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venerdì 13 marzo 2015

CHAMPIONS ED EUROPA LEAGUE: DAL PSG ALLA FIORENTINA, IL CALCIO DI CLUB HA SMARRITO IL LEGAME COL TERRITORIO


Mercoledì scorso, ottavi di Champions League a Stamford Bridge, Chelsea contro Paris Saint Germain: blues con due soli inglesi in campo (i centrali difensivi Terry e Cahill), ospiti con un unico francese (il centrocampista Matuidi). Ieri sera, ottavi di Europa League, derby italiano (e sottolineo "italiano") fra Fiorentina e Roma:  solo che gli italiani, nei due undici iniziali, erano appena due (due su ventidue!), ed entrambi nelle file giallorosse, De Rossi (ben presto uscito di scena) e Florenzi. Ecco, questo è, a grandi linee, il calcio di club degli anni Dieci, perlomeno ai piani più alti. Anzi, tanto perché sia chiara da subito la mia posizione, non è calcio, non lo è più. 
MULTINAZIONALI - Questi tornei continentali, soprattutto il più prestigioso per censo e.. giro di miliardi, hanno in cartellone spettacoli di altissimo livello tecnico, sovente una delizia per gli occhi. Ma si tratta, appunto, di spettacolo: il football autentico, nella sua essenza originaria e genuina, è un'altra cosa. Siamo quasi alla logica "globetrotters": pochi potentati economici hanno dapprima creato una élite di super società pressoché impenetrabile (si guardino vincitori e protagonisti di Champions degli ultimi quattro - cinque anni), e ne hanno poi trasformato i roster in "all stars", con campioni e campionissimi prelevati da ogni parte del mondo, ma quasi sempre stando alla larga dai vivai locali. Un PSG o un Chelsea potrebbero tranquillamente operare, giocare e avere sede a Dubai, a Mosca o in qualsiasi altra parte del globo: Londra e Parigi c'entrano poco, quasi nulla. 
CAMPANILISMO E LEGAME COL TERRITORIO - L'essenza del calcio, si diceva, sta anche, per me soprattutto, nella sua rappresentatività nazionale, nel legame e nell'identificazione col territorio. Che non è provincialismo, ma capacità di alimentare un po' di sano campanilismo nel tifoso ma anche nel calciatore, di rinsaldare il senso di appartenenza a un luogo: sono sentimenti che, declinati in senso positivo (alla larga cioè da eccessi di sciovinismo) hanno decretato nel Novecento il successo di ogni sport, e soprattutto l'oceanico favore popolare coagulatosi attorno al football. 
Personalmente sono uno che, pur coltivando una moderata nostalgia per certi aspetti di un mondo calcistico che non c'è più, ha sempre voluto guardare avanti, cercando il buono pure nelle tante, troppe novità che dal Duemila in poi hanno caratterizzato l'evoluzione di questa disciplina. Ma accettare il progresso non significa farsi andar bene tutto: in compagini come il Chelsea e il Paris Saint Germain, o come la Fiorentina e la Roma di ieri sera (ma mettiamoci anche l'Inter o il Napoli, per restare in ambito EL) la rappresentatività nazionale non esiste, il legame col territorio è stato buttato alle ortiche. E quindi si sono sradicate e rinnegate le radici stesse del fenomeno calcio.
GLOBALIZZAZIONE NEFASTA - Spogliatoi in cui si parlano dieci o più lingue, accozzaglie di calciatori di formazione diversa, nessun autentico collante morale a tenerli insieme, se non i contratti, peraltro assai volatili: non più atleti ma grigi professionisti, che vanno dove ti offrono di più, si chiami anche Anzhi, e chissenefrega se il prestigio del club è inesistente, basta che paghi bene. Danni di una globalizzazione male interpretata e portata agli eccessi, che non si può applicare a tutto: il calcio ha, ebbene sì, una propria valenza culturale, che consiste anche nella salvaguardia e nella valorizzazione della "produzione" locale. Incredibile che, dalla sentenza Bosman in poi, nessun fine giurista abbia trovato qualche machiavellico dispositivo per dare contorni concreti a questo rilievo culturale, e arginare la deriva della circolazione indiscriminata di atleti. 
