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mercoledì 23 marzo 2016

CLUB ITALIA: ALLA VIGILIA DI SPAGNA E GERMANIA, RIFLESSIONI SULLO STATO DI SALUTE DEL CALCIO AZZURRO

                             Conte corrucciato: immaginava un'esperienza azzurra diversa

Il mondo del calcio cerca di rimanere disperatamente aggrappato alle proprie certezze. Euro 2016 si farà, dicono le ultime notizie provenienti dalla Francia. Il fatto stesso che si debba fornire una rassicurazione del genere,  a tre mesi dall'evento, la dice lunga sullo stato di tragica tensione che sta scuotendo il Vecchio Continente. Da quando seguo il football, e saranno ormai trent'anni e anche più, mai nessuna grande manifestazione era stata avvolta da una così densa nube di precarietà, al punto di metterne in dubbio lo svolgimento; e ci dovranno comunque essere, probabilmente, partite a porte chiuse, cosa mai avvenuta in questi appuntamenti sportivi che sono, storicamente, occasione di riconciliazione e tregua, presa di distanza dai conflitti politici, sociali, religiosi. Verosimilmente ridotta, dopo gli attacchi terroristici a Bruxelles, anche la sessione di test match internazionali previsti a cavallo della Pasqua. Vien da piangere. 
IL TRAINER IN SCADENZA - L'Italia dovrebbe riuscire a scendere in campo, anche se nessun posto in Europa può considerarsi sicuro, e quindi dovranno esserci stringenti controlli anche per i prestigiosi appuntamenti di Udine (contro la Spagna) e di Monaco di Baviera (contro i campioni del mondo tedeschi). Proviamo dunque a parlare di calcio, per rilevare l'atmosfera triste e dimessa di questa lunga antivigilia europea degli azzurri. La Nazionale affronta il grande appuntamento con un cittì dichiaratamente in scadenza, fatto senza precedenti nella storia, visto che il passato racconta semmai di improvvidi rinnovi di contratti poco prima di rassegne iridate e continentali, rinnovi spesso seguiti da frettolose dimissioni conseguenti a fallimenti sul campo. Quali conseguenze possano esserci sulla tenuta morale del gruppo è pressoché impossibile saperlo ora: non è detto che siano negative, ma rimane comunque un senso di sostanziale precarietà. Antonio Conte non le ha mandate a dire, nelle sue ultime dichiarazioni: fatta salva la battuta infelice sulla "Nazionale garage" (ma credo sia stata una voluta provocazione, un ultimo tentativo di smuovere acque stagnanti: l'ex centrocampista Juve sa usare la dialettica, e difficilmente spara frasi a caso, anche a costo dell'impopolarità), per tutto il resto non si può non dargli ragione. 
NAZIONALE BISTRATTATA - Il suo biennio azzurro è stato tempestoso, il classico percorso a ostacoli. Il secondo fallimento mondiale consecutivo della rappresentativa, Brasile 2014 dopo Sudafrica 2010, aveva scatenato la solita corsa alle dichiarazioni programmatiche: ma chi conosce bene questo sventurato Paese, Paese della retorica a buon mercato, dei buoni propositi distribuiti a parole per tenere a bada un popolo di boccaloni, sapeva benissimo che di fatti ne sarebbero seguiti ben pochi. Troppi stranieri nei club italiani? E troppi sono rimasti, mentre il bacino d'utenza per le Nazionali nostrane si restringe sempre di più; i giovani italiani di valore continuano a esserci, nonostante tutto, e lo dimostra la buona caratura tecnica delle ultime selezioni Under 21 (a prescindere dai risultati, non esaltanti ma comunque dignitosi), ma fanno anticamere interminabili, si intristiscono fra panchina, tribuna e prestiti in serie inferiori, non maturano esperienze ad alto livello e restano dei sostanziali incompiuti, salvo esplodere, chi ci riesce, in età non più verdissima. Poco spazio per gli impegni delle Nazionali? Poco è rimasto, anzi, forse ancor meno rispetto ai bienni precedenti: stage mal tollerati dai grandi club e annullati, amichevoli di preparazione ridotte al lumicino (qui la colpa non è solo locale, ma di un calendario internazionale sempre più penalizzante), finale di Coppa Italia piazzata il 21 maggio, con conseguenti tempi ridottissimi per la fase conclusiva di preparazione a Euro 2016. 
CRISI DI SISTEMA - La Federazione è in chiara posizione di sofferenza rispetto alla Lega. Non ha una leadership forte, non può quindi imporsi: eppure, da sempre, la Nazionale rappresenta l'unica credibile cartina di tornasole dello stato di salute di un movimento calcistico, con particolare riferimento al suo vivaio, a maggior ragione oggi in cui i club sono imbottiti di elementi di fuorivia; una Nazionale forte e competitiva rispecchia un calcio solido, capace di andare a testa alta in giro per il mondo; e, fatto non trascurabile, una Nazionale forte incrementa il valore dei calciatori che ne fanno parte, con benefici economici per le società di appartenenza e per tutto l'indotto. Non credo sia casuale che questo ridimensionamento dell'attività azzurra coincida con la fase di più acuta crisi del nostro pallone relativamente al rendimento internazionale dei club, che ormai da tempo non battono chiodo nelle competizioni europee. Dopo l'illusorio risveglio dell'anno passato (Napoli e Fiorentina semifinaliste di Europa League, Juve sconfitta con onore dal Barcellona nella finale di Champions) siamo tornati al vuoto assoluto, una regola delle ultime stagioni, con tutte le nostre rappresentanti cancellate già a marzo, negli ottavi di finale, quando cioè i giochi veri devono ancora cominciare. 
EURO 2016 E QUALIFICAZIONI MONDIALI, SNODI DECISIVI - Di questa situazione, delle cause, dei possibili rimedi, ho parlato su Note d'Azzurro un'infinità di volte da quando il blog esiste, e sinceramente comincio a stancarmi: perché le soluzioni sono sotto gli occhi di tutti, ma nulla è stato fatto e, ormai lo abbiamo capito, nulla si farà. Il nostro football pare davvero senza speranza. Come detto prima, qualche elemento di spessore l'asfittico vivaio tricolore riesce ancora a produrlo, tanto che, nonostante lo scetticismo diffuso, al prossimo Europeo potremmo persino recitare il ruolo della mina vagante: perché gente come Buffon, Bonucci, Verratti sono elementi di statura internazionale, Darmian, Marchisio, Bonaventura, Candreva giocatori di elevato rendimento, Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy giovani di talento e in forma smagliante. Perché negarsi qualche piccolo sogno di gloria? Però la pacchia non durerà a lungo: da settembre avremo un nuovo Commissario tecnico e la corsa al Mondiale russo che sarà una salita ripidissima, essendo capitati nello stesso girone della Spagna. Per la prima volta dopo decenni toccheremo con mano il rischio di non partecipare alla fase finale di una kermesse iridata: forse sarebbe questo il terribile shock di cui avrebbe bisogno il calcio italiano per scuotersi dal torpore e adottare finalmente misure drastiche di ristrutturazione, ma rimanere fuori dal palcoscenico mondiale è una iattura che non mi sento di augurare neppure al peggior nemico calcistico. 

