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sabato 12 giugno 2021

EURO 2020: LUNGO LAVORO AI FIANCHI, POI GLI AZZURRI TRAVOLGONO LA TURCHIA. I TOP FIVE: BARELLA, BERARDI, IMMOBILE, SPINAZZOLA, JORGINHO

Da più parti si invoca equilibrio nel modo di approcciarsi alla Nazionale italiana e alle sue gesta. Troppo entusiasmo preventivo, si dice, e l'accusa non è del tutto campata per aria: si è cominciato assai presto, persino con uno show di prima serata su Rai 1 affidato ad Amadeus e addirittura con un documentario a puntate, sempre sull'ammiraglia, nella impegnativa fascia oraria dei Soliti ignoti. Poi gli spot della tv pubblica con festeggiamenti di vittorie azzurre che dovevano ancora arrivare. Infine, per giungere alla stretta attualità, qualche eccesso di ottimismo post trionfo nella gara d'esordio, non proprio un "Wembley, arriviamo", ma quasi. In parte è vero, ripeto, ma se equilibrio deve essere, deve esserlo a tutto tondo. Perché non è nemmeno giusto derubricare ogni successo dei nostri a ordinaria amministrazione, con la scusa che ogni avversario sia infallibilmente scarso, modesto, inesistente. E no: da possibile outsider, così l'avevano etichettata in molti, ora la Turchia è stata declassata a caricatura di squadra. La stessa caricatura di squadra che nelle qualificazioni ha preso quattro punti su sei alla Francia, e che nelle eliminatorie mondiali ha strapazzato l'Olanda, una selezione, fra l'altro, che viene sistematicamente considerata da certi esperti superiore alla nostra, e magari lo sarà anche, ma contro la quale, in Nations League, il team di Mancini ha esso pure fatto quattro punti su sei, andando a maramaldeggiare in trasferta ben al di là dello striminzito 1-0 finale. Qualcosa non quadra. 

LA TURCHIA NON E' UNA SCARTINA - So benissimo che quella di Gunes non è una big del continente, ma il ruolino di marcia recente prima citato, la solidità complessiva evidenziata a più riprese e diverse individualità di spicco ne facevano un'opponente della quale diffidare fortemente. Appena ieri si tessevano le lodi della sua difesa quasi impenetrabile, e dei gioielli Yazici e Yilmaz che hanno trascinato il Lille a uno storico scudetto in Francia, per tacere dei "nostri" Chalanoglu e Demiral. Ora, per dirla in gergo, hanno beccato pesante all'Olimpico e sono trattati come pezze da piedi. Ci vorrebbe meno strabismo nelle valutazioni critiche. Dopodiché, ripeto, questa Azzurra irriverente e garibaldina deve ancora consumarne, di suole, se vuole diventare grande, già mercoledì con la Svizzera il livello di difficoltà si alzerà di un altro piolo, ma la narrazione in base alla quale si vince perché si gioca sempre contro nessuno è inaccettabile, oltre a essere in buona sostanza non rispondente al vero. 

DIFENSIVISMO TURCO E IMPACCI NOSTRI - Mi ha sorpreso, questo sì, l'atteggiamento di estrema prudenza con cui gli ospiti hanno affrontato la gara. Una chiusura a riccio quasi al limite del catenaccio, e anche oltre, con ammucchiate e corridoi intasati dalla trequarti in giù. Forse perché era comunque lampante la superiore caratura tecnica del Club Italia, e lo stesso Gunes ne ha preso serenamente atto già prima di scendere in campo, pianificando una partita di attesa e ostruzionismo, cercando di far sfiancare gli azzurri nella continua e inutile ricerca di un varco buono, e fidando nella nostra mancanza di muscoli e centimetri in avanti. Nel primo tempo il disegno pareva avere qualche possibilità di riuscita: l'iniziativa era da subito di marca tricolore, come da copione, ma qualche errore di misura nei passaggi, insolito per il gruppo del Mancio, e qualche frazione di secondo di troppo nell'avvio e nell'elaborazione delle azioni consentivano ai rossi di contrastare efficacemente le nostre trame. 

LOCATELLI CRESCE CON MISURA, BARELLA SALE IN CATTEDRA - Qualcuno, giocoforza, ha anche avvertito il peso dell'esordio assoluto in un contesto così impegnativo, mai vissuto prima: come Locatelli, ad esempio, che per un po' si è limitato al piccolo cabotaggio, così come Barella a lungo non ha trovato le misure giuste per entrare con decisione nella fase di costruzione e di spinta. I grandi giocatori sanno superare questi comprensibili attimi di impaccio, e loro l'hanno fatto: il giovane del Sassuolo ha ripreso a tessere e palleggiare con la sicurezza e l'efficacia che gli sono proprie, pur senza svettare ma confermando la sua propensione alla conclusione a rete (un bel destro sul quale il guardiano turco si è salvato in corner), e ancor meglio ha fatto l'interista, tornato affidabile in copertura e autoritario negli inserimenti e in rifinitura, recitando da protagonista nelle tre azioni-gol, da autentico uomo-partita.

SPINAZZOLA, BERARDI, IMMOBILE, JORGINHO OK - Molti altri non hanno invece accusato il "braccino" della grande ribalta nemmeno per un minuto: non Spinazzola, freccia sempre acuminata sulla sinistra, buon crossatore e buon tiratore, con due conclusioni respinte da Cakir, la seconda delle quali ha portato al 2-0 di Immobile; non lo stesso centravanti laziale, vivo e attivo già nel difficile primo tempo e, come con la Repubblica Ceca, di nuovo assistman per Insigne, che ha sprecato una volta ma non ha fallito la seconda; e nemmeno Berardi, fin dall'inizio il più ispirato e ricco di iniziativa in prima linea, nei limiti di quanto concesso dalla muraglia allestita dai rivali, e propiziatore, col suo cross, della goffa autorete di Demiral; per tacere di Jorginho, dapprima silenzioso collante di un reparto che teneva saldamente le redini del match ma girava a vuoto, e poi califfo in una zona nevralgica che al comando sterile ha saputo infine aggiungere profondità e capacità di far male. Il citato Insigne è lievitato alla distanza dopo un primo tempo in cui è parso poco sul pezzo, ma nel complesso la sua presenza offensiva non ha avuto il peso che ci si aspettava. 

SEMPRE IN AVANTI - Ma sempre, anche in quell'ispida prima frazione "controvento", l'Italia ha pressato e giocato col muso puntato verso la porta avversaria, come da DNA ormai cristallizzato; e ha concluso tutto sommato parecchio, magari qualche volta in modo velleitario, ma ci ha provato, sganciando anche i difensori: e non è un caso che, in tanta penuria di spazi, sia stato Chiellini ad avvicinarsi maggiormente al gol con una inzuccata alzata in angolo dal portiere. Poi, la Dea Bendata ci ha dato una piccola mano per sbloccare il risultato, ma è stato un aiutino ben indirizzato verso chi più lo meritava. E in una serata del genere non è forse nemmeno il caso di sottolineare nuovamente la mancanza di una punta centrale di stazza e di grande concretezza, perché il problema persiste ma stavolta lo si è avvertito meno che in altre circostanze. 

BUONA PRODUZIONE OFFENSIVA - Ciro ha fatto in pieno il suo dovere. L'abbiamo già detto: un gol, due passaggi smarcanti, altri tiri insidiosi; sembra aver trovato la condizione giusta, e la giusta intesa coi compagni, proprio nell'occasione più importante, e contro avversari meno coperti potrebbe trovare quei metri in più per liberarsi ed essere ancor più letale. Merita fiducia. Così come la merita tutta la squadra che, al tirar delle somme, pur fra qualche imperfezione di manovra, pur parzialmente imbrigliata per quasi un'ora, alla fine ha messo insieme tre reti e almeno altre quattro mancate di poco (oltre a un penalty incredibilmente ignorato da arbitro e sala Var), per una produzione offensiva leggermente inferiore alla media ma comunque cospicua. E ora occhio alla sindrome della seconda partita, tante volte a noi fatale in passato. Perché non è vero che nei grandi tornei se parti bene sei già a un passo dal primo obiettivo (il passaggio del turno): occorre superare indenni almeno due ostacoli, prima di  programmare il futuro con discreta serenità.  

mercoledì 4 settembre 2019

CALCIOMERCATO ESTIVO: LE PAGELLE DELLA SERIE A. INTER SUGLI SCUDI, BENE TORO E GENOA, LA ROMA PUNTA SUGLI ITALIANI EMERGENTI

                      L'azzurro Gianluca Mancini, neo difensore della Roma (foto Guerin Sportivo)