PIU' ITALIA NEL PSG - Un trionfo nella seconda coppa continentale di una delle compagini nostrane (il Torino devo purtroppo escluderlo, per i suoi mezzi limitati) è certo auspicabile per alimentare il nostro esangue ranking UEFA, ma non sarebbe in alcun modo un termometro attendibile dello stato di salute del pallone tricolore, di cui esse non sono espressione. Il livello di un movimento calcistico, sul piano strettamente tecnico, si misura innanzitutto dalla capacità del vivaio nazionale di produrre elementi di valore, per poi portarli a rapida e proficua maturazione, e non certo dalle illusorie affermazioni di pittoreschi ensemble di brasiliani, croati, sloveni, greci e ivoriani. Idem, ovviamente, nel caso di un trionfo in Champions del PSG, per il quale siamo anzi al paradosso: significherebbe poco o nulla per il football transalpino (così come nulla significò per noi quello dell'Inter straniera nel 2010), mentre sarebbe un segnale interessante per l'Italia, visto che nella squadra di Laurent Blanc militano ben tre azzurrabili, assai più di quelli che è possibile rintracciare in molte realtà di vertice della nostra Serie A. 
ARISTOCRAZIA IMPENETRABILE - I club dell'élite internazionale, si diceva, hanno ormai dato vita a un'aristocrazia impenetrabile, nella quale è pressoché impossibile entrare per spontaneo progresso tecnico (se non in maniera sporadica), ma solo dotandosi di proprietà facoltose, russe o arabe purché immettano nelle casse societarie abbondante liquidità. Atletico Madrid e Borussia Dortmund sono luminose eccezioni, l'augurio è che lo possa essere la Juventus, la quale peraltro, negli anni della piena maturità del suo gruppo di nazionali azzurri (dei Buffon e dei Barzagli, dei Bonucci, dei Chiellini e dei Pirlo), ha dimostrato di non poter andare oltre un determinato limite. 
SCOUTING STRABICO - In questa gruppuscolo ormai destinato a spartirsi la Champions per molti lustri, oltreché a dettar legge nelle rispettive patrie, si è anche perso il concetto di scouting: perché non ci vuole particolare fiuto  di mercato per andare a pescare in giro per il mondo il Verratti o il Diego Costa, il Pastore o l'Azpilicueta, il Courtois o il Thiago Silva. Il lavoro di scouting rimane invece un lodevole punto di forza delle società di seconda fascia europea, quindi di quasi tutte le italiane qui citate, ma, ripetiamo, non si vede perché questa operazione "scova talenti" debba essere indirizzata pressoché esclusivamente verso l'estero. Dicono che i giovanissimi di casa nostra costino troppo: ammesso e non concesso che sia del tutto vero, ci sarà pure un modo per porre un tetto, anche se mi rendo conto che ben poco si può fare, dopo essersi dotati di una presidenza federale impresentabile e votata al totale immobilismo. Ma non sono convinto che sia tutto qui il problema, e prima poi anche questo ostracismo al "prodotto interno lordo calcistico" dovrà essere chiarito, una volta per tutte. 
NON CI RESTANO CHE LE NAZIONALI... - Qualche firma prestigiosa ritiene che le competizioni per rappresentative nazionali abbiano ormai ampiamente perso fascino e appeal, a tutto vantaggio della Champions League e, più in generale, proprio dei tornei fra club. Non è vero (basti pensare alla copertura giornalistica, agli spettatori in loco e attraverso i media vecchi e nuovi, alla passione ma anche al giro di soldi che Mondiali ed Europei continuano a generare): alla luce di quanto scritto sopra, sono proprio quei tornei l'ultimo baluardo a difesa del DNA più autentico e genuino del pallone. Le Nazionali e le loro sfide ridanno vigore al campanile e al senso di appartenenza, al patriottismo sano, e danno la misura più realistica del livello qualitativo di un movimento, dei suoi progressi e dei suoi passi indietro. Quelli di Champions e di Europa League sono solo scontri fra "all stars": emozionanti, gradevoli, ma senza "sugo" storico e di prospettiva. Quasi delle "americanate"... 