sabato 16 maggio 2015

CALCIO ITALIANO IN "RIPRESINA": A BERLINO UNA JUVE DAL CUORE TRICOLORE

                                   Tevez e Morata: punte straniere di una Juve azzurra

Ma allora c'è stata o non c'è stata, la rinascita del calcio italiano di club nelle competizioni europee? D'accordo, l'impresa della Juve, che però non ha commosso chi, appunto, sostiene che il pallone tricolore sia solo e soltanto la Vecchia Signora, e dietro di lei il vuoto più o meno assoluto. E poi gli ultimi flash lasciatici in eredità dalla settimana di Coppe  hanno immortalato la resa senza condizioni della Fiorentina e, soprattutto, il disastro Napoli, fiaccato dall'ultracatenaccio ucraino e dalla propria insipienza, tattica e di gioco.
Tuttavia, penso che non sia proprio il caso di fare gli schizzinosi. Veniamo da un lustro di raccapricciante oscurantismo, illuminato solo, un anno fa, da un una semifinale di EL raggiunta dalla solita Armata bianconera, che però sembrò più che altro una colossale occasione mancata, visto che la finale si sarebbe giocata proprio nello stadio di casa dei pluricampioni d'Italia. Possiamo pure parlare di "ripresina", mutuando un ipocrita termine usato spesso in passato da certi nostri politicanti, ma, fatta la dovuta tara alle amarezze del giovedì appena trascorso, non si può non considerare positivo il bilancio di questa annata. Un quadriennio di fallimenti continentali, si diceva, e la Nazionale di Prandelli rasa al suolo dal disastro brasiliano: per il football di casa nostra si trattava dell'anno zero, e in realtà non si intravedevano neppure le premesse di una risalita, visto che l'estate 2014 ci aveva proposto eventi non propriamente edificanti, come l'elezione di Tavecchio al soglio FIGC e i nostri club che avevano ripreso la consueta razzia di mezze figure sul mercato estero, ignorando i migliori prospetti indigeni.
Così, questa stagione 2014/15 è sbocciata come un fiore nel deserto: soprattutto perché le nostre società hanno finalmente compreso quanti danni abbia provocato al movimento (leggasi: crollo nel ranking UEFA) l'aver snobbato per troppo tempo l'Europa League. Modus operandi fondato oltretutto su una convinzione sostanzialmente errata, ossia che puntare sul trofeo internazionale potesse causare sonori crolli sul fronte interno. Cosa avvenuta rare volte in passato, e magari per motivi del tutto diversi (la Samp passò dai preliminari di Champions all'EL e infine alla Serie B per altre questioni, ad esempio), mentre quest'anno abbiamo assistito al brillante comportamento del Torino, spintosi fino agli ottavi di EL e, fino a una settimana fa, baldanzoso e in lizza per un nuovo piazzamento europeo. 
Abbiamo portato cinque nostre rappresentanti agli ottavi della seconda coppa, e due fino alle semifinali: il derby conclusivo a Varsavia era alla portata, ma l'illusione svanita non deve far dimenticare quanto di buono fatto in precedenza. E ricordiamo che la Fiorentina, nella semifinale col Siviglia, ha giocato per un tempo, il primo dell'andata, completamente alla pari coi quotatissimi rivali, pagando però a carissimo prezzo un difetto già evidenziato nei turni precedenti: l'incapacità di concretizzare l'enorme mole di gioco e di occasioni create; può andarti bene contro la Dinamo Kiev, ma contro gli spagnoli paghi pegno. Riguardo al Napoli, la doppia semifinale è stata in fondo lo specchio di una stagione balorda, nata male e sviluppatasi lungo sentieri tortuosi: una squadra indebolita rispetto all'annata precedente, che ha proceduto a strappi ma senza mai trovare una apprezzabile continuità, infine arenatasi contro lo scoglio di un Dnipro nettamente inferiore sul piano della classe pura, ma tatticamente impeccabile (e chiuso a doppia mandata), nonché motivatissimo. Contro compagini che fanno tale densità difensiva risulta difficile manovrare in maniera fluida e creare costante pericolosità, ma di certo i partenopei ci hanno messo del loro, mostrando prevedibilità, lentezza, imprecisione. Un vero peccato, e tuttavia va tenuto a mente che, nonostante le lacune del team di Benitez, alla fine a decidere la qualificazione è stata anche una clamorosa svista arbitrale, visto il gol in offside degli ucraini al San Paolo.
Il mancato raggiungimento della finale di EL è stato ampiamente compensato dall'incredibile cavalcata juventina nella Coppa regina. Anche perché l'approdo a Berlino di Tevez e compagni è assai più sintomatico di una parziale ripresa (ripresina, appunto) del nostro asfittico football dopo le magre degli ultimi anni: Napoli e/o Fiorentina all'atto conclusivo dell'ex UEFA avrebbero avuto effetti benefici sul ranking, senza però dire alcunché sullo stato di salute del nostro movimento, trattandosi di compagini che puntano quasi esclusivamente su elementi di fuorivia, La Signora, invece, ha un cuore prettamente italiano, un nucleo azzurro di veterani (Buffon, Pirlo, Chiellini), di gente "a metà del guado" (Bonucci, Marchisio), più un giovanissimo come Sturaro che è risultato fondamentale nel match di Torino col Real Madrid, dando sostanza al reparto di mezzo e sfoderando una inattesa personalità. La qualificazione della compagine di Allegri è stata nel complesso meritata: al Bernabeu ha dato perfino l'impressione di aver fatto il colpo senza attingere al pieno delle proprie potenzialità, ha ben contenuto le Merengues, che hanno sprecato un discreto numero di palle gol ma anche corso più di un rischio. Peccato che una tale impresa sia stata macchiata dall'atteggiamento di Morata, che ha realizzato due gol pesantissimi fra andata e ritorno senza esultare, rovinando così parzialmente i due momenti più belli della sua finora breve carriera in omaggio al'ottusa consuetudine del "rispetto per la ex squadra". 
Ma tutto passa in cavalleria di fronte all'obiettivo centrato. Né si può dire che contro il Barcellona non vi siano chances per la nostra rappresentante, perché in partita singola può accadere di tutto. Tornando al consuntivo stagionale, se la squadra che esprime il meglio del prodotto interno lordo calcistico approda alla finale di Champions vuol dire che una crescita vi è stata; se altri due club, pur zeppi di stranieri, hanno sfiorato l'atto conclusivo di EL, va apprezzato il cambio di mentalità nell'approccio alla seconda competizione continentale, a dimostrazione che i continui fallimenti degli ultimi anni non sempre (anzi, quasi mai) erano stati dovuti a una effettiva inferiorità delle nostre squadre al cospetto di quelle estere. Dopodiché, certo, la strada è ancora lunga, e tante le soluzioni da adottare affinché questi exploit non si rivelino effimeri. Soluzioni che sono state già indicate più volte in questo blog, e sono comunque sotto gli occhi di tutti: visto che qualcosa si è mosso, è forse tempo di essere un po' più ottimisti e di auspicare un'autentica inversione di tendenza. Intanto, il ranking ha ripreso parzialmente a sorridere: non può piovere per sempre. 

mercoledì 25 marzo 2015

DOSSIER AZZURRI: DOPO QUATTRO MESI DI NULLA, L'ITALIA DI CONTE TORNA IN VERSIONE "STRANIERA"

                                        Eder in azzurro, una sola domanda: perché? 

