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venerdì 24 marzo 2023

CLUB ITALIA: IL 2022 SPERIMENTALE HA PARTORITO IL TOPOLINO. DOVE SONO FINITI I NUOVI? L'INGHILTERRA NON ERA INSUPERABILE

 Ultimamente non riesco più a comprenderti, caro Mancio. Poi, possiamo riempire paginate sulla crisi  profonda del nostro calcio, un calcio campione d'Europa in carica ed estromesso dai Mondiali anche in virtù di una concatenazione forse irripetibile di circostanze negative. Ma tanto è inutile, perché se ne parla più o meno dai tempi di Sudafrica 2010 e non si è trovato uno straccio di soluzione veramente efficace (né ci si è tanto sbattuti per trovarla). E allora, forse, bisognerebbe parlare un po' di più della gestione della squadra dalla panchina, perché dal post Euro 2020 troppe cose non tornano. 

LE INDICAZIONI CONCRETE DELLA FASE DI "SETACCIO" - La Nazionale che, ieri sera, è stata infilata e battuta da un'Inghilterra non irresistibile, è una Nazionale senza fondamento tecnico e storico. Soprattutto alla luce di ciò che è accaduto negli ultimi dodici mesi, dopo la nefasta sconfitta con la Macedonia del Nord. Un 2022 segnato da uno sperimentalismo spinto, estremo, a volte persino di difficile interpretazione, penso alle chiamate estemporanee di Zerbin o Cancellieri, o a quella di Esposito, primi nomi che mi vengono in mente. Un censimento delle forze disponibili condotto in stile "bernardiniano", per chi ricorda le convocazioni fiume dell'anziano cittì (Fulvio Bernardini, appunto) all'indomani del fiasco alla Coppa del Mondo del 1974. Necessario, certo, perché dopo le battute d'arresto epocali è sempre opportuno fare il punto per capire da chi e con chi ripartire. E va detto che, nel mucchio sovrabbondante di azzurrabili, qualche indicazione concreta era pur emersa, soprattutto nelle gare di Nations League, tanto da ottenere una qualificazione alla Final Four in un gruppo in cui i sedicenti esperti ci consideravano la Cenerentola, inferiore anche all'Ungheria. E su quelle indicazioni ci si doveva basare per iniziare la difesa del titolo conquistato a Wembley. 

IL TRIO CENTRALE AFFONDA - Invece, al Maradona abbiamo visto un'Azzurra già vecchia, sorpassata, dal presente grigio e senza futuro. Era, in larga parte, la squadra che ci ha fatto sognare due estati fa. Una squadra che, dopo tanti esperimenti, è tornata ad affidarsi al trio centrale Verratti-Jorginho-Barella, e che in difesa, con Bonucci acciaccato, ha puntato sui vecchi draghi Acerbi e Toloi, oltre al ripescaggio di Spinazzola, questo sì benemerito. E in avanti Berardi, che ha esaurito la sua girandola con le buone prestazioni che gli hanno dato la titolarità fino alle prime gare dell'ultimo Europeo, per poi cedere giustamente il proscenio a Chiesa. Antiche certezze, che certezze non sono più. E' una Selezione che ha già ampiamente mostrato la corda dal settembre 2021 in poi, che non è più affidabile. I tre della zona nevralgica, califfi e trascinatori nella prima fase della gestione Mancini, nel primo tempo di ieri hanno toccato il fondo: nulli in impostazione, nulli in contenimento, hanno esposto alle facili folate inglesi una terza linea già di per sé non formata da fulmini di guerra. 

A CHE E' SERVITO SPERIMENTARE? - Perché? Perché continuare a insistere? Non c'è neanche la giustificazione classica utilizzata dagli allenatori in questi casi: siamo a inizio stagione, meglio andare sul sicuro senza azzardi. Invece, no, siamo nel pieno dell'annata calcistica, alle soglie delle fasi decisive del campionato e delle coppe, gerarchie cristallizzate e valori ben delineati. Ma non è nemmeno questo il punto. La sperimentazione, dicevamo. Sacrosanta, giustissima: e dunque? Possibile che in questa Nazionale gente come Scalvini, Tonali, Gnonto, Politano non abbia ancora accumulato i giusti titoli per partire titolare? Un discorso che prescinde volontariamente da altri elementi, giovani e meno giovani, che il campionato ha indicato come in ottima forma e meritevoli di una chance, da Casale a Udogie, da Fagioli a Zaccagni fino ad Orsolini, perché qui siamo nel campo delle valutazioni del cittì legate al momento, sindacabili e discutibili, molto discutibili a parer mio, e purtuttavia plausibili. Ma sono le valutazioni di lungo periodo, quelle scaturite, ripeto, da un anno di sperimentazione, a destare perplessità. 

ERA UN'INGHILTERRA ALLA PORTATA - Un'Italia impostata sui suddetti nomi più o meno nuovi forse avrebbe perso ugualmente, ma almeno avrebbe messo in cassaforte novanta minuti di preziosa esperienza, laddove ormai i vecchi draghi non hanno più nulla da imparare. E se non si svecchia ora, quando? Siamo nella condizione ideale, un girone eliminatorio con un'avversaria terribile ma che mette in palio due posti per Germania 2024: i margini di manovra sono ampi. Ma poi, chi dice che avremmo perso comunque? Il team di Southgate, nel primo tempo di Napoli, è stato ingigantito dai nostri colossali limiti di circostanza, ma ormai sappiamo quanto vale, se non diverranno veramente decisivi fuoriclasse o presunti tali come Bellingham, Saka, Foden e il "tutto fumo e niente arrosto" Grealish. E' la compagine che abbiamo battuto nella finale continentale con pieno merito, "ai punti", ben prima della lotteria dei rigori, la rappresentativa a cui abbiamo tolto quattro punti su sei nell'ultima Nations League, costringendola alla retrocessione; la squadra che, in Qatar, è volata fino ai quarti grazie a un tabellone benevolo per poi cedere di fronte al primo ostacolo vero, quello francese. Nella ripresa, è bastato alzare un attimo i ritmi, migliorare la rapidità e la precisione in fase di costruzione, mettere in campo la rabbia dei campioni in carica, per costringere i nostri rivali ad acute sofferenze. Segno che, con gli uomini giusti fin dall'inizio, con gli elementi più in forma e più motivati, questa Italia, pur con i suoi difetti, ha i mezzi per mostrare più degli imbarazzanti primi 45 minuti dell'ex San Paolo. 

ASSENZE CONTINGENTI E LACUNE DI SETTORE - Poi, chiaro, in molti settori gli uomini sono contati e allora è giusto dire, senza passare per piagnucoloni, che se ci mancano Dimarco e Raspadori, le maggiori nuove certezze emerse dalle prove effettuate da Mancini nel 2022, si parte già ad handicap. Così come mancavano all'appello Bastoni e Frattesi, altri emergenti che, al di là dei momentanei scadimenti di forma, saranno presenze fisse nelle convocazioni future. Quello dell'attacco è un discorso a parte. La carenza di elementi di statura internazionale non è frutto di un semplice vuoto generazionale come tanti ne abbiamo avuti in passato, ad esempio prima dell'incredibile fioritura dei vari Vieri, Filippo Inzaghi, Del Piero, Montella e compagnia. Si è equivocato su certi modelli tattici vincenti che hanno cambiato la concezione del gioco d'attacco, portando alla costruzione di atleti polivalenti chiamati a svolgere molteplici funzioni dalla cintola in su, ma con pochi calciatori che vivono esclusivamente per il gol. Il problema è quasi mondiale, da noi è ovviamente più acuto perché va a innestarsi su una sofferenza dei vivai dovuta alla miopia di chi gestisce i club, dirigenti e allenatori. 

LA GESTIONE DEI CASI RETEGUI E PAFUNDI - Dopodiché, avessimo avuto a disposizione il citato Raspadori, il vecchio Immobile, Chiesa in piena forma (ma la ritroverà, la piena forma?), la musica sarebbe stata diversa. Per cui, inutile scandalizzarsi per la chiamata di Retegui: non è il primo oriundo, non sarà l'ultimo, e questi pedatori di fuorivia sono comunque una risorsa legittima alla quale è lecito ricorrere, tanto più in epoca di vacche magre. Casomai, lascia perplessi, anche in questo caso, il modo in cui la convocazione è stata gestita. Un ragazzo a digiuno di calcio italiano ed europeo, sconosciuto anche ai suoi compagni, gettato nella mischia da titolare dopo appena tre allenamenti col gruppo. Un azzardo autentico, che ha pagato con un gol inutile ma che ha anche prodotto l'inevitabile, ossia una prestazione per larghi tratti impalpabile e non per limiti di talento del singolo, ma, è parso evidente, per mancanza di affiatamento e non perfetto inserimento nei meccanismi. Però ci sembra il caso di insistere, a questo punto. Hai visto mai che ci si ritrovi fra le mani il jolly quasi senza accorgersene?

Ancor più perplessi lascia la gestione della situazione Pafundi, e posso permettermi di dirlo perché pochi, più di me, nell'ultimo decennio hanno spinto per la necessità di dare fiducia alle nuove leve, casomai forzando la mano ai tecnici di club e chiamando chi non gioca titolare, come aveva iniziato a fare Prandelli e come sta ora facendo il Mancio. Con il giovanissimo udinese però si sta esagerando: minutaggio scarsissimo, quasi inesistente, in Serie A, il salto dalle selezioni giovanili alla maggiore senza meriti evidenti se non agli esperti di settore, e una pressione mediatica quasi opprimente, con la frase del commissario tecnico "prima Pafundi e poi tutti gli altri". Termini che si utilizzano solo di fronte a fenomeni in pectore: ma io non voglio, né mi aspetto il novello Messi, vorrei solo che il ragazzino crescesse senza aspettative abnormi, e vorrei soprattutto vederlo all'opera in qualche partita intera o parzialmente intera, perché qui stiamo andando letteralmente sulla fiducia, il vero salto nel buio, ben più di quello già notevole compiuto con Retegui. 

NUOVI PROTAGONISTI NEI CLUB - Dunque, ritengo doveroso concentrarsi sulle lacune di una conduzione tecnica che ultimamente sta suscitando più di una perplessità. Ripeto: urlare alla luna per lo scempio dei nostri vivai serve a poco. Io lo faccio grosso modo dal 2012, e mi sono decisamente stufato, anche perché non vedo risposte. Oltretutto, questa è forse la stagione meno indicata per farlo, visto che è aumentato il numero di italiani titolari, o spesso in campo, schierati dalle grandi (l'Inter e le romane soprattutto), e visto che si stanno mettendo in evidenza molti nomi nuovi: non Pafundi, che non gioca e che spero di vedere presto, ma i citati Casale e Udogie, così come Parisi, Vicario, Baldanzi, Carnesecchi, Ruggeri, o meno giovani come Baschirotto, e perfino Kean sta dando un buon contributo alla Juve (mettesse la testa a posto...). 

Teniamo conto di queste forze in sboccio,  degli "esaminati" nel 2022, e salviamo il salvabile fra i totem, perché ad esempio, l'avevo accennato in apertura, il ritorno in auge di Spinazzola è una buonissima notizia, anche se il laterale non ha ancora la continuità e l'efficacia nell'appoggio alla prima linea che ne avevano fatto uno dei punti di forza dell'Italia 2021. Avremo così poche, ma notevoli certezze: da queste ripartiamo, innanzitutto per imporre la nostra superiorità agli altri rivali del girone, e poi per cercare di riavvicinarci a un'Inghilterra avvicinabilissima. Questa è l'unica lezione che deve giungere da una serata napoletana ricca di cose da dimenticare, da quel terribile primo tempo dei nostri all'inno di D'Alessio e Clementino. 

venerdì 25 marzo 2022

DISASTRO ITALIA, IL PEGGIORE DI SEMPRE: CAMPIONI EUROPEI E FUORI DAL MONDO. MA CAUSE E COLPE VANNO CERCATE ALL'INTERNO DI QUESTO GRUPPO AZZURRO

 Tante cose senza senso, in queste ore surreali. Come la graduatoria degli scempi azzurri storici. Interessa davvero a qualcuno sapere cosa sia stato peggio fra Corea '66, Svezia '17 e Macedonia '22? A parte che non ci vuole davvero una grande scienza... Senza risalire a ere calcistiche geologiche, quattro anni fa andò fuori dal Mondiale una Nazionale mediocre, con veterani sul viale del tramonto, giovani promettenti ma non ancora sbocciati, elementi senza spessore internazionale, un improbabile ensemble guidato da un trainer non all'altezza del compito; ieri ha alzato bandiera bianca la squadra campione d'Europa, escludendo il nostro movimento dal consesso iridato per la seconda volta consecutiva, fatto mai accaduto prima, di una gravità inaudita, ça va sans dire. 

IL PUNTO PIU' BASSO - Il fondo, mi pare palese, è stato dunque toccato a Palermo, ma non è questo il punto, non è della medaglia d'oro dei disastri, che mai nessuno toglierà ai Mancini boys, che qui dobbiamo discutere. Occorre invece capire il perché, e non è facile. Mi stomacano le immancabili grida di dolore sulle nefandezze del sistema calcio italiano: grida che si ripresentano periodicamente da oltre 15 anni, diciamo dal post trionfo del 2006, per nefandezze che nel mio piccolo denuncio e sottolineo su questo blog più o meno dal 2011. Ho perso io, e conta poco, ma hanno perso anche i grandi organi di stampa, che evidentemente non hanno impiegato tutte le energie necessarie per spingere i vertici a riforme e rivoluzioni veramente sostanziali. E però, oggi, questo conta fino a un certo punto, perché il percorso recente della nostra Rappresentativa dice altro. 