Come sottrarsi al piacevole esercizio di "pagellare" le squadre uscite dalla campagna acquisti - cessioni estiva? Impossibile, e allora proviamoci, non prima di qualche considerazione di carattere generale. Già: che mercato è stato, nel complesso? Meno peggio di quanto ci si potesse aspettare, nonostante qualche stucchevole telenovela trascinatasi oltre ogni limite di sopportazione (vedasi caso Icardi). Sono arrivati campioni di statura europea (quando non mondiale) come Lukaku, Rabiot, Rebic, De Ligt, Schone: discorso a parte per Ribery, fuoriclasse venuto a sparare in Italia le ultime cartucce di una lunghissima carriera, e sul cui peso specifico mi permetto di avere qualche dubbio. Alcuni dei giovani virgulti del football nazionale hanno poi ottenuto la grande chance del salto di qualità: penso a Sensi e Barella, nuovi pilastri del centrocampo interista, e a Gianluca Mancini, che dovrà cercare di "blindare" una Roma finora troppo sbilanciata in avanti. Insomma, gli spunti d'interesse non mancano. Passiamo ora a una breve analisi club per club.
ATALANTA - La rosa non richiedeva che pochi ritocchi di qualità, per alzare il tasso di competitività internazionale in chiave Champions League: sono arrivati Kjaer per puntellare la difesa e Muriel per vivacizzare ulteriormente una linea offensiva già scoppiettante, grazie agli estri di Ilicic e Gomez e alla potenza di fuoco di un Duvan Zapata all'apice della carriera. Poi, le conferme di pilastri come De Roon, Gosens, Hateboer, fino a un Gollini sempre più sicuro tra i pali. E il gioco made in Gasperini è già di caratura europea. 
BOLOGNA - I veri colpacci la società felsinea li aveva già piazzati nell'inverno scorso, con gli arrivi di Soriano e Sansone, unitamente all'insediamento in panchina di Mihajlovic: novità che fecero cambiare radicalmente marcia ai rossoblù, traendoli dalle secche di una classifica che prometteva il peggio. In questa sessione estiva, di rilievo comunque l'acquisto di Medel, che fa crescere notevolmente lo spessore fisico di una cerniera di centrocampo già granitica in Poli e Dzemaili. Ma il meglio è dalla trequarti in su: Orsolini e Sansone a inventare e svariare per i vari Santander (inattesa rivelazione l'anno passato), nonno Palacio e un Destro perennemente alla ricerca della consacrazione. Una squadra destinata a una tranquilla navigazione, forte dell'esempio dell'indomito Sinisa, sempre vicino ai suoi ragazzi nonostante la malattia. 
BRESCIA - Si candida al ruolo di "matricola terribile". Ha dato consistenza a una prima linea che, con Donnarumma e Torregrossa, ha fatto faville in B ma è tutta da verificare al piano superiore. Ora c'è persino troppo affollamento: in extremis è approdato  alla corte di Cellino l'esperto Matri, ma molto ruoterà attorno a Balotelli, ex Supermario, giunto davvero all'ultimissima occasione per raccogliere almeno in parte  frutti che, dieci anni fa, si annunciavano copiosissimi. Dal Genoa ecco Romulo, meteora azzurra ai tempi di Prandelli, anche lui un lusso per la piazza lombarda, laterale o interno, corsa e proprietà di tocco. Occhio anche a Bisoli, Morosini e soprattutto all'Under 21 Tonali, personalità da veterano, tecnica e visione di gioco. Se lasciato crescere senza eccessive pressioni, diventerà un big. 
CAGLIARI - Luci e ombre. Mercato ok, perché ha attutito come meglio non avrebbe potuto la perdita (grave) di Barella, l'elemento chiave della zona nevralgica. Il cavallo di ritorno Nainggolan è animato da fieri propositi di riscossa, Marko Rog è centrocampista moderno, dinamico e qualitativo. L'attacco "rischiava" di essere esplosivo, ma Simeone dovrà fare a meno per molto tempo del compagno di linea Pavoletti, gravemente infortunatosi, uno dei pochi centravanti colpitori di testa "vecchio stampo", stile Aldo Serena per capirci. Con questo poker d'assi al completo, il club sardo avrebbe potuto persino ambire a inserirsi nella lotta per l'Europa, sostenuto nelle retrovie da un Cragno che vuole definitivamente ritagliarsi un posto in Nazionale e da un Luca Pellegrini appena convocato dal cittì Mancini; ma anche il portierino è stato messo fuori causa da problemi fisici, e non si sa ancora quando potrà rientrare. Scalogna nera, insomma, e partire con due sconfitte interne non aiuta, anche se i margini di recupero sono enormi. 
FIORENTINA - Personalissima impressione: più fumo che arrosto. Ribery ha mandato in visibilio la piazza, ma ha 36 primavere e tante battaglie sulle spalle. Al di là di qualche isolata luminaria, quanto potrà effettivamente incidere? Felice di essere smentito, ovviamente. Pulgar e il cavallo di ritorno Badelj sono buoni puntelli in mezzo al campo, ma nel settore il meglio lo si aspetta da uno che era già in rosa, quel Benassi che, per doti di costruzione e inserimento, meriterebbe l'azzurro. Lirola e lo stagionato Caceres non alzano di molto il tasso qualitativo di una retroguardia che, sul fianco sinistro, sentirà molto la mancanza di Biraghi. Si è già messo in evidenza Boateng nella veste di impetuoso uomo d'assalto, mentre Chiesa, dopo i chiaroscuri della passata stagione, è atteso a una consacrazione ampiamente alla portata. Occhio al verdissimo Sottil, aletta tutto pepe, buttato subito nella mischia da Montella e protagonista di prestazioni incoraggianti. In definitiva, una Viola che non dovrebbe patire come accaduto in primavera, ma che difficilmente potrà fare la voce grossa a livello di alta classifica. 
GENOA - Una sorpresa, rispetto a certe convulse campagne acquisti del passato. Tappate presto e bene quasi tutte le falle emerse nella disastrosa annata 2018/19, giunti elementi di valore anche internazionale, che hanno fatto impennare la dotazione di talento del gruppo. Il veterano Zapata per la terza linea, fasce ricchissime con Ghiglione (sorpresa d'inizio stagione) e Ankersen a destra, i rampanti Barreca e Pajac a sinistra. In mezzo, in attesa del recupero di Sturaro (se al meglio, tanta roba per questi palcoscenici), ecco il crack Schone, colonna dell'Ajax, il cui arrivo ha scatenato nella tifoseria entusiasmi che non si vedevano dai tempi del secondo ingaggio di Milito. Ancora: l'estro di Saponara sulla trequarti e in avanti il virgulto Pinamonti che, tanto per gradire, ha esordito con un gol e un rigore procurato in casa della Roma, dove i genovesi non andavano a punti dal '94. Svolta anche in panca, con un Andreazzoli che fa praticare calcio di iniziativa e ora ha una squadra con la quale, oltre ai complimenti, potrebbe raccogliere qualche soddisfazione più concreta. Manca forse una punta di peso e abituata alle rudezze della A, ma questo Grifone, a occhio e croce, dovrebbe collocarsi in una media classifica di assoluta serenità, a debita distanza dalla zona - sofferenza. 
INTER - La regina del mercato. Si candida a sorpassare il Napoli come principale antagonista della Juve, essendosi rinforzata in tutti i reparti e, cosa assai apprezzabile, con molti italiani emergenti. Biraghi a stantuffare sulla sinistra, la coppia Sensi - Barella nel mezzo a lottare, creare, proiettarsi in avanti e tirare, quasi sempre con ottima mira. La retroguardia è blindata da Handanovic e Skrinjar, anche se è da valutare la tenuta agli alti livelli di Godin, mentre in avanti Lukaku ha tutto per far saltare il banco, ben spalleggiato da Lautaro e da Sanchez, oltre all'affidabile Politano. E poi, c'è un Candreva che sta dando segni di risveglio, dopo due anni grigi (non a caso, un calo manifestatosi in seguito all'esclusione azzurra dal Mondiale russo). Su tutti, vigila un tipo tosto, vincente e sempre assetato di gloria come mister Conte, mentre la soluzione in extremis del rebus Icardi dovrebbe aver finalmente portato un po' di serenità nell'ambiente, indispensabile per poter puntare ai massimi traguardi. Che sia l'anno giusto? 
JUVENTUS - Sulla carta è ancora la più forte. De Ligt e Rabiot sono due campioni, anche se l'olandese ha ballato non poco nel big match col Napoli; il ritorno di Higuain, poi, è stato col botto. Inutile passare in rassegna tutte le star della rosa: da Szczesny a Bonucci, da Pjanic a Matuidi, da CR7 a Mandzukic, danno tutti ampie garanzie. Così come Bernardeschi, che ha già dimostrato di poter stare alla grande in questo consesso di vedettes, e al quale si chiede solo maggior continuità (ma il rendimento costante deriva anche dalla costanza di impiego...). Parlando di "azzurrabili", sarebbe gradito da parte di Rugani quel salto di qualità atteso da anni: dovrebbe aprirgli qualche spazio in più il grave infortunio di Chiellini, che però ha privato la Signora di una colonna autentica per sicurezza, senso tattico, carisma. Sarri si è già ben inserito nella nuova realtà, ma deve ancora dare il giusto equilibrio alla compagine. 
LAZIO - Movimenti ridotti al minimo indispensabile. L'unico di rilievo ha riguardato il laterale Lazzari, giunto dalla Spal e già nel giro della Nazionale. Per il resto, squadra che vince e gioca bene non si cambia, e l'Aquila ha una spina dorsale di tutto rispetto: sull'asse Strakosha - Acerbi - Leiva - Luis Alberto - Milinkovic Savic - Parolo - Correa - Immobile si snodano quintali di talento, esperienza, concretezza. Ma i rimpianti non mancano, perché con un paio di rinforzi azzeccati questa potrebbe essere davvero una compagine da altissime sfere.

                 Stefano Sensi, nuovo centrocampista interista, già promosso da Conte (foto Guerin Sportivo)

LECCE - Grande perplessità attorno al ritorno in A dei salentini. Certo, l'ingaggio in extremis di Babacar, punta di dignitosa prolificità e ormai avvezza a questi palcoscenici, ha risollevato un po' le sorti di una squadra che però dovrà tirare l'anima coi denti per restare a galla. Il divario tecnico con la quasi totalità delle concorrenti pare ampio, ci si affida alla voglia di riscatto di due ex genoani reduci da stagioni poco esaltanti quando non disastrose, quali Lapadula (che ha perso la via del gol, e pensare che con Ventura era arrivato alla Nazionale...) e Rossettini (quest'ultimo al Chievo nello scorso torneo, dove ha ingoiato il boccone amaro della retrocessione), ed altri due ragazzi di discreto valore transitati dalle parti del Grifone in tempi recenti, ossia Fiamozzi e Tachtsidis. Occhio a Mancosu, trequartista dai piedi buoni: in B faceva la differenza, ma può mettersi in evidenza anche nella categoria superiore. 
MILAN - Il solito rebus. Il tasso di classe si è alzato sì, ma non al punto di poter coltivare sogni di rinnovata grandeur. Giampaolo è trainer che ha bisogno di lavorare a lungo sulla rosa per imporre i suoi dettami. Come la più quotata rivale cittadina, il club rossonero punta coraggiosamente su molti giovani di casa nostra, da Donnarumma (chiamato a eliminare quelle amnesie che ne hanno finora impedito il decollo definitivo) a Calabria e a Romagnoli, in attesa del ritorno in pista di Caldara e Conti, meritevoli di fiducia. I nuovi arrivi Bennacer e Krunic sono validi, ma non spostano più di tanto i termini della questione, mentre spiace per il benservito dato a Cutrone, ottimo prospetto che ben altra fiducia avrebbe meritato dopo aver tolto tante castagne dal fuoco al Diavolo negli ultimi, avventurosi anni. La spinta verso l'alto dovrà arrivare da Piatek, purché recuperi l'impressionante puntualità sotto porta dei tempi genoani, dalle alzate di ingegno di Paquetà e dall'ultimo colpo Rebic, eclettico uomo d'attacco.
NAPOLI - Team fortissimo, che si gioca con l'Inter il ruolo di anti - Juve. Curioso: è arrivato Manolas ad affiancare Koulibaly per rendere la difesa impenetrabile, primo presupposto per puntare al titolo, ma dopo due giornate i gol subiti sono già sette, un'infinità. Paradossi del calcio estivo, si spera per il Ciuccio, perché l'impianto di squadra pare così solido e imponente che sarebbe un peccato se venisse minato da un'inattesa permeabilità della retroguardia. Lo splendido Fabian Ruiz ammirato all'Europeo Under 21 si prenderà le chiavi del centrocampo, mentre dietro a Milik, atteso a un ulteriore incremento del già notevole score di marcature 2018/19, Lozano ha infoltito il già nutrito drappello dei movimentatori e stoccatori Callejon, Insigne e Mertens, e tanto per gradire ha subito timbrato proprio contro Madama. Una potenza di fuoco devastante, non dimenticando l'acquisto a fil di sirena di Llorente. Nelle retrovie occhio al terzino Di Lorenzo, ancora in tempo per ritagliarsi un posto di rilievo nel panorama calcistico tricolore, mentre Meret ha i mezzi per contendere a Sirigu e Donnarumma la maglia numero uno dell'Italia maggiore. 
PARMA - Non male. C'è il materiale umano perlomeno per confermare quanto di buono fatto nella stagione passata. Forse un po' carente a centrocampo sul piano costruttivo, ma buone idee di manovra dovrebbero arrivare dalle corsie laterali, poderosamente rinforzate con l'ex Nazionale Darmian e col giovane Pezzella, protagonista di ottime prove all'Euro Under 21 di giugno, e con Laurini ottima alternativa. In avanti si punta nuovamente tutto sul duo - meraviglia Gervinho - Inglese, fantasia e praticità. 
ROMA - Una scommessa affascinante, sia per il gioco spiccatamente propositivo su cui punta il nuovo trainer Fonseca, sia per i tanti giovani, o comunque emergenti, del vivaio nostrano a cui si darà fiducia (almeno, questa è la speranza di Note d'Azzurro). Mancini dietro, Zappacosta e Spinazzola ai lati, Pellegrini e Cristante a tessere nel mezzo, e poi il "fluttuante" Zaniolo che, dopo la sbandata comportamentale in coppia con Kean, si è ben ripresentato al proscenio (ottimo derby e due pali che avrebbero meritato maggior sorte). L'attacco, già ricco di frecce acuminate quali Under, Perotti e Dzeko, si è arricchito con Kalinic (che deve riscattare annate deludenti) e Mkhitaryan, in definitiva due azzardi. Compagine a trazione fin troppo anteriore, finora piuttosto ballerina dietro. Non sono convinto che l'ex Manchester Smalling sia la soluzione ai problemi di tenuta difensiva. 
SAMPDORIA - La squadra pare nel complesso indebolita, e del resto le prime due giornate hanno fornito un verdetto (parziale, per carità) impietoso. Sulla carta Murillo è un ottimo rinforzo per la difesa, ma finora non ha inciso, anzi. L'unico altro "colpo" della campagna acquisti è stato Emiliano Rigoni, raggiunto al fotofinish, e già da questo si capisce che c'è poco da stare allegri: trattasi di un buon giocatore che però difficilmente cambierà pelle all'intera formazione. Ha pesato molto, è chiaro, la confusa situazione societaria. Mister Di Francesco mastica amaro, ma per il momento può solo aggrapparsi alle certezze del gruppo, ossia Audero e Murru dietro, Ekdal, Barreto, Linetty  e Ramirez nel mezzo, sperare che Quagliarella abbia bevuto l'elisir di eterna giovinezza e che Caprari cresca ancora sul piano della continuità. Se nel frattempo avverrà l'atteso cambio di proprietà, a gennaio si potrà porre rimedio. 
SASSUOLO - Difficile da valutare: difesa grosso modo in linea con l'anno passato, centrocampo leggermente meno attrezzato, attacco più forte. Partiamo dal settore avanzato: la seconda giornata ci ha regalato un  Berardi su misure stratosferiche; che abbia finalmente deciso di tirar fuori gli artigli e mostrare quella caratura da campione che tutti gli pronosticano da tempo immemore? Accanto a lui, bocche da fuoco affidabili come l'ex Empoli Caputo e il rientrante Defrel. Reparto ricco di alternative, ma nel mezzo non c'è più un Sensi in grado di lavorare palle gol per loro, anche se Locatelli è reduce da una grande stagione e sa come garantire un sostanzioso approccio alla fase offensiva, al servizio dei compagni o andando direttamente alla conclusione. Riguardo alla difesa, sono partiti Demiral e Lirola e non è poco, ma gli arrivi di Chiriches e del pulcino Romagna possono compensare la perdita, e poi ci son sempre le bandiere Consigli e Peluso, che difficilmente tradiscono. 
SPAL - Due sole novità di rilievo, in una squadra che l'anno scorso impressionò favorevolmente per il suo gioco spesso bello a vedersi, propositivo ed efficace, coi limiti imposti da una rosa costruita comunque per centrare la sopravvivenza. Ora a difendere la porta c'è l'esperto Berisha, arresosi all'Atalanta al rampante Gollini, mentre in avanti la scheggia impazzita Di Francesco offre uno sbocco in più, e oltretutto ha dimostrato di essersi già inserito nei meccanismi di mister Semplici: non male per una prima linea che può già contare su Petagna e Paloschi, oltre al "vecchietto" Floccari. Per il resto, si avvertirà la mancanza di Lazzari, ma ci sono pur sempre le garanzie rappresentate da Vicari, Kurtic, Missiroli, Valoti e un Murgia finalmente in sboccio. Un roster ampiamente sufficiente per centrare un'altra salvezza condita da buone prestazioni.
  TORINO - Forse sarebbe il caso di parlare di "Grifotoro". Mi si conceda l'innocente battuta, ma è un fatto che, nelle ultime stagioni, il club granata sia cresciuto esponenzialmente sul campo grazie anche all'apporto di molti reduci da felici esperienze sotto la Lanterna: Ansaldi e Izzo, Rincon e Falque, ai quali si è infine aggiunto il furetto Laxalt. Ma la rosa è veramente ricca: c'è Sirigu, attualmente il miglior portiere italiano, con buona pace di Donnarumma; c'è un Bonifazi pronto a bruciare le tappe della maturazione, come dimostrato nelle prime due felici uscite in campionato (gol all'Atalanta a parte); c'è Baselli che, zitto zitto, è ormai perno imprescindibile della manovra. E poi un attacco che promette scintille: il già citato Falque, bomber Belotti a caccia di Euro 2020 come l'altalenante Zaza, irresistibile nelle giornate di grazia, e il dernier cri Verdi, piedi buoni, tecnica sopraffina, un tocco di imprevedibilità offensiva a una squadra che comunque, rispetto ad altre grandi, vanta un sostanziale equilibrio fra i reparti che potrebbe proiettarla in alto, molto in alto. 
UDINESE - La solita Babele in cui però, ironia della sorte, fra gli autentici fari spiccano due italiani: un Mandragora che deve tornare a crescere dopo un Europeo Under 21 in chiaroscuro, e un Lasagna che ha, contro ogni pronostico, artigliato la Nazionale e non vuole lasciarsela scappare. Le altre luci arriveranno dal dinamico e duttile De Paul, nell'ultima stagione issatosi ad autentico trascinatore, dallo sgusciante Fofana, centrocampista col vizio del gol, da Pussetto e Nestorovski. Non moltissimo, per un team che sarà chiamato a faticare non poco per centrare l'obiettivo della permanenza. Esordio boom per il difensore Beçao, castiga - Milan.
VERONA HELLAS - Il piatto piange, più o meno come a Lecce, dopo una promozione oltremodo sofferta. Non per ripeterci, ma c'è molto Genoa anche qui (del resto è inevitabile: il club di Preziosi ha negli ultimi anni movimentato tantissimo il mercato in entrata e in uscita, naturale quindi che "quintalate" di suoi ex giocatori si ritrovino gomito a gomito in altri contesti calcistici). Ecco dunque in terza linea Gunter e Bocchetti (azzurro di Lippi a Sudafrica 2010: sembra passato un secolo...), Veloso e Bessa nel mezzo, Lazovic sulla fascia destra, Ragusa e Salcedo in avanti. Una bella infornata... Attenzione soprattutto al regista Veloso, che per la verità in Liguria non si è mai espresso al massimo ma in un contesto con meno pressioni può far balenare la sua indubbia intelligenza calcistica, e a Bessa, fra i pochi ad elevarsi per tasso di classe e capacità di dare brio alla manovra offensiva. Lazovic è un laterale che nelle giornate di vena può sparigliare le carte e creare superiorità in avanti, in quelle di luna storta fa mettere le mani nei capelli. Chi farà i gol? Bella domanda: Pazzini non è più quello dei gloriosi tempi blucerchiati e milanisti, Di Carmine non è un fulmine di guerra sotto porta, c'è fiducia attorno a Stepinski, arrivato giusto agli sgoccioli della sessione. Probabile ultima occasione ad alto livello per mister Juric, dopo le disastrose esperienze genovesi.   