venerdì 21 marzo 2014

CALCIOITALIA ALL'ANNO ZERO: DISASTRO EUROPA LEAGUE, NON CI RESTA CHE LA JUVENTUS

                                      Per Pirlo altra punizione "divina": Fiorentina ko

Cadono come mosche. In quella che, negli auspici, doveva essere la stagione del riscatto italiano in Europa League, il contingente nostrano si ritrova già ridotto ai minimi termini. A ottavi di finale completati, ossia quando i giochi veri devono ancora cominciare, resta in corsa solo la Juventus, la cui qualificazione non può oltretutto essere parametro attendibile circa la competitività internazionale dei bianconeri, essendo giunta, e con non poca fatica, ai danni di un'altra compagine tricolore, la Fiorentina. Per il resto, il battaglione dipinto come agguerritissimo è stato polverizzato da una concorrenza tutt'altro che irresistibile, assumendo le patetiche sembianze di una improbabile armata Brancaleone. Fuori già nel turno precedente la Lazio, estromessa (una sconfitta e un pari) dal modestissimo Ludogorets, del quale il Valencia si è poi disfatto senza soverchie difficoltà; fuori, come detto, i viola di Vincenzo Montella, che pure sono considerati i fautori della manovra dal tasso estetico e qualitativo più elevato della nostra Serie A; ultimo della tremenda serie, fuori il Napoli, incapace di venire a capo di un Porto dalle misure tecniche non certo eccezionali. 
SEMPRE PEGGIO - Un disastro, un disastro pressoché assoluto. Da anni cerchiamo pazientemente, nelle pieghe delle competizioni europee per club, un segnale che possa far sperare in un'inversione di tendenza. E i segnali ogni tanto arrivano, per la verità: in Champions League, l'anno scorso, ci fu il discreto percorso della Juventus, arresasi al Bayern nei quarti dopo brillanti affermazioni su Chelsea e Shakthar; e i partenopei di Benitez, sempre nel torneo più importante, pochi mesi fa si sono resi protagonisti di un turno preliminare per certi versi esaltante, ma sfortunatissimo. Ma si è trattato di exploit del tutto effimeri, che sono stati, anzi, il preludio a ulteriori passi indietro. L'Europa League continua ad essere una manifestazione inspiegabilmente ostile ai colori italiani: non ci resta che la Juve, e la Vecchia Signora ha a questo punto il dovere morale di puntare dritta alla finalissima, non solo perché ad ospitarla sarà il suo stadio di casa. Vincere l'ex Uefa, precisiamolo, non basterebbe a cancellare anni e anni di figuracce ed eliminazioni delle nostre spaurite portacolori, ma porrebbe comunque un freno a una caduta che sembra inarrestabile, e potrebbe fungere da esempio per un diverso approccio, nel futuro, a questa competizione. 
LA CRISI PIU' GRAVE - Fiorentina semifinalista nel 2008, eliminata ai rigori dai Rangers di Glasgow: da allora, nessun club italiano si è più spinto così avanti in Europa League. Uno scempio, un'offesa a un palmarés nemmeno tanto datato, che racconta di un football tricolore a lungo dominatore nel torneo, in qualche caso addirittura con finalissime "fratricide". Spesso, negli ultimi anni, son stato io il primo a dire che nel calcio esistono i cicli vincenti e quelli di recessione, che una fase più o meno prolungata di appannamento può capitare a ogni nazione, ma qui si sta esagerando. I tempi si allungano e l'uscita dal tunnel, invece di avvicinarsi, si allontana sempre più. Il calcio italiano è ridotto a provincia dell'Impero europeo: in entrambe le manifestazioni, le semifinali e spesso persino i quarti ci sono negate sistematicamente. E' una crisi più grave di quelle attraversate in altre epoche dal nostro movimento (fine anni Settanta - primi Ottanta, fine anni Novanta - primi Duemila), perché il tempo non gioca a nostro favore:  i tre Paesi guida corrono a ritmi elevatissimi,  e nella classifica Uefa hanno accumulato su di noi dei vantaggi abissali; altre nazioni un tempo in soggezione nei nostri confronti sono ora in crescita continua: una di queste è il Portogallo, e il fatto che il Porto abbia appena eliminato il Napoli è un'ulteriore brutta notizia per il nostro ranking, sempre più esangue. 