SENZA SENSO APPARENTE - Se il fallimento del 2017 fu in qualche modo "telefonato", prevedibile, nell'aria, questo pare senza una logica palese, quantomeno per chi ha davvero seguito, studiato, analizzato l'attività degli azzurri da quando il Mancio è salito sulla tolda di comando. Non date retta a chi parla di gruppo modesto e di massicce, determinanti dosi di fortuna ad accompagnare i successi colti fino all'estate scorsa: o ha poca memoria, o scarse capacità di valutazione. L'Italia 2018-2021 è stata qui raccontata con dovizia di particolari, e non è male fare un ripassino: una squadra tecnicamente di buonissimo livello, capace di dare del tu alla palla, di manovrare in agilità e scioltezza con grande precisione ed efficacia, di aggredire l'avversario tenendo costantemente l'iniziativa, di creare palle gol e di concretizzarne una buona parte. Ci stropicciavamo gli occhi di fronte a un team straordinariamente prolifico sotto porta come poche altre volte in passato, nonostante la mancanza di punte di autentica caratura europea. 

BUONA SQUADRA, EURO MERITATO. E POI? - L'apice del rendimento, probabilmente in anticipo sui tempi, è stato raggiunto in occasione dell'ultimo Euro, vinto assolutamente con merito, nonché con l'ovvio aiuto di un pizzico di buona sorte che sempre accompagna le grandi conquiste (prima o poi qualcuno dovrà trovare il coraggio di affrontare un'analisi critica su come ci aggiudicammo il Mondiale '82, totem intoccabile come la mamma e Garibaldi). Nessun dubbio è lecito, dunque, sul valore assoluto di quel Club Italia, non la compagine più forte del lotto ma la più "in palla" nel momento giusto (come anche quella dell'82, per l'appunto). Lì c'è stato un errore di valutazione globale, che ha coinvolto tutti, dal cittì alle penne più autorevoli, fino al sottoscritto, il quale pensava che con la rosa di Euro 2021 fosse possibile, se non aprire un ciclo di successi, restare quantomeno su ottimi livelli per parecchi anni: perché i vecchietti sono pochi, ci sono diversi elementi validi nel pieno della maturità e qualche giovane di talento da far crescere. 

APPAGAMENTO E MANCATO RINNOVAMENTO - Il punto, forse, è proprio quest'ultimo; il giorno dopo la gloriosa serata di Wembley avevo scritto: "Questa Italia è all'inizio della sua parabola, ben lungi dal potersi sentire appagata (guai, guai!). Dovrà essere svecchiata in alcuni (pochi) tasselli, ha titolari in grado di reggere sul piano internazionale ancora per un po' di anni, ha giovani elementi già nella rosa dei 26 (Bastoni, Locatelli, Pessina, Castrovilli, Raspadori) e altri rimasti momentaneamente a casa, per scelta tecnica (Kean, Cragno, Gianluca Mancini, Lazzari, Romagnoli) o per infortunio (Sensi, Zaniolo, Lollo Pellegrini), per tacere di altri virgulti in fase di salita dall'Under (Tonali, già provato nella Maggiore, e Scamacca, i primi nomi che mi vengono in  mente)". Ecco, è accaduto tutto ciò che non doveva accadere: l'appagamento è arrivato precocemente, troppo precocemente, e il moderato rinnovamento non è avvenuto. 

MANCINI COME IL PEGGIOR BEARZOT - Da settembre in poi, la reattività di Mancini è stata pericolosamente simile a quella di Bearzot nella stagione post Mundial spagnolo.  Si è legato mani e piedi ai suoi fedelissimi, al gruppo storico che l'ha portato ai vertici, maledetta gratitudine. Nel maggio '83, per la gara con la Svezia, ultima spiaggia per riacciuffare una qualificazione europea ormai compromessa, il Vecio non trovò di meglio che rimettere in campo la formazione del Sarrià, già prostrata da una sequela di pareggi e sconfitte, con gli esiti che tutti gli appassionati conoscono. Ecco, la sensazione è che l'ex Bobby gol a Palermo avrebbe fatto lo stesso, ossia schierare lo stesso undici di Wembley, se non ci fossero state le indisponibilità forzate di Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini (poi subentrato) e Chiesa. Che poi l'assenza più pesante, in questi mesi, è stata quella di Spinazzola: anche in questo caso, chi può si vada a vedere le partite del triennio, per comprendere quale peso abbia avuto lo sfortunato terzino romanista nell'elevato rendimento tenuto dalla nostra Selezione. 

LA DECADENZA DI JORGINHO, INSIGNE, IMMOBILE - Refrattario a qualsiasi cambiamento, il nostro trainer, eccezion fatta per la gara casalinga con la Lituania (sai che coraggio), non a caso dominata in attacco da Kean e Raspadori. Nulla è cambiato, da novembre a marzo: il solito Emerson timido (persino Biraghi avrebbe probabilmente inciso di più su quella corsia), un Jorginho da troppo tempo marginale nella tessitura di gioco, per tacere dei rigori scellerati, un Insigne fuori fase, poco ispirato e lento, e un Immobile quasi irritante nella sua pochezza offensiva. Non sono stati fulmini a ciel sereno, ma scenari tecnici e tattici ben noti, a cui il coach non ha saputo porre rimedio. Perché il problema dei giovani, ossia dei ricambi dei titolarissimi, esiste, ma è un problema che, ahinoi, riguarderà soprattutto la prossima generazione di calciatori: per quella al momento in sella, le risorse di classe non mancano, pur se non sovrabbondanti, ed erano comunque più che sufficienti per mandare a casa senza difficoltà una Macedonia piccola e catenacciara, a patto di saperle usare con destrezza. Perché, ad esempio, cosa c'è di meglio di "svezzare" gli emergenti mettendoli alla prova in una gara decisiva e però, al contempo, ampiamente alla portata come quella del Barbera?

Invece abbiamo mandato al massacro i pretoriani. Che, come scrissi l'estate scorsa, non dovevano assolutamente sentirsi appagati, perché erano solo all'inizio di un percorso che si annunciava ricco di soddisfazioni, e invece sono precocemente sfioriti, hanno staccato la spina mentalmente, sono calati fisicamente, hanno perso convinzione e sicurezza ed è gravissimo, perché un'impresa come quella continentale avrebbe dovuto accrescerne la fame, la personalità e, di conseguenza, la capacità di imporsi e di fare risultato anche in circostanze difficili, fattore che invece è totalmente mancato in questa terrificante seconda parte delle eliminatorie mondiali. 

IMPOTENZA - La gara siciliana è stata emblematica: è vero, come in molti si affannano a scrivere oggi, che l'Italia ha dominato, ma è stato un dominio sommamente sterile. Seriamente, quante palle gol veraci, clamorose, nitide avete contato? Direi che stanno ampiamente sulle dita di una mano. Berardi, protagonista di una stagione esemplare col Sassuolo, è stato inevitabilmente anche il più pericoloso, il più incisivo, il più continuo al tiro, ma la mira è mancata totalmente, e il gol fallito nel primo tempo su pasticcio difensivo avversario è da doppia sottolineatura blu. Immobile solo una volta è andato alla conclusione in maniera discretamente insidiosa, e nella ripresa ancora Berardi ci ha provato due volte dalla distanza e una con una girata sotto misura; possiamo aggiungere un destro di poco alto da parte di Raspadori e un bel diagonale di Pellegrini, due che dovevano essere dentro fin dall'inizio, tanto per dire. Oltre a questo, un florilegio di tiri ritardati, abbozzati, oppure deboli e prevedibili: scarsa reattività, scarsa velocità di pensiero e di esecuzione dal centrocampo in su. Lacune che, ripeto, erano palesi anche in autunno: il fatto di non avervi messo una pezza con ben quattro mesi a disposizione inchioda il Mancio alle sue responsabilità, che onestamente mi paiono evidenti. 

LA RETORICA DEL CARRO E DEL "IO STO CON" - Qui entra in scena anche la disfatta della critica, di certa critica. Quanti danni ha fatto quella ormai lontana battaglia fra pro e contro Bearzot, culminata con l'epopea del Mundial '82, quando si cominciò a parlare di "carro dei vincitori" e amenità simili! Una retorica insopportabile, quella del carro su cui non si può salire se non sei "pro" fin dall'inizio, e quella del "io sto con Tizio" a prescindere da tutto. Per me non funziona così. Parlo per esperienza personale, quella scritta "nero su bianco" su questo blog da undici anni a questa parte: sono stato da subito con Mancini non per ragioni di simpatia umana, ma per quanto scritto all'inizio, ossia per aver visto giocare la sua Nazionale e averne colto in tempi non sospetti le enormi potenzialità, tanto da poterne agevolmente prevedere il buon rendimento all'Euro 2020 (la vittoria finale quella no, non poteva prevederla proprio nessuno). Allo stesso modo, ero stato immediatamente scettico su Ventura, un po' perché il suo curriculum parlava chiaro, un po' perché fin dalle sue prime uscite era parso lampante che fosse inadeguato al compito, per scelte strategiche e di uomini; ed ero stato con Prandelli perché per due anni fece un po' quel che ha fatto, con ancor più convinzione, Mancini, prima dell'improvvisa involuzione post Euro 2012 che mi fece lanciare chiari segnali d'allarme sulle non esaltanti prospettive del suo progetto, poi puntualmente arenatosi in Brasile. 

Così, dallo scorso autunno ho fotografato il declino dei campioni d'Europa e le incertezze e i tentennamenti del cittì, di fronte a una situazione che stava palesemente degenerando. Sono sceso dal carro? Certo che no, semmai il contrario: ho cercato di portare il mio modesto contributo per scongiurare un disastro che stava prendendo lentamente forma quasi nell'indifferenza generale. L'avessero fatto anche altri, forse in questo triste 25 marzo 2022 non staremmo recitando il de profundis per un ciclo che poteva portarci molto in alto e che invece si è esaurito prematuramente. 

ANCORA MANCINI? SI' MA... - E già: cosa ci attende adesso? La situazione è estremamente complessa. Mancini potrebbe benissimo rimanere, per quanto mi riguarda. Il disastro della seconda qualificazione iridata fallita, oltretutto contro un competitor di terza fascia (che ha vinto con un tiraccio della domenica, l'unico scagliato verso Donnarumma, diciamo anche questo), pesa come un macigno, e presumibilmente potrebbe portare l'ex fuoriclasse della Samp a decidere autonomamente di farsi da parte, però i meriti accumulati nel suo primo triennio sono epocali, e non parlo solo dell'aver riportato in Italia un titolo europeo che mancava da oltre cinquant'anni, un'eternità. Ha fatto molto di più, ha lanciato segnali importantissimi dando fiducia a giovani che inizialmente faticavano a trovare spazio anche nei club, ha puntato sul dominio del gioco e sulla tecnica, ha svecchiato l'immagine di un calcio italiano che può conseguire risultati anche percorrendo le vie dello spettacolo e della vivacità offensiva, non solo quelle della prudenza. 

SOLO GLI INVESTITORI STRANIERI POSSONO SALVARE IL NOSTRO CALCIO - Un cambio di mentalità che purtroppo il movimento ha recepito solo in minima parte, e qui può tornare valido il discorso sui massimi sistemi. E' di pochi giorni fa l'amara considerazione del cittì dell'Under 21, Nicolato, sullo scarsissimo spazio riservato ai giovani nelle squadre di A. Ma è roba vecchia, lo ripeto: discorsi che si facevano già nel 2010, e qui sta tutta la tragicommedia del calcio italiano, che si è condannato a lustri di marginalità internazionale non prendendo nessuno dei provvedimenti necessari per cercare almeno di iniziare la risalita. Perché non c'è solo la Nazionale che non volerà in Qatar (ammesso e non concesso che quel Mondiale si giochi, visti gli scenari internazionali di guerra); ci sono anche i nostri club zeppi di stranieri che puntualmente, da dodici anni a questa parte, recitano in Europa il ruolo delle comparse. Ma non è neanche più utile sottolineare tutto ciò, è solo una stanca litania destinata a rimanere inascoltata. Sì, ho perso le speranze. Solo gli stranieri, parlo in questo caso di imprenditori, possono salvarci: a Genova, sponda Genoa, si sta tentando di lanciare un progetto calcistico serio, organizzato, razionale, di matrice tedesco-americana: l'auspicio è che nel nostro calcio barzelletta approdino sempre più investitori come i 777 rossoblù. Ma tutto questo, ribadisco per l'ennesima volta, c'entra poco e nulla con il ko palermitano, le cui cause sono all'interno del gruppo azzurro, non nel sistema calcio Italia. 