venerdì 2 settembre 2016

BILANCIO DEL CALCIOMERCATO: LA JUVE E LE ALTRE. RINFORZATE, INDEBOLITE E STABILI

                                             Dani Alves: dal Barça alla Juve

La scena più triste: il conto alla rovescia televisivo la sera del 31 agosto, come un San Silvestro fuori stagione, e le porte della misteriosa "stanza degli affari" che si chiudono lasciando fuori i giornalisti in inutile fibrillazione. Uno strambo rituale che fa scadere la campagna trasferimenti a sagra di paese, specchio fedele, in fondo, di un calcio italiano che non sa rinnovarsi, non sa migrare verso una dimensione più moderna e futuristica, più in linea coi tempi del pallone business, rimanendo pigramente ancorato a tradizioni ormai passare di cottura. E sì che il calciomercato sarebbe anche un momento serio, i giorni in cui i club costruiscono le basi tecniche e finanziarie di un anno di lavoro. Una cornice dimessa per una sessione dimessa, in linea generale, visto che ha prodotto come unico risultato di rilievo l'allargamento del solco che separa la battistrada degli ultimi cinque tornei da tutte le altre. Proprio partendo da questo dato di fatto, invece delle solite pagelle squadra per squadra ho preferito stilare un bilancio dividendo le venti di A in fasce: chi si è rafforzato, chi si è indebolito, chi è rimasto stabile, le ingiudicabili. 
LE RINFORZATE - I meno giovani come me, ricorderanno che, dopo il Mundial '82, si parlò di Juve pigliatutto: la squadra campione in carica avrebbe schierato, ai nastri di partenza del nuovo campionato, sei campioni iridati, il recuperato Bettega che solo a causa di un grave infortunio non era entrato fra i ventidue di Bearzot, e in più Platini e Boniek, due delle stelle più luminose del torneo spagnolo; e invece la Signora non vinse lo scudetto. A maggio 2017 difficilmente finirà così, e per almeno due colossali differenze rispetto ad allora: all'epoca, i bianconeri si trovarono a battersi in un contesto enormemente più competitivo, con rivali di altissimo spessore tecnico, per quanto sulla carta inferiori; e soprattutto, le loro principali antagoniste non andarono a rinforzare il team di Trapattoni. 
Oggi, le due inseguitrici dell'anno passato hanno ceduto a Madama Higuain e Pjanic, senza compensare le perdite con sostituti di valore almeno simile. Oltre ai due citati, sono arrivati in casa Juventus campioni esperti come Dani Alves e Benatia, e prospetti di assoluto rilievo come Mandragora e Pjaca, senza dimenticare che in autunno inoltrato rientrerà un Marchisio sempre più "nevralgico" per i sincronismi tattici di Allegri. E' una squadra che guarda più al presente che al futuro, con molti atleti, anche fra i nuovi, carichi di primavere. Dato per scontato il larghissimo margine di vantaggio in patria, l'obiettivo è portare un deciso assalto alla Champions, con la semifinale come traguardo minimo (e sottolineiamo minimo), perché per i vari Buffon, Barzagli, Chiellini, oltre ai citati Alves e Pipita, il tempo stringe. 
Nonostante il pessimo avvio, il miglior mercato dopo i campioni d'Italia l'ha fatto l'Inter. Ansaldi, Banega, Candreva, Joao Mario, Gabigol: di questi tempi, nell'asfittico panorama nostrano, difficile pretendere di più. Discorso a parte per Ranocchia, rientrato alla base dopo la stagione da incubo in casa Sampdoria, ormai solo un pallido ricordo del prospetto di ottimo difensore ammirato a cavallo fra il primo e il secondo decennio del secolo. Il tardivo cambio di panchina, con De Boer arrivato da poche settimane, rischia di vanificare una campagna sontuosa, facendo perdere punti importanti nelle prime giornate, come sta già avvenendo. Molto bene anche il Torino: via Ventura, ma sono rimasti gli azzurri del futuro prossimo (Zappacosta, Baselli, Benassi, Belotti), Valdifiori al centro potrà tornare a tessere le trame di gioco che l'han reso famoso a Empoli, Ljajic  ha guizzi e inventiva anche se non ha mai brillato per continuità, e se Iago torna quello di Genova ci sarà un'altra freccia acuminata a disposizione di Mihajlovic. Dietro, gravi le perdite di Glik e Maksimovic, ma De Silvestri e Rossettini innervano comunque la difesa con sapienza tattica, muscoli ed esperienza, mentre Hart, per quanto non irreprensibile, offre forse qualche garanzia in più dell'ultimo Padelli. Di assoluto rilievo la campagna del Cagliari: Isla, Bruno Alves e Padoin sono giocatori più da quartieri alti che medi, Borriello ha ancora qualche cartuccia da sparare, Murru è atteso alla maturazione, Di Gennaro, Joao Pedro e Sau tornano sui palcoscenici che meritano. Gli isolani possono puntare alla parte sinistra della graduatoria. 

                                  Immobile, neo laziale: sarà decisivo come Candreva? 

LE "STABILI" - E' il settore più affollato. La Roma ha dato Pjanic all'acerrima rivale, ma recupera Strootman, la cui lunghissima assenza ha pesato eccome. Mario Rui e soprattutto Vermaelen sono discreti rinforzi difensivi, rimangono l'efficace eclettismo di Florenzi, i mortiferi inserimenti di Nainggolan (ottimo a Euro 2016) e la potenza di fuoco dalla trequarti in su, con una ricchezza di alternative tale da costringere El Shaarawy a dover ancora sgomitare per un posto da titolare, nonostante l'ottimo girone di ritorno disputato la stagione passata. Ma il crollo nel preliminare Champions potrebbe aver minato molte certezze; se la Lupa raccoglierà i cocci psicologici, il secondo posto sarà ancora alla portata. 
Menzione d'onore per il Genoa, che non ha smobilitato come in molti paventavano: Perin, Izzo, Rincon e soprattutto Pavoletti sono ancora sotto la Lanterna, De Maio e Ansaldi rappresentano sacrifici sopportabili, più doloroso quello di Suso, Ocampos si è mostrato finora piuttosto leggerino ma ha talento per esplodere. In più, Veloso è tornato in maniera inattesa in cabina di regia, sperando che questa seconda avventura genoana sia migliore della prima. In panca, Juric garantisce buona continuità con la gestione Gasperini, magari con maggiore elasticità tattica. Da rivedere qualcosa in difesa, ma la top ten della classifica svanita di un soffio a maggio stavolta può essere centrata. Pressoché identico il Chievo, che dovrà valorizzare i giovani Parigini e Inglese per rinfrescare un tessuto di squadra piuttosto datato, stabile la Lazio, per la quale non sarà semplice far fronte alla grave perdita di Candreva, ma che si consola con un Immobile che negli ultimi mesi ha dato decisi segnali di risveglio, e ha pur sempre in rosa i vari De Vrij, Lulic, Biglia, Cataldi, Parolo e Felipe Anderson, garanzie assolute; se poi Bastos e Lukaku non deludono, potrebbero aprirsi prospettive interessanti. 
Anche se per il rotto della cuffia, vanno inserite in questa fascia Milan, Sampdoria e Atalanta. I rossoneri hanno nel motore un Montella in più, se tornerà sui livelli fiorentini, e un Lapadula chiamato alla conferma dopo aver sfondato reti a ripetizione in B. Merita fiducia la colonia italiana: i giovani Donnarumma e Romagnoli, poi De Sciglio e Bonaventura ormai certezze anche per la Nazionale, e l'esperienza di Antonelli. Kucka il suo l'ha sempre fatto, mentre Montolivo e Bertolacci sono da ricostruire: in avanti, la certezza Bacca e un Suso che a Genova Gasperini ha forgiato in formato extra lusso, come aveva fatto con Niang. 
La Samp registra le gravissime perdite di De Silvestri e Soriano, ma ha recuperato la certezza Regini, ha preso un Cigarini che dovrebbe garantire ancora un buon contributo in fase di costruzione, e si ritrova in rosa un Muriel letteralmente rigenerato. Poi Giampaolo è uno che non fa mai del calcio banale. Peccato per la gestione del caso Cassano. In casa Atalanta, Paloschi vuol dire essersi assicurati un notevole bottino di gol, anche perché è rimasto Gomez; attesa la crescita di Andrea Conti, difensore di sicura prospettiva, è già esploso Kessie, ma sono partiti il citato Cigarini e De Roon, ed è tutto da verificare l'impatto di Gasperson fuori da casa Genoa, l'ambiente ideale per il coach piemontese. Se riesce a imporre le sue idee, i bergamaschi sono da salvezza abbastanza tranquilla. 

