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martedì 17 aprile 2018

GENOA VIRTUALMENTE SALVO: DIECI BUONI MOTIVI PER RICONFERMARE BALLARDINI


La grande paura è (quasi) passata. Genoa virtualmente in salvo quando mancano ancora sei turni al termine del campionato. Chi avrebbe potuto immaginare un simile lieto fine dopo quell'inizio da incubo, dopo i sei punti in dodici gare con uno Juric che pareva impotente di fronte alla deriva della squadra? Che il gruppo messo insieme da patron Preziosi non fosse così modesto era lampante, e lo avevo scritto fin dall'estate scorsa: costruito male, questo sì, con ruoli scoperti e altri sovrabbondanti, ma assolutamente non privo di talento. I puntelli messi in gennaio hanno migliorato il tono tecnico complessivo ma non risolto tutti i problemi, e appare dunque evidente come l'impresa porti soprattutto la firma del trainer subentrato, Davide Ballardini. Il quale avrebbe meritato di ricevere la fulminea riconferma, per la stagione 2018/19, un minuto dopo la conclusione della decisiva Genoa - Crotone di sabato scorso. Così non è stato e ancora sussistono dubbi sulla sua futura permanenza alla guida del Grifone. Ecco, per quanto riguarda la posizione di Note d'azzurro, desidero che dubbi non ve ne siano. Il "Balla" deve rimanere sotto la Lanterna, e cercherò di spiegarlo attraverso i classici "dieci buoni motivi per..." che tanto vanno di moda nel giornalismo d'oggidì. E allora partiamo: perché l'attuale mister deve essere riconfermato? 
1) Lo si è in parte già detto poche righe sopra: perché ha preso in mano un team disastrato moralmente dopo un anno solare costellato quasi esclusivamente di sconfitte (ricordiamo anche la seconda parte del precedente torneo, che fu grosso modo un surreale susseguirsi di rovesci anche umilianti), e ha saputo rilanciarlo senza imporre ai tifosi ulteriori tribolazioni, iniziando da subito a macinare punti pesanti come macigni.
2) Perché fin dal primo giorno da allenatore rossoblu ha avuto ben chiaro quale fosse la chiave per togliersi dalle sabbie mobili: mettere fieno in cascina sfruttando al meglio i tanti scontri diretti. Così, i primi quattro successi della sua gestione sono stati ottenuti con Crotone, Verona (in trasferta), Benevento e Sassuolo (in casa); e, a seguire, sono giunti quelli su Chievo, Cagliari e ancora Crotone. Come dire: nelle sfide per la sopravvivenza, squadra e coach sempre sul pezzo. Ma le prestazioni migliori, sul piano dell'intensità e del livello del gioco, son forse state quelle degli inattesi trionfi con Lazio e Inter: altra dimostrazione che questo Genoa ha un tasso tecnico sufficiente a tener dignitosamente testa agli squadroni, cogliendo qua e là qualche risultato insperato.
3) Perché ha capito al volo le caratteristiche della rosa del Grifo, una rosa sovradimensionata e "squilibrata", non povera di elementi di valore ma con troppi nodi tattici da sciogliere, soprattutto dalla metà campo in su. E ha rimodellato il Genoa di conseguenza, mettendo da parte gli inopportuni voli pindarici del suo predecessore e costruendo un complesso roccioso, difficilissimo da perforare. Ha così portato realismo e concretezza, valorizzando al massimo le principali qualità della squadra: un portiere da Nazionale (in questo momento Perin è superiore a Donnarumma), una difesa attenta e concentrata in ogni sua pedina. Con un reparto offensivo prigioniero di troppi dubbi e troppe incognite, e irrimediabilmente sterile, ha puntato soprattutto sull'equilibrio dell'undici, consapevole che il "primo non prenderle" fosse la filosofia più in linea con gli uomini a disposizione. Sotto la sua guida è rinato Spolli, si è affermato Biraschi, hanno offerto prove costantemente rassicuranti Zukanovic e Rossettini. E se si fosse potuto contare con costanza su Izzo, che doveva essere uno dei pilastri... 
4) Perché, sulla scorta di quanto appena detto, col suo operato a Genova ha portato al prepotente ritorno in auge, speriamo non effimero, della scuola difensiva italiana, una nobile tradizione che ha fatto le fortune del nostro movimento calcistico e che, purtroppo, nel ventunesimo secolo è andata via via disperdendosi (negli anni Ottanta e Novanta, per dire, nessuna squadra di casa nostra avrebbe subito una rimonta assurda come quella patita dalla Lazio a Salisburgo, in Europa League). Persino un Ballardini nelle vesti di apripista storico, dunque: speriamo che il seme da lui gettato non cada nel vuoto. Si obietterà: se riscoprire l'arte della difesa significa assistere a "spettacoli" come quelli offerti quest'anno dal Zena, molto meglio le terze linee ad alta... perforabilità viste negli ultimi lustri in Serie A. Ma le migliori espressioni del calcio tricolore hanno sempre mixato rigore difensivo ed efficienza offensiva nelle giuste dosi: e verosimilmente anche il livello estetico del gioco offerto da questo Genoa sarebbe stato superiore, se tutti gli ingranaggi della fase d'attacco avessero funzionato regolarmente.
5) Perché comunque, riallacciandomi al punto 4, al di là della felice scelta di "blindare" la squadra per proteggerla dagli assalti avversari, il mister ha raggiunto l'obiettivo stagionale giocando, di fatto, senza una prima linea competitiva. Lapadula fin qui fallimentare quanto a media realizzativa, non solo per demeriti suoi; Pepito Rossi scommessa finora perduta dalla società (speriamo vada meglio nel prossimo campionato, se verrà confermato); per Taarabt una manciata di buone prestazioni e nulla più, così come per Pandev, decisivo in alcune gare ma ormai appannato dal carico dell'età; Galabinov generoso combattente ma in linea di massima poco adatto alla categoria, in quanto a incisività sotto porta. In un quadro così desolante, l'unica strada era cavare il massimo dalle poche reti segnate incrementando l'impermeabilità difensiva. E Balla ci è riuscito. 
6) Perché è un uomo che ama davvero il Genoa e lo ha dimostrato coi fatti. Che non sono quei gesti di genoanità simpatici, utili a catalizzare l'entusiastica attenzione dei fans ma fini a loro stessi, come il non sedersi sulla sedia coi colori della Samp al termine dell'ultimo derby (trovata comunque geniale, nel suo piccolo; che qualche blucerchiato  anche illustre si sia sentito offeso è incomprensibile: dovrebbero essere proprio questi gli esempi di sano sfottò che si vanno un po' perdendo). Lo ha dimostrato tornando per la terza volta al capezzale del club a stagione in corso, senza che nelle due precedenti occasioni (2011 e 2013) fosse stato gratificato con una riconferma che si era guadagnato sul campo. 
7) A proposito di derby: perché ha frenato la caduta a precipizio nella stracittadina (le precedenti tre erano state perse) con uno 0-0 brutto ma esemplare, proprio perché ha esaltato le caratteristiche stagionali del suo Grifo: un undici magari non bello a vedersi ma terribilmente concreto e capace di neutralizzare la stragrande maggioranza degli attacchi del massimo campionato (anche Juve, Napoli e Lazio hanno faticato terribilmente contro la muraglia ligure).
8) Perché merita di essere visto all'opera con una rosa costruita su sue precise indicazioni tecnico - tattiche, lavorando in totale accordo col presidente Preziosi e soprattutto col dg Perinetti, altro uomo decisivo per la ritrovata serenità rossoblu. Ballardini ha ampiamente dimostrato di saper dare il massimo in situazioni di emergenza, capendo rapidamente le caratteristiche di squadre e uomini a lui affidati e agendo di conseguenza: se guidasse il gruppo fin da luglio, perché escludere che possa ulteriormente incrementare il suo rendimento? Mettiamo la sua concretezza al servizio di un gruppo che possa permettergli di schierare un attacco efficiente e un centrocampo con tutti i tasselli al posto giusto, e poi tiriamo le somme. 
9) Perché sono (siamo?) stanchi di salti nel buio. Dopo il primo Ballardini, si sono alternati Malesani, Marino e De Canio, con lo scandaloso risultato di una salvezza all'ultima giornata colta da una squadra qualitativamente da centroclassifica, se non di più; dopo il secondo, non si è trovato di meglio che puntare sul debuttante Liverani, un derby vinto e nulla più, prima di riaffidarsi al provvidenziale Gasperini; quel Gasperson che sarebbe rimasto volentieri a Genova, ma al quale si preferì il suo allievo Juric, non all'altezza della Serie A. Nel frattempo, i tempi per il Genoa si son fatti duri e avventurosi, la situazione finanziaria non è rosea e, insomma, di tutto in questo momento c'è bisogno fuorché di ulteriori scommesse. Nell'attesa che si concretizzi il tanto sospirato passaggio di consegne in società, Ballardini è la soluzione migliore per andare sul sicuro. 
10) Perché, dulcis in fundo, parlano i numeri, che nel calcio non sono tutto ma hanno un peso specifico enorme: 32 punti in 20 partite, appena 15 gol realizzati ma solo 12 subìti. Con questi dati, e con la salvezza di fatto in cassaforte dopo un'autentica partenza ad handicap, non sarebbe giusto scegliere un'altra strada.