NAUSEA AZZURRA - Per quanto mi riguarda, e mi scuso per questa ennesima digressione personale, in questo momento nei confronti della Nazionale ci sono più rabbia e nausea che voglia di ricominciare. Sono stanco e penso che staccherò la spina azzurra per un bel po'. Non mi appassiona l'Intercontinentale con l'Argentina, mi interessa poco e niente la Nations League, trovo persino frustrante l'idea di dover inseguire un altro Europeo, il Mondiale nordamericano del 2026 è troppo lontano, e non so se avrò le forze e l'energia critica per seguire questa ennesima ricostruzione del Club Italia che nemmeno doveva esserci, viste le premesse estive. 

sabato 3 luglio 2021

EURO 2020: IL CRASH TEST BELGIO SUPERATO A PIENI VOTI, L'ITALMANCIO FRA LE PRIME QUATTRO SENZA SNATURARSI. PRODEZZE DA TOP PLAYER PER BARELLA, DONNARUMMA E INSIGNE, TRISTEZZA PER SPINAZZOLA

 Le prime parole non possono che essere per Leonardo Spinazzola, uno dei top player in assoluto di un Europeo che non potrà concludere, lui che più di tutti avrebbe meritato di giocarselo fino all'ultimo istante dell'ultimo match. Un infortunio che si preannuncia grave, giunto in maniera beffardamente banale al culmine di uno di quegli slanci di generosità agonistica che sono nel Dna di questo ragazzo talentuoso e fragilissimo. E di Spinazzola c'è stato tanto pure nel trionfo di Monaco di Baviera, anche se non nella maniera a cui ci aveva abituati: meno esplosività "spacca difese" nella spinta sulla fascia, anche se la sua presenza in appoggio all'attacco è stata al solito costante, ma un più sostanzioso apporto in copertura, come richiesto dal copione tattico assunto ben presto dalla gara, con la chicca di un provvidenziale e fortunato salvataggio quasi sulla linea su tocco di Lukaku. Poi, quando il laterale romanista stava finalmente cominciando a cercare con più insistenza l'incursione di forza, approfittando dei maggiori spazi concessi da un Belgio alla ricerca del pari, ecco il maledetto crac. 

IL CRASH TEST PIU' DURO - Così, un'ombra di tristezza si è depositata sulla serata più bella e intensa del calcio azzurro dai tempi del disastro svedese dell'autunno '17. Chi scrive, è risaputo, mai ha nutrito dubbi sull'efficienza e sulla validità dell'ItalMancio, ma è certo che ieri sera si sia compiuto il passaggio definitivo dalla polvere agli altari. Era il crash test più duro, senza se e senza ma. Perché poi, alla fine, di super squadroni non è che ce ne siano tantissimi, in giro per il Continente. Non lo era la Francia iridata, quantomeno non più a livelli siderali, essendo stata spazzata via con pieno merito dall'intraprendente Svizzera di Petkovic, una delle "signore nessuno" che, secondo tanti pseudo esperti da bar sport, abbiamo affrontato in questo triennio; non il Portogallo, che non ha mai convinto in questo torneo, per tacere di una Germania in fase di passaggio  generazionale. Forse può esserlo l'Inghilterra, che però, se arriverà in fondo alla kermesse, lo avrà fatto giocando quasi sempre in casa, a parte il quarto di questa sera a Roma, vantaggio non da poco. Come dire, Europeo itinerante ma non troppo, e non certo per i sudditi di Sua Maestà. E insomma, non è che si possano incontrare squadroni un giorno sì e l'altro pure, come pretendevano gli incontentabili critici della nostra Azzurra... 

L'ITALIA NON SI E' SNATURATA - Rimaneva il Belgio, dunque, capofila del ranking FIFA, quindi una delle migliori selezioni al mondo. Esame tostissimo, per noi, e superato a pieni voti. Sempre che qualche ipercritico non abbia da eccepire sul come è stato superato. Certo sarebbe stato assurdo pretendere un'Italia al comando della sfida e in controllo assoluto come da piacevole tradizione della gestione Bobby gol, perché a volte ti trovi davanti squadre non attendiste, e anzi capaci di prendere per prime il pallino e di sprigionare luminarie offensive che è arduo contenere. Ma neanche di fronte al colosso belga la nostra Nazionale si è snaturata, se non in minima parte nei momenti di più acuta sofferenza, quando gli uomini di Martinez hanno spinto con vigore e continuità, diciamo nelle fasi iniziali dei due tempi e poi nel caotico arrembaggio conclusivo. Gli azzurri non si sono mai chiusi, non hanno mai fatto mucchio di fronte ai sedici metri, hanno accettato la sfida in campo aperto guadagnandosi gli spazi e i tempi per dispiegare la loro consueta manovra ariosa, elaborata, ieri confermatasi più che mai arma vincente da non mettere da parte mai, perché consente di alzare il baricentro, allentare la pressione avversaria e giostrare sempre vicini all'area altrui. 

VERRATTI DI ROTTURA, LE PRODEZZE DI BARELLA E INSIGNE - Uno stile di gioco che calza a pennello ai nostri, perché sostenuto dall'ormai nota precisione di tocco e di palleggio che anche in questa occasione, salvo poche sbavature causate dalla tensione, non è venuta meno, consentendoci pure uscite dalla zona difensiva in velocità ed assoluta disinvoltura. Detto del lavoro oscuro dello sfortunato Spinazzola, anche Di Lorenzo ha fornito il solito contributo di peso in retroguardia, a parte il rigore su Doku che tuttavia è stato concesso, mi pare, con un  pizzico di generosità; Bonucci e Chiellini si sono espressi su standard da Juve contiana e allegriana, e a proteggere il reparto ha dato una grossa mano un Verratti persino ruvido, a tratti, e che come spesso gli capita ha offerto il meglio di sé in fase di "rottura". Ma non solo, perché da un suo lancio  a rimettere il pallone in area, dopo che la difesa si era arrangiata alla bell'e meglio su Immobile, è scaturito lo splendido assolo di Barella, che è sgusciato di forza fra due difensori per poi scaraventare di potenza in rete il pallone dell'1-0. Sono elementi di acclarata statura internazionale, dribblano e saltano l'uomo come i campioni di un tempo, questi ragazzi: lo ha fatto anche Insigne, che si è bevuto in scioltezza Tielemans sulla trequarti per poi bucare Courtois con uno dei suoi tiri a giro a lunga gittata; il solito movimento, lo scarto a destra e la conclusione, tutto come da spartito mandato a memoria, lo si diceva anche di Robben, ma sono gesti tecnici che, se eseguiti bene, risultano difficili da disinnescare, anche se ripetuti all'infinito. 

MAI PASSIVI, E DONNARUMMA DECISIVO - Lo stesso Insigne sta nitidamente emergendo in questo Euro 2020 per il lavoro a tutto campo a sostegno dei reparti arretrati, mentre il neotitolare Chiesa ha giocato soprattutto in avanti e, nel primo tempo, ha avuto anche l'occasione per far male con una fiondata di destro dal limite e, prima ancora, con un tiro deviato che per poco non sorprendeva il lungagnone guardiano dei Diavoli Rossi. Nella ripresa ci ha provato al volo anche Spinazzola su assist dell'ispirato Insigne, altri potenziali pericoli sono rimasti in abbozzo ma spesso il pallone ha danzato nei pressi o all'interno dell'area belga. Sempre vivi, attivi e reattivi, insomma, con Jorginho un po' più sottotraccia del solito ma intraprendente nell'inserirsi in prima linea (e su di lui poteva starci un rigore, non nitidissimo esattamente come quello su Doku). Il numero di occasioni create non si è incrementato, stavolta, soprattutto per via della serata no di Immobile, che col suo incaponirsi in certi tentativi solitari ha palesato una certa mancanza di lucidità, dovuta forse a un serbatoio di energie che comincia a essere in riserva. 

Poi, come detto, ci sono state le inevitabili concessioni alla possanza del gioco belga: nel primo quarto di partita Donnarumma ha tolto le castagne dal fuoco due volte su Lukaku e una su un De Bruyne che ha confermato appieno la sua classe, con accelerazioni che hanno messo in ambasce il nostro reparto di mezzo come raramente era capitato fino a oggi. Nel secondo tempo, come detto, un pizzico di buona sorte col rocambolesco salvataggio di Spinazzola a due passi dalla linea (ma almeno, come si dice in questi casi, era al posto giusto nel momento giusto...), e col solito Lukaku che non è riuscito a toccare di testa un cross di Chadli radente la porta, quindi l'assalto finale di Mertens e compagni del tutto inconcludente e contenuto senza nemmeno troppo affanno. 

BELGIO SCONFITTO MA FORTE - E' stato quel che si dice un bell'incontro, perché trame di grana buona e giocate di pregio si sono fuse con il clima di acre battaglia agonistica che ha per lunghi tratti imperversato. Acre ma corretta, giova dirlo. Il Belgio non esce ridimensionato da questo confronto, tutt'altro: ha trovato sulla sua strada una rivale giovane in molti suoi uomini ma già credibile, organizzata, con un progetto di gioco moderno e sbarazzino e con individualità di assoluto spessore, al di là delle ormai risibili sottovalutazioni di certa critica ma soprattutto, spiace dirlo, di larga parte del pubblico. Non ho più voglia di polemizzare, ciò che avevo da dire sull'argomento l'ho scritto in lungo e in largo qua e sull'unico social che frequento: posso solo aggiungere che provo tristezza per chi ha scoperto l'Italia di Mancini solo a Monaco, perché si è perso tante gioie precedenti, tante partite godibili e prestazioni brillanti. Perché negarsi l'effimera felicità dello spettacolo calcistico per il puro gusto di fare i bastian contrari e i contestatori a tutti i costi? 

ABBIAMO GIA' VINTO - La terra di Germania ci è stata di nuovo propizia, come nel 2006: peccato che stavolta sia stata solo una toccata e fuga. Ora, come scrisse Italo Cucci sul Guerino all'indomani di Italia-Brasile 1982, "non vorrei che gli azzurri fossero come me: felici e paghi". Già, perché per me l'Europeo è già vinto, non solo moralmente (alle vittorie morali non ho mai dato troppo peso nemmeno al Festival di Sanremo) ma sul piano meramente sportivo. Dopo essere entrata fra le prime otto d'Europa, ora la nostra Azzurra si ritrova fra le prime quattro, un traguardo splendido che nessuno con un minimo di raziocinio avrebbe potuto pretendere da Jorginho e compagni, alla vigilia. Nel 2017 avevamo toccato il fondo della ultracentenaria storia di questa gloriosa rappresentativa, ora abbiamo di nuovo una Nazionale competitiva ai massimi livelli, che può permettersi persino il lusso di sognare ciò che io per primo, da sempre estimatore del lavoro di Mancini e dei suoi ragazzi, non osavo nemmeno chiedere a questo Club Italia. Con la Spagna, a Wembley, si potrà benissimo perdere, perché quella di Luis Enrique è compagine fresca, coraggiosa e ricca di piedi buoni, proprio come la nostra. Ma non è più la mitica Roja 2008-2012, se è vero che stava per essere disinnescata dalla Svizzera già castiga-Francia. Ci possiamo provare, ancora una volta, senza assilli e senza pressione. 

domenica 27 giugno 2021

EURO 2020: PER L'ITALIA GIALLO A LIETO FINE, VA IN TILT NELLA RIPRESA MA SI RIALZA NELL'EXTRATIME. DECISIVI I CAMBI BELOTTI, PESSINA E CHIESA (FINALMENTE), SPINAZZOLA STRATOSFERICO

 Mistero azzurro, verrebbe da dire. Perché non esistono spiegazioni tecniche del tutto esaurienti al black out di gioco che ha colpito l'Italia, ieri sera, per larga parte del secondo tempo, portandola quasi sull'orlo di una capitolazione ingiusta ma non scandalosa. Forse non c'è nemmeno da scervellarsi troppo: è stata una crisi acuta di crescita, di maturazione, la paura di sbagliare che ha improvvisamente paralizzato quasi tutti di fronte alle prime, grosse difficoltà incontrate in questo Europeo. Il famoso "braccino", si potrebbe dire in maniera un po' troppo semplicistica; certo sarebbe stato allarmante se la storia fosse finita lì, ma c'è anche il lato meno oscuro della medaglia: e cioè che la squadra ha saputo infine scuotersi e lo ha fatto nei supplementari, cioè proprio nel momento in cui tante nostre Nazionali del passato si sono disunite e hanno perso tutte le certezze fin lì accumulate, andando infine incontro a disfatte più o meno sorprendenti. 

AUSTRIA CHIUSA MA NON PASSIVA - Pericolo scampato, dunque, con qualche tremore di troppo ma tutto sommato con merito. Prima o poi (più prima che poi) perderò l'abitudine di dare un'occhiata agli illeggibili commenti degli pseudoesperti da social, molti dei quali hanno parlato senza mezzi termini di fortuna (le espressioni erano diverse e più colorite, diciamo così). Ecco, io ho visto opacità, appannamento, lunghe fasi di affanno, ma buona sorte proprio no, anzi. L'Azzurra del primo tempo si è espressa su livelli discreti, anche se non eccelsi come in tante occasioni anche recenti. Si è trovata di fronte un'avversaria sulla difensiva ma non passiva, assolutamente: l'Austria chiudeva con abilità ogni varco dietro ma era pronta a distendersi in coraggiose controffensive. Va anche detto che il team del Mancio ha avuto modo di scardinare con autorevolezza retroguardie ben più ermetiche, vere e proprie ammucchiate davanti all'area: questa volta non c'è riuscita, certo a causa dell'eccellente ed elastico dispositivo tattico dei danubiani che non le ha mai permesso di assumere con continuità le redini della gara, ma anche per proprie specifiche lacune. 

PRIMO TEMPO VINTO AI PUNTI - Lacune dinamiche, perché i ritmi non sono stati sostenuti come nello standard ormai acquisito dalla nostra Selezione, e questo deve un po' inquietare, visto che venivamo dal massiccio turn over attuato col Galles. Lacune creative esiziali nella zona nevralgica, dove Verratti e Barella, che dovevano essere le rampe di lancio, hanno iniziato in maniera promettente (vista in avvio una splendida apertura verso sinistra del parigino, a tagliare il campo diagonalmente), per poi scivolare progressivamente fuori dal centro di costruzione del nostro gioco d'iniziativa. Così è mancato un adeguato rifornimento alla prima linea, e anche la protezione della difesa non è stata sempre efficace, originando delle "terre di nessuno" sulla nostra trequarti nelle quali i biancorossi si infilavano con facilità persino irrisoria. Tutto questo, però, nel secondo tempo, perché fino all'intervallo, pur girando al 60-70 per cento del proprio potenziale, l'Italia aveva comunque pressato e tenuto pallino, creando quattro situazioni di pericolo piuttosto evidenti, due su incursioni di uno Spinazzola sempre più indemoniato, poi con un esterno destro di Barella respinto di piede da Bachmann, e con l'improvvisa conclusione dalla distanza di Immobile che ha scheggiato il palo di destra. 

