazio autonomo in dicembre non mi è parsa sinceramente granché: il gradimento del pubblico è risultato assai tiepido, i ragazzi in competizione sono stati relegati a una platea ristretta, sottraendo loro quella sconfinata del Festival vero e proprio. Tutto questo, mentre negli ultimi anni le nuove proposte avevano trovato una collocazione più degna, tolte dalla semiclandestinità delle ore notturne e piazzate, da Carlo Conti per primo, in apertura delle varie serate. Non è questo il modo per aiutare i giovani a trovare visibilità: i giovani devono andare in gara a febbraio, inseriti nella formula che nel tempo si è dimostrata la più azzeccata ed efficace. Questa novità, invece, terrà lontani dall'Ariston talenti autentici come La Zero e il suo impegno sociale da teatro-canzone (sulla scia di Mirkoeilcane), gli originali e in parte già affermati La Rua, l'energico rock dei Mescalina, la varietà musicale di Fedrix and Flaw, la spiazzante contemporaneità dei Sisma, l'estro di Marte Marasco, la presenza scenica di Federico Angelucci, le doti autoriali di Federica Abbate. Mi sembra un passo all'indietro, più che un balzo nel futuro.