lunedì 8 gennaio 2018

GENOA 2018: FINALMENTE SQUARCI DI SERENO. SI RIPARTE DA BALLARDINI, PERINETTI E PEPITO


Ballardini, Perinetti, Pepito Rossi. Sono le tre facce nuove (o quasi, pensando al mister... di ritorno) che hanno traghettato il Genoa nel 2018, aprendo squarci di sereno in un cielo rimasto a lungo plumbeo. E' un Vecchio Balordo dai nervi finalmente distesi, quello che arriva alla bizzarra sosta invernale post natalizia. D'accordo, la salvezza è ancora tutta da conquistare, ma gli ultimi due mesi hanno rappresentato un'autentica boccata d'ossigeno, al termine di un anno solare terribile. Un 2017 in cui il Grifone, più spelacchiato che mai, dopo aver toccato il fondo ha cominciato alacremente a scavare, e sembrava non volersi fermare più.
Numeri da far strabuzzare gli occhi: fino all'inizio di novembre, fino al terzo derby consecutivo perso (un'onta), in campionato ventuno (ventuno!) sconfitte (di cui quattro subite con Mandorlini trainer), sette pareggi e la bellezza di quattro (quattro!) vittorie. Un incubo, un vero incubo sportivo, disseminato di prestazioni sconsolanti e di alcune impennate di risultati (successo a Cagliari) e di gioco (primo tempo con la Juve a inizio stagione, partita intera a Milano con l'Inter prima della beffa finale) che hanno avuto effetti nefasti, illudendo Preziosi che Juric fosse comunque l'uomo giusto per la panchina rossoblù, che avesse il pieno controllo della situazione e che la squadra fosse vicina ad esprimere compiutamente le proprie doti, discrete pur se non eccezionali. 
2017: SQUADRA IN PICCHIATA - Illusioni, appunto: onestamente, non si vede cos'altro dovesse fare, il buon Ivan, per ricevere il benservito. Con tutto il bene che si può volere a una storica bandiera del recente passato genoano, con tutta la fiducia che aveva meritato dopo la promozione miracolo alla guida del Crotone, numeri e dati tecnici lo condannavano da ben prima dell'ultimo boccone amaro, la caduta autunnale nella stracittadina. Una compagine in difficoltà fisica e tattica, fragilissima dietro e nel mezzo, inconsistente davanti, e psicologicamente non del tutto consapevole del baratro che le si stava spalancando davanti, alla luce degli endorsement indirizzati al coach croato da parte dei giocatori. Un cocktail micidiale, tale da abbattere la resistenza di un toro.
MA NON E' UN GENOA SCARSO... - Onestamente, non si poteva andare avanti così. Ripeto qui quanto già scritto quest'estate in sede di presentazione del nuovo Genoa: rosa non eccelsa, costruita in maniera non razionale in alcuni ruoli, ma dotata di uomini di classe ed esperienza in misura sufficiente per guadagnarsi una salvezza più tranquilla di quella del precedente torneo. Pareva una bestemmia, la mia: era la semplice verità. Bastavano pochi ingredienti: un allenatore più esperto e (si può dire?) migliore del precedente sotto tutti i punti di vista; un dirigente in grado di riportare fiducia e linearità in società e di riavvicinarla al pubblico, dopo mesi sfiancanti in cui i vertici del club sono apparsi colpevolmente lontani e distratti, fin troppo concentrati su una trattativa di cessione finita poi in una bolla di sapone (almeno momentaneamente...). 
TORNA IL PRIMATO DELLA DIFESA - Ballardini e Perinetti hanno ristabilito la realtà delle cose: la squadra c'era, pur se lacunosa, aveva solo bisogno di lavorare in tranquillità e di essere guidata all'insegna della massima concretezza, senza voli pindarici. Un buon team di calcio si costruisce a partire dalla solidità in retroguardia, si è sempre detto in Italia: può essere vero anche oggi che l'arte nostrana del saper difendere si è impoverita, lasciando spazio a fortunati frombolieri che trovano vita fin troppo facile in terze linee dalle maglie larghissime (si veda ad esempio Spal - Lazio di sabato scorso). Da quando "zio Balla" è tornato sotto la Lanterna, in otto gare di campionato il Genoa ha segnato appena sei gol, ma ne ha subiti tre, di cui due nella stessa, sfortunata gara con l'Atalanta; Perin, il ritrovato, splendido Perin, non viene infilato da quattro partite; una squadra che ha conquistato una compattezza impensabile, e che si è portata a casa ben quindici punti, dopo averne fatti sei nelle prime dodici giornate. 
L'IMPENNATA DI FINE AUTUNNO - Certi numeri parlano da soli: dopo il derby, scommettere sulla salvezza rossoblù era azzardo da ottimisti; oggi, con sei punti di vantaggio sulla terzultima, si respira tutta un'altra aria, anche se non si può certo abbassare la guardia, visto che le avversarie sul fondo paiono tutte molto più combattive rispetto alle retrocesse dell'anno passato. Ma anche su questo versante il Genoa del new deal ha messo in cassaforte risultati importanti: quattro vittorie contro quattro rivali dirette (Crotone, Verona, il ringalluzzito Benevento e il Sassuolo che, come dicono in tanti, sarà anche là sotto per caso, ma intanto c'è, e quindi...), vittorie che al momento lo avvantaggiano in caso di arrivo a pari punti. Il Grifo ballardiniano ha trovato una sua identità: non è bello a vedersi, è sovente sparagnino, ma subisce poco, sa resistere agli assalti di squadre più qualitative come Fiorentina, Roma e Torino, e fa punti: onestamente non si poteva desiderare di meglio, impantanato com'era nei bassifondi. Il livello della manovra lieviterà, si spera, quando la classifica sarà messa in sicurezza e alcuni big sottotono raggiungeranno la migliore forma.
ROSSI LA GEMMA, LAPADULA IN RIPRESA? - E poi, ciliegina sulla torta, è arrivato Pepito: se dopo la sosta si ripresentasse almeno al 70 per cento delle sue effettive potenzialità, il Grifo avrebbe risolto buona parte dei suoi problemi. Rossi è un fuoriclasse del calcio del ventunesimo secolo, un professionista esemplare che non ha potuto toccare le massime vette della gloria perché bersagliato dalla malasorte: meritava questa chance, anche perché per lui "non può piovere per sempre". Così come merita fiducia Lapadula, sulle cui grigie prove (e sullo scarso minutaggio) ha pesato la preparazione ridotta per via della fascite estiva, a cui si è aggiunto l'infortunio al ginocchio alla terza di campionato. Nelle ultime uscite è parso in crescita, in fatto di sacrificio e partecipazione al gioco: deve ritrovare la mira, che non è poco, deve essere ancor più presente in fase conclusiva, ma ora ha due settimane di tempo per migliorare il tono fisico e ritrovare fiducia nei suoi mezzi. I due ex nazionali azzurri sono, sulla carta, due pezzi da novanta, che potrebbero tirare fuori in quattro e quattr'otto i liguri dalle sabbie mobili, a maggior ragione se coadiuvati dai guizzi di un Taraabt a cui si chiede solo più continuità. 
SPOLLI E PERIN RITROVATI - Ecco perché dico che il Genoa, così com'è, ha ancora margini di miglioramento: la risalita delle ultime gare è stata costruita sull'impenetrabilità, sulla razionale organizzazione del collettivo, sulla scorza coriacea dei recuperati Spolli e Rigoni, su un Perin che, riappropriatosi delle sue misure di campione, è al momento superiore a Donnarumma, su un Izzo sempre affidabile e su un Galabinov che ha potenza e colpi da dignitoso attaccante di categoria; se questa compagine troverà la quadra anche là davanti, se riuscirà a costruire di più e a concretizzare le occasioni che comunque sa creare, la salvezza anticipata non sarà un'impresa impossibile. 
MERCATO: UN PREZIOSI PIU' TRANQUILLO? - Il che non toglie che sul mercato appena apertosi bisognerà comunque intervenire: occorre un altro puntello per la difesa, e soprattutto un forte incontrista nel mezzo, chimera inseguita da oltre un anno; se arrivasse qualcosa anche per le corsie esterne sarebbe l'ideale, pur se Biraschi (soprattutto) e Migliore hanno fin qui dimostrato di essere qualcosa di più di alternative ai titolari. E riguardo alla prima linea, bisognerà sciogliere il nodo Lapadula: puntare ancora su di lui, come auspicato sopra (anche per valorizzare l'importante investimento fatto sull'italo-peruviano), o cercare subito una punta pronta all'uso?
MANTENERE LA CATEGORIA: OBIETTIVO IMPRESCINDIBILE - E ancora: partirà qualche big? Possibile, perché il risanamento finanziario della società rimane prioritario e per portarlo a compimento è fondamentale mantenere la massima categoria. E' questo il punto chiave della stagione: una retrocessione, pur amarissima, sarebbe comunque un boccone digeribile sul piano tecnico (anche se è un'esperienza che nessun genoano vorrebbe di nuovo provare...); in fondo ci sono passate un po' tutte le medio-piccole in tempi più o meno recenti, dalla Samp al Toro, dall'Atalanta al Bologna: è un'eventualità che rientra fra i pericoli di un campionato "storto". Ma il declassamento comporterebbe, probabilmente, rischi incalcolabili sul versante economico e gestionale. E' dunque una iattura da evitare a ogni costo. Per questo, ritengo che Preziosi, ben... indirizzato da Perinetti, quest'anno non commetterà gli errori di dodici mesi fa, quando si privò di Rincon e Pavoletti mettendo in enormi ambasce il già insicuro Juric. Ora come non mai, è il momento giusto per essere ottimisti, il che non vuol dire volare troppo con la fantasia: ma si riparte dall'impagabile Balla, dal saggio Perinetti e dai piedi fatati di un Pepito che vuole finalmente prendere a calci la sfortuna. Tre carte vincenti: non è poco, per il Grifo di questi avventurosi anni. 

domenica 27 agosto 2017

GENOA: IL PUNTO PRIMA DELLA SOSTA. QUANTO VALE DAVVERO IL NUOVO GRIFONE?