QUATTRO BIG SOTTOTONO: NON POSSIAMO PERMETTERCELI -  Poi, ripetiamo, il black out. Una lunga fase di nervosismo immotivato, perché in passato abbiamo sempre avuto la pazienza e la calma di aspettare il momento giusto per stanare i rivali e colpirli; gli uomini di Foda che acquisivano sempre più audacia ma che al tirar della somme, a parte un'insidiosissima punizione di Alaba, non mettevano la nostra difesa in grosse ambasce, perché il gol di testa realizzato da Arnautovic era viziato da un fuorigioco piuttosto netto e il Var ha fatto solo il suo dovere, così come sul rigore inutilmente da loro invocato, altro che Dea bendata. I nostri pagavano, oltre alla défaillance dei citati califfi di centrocampo, incapaci di dare profondità alla manovra, anche un Berardi evanescente e velleitario come in azzurro non si era mai visto, e un Insigne poco a fuoco, anche se al solito generoso combattente. Alle corte: almeno quattro elementi chiave nettamente sottotono dalla cintola in su, un lusso che il Club Italia in questo momento non può assolutamente permettersi. 

PIU' DI UNDICI TITOLARI - Dopo il match col Galles avevo scritto della meritoria opera attuata dal Cittì nell'allargare il bacino degli azzurrabili, aver cioè creato un gruppo ampio di giocatori competitivi a livello internazionale sui quali fare sempre pieno affidamento. Da Wembley è arrivata la conferma: tolti dal campo senza rimpianti quei titolarissimi così sorprendentemente spenti, dentro le cosiddette seconde linee, Locatelli, e Pessina, Belotti e Chiesa, che hanno dato la svolta. Lo juventino non ha fatto poi moltissimo, se non la cosa più importante, un gol anche di pregevole fattura, da posizione non facilissima, dopo acrobatico controllo sul lungo cross dell'impagabile Spinazzola: da tempo chiedevamo al figlio d'arte di essere decisivo sotto porta in una gara di alto spessore, e finalmente è riuscito nell'impresa. Poi Pessina, uno degli ultimi arrivati nel club, intraprendente, ficcante, sempre nel vivo dell'azione offensiva, e che ha stangato in porta il raddoppio su appoggio di Acerbi, da parte sua costante nel sostegno alla fase di impostazione e negli inserimenti. Ma anche Belotti merita l'elogio pieno, avendo portato nel cuore della difesa austriaca fisicità e rabbia, lavorando in appoggio ai compagni e prendendo falli importantissimi. 

IL MEGLIO DEI FODA BOYS - Gli uomini di Foda hanno sfoderato cattiveria e concretezza quando ormai tutti li davano per cotti: un tiraccio di Gregoritsch con gran salvataggio in tuffo di Donnarumma, poi il gol di Kalajdzic su angolo, che ci ha regalato un finale di extra time interminabile, da vecchi cuori azzurri oltre l'ostacolo. Ma a quel punto il peggio era già passato da un po': anche Insigne pareva parzialmente rivitalizzato, al punto di sfiorare il 2-0 su punizione prima di uscire, Chiesa in contropiede si vedeva un pallonetto respinto sulla linea, Di Lorenzo usciva dal riserbo tenuto fino a quel momento, con una saggia applicazione in copertura, scatenandosi in una strepitosa fuga sulla destra conclusa con un bolide che avrebbe meritato miglior sorte. 

VITTORIA GIUSTA, MA PER I QUARTI CI VUOL ALTRO - Insomma: sofferenza sì, grigiore a tratti pure, paura eccome. L'Austria merita i complimenti, per i motivi prima esposti: non una grande squadra ma una buonissima compagine, che non sposa a priori la rinuncia di fronte ad oppositori più dotati di classe e più propositivi, quali rimangono i nostri, al di là della serata di luna parzialmente storta. Ma, detto questo, il grosso del volume offensivo l'hanno prodotto i Mancio boys, ancora una volta. Ciò detto, è fin troppo chiaro che un'Azzurra così avrebbe scarse possibilità contro il Portogallo e quasi nessuna contro il Belgio, nazionale che può anche giocare a scartamento ridotto (come contro la Danimarca) ma ha quei due-tre fuoriclasse che, se si accendono anche solo per un attimo, portano a casa partita e qualificazione. Ci sarà da lavorare, eccome. Ma lo si potrà fare in serenità: non superare questo ottavo non sarebbe stata una catastrofe ma una notevole delusione, una battuta d'arresto colma di interrogativi nel processo di crescita di questo gruppo; la tensione si leggeva sui volti dei nostri fin dall'inizio della ripresa: paura di sbagliare e di fare un precoce buco nell'acqua dopo tante ottime premesse, ribadisco. I quarti rappresentano invece già un traguardo di pregio, se pensiamo a come eravamo ridotti quattro anni fa. Che sarà, sarà, ma venerdì, ad occhio e croce, dovremmo vedere un'Italia giostrare con la forza dei nervi distesi. 

giovedì 17 giugno 2021

EURO 2020, ITALIA-SVIZZERA 3-0: VINCE IL COLLETTIVO. A SUPPORTO DEL CENTROCAMPO, DIFESA E ATTACCO ISPIRATI E MANOVRIERI. LOCATELLI E DI LORENZO I MIGLIORI, IL LAVORO OSCURO DI JORGINHO E INSIGNE

Un'Italia "antica" eppur nuova, quella che ha strapazzato la Svizzera conquistando con un turno d'anticipo l'accesso agli ottavi. L'Azzurra del Mancio svela cammin facendo le sue risorse, che non sono infinite ma hanno se non altro il pregio dell'eterogeneità. In questi tre anni di gestione di Bobby-gol, e fino alla gara con la Turchia, abbiamo imparato ad apprezzare una squadra che gioca in punta di fioretto, facendo leva quasi esclusivamente sulle ottime doti di trattamento della palla e su una manovra avvolgente, elegante ed efficace. Ecco, ieri si è visto qualcosa di diverso e di più ricco: non che siano mancate le consuete trame in agilità e scioltezza, quel palleggio disinvolto che taglia in due gli schieramenti avversari consentendo vertiginosi approcci all'area nemica. Ma, forse per la prima volta, al pacchetto di mezzo non è toccato sostenere quasi per intero il peso del nostro gioco d'iniziativa. 

CORALITA' E AGGRESSIVITA' - La Nazionale vittoriosa sugli elvetici è stata "squadra" nel senso più pieno del termine. Il collettivo ha fatto la differenza: partecipazione corale, tutti i settori impegnati in tutte le fasi, quasi un mini calcio totale, il che è una semplice annotazione tattica, senza voler indulgere in paragoni blasfemi con certi dream team del passato, paragoni al momento fuori luogo. E però è un fatto che mai come ieri all'Olimpico si sia vista un'armonia, una fusione quasi perfetta fra i reparti, nel segno di un'equa distribuzione dei compiti. L'apporto della terza linea, per dire, è stato determinante, ma non nel senso classico del termine. Perché non si è trattato di battersi in trincea contro opponenti all'assalto, questo no: certo la multietnica rappresentativa di Petkovic al tirar delle somme ha concluso pochissimo (doppia palla gol su tentativo di Zuber ottimamente neutralizzato da Donnarumma, poi poco altro), ma non ha manifestato la timidezza turca. Il suo approccio alla gara è stato notevolmente aggressivo, soprattutto all'inizio delle due frazioni, ma non solo: i nostri hanno dovuto quindi limitarne gli estri offensivi, e lo hanno fatto non chiudendosi a riccio nell'attesa del momento opportuno per ripartire, arma strategica comune a molte Italie del passato, ma alzando il baricentro, aggredendo in pressing con continuità, contrastando e impostando subito. 

IL FONDAMENTALE APPORTO DELLA DIFESA - Tutti hanno svolto un ruolo attivo. Valga questa annotazione: nella zona nevralgica ha svettato Locatelli, non solo per i due gol che pure significano tantissimo, perché avere centrocampisti che segnano è fondamentale, questo Club Italia ne ha trovato un altro (dopo l'assaggio in Bulgaria nel marzo scorso) e conferma così una delle sue doti principali, un'arma difficilmente disinnescabile, ossia la capacità di andare a rete con diversi elementi della rosa, e non solo con le punte. E però, tolta la gara da califfo del giovane del Sassuolo, Jorginho ha svolto una tessitura preziosissima, costante, puntuale, senza sbagliare un pallone ma agendo tutto sommato sotto traccia, mentre Barella è andato a strappi, anche con qualche errore di misura pur se, tanto per gradire, ha fornito a Manuel il passaggio per il 2-0, confermandosi uomo decisivo negli snodi cruciali di ogni match. 

Insomma, un reparto che al solito ha ampiamente fatto il suo dovere, ma forse, stavolta, non sarebbe bastato, da solo, a forzare il bunker svizzero, se non avesse avuto un sostanzioso aiuto da parte del resto della formazione. Dalla difesa non sono emersi i soli, consueti sganciamenti di Spinazzola, sempre positivo nella spinta e nel cross ma con la mira da aggiustare al momento di concludere (ha sprecato il 2-0 con un esterno destro fuori bersaglio), ma ha giganteggiato Di Lorenzo, insuperabile in copertura e costantemente presente in appoggio e in costruzione; Chiellini, finché è stato in campo, ha giocato spesso sulle trequarti elvetica, il suo sostituto Acerbi si è proiettato in avanti quando ha potuto, Bonucci ha scodellato un lancio che per poco non mandava in gol Immobile, formula ampiamente utilizzata in edizioni recenti del Club Italia, da Prandelli a Conte. 

INSIGNE E IMMOBILE, I TUTTOFARE - E poi l'attacco: Berardi, coi sui cambi di passo, la sua velocità, la capacità di saltare l'uomo continua a mettere a ferro e fuoco le difese avversarie, e da una sua insistita iniziativa sulla destra è nato l'1-0 di Locatelli, il quale aveva oltretutto dato il via all'azione. Ma merita l'elogio pieno anche Insigne, che qualche commentatore ha bocciato ma che ha disputato una gara encomiabile per impegno, continuità, sacrificio, ripiegando a sostegno della seconda linea, partendo sovente da lontano e pagando così in termini di lucidità nei sedici metri finali; e anche Immobile non si è sottratto al lavoro di fatica, confermandosi poi in gran vena anche come suggeritore, visto che dai suoi piedi è partita la fase decisiva della manovra che ha prodotto il bolide di Locatelli per il bis. Gol e apporto di peso al gioco, non si poteva chiedere di meglio a Ciro dopo tante prove azzurre in chiaroscuro, ad esempio quella in Lituania che fece innervosire lui per primo. 

GLI AVVERSARI "CHE NON ESISTONO" - Questo Club Italia così fresco e sbarazzino sta suscitando le reazioni più disparate: si moltiplicano le "cadute dal pero" (conferma inequivocabile del fatto che, negli ultimi tre anni, in molti non hanno visto nemmeno mezza partita della nostra rappresentativa); persistono gli scettici, che con impegno e cocciutaggine degne di miglior causa continuano a derubricare a nullità gli avversari degli azzurri, ma mano che vengono spazzati via. Poco importa che, come ricordato a commento della gara d'esordio, la Turchia fosse reduce da colossali imprese contro i campioni del mondo francesi e contro l'Olanda oggi esaltata da tutti (imprese compiute in gare ufficiali, non in amichevoli); e poco importa che la Svizzera occupi attualmente il 13esimo gradino del ranking FIFA, un solo posto dietro la Germania, uno davanti alla Croazia battuta dagli inglesi, tre davanti alla sopra citata Olanda. Strano destino davvero, quello di questa Selezione che non riesce a commuovere né con i risultati né con il gioco, laddove in passato ci si stringeva a coorte durante e dopo gare puramente catenacciare come quelle di Saint Denis '98 o di Amsterdam 2000. 