Quattro mesi senza Nazionale. Una assurda eternità: colpa, certo, delle ulteriori restrizioni imposte dal nuovo calendario FIFA in tema di date per le amichevoli, ormai viste come fumo negli occhi. Colpa, soprattutto, dell'assoluta impotenza della nostra Federcalcio, che non è stata neppure in grado di imporre uno straccio di stage, solleticando il sempre meno latente malcontento del trainer Conte. Ma quest'ultimo punto desta ben poca sorpresa: l'inconsistenza della reggenza Tavecchio sul piano dell'autorevolezza e della capacità di governare era già evidente ben prima delle elezioni dello scorso agosto, tutto ciò che è accaduto dopo rientra in una drammatica normalità. 
ORIUNDI COME SE PIOVESSE - Quattro mesi senza azzurri, dopodiché l'Italia si ripresenta a Coverciano nella versione peggiore possibile, piegata alla logica dell'oriundismo (orribile termine da me testé coniato...). E dunque, per rilanciare le scolorite ambizioni della squadra rasa al suolo dalla Coppa del Mondo 2014, non si trova nulla di meglio che naturalizzare Eder e Vazquez, un brasiliano non più di primo pelo che sembra toccato dalla grazia (come tutta la sua Sampdoria) e un furetto argentino che da un paio d'anni sta facendo le fortune del Palermo. E cara grazia che Dybala, altro rosanero, fuoriclasse in pectore, abbia cortesemente declinato l'invito del Commissario Tecnico, perché giustamente sa di avere i mezzi per puntare alla Selecciòn biancoceleste, all'equipo del suo Paese. 
BACINO RISTRETTO - Ecco, sinceramente non mi pare una prospettiva allettante, quella di ritrovarmi con un Club Italia in versione dopoguerra, quando la Nazionale si aggrappava ai naturalizzati collezionando brutte figure in serie, in primis la clamorosa eliminazione dal Mondiale del '58 (ciò che accadeva negli anni Trenta è discorso diverso, per contesto storico, politico, calcistico, di leggi civili e di regolamenti sportivi).
Certo, il bacino da cui pescare è quello che è. Censurato giustamente Prandelli per la conduzione dell'infausta operazione iridata, va anche detto che nei primi tre anni di gestione fece obiettivamente miracoli, riuscendo a creare una rosa piuttosto ampia di azzurrabili, quasi tutti di buona affidabilità (e al 99 per cento "prodotti casalinghi"), e che fino a un certo punto risposero sul campo con buone prestazioni e risultati accettabili. Ma i miracoli non possono protrarsi all'infinito, e la Serie A di oggi ha ulteriormente ristretto le prospettive al nuovo cittì. 
Grazie all'imprescindibile Calcioitalia, aggiornatissimo almanacco del Guerin Sportivo, mi son tolto lo sfizio di buttare giù qualche statistica: sui circa 600 calciatori che compongono i roster delle 20 di A (cifra comprendente i Primavera, aggregati alla prima squadra per scaldare la panchina o i seggiolini in tribuna...), gli italiani sono circa 270, il 46 per cento del totale. Non sarebbe nemmeno terribile, come dato generale, visto l'andazzo degli ultimi anni, ma si sa che la Nazionale deve, preferibilmente, poter selezionare i suoi elementi nei club di alta classifica, o al limite in quelli di fascia media, per poter contare su atleti rodati alle sfide "che contano", meglio ancora se con buona esperienza internazionale. 
DI ITALIANI NE GIOCANO POCHI... - Ed è qui che la situazione si fa tragica. Altra analisi statistica, basata sulle formazioni messe in campo in campionato nei mesi di gennaio e febbraio: Fiorentina e Napoli, i due sodalizi che si stanno facendo onore in Europa League, schierano in media poco più di un italiano a gara (Pasqual, Aquiliani, Maggio, Gabbiadini: i nomi sono quelli, sostanzialmente). L'Inter è poco sotto la media di due (grazie a Santon, Ranocchia e D'Ambrosio che hanno trovato spesso spazio), la Roma poco sotto il quattro. Fra le grandi classiche, onore alla Juventus, con cinque italiani a match, lo zoccolo duro di nazionali che tutti conosciamo, ma anche al Milan, poco sopra il cinque, grazie soprattutto al coraggio mostrato nel mercato invernale, con gli arrivi di molti "virgulti" di casa nostra, da Bocchetti ad Antonelli a Destro, aggiuntisi ai vari De Sciglio, Montolivo, Poli ed El Shaarawy: una politica che finora non sta dando grossi frutti, ma i problemi rossoneri sono altri e ben più complessi... Caso stranissimo quello della Lazio: ha solo cinque "tricolori" in organico, ma ultimamente sono quasi sempre titolari, anche il giovanissimo Cataldi, fra i pochissimi nomi nuovi "made in Italy" emersi in questa grigia stagione. 
SI PESCA FRA LE "MEDIE" - Nelle società di fascia media la situazione migliora, ma non più di tanto: Genoa e Palermo, belle realtà della prima parte di stagione ora "annacquatesi" per varie ragioni, sono a un deludente 3,5, o giù di lì, di titolari nostrani: ciò deve suonare a condanna soprattutto del Grifone, che si era presentato ai nastri di partenza estivi con un gruppo dal forte cuore tricolore e che invece si è arreso, a gennaio, all'esterofilia dilagante, congedando Antonelli, Sturaro e Matri per i vari Bergdich, Laxalt e Niang (Borriello al momento è stato del tutto inconsistente, come era ampiamente prevedibile). 
Meglio i cugini sampdoriani, che sono sulla media del 6,5 di italiani in campo, e che anche da questo fattore, ne sono convinto, stanno traendo slancio per una "temporada" decisamente sopra le righe. Stessa media del Torino, dignitosissimo protagonista anche in Europa, mentre l'Udinese è ormai una multinazionale che non supera l'1,5 (Di Natale, Domizzi e poco altro), dopo che anche la valorizzazione del portierino Scuffet (l'anno scorso addirittura accostato alla Nazionale A) è stata gettata alle ortiche puntando su Karnezis. Scendendo, ci sarebbero i casi esemplari di Empoli (quasi otto titolari di media) e soprattutto Sassuolo (oltre dieci), che non a caso sono diventati serbatoi importanti per le nostre due principali rappresentative (maggiore e Under 21), ma è decisamente un'anomalia che per costruire il Club Italia ci si debba rivolgere a squadre in odor di salvezza. 
C'ERANO SPAZIO E TEMPO PER LAVORARE SUGLI ITALIANI - Ecco, questo è il desolante panorama in cui Conte si trova a dover agire. Meno alternative vi sono, più difficile è scovare calciatori di qualità, questo è certo. Ma niente paura, perché è stata trovata l'immediata soluzione: naturalizzare, naturalizzare senza sosta. Dopo Vazquez ed Eder, si fanno già i nomi di De Maio e Vecino. E sì, sanno veder davvero lungo, i responsabili del nostro calcio: eppure, in questo biennio soft, con la qualificazione europea pressoché scontata (ricordiamo sempre che a Francia 2016 saranno ammesse 24 finaliste), c'era tutto lo spazio per impostare un lavoro di prospettiva sui ragazzi di casa nostra, per far giocare, crescere con calma, "svezzare" e abituare ai confronti internazionali i giovani italiani che, fra mille difficoltà, stanno emergendo. Insistere sui Berardi e sui Zaza, sugli Immobile e sui Gabbiadini, ma anche sui Rugani e sui Romagnoli, molti dei quali ancora assurdamente confinati fra i babies di Di Biagio.