Più che di punto della situazione dopo le prime tre uscite ufficiali (due in campionato e una in Coppa Italia), sarebbe opportuno parlare di bilancio complessivo dell'estate genoana, ma ditemi voi come si fa... La stagione calda 2017 è stata fra le più movimentate di sempre della storia del club, e sì che in casa rossoblu c'è da tempo l'abitudine alle "hot summers" (in tal senso, si spera rimanga insuperabile quella sportivamente drammatica del 2005, con la promozione in A trasformata in retrocessione in C). Gli avvenimenti epocali sono per ora rimasti sulla carta, ma è evidente che qualcosa di grosso si stia muovendo a livello societario. 
QUATTRO RIFLESSIONI - Tuttavia, da questo punto di vista, c'è poco da dire: il passaggio di consegne sembra imminente (ma alcuni giornali genovesi, tre anni fa, avevano parlato di "questione di ore" per l'addio di Preziosi), quindi ne riparleremo quando tutte le carte saranno state scoperte. Solo qualche riflessione: 1) Il joker ha tutto l'interesse a lasciare il club in ottime mani, perché in caso contrario la sua futura credibilità di imprenditore ne risulterebbe gravemente compromessa. 2) Il joker è uno che sa ben navigare nel mondo degli affari, quindi auspico che passi la mano dopo aver ben valutato la solidità finanziaria degli aspiranti acquirenti, soprattutto in prospettiva. 3) Per mantenere a galla, stabilizzare e rilanciare il Genoa, ovviamente senza voli pindarici, occorrono robuste risorse economiche, ergo gli investitori dietro la Sri Group di Giulio Gallazzi dovranno avere contorni ben più definiti di quelli, assai sfuggenti, emersi dalle cronache giornalistiche delle ultime settimane. 4) In ogni caso, fossi stato in Gallazzi avrei evitato questo presenzialismo sui media e vicino al Genoa, visto che la trattativa non è ancora andata a buon fine: in certe circostanze, il basso profilo è sempre preferibile.  
PERIN IL VERO RINFORZO - Rimanendo dunque in attesa di sviluppi positivi o negativi, parliamo del campo. Il calciomercato ancora in corso e la prima sosta per la Nazionale ci hanno consegnato un Grifone  indecifrabile. Le iniziali luminarie in fase di campagna acquisti si sono ben presto spente, in linea con le difficoltà del club, e gira che ti rigira il miglior "rinforzo" è Perin, che dopo l'ennesimo infortunio si è ripresentato in campo tirato a lucido. Contro la Juve, ieri al Ferraris, ha regalato alcune prodezze strepitose, che non sono bastate a salvare la baracca sia perché il confronto coi bianconeri è al momento improponibile, sia perché il Genoa attuale è sì superiore, ma non di molto, a quello che nel maggio scorso ha ottenuto una salvezza risicata, grigia e sofferta al culmine di un girone di ritorno inguardabile, raggiunta con una quota punti bassissima e grazie al fondamentale apporto di rivali specializzate nel giocare a ciapanò. 
Perin è uno dei pochi portieri su piazza a garantire, con le sue sole prestazioni, un discreto gruzzolo di punti supplementari alla squadra di appartenenza: come Buffon, fatte le debite proporzioni, e non come Donnarumma, del quale non ho ancora rilevato la capacità di incidere che sarebbe logico pretendere dall'erede designato del più grande "arquero" degli ultimi vent'anni. Erede dello juventino sarebbe peraltro dovuto essere proprio il rossoblu, prima della catena di infortuni che ne hanno ritardato l'affermazione, ma pazienza, di tempo per recuperare ce n'è... Davanti a lui, come detto, c'è un Genoa che ha visto incrementare il suo tasso di classe rispetto all'ultimo disgraziato campionato, ma non al punto di poter aspirare a una placida navigazione fra centro classifica e "parte sinistra", allo stato attuale. 
UN CAGNACCIO PER PROTEGGERE DIFESA E CENTROCAMPO - La difesa ha perso un leader come Burdisso, per quanto l'ultima versione dell'argentino non fosse delle più scintillanti, ha trovato Rossettini, Zukanovic e Spolli che sono onesti mestieranti della categoria ma non fanno dormire sonni tranquillissimi. Biraschi è promettente ma deve crescere, e nel frattempo è logico metterne in preventivo alcuni black out, mentre Izzo, il vero califfo del reparto, tornerà in campo solo ad ottobre. Nel caso non arrivasse un ulteriore puntello (non sembra essere nei piani societari), per proteggere una difesa di valore medio aumenterebbe vieppiù l'esigenza di un "cagnaccio" di centrocampo, senza il quale oltretutto i "piedi buoni" Bertolacci e Veloso rischiano di andare in apnea e venire travolti. E' una necessità evidente da tempo, lo stesso Juric ha più volte sottolineato l'incompletezza della rosa, ed è sconsolante che ci si debba ridurre agli ultimi giorni di mercato per tamponare falle tecniche che potrebbero risultare esiziali. Così come è rischioso concentrarsi eccessivamente sull'inseguimento di un obiettivo, Sturaro, che pare di difficile raggiungimento. 
BERTOLACCI, VELOSO E FORSE ANSALDI: QUALITA', MA... - Sulle fasce, dovesse partire Laxalt per fare posto al cavallo di ritorno Ansaldi è chiaro che la squadra non ci rimetterebbe, anzi, ma siamo ancora alla teoria pura. Con l'argentino ex Inter (ma anche ex Genoa...), e con Bertolacci e Veloso nel mezzo ci sarebbe comunque una discreta dose di qualità pedatoria a far impennare le quotazioni del Grifo, là dove nasce e si sviluppa il gioco (con in più l'interessantissimo prospetto Brlek in anticamera). Ammesso e non concesso che il "Berto" possa tornare quello dell'era gasperiniana, talmente efficace e travolgente da essersi guadagnato la convocazione in azzurro, mentre la sensazione è che si continui a sovrastimare l'apporto di Miguel, il quale nei suoi anni sotto la Lanterna ha mostrato solo in minima parte le sue reclamizzate doti di perno della zona nevralgica e di buon tiratore della distanza. 
LAPADULA DIPENDENTI? - In avanti, ha salutato la compagnia Simeone che doveva rappresentare il punto di partenza della nuova era genoana, oltretutto per una cifra che, se son veri i 18 milioni sbandierati dai giornali, è assolutamente incomprensibile, paragonata ad esempio agli oltre 30 di quotazione attribuiti a Schick. Il rischio è di diventare Lapadula dipendenti: le prime gare giocate senza l'ex milanista (comparso solo sul finire del match con Madama) hanno mostrato, relativamente al campionato, un team in grado di produrre un buon volume di gioco offensivo, ma scarsamente concreto nei sedici metri finali: ieri, a Marassi, i gol sono arrivati su un'autorete e su un rigore via Var. La speranza è che il celebrato fromboliere sia completamente guarito dalla fascite plantare che gli ha fatto saltare una parte di preparazione, altrimenti ci si dovrebbe affidare a un Palladino in chiara fase discendente, a un Pandev che ormai solo a sprazzi sa regalare i guizzi d'attacco del tempo che fu, e a un Galabinov che arriva in A alla soglia dei trent'anni, ha mostrato buon dinamismo e coraggio ma è tutto da verificare sulla lunga distanza.
CENTURION E TAARABT: ORA O MAI PIU' - Riguardo a Pellegri e Salcedo, caricare di eccessive responsabilità due sedicenni sarebbe un grave errore, per loro e per il Genoa. Per tacere dell'oggetto misterioso Centurion, di cui si dicono mirabilie in tema di fantasia, doti balistiche e capacità di saltare l'uomo, ma che tali qualità deve finalmente dimostrarle sul campo, in Italia, smussando magari certe spigolosità di carattere. La sensazione è comunque che Roby Baggio abbia esagerato col suo endorsement nei suoi confronti (anche se alla fine ha solo detto che "gli piace" Centurion, senza investirlo a proprio erede come qualcuno ha azzardato scrivere). E Taarabt? Ha migliorato la forma fisica, ma la sua carriera dimostra che si tratta comunque di una scommessa ad alto rischio. Poteva tornare utile Morosini, e ancora non mi spiego per quale motivo Juric abbia così poco creduto in lui e nell'altro prospetto su cui si era investito l'anno passato, il laterale Beghetto. 
IN BILICO FRA TRANQUILLITA' E SOFFERENZA - Emerge un quadro per nulla definito, in balia di troppe variabili esterne (mercato, cambio di proprietà) ed interne (pregi e limiti della rosa). Se Perin, Izzo quando tornerà, Zukanovic, Bertolacci, Veloso, Centurion e Lapadula si esprimeranno ai massimi livelli, la Nord potrà comunque sorridere ma limitando le proprie ambizioni; se arriveranno Ansaldi e il fondamentale mastino nel mezzo, ogni ipotesi di sofferenza nei bassifondi dovrebbe essere bandita. In caso contrario, rimane una squadra in grado, come ha fatto contro i Campioni d'Italia, di battersi se non altro con furore, intraprendenza e discreta aggressività anche al cospetto di rivali eccelsi, almeno fin quando il fiato regge. Ma, come già scrissi molto tempo fa, occorre diffidare delle "gloriose sconfitte", perché non è detto che certe buone prestazioni siano garanzia di uguale rendimento anche in sfide più abbordabili, come del resto ha plasticamente dimostrato la stagione passata, coi tanti punti persi con le varie Empoli, Palermo e Pescara. 
I DUBBI DI JURIC - E' stato dunque assurdo attaccare Ivan Juric per aver detto che, allo stato delle cose, "la salvezza è tanta roba". Avrebbe forse dovuto innalzare l'asticella, salvo poi trovarsi ugualmente contestato per aver promesso ciò che non poteva mantenere? Ripetiamo: è un Genoa che, pur con qualche puntello in più, non è stato rivoluzionato come il disastro 2016/17 avrebbe richiesto, e parte dunque con l'anima della squadra che tante brutte figure ha inanellato pochi mesi fa, con tutte le riserve del caso soprattutto sul piano caratteriale e psicologico. E parte con lo stesso manico, il quale si spera abbia fatto tesoro dei tanti errori commessi e posto rimedio ad alcuni dei limiti emersi prima dell'esonero. Una seconda possibilità come questa non viene concessa a chiunque: ne faccia tesoro. Ha comunque in gruppo un Perin nuovamente attivo e più carismatico che mai. Non è poco. 