                                             Gabbiadini: eredità pesante per lui

LE INDEBOLITE - Anche qui per il rotto della cuffia, ma spiace mettere in questa categoria il Napoli. Del resto, quando si perde un bomber fenomenale come Higuain, 36 reti l'anno scorso, e non lo si rimpiazza in maniera pressoché testuale (fosse facile, mi si dirà...), le incognite sono enormi. Occorrerà trarre la massima efficacia offensiva dalla batteria di incursori, i vari Insigne, Mertens, Callejon e Hamsik, valorizzare come merita l'ottimo Gabbiadini e dar fiducia a Milik, punta generosa ma anche di discreta prolificità. I rinforzi ci sono e sono tanti: oltre al polacco, Maksimovic e Tonelli dietro, Diawara e Zielinski in mezzo, e il furetto Giaccherini che ha fatto faville all'Europeo e che pare impossibile non vedere fra i titolarissimi. Sei gol nelle prime due gare sono un ottimo biglietto da visita per il Ciuccio, ma allo stato delle cose è difficile credere che l'assenza del Pipita non si faccia sentire, alla lunga: se Sarri riuscirà a farvi fronte, beh, Panchina d'oro e una Nazionale di primo piano subito, per lui. 
Il Sassuolo è sempre competitivo, ha perso Vrsaljko e Sansone, due degli elementi più positivi dell'ultima stagione. Sembra aver finalmente a disposizione un Berardi maturo, ma gli altri movimenti sono stati marginali e non hanno cambiato lo spessore qualitativo di una squadra che sarà impegnata su due fronti. Occhio comunque a Sensi, giovane centrocampista di cui si dicono mirabilie. La Fiorentina ha salutato diversi elementi utili (Roncaglia, Basanta, Pasqual, Blaszczycowski, Marcos Alonso e soprattutto Pepito Rossi), ha resistito agli assalti a Kalinic (peraltro reduce da un deludente girone di ritorno) e inserito in extremis in retroguardia De Maio, responsabilizzerà ancor di più Bernardeschi, ma non è stato fatto alcun passo avanti per migliorare il rendimento degli ultimi campionati. 
L'Empoli ha ancora il genietto Saponara ed è gran cosa, davanti a lui i declinanti Maccarone e Gilardino, sulla fascia Pasqual e nel mezzo José Mauri, agile e dinamico, ancora in fase di sboccio; ma il mercato si è portato via Mario Rui, Tonelli, Zielinski e Paredes, mica poco, e poi non c'è più Giampaolo. Male il Bologna (via Zuniga, Rossettini, Diawara e soprattutto Giaccherini, ci si aggrappa all'esperienza di Gastaldello, alla gioventù di Masina, alla sostanza nel mezzo di Taider e Dzemaili e alla pericolosità sotto porta di Destro: un po' poco), malissimo il Palermo, fortemente ridimensionato dopo una salvezza soffertissima (Diamanti e tante incognite di fuorivia non bastano a compensare gli addii di Sorrentino, Lazaar, Maresca, Vazquez e Gila), e in più c'è la solita spada di Damocle di una guida tecnica ballerina, con Ballardini incredibilmente già dimissionario. 
LE "NON COLLOCABILI" - E' spesso difficile valutare il mercato delle neopromosse alle prese con un campionato... più grande di loro. Il Pescara non ha più Mandragora e Lapadula, protagonisti assoluti del grande salto, ma c'è ancora lo sgusciante Caprari, che sfonda adesso o mai più, e ci sono Cristante, una promessa da rilanciare ma ancora in tempo per dare l'assalto al calcio che conta, un Aquilani che vuol dimostrare di non essere finito, e un Oddo che è deus ex machina fra i più ispirati della nouvelle vague. L'approccio è stato incoraggiante sul piano del gioco e, in parte, dei risultati (a prescindere dalla vittoria a tavolino col Sassuolo). 
Meno sicurezze dà il Crotone, senza Juric e senza Budimir: gli assi nella manica di Nicola si chiamano Rosi, Palladino e i ragazzi perennemente in rampa di lancio Crisetig e Trotta. Auguri. Difficile da inquadrare anche l'Udinese: perso Di Natale, un totem assoluto, persa l'anima nostrana rappresentata da Domizzi e Pasquale, rimangono troppi salti nel buio stranieri, impossibili da valutare concretamente anche per chi conosce a menadito il mercato estero. Le certezze sono Danilo, Felipe, Widmer, Badu, Perica e Thereau. Per la permanenza in categoria dovrebbero bastare. 

lunedì 1 giugno 2015

BILANCIO DELLA SERIE A, PRIMA PARTE: FINALE SPETTACOLO GRAZIE ALLA CORSA EUROPEA. JUVE, LAZIO, GENOA, EMPOLI E FIORENTINA LE SQUADRE PIU' "BELLE"

                                 Parolo, uno degli artefici della splendida stagione laziale

Ma sì, alla fine questa Serie A 2014/15, nata in abiti dimessi dalle ceneri del Mondiale brasiliano e sviluppatasi lungo sei - sette mesi all'insegna della povertà di gioco e di emozioni, senza pathos in testa come in coda, specchio fedele della relativa modestia del movimento calcistico italiano, ha trovato in dirittura d'arrivo nuove risorse vivificatrici. Il rush finale ha proposto un campionato nuovo, vestito (quasi) a festa: lotta serrata per la conquista di un posto nelle due manifestazioni europee, espressioni di gioco imprevedibilmente brillanti da parte di alcune compagini (non tutte di primissimo piano), qualche giovane rampante offerto alla causa azzurra prossima ventura e, di converso, un ultra - veterano scatenatosi in zona gol fino ad artigliare il trono della classifica marcatori. 
RILANCIO EUROPEO - Insomma, in sede di bilancio della "temporada" appena conclusasi, non c'è di che lamentarsi più di tanto, visti i chiari di luna. E a nobilitare il torneo, a renderlo più credibile agli occhi di esperti ed appassionati, è arrivato anche il risveglio nelle Coppe: l'ottimo cammino di Fiorentina e Napoli fino alle semifinali di Europa League (con grossissimi rimpianti per i partenopei: la finale era ampiamente alla portata) e soprattutto la splendida cavalcata della Juventus fino all'ultimo atto di Champions, hanno dimostrato che il nostro football è sì malato, ma non ridotto così male secondo il messaggio che in troppi vogliono lasciar passare (qualcuno parla della Serie A come fosse la lega finlandese, con tutto il rispetto: suvvia, tornate sulla Terra...). 
Finale brioso, si diceva, due mesetti godibili a compensare la totale prevedibilità della corsa scudetto, con Madama troppo superiore agli avversari, ulteriormente rafforzata da una rinnovata dimensione internazionale, e la bagarre salvezza risoltasi in maniera sollecita, anche qui per evidente disparità di forze: Cesena non attrezzato per la massima categoria, Parma alle prese con ben più gravi problemi, Cagliari raso al suolo dalla mancanza di una chiara bussola tecnica (Zeman sì, Zeman no, Zeman... ripristinato, Zeman di nuovo via), con "anziani" non più all'altezza e non in grado di far da chioccia a prospetti interessanti ma mandati allo sbaraglio. 
LAZIO TERZA, MA ARGENTO "MORALE" - Non è il caso di fare pagelle e pagelloni, altre firme ben più quotate e preparate ci penseranno ed è inutile intasare l'offerta di articoli di tal genere; segnalo, a tal proposito, l'ottimo lavoro dell'amico Gianni Gardon, a questo link. Mi limiterò, come l'anno passato, a qualche flash su squadre e protagonisti parsi più meritevoli. Corsa europea entusiasmante, si diceva, anche se a vivacizzarla è stata, va detto, l'inconstanza di squadre che non sono mai state in grado di assumere un andatura lineare su livelli elevati. Penso a Roma e Napoli, innanzitutto. Può sembrare paradossale inserire i giallorossi fra le delusioni del torneo, visto il secondo posto artigliato quasi in extremis: a chi storce il naso di fronte a questa valutazione, consiglio di dare un occhio al rendimento del team di Garcia da dicembre in poi. Roba da mettersi le mani nei capelli: per lunghe settimane la Lupa è stata una nave che imbarcava acqua senza sosta, con difficoltà insormontabili nel produrre una manovra appena apprezzabile, vittima di debolezze mentali e di una campagna acquisti invernale da matita blu (incredibile che qualche buontempone avesse considerato positivi gli acquisti di Ibarbo e di Doumbia). 
Riguardo ai partenopei, che fossero usciti indeboliti dal mercato estivo era stato ampiamente sottolineato, e per una volta il campo ha fornito inappuntabili riscontri tecnici ai giudizi sulla carta. Amnesie difensive, alti e bassi ingovernabili, rendimento inaccettabile con le medio - piccole (sconfitte con Chievo, Udinese, Palermo, Torino, Verona, Empoli, per non parlare dei tanti pareggi, in ultimo quello col Parma già retrocesso e in enormi guai societari). La speranza Champions coltivata fino all'ultimo è stata sostanzialmente un cadeau della Lazio, che ha parzialmente tirato il fiato in dirittura d'arrivo (sconfitte interne con Inter e Roma), ma che nello spareggio del San Paolo ha colto il giusto premio alla sua straordinaria stagione, in cui per continuità, solidità, piacevolezza e qualità di manovra avrebbe anzi meritato la medaglia d'argento dietro agli inarrivabili bianconeri. 
QUELLE CHE HANNO DATO SPETTACOLO - Il discorso sulla Lazio introduce quello sui "vincitori morali" della stagione, ossia sui club portatori di aria nuova e inebriante, fautori di un gioco di alto spessore. Candreva e compagni, certo, mentre non mi fa certo velo la passione tifoidea se nel gruppo metto il Genoa, lo splendido Genoa che, pur cambiando in parte volto fra andata e ritorno, si è mantenuto su alti livelli di rendimento e sciorinato sovente, soprattutto negli ultimi due mesi, un football di caratura quasi europea, aggressivo e ad alti ritmi, inizialmente tendente troppo al ricamo per poi trovare gradatamente la dovuta efficacia sotto porta. Ha colto un sesto posto che è fra i migliori risultati del dopoguerra, e si è ripreso la supremazia cittadina (quarta volta dal ritorno in massima divisione), traguardi che nessuno potrà togliere al Grifo: rimane il nodo della effettiva partecipazione all'Europa League, appesa al filo di ricorsi e controricorsi cavillosi, talmente intricati che entrare nel dettaglio sarebbe ingiusto nei confronti dei miei pochi lettori, non essendo il sottoscritto a conoscenza di ogni aspetto della vicenda. 
LE MAGAGNE EUROPEE DEL GRIFO - Han voluto invece entrare nel dettaglio tanti, troppi giornalisti, diffondendo notizie incomplete quando non palesemente infondate, e palesando una crassa impreparazione in campo giuridico. Sconcerta e amareggia, in tal senso, soprattutto l'atteggiamento ostile di larga parte dell'informazione locale, critica e distruttiva a prescindere nei confronti del sodalizio rossoblù. C'è chi, dalle colonne di un giornale in gravissima difficoltà (si parla di imminente chiusura: del resto, se la qualità media dell'informazione è questa...), ha addirittura avuto l'ardire di sostenere che questa storia sia probabilmente peggiore di quella della "valigetta" (ossia il controverso illecito di Genoa - Venezia 2005, tralasciando il fatto che la fantomatica "valigetta" di Preziosi di fatto non sia mai esistita, altra invenzione giornalistica). Vada come vada, rimane il grave passo falso iniziale della società (la licenza UEFA doveva essere ottenuta subito), ma i chiarimenti sul processo di risanamento dei conti del Genoa (forniti dalla dirigenza e dal legale Grassani) meritano fiducia, e i continui accostamenti al caso Parma sono del tutto arbitrari. 
EMPOLI E VIOLA DA APPLAUSI - Tornando alle "belle" della Serie A, altra citazione è di diritto per l'Empoli: un collettivo perfettamente organizzato, col gusto del gioco offensivo, grazie anche a un centrocampo e ad esterni martellanti. E anche qui, come per il Genoa, gran ritmo, elemento imprescindibile per farsi strada nel pallone d'oggidì. Sarri ha lanciato sulla ribalta  che conta Valdifiori, cervello fino, ottimo orchestratore della manovra giunto fino alla Nazionale; Rugani non ha patito l'impatto con la massima categoria, e l'azzurro dovrebbe conquistarlo a strettissimo giro di posta; Tonelli, Verdi, Pucciarelli e l'eterno Maccarone si sono espressi su standard di eccellenza. Bene tutto sommato anche la Fiorentina, nonostante quel breve ma disastroso black out primaverile che ha prodotto ben quattro sconfitte consecutive, di cui due in casa con Verona e Cagliari. Colpa del logoramento fisico e mentale causato dal cumulo di impegni? Di certo, quando la Viola ha girato al massimo delle potenzialità è parsa una delle squadre più piacevoli da guardare: gioco di pregio, pochissimi palloni sprecati grazie all'abbondanza di piedi buoni, manovra avvolgente e agile, costante iniziativa: unico limite, emerso in maniera lampante soprattutto in EL, la scarsa concretezza. Troppo pochi i gol rispetto alla mole di lavoro creata. Alla fine, comunque,sono arrivate la conferma europea e addirittura un quarto posto, col Napoli scavalcato sul filo di lana: ed è in fondo positivo che a rappresentare l'Italia nella seconda coppa continentale siano i due team arrivati quasi in fondo all'ultima edizione, è un segno di continuità, con la possibilità di riprovarci con una maggiore abitudine alle incognite di questa competizione non amatissima dalle nostre parti. (1 - CONTINUA). 