Immobile: insistere su di lui

SENZA PROSPETTIVE - Gli oriundi sono un tutto e subito (la cui efficacia, peraltro, è da dimostrare), un voler vivere alla giornata. E la levata di scudi quasi oceanica pro Conte, anche da parte di certa stampa "istituzionale", rattrista: perché certifica che la situazione è ormai irrecuperabile, che la trascuratezza dei vivai diventerà abbandono totale, che non c'è alcuna volontà di investire sui nostri talentini in erba, oltre al fatto che si vuole scindere qualsiasi legame fra calcio e territorio, e depotenziare il più genuino senso di appartenenza, che è fondamento della passione per il football.
Le grida di dolore sentite degli addetti ai lavori scadono a vuote dichiarazioni di facciata: ci si appella ai regolamenti, si parla di retorica superata, mentre si perdono di vista l'essenza, il significato, la ragion d'essere delle rappresentative: unico autentico traino dei movimenti calcistici nazionali (è una storia quasi secolare a dirlo), nonché sola attendibile cartina tornasole per valutare lo stato di salute degli stessi, con particolare riferimento alla prolificità dei vivai locali. Dato di fatto ancor più valido al giorno d'oggi, dal momento che il calcio di club di vertice è ormai popolato, l'abbiamo visto, da sodalizi "all stars", con rose gonfie di stranieri e pochi elementi "fatti in casa".
Ma di questo, evidentemente, non frega nulla a nessuno: si devono ottenere risultati (ma quali, ripeto? Una qualificazione europea che arriverebbe in ogni caso?), e li si possono ottenere solo con gli oriundi (forse). Però non venite a cianciare a vanvera di modernità, di globalizzazione e di Paesi esteri che fanno la stessa cosa, perché in Spagna e, soprattutto, Germania, è stato impostato un lavoro radicalmente diverso. Come al solito, qui da noi si manda a memoria solo una parte della lezione, e sovente la peggiore. E apertura alle istanze della società  multietnica non vuol dire trasformare una Nazionale in un club a tesseramento libero: perché i Balotelli, gli Okaka e gli Ogbonna sono cosa ben diversa dai sopracitati stranieri (sì, stranieri).
SI PUO' FARE ANCHE SENZA ORIUNDI - Le basi per migliorare, come sarebbe doveroso, la qualità del nostro serbatoio calcistico, oltretutto ci sarebbero. L'estate scorsa, dopo il disastro brasiliano, avevo pubblicato un listone di una cinquantina di papabili per la ricostruzione azzurra. Sono tutti in larga parte riproponibili, anche con qualche aggiunta. Sono la dimostrazione che la scuola italiana, nonostante i pesanti attacchi che le giungono da più parti, ha davvero un DNA forte, se riesce ancora a produrre elementi di discreta validità e che ancora di più potrebbero valere, se fosse dato loro modo di maturare. Fornisco qui una versione aggiornata di quell'elenco, da cui ho escluso infortunati lungodegenti (ad esempio Bernardeschi, e Insigne che è da poco ricomparso) e giocatori da troppo tempo in netto calo di rendimento (Balotelli, per dire): dateci un occhio, e poi ditemi se il Club Italia, nonostante tutto, ha davvero bisogno di Eder e Vazquez, per tacere di De Maio e Vecino.
PORTIERI: Sirigu, Buffon, Perin, Marchetti, Consigli.
DIFENSORI: Darmian, Bonucci, Romagnoli, Chiellini, Astori, Acerbi, Moretti, De Sciglio, Zappacosta, Criscito, Rugani, Donati, Tonelli, Santon, Pasqual, Antonelli. CHIOCCIA: Barzagli.
CENTROCAMPISTI: Florenzi, Verratti, Marchisio, Montolivo, Candreva, Parolo, Bonaventura, Bertolacci, Soriano, Baselli, Valdifiori, Poli, Verdi. CHIOCCE: De Rossi e Pirlo.
ATTACCANTI: Immobile, Gabbiadini, Destro, Berardi, Zaza, Pellè, Sansone, Okaka, Paloschi.
GIOVANI DA SEGUIRE: Izzo, Cataldi, Belotti, Verde, Crisetig, Cristante, Sturaro, Viviani, Mandragora. 