IL MOMENTO DEI CALCOLI - Ora che abbiamo la certezza di accaparrarci uno dei primi due posti del gruppo, beh, spiace dirlo, è anche il momento dei calcoli, perché non siamo nati ieri e i percorsi post primo turno vanno studiati attentamente. Proprio questo "studio" permise all'Italia di Lippi 2006 di battersi per vincere il proprio girone e assicurarsi così una mezza autostrada fino alla semifinale; "astuzia" che non fu in grado di mettere in pratica l'Italia di Bearzot '82, complice una prima fase mediocre che ci recapitò in un secondo raggruppamento terribile; vero che da quella apparente sciagura sportiva nacquero poi le imprese epiche con Argentina e Brasile, ma nonostante tutto credo che, alla vigilia, quegli azzurri avrebbero pagato per capitare con avversari più abbordabili. In queste ore, lo spauracchio più concreto che si agita di fronte ai nostri occhi è la già evocata Olanda: vero che in Nations League le abbiamo preso quattro punti su sei giocando meglio, ma sarebbe meglio comunque evitare un confronto così precoce. Perché nelle gare a eliminazione, si sa, basta una giornata mezza storta per far svanire un sogno. Occhio... 

sabato 12 giugno 2021

EURO 2020: LUNGO LAVORO AI FIANCHI, POI GLI AZZURRI TRAVOLGONO LA TURCHIA. I TOP FIVE: BARELLA, BERARDI, IMMOBILE, SPINAZZOLA, JORGINHO

Da più parti si invoca equilibrio nel modo di approcciarsi alla Nazionale italiana e alle sue gesta. Troppo entusiasmo preventivo, si dice, e l'accusa non è del tutto campata per aria: si è cominciato assai presto, persino con uno show di prima serata su Rai 1 affidato ad Amadeus e addirittura con un documentario a puntate, sempre sull'ammiraglia, nella impegnativa fascia oraria dei Soliti ignoti. Poi gli spot della tv pubblica con festeggiamenti di vittorie azzurre che dovevano ancora arrivare. Infine, per giungere alla stretta attualità, qualche eccesso di ottimismo post trionfo nella gara d'esordio, non proprio un "Wembley, arriviamo", ma quasi. In parte è vero, ripeto, ma se equilibrio deve essere, deve esserlo a tutto tondo. Perché non è nemmeno giusto derubricare ogni successo dei nostri a ordinaria amministrazione, con la scusa che ogni avversario sia infallibilmente scarso, modesto, inesistente. E no: da possibile outsider, così l'avevano etichettata in molti, ora la Turchia è stata declassata a caricatura di squadra. La stessa caricatura di squadra che nelle qualificazioni ha preso quattro punti su sei alla Francia, e che nelle eliminatorie mondiali ha strapazzato l'Olanda, una selezione, fra l'altro, che viene sistematicamente considerata da certi esperti superiore alla nostra, e magari lo sarà anche, ma contro la quale, in Nations League, il team di Mancini ha esso pure fatto quattro punti su sei, andando a maramaldeggiare in trasferta ben al di là dello striminzito 1-0 finale. Qualcosa non quadra. 

LA TURCHIA NON E' UNA SCARTINA - So benissimo che quella di Gunes non è una big del continente, ma il ruolino di marcia recente prima citato, la solidità complessiva evidenziata a più riprese e diverse individualità di spicco ne facevano un'opponente della quale diffidare fortemente. Appena ieri si tessevano le lodi della sua difesa quasi impenetrabile, e dei gioielli Yazici e Yilmaz che hanno trascinato il Lille a uno storico scudetto in Francia, per tacere dei "nostri" Chalanoglu e Demiral. Ora, per dirla in gergo, hanno beccato pesante all'Olimpico e sono trattati come pezze da piedi. Ci vorrebbe meno strabismo nelle valutazioni critiche. Dopodiché, ripeto, questa Azzurra irriverente e garibaldina deve ancora consumarne, di suole, se vuole diventare grande, già mercoledì con la Svizzera il livello di difficoltà si alzerà di un altro piolo, ma la narrazione in base alla quale si vince perché si gioca sempre contro nessuno è inaccettabile, oltre a essere in buona sostanza non rispondente al vero. 

DIFENSIVISMO TURCO E IMPACCI NOSTRI - Mi ha sorpreso, questo sì, l'atteggiamento di estrema prudenza con cui gli ospiti hanno affrontato la gara. Una chiusura a riccio quasi al limite del catenaccio, e anche oltre, con ammucchiate e corridoi intasati dalla trequarti in giù. Forse perché era comunque lampante la superiore caratura tecnica del Club Italia, e lo stesso Gunes ne ha preso serenamente atto già prima di scendere in campo, pianificando una partita di attesa e ostruzionismo, cercando di far sfiancare gli azzurri nella continua e inutile ricerca di un varco buono, e fidando nella nostra mancanza di muscoli e centimetri in avanti. Nel primo tempo il disegno pareva avere qualche possibilità di riuscita: l'iniziativa era da subito di marca tricolore, come da copione, ma qualche errore di misura nei passaggi, insolito per il gruppo del Mancio, e qualche frazione di secondo di troppo nell'avvio e nell'elaborazione delle azioni consentivano ai rossi di contrastare efficacemente le nostre trame. 

LOCATELLI CRESCE CON MISURA, BARELLA SALE IN CATTEDRA - Qualcuno, giocoforza, ha anche avvertito il peso dell'esordio assoluto in un contesto così impegnativo, mai vissuto prima: come Locatelli, ad esempio, che per un po' si è limitato al piccolo cabotaggio, così come Barella a lungo non ha trovato le misure giuste per entrare con decisione nella fase di costruzione e di spinta. I grandi giocatori sanno superare questi comprensibili attimi di impaccio, e loro l'hanno fatto: il giovane del Sassuolo ha ripreso a tessere e palleggiare con la sicurezza e l'efficacia che gli sono proprie, pur senza svettare ma confermando la sua propensione alla conclusione a rete (un bel destro sul quale il guardiano turco si è salvato in corner), e ancor meglio ha fatto l'interista, tornato affidabile in copertura e autoritario negli inserimenti e in rifinitura, recitando da protagonista nelle tre azioni-gol, da autentico uomo-partita.

SPINAZZOLA, BERARDI, IMMOBILE, JORGINHO OK - Molti altri non hanno invece accusato il "braccino" della grande ribalta nemmeno per un minuto: non Spinazzola, freccia sempre acuminata sulla sinistra, buon crossatore e buon tiratore, con due conclusioni respinte da Cakir, la seconda delle quali ha portato al 2-0 di Immobile; non lo stesso centravanti laziale, vivo e attivo già nel difficile primo tempo e, come con la Repubblica Ceca, di nuovo assistman per Insigne, che ha sprecato una volta ma non ha fallito la seconda; e nemmeno Berardi, fin dall'inizio il più ispirato e ricco di iniziativa in prima linea, nei limiti di quanto concesso dalla muraglia allestita dai rivali, e propiziatore, col suo cross, della goffa autorete di Demiral; per tacere di Jorginho, dapprima silenzioso collante di un reparto che teneva saldamente le redini del match ma girava a vuoto, e poi califfo in una zona nevralgica che al comando sterile ha saputo infine aggiungere profondità e capacità di far male. Il citato Insigne è lievitato alla distanza dopo un primo tempo in cui è parso poco sul pezzo, ma nel complesso la sua presenza offensiva non ha avuto il peso che ci si aspettava. 

SEMPRE IN AVANTI - Ma sempre, anche in quell'ispida prima frazione "controvento", l'Italia ha pressato e giocato col muso puntato verso la porta avversaria, come da DNA ormai cristallizzato; e ha concluso tutto sommato parecchio, magari qualche volta in modo velleitario, ma ci ha provato, sganciando anche i difensori: e non è un caso che, in tanta penuria di spazi, sia stato Chiellini ad avvicinarsi maggiormente al gol con una inzuccata alzata in angolo dal portiere. Poi, la Dea Bendata ci ha dato una piccola mano per sbloccare il risultato, ma è stato un aiutino ben indirizzato verso chi più lo meritava. E in una serata del genere non è forse nemmeno il caso di sottolineare nuovamente la mancanza di una punta centrale di stazza e di grande concretezza, perché il problema persiste ma stavolta lo si è avvertito meno che in altre circostanze. 

BUONA PRODUZIONE OFFENSIVA - Ciro ha fatto in pieno il suo dovere. L'abbiamo già detto: un gol, due passaggi smarcanti, altri tiri insidiosi; sembra aver trovato la condizione giusta, e la giusta intesa coi compagni, proprio nell'occasione più importante, e contro avversari meno coperti potrebbe trovare quei metri in più per liberarsi ed essere ancor più letale. Merita fiducia. Così come la merita tutta la squadra che, al tirar delle somme, pur fra qualche imperfezione di manovra, pur parzialmente imbrigliata per quasi un'ora, alla fine ha messo insieme tre reti e almeno altre quattro mancate di poco (oltre a un penalty incredibilmente ignorato da arbitro e sala Var), per una produzione offensiva leggermente inferiore alla media ma comunque cospicua. E ora occhio alla sindrome della seconda partita, tante volte a noi fatale in passato. Perché non è vero che nei grandi tornei se parti bene sei già a un passo dal primo obiettivo (il passaggio del turno): occorre superare indenni almeno due ostacoli, prima di  programmare il futuro con discreta serenità.  

sabato 5 giugno 2021

VERSO EURO 2020: LA BELLA ITALIA CHE SCHIANTA I CECHI NON E' UNA NOVITA'. NIENTE EUFORIA, MA CAUTO OTTIMISMO



Non avevo certo bisogno di una gara come quella di ieri sera per scoprire che la nostra Nazionale, se sostenuta da una buona brillantezza fisica, è in grado di produrre espressioni di gioco di eccellente qualità impreziosendole con un'adeguata concretezza nel tiro a rete. Il problema è un altro: quale attendibilità può avere la felicissima prova generale di Bologna? Detto subito che l'avversario non era dei più semplici, essendo la Repubblica Ceca una delle magnifiche 24 pronte ad animare l'ormai prossima kermesse continentale, i tanti precedenti non possono che indurre alla massima prudenza. 

PRECEDENTI CONTRADDITTORI - Facciamo un rapido excursus storico, per scoprire come i test match prima di Mondiali ed Europei forniscano costantemente indicazioni mutevoli, contraddittorie, in definitiva di impossibile lettura (se non a posteriori, ma così è troppo facile...). Nel '78 e nell'82 la Selezione di Bearzot partì per Argentina e Spagna con due pareggi, rispettivamente uno modestissimo con la Jugoslavia (e annessi fischi del pubblico romano), e uno dignitoso ma non eccezionale in Svizzera. Quel che accadde dopo lo sappiamo tutti: due tornei iridati che sono ancora nel cuore di tutti gli appassionati tricolori. E pensiamo anche alla squadra di Prandelli che, nel 2012, concluse la preparazione per l'Euro facendosi rifilare tre pappine (a zero) dalla Russia, dopodiché in Polonia-Ucraina riuscì ad arrampicarsi addirittura, e con merito, fino alla finale con la Spagna, traguardo che nessuno, proprio nessuno, aveva anche solo osato sognare. Viceversa, nel 2008 il team guidato da Donadoni superò agevolmente il Belgio (ma non era il super Belgio attuale), Di Natale in grande evidenza, tutti contenti, poi in Austria e Svizzera fu somma sofferenza e un quarto di finale conquistato fra mille patemi. A mezza via fra queste situazioni si colloca la lunga fase di approccio al trionfo iridato del 2006: è pur vero che nelle ultime due amichevoli arrivarono due pareggi senza acuti (ma con Svizzera e Ucraina, due finaliste di quel Mondiale), ma nei mesi precedenti i ragazzi di Lippi avevano strapazzato due colossi del football, l'Olanda e la Germania, successi che diedero la misura delle notevoli potenzialità della squadra e, nel contempo, fecero crescere la consapevolezza di Toni e compagni nei loro mezzi. 

CAUTO OTTIMISMO - Quest'ultimo precedente ci dice se non altro che vincere aiuta a vincere, e sotto questo profilo la giovane Italia di problemi proprio non ne ha: rischia semmai, dopo tante vittorie, di trovarsi in qualche impaccio nel momento in cui incappasse in una di quelle giornate no che sono dietro l'angolo per tutti, nello sport. Credo tuttavia che questo sia il momento di una cauta ma convinta fiducia: non euforia, attenzione, che sarebbe del tutto fuori luogo, controproducente, perniciosa al momento di scendere in campo in una competizione in cui non possiamo in alcun modo essere annoverati fra i favoriti o semi-favoriti: Francia, Belgio, Inghilterra e Portogallo sono davanti a noi, Germania, Spagna e Olanda hanno enormi dosi di classe, per quanto il loro cammino negli ultimi anni sia stato non di rado accidentato. E poi ci sono le schegge impazzite che potrebbero vivere exploit improvvisi e regalare amare sorprese alle big: fra queste, due ce le ritroveremo davanti già nel girone iniziale di Roma, sto parlando di Turchia e Svizzera, che sulla carta ci sono inferiori ma hanno ottimi collettivi e individualità di spicco, e insomma non vanno sottovalutate per alcuna ragione al mondo. 

GIOCO BRILLANTE - Resta il fatto che, se quella del Dall'Ara è la vera Azzurra, qualche speranza di fare una discreta figura la possiamo cullare. Ripeto, nessuna novità, perlomeno per chi ha seguito tutto il percorso di crescita e di maturazione del gruppo di Mancini: compagine capace di manovrare in agilità e rapidità, con notevole proprietà di palleggio, di produrre una manovra d'iniziativa e di creare con buona frequenza situazioni di pericolo per la porta avversaria. Solo conferme, ieri sera: la straripante vitalità di Spinazzola che, come si dice oggi, "ara" la sua fascia con apprezzabile continuità ma sa mettere ottimi puntelli anche in ripiegamento; le geometrie, la saggezza e il carisma di Jorginho; la vitalità di Barella, che fa legna, spinge e conclude; le due acuminatissime frecce laterali Berardi e Insigne, entrambi in palla, il secondo addirittura scatenato. 