venerdì 20 marzo 2015

IL CASO ROMA: LA SQUADRA GIALLOROSSA SI E' SFALDATA A DICEMBRE, QUATTRO LE PARTITE - SVOLTA

                                         Rudi Garcia: non sa più che pesci pigliare... 

Cosa diavolo sta accadendo alla Roma? Difficile comprenderlo per chi, come il sottoscritto, non vive quotidianamente l'ambiente giallorosso. Non ho dunque né risposte né soluzioni, ma non si può non rimarcare il fatto che la parabola di questa disastrata "grande" in ambasce rappresenti pressoché un unicum, nella storia della nostra Serie A. Fateci caso: il percorso di De Rossi e compagnia ha un che di schizofrenico, del tutto insolito per quelle compagini d'alta classifica che, in linea di massima, sempre si contraddistinguono per un rendimento costante su buoni livelli: inizialmente bella o quantomeno concreta, poi, da lungo tempo, brutta, perdente, inghiottita da un buco nero tecnico, eppure incredibilmente ancora aggrappata a un secondo posto che mai è stato così bugiardo. Presentatasi ai nastri di partenza agostani come la più autorevole candidata a rivaleggiare con la Juve per lo scudetto, fino ai primi di dicembre ha marciato, in campionato, su ritmi elevatissimi, superando anche le secche (più psicologiche che tecniche) in cui era andata a impantanarsi dopo la caduta della sesta giornata allo Stadium torinese (con contorno di vittimismi assortiti), e, in apparenza, persino il terribile knock out patito in Champions League dal Bayern, a domicilio (1-7). 
QUATTRO GARE SCHOCK - Tutto più o meno liscio fino a fine novembre, diciamo fino al rotondo 4 a 2 imposto all'Inter, poi si è spalancato il baratro. La svolta della stagione in quattro partite chiave, equamente divise fra Europa e Italia: in Coppacampioni, il suicidio di Mosca, col gollonzo del pari incassato contro il Cska allo spirare del match e compromissione del passaggio del turno, ufficializzata nella successiva dimostrazione di impotenza all'Olimpico col Manchester City, trionfatore senza nemmeno soffrire tanto. In patria, prima il rischio - crollo in casa col Sassuolo (che ebbe di che lamentarsi della direzione di gara) scongiurato in extremis, poi la discussa e immeritata vittoria di Genova sui rossoblù, con contorno di inaccettabili, sesquipedali e decisivi svarioni arbitrali: una sfida, quest'ultima, che ha inciso negativamente sulle sorti di ambedue le compagini. Quella di Gasperini, pur mantenendosi su una decorosa linea di galleggiamento, non è più riuscita a toccare i vertici di rendimento del primo terzo di torneo (complice anche una incomprensibile ostilità delle giacchette gialle, oltreché per innegabili responsabilità interne al Grifone), ma ad avere la peggio, alla lunga, è stato proprio il gruppo di Garcia. 
SECONDI CON RENDIMENTO DA ZONA SALVEZZA - Da quei giorni di fine 2014, la Roma è diventata Rometta. Dapprima sorretta da abbondanti dosi di buona sorte (ricordate il passaggio di turno in Coppa Italia contro l'Empoli?), alla fine non ha trovato più alcunché a cui aggrapparsi. La qualità della manovra è precipitata a livelli da bassifondi, e il ruolino di marcia è diventato specchio fedelissimo di questa involuzione. Ed ecco il paradosso: nonostante il rendimento imbarazzante mostrato all'indomani del citato "poker esiziale" di partite, la Roma si trova tuttora al secondo posto in campionato. Eppure, a vederla oggi, sembra una squadra che per espressioni di gioco, consistenza, approccio mentale alle gare, ha tutte le stimmate del team da retrocessione - salvezza risicata. E' in un tunnel, qualcosa di più di una crisi passeggera: l'incapacità di battere il Parma fantasma, la lunga sequela di pareggi anche in impegni alla portata, la resa senza condizioni di fronte a Sampdoria e Fiorentina, sono la spia di qualcosa di serio, di non facilmente estirpabile. Se gli unici lampi di luce di questi mesi sono stati la vittoria di Rotterdam (contro un Feyenoord modesto, che faceva paura solo per l'ambiente infuocato) e la doppietta - selfie di Totti nel derby, c'è poco da stare allegri. 
SMARRITA LA BUSSOLA TECNICA - Tutto incomprensibile, si diceva, perché nella stagione 2013/14 sembrava esser stato avviato un circolo virtuoso, un ciclo che nel giro di due - tre anni avrebbe potuto portare alla conquista di qualcosa di concreto. E invece la bussola tecnica sembra esser stata smarrita: scarsa fiducia ai giovani, ovviamente soprattutto agli italiani (Destro non è un fenomeno, ma poteva ancora tornare utile, per non parlare del promettente Romagnoli dirottato alla Samp), acquisti stranieri un tanto al chilo (e certi "esperti" hanno avuto il coraggio di parlare di "rinforzi" a proposito degli arrivi di Ibarbo e del mistero Doumbia), declino improvviso di certi totem che parevano inaffondabili (De Sanctis e soprattutto De Rossi) ai quali non sono stati trovati adeguati ricambi, e, alla fine, il solito aggrapparsi all'eterno Totti, della cui longevità io stesso ho tessuto le lodi pochi mesi fa, ma che a livello di allori autentici, ossia di apporti decisivi al raggiungimento di traguardi "da toccare con mano", non sposta più alcunché da almeno una decina d'anni. In tutto questo, Garcia sembra aver perso il controllo del gruppo, mai pare in grado di azzeccare la mossa vincente, di indirizzare una gara con un'idea tattica o col cambio giusto al momento giusto. Così, la Roma è fuori da tutto, o quasi: niente Champions, niente Europa League, niente scudetto e niente Coppitalia, spettacoli da Serie B su tutti i campi: quale miracolo potrà tenerla in corsa per il secondo posto? 

venerdì 13 marzo 2015

CHAMPIONS ED EUROPA LEAGUE: DAL PSG ALLA FIORENTINA, IL CALCIO DI CLUB HA SMARRITO IL LEGAME COL TERRITORIO


Mercoledì scorso, ottavi di Champions League a Stamford Bridge, Chelsea contro Paris Saint Germain: blues con due soli inglesi in campo (i centrali difensivi Terry e Cahill), ospiti con un unico francese (il centrocampista Matuidi). Ieri sera, ottavi di Europa League, derby italiano (e sottolineo "italiano") fra Fiorentina e Roma:  solo che gli italiani, nei due undici iniziali, erano appena due (due su ventidue!), ed entrambi nelle file giallorosse, De Rossi (ben presto uscito di scena) e Florenzi. Ecco, questo è, a grandi linee, il calcio di club degli anni Dieci, perlomeno ai piani più alti. Anzi, tanto perché sia chiara da subito la mia posizione, non è calcio, non lo è più. 
MULTINAZIONALI - Questi tornei continentali, soprattutto il più prestigioso per censo e.. giro di miliardi, hanno in cartellone spettacoli di altissimo livello tecnico, sovente una delizia per gli occhi. Ma si tratta, appunto, di spettacolo: il football autentico, nella sua essenza originaria e genuina, è un'altra cosa. Siamo quasi alla logica "globetrotters": pochi potentati economici hanno dapprima creato una élite di super società pressoché impenetrabile (si guardino vincitori e protagonisti di Champions degli ultimi quattro - cinque anni), e ne hanno poi trasformato i roster in "all stars", con campioni e campionissimi prelevati da ogni parte del mondo, ma quasi sempre stando alla larga dai vivai locali. Un PSG o un Chelsea potrebbero tranquillamente operare, giocare e avere sede a Dubai, a Mosca o in qualsiasi altra parte del globo: Londra e Parigi c'entrano poco, quasi nulla. 
CAMPANILISMO E LEGAME COL TERRITORIO - L'essenza del calcio, si diceva, sta anche, per me soprattutto, nella sua rappresentatività nazionale, nel legame e nell'identificazione col territorio. Che non è provincialismo, ma capacità di alimentare un po' di sano campanilismo nel tifoso ma anche nel calciatore, di rinsaldare il senso di appartenenza a un luogo: sono sentimenti che, declinati in senso positivo (alla larga cioè da eccessi di sciovinismo) hanno decretato nel Novecento il successo di ogni sport, e soprattutto l'oceanico favore popolare coagulatosi attorno al football. 
Personalmente sono uno che, pur coltivando una moderata nostalgia per certi aspetti di un mondo calcistico che non c'è più, ha sempre voluto guardare avanti, cercando il buono pure nelle tante, troppe novità che dal Duemila in poi hanno caratterizzato l'evoluzione di questa disciplina. Ma accettare il progresso non significa farsi andar bene tutto: in compagini come il Chelsea e il Paris Saint Germain, o come la Fiorentina e la Roma di ieri sera (ma mettiamoci anche l'Inter o il Napoli, per restare in ambito EL) la rappresentatività nazionale non esiste, il legame col territorio è stato buttato alle ortiche. E quindi si sono sradicate e rinnegate le radici stesse del fenomeno calcio.
GLOBALIZZAZIONE NEFASTA - Spogliatoi in cui si parlano dieci o più lingue, accozzaglie di calciatori di formazione diversa, nessun autentico collante morale a tenerli insieme, se non i contratti, peraltro assai volatili: non più atleti ma grigi professionisti, che vanno dove ti offrono di più, si chiami anche Anzhi, e chissenefrega se il prestigio del club è inesistente, basta che paghi bene. Danni di una globalizzazione male interpretata e portata agli eccessi, che non si può applicare a tutto: il calcio ha, ebbene sì, una propria valenza culturale, che consiste anche nella salvaguardia e nella valorizzazione della "produzione" locale. Incredibile che, dalla sentenza Bosman in poi, nessun fine giurista abbia trovato qualche machiavellico dispositivo per dare contorni concreti a questo rilievo culturale, e arginare la deriva della circolazione indiscriminata di atleti. 
PIU' ITALIA NEL PSG - Un trionfo nella seconda coppa continentale di una delle compagini nostrane (il Torino devo purtroppo escluderlo, per i suoi mezzi limitati) è certo auspicabile per alimentare il nostro esangue ranking UEFA, ma non sarebbe in alcun modo un termometro attendibile dello stato di salute del pallone tricolore, di cui esse non sono espressione. Il livello di un movimento calcistico, sul piano strettamente tecnico, si misura innanzitutto dalla capacità del vivaio nazionale di produrre elementi di valore, per poi portarli a rapida e proficua maturazione, e non certo dalle illusorie affermazioni di pittoreschi ensemble di brasiliani, croati, sloveni, greci e ivoriani. Idem, ovviamente, nel caso di un trionfo in Champions del PSG, per il quale siamo anzi al paradosso: significherebbe poco o nulla per il football transalpino (così come nulla significò per noi quello dell'Inter straniera nel 2010), mentre sarebbe un segnale interessante per l'Italia, visto che nella squadra di Laurent Blanc militano ben tre azzurrabili, assai più di quelli che è possibile rintracciare in molte realtà di vertice della nostra Serie A. 
ARISTOCRAZIA IMPENETRABILE - I club dell'élite internazionale, si diceva, hanno ormai dato vita a un'aristocrazia impenetrabile, nella quale è pressoché impossibile entrare per spontaneo progresso tecnico (se non in maniera sporadica), ma solo dotandosi di proprietà facoltose, russe o arabe purché immettano nelle casse societarie abbondante liquidità. Atletico Madrid e Borussia Dortmund sono luminose eccezioni, l'augurio è che lo possa essere la Juventus, la quale peraltro, negli anni della piena maturità del suo gruppo di nazionali azzurri (dei Buffon e dei Barzagli, dei Bonucci, dei Chiellini e dei Pirlo), ha dimostrato di non poter andare oltre un determinato limite. 
SCOUTING STRABICO - In questa gruppuscolo ormai destinato a spartirsi la Champions per molti lustri, oltreché a dettar legge nelle rispettive patrie, si è anche perso il concetto di scouting: perché non ci vuole particolare fiuto  di mercato per andare a pescare in giro per il mondo il Verratti o il Diego Costa, il Pastore o l'Azpilicueta, il Courtois o il Thiago Silva. Il lavoro di scouting rimane invece un lodevole punto di forza delle società di seconda fascia europea, quindi di quasi tutte le italiane qui citate, ma, ripetiamo, non si vede perché questa operazione "scova talenti" debba essere indirizzata pressoché esclusivamente verso l'estero. Dicono che i giovanissimi di casa nostra costino troppo: ammesso e non concesso che sia del tutto vero, ci sarà pure un modo per porre un tetto, anche se mi rendo conto che ben poco si può fare, dopo essersi dotati di una presidenza federale impresentabile e votata al totale immobilismo. Ma non sono convinto che sia tutto qui il problema, e prima poi anche questo ostracismo al "prodotto interno lordo calcistico" dovrà essere chiarito, una volta per tutte. 
NON CI RESTANO CHE LE NAZIONALI... - Qualche firma prestigiosa ritiene che le competizioni per rappresentative nazionali abbiano ormai ampiamente perso fascino e appeal, a tutto vantaggio della Champions League e, più in generale, proprio dei tornei fra club. Non è vero (basti pensare alla copertura giornalistica, agli spettatori in loco e attraverso i media vecchi e nuovi, alla passione ma anche al giro di soldi che Mondiali ed Europei continuano a generare): alla luce di quanto scritto sopra, sono proprio quei tornei l'ultimo baluardo a difesa del DNA più autentico e genuino del pallone. Le Nazionali e le loro sfide ridanno vigore al campanile e al senso di appartenenza, al patriottismo sano, e danno la misura più realistica del livello qualitativo di un movimento, dei suoi progressi e dei suoi passi indietro. Quelli di Champions e di Europa League sono solo scontri fra "all stars": emozionanti, gradevoli, ma senza "sugo" storico e di prospettiva. Quasi delle "americanate"... 