lunedì 28 novembre 2016

DOPO IL TRIONFO SULLA JUVE: I PIU' E I MENO DEL GENOA A UN TERZO DEL CAMMINO


Un terzo del cammino in campionato è stato compiuto: tempo dunque di primi bilanci in casa Genoa. Debbo essere sincero: avessi scritto una settimana fa, e ne avevo pure fatto cenno su Facebook, non me la sarei sentita di archiviare come totalmente positiva questa prima, significativa parte di stagione. Poi, la strepitosa impresa contro la Juventus ha rimescolato le carte e mi ha reso più indulgente. Mi si obietterà: può una sola vittoria, per quanto prestigiosa, sorprendente e meritata come quella di ieri, far cambiare radicalmente un giudizio? Beh, radicalmente no di certo, ma parliamoci chiaro: l'impressione offerta dal Grifone al cospetto dei pentacampioni d'Italia è stata ben più che notevole. Gianni Cerqueti, a Novantesimo minuto, ha parlato di uno dei primi tempi migliori nella storia rossoblù. Con tutta la stima per il popolare telecronista Rai, certe affermazioni sono oltremodo azzardate, riferendosi a una società che ha alle spalle 123 anni di storia e di partite, e tuttavia... 
JUVE SCHIANTATA - Tuttavia, il dato oggettivo è che la formazione di Juric ha letteralmente schiantato Madama, sul piano della fisicità, del ritmo, della concretezza, persino della qualità di manovra. E lo ha fatto pur dovendo rinunciare ad elementi chiave come Veloso e soprattutto Pavoletti, che per il Genoa vanno ritenuti quasi vitali, in particolare la punta azzurra. Assenze ne aveva anche la Juve, certo, ma credo che il confronto non regga: basta dare uno sguardo all'organico a disposizione di Allegri per capire come qualche forfait, pur doloroso, possa essere tamponato con soluzioni che farebbero la fortuna di qualsiasi altro club di Serie A. 
Poi, ovvio che quando maturano certi risultati inattesi la verità va sempre cercata a metà strada: in parole povere, anche i torinesi ci hanno messo del loro, così come del resto hanno quasi sempre fatto fin dall'inizio della stagione (difficile trovare una loro partita in cui abbiano brillato di luce intensissima dal primo all'ultimo minuto); la differenza è che stavolta, come accaduto nelle due infauste trasferte a San Siro, hanno trovato una compagine abile, sveglia, svelta e tonica, e soprattutto non rassegnata al peggio, capace di metterne da subito impietosamente a nudo i limiti atletici, tattici e mentali. 
COME DUE ANNI FA? NO... - Una curiosità: anche nel felicissimo campionato di due anni fa (mancata licenza Uefa a parte...), nella prima parte del torneo il Genoa aveva messo a segno gli stessi colpacci contro le stesse grandi: Antonini e Antonelli castigarono Juventus e Milan di misura, mentre questa volta i due successi hanno assunto proporzioni decisamente più ampie, 3-0 ai rossoneri e 3-1 a Buffon e compagni. Credo però che i paragoni debbano fermarsi qua, rinviando i sogni di gloria. Il Grifone del 2014/15 non si era limitato a quei due acuti, ma aveva già dato ampie dimostrazioni di affidabilità e tenuta anche contro avversari più "terrestri", che è poi ciò che fa la differenza fra una squadra in grado di puntare in alto e una che deve accontentarsi di un piccolo cabotaggio interrotto da qualche isolato exploit. E il prosieguo confermò le favorevoli impressioni: nonostante la rivoluzione invernale di mercato, Gasperini continuò a far marciare il complesso a ritmi elevati, innalzandolo fino al sesto posto conclusivo. A quel Genoa indemoniato è casomai da paragonare la terribile Atalanta attuale, non a caso guidata dal medesimo nocchiero: vedremo se l'esito finale sarà lo stesso, tenuto conto che quello orobico, pur valido, pare un team un po' meno dotato, sul piano dei valori individuali, rispetto ai rossoblù dell'epoca (ricordiamo i vari Bertolacci, Kucka, Perotti, Niang e Iago Falquè). 
OCCASIONI MANCATE - Questo Genoa, ragionevolmente, non pare in grado di ripetere la splendida cavalcata di due tornei fa. E' una compagine dalle potenzialità notevoli, perché certi successi - boom non si ottengono per caso, soprattutto se sono sostenuti da prestazioni di così alto spessore. Ma la prima parte del campionato ha detto anche altro, e in primis che questa squadra manca drammaticamente di continuità. Il calendario è stato fin qui estremamente favorevole, però le occasioni migliori sono state gettate al vento: le mancate vittorie nelle tre gare casalinghe con Pescara, Empoli e Udinese (ma anche il derby perso contro una Sampdoria in gravi ambasce psicologiche, sfida peraltro assai sfortunata) gridano vendetta.
Scusanti di peso si possono accampare solo per il pari con gli abruzzesi, condizionato dalla clamorosa svista arbitrale sul salvataggio di mano di Zampano; ma la settimana prima era stato il Napoli a recriminare per certi episodi nel match di Marassi. Insomma, al contrario di quanto avvenuto troppo spesso in passato (anche nella citata, fausta stagione 2014/15), finora le giacchette gialle hanno avuto un'incidenza assai relativa sulle sorti del Grifo. Più pesante è stata, per l'appunto, la mancanza di killer instinct negli appuntamenti "alla portata", i black out che hanno frenato Perin e colleghi ogni volta che c'era la possibilità di spiccare il volo. 
PAVOLETTI, VELOSO E I POCHI RICAMBI - Di questo non si può certo accusare Juric, che sta anzi facendo sostanzialmente bene alla sua prima esperienza nella massima categoria: ha seguito il solco tracciato dal suo mentore Gasperini, magari con gioco meno verticale e più elaborato nonché più attenzione alla copertura. Ne risultano un maggior equilibrio complessivo ma anche un pizzico di difficoltà in più a pungere in zona gol (nonostante le occasioni arrivino), come dimostra del resto il misero score messo insieme nelle partite prima citate (Pescara, Empoli, Udinese).
Le attenuanti esistono, comunque: la solita spada di Damocle dell'infermeria, innanzitutto, con particolare riferimento a Pavoletti, che resta elemento chiave non solo come terminale ma più in generale per lo sviluppo di tutta la manovra offensiva (lo ha dimostrato chiaramente contro il Milan) e che Preziosi tenterà di trattenere fino a giugno, anche se le sirene si fanno sempre più insistenti; un Veloso che, per quanto dignitoso, anche in questa sua seconda esperienza sotto la Lanterna non riesce ad essere incisivo e carismatico nell'organizzazione di gioco come potrebbe e dovrebbe; le troppe espulsioni che hanno caratterizzato questa prima parte del cammino; e poi, una apparente inadeguatezza della rosa a livello di ricambi in determinati ruoli: è ancora tutta da dimostrare la validità a questi di livelli dei vari Orban, Biraschi, Brivio, Ntcham (spero ovviamente di essere smentito), mentre Pandev continua il suo digiuno nei sedici metri finali e Gakpè non regala più di qualche lampo. 
LE NOTE LIETE, DA RIGONI AL CHOLITO - Anche nel mezzo le alternative sono ridotte all'osso, soprattutto dal momento in cui è stato ulteriormente avanzato il raggio d'azione di Luca Rigoni, chiamato a un lavoro piuttosto sfiancante fra centrocampo e trequarti ma, in compenso, ancor più presente e pericoloso negli inserimenti in zona d'attacco. Le note liete vengono proprio dalla fascia di campo in cui si rifiniscono le azioni e si punta verso la porta avversaria: oltre al generoso ex Palermo, si stanno ritagliando spiccioli di gloria lo sgusciante Ninkovic e il virtuoso Ocampos che sta finalmente uscendo dal guscio dopo essere stato adeguatamente pungolato dal mister; ma si tratta comunque di due classe '94, e, come tali, naturali prede di quegli sbalzi di rendimento tipici dell'età più verde: possono dunque tornare utilissimi, ma difficilmente saranno sufficienti a far compiere un poderoso salto di qualità. Menzione anche per Lazovic, che però deve fare ben più dello splendido assist di ieri a Simeone  (gol del 2-0) per rimediare a tanti passaggi a vuoto accumulati anche nell'annata passata. 
Proprio Simeone jr è la novità più bella, una nuova scommessa vinta da Preziosi, una delle tante della sua turbolenta presidenza, va detto: l'impatto con la Serie A nostrana di questo giovanissimo è stato sensazionale, quattro gol pesanti, due realizzati ieri a mettere sollecitamente ko la Signora: un crack che rende il Genoa meno Pavoletti - dipendente e che deve essere accuratamente gestito, e quindi non gravato di eccessive responsabilità. Nelle retrovie, meritano una citazione soprattutto il ritrovato Munoz, un Laxalt stantuffo inesauribile ma anche capace di colpi tecnicamente esaltanti, e un Izzo sempre più sicuro di sé, solido perno del reparto difensivo. 
PROSPETTIVE - Come si vede, la squadra ha mezzi più che discreti, seppur limitati in certi ruoli. La lettura pare abbastanza semplice: c'è il necessario per un campionato dignitoso e per una salvezza anticipata (anche perché la quota di permanenza, quest'anno, potrebbe essere clamorosamente bassa: non lo dice solo la qualità delle ultime, invero assai modesta, ma la loro media punti e il conseguente rendimento in proiezione). Di alzare l'asticella, al momento, meglio non parlare: gli alti e bassi sono nemici dei grandi traguardi. Si badi, per il futuro prossimo, a muoversi in maniera oculata nella finestra di mercato di gennaio. Intanto già incombe un interrogativo: come verrà gestito il fattore Coppa Italia, tradizionale buco nero genoano (il fondo è stato toccato dodici mesi fa, con la resa di fronte all'Alessandria)? Tra pochi giorni, col Perugia, il primo verdetto. 

lunedì 11 aprile 2016

GENOA IN SALVO: LA FIRMA DI GASPERINI, CERCI MEGLIO DI PEROTTI

                                              Cerci: vero rinforzo per il Grifo

Quota quaranta punti è raggiunta, il Genoa è fuori dalle secche. Sono sincero, come sempre: a gennaio, al culmine dell'orribile sequela di cinque sconfitte consecutive (con la... ciliegina sulla torta dell'ingiustificabile eliminazione in Coppitalia per mano dell'Alessandria, a Marassi), non avrei mai scommesso su una salvezza "virtuale" messa in cassaforte con così ampio anticipo. Recito dunque il mea culpa, e del resto è facile vedere orizzonti cupi quando si accumulano così tanti segnali negativi come avvenne in quel periodo: partite perse dopo aver meritato di vincere (Bologna), gol decisivi sbagliati a porta vuota o giù di lì (Lazovic nel derby), acciacchi a catena e squalifiche di uomini decisivi (Pavoletti, Perotti). 
Sembrava la classica stagione stregata, anche per le zavorre lasciate in eredità da un'estate tormentata: la qualificazione europea svanita per mancata licenza, nuovi acquisti di fuorivia che, settimana dopo settimana, trapanavano l'acqua in maniera sempre più evidente, e un Gasperini che pareva aver perso i suoi... poteri magici, come dimostrava il gioco della squadra, appannato come raramente era capitato durante la sua lunga permanenza in Liguria. Già, Gasperson: senza far torto a nessuno, mai come quest'anno appare chiara, evidente, lampante la sua impronta sul raggiungimento dell'obiettivo prefissato. Perché ha ricostruito il morale di una truppa psicologicamente rasa al suolo da quell'inizio di inverno, ha ricaricato e motivato giocatori reduci da mesi difficili e tratto il massimo da elementi non propriamente eccezionali; perché, infine, ha saputo incrementare il rendimento del complesso proprio quando sono venuti a mancare due apparenti pilastri, il Pavoletti lanciato verso l'azzurro e poi appiedato da un lungo infortunio, e quel Perotti sulla cui importanza, peraltro, si è francamente ricamato un po' troppo. 
IL PEROTTI SOVRASTIMATO - La partenza per Roma dell'agile fantasista aveva provocato crisi di disperazione fra molti tifosi e pessimismo cosmico presso diversi addetti ai lavori, che ritenevano l'argentino figura chiave per la manovra offensiva rossoblù. Personalmente, il Perotti visto quest'anno non mi ha mai convinto, e del resto i dati oggettivi, quelli che più contano nel calcio, parlano di un'incidenza minima sulla classifica da parte sua. Alessio Cerci, suo sostituto quasi testuale sul piano della classe pura (no, non è una bestemmia) e su quello tattico, è stato più decisivo in un paio di mesi che non Diego in tutto il girone d'andata. Questa è la cruda verità, piaccia o non piaccia: sul fatto che poi Perotti, una volta nella Capitale, si sia scatenato con gol, tiri, assist e una presenza costante nel vivo dell'azione che qui non si vedeva da tempo, preferisco sorvolare. E' pur vero che il contesto tecnico giallorosso è nettamente superiore rispetto a quello del Grifone, oltre ad essere più stimolante quanto a traguardi da inseguire, ma non è che in casa Genoa si piangesse miseria o vi fosse penuria di talento: da Perin a Burdisso, da Izzo ad Ansaldi, da Laxalt a Rincon, da Dzemaili a Pavoletti, mi pare non ci fosse da strapparsi i capelli per la disperazione, perché gente che parlava il suo medesimo linguaggio  calcistico ce n'è anche qui. Forse era solo questione di carattere, scarsa adattabilità alle situazioni difficili, ciò che distingue gli ottimi calciatori dai campioni e dai fuoriclasse. 
MERCATO DI GENNAIO OK - Perotti sotto zero, dunque, mentre Cerci e Suso hanno spinto il Vecchio Balordo lontano dalle fiamme dell'inferno. Ecco la conferma a una mia vecchia teoria: fra le tante brutture del football italiano d'oggi, il mercato di riparazione piazzato a gennaio è una delle poche cose da salvare. Se fatto con criterio, può consentire di rimediare agli errori agostani, anche ai più clamorosi, e di rimettere in sesto una barca che fa acqua da tutte le parti. E' successo sotto il Cupolone, col citato Perotti e con l'indemoniato El Shaarawy, gioiello ritrovato a cui si aggrappa la fragile (sul piano delle risorse in prima linea) Nazionale di Conte: è accaduto, più modestamente, sotto la Lanterna, dove i due ex milanisti hanno dato sprint e imprevidibilità nei sedici metri finali, col supporto, alle spalle, dell'impagabile Luca Rigoni, sostanza, intelligenza tattica e colpi da bomber consumato sotto porta, la classe operaia che va davvero in paradiso. 
CERCI NELL'ANNO BUONO - Cerci è uno di quei calciatori che fa quasi innervosire, per il patrimonio di talento sprecato. Aveva tutto per sfondare ad alti livelli, invece è rimasto imprigionato in quel limbo che ha inghiottito tanti calciatori nostrani venuti alla ribalta nel primo decennio del secolo, ragazzi che sembravano destinati a spaccare il mondo e invece entreranno nei libri di storia del pallone come grandi incompiuti. Alessio fece grandi partite in azzurro, durante la gestione Prandelli, ne ricordo soprattutto una col Brasile in amichevole (un 2-2 in cui i nostri avrebbero meritato la vittoria), al Torino recitò un ruolo fondamentale nell'innalzare Immobile in vetta alla classifica cannonieri di Serie A, fu quindi giustamente selezionato per il Mondiale 2014, dove fallì come quasi tutti, ma avendo a disposizione un minutaggio estremamente ridotto. Anche al Milan, quest'anno, le cose sono andate male, a lui e ad altri attesi protagonisti, ma in rossoblù, prima di fermarsi per un infortunio, ha prodotto gol e assist fondamentali, anche trasformando con freddezza rigori pesanti come macigni. 
GASPERINI, IL MIGLIORE - Al di là del contributo dei singoli (l'esperienza internazionale di Ansaldi e Rincon, il dinamismo di Laxalt, la crescita di Izzo, l'utilità di Munoz, un Perin di nuovo da Nazionale), sono da sottolineare, dunque, l'impennata sul piano mentale e della personalità, e la capacità del trainer di serrare le fila e di tenere saldo il timone in un ambiente fin troppo fumantino, anche per via dei rapporti tesi fra lo stesso mister e alcuni esponenti della tifoseria. Insomma, nonostante una stagione all'insegna delle vacche magre, dopo quella della ritrovata grandeur e dell'Europa conquistata "solo" sul campo, il Genoa in versione 2016 merita ugualmente l'elogio pieno, per la perentorietà con cui è riemerso da mazzate che avrebbero abbattuto anche un toro. E vien da pensare a cosa sarebbe stato, di questa "temporada", senza quello sciagurato scivolone col Carpi, secondo me la svolta negativa, un tonfo talmente assurdo che non poteva non lasciare tracce pesanti. 
GENOA CHIAMA ITALIA - Pazienza: è già un successo poter puntare al raggiungimento delle prime dieci posizioni, il massimo a cui questa squadra potesse aspirare in partenza, e guardare al derby della penultima giornata come una mera occasione per stabilire le gerarchie cittadine, e non come un "mors tua vita mea"; il tutto, sulla scorta di un rendimento interno da alta classifica (nove vittorie a Marassi, come in tutto il campionato scorso), il Ferraris tornato fortino. Senza tralasciare un particolare: questo team ha ritrovato un'anima italiana, dopo le eccessive concessioni al'esterofilia dell'ultimo anno; Perin, Izzo, Rigoni, Cerci, Pavoletti, tutti decisivi, alcuni con prospettive azzurre assai concrete. Avere un cuore azzurro è importante, in questi tempi grigi per il vivaio nazionale. E il Genoa è il papà del calcio italiano, deve tenere alta questa bandiera oltremodo sgualcita. 
DOMANI? MEGLIO COL GASP... - Il futuro? Col Genoa, il futuro cambia vorticosamente, ogni anni si riparte con tantissime novità non tutte gradite, non tutte necessarie (anche se ultimamente un filo conduttore si trova, uno zoccolo duro in spogliatoio si è formato): dunque, è inutile tormentarsi con ipotesi di partenze illustri e arrivi non all'altezza. Certo, l'unico autentico elemento di continuità, una garanzia pressoché totale per la sopravvivenza ai massimi livelli, è Gasperini, che ha ripetuto fino alla noia di aver fatto la sua scelta l'anno scorso (prolungando il contratto), chiarendo però di aver bisogno di una società credibile e di un presidente forte, ciò che dal giugno scorso in poi, col pasticciaccio Uefa, le incognite di bilancio, le trattative per la vendita del club non andate in porto, francamente non si percepisce. Non si possono nemmeno chiamare pretese, le sue: sono i requisiti minimi per poter continuare a lavorare fruttuosamente. Chiaro che il Genoa sopravviverebbe anche senza Gasp (che non può essere eterno), ma, dopo l'ennesimo capolavoro, Preziosi può permettersi di lasciarsi sfuggire il trainer che più ha capito la piazza (senza per questo blandirla), l'ambiente societario e le sue dinamiche, che sa gestire mirabilmente il gruppo e valorizzare tutti i giocatori valorizzabili, offrendo anche scampoli di buonissimo calcio? 