venerdì 13 marzo 2015

CHAMPIONS ED EUROPA LEAGUE: DAL PSG ALLA FIORENTINA, IL CALCIO DI CLUB HA SMARRITO IL LEGAME COL TERRITORIO


Mercoledì scorso, ottavi di Champions League a Stamford Bridge, Chelsea contro Paris Saint Germain: blues con due soli inglesi in campo (i centrali difensivi Terry e Cahill), ospiti con un unico francese (il centrocampista Matuidi). Ieri sera, ottavi di Europa League, derby italiano (e sottolineo "italiano") fra Fiorentina e Roma:  solo che gli italiani, nei due undici iniziali, erano appena due (due su ventidue!), ed entrambi nelle file giallorosse, De Rossi (ben presto uscito di scena) e Florenzi. Ecco, questo è, a grandi linee, il calcio di club degli anni Dieci, perlomeno ai piani più alti. Anzi, tanto perché sia chiara da subito la mia posizione, non è calcio, non lo è più. 
MULTINAZIONALI - Questi tornei continentali, soprattutto il più prestigioso per censo e.. giro di miliardi, hanno in cartellone spettacoli di altissimo livello tecnico, sovente una delizia per gli occhi. Ma si tratta, appunto, di spettacolo: il football autentico, nella sua essenza originaria e genuina, è un'altra cosa. Siamo quasi alla logica "globetrotters": pochi potentati economici hanno dapprima creato una élite di super società pressoché impenetrabile (si guardino vincitori e protagonisti di Champions degli ultimi quattro - cinque anni), e ne hanno poi trasformato i roster in "all stars", con campioni e campionissimi prelevati da ogni parte del mondo, ma quasi sempre stando alla larga dai vivai locali. Un PSG o un Chelsea potrebbero tranquillamente operare, giocare e avere sede a Dubai, a Mosca o in qualsiasi altra parte del globo: Londra e Parigi c'entrano poco, quasi nulla. 
CAMPANILISMO E LEGAME COL TERRITORIO - L'essenza del calcio, si diceva, sta anche, per me soprattutto, nella sua rappresentatività nazionale, nel legame e nell'identificazione col territorio. Che non è provincialismo, ma capacità di alimentare un po' di sano campanilismo nel tifoso ma anche nel calciatore, di rinsaldare il senso di appartenenza a un luogo: sono sentimenti che, declinati in senso positivo (alla larga cioè da eccessi di sciovinismo) hanno decretato nel Novecento il successo di ogni sport, e soprattutto l'oceanico favore popolare coagulatosi attorno al football. 
Personalmente sono uno che, pur coltivando una moderata nostalgia per certi aspetti di un mondo calcistico che non c'è più, ha sempre voluto guardare avanti, cercando il buono pure nelle tante, troppe novità che dal Duemila in poi hanno caratterizzato l'evoluzione di questa disciplina. Ma accettare il progresso non significa farsi andar bene tutto: in compagini come il Chelsea e il Paris Saint Germain, o come la Fiorentina e la Roma di ieri sera (ma mettiamoci anche l'Inter o il Napoli, per restare in ambito EL) la rappresentatività nazionale non esiste, il legame col territorio è stato buttato alle ortiche. E quindi si sono sradicate e rinnegate le radici stesse del fenomeno calcio.
GLOBALIZZAZIONE NEFASTA - Spogliatoi in cui si parlano dieci o più lingue, accozzaglie di calciatori di formazione diversa, nessun autentico collante morale a tenerli insieme, se non i contratti, peraltro assai volatili: non più atleti ma grigi professionisti, che vanno dove ti offrono di più, si chiami anche Anzhi, e chissenefrega se il prestigio del club è inesistente, basta che paghi bene. Danni di una globalizzazione male interpretata e portata agli eccessi, che non si può applicare a tutto: il calcio ha, ebbene sì, una propria valenza culturale, che consiste anche nella salvaguardia e nella valorizzazione della "produzione" locale. Incredibile che, dalla sentenza Bosman in poi, nessun fine giurista abbia trovato qualche machiavellico dispositivo per dare contorni concreti a questo rilievo culturale, e arginare la deriva della circolazione indiscriminata di atleti. 