E' una crisi grave e pericolosa perché, per quanto causata da fattori in buona parte noti da anni, sembra lasciare indifferenti i padroni del vapore. E, al contrario di quanto accaduto in occasione di altre congiunture a noi sfavorevoli, questa volta i difetti sono endemici e radicalizzati, non facili da estirpare in tempi brevi: la precarietà dell'organizzazione complessiva e della tenuta economica del sistema, lo spazio sempre più esiguo concesso ai giovani del vivaio nazionale, l'impoverimento tecnico degli organici con conseguente calo qualitativo del gioco sono vulnus eliminabili solo attraverso interventi strutturali ed un cammino lungo e doloroso, del quale peraltro non è ancora stato dato il calcio d''inizio.
Non sarebbe nemmeno giusto sorvolare sulla posizione di subalternità economica del nostro calcio nei confronti di Germania, Spagna e Inghilterra, perché in fondo è anche quella una colpa: istituzioni e dirigenti non hanno saputo cogliere i radicali mutamenti di questo sport, mettere mano a strutture organizzative e modalità operative che in breve si sono rivelate obsolete, e i nuovi investitori si sono rivolti altrove, laddove un tempo l'Italia era il Bengodi del pallone. Ma per il momento non parliamone, e pensiamo agli aspetti più strettamente tecnici, prendendo come paradigma proprio il match del canto del cigno napoletano, stante, come detto in apertura, l'inattendibilità del derby italiano Fiorentina - Juve come unità di misura dello spessore internazionale dei nostri club.

                                Benitez: questa volta il suo spessore europeo è stato inutile

LE LACUNE DEL NAPOLI E DEL NOSTRO CALCIO - Il Napoli, dunque: al netto della generosità e dell'impegno mostrati, la partita del San Paolo è stata una specie di piccolo disastro. Il gioco, innanzitutto: lontano parente di quello che gli azzurri avevano sciorinato in certe sfide autunnali di Champions, condite di rapidità, verticalità della manovra, alti ritmi, precisione nel palleggio e sfruttamento delle fasce. Che Higuain e compagni siano in fase involutiva dall'inizio del 2014 è cosa nota, ma non rappresenta un'attenuante: se vuoi far strada in Europa, quello mostrato contro Arsenal e Borussia Dortmund è lo standard di prestazioni a cui al giorno d'oggi devi forzatamente attenerti: se te ne allontani anche solo di poco, sei fregato anche confrontandoti con realtà tecnicamente normali come il Porto (nelle cui file, per dire, decisivo è stato Quaresma, che in Italia trapanò l'acqua non molto tempo fa), perché le squadre italiane non dispongono delle sovrabbondanti risorse di classe delle grandi del Continente: se Higuain non inquadra la porta, se Insigne si batte con operosità ma senza trovare il guizzo del genietto, se Hamsik finisce addirittura ai margini, cosa rimane?  
In Europa, ancor più che in campionato, la cattiveria sotto rete è vitale: il Napoli di ieri sera e di Oporto le sue occasioni le ha avute, alcune anche clamorose, ma solo una ne ha concretizzata, mentre i portoghesi, nel momento topico dell'incontro, ne hanno piazzate due chiudendo i conti. Ancora: la squadra italiana ha retto, sul piano fisico, un'oretta scarsa, poi si è afflosciata, davanti a rivali sempre più ringalluzziti. Prandelli l'aveva detto all'indomani della mortificante (per noi) amichevole di Madrid con la Spagna: il calcio nostrano, in questo momento, sta scontando un preoccupante gap atletico nei confronti di altri movimenti. In Europa i ritmi sono sostenuti, se non sei in grado di reggerli o chiudi i conti prima (e il Napoli poteva farlo) o rischi di lasciarci la ghirba: una condanna senza appello per un football, il nostro, che fino a una decina di anni fa veniva considerato un esempio in tema di preparazione fisica.