martedì 2 settembre 2014

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO - SECONDA PARTE: DAL MILAN AL VERONA

                                               Saviola, colpaccio dell'Hellas

MILAN - Il vero colpo potrebbe essere Pippo Inzaghi, mentalità vincente, profilo basso, giusto approccio a una realtà complessa e frustrata da anni di insuccessi. Per il resto, mercato che non sempre ha seguito logiche tecniche individuabili. Si è lasciato partire Balotelli (sulla gestione del caso mi sono già ampiamente espresso in questo post) sostituendolo con un Torres che da tempo ha perso lo smalto dei primi, formidabili anni di exploit internazionali, anche se per far bene in un contesto dimesso come la Serie A basta anche l'ultima, sbiadita versione del niño. Si è inseguito un Biabany che non è da grande squadra, e una volta sfumato ci si è buttati a pesce su Bonaventura, ottima scelta, elemento in grado di dare alla manovra offensiva un notevole quid di imprevedibilità, però si è lasciato andare Cristante, uno dei centrocampisti più interessanti della nouvelle vague di casa nostra. Ne risulta comunque un equilibrato mix fra italiani e stranieri: in attesa del fondamentale recupero di Montolivo, si punta con decisione su De Sciglio, Poli ed un El Shaarawy che vuole riprendere la sua vertiginosa ascesa, bruscamente interrotta un anno fa, mentre Diego Lopez fra i pali, Alex dietro e Menez sulla trequarti sono acquisti magari non di primissimo piano, ma in grado di portare un certo miglioramento alla caratura complessiva dei quadri rossoneri. 
NAPOLI - Stranieri, solo stranieri, fortissimamente stranieri. Ma mezze figure, in rapporto alle ambizioni partenopee, mentre il povero e spaurito Insigne si sente sempre più solo e incompreso e De Laurentiis sembra più intento a disfare che a costruire. Un mercato all'insegna dell'attendismo ha prodotto l'uscita immediata dalla Champions, rovinosa sotto diversi aspetti, se ne sono andati elementi magari non fenomenali ma di sicura utilità come Behrami, Dzemaili e Pandev, mentre risulta inspiegabile la rinuncia a Reina, andato a scaldar la panchina al Bayern. Dei nuovi arrivi, nessuno sposta sensibilmente gli equilibri e incrementa il valore della rosa: Koulibaly e De Guzman non sono dei campioni. Rimane un buon Napoli, aggrappato soprattutto al ritorno in forze di Maggio, al "cervello" di Jorginho e alla solita, pimpante banda di incursori (Hamsik, Callejon, Mertens), oltre che al cacciatore di gol Higuain, ma il divario con le primissime della classe non è stato colmato, anzi...
PALERMO - Non è stata una campagna acquisti esaltante. Troppe scommesse esotiche e movimenti di scarso rilievo sul fronte interno. Meglio aggrapparsi agli eroi che hanno fatto il vuoto in Serie B: Sorrentino e Munoz, Daprelà e Morganella, Vazquez e Dybala, il bomberino Belotti e quel Bolzoni che vuole finalmente dimostrarsi califfo della zona nevralgica anche nella massima categoria. Mantovani e Rigoni sono degnissimi professionisti ma non aggiungono granché, Bamba e Makienok degli emeriti sconosciuti, mentre è partito Hernandez che poteva essere un notevole asso da calare sul tavolo della lotta per la sopravvivenza. La sensazione  è che i tempi del Palermo scheggia impazzita della A siano lontani. 
PARMA - Il pasticciaccio UEFA è stato una mazzata, avendo di fatto vanificato il lavoro di un anno intero. Difficile rialzarsi, e in effetti il mercato ne ha risentito pesantemente. Se pensiamo che il vero colpo è stato trattenere Biabany, inspiegabilmente salito al rango di oggetto del desiderio milanista nell'ultimo giorno di mercato, le prospettive non sono allegre. Gravissima la perdita di Parolo, meno drammatica quella di Amauri, importanti le conferme di Mirante, Acquah e dei nazionali Paletta e Cassano, che in azzurro hanno trapanato l'acqua ma che nel contesto di casa rappresentano discrete garanzie, Poi tante, troppe scommesse: gli eterni incompiuti Santacroce e De Ceglie, Belfodil reduce dalla doppia fallimentare esperienza di Inter e Livorno, un Lodi enormemente ridimensionato dopo la brutta parentesi genoana. Ci si aggrappa al realismo e all'arguzia di Donadoni. Basterà? 
ROMA - Partenza alla grande, con due arrivi che, nel depresso mercato nazionale, possono senz'altro considerarsi dei gran colpi: Astori, che a ventisette anni e mezzo è ancora considerato un "emergente" ma che nella Capitale ha l'ultima possibilità per limare i difetti del suo gioco e mostrarsi difensore affidabile come i suoi mezzi tecnici e fisici gli impongono; e Iturbe, il giocoliere che ha mandato in visibilio per un anno i tifosi del Verona. Poi il rallentamento: Ashley Cole giunge in Italia dopo aver ampiamente già dato il meglio di sé, Emanuelson è una seconda linea, mentre dietro, per supplire alla partenza di Benatia, invece di responsabilizzare Romagnoli si sono andati a pescare Manolas e Yanga - Mbiwa, oltre ad altri presunti fenomeni esteri. Comunque il potenziamento, seppur lieve, rispetto alla scorsa stagione c'è stato, il che vuol dire che questa è una Roma da scudetto. De Sanctis, De Rossi e Totti non arretrano di un millimetro, Gervinho e Pianjc sono elementi di statura mondiale, Florenzi e Destro vogliono smaltire la delusione del mancato Mundial e inserirsi stabilmente nel giro azzurro. In Curva Sud si divertiranno.

                                              Astori, rinforzo per la Roma

SAMPDORIA - L'arrivo del pittoresco Ferrero faceva presagire chissà quali sfracelli, ma colpi a sensazione non ce ne sono stati, né potevano esserci, perché non siamo di certo di fronte a un emiro dalle illimitate disponibilità finanziarie. Comunque ingressi ben mirati: Viviano dovrebbe aver risolto il problema del portiere, anche se è reduce da una lunga inattività, il citato Romagnoli, Cacciatore (impeccabile a Verona) e un Silvestre in cerca di rivincite innervano una difesa già competitiva in De Silvestri, Gastaldello e Regini: l'addio inevitabile a Mustafi dovrebbe essere ben assorbito. Nel mezzo, da verificare la tenuta di Marchionni e di Palombo, ma l'effervescenza di Obiang e Soriano dovrebbe essere una garanzia, così come, dalla trequarti in su, il movimento e la potenza di tiro di Gabbiadini e la prolificità di Eder. Attesa per Bergessio, che però deve essere opportunamente assistito. Compagine da salvezza tranquilla. 
SASSUOLO - L'anno scorso ha sofferto fin quasi alla fine solo per aver buttato due mesi, con l'incomprensibile parentesi Malesani. Protagonista nel mercato di gennaio, protagonista di questa sessione estiva: Consigli è un portiere da leccarsi i baffi, Vrsaljko e Peluso esterni bassi da media - alta classifica, Taider porta personalità e dinamismo nel mezzo, e ci sono sempre Paolo Cannavaro, Brighi, Missiroli, Berardi, Sansone e Zaza. Con un gruppo, così, puntare a salvare la ghirba pare quasi riduttivo.  
TORINO - Povero Toro, verrebbe da dire: ha perso i due principali artefici della cavalcata culminata con la rocambolesca qualificazione UEFA "a tavolino", i nazionali Immobile e Cerci, e a sostituirli sono arrivati Amauri e Quagliarella. La differenza balza agli occhi: l'italo - brasiliano non ha mai brillato né per continuità né per grande prolificità, il napoletano ha iniziato col piede giusto ma, nel complesso, il paragone con i due illustri predecessori è improponibile. C'è però ancora Darmian, fra i più positivi della disastrosa spedizione azzurra in Brasile, è arrivato Molinaro che ha fatto bene, a Parma, nella stagione del ritorno in Italia, bravo a coprire e a inserirsi in avanti, mentre merita fiducia Benassi, tempra, cervello e buone intuizioni in avanti. Le sicurezze sono Padelli (ma la chiamata in Nazionale mi sembra un premio eccessivo), Glik, Moretti ed El Kaddouri.  Se Ventura vuole, come si spera, tenere fede al doppio impegno, ripetere l'ultimo campionato sarà dura, ma l'Europa deve essere onorata. Per lo spirito granata e per il ranking italico... 
UDINESE - Il solito porto di mare, la solita infornata di stranieri sconosciuti e sul cui valore solo il tempo potrà dire qualcosa. Inutile persino citarli. Persi Basta e Pereyra, è entrato Thereau, attaccante da sfide salvezza che irrobustirà il reparto avanzato, aggrappato alle alterne lune di Muriel e, come ha testimioniato la prima giornata, al sempreverde Di Natale, che marcia verso quota duececento gol. Fra i pali attesi ulteriori progressi da Scuffet; Hertaux e Danilo non dovrebbero tradire, Kone è un centrocampista svelto di testa e dai micidiali inserimenti. L'incognita è in panchina: finita la lunga era Guidolin, saprà il giovin Stramaccioni mantenere intatte filosofia e tranquillità ambientale che hanno fatto la fortuna dei friulani in questi anni dorati? 
VERONA - Spiace constatare come anche l'Hellas abbia sposato la linea dell'esterofilia più spinta. Solo Toni, nella formazione titolare, dovrebbe tenere alta la bandiera del calcio italiano. Per il resto, inevitabilmente perso Iturbe, i gialloblù hanno piazzato in dirittura d'arrivo il colpo Saviola: certo, non è come averlo preso sette - otto anni fa, ma a certi livelli la differenza è ancora in grado di farla, eccome. In pratica, un furetto d'attacco che dovrebbe garantire un altro torneo più che tranquillo agli scaligeri: aggiungiamoci un altro vecchietto terribile come Marquez, dominatore della retroguardia per carisma, classe e doti agonistiche, e avremo una formazione magari non freschissima nei suoi punti cardine ma potenzialmente in grado di recitare ancora il ruolo della mina vagante. Colpi così hanno fatto passare in secondo piano gli arrivi del tuttofare Lazaros, di Brivio, di Tachtisdis e di Nené, che pure un discreto contributo dovrebbero portarlo alla causa. (2 - FINE). 