PIU' ITALIA NEL PSG - Un trionfo nella seconda coppa continentale di una delle compagini nostrane (il Torino devo purtroppo escluderlo, per i suoi mezzi limitati) è certo auspicabile per alimentare il nostro esangue ranking UEFA, ma non sarebbe in alcun modo un termometro attendibile dello stato di salute del pallone tricolore, di cui esse non sono espressione. Il livello di un movimento calcistico, sul piano strettamente tecnico, si misura innanzitutto dalla capacità del vivaio nazionale di produrre elementi di valore, per poi portarli a rapida e proficua maturazione, e non certo dalle illusorie affermazioni di pittoreschi ensemble di brasiliani, croati, sloveni, greci e ivoriani. Idem, ovviamente, nel caso di un trionfo in Champions del PSG, per il quale siamo anzi al paradosso: significherebbe poco o nulla per il football transalpino (così come nulla significò per noi quello dell'Inter straniera nel 2010), mentre sarebbe un segnale interessante per l'Italia, visto che nella squadra di Laurent Blanc militano ben tre azzurrabili, assai più di quelli che è possibile rintracciare in molte realtà di vertice della nostra Serie A. 
ARISTOCRAZIA IMPENETRABILE - I club dell'élite internazionale, si diceva, hanno ormai dato vita a un'aristocrazia impenetrabile, nella quale è pressoché impossibile entrare per spontaneo progresso tecnico (se non in maniera sporadica), ma solo dotandosi di proprietà facoltose, russe o arabe purché immettano nelle casse societarie abbondante liquidità. Atletico Madrid e Borussia Dortmund sono luminose eccezioni, l'augurio è che lo possa essere la Juventus, la quale peraltro, negli anni della piena maturità del suo gruppo di nazionali azzurri (dei Buffon e dei Barzagli, dei Bonucci, dei Chiellini e dei Pirlo), ha dimostrato di non poter andare oltre un determinato limite. 
SCOUTING STRABICO - In questa gruppuscolo ormai destinato a spartirsi la Champions per molti lustri, oltreché a dettar legge nelle rispettive patrie, si è anche perso il concetto di scouting: perché non ci vuole particolare fiuto  di mercato per andare a pescare in giro per il mondo il Verratti o il Diego Costa, il Pastore o l'Azpilicueta, il Courtois o il Thiago Silva. Il lavoro di scouting rimane invece un lodevole punto di forza delle società di seconda fascia europea, quindi di quasi tutte le italiane qui citate, ma, ripetiamo, non si vede perché questa operazione "scova talenti" debba essere indirizzata pressoché esclusivamente verso l'estero. Dicono che i giovanissimi di casa nostra costino troppo: ammesso e non concesso che sia del tutto vero, ci sarà pure un modo per porre un tetto, anche se mi rendo conto che ben poco si può fare, dopo essersi dotati di una presidenza federale impresentabile e votata al totale immobilismo. Ma non sono convinto che sia tutto qui il problema, e prima poi anche questo ostracismo al "prodotto interno lordo calcistico" dovrà essere chiarito, una volta per tutte. 
NON CI RESTANO CHE LE NAZIONALI... - Qualche firma prestigiosa ritiene che le competizioni per rappresentative nazionali abbiano ormai ampiamente perso fascino e appeal, a tutto vantaggio della Champions League e, più in generale, proprio dei tornei fra club. Non è vero (basti pensare alla copertura giornalistica, agli spettatori in loco e attraverso i media vecchi e nuovi, alla passione ma anche al giro di soldi che Mondiali ed Europei continuano a generare): alla luce di quanto scritto sopra, sono proprio quei tornei l'ultimo baluardo a difesa del DNA più autentico e genuino del pallone. Le Nazionali e le loro sfide ridanno vigore al campanile e al senso di appartenenza, al patriottismo sano, e danno la misura più realistica del livello qualitativo di un movimento, dei suoi progressi e dei suoi passi indietro. Quelli di Champions e di Europa League sono solo scontri fra "all stars": emozionanti, gradevoli, ma senza "sugo" storico e di prospettiva. Quasi delle "americanate"... 

