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domenica 27 giugno 2021

EURO 2020: PER L'ITALIA GIALLO A LIETO FINE, VA IN TILT NELLA RIPRESA MA SI RIALZA NELL'EXTRATIME. DECISIVI I CAMBI BELOTTI, PESSINA E CHIESA (FINALMENTE), SPINAZZOLA STRATOSFERICO

 Mistero azzurro, verrebbe da dire. Perché non esistono spiegazioni tecniche del tutto esaurienti al black out di gioco che ha colpito l'Italia, ieri sera, per larga parte del secondo tempo, portandola quasi sull'orlo di una capitolazione ingiusta ma non scandalosa. Forse non c'è nemmeno da scervellarsi troppo: è stata una crisi acuta di crescita, di maturazione, la paura di sbagliare che ha improvvisamente paralizzato quasi tutti di fronte alle prime, grosse difficoltà incontrate in questo Europeo. Il famoso "braccino", si potrebbe dire in maniera un po' troppo semplicistica; certo sarebbe stato allarmante se la storia fosse finita lì, ma c'è anche il lato meno oscuro della medaglia: e cioè che la squadra ha saputo infine scuotersi e lo ha fatto nei supplementari, cioè proprio nel momento in cui tante nostre Nazionali del passato si sono disunite e hanno perso tutte le certezze fin lì accumulate, andando infine incontro a disfatte più o meno sorprendenti. 

AUSTRIA CHIUSA MA NON PASSIVA - Pericolo scampato, dunque, con qualche tremore di troppo ma tutto sommato con merito. Prima o poi (più prima che poi) perderò l'abitudine di dare un'occhiata agli illeggibili commenti degli pseudoesperti da social, molti dei quali hanno parlato senza mezzi termini di fortuna (le espressioni erano diverse e più colorite, diciamo così). Ecco, io ho visto opacità, appannamento, lunghe fasi di affanno, ma buona sorte proprio no, anzi. L'Azzurra del primo tempo si è espressa su livelli discreti, anche se non eccelsi come in tante occasioni anche recenti. Si è trovata di fronte un'avversaria sulla difensiva ma non passiva, assolutamente: l'Austria chiudeva con abilità ogni varco dietro ma era pronta a distendersi in coraggiose controffensive. Va anche detto che il team del Mancio ha avuto modo di scardinare con autorevolezza retroguardie ben più ermetiche, vere e proprie ammucchiate davanti all'area: questa volta non c'è riuscita, certo a causa dell'eccellente ed elastico dispositivo tattico dei danubiani che non le ha mai permesso di assumere con continuità le redini della gara, ma anche per proprie specifiche lacune. 

PRIMO TEMPO VINTO AI PUNTI - Lacune dinamiche, perché i ritmi non sono stati sostenuti come nello standard ormai acquisito dalla nostra Selezione, e questo deve un po' inquietare, visto che venivamo dal massiccio turn over attuato col Galles. Lacune creative esiziali nella zona nevralgica, dove Verratti e Barella, che dovevano essere le rampe di lancio, hanno iniziato in maniera promettente (vista in avvio una splendida apertura verso sinistra del parigino, a tagliare il campo diagonalmente), per poi scivolare progressivamente fuori dal centro di costruzione del nostro gioco d'iniziativa. Così è mancato un adeguato rifornimento alla prima linea, e anche la protezione della difesa non è stata sempre efficace, originando delle "terre di nessuno" sulla nostra trequarti nelle quali i biancorossi si infilavano con facilità persino irrisoria. Tutto questo, però, nel secondo tempo, perché fino all'intervallo, pur girando al 60-70 per cento del proprio potenziale, l'Italia aveva comunque pressato e tenuto pallino, creando quattro situazioni di pericolo piuttosto evidenti, due su incursioni di uno Spinazzola sempre più indemoniato, poi con un esterno destro di Barella respinto di piede da Bachmann, e con l'improvvisa conclusione dalla distanza di Immobile che ha scheggiato il palo di destra. 