domenica 4 maggio 2014

LA COPPA ITALIA INSANGUINATA: GLI INCIDENTI DI ROMA SPECCHIO DI UN PAESE IMPAZZITO

                                             Il Napoli e la sua Coppa "sporcata"

Ieri sera, a Roma, è morto un altro pezzo di calcio italiano. Quanto sia effettivamente rimasto del nostro povero pallone, dopo lo scempio pre Napoli - Fiorentina, è difficile dirlo: moralmente siamo già al cumulo di macerie, ma la realtà racconta cose se possibile ancor più terribili. Perché quando sembra di esser giunti sul fondo e di poter cominciare la risalita, ecco invece che si scava, si scava sempre. E' un tunnel senza uscita, il calcio tricolore, un macabro teatrino che non conosce la vergogna. Siamo arrivati ai colpi d'arma da fuoco, ma francamente non c'è quasi più la forza di provare schifo, imbarazzo e disgusto. Rimane lo sgomento, uno sgomento dettato dal fatto che tutto fosse prevedibile; prevedibile non che avvenisse proprio in questa circostanza, sia chiaro: ma che prima o poi sarebbe successo, era scritto. Il nostro football, da questo punto di vista, è un libro aperto, ma a quanto pare nessuno è in grado di leggerlo. 
Spari a parte, film già visto non so più quante volte, nelle nostre desolate lande pallonare: capipopolo abbarbicati su grate e recinzioni a guidare truppe irreggimentate di pseudotifosi; altri capipopolo che parlamentano con calciatori "esprimendo la loro opinione" (diciamo così, va) sull'opportunità  o meno di dare inizio a una gara. Sempre le stesse facce (nella squallida vicenda è coinvolto anche il tizio che, giusto dieci anni fa,  ottenne la sospensione di un derby di Roma perché circolò la notizia che un bimbo fosse stato ucciso da una camionetta della polizia, e a nulla valsero le rassicurazioni delle forze dell''ordine), sempre le stesse dinamiche.
Rivalità ottuse e medievali, linguaggi da guerriglia, attacchi e vendette fra bande ultras, che si muovono alla stregua di delinquenti comuni. "Una cosa senza precedenti, mai vista in Italia, impossibile da prevedere", dice il questore romano. Vero solo in minima parte, perché l'episodio che ha dato il là a una delle notti più folli del football italiano, per quanto eccezionale, è diretta conseguenza di anni e anni di lassismo, di un atteggiamento di inaccettabile debolezza (da parte dello Stato e dei vertici del calcio) nei confronti di un fenomeno altrove contrastato con ben altra decisione. Gli ultras dettano legge, dentro gli stadi, nei dintorni di essi e persino a chilometri di distanza, nel giorno della partita. E le istituzioni, politiche e sportive, si indignano a parole e lasciano tutto com'è, o quasi.
Del resto, di che ci si stupisce? I fattacci di ier sera sono lo specchio più fedele di ciò che è diventato il nostro Paese. Un Paese che ha imparato a convivere col malcostume, la disonestà, la delinquenza, a causa di maglie giudiziarie larghissime, di un regresso culturale senza precedenti (del quale i fischi all'inno di Mameli sono solo l'esempio più fresco), di una politica sempre più immorale. Un Paese che non sa più cosa voglia dire "punire chi sbaglia", un Paese in cui una seconda, terza, quarta possibilità viene offerta a tanti, troppi furfanti. Un Paese in cui un pregiudicato può fare campagna elettorale attraverso una debordante onnipresenza televisiva e avere un ruolo di primo piano nei più alti giochi di potere (leggasi patto del Nazareno), in cui un sindacato di polizia applaude e solidarizza con "colleghi" condannati per omicidio, in cui in uno stadio si fanno entrare personaggi che indossano magliette inneggianti ad altri condannati per omicidio (caso Raciti). Il tutto sotto gli occhi di autorità ingessate, sedute comodamente in tribuna: la sfida più sfacciata, più sguaiata, vinta in partenza perché oggi viviamo in un totale impazzimento; si è smarrita la coscienza civile, non vi sono più esempi di decenza che arrivino dall'alto. Uno Stato meno autorevole e quindi meno sicuro, in cui 60mila persone finiscono ostaggio di pochi loschi figuri dal potere sconfinato. Succedeva dieci anni fa, si è detto, e succede oggi. E' dunque lecito affermare che per arginare il fenomeno sia stato fatto poco, e quel poco lo si è fatto male?  
Da questo orrido brodo di coltura non possono che scaturire serate come quella che ha lordato la Coppetta Italia 2014. Nulla cambierà, nel Paese dei mille distinguo e dei "ma anche". Lo ha già fatto capire Abete, che ha parlato di "calcio vittima della situazione", lo aveva anticipato Pietro Grasso scrivendo su Twitter "non sono tifosi, ma solo delinquenti", e aggiungendo a bocce ferme "sono stato più volte in procinto di abbandonare lo stadio" (e perché non l'hai fatto, di grazia? Non posseggono nemmeno più la forza del gesto esemplare, questi nostri baldi rappresentanti). E' vero, sono delinquenti, ma hanno invaso da lustri le nostre gradinate, hanno monopolizzato il tifo: la favoletta delle poche decine di mele marce, di gente estranea al calcio, non attacca più. 
Ma, si diceva, nulla cambierà: perché l'Italia non è più in grado di prendere decisioni forti e ultimative, come invece sarebbe necessario. I pilastri dai quali partire, dal mio punto di vista, li scrivo da una vita, o perlomeno da quando è attivo questo blog: azzeramento dei vertici calcistici, quindi di Federcalcio e Lega, le cui strategie si sono dimostrate fallimentari sotto tutti i punti di vista (gestione della sicurezza del pianeta calcio, ma anche salvaguardia della competitività tecnica del movimento) e scioglimento d'autorità dei gruppi ultras. Tutti, indistintamente, perché quando si arriva alle situazioni di emergenza è impossibile fare la cernita dei buoni e dei cattivi: chi ama il football e non vuole menare le mani continuerà ad andare allo stadio pur non facendo parte di nessuna tifoseria organizzata, chi invece nel pallone trovava solo un pretesto andrà a delinquere fuori e verrà perseguito come si perseguono i malviventi in ogni Paese civile. E chi si è allontanato dagli impianti per paura di questi ceffi vi farà, lentamente, ritorno. 

giovedì 6 febbraio 2014

DA TRILUSSA A GABRIELLA FERRI: GLI EROI DELLA ROMANITA' RIVIVONO IN UNO SPETTACOLO AL TEATRO PETROLINI DI ROMA


Riscoprire e valorizzare la romanità nelle sue più alte, riuscite ed amate forme di cultura popolare. La Roma di Belli e di Trilussa, ma anche quella di Anna Magnani e Aldo Fabrizi (e della sora Lella), senza dimenticare quella di Lando Fiorini e Gabriella Ferri. E' lo spirito da cui prende le mosse il progetto "L'eco dei sanpietrini", che vivrà la sua prima fase al teatro Petrolini di Roma con la messa in scena, dal 14 al 16 febbraio prossimi, dello spettacolo "Roma: tra storie, canzoni, vizi e passioni". E con la presentazione di quest'opera, per inciso, "Note d'azzurro" si apre con piacere a realtà teatrali extra genovesi, sperando vi siano altre occasioni del genere, nella convinzione che la promozione di iniziative culturali sia sempre e comunque da portare avanti, in sventurati tempi popolati da politici capaci di affermare che "con la cultura non si mangia". 
"Roma: tra storie, canzoni, vizi e passioni" è un progetto complesso e ambizioso: celebrare la romanità vuol dire celebrare un serbatoio culturale vastissimo, variegato, multiforme, perché in ogni espressione poetica, letteraria, musicale o attoriale di questo patrimonio convivono il cosiddetto registro "alto" e la più schietta umanità popolana. Quelli prima citati erano artisti che avevano una perfetta padronanza delle rispettive materie, ma sapevano "declinarle" con genuinità, fedeltà comunicativa alle proprie radici di "persone comuni", per giungere a tutti, per rendere le loro opere universalmente fruibili. 
Di questa romanità come eccellenza culturale, tratto universalmente riconoscibile della Città eterna, le due ideatrici e protagoniste dello spettacolo, Lavinia Lalle e Sarah Mataloni, daranno dunque un assaggio attraverso le parole di poeti, attori, cantautori che hanno reso grande Roma negli ultimi due secoli. Ci saranno, tra i pezzi interpretati, le canzoni di Gabriella Ferri, il tributo di Lando Fiorini ad Anna Magnani e l'intramontabile "Roma nun fa' la stupida stasera"; la direzione musicale sarà affidata al maestro Francesco Paniccia. Una pièce complessa, che vuole andare oltre il mero intento d'evasione: c'è un'attenta ricerca storica di un passato non sempre adeguatamente valorizzato, c'è anche il tentativo di portare alla luce tutte le caratteristiche e le contraddizioni, le passioni e le virtù ma anche i vizi di un tessuto sociale romano che, nella sua essenza, è rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi secoli. 
"Ci esprimiamo con versi in rima che abbiamo scritto con l’entusiasmo e l’amore per la nostra città -  affermano le due ideatrici del progetto - accompagnate da artisti di grande spessore, con i quali collaboriamo per reinterpretare i testi in chiave contemporanea. La sfida non è banale se si pensa che in poco tempo il pubblico dovrà ridere, commuoversi e lasciarsi andare in questo intenso cammino verso il cuore pulsante della nostra nazione, tornando a casa con un sorriso e qualcosa in più". "Roma: tra storie, canzoni, vizi e passioni" va in scena, come detto, il 14, 15 e 16 febbraio al teatro Petrolini, in zona Testaccio. Per info e acquisti biglietti contattare lo 06-5757488 oppure inviare una email al seguente indirizzo: teatropetrolini@tiscali.it. 

martedì 3 settembre 2013

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO 2013/14 - SECONDA PARTE: DAL LIVORNO AL VERONA E... LA MIA GRIGLIA DI PARTENZA