sabato 28 febbraio 2015

L'ASSURDITA' DEL CASO PARMA E LE FALSE ILLUSIONI DEL GIOVEDI' EUROPEO. CALCIO ITALIANO SEMPRE PIU' IN BASSO

                                          Lucarelli, capitano di un Parma in sfacelo

La tentazione di inneggiare alla rinascita del calcio italiano è stata forte, dopo un giovedì europeo  davvero "d'altri tempi", anche per la singolare concentrazione in un'unica giornata di tanti impegni internazionali dei nostri club, evento ormai rarissimo. Certo, solo di sedicesimi di finale di Europa League (ripeto, sedicesimi di finale) si trattava, ma è innegabile che la Fiorentina abbia prevalso con merito su un Tottenham ricco e qualitativo, e che Roma e Torino abbiano sconfitto, oltre ad avversari in assoluto non irresistibili, colossali insidie ambientali: discorso valido soprattutto per i granata, perché se è vero che Bilbao ultimamente non è più una roccaforte inviolabile, per una realtà media nostrana imporsi da quelle parti, e con tale autorevolezza, è comunque impresa di assoluto rilievo. 
CREDIBILITA' COMPROMESSA - Insomma, tentazione di urlare al vento "siamo tornati", si diceva prima. Un urlo che però è stato ricacciato in gola dalle puntuali miserie interne del nostro calcio, mirabilmente sintetizzate dal delirante caso Parma. Nel quale troppe cose non quadrano, ma una certezza c'è: la regolarità del campionato, quella che la Figc dice di voler tutelare ad ogni costo, è già andata a carte quarantotto da tempo. Il secondo rinvio consecutivo di un impegno dei ducali, la trasferta col Genoa dopo la gara interna con l'Udinese, è un vulnus terribile, che mina alla base la credibilità del nostro massimo campionato e, in definitiva, di tutto il carrozzone, peraltro già ampiamente precipitato nei valori internazionali a causa di una gestione tecnico - politico - finanziaria deficitaria da almeno un decennio. 
QUALE SOLIDARIETA'? - Perché è così necessario aspettare lo sviluppo degli eventi? Ma soprattutto, anche alla luce del'esito negativo dell'incontro di ieri fra il sindaco Pizzarrotti e l'attuale patron Manenti, cosa credono possa accadere, Tavecchio e compagnia, di qui a pochi giorni, a poche settimane? E ancora: perché mai dovrebbe esserci solidarietà da parte delle altre società di A, nel farsi carico delle spese necessarie affinché il Parma possa concludere il torneo? Chi è causa del suo mal pianga se stesso... Il sodalizio gialloblù deve provare a salvarsi da solo, trovando un acquirente credibile che ne eviti l'imminente fallimento, coprendone i debiti e rimettendolo in carreggiata a tempo di record: i sostegni provenienti dall'esterno sarebbero solo un inutile allungamento di una inevitabile agonia. Il Parma è alla canna del gas, non ha nemmeno gli spiccioli, non ha l'acqua calda per le docce, perfino la panchina di mister Donadoni è finita all'asta giudiziaria. 
E I REGOLAMENTI? - Fuori dai denti: a rendere irregolare il campionato in corso è la presenza stessa del Parma, mentre la sua esclusione, per quanto dolorosa, servirebbe a sanare una situazione che non ha, francamente, alcuna ragion d'essere. Prima di tutto sul piano giuridico, in quanto l'articolo 53 delle Norme organizzative interne FIGC afferma che "La società che rinuncia alla disputa di una gara di campionato o di altra manifestazione o fa rinunciare la propria squadra a proseguire nella disputa della stessa, laddove sia già in svolgimento, subisce la perdita della gara con il punteggio di 0-3". Dunque, di che cosa stiamo a parlare? Lo spostamento delle ultime due partite a data da destinarsi è, nel caso specifico, una evidente forzatura: una società che non è in grado di giocare una gara ha partita persa, punto e basta. E' palese come, nella fattispecie, non si sia in presenza di eventi quali calamità naturali o episodi luttuosi, di fronte ai quali il rinvio di un match risulta l'unica decisione plausibile, nonché eticamente corretta. 