QUATTRO BIG SOTTOTONO: NON POSSIAMO PERMETTERCELI -  Poi, ripetiamo, il black out. Una lunga fase di nervosismo immotivato, perché in passato abbiamo sempre avuto la pazienza e la calma di aspettare il momento giusto per stanare i rivali e colpirli; gli uomini di Foda che acquisivano sempre più audacia ma che al tirar della somme, a parte un'insidiosissima punizione di Alaba, non mettevano la nostra difesa in grosse ambasce, perché il gol di testa realizzato da Arnautovic era viziato da un fuorigioco piuttosto netto e il Var ha fatto solo il suo dovere, così come sul rigore inutilmente da loro invocato, altro che Dea bendata. I nostri pagavano, oltre alla défaillance dei citati califfi di centrocampo, incapaci di dare profondità alla manovra, anche un Berardi evanescente e velleitario come in azzurro non si era mai visto, e un Insigne poco a fuoco, anche se al solito generoso combattente. Alle corte: almeno quattro elementi chiave nettamente sottotono dalla cintola in su, un lusso che il Club Italia in questo momento non può assolutamente permettersi. 

PIU' DI UNDICI TITOLARI - Dopo il match col Galles avevo scritto della meritoria opera attuata dal Cittì nell'allargare il bacino degli azzurrabili, aver cioè creato un gruppo ampio di giocatori competitivi a livello internazionale sui quali fare sempre pieno affidamento. Da Wembley è arrivata la conferma: tolti dal campo senza rimpianti quei titolarissimi così sorprendentemente spenti, dentro le cosiddette seconde linee, Locatelli, e Pessina, Belotti e Chiesa, che hanno dato la svolta. Lo juventino non ha fatto poi moltissimo, se non la cosa più importante, un gol anche di pregevole fattura, da posizione non facilissima, dopo acrobatico controllo sul lungo cross dell'impagabile Spinazzola: da tempo chiedevamo al figlio d'arte di essere decisivo sotto porta in una gara di alto spessore, e finalmente è riuscito nell'impresa. Poi Pessina, uno degli ultimi arrivati nel club, intraprendente, ficcante, sempre nel vivo dell'azione offensiva, e che ha stangato in porta il raddoppio su appoggio di Acerbi, da parte sua costante nel sostegno alla fase di impostazione e negli inserimenti. Ma anche Belotti merita l'elogio pieno, avendo portato nel cuore della difesa austriaca fisicità e rabbia, lavorando in appoggio ai compagni e prendendo falli importantissimi. 

IL MEGLIO DEI FODA BOYS - Gli uomini di Foda hanno sfoderato cattiveria e concretezza quando ormai tutti li davano per cotti: un tiraccio di Gregoritsch con gran salvataggio in tuffo di Donnarumma, poi il gol di Kalajdzic su angolo, che ci ha regalato un finale di extra time interminabile, da vecchi cuori azzurri oltre l'ostacolo. Ma a quel punto il peggio era già passato da un po': anche Insigne pareva parzialmente rivitalizzato, al punto di sfiorare il 2-0 su punizione prima di uscire, Chiesa in contropiede si vedeva un pallonetto respinto sulla linea, Di Lorenzo usciva dal riserbo tenuto fino a quel momento, con una saggia applicazione in copertura, scatenandosi in una strepitosa fuga sulla destra conclusa con un bolide che avrebbe meritato miglior sorte. 

VITTORIA GIUSTA, MA PER I QUARTI CI VUOL ALTRO - Insomma: sofferenza sì, grigiore a tratti pure, paura eccome. L'Austria merita i complimenti, per i motivi prima esposti: non una grande squadra ma una buonissima compagine, che non sposa a priori la rinuncia di fronte ad oppositori più dotati di classe e più propositivi, quali rimangono i nostri, al di là della serata di luna parzialmente storta. Ma, detto questo, il grosso del volume offensivo l'hanno prodotto i Mancio boys, ancora una volta. Ciò detto, è fin troppo chiaro che un'Azzurra così avrebbe scarse possibilità contro il Portogallo e quasi nessuna contro il Belgio, nazionale che può anche giocare a scartamento ridotto (come contro la Danimarca) ma ha quei due-tre fuoriclasse che, se si accendono anche solo per un attimo, portano a casa partita e qualificazione. Ci sarà da lavorare, eccome. Ma lo si potrà fare in serenità: non superare questo ottavo non sarebbe stata una catastrofe ma una notevole delusione, una battuta d'arresto colma di interrogativi nel processo di crescita di questo gruppo; la tensione si leggeva sui volti dei nostri fin dall'inizio della ripresa: paura di sbagliare e di fare un precoce buco nell'acqua dopo tante ottime premesse, ribadisco. I quarti rappresentano invece già un traguardo di pregio, se pensiamo a come eravamo ridotti quattro anni fa. Che sarà, sarà, ma venerdì, ad occhio e croce, dovremmo vedere un'Italia giostrare con la forza dei nervi distesi. 

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