lunedì 6 aprile 2015

DOSSIER GENOA: IL GRIFONE SFIORISCE IN PRIMAVERA, E NON E' SOLO COLPA DEGLI ARBITRI...

                            Perotti: neanche lui riesce a rendere mortifero l'attacco del Genoa

Come l'anno scorso, al medesimo punto della stagione calcistica, il Genoa sfiorisce, diventa brutto anatroccolo, e torna ad essere più croce che delizia per i propri tifosi. Questa volta le premesse parevano radicalmente diverse, rispetto a dodici mesi fa: nel 2013/14, la zavorra iniziale della gestione Liverani (trionfo nel derby a parte) aveva costretto il subentrato Gasperini a una rincorsa ad handicap per rimettere la squadra in carreggiata; una volta approdato brillantemente ad una posizione di classifica tranquilla, il Grifo semplicemente sbracò, "regalando" un finale di campionato da matita blu (tanto da meritarsi la mia insufficienza, come giudizio complessivo sull'annata, voto di cui non mi pento). 
ILLUSIONI - Questa temporada, si diceva, sembrava esser nata sotto auspici diversi: fino a metà dicembre, gioco rossoblù di grana finissima, tale da aver issato il team fino al terzo posto, al termine della gara vinta a Marassi sul Milan. Avevo dedicato un post, a quel trionfo: un pezzo celebrativo, forzando un po' le mie abitudini (nei confronti del Zena preferisco sempre la critica costruttiva all'esaltazione), ma in quel caso avevo ravvisato la presenza di qualcosa di solido, di basi sostanziose sulle quali poter edificare una stagione - gioiello: non un momento di effimera gloria, insomma. Ovviamente, mai previsione fu più fallace: errore gravissimo, il mio, visto che per esperienza so di non dover vaticinare ore liete per il Genoa, per il quale il piccolo - grande disastro è sempre dietro l'angolo. 
PERSECUZIONE ARBITRALE - Dalla settimana dopo, il bel sogno è andato progressivamente in frantumi, e le cause sono state molteplici. Ignorare la vera e propria persecuzione arbitrale abbattutasi sul club di Preziosi fra dicembre e gennaio sarebbe miope: lo scempio del match Genoa - Roma, con direzione di gara da radiazione dall'albo, il rigore negato a Matri a Torino sull'1 a 0 per i liguri, il gol convalidato al Sassuolo dopo un fallo su Perin, l'altro capolavoro del fischietto di turno al San Paolo (Napoli vittorioso con un gol in offside  e un penalty fantasma), fino alla rete del pareggio di Rodriguez in fuorigioco in Genoa - Fiorentina. Chi li chiama episodi mente a se stesso e ai propri interlocutori; e l'occasione è buona per ribadire, qui, un concetto che sul blog ho sottolineato fino alla nausea: l'inadeguatezza della nostra classe arbitrale non è il solo male, né il più grave, del moribondo calcio italiano, ma esiste, e non è nemmeno il più trascurabile, perché mina alla base la credibilità della competizione. 
I PUNTI CHE MANCANO - Da allora in poi, la... tempesta gialla contro il Genoa si è attenuata, tanto che Perotti e compagni sono riusciti a vincere persino una gara a Roma, contro la Lazio, su massima punizione (ineccepibile). Ciò non toglie che, quando c'è da prendere una decisione sbagliata, i genovesi rimangano in pole position, anche se in maniera sporadica e "a random", come accaduto sabato scorso con l'Udinese per l'evidente fallo in area su Borriello, ovviamente non sanzionato. Le classifiche "virtuali" emendate dagli svarioni arbitrali, in primis quella del settimanale Panorama assurta a icona del tifo rossoblù, attribuiscono al Grifone una dozzina di punti sottratti dalle disattenzioni dei vari Calvarese, Banti e compagnia. Forse è troppo, ed è difficile valutare il peso specifico di ogni erroraccio, ma possiamo tranquillamente affermare che sei - sette  punti manchino alla classifica dei Gasperini boys, e a quota 45 invece che 38, con un match da recuperare, si parlerebbe di prospettive radicalmente diverse. 

                                        Matri: con lui in avanti il Grifo era un'altra cosa...

CALENDARIO NON SFRUTTATO - Però non basta: si rischia di sconfinare nel vittimismo fine a se stesso, facendo sempre e solo leva su questo aspetto. Perché dopo Genoa - Milan, la squadra ha messo insieme 12 punti in 14 gare, e la media è da retrocessione; ha vinto solo due volte, oltretutto nell'arco di pochi giorni, con Lazio e Verona; ha perduto un'infinità di occasioni soprattutto sul terreno amico. Ecco, questo è un tasto dolente: in uno degli ultimi pezzi scritti sul tema, avevo detto che, nonostante gli ostacoli esterni, il girone di ritorno proponeva al Vecchio Balordo un calendario estremamente ghiotto fra le mura di casa: dopo il periodo nero (o "giallo", parlando di arbitri), ci sarebbero stati Verona, Parma, Chievo, Udinese, Cagliari, Cesena, Torino e Inter al Ferraris, oltre al derby. Un percorso indubbiamente abbordabilissimo, sulla carta, in grado di portare la squadra tranquillamente oltre i cinquanta punti, consentendole di poter continuare l'inseguimento alla zona europea. E invece, tutte le opportunità sono state fin qui gettate al vento: Verona asfaltato a parte, ecco l'inaccettabile sconfitta coi clivensi e i pari con Samp e Udinese. Errori difensivi assurdi (quello di Roncaglia pro Eder grida ancora vendetta), cali di concentrazione, mancanza di continuità sui novanta minuti, intensità che va e viene, approccio troppo leggero a certe fasi di gioco, scarsissima concretezza in avanti ed elementi tecnicamente non all'altezza. 
MERCATO SBAGLIATO - Mancano cattiveria e convinzione, perché certe gare vanno portate a casa a tutti i costi. Si è poi perso lo spirito del girone di andata, causa mercato invernale sciagurato. Il Genoa aveva costruito, in estate, una rosa imprevedibilmente solida e pressoché completa, fondata su un nucleo centrale italiano; a gennaio si è votato all'esterofilia più spinta, rinunciando ad Antonelli, Sturaro e Matri. Soprattutto il laterale e l'attaccante potevano tranquillamente essere trattenuti, senza grossi sforzi finanziari del club e senza immani sacrifici da parte dei due calciatori. Si è buttato alle ortiche un patrimonio di 15 gol, tanti ne avevano realizzati i partenti nelle prime venti giornate. Sono arrivati giocatori pressoché inutilizzabili (Ariaudo), riemersi solo di recente (il talentuoso ma fragilissimo Tino Costa) o di scarsa utilità (il misterioso Pavoletti e, soprattutto, Borriello, idolo incontrastato della Nord, ma di fatto fin qui assolutamente inconsistente: mancano dieci turni al termine, non ha ancora battuto chiodo mentre il tanto deprecato Matri il suo contributo di sette segnature lo aveva portato: riuscirà, il buon Marco, a metterne dentro due o tre prima della fine della stagione?). 
Insomma, non dimentichiamoci di come il Genoa è stato spinto verso il basso, ma che nessuno si appelli a questa anomalia come comodo alibi. La squadra è arenata in una zona di aurea mediocritas che offre prospettive per nulla esaltanti: e una primavera di bruttezza come quella di dodici mesi fa, o come altre precedenti, sarebbe difficile da digerire, perché questa compagine ha comunque le risorse di classe e le  potenzialità di gioco per entrare tranquillamente fra le prime sette - otto della squallida Serie A 2014/15. 

venerdì 20 marzo 2015

IL CASO ROMA: LA SQUADRA GIALLOROSSA SI E' SFALDATA A DICEMBRE, QUATTRO LE PARTITE - SVOLTA

                                         Rudi Garcia: non sa più che pesci pigliare... 