                                   Benitez, un fuoriclasse della panchina per il Napoli

LIVORNO - Telaio complessivamente debole, anche se l'innesto in extremis di Emeghara potrebbe portare una buona dote di punti in più, purché il nigeriano sia lo stesso che l'anno scorso per alcuni  mesi ha tenuto a galla il Siena prima di cedere nel finale (confermarsi è sempre difficile, dopo un exploit da scheggia impazzita totalmente sconosciuta alla concorrenza). E Biagianti è elemento di quantità che sa cosa vuol dire battersi nei bassifondi. In ogni caso, gli spunti interessanti non mancano, in primis la fiducia decretata a Bardi, portierino reduce da un Europeo Under 21 coi fiocchi, e ad altri giovani di fulgide promesse come Cristante, cervello di centrocampo con le stimmate del campioncino, e il difensore Piccini. Per il resto, ci sono le star in miniatura che hanno messo in riga tante compagini di Serie B, Paulinho e Siligardi, Gemiti e Belingheri, gente tutta da verificare al cospetto dei colossi del nostro calcio. Insomma, sarà acuta sofferenza fino alla fine. Anche il manico è una scommessa, ma Nicola, vecchio cuore genoano, ha la verve e la preparazione per inventare contromisure atte ad attutire l'impatto con le big. 
MILAN - Merita fiducia e rispetto perché, unica fra le big assieme alla Juve, ha puntato con decisione su un nucleo centrale italiano, giovane e... azzurro. Abate e De Sciglio sui fianchi della difesa, Poli e Montolivo a comandare i giochi nel mezzo dividendosi fra interdizione e costruzione, Balotelli ed El Shaarawy a spalleggiarsi in avanti. Nel dettaglio: l'eclettico De Sciglio ha già dimostrato in Confederations Cup di essere una garanzia per il futuro, ed ha ancora ampi margini di miglioramento (soprattutto nella precisione sui cross); Montolivo ha disputato una eccellente stagione rossonera, acquisendo personalità e cattiveria agonistica, ed è ora un elemento duttile e dinamico. E poi Saponara, ultimo grido della scuola italiana, estro e incisività dalla trequarti in su. In prima linea, Mario è uno che ti rivolta come un guanto le partite da solo, il Faraone deve ritrovarsi sul piano mentale, perché ha i mezzi tecnici e l'intelligenza tattica per convivere con l'ingombrante compagno di linea senza che il suo rendimento ne risenta. In mezzo a tanto ben di Dio, l'arrivo del declinante Kakà risulta quasi secondario: grande colpo promozionale, ma il brasiliano ne dovrà mangiare di polvere per avvicinare i livelli sublimi toccati ai tempi della sua prima militanza meneghina: da almeno due anni non batte chiodo. I punti deboli del Milan sono in difesa: Abbiati perde colpi, la barriera centrale (Zapata, Silvestre, Mexès) non è da compagine che punta al titolo. Però il pluridecorato team rossonero resta una mina vagante che, in caso di défaillance delle favoritissime, potrebbe riservare qualche sorpresa. 
NAPOLI - Gli addii dei colossi Mazzari e Cavani sono stati assorbiti come meglio non si poteva. Benitez è una guida di valore mondiale, ha conquistato trofei e coppe europee, ha idee e carisma. Campagna acquisti di primo piano: Reina e in subordine Rafael blindano la porta, Albiol si affianca a Cannavaro jr. per cementare una difesa marmorea, e in avanti Higuain non farà rimpiangere l'uruguaiano, anzi, ha nei piedi, per classe, curriculum e abitudine a battersi su palcoscenici importanti, la possibilità di fare addirittura meglio dell'illustre predecessore. E poi le conferme: dall'inesauribile Maggio ad Armero e Zuniga, dal geometrico Inler (al quale però si chiede una maggiore presenza nel vivo del gioco, al di là delle sue sempre gradite bombe dalla distanza) a un Insigne che ha il piglio del veterano e la sfrontatezza del giovane che vuole arrivare ad ogni costo. Col genietto vicecampione europeo Under 21 a riempire di estro e dinamismo il fronte offensivo e con le micidiali scorribande di Hamsik, fuoriclasse autentico e sottostimato, questo Napoli si candida ad alternativa più credibile alla corazzata juventina. 
PARMA - Assisteremo all'ennesima resurrezione di Cassano? Se sì, è un Parma che può ambire a migliorare il piazzamento dell'anno passato, senza però farsi soverchie illusioni. Senza voler essere blasfemi, potrebbe risultare più utile l'acquisto di Gargano, uomo di gran sostanza in grado di aumentare la solidità del centrocampo e di dare equilibrio a tutto il complesso. I restanti movimenti di mercato sono marginali, soprattutto in riferimento a Felipe e Acquah, che per diversi motivi hanno segnato il passo nelle ultime stagioni, così come Cassani che nella breve esperienza genoana è parso a tratti un ex, ma che merita fiducia se non altro per il suo passato non troppo lontano di nazionale azzurro. Poi Munari, che è un buon centrocampista di quantità, ma non sposta granché gli equilibri. Molto più rassicurante la presenza di chi è rimasto: gente come Mirante e Lucarelli che rende sufficientemente solida la difesa, Gobbi a presidiare con sicurezza la fascia sinistra, Parolo che porta ordine tattico e buoni inserimenti in avanti, le incursioni di Sansone e un Amauri che deve riconfermarsi sui discreti livelli dell'ultimo torneo, cosa non facile visto che la continuità non è mai stata il suo forte.

                                      Toni: ha steso il Milan alla prima giornata

ROMA - Mercato schizofrenico. Partenza lanciata e indubbio rafforzamento: Con De Sanctis finalmente un portiere di prima fascia, corsie laterali a cinque stelle col ritorno di Maicon a far coppia con  Balzaretti, difesa chiusa al centro dai vari Castan, Burdisso, lo statuario Benatia e il promettente Jedvaj, abile nelle due fasi. Nel cuore della manovra, la conferma di De Rossi, imprescindibile faro del gioco ed elemento universale, di grandiosa efficacia in tutte le zone del campo (copertura, costruzione e finalizzazione) e la rinnovata fiducia al motorino Florenzi, con la ciliegina sulla torta di Strootman, fra i più quotati centrocampisti europei e nazionale olandese. Poi la marcia indietro, soprattutto sul fronte offensivo: ok per il monumento Totti, il cui apporto è però destinato ad assottigliarsi col passare del tempo, mentre si tenterà il rilancio di Destro dopo un'annata complessivamente opaca; passi anche l'addio a Osvaldo, ormai in conflitto aperto con l'ambiente, ma la cessione di Lamela, craque di statura mondiale, grida vendetta. Borriello e Gervinho sono validi surrogati, ma occorrerebbe qualcosa in più, perché nelle prime due giornate la squadra ha mostrato un potenziale devastante e sarebbe un peccato se rimanesse un'incompiuta. L'arrivo di Ljajic  e la crescita di Pjanic, jolly avanzati di qualità ed estro, dovrebbero comunque consentire a Garcia di sperimentare soluzioni offensive originali e molteplici, per un tourbillon difficile da disinnescare.
SAMPDORIA - Le note liete vengono dalla fiducia data a tre potenziali stelline di domani: Salamon, ma soprattutto l'eclettico difensore Regini (centrale o esterno sinistro) e Gabbiadini, sinistro al fulmicotone, attaccante d'area e di manovra già in orbita Juve. Poi la conferma delle bandiere Palombo e Gastaldello, garanzia di continuità di rendimento, di Costa e di un De Silvestri che, dalla convocazione - premio in azzurro per l'amichevole con l'Argentina (non ve n'erano i presupposti tecnici, nonostante il crescendo mostrato nella parte finale della scorsa stagione), dovrà trarre linfa per riavvicinarsi ai vertici toccati quando era una delle migliori speranze del football nostrano. Per il resto c'è poco da stare allegri: la perdita di Romero non sarebbe di per sé grave, visto il rendimento italiano del "guardameta" argentino, ma al momento la porta non ha un difensore pienamente affidabile, se non esploderanno Da Costa o Fiorillo e visto il fallimento della caccia a Sorrentino e ad altri papabili. Centrocampo arricchito dal dinamismo di Barillà ma drammaticamente a corto di inventiva e attacco che deve sperare nella consacrazione del citato Manolo, mentre Eder in Serie A ha sempre alternato buone cose a lunghe pause. Insomma, niente illusioni: sarà corsa salvezza, forse anche più affannosa rispetto al campionato scorso. 
SASSUOLO - Intrigante. Intendiamoci, la permanenza è l'unico obiettivo realistico e non sarà facile assicurarsela, ma questa deb assoluta si presenza ai nastri di partenza con un roster accattivante. Missiroli, Berardi e l'ultimo arrivato Zaza erano un lusso per la cadetteria e in A trovano un palcoscenico più adatto ai loro mezzi, mentre la sostanza delle bandiere Terranova e Magnanelli, gente abituata a lottare, dovrebbe emergere anche su un palcoscenico più impegnativo. Gran colpo l'arrivo di Marrone: testa e polmoni, contrasti efficaci, piedi e idee buone per costruire trame apprezzabilissime, ma anche l'eclettismo giusto per fare bene come difensore, avrà finalmente lo spazio che raramente trovava alla Juve. E poi il prestito di Schelotto, che vuole tornare a macinare chilometri sulla destra e a creare ottime variazioni sul tema offensive, per dimostrare di essere ancora da prima fascia. Fra tutti gli altri rinforzi, più ancora di Rossini e Kurtic il più utile sarebbe stato Acerbi, bloccato da un tumore: la speranza è che possa superare presto l'ostacolo per riscattare l'ultima annata, che ne ha messo in dubbio le chance di inserirsi fra i migliori difensori italiani dell'ultima leva. Floro Flores è punta incisiva, ma deve ritrovarsi: negli ultimi mesi a Genova è parso svuotato fisicamente e mentalmente.

                       Il neo romanista Strootman: potrebbe diventare una delle stelle del torneo

TORINO - Tantissimi movimenti, ma forse è stato più fumo che arrosto. Perché, ad esempio, la difesa ha conservato il ruvido Glik ma perso due pilastri come Gillet e Ogbonna, e sulla carta i sostituti potrebbero farli rimpiangere: Padelli non è un fulmine di guerra in porta, Bovo è reduce da due stagioni mortificanti e Moretti può fare il suo, ma non è più brillante come un tempo, in particolare se impiegato da terzino. Meglio nel mezzo, dove Bellomo porta piedi buoni, fantasia e concretezza, e poi c'è pur sempre l'impagabile Brighi a reggere le file della manovra. Le speranze di condurre in porto la salvezza con un po' di anticipo rispetto all'anno scorso sono riposte soprattutto nell'attacco, superiore come qualità complessiva agli altri due reparti: Immobile non è il giovanotto spaesato visto all'opera sotto la Lanterna nell'ultima annata e lo dimostrerà, Cerci è ormai un campione fatto e finito, esterno sgusciante, estroso, dinamico e preciso sotto porta, per nulla disposto a mollare.... l'osso della maglia azzurra.
UDINESE - Banale dirlo ma... squadra che vince non si cambia. Con la medesima spina dorsale dell'ultimo campionato, Domizzi e Danilo, Pinzi e Basta, Pereyra e Lazzari, Di Natale e Muriel, e la guida sicura di Guidolin, difficilmente i friulani resteranno lontani dall'alta classifica. In particolare, lecito attendersi da Di Natale un altro torneo monstre, perché il traguardo dei mondiali non è impossibile (anche se personalmente la ritengo una eventualità assai remota). Peccato per la consueta idiosincrasia alle coppe, un "vulnus" alla bella realtà bianconera che, oltretutto, causa nocumento a tutto il movimento calcistico italico (leggasi ranking Uefa).
VERONA - C'è un che di stuzzicante, in questo Hellas che rivede la Serie A dopo tanto, troppo tempo. Al di là della partenza col botto (le prime giornate di campionato sono spesso inattendibili, sul piano dei verdetti), il materiale per mettersi al sicuro c'è, e si può persino ambire al ruolo di mina vagante. Fra i nuovi il carisma e la generosità di Donati e il gioiello Toni, per il quale l'unica incognita è la tenuta fisica: se rinvia ancora il declino, può portare in dote una messe importante di reti, e col Milan lo ha già dimostrato. Jankovic ha lasciato Genova senza rimpianti, è giocatore tecnico e capace di giocate sopraffine ma anche di lunghissime e irritanti pause: quale versione ne vedremo al Bentegodi? Iturbe è un prospetto di cui da anni si dice un gran bene, agile fantasista tutto da verificare all'impatto col ruvido football nostrano, Donadel un portaborracce che assicura polmoni e sudore. Per il resto, del gruppo che ha portato alla promozione, c'è attesa attorno al totem difensivo Maietta, a un Albertazzi che deve recuperare il tempo perduto, ad Halfredsson e Martinho.
GRIGLIA DI PARTENZA, IN FILA PER QUATTRO - Prima fila (zona scudetto): Juventus, Napoli, Fiorentina, Milan; seconda fila (zona Europa League): Roma, Lazio, Inter, Udinese; terza fila (tranquillità): Atalanta, Parma, Cagliari, Genoa; quarta fila (salvezza senza grossi patemi): Catania, Torino, Sampdoria, Verona; quinta fila (alto rischio): Sassuolo, Bologna, Chievo, Livorno.