Anche il fattore campo, un tempo vanto del pallone nostrano, sta perdendo consistenza: persino in momenti storici in cui i nostri club si trovavano in soggezione qualitativa rispetto ai rivali esteri, giocare in casa ne moltiplicava le risorse e consentiva, qualche volta, di porre rimedio a capitomboli esterni, ora non ci riesce neanche più quello... L'ho già scritto in passato: allo stato delle cose, le squadre italiane non hanno speranze contro gli esponenti dei tre campionati "monstre", mentre con le altre possono vincere così come possono perdere: insomma, non vi son più certezze, la nostra autorevolezza internazionale si è volatilizzata, siamo intrappolati in un limbo di mediocrità in cui una squadra turca, per quanto di primo piano, può spianare il rullo compressore della Serie A per poi uscire negli ottavi di Champions dopo essere stata presa a pallonate dal Chelsea... Triste, molto triste. 
EUROPA LEAGUE SOPPORTATA - Su tutto, permane un problema di mentalità: già dalla laboriosa qualificazione ai danni dello Swansea, il Napoli è parso subire l'Europa League, più che interpretarla come un appuntamento importante: una pausa in attesa di una nuova Champions da vivere, si spera, da protagonisti. Così fosse, è stato un approccio sbagliatissimo: il Napoli non è il Milan, e una caratura europea si costruisce per gradi, passando anche attraverso tappe intermedie.
Giocarsi questa delicata sfida senza Hamsik, per quanto in un momento di scarsa forma, e senza il guastatore Callejon è stato un mezzo suicidio. In nome di che cosa, poi? Un ipotetico secondo posto in campionato sarebbe importante soprattutto per le casse societarie, ma la personalità internazionale, l'abitudine ai confronti europei te le costruisci solo giocandone il più possibile, di questi confronti, sennò rischi di far la fine dell'Udinese, che ogni anno si qualificava per le coppe per poi uscirne quasi sempre subito. Il risultato? Competitività fuori dai confini rimasta ai minimi termini e nessun beneficio per il ranking. Tutto ciò per dire che, in questo particolare momento, tutti dovrebbero capire che una lunga marcia in Coppa sarebbe importante più di un piazzamento in campionato. Dopodiché, attendo sempre che qualcuno mi spieghi la necessità di dover scegliere fra Serie A ed Europa League, laddove all'estero, nei Paesi calcisticamente seri, questo dubbio amletico non se lo pone nessuno: la... figlia della Coppa Uefa è onorata da tutti come è giusto onorarla, negli ultimi anni l'han vinta, fra le altre, il Chelsea (di Benitez), l'Atletico Madrid due volte, il Porto (sic!). Tutti stupidi e noi gli unici furbi, certo. 

venerdì 16 marzo 2012

L'ITALIA E LE COPPE, IL NOSTRO E' IL CALCIO DEL "QUASI"



In Europa, il nostro è diventato il calcio del "quasi". Prendete ciò che è accaduto nell'ultimo turno di Coppe: l'Inter "quasi" a un passo dal capovolgere lo 0 a 1 dell'andata, in vantaggio a pochi minuti dal termine e con la prospettiva concreta di giocarsi quantomeno i supplementari, e invece, zac, gol del Marsiglia in pieno recupero e addio sogni di gloria. Oppure l'Udinese, ieri: pare proibitivo rimontare lo 0 a 2 maturato in Olanda, ma una partenza lanciatissima porta in pochi minuti i friulani ad annullare lo svantaggio, grazie a una doppietta dello straripante Di Natale: come dire pari e patta e, in più, la possibilità di giocare quasi tutto l'incontro in superiorità numerica. L'impresa sembrerebbe "quasi" completata, ma niente da fare: i bianconeri si afflosciano ben presto, e prendono il gol mazzata da un Az Alkmaar che nel secondo tempo potrebbe addirittura pareggiare, se Helm non calciasse alle stelle un penalty. Ancora: 24 ore prima, il Napoli è "quasi" a un passo dalla storia, ossia dalla sua prima qualificazione ai quarti di Champions: in casa Chelsea, tiene orgogliosamente testa, dopo averla battuta al San Paolo, a una delle squadre più forti del Continente, che le è superiore per classe, esperienza ai massimi livelli e potenzialità finanziarie, la trascina fino ai supplementari, ma poi le speranze svaniscono, perché Ivanovic fa 4-1 e spegne i sogni partenopei. Oddio, anche il Milan, la settimana prima, aveva... "quasi" rischiato di farsi buttare fuori dall'Arsenal dopo aver vinto 4 a 0 all'andata: sarebbe stata un'impresa al contrario degna di restare negli annali, ma, per fortuna dei rossoneri, è rimasta incompiuta. O meglio, "quasi" compiuta. 