Cosa diavolo sta accadendo alla Roma? Difficile comprenderlo per chi, come il sottoscritto, non vive quotidianamente l'ambiente giallorosso. Non ho dunque né risposte né soluzioni, ma non si può non rimarcare il fatto che la parabola di questa disastrata "grande" in ambasce rappresenti pressoché un unicum, nella storia della nostra Serie A. Fateci caso: il percorso di De Rossi e compagnia ha un che di schizofrenico, del tutto insolito per quelle compagini d'alta classifica che, in linea di massima, sempre si contraddistinguono per un rendimento costante su buoni livelli: inizialmente bella o quantomeno concreta, poi, da lungo tempo, brutta, perdente, inghiottita da un buco nero tecnico, eppure incredibilmente ancora aggrappata a un secondo posto che mai è stato così bugiardo. Presentatasi ai nastri di partenza agostani come la più autorevole candidata a rivaleggiare con la Juve per lo scudetto, fino ai primi di dicembre ha marciato, in campionato, su ritmi elevatissimi, superando anche le secche (più psicologiche che tecniche) in cui era andata a impantanarsi dopo la caduta della sesta giornata allo Stadium torinese (con contorno di vittimismi assortiti), e, in apparenza, persino il terribile knock out patito in Champions League dal Bayern, a domicilio (1-7). 
QUATTRO GARE SCHOCK - Tutto più o meno liscio fino a fine novembre, diciamo fino al rotondo 4 a 2 imposto all'Inter, poi si è spalancato il baratro. La svolta della stagione in quattro partite chiave, equamente divise fra Europa e Italia: in Coppacampioni, il suicidio di Mosca, col gollonzo del pari incassato contro il Cska allo spirare del match e compromissione del passaggio del turno, ufficializzata nella successiva dimostrazione di impotenza all'Olimpico col Manchester City, trionfatore senza nemmeno soffrire tanto. In patria, prima il rischio - crollo in casa col Sassuolo (che ebbe di che lamentarsi della direzione di gara) scongiurato in extremis, poi la discussa e immeritata vittoria di Genova sui rossoblù, con contorno di inaccettabili, sesquipedali e decisivi svarioni arbitrali: una sfida, quest'ultima, che ha inciso negativamente sulle sorti di ambedue le compagini. Quella di Gasperini, pur mantenendosi su una decorosa linea di galleggiamento, non è più riuscita a toccare i vertici di rendimento del primo terzo di torneo (complice anche una incomprensibile ostilità delle giacchette gialle, oltreché per innegabili responsabilità interne al Grifone), ma ad avere la peggio, alla lunga, è stato proprio il gruppo di Garcia. 
SECONDI CON RENDIMENTO DA ZONA SALVEZZA - Da quei giorni di fine 2014, la Roma è diventata Rometta. Dapprima sorretta da abbondanti dosi di buona sorte (ricordate il passaggio di turno in Coppa Italia contro l'Empoli?), alla fine non ha trovato più alcunché a cui aggrapparsi. La qualità della manovra è precipitata a livelli da bassifondi, e il ruolino di marcia è diventato specchio fedelissimo di questa involuzione. Ed ecco il paradosso: nonostante il rendimento imbarazzante mostrato all'indomani del citato "poker esiziale" di partite, la Roma si trova tuttora al secondo posto in campionato. Eppure, a vederla oggi, sembra una squadra che per espressioni di gioco, consistenza, approccio mentale alle gare, ha tutte le stimmate del team da retrocessione - salvezza risicata. E' in un tunnel, qualcosa di più di una crisi passeggera: l'incapacità di battere il Parma fantasma, la lunga sequela di pareggi anche in impegni alla portata, la resa senza condizioni di fronte a Sampdoria e Fiorentina, sono la spia di qualcosa di serio, di non facilmente estirpabile. Se gli unici lampi di luce di questi mesi sono stati la vittoria di Rotterdam (contro un Feyenoord modesto, che faceva paura solo per l'ambiente infuocato) e la doppietta - selfie di Totti nel derby, c'è poco da stare allegri. 
SMARRITA LA BUSSOLA TECNICA - Tutto incomprensibile, si diceva, perché nella stagione 2013/14 sembrava esser stato avviato un circolo virtuoso, un ciclo che nel giro di due - tre anni avrebbe potuto portare alla conquista di qualcosa di concreto. E invece la bussola tecnica sembra esser stata smarrita: scarsa fiducia ai giovani, ovviamente soprattutto agli italiani (Destro non è un fenomeno, ma poteva ancora tornare utile, per non parlare del promettente Romagnoli dirottato alla Samp), acquisti stranieri un tanto al chilo (e certi "esperti" hanno avuto il coraggio di parlare di "rinforzi" a proposito degli arrivi di Ibarbo e del mistero Doumbia), declino improvviso di certi totem che parevano inaffondabili (De Sanctis e soprattutto De Rossi) ai quali non sono stati trovati adeguati ricambi, e, alla fine, il solito aggrapparsi all'eterno Totti, della cui longevità io stesso ho tessuto le lodi pochi mesi fa, ma che a livello di allori autentici, ossia di apporti decisivi al raggiungimento di traguardi "da toccare con mano", non sposta più alcunché da almeno una decina d'anni. In tutto questo, Garcia sembra aver perso il controllo del gruppo, mai pare in grado di azzeccare la mossa vincente, di indirizzare una gara con un'idea tattica o col cambio giusto al momento giusto. Così, la Roma è fuori da tutto, o quasi: niente Champions, niente Europa League, niente scudetto e niente Coppitalia, spettacoli da Serie B su tutti i campi: quale miracolo potrà tenerla in corsa per il secondo posto? 

sabato 28 febbraio 2015

L'ASSURDITA' DEL CASO PARMA E LE FALSE ILLUSIONI DEL GIOVEDI' EUROPEO. CALCIO ITALIANO SEMPRE PIU' IN BASSO

                                          Lucarelli, capitano di un Parma in sfacelo

La tentazione di inneggiare alla rinascita del calcio italiano è stata forte, dopo un giovedì europeo  davvero "d'altri tempi", anche per la singolare concentrazione in un'unica giornata di tanti impegni internazionali dei nostri club, evento ormai rarissimo. Certo, solo di sedicesimi di finale di Europa League (ripeto, sedicesimi di finale) si trattava, ma è innegabile che la Fiorentina abbia prevalso con merito su un Tottenham ricco e qualitativo, e che Roma e Torino abbiano sconfitto, oltre ad avversari in assoluto non irresistibili, colossali insidie ambientali: discorso valido soprattutto per i granata, perché se è vero che Bilbao ultimamente non è più una roccaforte inviolabile, per una realtà media nostrana imporsi da quelle parti, e con tale autorevolezza, è comunque impresa di assoluto rilievo. 
CREDIBILITA' COMPROMESSA - Insomma, tentazione di urlare al vento "siamo tornati", si diceva prima. Un urlo che però è stato ricacciato in gola dalle puntuali miserie interne del nostro calcio, mirabilmente sintetizzate dal delirante caso Parma. Nel quale troppe cose non quadrano, ma una certezza c'è: la regolarità del campionato, quella che la Figc dice di voler tutelare ad ogni costo, è già andata a carte quarantotto da tempo. Il secondo rinvio consecutivo di un impegno dei ducali, la trasferta col Genoa dopo la gara interna con l'Udinese, è un vulnus terribile, che mina alla base la credibilità del nostro massimo campionato e, in definitiva, di tutto il carrozzone, peraltro già ampiamente precipitato nei valori internazionali a causa di una gestione tecnico - politico - finanziaria deficitaria da almeno un decennio. 
QUALE SOLIDARIETA'? - Perché è così necessario aspettare lo sviluppo degli eventi? Ma soprattutto, anche alla luce del'esito negativo dell'incontro di ieri fra il sindaco Pizzarrotti e l'attuale patron Manenti, cosa credono possa accadere, Tavecchio e compagnia, di qui a pochi giorni, a poche settimane? E ancora: perché mai dovrebbe esserci solidarietà da parte delle altre società di A, nel farsi carico delle spese necessarie affinché il Parma possa concludere il torneo? Chi è causa del suo mal pianga se stesso... Il sodalizio gialloblù deve provare a salvarsi da solo, trovando un acquirente credibile che ne eviti l'imminente fallimento, coprendone i debiti e rimettendolo in carreggiata a tempo di record: i sostegni provenienti dall'esterno sarebbero solo un inutile allungamento di una inevitabile agonia. Il Parma è alla canna del gas, non ha nemmeno gli spiccioli, non ha l'acqua calda per le docce, perfino la panchina di mister Donadoni è finita all'asta giudiziaria. 
E I REGOLAMENTI? - Fuori dai denti: a rendere irregolare il campionato in corso è la presenza stessa del Parma, mentre la sua esclusione, per quanto dolorosa, servirebbe a sanare una situazione che non ha, francamente, alcuna ragion d'essere. Prima di tutto sul piano giuridico, in quanto l'articolo 53 delle Norme organizzative interne FIGC afferma che "La società che rinuncia alla disputa di una gara di campionato o di altra manifestazione o fa rinunciare la propria squadra a proseguire nella disputa della stessa, laddove sia già in svolgimento, subisce la perdita della gara con il punteggio di 0-3". Dunque, di che cosa stiamo a parlare? Lo spostamento delle ultime due partite a data da destinarsi è, nel caso specifico, una evidente forzatura: una società che non è in grado di giocare una gara ha partita persa, punto e basta. E' palese come, nella fattispecie, non si sia in presenza di eventi quali calamità naturali o episodi luttuosi, di fronte ai quali il rinvio di un match risulta l'unica decisione plausibile, nonché eticamente corretta. 
La vicinanza ai calciatori del Parma da parte dei colleghi è certo cosa nobile, solo che poi ci sono i regolamenti... I vertici federali stanno navigando a vista, aggrappandosi a discutibili criteri morali. E' un atteggiamento attendista che verosimilmente non porterà da nessuna parte, e nasconde la cattiva coscienza di un'organizzazione calcistica che non è stata in grado di chiudere la stalla prima che i buoi scappassero: perché, ad esempio, annunciare solo ora, pomposamente, che "Il consiglio federale ha dettato linee guida che prevedono grosse restrizioni e responsabilità per chi compra un club di A. Non si potrà più acquistare una società per 1 euro"? 
CAMPIONATO FALSATO - Vogliono salvaguardare la regolarità del campionato tenendo in corsa fino all'ultimo Lucarelli e compagni? Ma suvvia... La regolarità del torneo è stata compromessa nel momento in cui, incomprensibilmente, è stato consentito al club (all'epoca di Ghirardi) di iscriversi: viene difficile credere che una situazione finanziaria così devastante possa essere maturata solo da settembre in poi... Questa Serie A può ritrovare un minimo di dignità solamente mettendo alla porta il Parma. Mai successo dall'inizio del girone unico (1929) a oggi? E cosa vuol dire? Sono ben altre le macchie sulla dignità storica di un calcio, quello tricolore, che una volta era una cosa seria. 
Un simile gesto, per quanto doloroso e in certo senso crudele, sarebbe invece un atto di serietà, di morigeratezza, di rispetto delle regole. Così invece si crea un tipico precedente all'italiana, che, in presenza di analoghi eventi futuri (sempre più probabili, vista la precarietà assoluta del nostro football) porterebbe a distinguo ed eccezioni, invece che a provvedimenti radicali. E, visto che i governanti del nostro calcio sono assisi sulle loro poltrone anche per studiare soluzioni intelligenti in casi di emergenza, penso che pure il problema legato ai risultati già ottenuti dal Parma, e a quelli delle partite che non giocherebbe, sia facilmente risolvibile. Ancora il regolamento FIGC dice: "Qualora una società si ritiri dal Campionato o da altra manifestazione ufficiale o ne venga esclusa per qualsiasi ragione durante il girone di ritorno, tutte le gare ancora da disputare saranno considerate perdute con il punteggio di 0-3". Facile, con buona pace di tutti: riguardo alle partite precedenti, ci si rivolga a chi ha consentito ai ducali di prender parte a questo torneo. Insomma, altro che rinascita del calcio tricolore... 