TUTTI AL TIRO! - Lo si è accennato: la Repubblica Ceca era sparring partner attendibile, e aveva pure iniziato bene il match, con un'occupazione del campo che ci impediva di sprigionare le nostre consuete luminarie in fase di costruzione e approccio. Se alla lunga è crollata, è più merito dei nostri che loro demerito. Il 4-0 finale sottolinea un'altra cosa importante: ormai assodato che ci manca una prima punta di autentica caratura internazionale, la rappresentativa del Mancio è in grado di colmare questa lacuna sguinzagliando in avanti, a turno, tutti gli elementi con una sia pur minima propensione offensiva: il fatto che tutti, chi più chi meno, abbiano ottime capacità di trattare il pallone, favorisce poi la facilità di sfornare azioni di notevole incisività. Discorso che vale anche per Chiellini, un habitué degli sganciamenti (benché non trovi il gol in azzurro da quasi quattro anni), ieri sera vicino alla segnatura con un sinistro al volo su corner. Abbiamo soprattutto degli incursori esterni di mortifera efficacia (non solo i due titolari di ieri, ricordiamo anche l'ottimo Chiesa visto in maglia Juve), e comunque a Bologna il suo golletto (con deviazione avversaria quasi ininfluente) lo ha fatto pure il contestato Immobile, che ha poi lanciato Insigne verso il 3-0 con un tocco beffardo. Insomma, il vuoto generazionale che ci ha per il momento privati dei nuovi Vieri, Del Piero e Inzaghi lo potremmo casomai pagare nei confronti con le grandissime del continente, ma per il resto possiamo tranquillamente ovviare al grave problema, senza caricare di eccessive aspettative il giovin Raspadori. 

SUBITO AL TOP, GIA' VENERDI' - Un dubbio, assolutamente legittimo, animerà questa vigilia: l'Italia è parsa in gran condizione, ma non è troppo presto, con un torneo (si spera per noi il più lungo possibile) che parte fra una settimana? Anche qui, difficile fare valutazioni: di certo, nella contingenza storica in cui siamo, ossia reduci da una mancata qualificazioni mondiale, sarà importante anche solo superare il primo turno per dare una riverniciata al nostro sgualcito blasone. Non siamo una di quelle rappresentative scafate e "adulte" che hanno la capacità di gestirsi e centellinare le energie, anche perché, ribadiamo, non possiamo sottovalutare nessuno. Alle corte: dovremo essere al meglio già venerdì prossimo per l'appuntamento con la Turchia, oltretutto col dovere di onorare il ritorno sugli spalti del pubblico di casa. 

PREPARAZIONE ANOMALA MA "VERA" - Il discorso sulla preparazione pre Europeo non consente, fra l'altro, paragoni con esperienze passate, nel senso che quest'anno non c'è stata, di fatto, una vera preparazione, perlomeno secondo i canoni tradizionali a cui eravamo abituati (lungo ritiro, disintossicazione dalle scorie stagionali, allenamenti graduati per entrare in forma nel momento opportuno...). L'attività interna si è conclusa tardissimo, ancora più tardi quella internazionale di club, con la finale di Champions andata in scena sabato scorso, solo dopo è toccato alle rappresentative, costrette dunque a mettere a punto i rispettivi progetti in tempi ristrettissimi. Nazionali che tuttavia, non dimentichiamolo, fra inverno e primavera hanno potuto "scaldare i motori" in vista del rendez vous di giugno con un programma più autentico di quello, classico, fatto di amichevoli pre Mondiali ed Europei, affrontando cioè le prime gare di qualificazione per Qatar 2022. Tre sfide che, per l'Italia, sono state particolarmente ispide, per quanto brillantemente risolte, e hanno rappresentato ulteriori, importanti step di sviluppo. 

IL CASO SENSI - Questo per dire che non c'è stata alcuna pausa agonistica, siamo stati costantemente sulla corda della necessità di fare risultato, ed è un bene. Abbinando il bel gioco del Dall'Ara col carattere e la cocciutaggine mostrate con Nord Irlanda, Bulgaria e Lituania, avremo già fatto un altro bel passo avanti. In Lituania, fra l'altro, a togliere le castagne dal fuoco fu Sensi, un "manciniano" della prima ora, un fedelissimo che ha offerto alla causa della nuova Italia buone prestazioni e gol pesanti. Euro 2020 doveva essere anche suo, ma ancora una volta il fisico di cristallo l'ha tradito. Pessina è una garanzia, uno destinato a rimanere a lungo in gruppo, ma aspettiamo l'interista in autunno, assieme a un lungodegente come Zaniolo, tutti ragazzi che possono e devono dare ancora tantissimo al Club Italia. 

venerdì 26 marzo 2021

ITALIA-IRLANDA NORD 2-0: BENE IL RISULTATO, GIOCO COSI' COSI'. GLI ATTEGGIAMENTI PRUDENTI E AL RISPARMIO NON FANNO PER QUESTA NAZIONALE

 Si doveva vincere e si è vinto. Sicuramente banale, ma non scontato, visto che negli occhi ci sono ancora gli imbarazzanti impacci patiti dalla Francia contro l'Ucraina, con i campioni del mondo incapaci di far valere la loro nitida superiorità di talento e avvitati in un gioco modesto e monocorde. E che dire della Spagna, bloccata sul pari interno dalla Grecia, medesima sorte toccata a Griezmann e compagni? Non erano scogli insormontabili, quelli sui quali si sono arenati i due colossi europei, così come, in linea tecnica, non lo era per noi l'Irlanda del Nord. Ma i britannici, come gli altri avversari che ci attendono nel raggruppamento, rappresentano quel tipo di squadra, tosta fisicamente e rognosa tatticamente, contro cui la nostra rappresentativa da sempre soffre le pene dell'inferno. 

UN'AZZURRA... CONTRO NATURA - Prendiamoci dunque questi tre punti, e pazienza se nella mente rimangono quei secondi 45 minuti che, andando a memoria, hanno offerto il peggio della gestione Mancini, escludendo le prime timide uscite nella Nations League 2018, ormai preistoria calcistica. Leziosità fine a se stessa, ritmi bassi, prudenza immotivata che ha portato a un abbassamento eccessivo del baricentro, col risultato di aver concesso tre-quattro occasioni pericolose a una compagine dalle risorse offensive enormemente limitate. Insomma, tutta una serie di atteggiamenti assolutamente antitetici ai principi ispiratori del nuovo corso del Club Italia. E nel marasma della ripresa non potevamo farci mancare, naturalmente, l'ossessione della  "costruzione dal basso a tutti i costi", che ci è costata alcuni svarioni difensivi malamente sfruttati dai verdi. Ora che anche lo stesso cittì ha sottolineato, nel dopo gara, come non sia necessario legarsi mani e piedi a questa formula, forse ci sarà un minimo di rinsavimento. Fin dai tempi di Sacchi, gli estremismi tattici non hanno mai portato da nessuna parte: e di questa arma strategica, per quanto redditizia in determinate circostanze, non dovrebbe abusare a maggior ragione l'Azzurra attuale. Che ha nel pacchetto di mezzo il suo punto di forza, un insieme di elementi dai piedi buoni, dal palleggio sopraffino e dalla notevole visione di gioco, e che quindi deve cercare di far partire da lì la fase d'impostazione della manovra, appoggiandosi casomai sugli esterni bassi e alti, che ad esempio nella serata di Parma hanno offerto più di uno spunto positivo. 

COSTRUIRE NEL MEZZO - E' stato un esperimento, certo, favorito anche dal fatto che il risultato era stato sostanzialmente messo in cassaforte già nella prima frazione. Ed è comunque importante provare nuove idee, ricercare fonti e strade alternative per la costruzione dell'azione, per dare ulteriori brio e imprevedibilità a un atteggiamento comunque già spiccatamente propositivo. Ma l'anima del gioco azzurro, lo ribadisco, resta lì, in quella che una volta veniva chiamata "zona nevralgica". Certo, poi qualcosina cambia se non puoi contare su Jorginho e Barella, ossia su due dei giocatori di maggiore statura internazionale del gruppo. Locatelli, comunque, ha tenuto saldamente in mano le redini della squadra, prima di appannarsi nella ripresa come gran parte dei compagni, e Lorenzo Pellegrini ha ben giostrato da trequartista in appoggio diretto al trio d'attacco. Senza i due big di cui sopra, tuttavia, la tessitura è apparsa più "spiccia", essenziale, meno fine e metodica.

BERARDI SUPER - Gli spunti migliori in fase d'attacco, come detto, sono arrivati dalle corsie esterne. Da un'iniziativa di Florenzi è nato il perentorio affondo di Berardi che ha fruttato il vantaggio, mentre per realizzare il raddoppio Immobile si è involato sulla sinistra su lancio di Insigne, freddando l'incerto Peacock-Farrell. Berardi sta vivendo il momento migliore della carriera, o forse, ed è quanto ci auguriamo, si è finalmente assestato sugli ottimi standard di rendimento che la sua classe gli impone: dai suoi piedi, altri due assist non adeguatamente sfruttati da Immobile e da Emerson, quest'ultimo non in serata di gran vena: meglio di lui, nello scarso minutaggio a disposizione, ha fatto Spinazzola, coraggioso e intraprendente negli affondo. Ripeto quanto già scritto in passato: al momento il posto di titolare sulla sinistra spetta al romanista. 

INUTILE GIOCARE AL RISPARMIO - L'intensa settimana di qualificazioni, che si estenderà fin quasi alla vigilia di Pasqua, somiglia tanto a una prova generale del format che i grandi club vorrebbero dare agli impegni delle rappresentative, concentrandoli in un unico limitatissimo spazio temporale, possibilmente a fine stagione. Anche il fatto di doversi sottoporre a tre impegni ravvicinati con punti pesantissimi in palio, cosa che di solito avviene solo nelle fasi finali di Mondiali ed Europei ma con un maggior margine di giorni di riposo fra una gara e l'altra, può avere indotto inconsciamente i nostri a rallentare nel secondo tempo, un rischio però non ben calcolato, visti gli spazi e le opportunità concesse agli irlandesi. Insomma, si poteva spingere con più tranquillità sull'acceleratore, anche perché è mia convinzione che la Nazionale attuale si trovi in una situazione invidiabile, quanto ad alternative da mettere in campo.

Già detto di Jorginho (al momento indisponibile) e Barella, c'è almeno un'altra buona decina di ragazzi che possono subentrare senza che il tono qualitativo del complesso e le espressioni di gioco ne risentano più di tanto. E parliamo di elementi, oltretutto, che stanno vivendo una stagione buona se non eccellente: il già citato Spinazzola ma anche Bastoni, Lazzari, Gianluca Mancini, Pessina, Soriano (splendida seconda giovinezza), un Chiesa che è stato fra i pochi a salvarsi nella fallimentare campagna Champions della Juventus, Grifo sempre efficace e decisivo in Germania, e quel Kean che è diventato elemento chiave del PSG e che presto, ritengo, diverrà quasi imprescindibile anche per il Mancio, in attesa del ritorno di Zaniolo, da non forzare. Insomma, abbiamo tante frecce al nostro arco, ecco perché il gioco al risparmio, come quello visto nella ripresa del Tardini, è assolutamente da evitare. E risulta anche controproducente, in quanto lontanissimo dalle corde e dallo spirito di questo Club Italia. 

martedì 8 settembre 2020

NATIONS LEAGUE: AD AMSTERDAM IL SUCCESSO PIÚ PESANTE DEGLI ULTIMI QUATTRO ANNI AZZURRI. LA GRAN SERATA DI SPINAZZOLA E LOCATELLI. E ZANIOLO TORNERÀ