FRUSTRANTE - Insomma, a questo ci siamo ridotti: a celebrare delle "quasi" imprese, che svaniscono a un passo dal concretizzarsi e che al tirar del somme, per quanto si cerchi di indorare la pillola, rimangono quello che sono nella sostanza, ovverosia delle sconfitte. Triste, per il nostro football, che deve accontentarsi di queste mezze soddisfazioni, queste amare e frustranti vittorie di Pirro, mentre gli altri continuano a correre e ci  lasciano a distanze sempre più siderali. 
Certo, poi bisogna fare gli opportuni distinguo, evitare di generalizzare,  analizzare caso per caso. All'Inter, ad esempio, questo turno di Coppa è capitato fra capo e collo nel momento peggiore non solo della stagione, ma anche della sua storia recente, fra una squadra che sta declinando vertiginosamente dopo i fasti mourinhani, giovani anche bravi ma coinvolti nello sbandamento totale e un allenatore che non pare in grado di governare il timone col realismo e la concretezza che situazioni del genere richiederebbero; eppure il Marsiglia, oltre ad essere tecnicamente inferiore, non è che stesse tanto meglio, alla luce delle tre sconfitte consecutive in campionato. L'Udinese, certo, merita elogi perché, ogni qual volta si presenta in Europa League, tenta di onorarla, eppure trovarsi in una posizione di così grande vantaggio, tattico e psicologico, dopo pochi minuti di gioco dovrebbe partorire qualcosa di ben più gagliardo del "topolino" visto nei 75 minuti successivi al secondo gol. Meno colpevole di tutti è forse il Napoli, per i motivi già detti, ma anche qui resta la sgradevole sensazione che non tutto sia stato fatto per completare l'impresa, fra tentennamenti difensivi (frutto comunque della non eccelsa caratura della terza linea) ed errori di mira in attacco da parte di cecchini solitamente infallibili.


MA QUALE RINASCITA! - Materiale buono per i dibattiti post fallimento, per capire i problemi e studiare il da farsi per il futuro. Adesso, rimane la realtà di un calcio italiano che, a livello di club (aspettiamo non senza tremori la prova della Nazionale a Euro 2012), non è in grado di andare al di là del "quasi". Non è un semplice divertissement linguistico, il mio: è anzi grave e sconsolante constatare come le nostre rappresentanti, anche impegnandosi a fondo, anche gettando nella contesa tutte le energie e tutte le risorse disponibili, non possano andare al di là di onorevoli eliminazioni, fatte salve le rondini che non fanno primavera come l'Inter di due anni fa  (in attesa di vedere cosa riuscirà a fare il Milan col Barça). 
In soldoni: il nostro è diventato un football povero e limitato, e lo si sa da tempo, ma il dramma è che non ci si sposta in avanti di un millimetro, non si fanno progressi: chi quest'anno vaneggiava di calcio italico in ripresa, con tre rappresentanti agli ottavi di Champions e una in quelli di EL, avrebbe fatto meglio a rinfrescarsi la memoria, per verificare che rispetto alle ultime stagioni non è poi cambiato granché: l'anno scorso, parlando della CL, Milan e Roma fuori agli ottavi, Inter non oltre i quarti; nel 2010 Fiorentina e Milan out agli ottavi e Inter clamorosamente campione (l'eccezione alla regola); nel 2009 Roma, Inter e Juve tutte fuori gioco agli ottavi; nel 2008, Milan e Inter ancora incapaci di andare oltre gli ottavi, Roma ferma ai quarti. Le statistiche non mentono: al momento, per la media delle nostre partecipanti, fatti salvi rarissimi exploit (anzi, solo uno, quello dell'Inter di Milito, nel periodo di tempo preso in esame), la soglia è quella, e sembra diventata invalicabile. 