mercoledì 28 gennaio 2015

DOPO NAPOLI - GENOA: L'ETERNA MEDIOCRITA' ARBITRALE E UN CALCIO ITALIANO A CUI NON SI PUO' PIU' CREDERE


Aspettare più di ventiquattr'ore non è bastato a far sbollire la rabbia. Sapevo che questa volta sarebbe andata così, perché non si può sempre passare sopra alle cose e cercare giustificazioni alternative, posticce, a ciò che è ingiustificabile. Non amo parlare delle castronerie commesse, sempre più spesso, dai nostri arbitri professionisti, e il blog me ne è testimone: da quando "Note d'azzurro" ha visto la luce, nella tarda estate del 2011, tre soli post sono stati dedicati al tema, e di questi uno solo ha coinvolto il Genoa: le eccezioni alla regola hanno riguardato, per la precisione, una imbarazzante (per chi la diresse e per tutto il calcio italiano) Supercoppa "cinese" fra Juventus e Napoli, nel 2012; un derby d'Italia Juventus - Inter pochi mesi dopo; la celebre farsa di Genoa - Milan, nel 2013. Non amo scriverne, dicevo, perché il rischio è sempre quello di passare per vittimista, piangina, tifoso con le fette di prosciutto sugli occhi, ma quando è troppo è troppo. 
CREDIBILITA' SOTTO ZERO - Lunedì sera, al San Paolo, il limite della vergogna è stato abbondantemente superato. E sia chiaro che non ce l'ho col Napoli: il team azzurro si è trovato servito su un piatto d'argento un gol irregolare e un rigore farlocco e ne ha approfittato. Mi tocca invece ripetere ciò che sostengo da tempo: l'inadeguatezza da allarme rosso della classe arbitrale non è il male assoluto, ma uno dei tanti mali del nostro movimento calcistico, non il più grave ma nemmeno tanto trascurabile. Perché in una palude fatta di gestioni finanziarie allegre, regresso tecnico costante, disinteresse totale per i vivai di casa nostra e importazione selvaggia di stranieri perlopiù mediocri, stadi fatiscenti e semivuoti, Nazionale azzurra trattata come un fastidioso ingombro, una Coppa Italia odiosamente antidemocratica nella formula, beh, sarebbe almeno necessario che la competizione calcistica di Serie A mantenesse un barlume di credibilità, e questa credibilità dovrebbero garantirla le giacchette gialle. 
L'INSOSTENIBILE "LEGGEREZZA" DEGLI OFFSIDE - Invece, e lo dico a malincuore, la sensazione è che a troppe squadre non venga concesso di battersi ad armi pari. Non per malafede, di cui non voglio nemmeno sentir parlare, ma per semplice povertà di talento: modesti tecnicamente, a corto di personalità, vittime di una debordante sudditanza psicologica, a disagio quando si tratta di applicare il regolamento con uniformità, persino in imbarazzo nel decifrare situazioni di gioco che, per chi ha "studiato" la materia, dovrebbero invece essere semplicissime. Un fuorigioco netto come quello di Higuain (altro che "leggero", che poi non vuol dire niente: un offside è sempre offside, che sia di un centimetro o di un metro, e quello di Napoli era sicuramente meno "leggero" di quello di Rincon che aveva consentito al Genoa di pareggiare la partita con la Roma, la madre di tutte le recenti disgrazie rossoblù), e un non - rigore come quello che ha deciso il match dovrebbero essere il minimo sindacale per direttori di gara di prima fascia. Lo stesso dicasi per l'ammonizione di Bertolacci, da commedia dell'assurdo. 
PEROTTI E ALTRI SCANDALI - No, non mi piace snocciolare episodi a sfavore, ho persino deriso spesso e volentieri quei dirigenti che compilano dossier sui torti subiti, minacciando di presentarli in Federazione (che poi lo facciano davvero, è tutto da verificare). Però, dopo quel tragico confronto coi giallorossi, al Grifone è francamente successo di tutto, e chi nega l'evidenza danneggia sia il Grifo sia il calcio italiano tutto. Certo, c'è stato un calo di rendimento; certo, la manovra si sviluppa con minore fluidità, la concentrazione è meno ferrea, con black out esiziali; la difesa non è più impermeabile, anzi; mancano e continueranno a mancare elementi chiave, e qui però si torna al discorso di partenza: perché se il buco in attacco se l'è assurdamente voluto la società, lasciando partire Pinilla prima di trovare un'alternativa al buon Matri (che ovviamente si è subito infortunato, e seriamente: sono le classiche "cose da Genoa" che chi lavora a Pegli da qualche anno dovrebbe ormai conoscere a menadito...), è innegabile che le quattro giornate di squalifica a Perotti, il faro di questa squadra, siano state una punizione abnorme e sproporzionata, a maggior ragione se paragonata alla sanzione, oltremodo clemente, toccata ieri all'inqualificabile Mexes "ammirato" in Lazio - Milan. 
PUNTI PERSI SENZA COLPA - Fra gol irregolari, rigori solari negati  e penalty fantasiosi concessi agli avversari, i conti non tornano, né mai torneranno: non io, ma testate autorevoli sia cartacee che web, parlano del Genoa come della squadra più tartassata di A, con una valutazione oscillante fra gli 8 e i 10 punti sottratti da mostruosità arbitrali. Vittimismo? Sarà, forse i punti mancanti sono meno, ma gli episodi sono lì, solari, e in una classifica corta come quella di quest'anno sono episodi che spostano moltissimo, quasi tutto: possono decidere di un piazzamento europeo o di uno da testa di serie per la Coppa Italia (che proprio per il suo inaccettabile format può risultare utile solo se la si affronta partendo da posizione privilegiata). Perché a questo siamo arrivati: sono i fischietti che decidono il campionato, con la loro messe di errori, le loro valutazioni diverse da partita a partita sugli stessi episodi, la tolleranza e l'inflessibilità alternate senza logica. La moviola in campo non sarebbe la panacea di tutti i mali, ma risolverebbe forse un 20 - 30 per cento di casi controversi. Poco? Sì, ma sarebbe comunque un miglioramento, e arbitri di questo livello non possono assolutamente più fare a meno di un supporto tecnologico.
SERIE A DA NON SEGUIRE - La rabbia mi porterebbe forse ancora più lontano, voglio fermarmi qui, ma, ripeto, sto parlando di dati di fatto, non di suggestioni tifoidee, di cui non mi interessa. Il Genoa società, certo, merita tante critiche, perché ingiustizia su ingiustizia, da Ljajic a Perotti, da Missiroli a Higuain, tace o abbozza soltanto, mentre altri mimano sviolinate o fanno battute sarcastiche, fra l'altro non sempre con fondati motivi. Per loro, sì, torti e ragioni si compensano sempre, per altri no. Ma se Preziosi senior non può nemmeno permettersi di parlare perché sennò gli rispondono "Zitto tu, che sei quello della valigetta" (altro bell'esempio di democrazia, laddove gli immacolati di Calciopoli 2006 possono invece continuare a pontificare e a dettar legge), il figlio Fabrizio è figura che avrebbe l'autorevolezza per dire una parola chiara, netta, inequivocabile. Della serie: diteci a che gioco stiamo giocando, perché così ci regoliamo di conseguenza. Personalmente, mi rifiuto di continuare a seguire un torneo in cui gli arbitri si ergono a protagonisti assoluti, incidendo sui risultati più di una parata o di una papera del portiere, più di un gol fatto o di uno sbagliato. E ciò che ho detto avrà delle conseguenze anche sui contenuti prossimi venturi di questo blog. 
GENOA DA 50 PUNTI, NONOSTANTE TUTTO - A tempo indeterminato non parlerò più di Serie A, di questa orrenda, disgustosa Serie A. Nelle prossime settimane, del resto, altri e più piacevoli argomenti non mancheranno. Prima, però, un segnale di speranza per il Genoa bistrattato: che deve risolvere alcuni problemi interni, ma che si trova di fronte  a un girone di ritorno invitante assai, soprattutto in riferimento alle gare che giocherà a Marassi. Bisogna cercare di limitare i danni in questo tremendo avvio, che dopo le prime quattro - cinque giornate potrebbe addirittura veder scivolare Antonelli e compagni nella parte destra, ma poi il calendario, guardarlo per credere, offre infinite chances per inseguire quota cinquanta punti e inserirsi fra le prime dieci squadre della classifica, al momento unici obiettivi plausibili per un Grifone che avrà anche sbagliato qualcosa, ma a cui sono state vistosamente tarpate le ali proprio nel momento del decollo, dopo il capolavoro di Genoa - Milan. 