La vittoria di Amsterdam è la più "pesante", oltreché prestigiosa e importante, degli ultimi quattro anni azzurri, diciamo a far data dallo strepitoso 2-0 inflitto alla Spagna negli ottavi di Euro 2016. Di sicuro un significativo esame universitario superato, perché dalla prova di maturità delle qualificazioni continentali l'Italia era già uscita a pieni voti, mentre una prova del nove sulla competitività di questa squadra serviva più che altro agli ipercritici, agli scettici ad oltranza, ai San Tommaso calcistici (della serie "se non li vedo battere una grande, non credo alla loro forza"). Discorso che personalmente non mi ha mai riguardato, e l'ho scritto tante volte su queste pagine, anche nei giorni scorsi: al di là della relativa caratura degli avversari, undici vittorie consecutive non si ottengono mai, e sottolineo mai, per caso. Nello specifico, dietro il filotto dei Mancini boys, interrotto venerdì dalla Bosnia, c'era qualcosa di estremamente concreto e sostanzioso, sol che lo si volesse vedere senza abbandonarsi alle trite tiritere sui calciatori italiani che non sono più quelli di una volta: c'era un progetto tattico ben definito, c'erano giocatori con doti di palleggio e personalità in sboccio, c'era uno spirito sbarazzino, aggressivo, propositivo. 
AUTORITARI ALL'ESTERO, NON ACCADE SPESSO - Queste doti si erano intraviste anche al Franchi, pur nelle difficoltà di quella serata, dal ritorno all'impegno agonistico dopo dieci mesi alla condizione fisica approssimativa e all'assenza di uomini chiave. Queste doti son tornate ad emergere nitidamente nell'Arena intitolata a Cruijff. Il Club Italia post disastro Mondiale è un team che non ha paura di prendere l'iniziativa e che sa impadronirsi del gioco anche su campi difficili e contro rivali di rango. In senso assoluto, in quasi quarant'anni che seguo il calcio non mi è capitato spessissimo di vedere la nostra Nazionale andare all'estero a imporsi in maniera così autoritaria, perentoria, senza eccedere in gherminelle difensive. E' una rarità storica, credetemi, e questa giovane Azzurra manciniana l'ha fatto già ripetutamente, a partire da quella esibizione in punta di tecnica in Polonia, nell'autunno 2018, che segnò di fatto la nascita della nuova Selezione. 
OCCASIONI A GO GO E MANOVRE DI PREGIO - Cito spesso la vittoria di Chorzow siglata in extremis da Biraghi, perché è l'esempio plastico di quelle partite che incidono più di altre nel percorso di costruzione e di crescita di una rappresentativa. Da lì è iniziato tutto, da lì si è vista la luce in fondo al tunnel. Da Chorzow 2018 ad Amsterdam 2020 un fil rouge ben definito, fatto di bel gioco e di piedi buoni in quantità persino inaspettata. Recuperato Jorginho e con più benzina nel motore, il che vuol dire maggior velocità di esecuzione e rapidità nel disegnare le azioni, l'Italia ha ripreso a giostrare come sa, prendendo letteralmente a pallonate i Paesi Bassi nel primo tempo per poi controllare con discreta sicurezza nella ripresa almeno fino alla mezz'ora, quando ha rinculato sotto l'ovvia pressione dei locali restando però pericolosissima nelle ripartenze. La splendida girata di Zaniolo alta di poco, i tiri ad effetto di Insigne ed Immobile a sfiorare il palo, infine la perentoria inzuccata di Barella su assist della Scarpa d'oro al culmine di una vertiginosa azione offensiva di ubriacante bellezza; e, nel secondo tempo, altre opportunità per Insigne (con prodezza di Cilessen) e due volte per Kean, che ha sprecato incredibilmente un contropiede ma che va nel complesso elogiato, perché si è calato nella parte con grande disponibilità al sacrificio, rientrando a tamponare nella zona di mezzo. 
SUPER SPINAZZOLA, KEAN IN RIALZO - Kean pare avviato sulla strada del recupero a misure degne del suo talento, ma il discorso va allargato, perché questa Nazionale sta facendo del bene a tanti nostri calciatori e quindi a tutto il movimento. Il Donnarumma azzurro, ad esempio, non sbaglia un colpo, e ieri ha sventato, in avvio di secondo tempo, una clamorosa palla gol deviando in corner una conclusione ravvicinata di Van de Beek; uno dei pochi interventi difficili a cui è stato chiamato il milanista, che però sa mantenere alta la concentrazione anche quando non è sottoposto a "bombardamenti" avversari. E che dire di Spinazzola? Continuo, propositivo, ficcante: batte la corsia sinistra con inesausto furore, sa anche saltare l'uomo oltreché crossare, è un punto di riferimento per i compagni che lo cercano a ripetizione: visto che si indugia spesso in arbitrari accostamenti, spesso figli di nostalgia fine a se stessa, fra gli azzurri di oggi e quelli di ieri, bene, mi sento di poter dire che questo ragazzo sarebbe stato titolare fisso in molti club italiani di alta classifica degli anni Ottanta - Novanta, la nostra età dell'oro, e che al momento, in Nazionale, può giocarsi tranquillamente il posto con Emerson. Meno convincente è stato sull'altro versante D'Ambrosio, i cui limiti tecnici peraltro sono noti, ma ha raggiunto comunque la sufficienza e nel finale ha sbrogliato una situazione spinosa nell'area piccola. Continuo a pensare che, a destra, soluzioni più attendibili siano rappresentate da Di Lorenzo e anche dall'impeccabile Lazzari dell'ultima stagione laziale.  
LOCATELLI, GRANDE "ACQUISTO" - Nel mezzo, come detto, fondamentale è stato il rientro di Jorginho, con la sua paziente tessitura e alcune verticalizzazioni di prima che hanno incrementato l'efficacia della manovra azzurra. Barella è andato più a corrente alternata rispetto a Firenze, ha fornito un contributo più di spada che di fioretto, confermando peraltro la sua straordinaria efficacia negli inserimenti in area, siglando il gol vittoria con un colpo di testa da centravanti vero. Senz'altro più cospicuo è stato l'apporto alla manovra di Locatelli, esemplare nelle due fasi, capace di lavorare una gran quantità di palloni con grande costrutto e pochissime sbavature: un acquisto importante e definitivo, per un reparto che da anni non avevamo così ricco di fosforo e di piedi educati. 
IL PROBLEMA DEL GOL E L'ANNO NERO DI ZANIOLO - Rimane il problema dell'attacco: problema, perché dalla gran mole di gioco e occasioni prodotte è uscita la miseria di un golletto, realizzato per di più da un centrocampista. Intendiamoci: non si può non promuovere la prova di Insigne e Immobile, che hanno martellato la difesa arancione, hanno concluso direttamente, confezionato assist, aperto varchi, ma continua a latitare il killer instinct. Soprattutto Ciro, ora che è cannoniere principe europeo, ha una responsabilità in più e, in accordo con Mancini e coi compagni, deve trovare il modo di diventare una freccia acuminata anche in rappresentativa, così come devono al più presto raddrizzare la mira Kean e Chiesa, che hanno il gol nelle loro corde. Nell'immediato ci si potrebbe anche affidare a Caputo, peraltro tutto da scoprire sui palcoscenici internazionali: un salto nel buio, insomma. Infine, Zaniolo, evidentemente nel suo anno più buio. Si consoli: pagato il tributo alla malasorte, tanti campionissimi del passato sono tornati ai massimi livelli, in primis Roby Baggio, anche lui martoriato non poco nel primo periodo della carriera (e purtroppo anche in seguito). Coi suoi strappi, le sue incursioni, le sue accelerazioni, può diventare elemento chiave del gioco azzurro: la sua presenza è fondamentale nel futuro del progetto Mancini, ma ora occorrono calma, prudenza e circospezione nel percorso di recupero, senza forzare i tempi, e pazienza se dovrà rinunciare all'Europeo. Il ragazzo è ancora un talento in erba, non ha bisogno di bruciare le tappe.  

mercoledì 4 settembre 2019

CALCIOMERCATO ESTIVO: LE PAGELLE DELLA SERIE A. INTER SUGLI SCUDI, BENE TORO E GENOA, LA ROMA PUNTA SUGLI ITALIANI EMERGENTI

                      L'azzurro Gianluca Mancini, neo difensore della Roma (foto Guerin Sportivo)

Come sottrarsi al piacevole esercizio di "pagellare" le squadre uscite dalla campagna acquisti - cessioni estiva? Impossibile, e allora proviamoci, non prima di qualche considerazione di carattere generale. Già: che mercato è stato, nel complesso? Meno peggio di quanto ci si potesse aspettare, nonostante qualche stucchevole telenovela trascinatasi oltre ogni limite di sopportazione (vedasi caso Icardi). Sono arrivati campioni di statura europea (quando non mondiale) come Lukaku, Rabiot, Rebic, De Ligt, Schone: discorso a parte per Ribery, fuoriclasse venuto a sparare in Italia le ultime cartucce di una lunghissima carriera, e sul cui peso specifico mi permetto di avere qualche dubbio. Alcuni dei giovani virgulti del football nazionale hanno poi ottenuto la grande chance del salto di qualità: penso a Sensi e Barella, nuovi pilastri del centrocampo interista, e a Gianluca Mancini, che dovrà cercare di "blindare" una Roma finora troppo sbilanciata in avanti. Insomma, gli spunti d'interesse non mancano. Passiamo ora a una breve analisi club per club.
ATALANTA - La rosa non richiedeva che pochi ritocchi di qualità, per alzare il tasso di competitività internazionale in chiave Champions League: sono arrivati Kjaer per puntellare la difesa e Muriel per vivacizzare ulteriormente una linea offensiva già scoppiettante, grazie agli estri di Ilicic e Gomez e alla potenza di fuoco di un Duvan Zapata all'apice della carriera. Poi, le conferme di pilastri come De Roon, Gosens, Hateboer, fino a un Gollini sempre più sicuro tra i pali. E il gioco made in Gasperini è già di caratura europea. 
BOLOGNA - I veri colpacci la società felsinea li aveva già piazzati nell'inverno scorso, con gli arrivi di Soriano e Sansone, unitamente all'insediamento in panchina di Mihajlovic: novità che fecero cambiare radicalmente marcia ai rossoblù, traendoli dalle secche di una classifica che prometteva il peggio. In questa sessione estiva, di rilievo comunque l'acquisto di Medel, che fa crescere notevolmente lo spessore fisico di una cerniera di centrocampo già granitica in Poli e Dzemaili. Ma il meglio è dalla trequarti in su: Orsolini e Sansone a inventare e svariare per i vari Santander (inattesa rivelazione l'anno passato), nonno Palacio e un Destro perennemente alla ricerca della consacrazione. Una squadra destinata a una tranquilla navigazione, forte dell'esempio dell'indomito Sinisa, sempre vicino ai suoi ragazzi nonostante la malattia. 
BRESCIA - Si candida al ruolo di "matricola terribile". Ha dato consistenza a una prima linea che, con Donnarumma e Torregrossa, ha fatto faville in B ma è tutta da verificare al piano superiore. Ora c'è persino troppo affollamento: in extremis è approdato  alla corte di Cellino l'esperto Matri, ma molto ruoterà attorno a Balotelli, ex Supermario, giunto davvero all'ultimissima occasione per raccogliere almeno in parte  frutti che, dieci anni fa, si annunciavano copiosissimi. Dal Genoa ecco Romulo, meteora azzurra ai tempi di Prandelli, anche lui un lusso per la piazza lombarda, laterale o interno, corsa e proprietà di tocco. Occhio anche a Bisoli, Morosini e soprattutto all'Under 21 Tonali, personalità da veterano, tecnica e visione di gioco. Se lasciato crescere senza eccessive pressioni, diventerà un big. 
CAGLIARI - Luci e ombre. Mercato ok, perché ha attutito come meglio non avrebbe potuto la perdita (grave) di Barella, l'elemento chiave della zona nevralgica. Il cavallo di ritorno Nainggolan è animato da fieri propositi di riscossa, Marko Rog è centrocampista moderno, dinamico e qualitativo. L'attacco "rischiava" di essere esplosivo, ma Simeone dovrà fare a meno per molto tempo del compagno di linea Pavoletti, gravemente infortunatosi, uno dei pochi centravanti colpitori di testa "vecchio stampo", stile Aldo Serena per capirci. Con questo poker d'assi al completo, il club sardo avrebbe potuto persino ambire a inserirsi nella lotta per l'Europa, sostenuto nelle retrovie da un Cragno che vuole definitivamente ritagliarsi un posto in Nazionale e da un Luca Pellegrini appena convocato dal cittì Mancini; ma anche il portierino è stato messo fuori causa da problemi fisici, e non si sa ancora quando potrà rientrare. Scalogna nera, insomma, e partire con due sconfitte interne non aiuta, anche se i margini di recupero sono enormi. 
FIORENTINA - Personalissima impressione: più fumo che arrosto. Ribery ha mandato in visibilio la piazza, ma ha 36 primavere e tante battaglie sulle spalle. Al di là di qualche isolata luminaria, quanto potrà effettivamente incidere? Felice di essere smentito, ovviamente. Pulgar e il cavallo di ritorno Badelj sono buoni puntelli in mezzo al campo, ma nel settore il meglio lo si aspetta da uno che era già in rosa, quel Benassi che, per doti di costruzione e inserimento, meriterebbe l'azzurro. Lirola e lo stagionato Caceres non alzano di molto il tasso qualitativo di una retroguardia che, sul fianco sinistro, sentirà molto la mancanza di Biraghi. Si è già messo in evidenza Boateng nella veste di impetuoso uomo d'assalto, mentre Chiesa, dopo i chiaroscuri della passata stagione, è atteso a una consacrazione ampiamente alla portata. Occhio al verdissimo Sottil, aletta tutto pepe, buttato subito nella mischia da Montella e protagonista di prestazioni incoraggianti. In definitiva, una Viola che non dovrebbe patire come accaduto in primavera, ma che difficilmente potrà fare la voce grossa a livello di alta classifica. 
GENOA - Una sorpresa, rispetto a certe convulse campagne acquisti del passato. Tappate presto e bene quasi tutte le falle emerse nella disastrosa annata 2018/19, giunti elementi di valore anche internazionale, che hanno fatto impennare la dotazione di talento del gruppo. Il veterano Zapata per la terza linea, fasce ricchissime con Ghiglione (sorpresa d'inizio stagione) e Ankersen a destra, i rampanti Barreca e Pajac a sinistra. In mezzo, in attesa del recupero di Sturaro (se al meglio, tanta roba per questi palcoscenici), ecco il crack Schone, colonna dell'Ajax, il cui arrivo ha scatenato nella tifoseria entusiasmi che non si vedevano dai tempi del secondo ingaggio di Milito. Ancora: l'estro di Saponara sulla trequarti e in avanti il virgulto Pinamonti che, tanto per gradire, ha esordito con un gol e un rigore procurato in casa della Roma, dove i genovesi non andavano a punti dal '94. Svolta anche in panca, con un Andreazzoli che fa praticare calcio di iniziativa e ora ha una squadra con la quale, oltre ai complimenti, potrebbe raccogliere qualche soddisfazione più concreta. Manca forse una punta di peso e abituata alle rudezze della A, ma questo Grifone, a occhio e croce, dovrebbe collocarsi in una media classifica di assoluta serenità, a debita distanza dalla zona - sofferenza. 
INTER - La regina del mercato. Si candida a sorpassare il Napoli come principale antagonista della Juve, essendosi rinforzata in tutti i reparti e, cosa assai apprezzabile, con molti italiani emergenti. Biraghi a stantuffare sulla sinistra, la coppia Sensi - Barella nel mezzo a lottare, creare, proiettarsi in avanti e tirare, quasi sempre con ottima mira. La retroguardia è blindata da Handanovic e Skrinjar, anche se è da valutare la tenuta agli alti livelli di Godin, mentre in avanti Lukaku ha tutto per far saltare il banco, ben spalleggiato da Lautaro e da Sanchez, oltre all'affidabile Politano. E poi, c'è un Candreva che sta dando segni di risveglio, dopo due anni grigi (non a caso, un calo manifestatosi in seguito all'esclusione azzurra dal Mondiale russo). Su tutti, vigila un tipo tosto, vincente e sempre assetato di gloria come mister Conte, mentre la soluzione in extremis del rebus Icardi dovrebbe aver finalmente portato un po' di serenità nell'ambiente, indispensabile per poter puntare ai massimi traguardi. Che sia l'anno giusto? 
JUVENTUS - Sulla carta è ancora la più forte. De Ligt e Rabiot sono due campioni, anche se l'olandese ha ballato non poco nel big match col Napoli; il ritorno di Higuain, poi, è stato col botto. Inutile passare in rassegna tutte le star della rosa: da Szczesny a Bonucci, da Pjanic a Matuidi, da CR7 a Mandzukic, danno tutti ampie garanzie. Così come Bernardeschi, che ha già dimostrato di poter stare alla grande in questo consesso di vedettes, e al quale si chiede solo maggior continuità (ma il rendimento costante deriva anche dalla costanza di impiego...). Parlando di "azzurrabili", sarebbe gradito da parte di Rugani quel salto di qualità atteso da anni: dovrebbe aprirgli qualche spazio in più il grave infortunio di Chiellini, che però ha privato la Signora di una colonna autentica per sicurezza, senso tattico, carisma. Sarri si è già ben inserito nella nuova realtà, ma deve ancora dare il giusto equilibrio alla compagine. 
LAZIO - Movimenti ridotti al minimo indispensabile. L'unico di rilievo ha riguardato il laterale Lazzari, giunto dalla Spal e già nel giro della Nazionale. Per il resto, squadra che vince e gioca bene non si cambia, e l'Aquila ha una spina dorsale di tutto rispetto: sull'asse Strakosha - Acerbi - Leiva - Luis Alberto - Milinkovic Savic - Parolo - Correa - Immobile si snodano quintali di talento, esperienza, concretezza. Ma i rimpianti non mancano, perché con un paio di rinforzi azzeccati questa potrebbe essere davvero una compagine da altissime sfere.