DISASTRO EUROPA LEAGUE - Ancor peggiore il discorso per l'Europa League - Coppa UEFA, vera cartina di tornasole della nostra nuova e modesta dimensione qualitativa: nel medesimo arco temporale preso in esame per la competizione principale, troviamo una Fiorentina arresasi solo in semifinale nel 2008 e ancora una Udinese arrampicatasi fino ai quarti nel 2009, poi il buio: nel 2010 l'italiana in posizione più avanzata è la Juve, che si arresta agli ottavi, l'anno scorso è il Napoli, che addirittura non supera lo scoglio dei sedicesimi, e dell'avventura friulana targata 2012 si è già detto. Cartina tornasole, perché in EL si esibisce la classe media dei vari tornei nazionali, quella che misura meglio di ogni altro parametro la salute di un movimento calcistico, visto che i Top club fanno quasi ovunque gara a sé, rappresentano una sorta di élite a parte. E le classi medie spagnole, tedesche e financo portoghese (un po' meno quella inglese, nella stagione in corso) in questo torneo sono avanti anni luce rispetto alla nostra, da diverso tempo.
CRISI SENZA SBOCCHI? - Uno scempio, una desertificazione di risultati che ha tantissime motivazioni, dal ridotto potenziale economico dei nostri club all'invasione di stranieri di medio - bassa qualità, i quali (non mi stancherò mai di ripeterlo) hanno fatto precipitare il livello qualitativo del nostro campionato; dalla scarsa attenzione al vivaio nostrano all'obiettivo vuoto generazionale della nostra scuola in alcuni ruoli chiave, soprattutto difensivi; da una contaminazione tattica che ci ha fatto perdere la nostra unicità di "strateghi del rettangolo verde" a  problematiche di natura organizzativa che riguardano tutta la struttura del nostro calcio e non solo le singole società, per concludere con la mentalità, che porta a snobbare l'impegno in Europa League adducendo scuse tutto sommato puerili, perché il logorio psico - fisico e l'impossibilità di recuperare per gli impegni "interni" ci sono per le nostre squadre come per quelle degli altri paesi leader in Europa, che invece questa competizione continuano a onorarla. 
Cose di cui si discute da anni, ma si continua a far poco o nulla per cambiare. E' qualcosa di più e di peggio di una congiuntura calcistica sfavorevole, come tante ne abbiamo avute in passato e come tante ne hanno avute anche Spagna, Germania e Inghilterra: qui il problema è sistemico, i guasti sono talmente profondi che difficilmente potranno portare a una folgorante ripresa nel breve, a meno di un aiuto esterno sotto forma di un calo evidente delle grandi del Continente, che ci consenta di riguadagnare qualche posizione; del resto, se a livello di ranking UEFA in questa stagione siamo riusciti a limitare i danni (per il momento...) lo si deve, più che a un'impennata del nostro rendimento (come si è visto, sostanzialmente simile a quello, modesto, del passato recente), proprio al rallentamento di altre Nazioni, Francia in testa. Insomma, un crollo verticale di un movimento, il nostro, che fino ai primi anni Duemila rappresentava un esempio per il mondo intero: scelte sbagliate, politiche suicide e retrive, ci hanno fatto entrare in un tunnel di cui non si intravede l'uscita. Il tunnel del "quasi", degli eterni perdenti fermati a pochi passi dal successo, un po' come la Nazionale scozzese ai Mondiali degli anni Settanta e Ottanta, o quella spagnola di sempre, fino ai recentissimi exploit; il tunnel dei tifosi che non possono più esultare, ma si trovan sempre costretti a dire: "Grazie lo stesso, è stato bello finché è durato". Carino, ma la storia del calcio tricolore pretende qualcosa di più.