martedì 13 gennaio 2015

DOPO LA DOPPIETTA NEL DERBY: EVVIVA TOTTI, MALGRADO IL SELFIE


Ma sì, viva Totti! Chi se ne frega se dopo aver deciso un derby corre sotto la curva Sud, si fa consegnare il suo iphone, si scatta un selfie davanti alla sua tifoseria per immortalare l'ennesimo magic moment di una carriera infinita, e in tutto questo l'arbitro Orsato si astiene dall'estrarre un cartellino giallo che, in passato, non è stato risparmiato ad altre esultanze assai meno sopra le righe? No, non c'è ironia in quel che dico, davvero. La mia opinione sul Pupone è spesso emersa da alcuni articoli scritti su questo blog, ed è un'opinione a metà del guado: impossibile, cioè, non riconoscerne la grandezza tecnica, lo spessore indiscusso di simbolo sportivo; altrettanto impossibile dimenticarne le lacune caratteriali, intese sia come inadeguatezza sostanziale ai grandi confronti internazionali, sia come eccessi consumati sul terreno di gioco (dallo sputo a Poulsen, Euro 2004, al fallaccio su Balotelli nella finale 2010 di Coppitalia). 
SIPARIETTI - Però, questa volta, forse non è il caso di cercare troppo il pelo nell'uovo. E' vero, a Totti è stato concesso un vistoso strappo alle regole (non il primo: dopo un altro gol in un altro derby, andò a sostituirsi a un cameraman a bordo campo per riprendere la sua curva....), e poi in quello stadio certi episodi bislacchi non sono una novità: che dire di Florenzi che va a baciare la nonna in tribuna? Tutto molto bello, affettuoso e commovente, per carità, ma un minimo di rigore e morigeratezza in più a partita in corso non guasterebbero, al di là di quanto scritto nei regolamenti. Dire che in passato certe cose non accadevano, che il massimo della trasgressione post - gol poteva essere l'urlo madrileno di Tardelli, non è nostalgia fine a se stessa, ma un dato di fatto, e tuttavia non è forse vero che oggi il pallone non è più sport ma soprattutto show, e come tale deve nutrirsi anche di certi siparietti che fanno schizzare alle stelle audience tv e contatti web? 
INDULGENZA - Tutto ciò precisato, ecco, oggi si può essere un po' più indulgenti: Totti ha 38 anni suonati, alla sua età molti celebrati campioni sono già in pensione agonistica da un po'. Lui, invece, è salito in cattedra in una stracittadina fra le più difficili: perché vedeva confrontarsi due compagini insediate stabilmente nei quartieri altissimi della classifica; perché la sua Roma, da un po' di settimane a questa parte, non è propriamente una corazzata inaffondabile e ha tenuto la linea di galleggiamento anche grazie a più di un episodio fortunato; perché, infine, i giallorossi si erano venuti a trovare sotto di due reti, il che in un derby è sempre un fardello pesantissimo. 
VETERANO DA ELOGIARE - Il numero dieci della Lupa ha preso per mano compagni in debito d'ossigeno ed è diventato l'hombre del partido, per usare la definizione che venne dedicata a Pablito Rossi ai tempi di Spagna '82: due gol decisivi, da bomber consumato, il secondo con una splendida mezza girata sotto misura. Di calciatori longevi, in tempi recenti, ne abbiamo visti parecchi, sopratutto nelle nostre desolate lande pallonare, ma nessuno, forse neanche il Del Piero delle ultime stagioni juventine, ha saputo essere così incisivo e decisivo anche in età avanzata, e anche nei match più impegnativi e delicati. Per questo, stavolta Totti merita l'elogio pieno. Del resto, che sia impastato di classe pura e di personalità non è scoperta di oggi: e non può valere per lui, o può valere solo in parte, ciò che ho più volte scritto a proposito di altri bomber stagionati che animano la Serie A di questi sventurati anni Dieci. Se, infatti, gente come Toni e Di Natale può continuare ad essere risolutiva anche grazie all'enorme regresso qualitativo fatto registrare dal nostro massimo campionato, il discorso - Pupone è del tutto diverso: rispetto ai veterani appena citati, rispettabilissimi campioni, il romanista sta diverse spanne sopra. 
INCOMPIUTO - Mi piace sottolinearlo, dopo non avergli risparmiato critiche: Totti è un patrimonio del nostro football, per quanto detto finora e perché rimane davvero l'ultima bandiera in un calcio in cui i colori, il campanile, il senso di appartenenza, il legame con la piazza hanno perso importanza, e si va a giocare per il club che offre di più, anche se si chiama, chessò, Anzhi. Certo, rimane anche la sensazione di un patrimonio che non ha dato tutti i frutti che poteva: grandissimo sul territorio nazionale, poche volte il giallorosso ha saputo davvero ergersi a protagonista fuori dei confini. A parte il sontuoso Europeo del 2000, la generosa ma limitata partecipazione al trionfo mondiale azzurro del 2006 (complice però il grave infortunio patito pochi mesi prima contro l'Empoli) e qualche luminaria in Champions (gol al Real, recente prodezza a Manchester), il resto è stato un corollario di occasioni mancate. Anche per questo, Francesco mi ha spesso fatto arrabbiare: perché poteva essere il nostro Cristiano Ronaldo di inizio secolo, poteva regalare alla sua Roma e all'Italia trofei di prestigio, e invece si è limitato spesso a un piccolo cabotaggio dorato. Ma oggi non è tempo di critiche. Sì, viva Totti senza ironie (non troppe, almeno...), e pazienza per quel selfie e per quel cartellino mancato. 

lunedì 8 dicembre 2014

DOPO GENOA - MILAN: COMUNQUE VADA, QUESTO GRIFO NON E' UN BLUFF


Il Genoa della prima domenica dicembrina è stato un crogiolo di emozioni. Non solo, non tanto per il terzo posto consolidato al termine di una delle sfide più difficili di questo primo scorcio di torneo: in fondo, dai rossoblù all'Inter ballano dieci squadre in dieci punti, e siamo solo alla quattordicesima giornata; tutto può ancora succedere, continuare su questo trend come ridimensionarsi e perdere quota. Emozionante, più che altro, è stato sentire un Ferraris che, finalmente compatto ("ricompattato" da Gasperini col famoso sfogo post Empoli di due mesi fa, si può dire?), negli ultimi minuti del match ha sostenuto incessantemente la squadra di casa, quasi "proteggendola" dagli spuntati tentativi di rimonta del Milan; lo dice uno che, come il sottoscritto, è lontano anni luce dalla "cultura di gradinata", dalle sciocchezze del tipo "i tifosi sono il dodicesimo uomo in campo", ma quel che è giusto è giusto, ed è gratificante sottolinearlo soprattutto in un periodo in cui, nelle nostre desolate lande, di stadi pieni e caldi se ne trovano ben pochi. 
Emozionante è stato, soprattutto, vedere un Genoa adulto e maturo. Dopo stagioni di navigazione a vista, di rischi assurdi, di squadre assemblate in maniera approssimativa, di via vai nello spogliatoio, di condottieri non all'altezza (De Canio, Liverani) o in chiara parabola discendente (Marino, Malesani), il répechage di Gasperini, poco più di un anno fa, è coinciso col ritorno a una gestione più rigorosa, razionale, di prospettiva. 
PROGETTO SOLIDO - Il vate di Grugliasco ha riportato il gusto del gioco, la voglia di costruire qualcosa di importante e duraturo, di modellare gradualmente, senza assilli e senza pressioni, una squadra con un'anima, capace di puntare al successo non solo sull'onda dell'agonismo e della generosità, ma percorrendo strade tattiche ben precise, lavorando attorno a un progetto tecnico incentrato sulla brillantezza, sul "tenere pallino", sull'aggressività. La "summa" di questo lavoro, iniziato da Gasperson nell'ottobre 2013, è stata la gara capolavoro col Diavolo: ritmo, gioco d'iniziativa, rapidità, controllo pressoché totale della partita, automatismi oliati per un undici in cui tutti sanno sempre cosa fare; e ancora, predisposizione al sacrificio da parte di tutti e buona intercambialità di uomini, con un gruppo di almeno 15 - 16 titolari effettivi. 
OROLOGIO SVIZZERO - Il dubbio che sia stato il team rossonero a fare il Genoa più grande di quanto in effetti sia è comprensibile, ma tutto sommato fuori luogo: il Milan da alcune stagioni indossa vesti più dimesse del solito, ma rimane una compagine di buona grana, quantomeno dalla cintola in su, che ha i mezzi, se non per lottare per lo scudetto, sicuramente per centrare un piazzamento europeo. E ieri, a Marassi, ha tutto sommato fatto una figura dignitosa, mostrando buona intraprendenza nella fase iniziale (e chissà cosa sarebbe accaduto, se Menez fosse stato più freddo davanti a Perin...) e lottando con furia financo sopra le righe in ogni zona del campo.
Ma bisogna avere l'onestà di riconoscere che, in questo momento, il Grifo è un meccanismo di precisione, un orologio che non perde un colpo, sostenuto da una buona dose di classe pura (magari non da Champions League, ma nemmeno da quart'ultimo posto come qualche "grande saggio" del giornalismo aveva vaticinato ad agosto), da una forma fisica straripante, da un canovaccio strategico funzionale e dalla fiducia indotta dai risultati positivi in serie. Perché vincere aiuta a vincere, del resto lo avevo scritto anche la scorsa primavera, dopo l'esaltazione seguita alla grossa prestazione offerta contro la Juventus, vanificata da una delle tante prodezze di Pirlo su punizione: le "sconfitte gloriose", questo fu il mio pensiero in sintesi, raramente sono il viatico di successi e trionfi. E così fu, in effetti: quella performance di alto livello non scaturì dal nulla, si vedeva che il buon materiale su cui lavorare non mancava, ma il progetto era ancora in sboccio, e il prosieguo del torneo, caratterizzato da capitomboli in serie, dimostrò che c'era ancora da migliorare sotto diversi aspetti. 
NUCLEO ITALIANO - Nel frattempo il Genoa è cresciuto, è oggi una squadra fatta e finita: migliorabile, certo, ma con una precisa identità di gioco e valori individuali di tutto rispetto. E' una compagine molto "italiana", il che mai come in questo momento deve essere considerato un titolo di merito, quasi un punto d'onore, anche se in molti, stranamente, se ne stanno accorgendo solo ora: eppure già quest'estate erano in rosa i vari Perin, Marchese, Antonini, Antonelli, Bertolacci, Sturaro, Matri, Greco, Rosi, Izzo, Mandragora, ma si preferiva, per evidente pigrizia mentale, tranciare giudizi irridenti sull'ennesimo "vortice di mercato", anche in questo caso facendo finta di non vedere che, a fronte dei numerosi arrivi, per la prima volta da molti anni  a questa parte si era deciso di puntare sul consolidamento di un gruppo storico che potesse dare continuità al progetto e compattezza allo spogliatoio: oltre a molti degli italiani sopra citati, sono rimasti anche Burdisso, De Maio, Kucka, Fetfatzidis, per dire.

                                  Bertolacci: sempre più prezioso per la manovra rossoblù

I GIOVANI E PEROTTI - C'è stato poi il naturale completamento di discorsi aperti nella stagione scorsa, una crescita dei singoli e del gruppo, e ci sono state, certo, fondamentali migliorie: i "tourbillon" di mercato non sempre sono fuffa, se portano in dote elementi come il colosso difensivo Roncaglia, l'utile Greco, punte affidabili come Matri e Pinilla e un "quasi" fuoriclasse, dico il folletto Perotti, che ieri pomeriggio, con le sue eleganti ed efficaci veroniche, ha fatto girare la testa a tutti i milanisti. E' un Genoa, anche, che non ha paura di dare fiducia ai giovani e giovanissimi del vivaio nostrano, anche in questo caso mosca bianca, assieme a pochi altri club (Cagliari, Atalanta, Empoli, Sassuolo, Sampdoria): l'anno scorso Sturaro, ovviamente subito "catturato" dalla Juve, quest'anno Mandragora lanciato da Gasp proprio nel delicatissimo match coi campioni d'Italia, dal quale è uscito come uno dei migliori in campo, e a seguire il difensore Izzo, attento, preciso, senza sbavature. 
QUALCOSA RESTERA' - Italianità, gioventù, qualche piede buono: basterebbe questo per capire che no, il Genoa non è un bluff. E' un team che ha sostanza tecnica, idee, vivacità. Poi, chiaro, questo vuol dire tutto e niente: domenica a Marassi è attesa la Roma, che magari ridimensionerà le ambizioni dei liguri. Tuttavia, al di là delle piccole crisi (che arriveranno), dei ko inevitabili, dei cali di forma, qualcosa resterà: il campionato del Grifone non è frutto di casualità, di partite fortunate, di calendari favorevoli: è costruito su basi solide come quelle sopra descritte, e del resto quattro o cinque azzurri o azzurrabili (Perin, Antonelli, Bertolacci, Sturaro, Matri) sono la solare evidenza della bontà del lavoro svolto a Pegli. Sarà fondamentale, quello sì, non rompere il giocattolo a gennaio e, soprattutto, mantenere il profilo basso: credersi troppo forti è la più breve scorciatoia verso le delusioni, e in questo senso vanno lette le dichiarazioni di Preziosi, tese a buttare acqua sul fuoco degli entusiasmi. Se poi gli squadroni metropolitani in crisi, le grandi multinazionali della nostra Serie A senza più "identità di patria", torneranno a fare il loro dovere, cioè quello di competere per i primi cinque - sei posti, allora tutto tornerà semplicemente normale. Ma Antonelli e compagni un segno lo hanno già lasciato.