                 Stefano Sensi, nuovo centrocampista interista, già promosso da Conte (foto Guerin Sportivo)

LECCE - Grande perplessità attorno al ritorno in A dei salentini. Certo, l'ingaggio in extremis di Babacar, punta di dignitosa prolificità e ormai avvezza a questi palcoscenici, ha risollevato un po' le sorti di una squadra che però dovrà tirare l'anima coi denti per restare a galla. Il divario tecnico con la quasi totalità delle concorrenti pare ampio, ci si affida alla voglia di riscatto di due ex genoani reduci da stagioni poco esaltanti quando non disastrose, quali Lapadula (che ha perso la via del gol, e pensare che con Ventura era arrivato alla Nazionale...) e Rossettini (quest'ultimo al Chievo nello scorso torneo, dove ha ingoiato il boccone amaro della retrocessione), ed altri due ragazzi di discreto valore transitati dalle parti del Grifone in tempi recenti, ossia Fiamozzi e Tachtsidis. Occhio a Mancosu, trequartista dai piedi buoni: in B faceva la differenza, ma può mettersi in evidenza anche nella categoria superiore. 
MILAN - Il solito rebus. Il tasso di classe si è alzato sì, ma non al punto di poter coltivare sogni di rinnovata grandeur. Giampaolo è trainer che ha bisogno di lavorare a lungo sulla rosa per imporre i suoi dettami. Come la più quotata rivale cittadina, il club rossonero punta coraggiosamente su molti giovani di casa nostra, da Donnarumma (chiamato a eliminare quelle amnesie che ne hanno finora impedito il decollo definitivo) a Calabria e a Romagnoli, in attesa del ritorno in pista di Caldara e Conti, meritevoli di fiducia. I nuovi arrivi Bennacer e Krunic sono validi, ma non spostano più di tanto i termini della questione, mentre spiace per il benservito dato a Cutrone, ottimo prospetto che ben altra fiducia avrebbe meritato dopo aver tolto tante castagne dal fuoco al Diavolo negli ultimi, avventurosi anni. La spinta verso l'alto dovrà arrivare da Piatek, purché recuperi l'impressionante puntualità sotto porta dei tempi genoani, dalle alzate di ingegno di Paquetà e dall'ultimo colpo Rebic, eclettico uomo d'attacco.
NAPOLI - Team fortissimo, che si gioca con l'Inter il ruolo di anti - Juve. Curioso: è arrivato Manolas ad affiancare Koulibaly per rendere la difesa impenetrabile, primo presupposto per puntare al titolo, ma dopo due giornate i gol subiti sono già sette, un'infinità. Paradossi del calcio estivo, si spera per il Ciuccio, perché l'impianto di squadra pare così solido e imponente che sarebbe un peccato se venisse minato da un'inattesa permeabilità della retroguardia. Lo splendido Fabian Ruiz ammirato all'Europeo Under 21 si prenderà le chiavi del centrocampo, mentre dietro a Milik, atteso a un ulteriore incremento del già notevole score di marcature 2018/19, Lozano ha infoltito il già nutrito drappello dei movimentatori e stoccatori Callejon, Insigne e Mertens, e tanto per gradire ha subito timbrato proprio contro Madama. Una potenza di fuoco devastante, non dimenticando l'acquisto a fil di sirena di Llorente. Nelle retrovie occhio al terzino Di Lorenzo, ancora in tempo per ritagliarsi un posto di rilievo nel panorama calcistico tricolore, mentre Meret ha i mezzi per contendere a Sirigu e Donnarumma la maglia numero uno dell'Italia maggiore. 
PARMA - Non male. C'è il materiale umano perlomeno per confermare quanto di buono fatto nella stagione passata. Forse un po' carente a centrocampo sul piano costruttivo, ma buone idee di manovra dovrebbero arrivare dalle corsie laterali, poderosamente rinforzate con l'ex Nazionale Darmian e col giovane Pezzella, protagonista di ottime prove all'Euro Under 21 di giugno, e con Laurini ottima alternativa. In avanti si punta nuovamente tutto sul duo - meraviglia Gervinho - Inglese, fantasia e praticità. 
ROMA - Una scommessa affascinante, sia per il gioco spiccatamente propositivo su cui punta il nuovo trainer Fonseca, sia per i tanti giovani, o comunque emergenti, del vivaio nostrano a cui si darà fiducia (almeno, questa è la speranza di Note d'Azzurro). Mancini dietro, Zappacosta e Spinazzola ai lati, Pellegrini e Cristante a tessere nel mezzo, e poi il "fluttuante" Zaniolo che, dopo la sbandata comportamentale in coppia con Kean, si è ben ripresentato al proscenio (ottimo derby e due pali che avrebbero meritato maggior sorte). L'attacco, già ricco di frecce acuminate quali Under, Perotti e Dzeko, si è arricchito con Kalinic (che deve riscattare annate deludenti) e Mkhitaryan, in definitiva due azzardi. Compagine a trazione fin troppo anteriore, finora piuttosto ballerina dietro. Non sono convinto che l'ex Manchester Smalling sia la soluzione ai problemi di tenuta difensiva. 
SAMPDORIA - La squadra pare nel complesso indebolita, e del resto le prime due giornate hanno fornito un verdetto (parziale, per carità) impietoso. Sulla carta Murillo è un ottimo rinforzo per la difesa, ma finora non ha inciso, anzi. L'unico altro "colpo" della campagna acquisti è stato Emiliano Rigoni, raggiunto al fotofinish, e già da questo si capisce che c'è poco da stare allegri: trattasi di un buon giocatore che però difficilmente cambierà pelle all'intera formazione. Ha pesato molto, è chiaro, la confusa situazione societaria. Mister Di Francesco mastica amaro, ma per il momento può solo aggrapparsi alle certezze del gruppo, ossia Audero e Murru dietro, Ekdal, Barreto, Linetty  e Ramirez nel mezzo, sperare che Quagliarella abbia bevuto l'elisir di eterna giovinezza e che Caprari cresca ancora sul piano della continuità. Se nel frattempo avverrà l'atteso cambio di proprietà, a gennaio si potrà porre rimedio. 
SASSUOLO - Difficile da valutare: difesa grosso modo in linea con l'anno passato, centrocampo leggermente meno attrezzato, attacco più forte. Partiamo dal settore avanzato: la seconda giornata ci ha regalato un  Berardi su misure stratosferiche; che abbia finalmente deciso di tirar fuori gli artigli e mostrare quella caratura da campione che tutti gli pronosticano da tempo immemore? Accanto a lui, bocche da fuoco affidabili come l'ex Empoli Caputo e il rientrante Defrel. Reparto ricco di alternative, ma nel mezzo non c'è più un Sensi in grado di lavorare palle gol per loro, anche se Locatelli è reduce da una grande stagione e sa come garantire un sostanzioso approccio alla fase offensiva, al servizio dei compagni o andando direttamente alla conclusione. Riguardo alla difesa, sono partiti Demiral e Lirola e non è poco, ma gli arrivi di Chiriches e del pulcino Romagna possono compensare la perdita, e poi ci son sempre le bandiere Consigli e Peluso, che difficilmente tradiscono. 
SPAL - Due sole novità di rilievo, in una squadra che l'anno scorso impressionò favorevolmente per il suo gioco spesso bello a vedersi, propositivo ed efficace, coi limiti imposti da una rosa costruita comunque per centrare la sopravvivenza. Ora a difendere la porta c'è l'esperto Berisha, arresosi all'Atalanta al rampante Gollini, mentre in avanti la scheggia impazzita Di Francesco offre uno sbocco in più, e oltretutto ha dimostrato di essersi già inserito nei meccanismi di mister Semplici: non male per una prima linea che può già contare su Petagna e Paloschi, oltre al "vecchietto" Floccari. Per il resto, si avvertirà la mancanza di Lazzari, ma ci sono pur sempre le garanzie rappresentate da Vicari, Kurtic, Missiroli, Valoti e un Murgia finalmente in sboccio. Un roster ampiamente sufficiente per centrare un'altra salvezza condita da buone prestazioni.
  TORINO - Forse sarebbe il caso di parlare di "Grifotoro". Mi si conceda l'innocente battuta, ma è un fatto che, nelle ultime stagioni, il club granata sia cresciuto esponenzialmente sul campo grazie anche all'apporto di molti reduci da felici esperienze sotto la Lanterna: Ansaldi e Izzo, Rincon e Falque, ai quali si è infine aggiunto il furetto Laxalt. Ma la rosa è veramente ricca: c'è Sirigu, attualmente il miglior portiere italiano, con buona pace di Donnarumma; c'è un Bonifazi pronto a bruciare le tappe della maturazione, come dimostrato nelle prime due felici uscite in campionato (gol all'Atalanta a parte); c'è Baselli che, zitto zitto, è ormai perno imprescindibile della manovra. E poi un attacco che promette scintille: il già citato Falque, bomber Belotti a caccia di Euro 2020 come l'altalenante Zaza, irresistibile nelle giornate di grazia, e il dernier cri Verdi, piedi buoni, tecnica sopraffina, un tocco di imprevedibilità offensiva a una squadra che comunque, rispetto ad altre grandi, vanta un sostanziale equilibrio fra i reparti che potrebbe proiettarla in alto, molto in alto. 
UDINESE - La solita Babele in cui però, ironia della sorte, fra gli autentici fari spiccano due italiani: un Mandragora che deve tornare a crescere dopo un Europeo Under 21 in chiaroscuro, e un Lasagna che ha, contro ogni pronostico, artigliato la Nazionale e non vuole lasciarsela scappare. Le altre luci arriveranno dal dinamico e duttile De Paul, nell'ultima stagione issatosi ad autentico trascinatore, dallo sgusciante Fofana, centrocampista col vizio del gol, da Pussetto e Nestorovski. Non moltissimo, per un team che sarà chiamato a faticare non poco per centrare l'obiettivo della permanenza. Esordio boom per il difensore Beçao, castiga - Milan.
VERONA HELLAS - Il piatto piange, più o meno come a Lecce, dopo una promozione oltremodo sofferta. Non per ripeterci, ma c'è molto Genoa anche qui (del resto è inevitabile: il club di Preziosi ha negli ultimi anni movimentato tantissimo il mercato in entrata e in uscita, naturale quindi che "quintalate" di suoi ex giocatori si ritrovino gomito a gomito in altri contesti calcistici). Ecco dunque in terza linea Gunter e Bocchetti (azzurro di Lippi a Sudafrica 2010: sembra passato un secolo...), Veloso e Bessa nel mezzo, Lazovic sulla fascia destra, Ragusa e Salcedo in avanti. Una bella infornata... Attenzione soprattutto al regista Veloso, che per la verità in Liguria non si è mai espresso al massimo ma in un contesto con meno pressioni può far balenare la sua indubbia intelligenza calcistica, e a Bessa, fra i pochi ad elevarsi per tasso di classe e capacità di dare brio alla manovra offensiva. Lazovic è un laterale che nelle giornate di vena può sparigliare le carte e creare superiorità in avanti, in quelle di luna storta fa mettere le mani nei capelli. Chi farà i gol? Bella domanda: Pazzini non è più quello dei gloriosi tempi blucerchiati e milanisti, Di Carmine non è un fulmine di guerra sotto porta, c'è fiducia attorno a Stepinski, arrivato giusto agli sgoccioli della sessione. Probabile ultima occasione ad alto livello per mister Juric, dopo le disastrose esperienze genovesi.