La vicinanza ai calciatori del Parma da parte dei colleghi è certo cosa nobile, solo che poi ci sono i regolamenti... I vertici federali stanno navigando a vista, aggrappandosi a discutibili criteri morali. E' un atteggiamento attendista che verosimilmente non porterà da nessuna parte, e nasconde la cattiva coscienza di un'organizzazione calcistica che non è stata in grado di chiudere la stalla prima che i buoi scappassero: perché, ad esempio, annunciare solo ora, pomposamente, che "Il consiglio federale ha dettato linee guida che prevedono grosse restrizioni e responsabilità per chi compra un club di A. Non si potrà più acquistare una società per 1 euro"? 
CAMPIONATO FALSATO - Vogliono salvaguardare la regolarità del campionato tenendo in corsa fino all'ultimo Lucarelli e compagni? Ma suvvia... La regolarità del torneo è stata compromessa nel momento in cui, incomprensibilmente, è stato consentito al club (all'epoca di Ghirardi) di iscriversi: viene difficile credere che una situazione finanziaria così devastante possa essere maturata solo da settembre in poi... Questa Serie A può ritrovare un minimo di dignità solamente mettendo alla porta il Parma. Mai successo dall'inizio del girone unico (1929) a oggi? E cosa vuol dire? Sono ben altre le macchie sulla dignità storica di un calcio, quello tricolore, che una volta era una cosa seria. 
Un simile gesto, per quanto doloroso e in certo senso crudele, sarebbe invece un atto di serietà, di morigeratezza, di rispetto delle regole. Così invece si crea un tipico precedente all'italiana, che, in presenza di analoghi eventi futuri (sempre più probabili, vista la precarietà assoluta del nostro football) porterebbe a distinguo ed eccezioni, invece che a provvedimenti radicali. E, visto che i governanti del nostro calcio sono assisi sulle loro poltrone anche per studiare soluzioni intelligenti in casi di emergenza, penso che pure il problema legato ai risultati già ottenuti dal Parma, e a quelli delle partite che non giocherebbe, sia facilmente risolvibile. Ancora il regolamento FIGC dice: "Qualora una società si ritiri dal Campionato o da altra manifestazione ufficiale o ne venga esclusa per qualsiasi ragione durante il girone di ritorno, tutte le gare ancora da disputare saranno considerate perdute con il punteggio di 0-3". Facile, con buona pace di tutti: riguardo alle partite precedenti, ci si rivolga a chi ha consentito ai ducali di prender parte a questo torneo. Insomma, altro che rinascita del calcio tricolore... 

martedì 2 settembre 2014

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO - PRIMA PARTE: DALL'ATALANTA ALLA LAZIO

                                             Parolo: ottimo rinforzo per la Lazio

ATALANTA - Cambiamenti non di poco conto, dopo alcune stagioni all'insegna di una sostanziale stabilità e della conferma di un nucleo storico affidabile e vincente, arricchito di volta in volta da pochi e azzeccati innesti. La "Dea" ha infatti perso in extremis due colonne come Consigli e Bonaventura, e non se ne può non tener conto nel valutare un mercato in chiaroscuro: si tratta di elementi che, con una parata o un'invenzione, hanno portato in dote un notevole surplus di punti, negli anni scorsi. Partenze certo più pesanti di quella di Yepes, il quale, carta d'identità alla mano, dovrebbe aver regalato gli ultimi sprazzi ad alto livello al Mondiale brasiliano. Percassi ha però "rimpatriato" il folletto Papu Gomez, l'ideale per attivare sotto porta Denis e un Boakye che insegue il decollo. L'intramontabile Biava e Dramé significano esperienza e sostanza in retroguardia, Cigarini continuerà a tessere sapientemente la sua tela nel mezzo, mentre dovrebbero trovare spazio ragazzi di casa nostra come Zappacosta e D'Alessandro, quest'ultimo protagonista della promozione del Cesena. Soprattutto, è attesa la valorizzazione di Baselli, una delle speranze del derelitto calcio azzurro, intelligenza tattica e piedi buoni per la zona nevralgica. 
CAGLIARI - Un sentito grazie a Zeman, "mosca bianca" perché ha deciso di puntare forte su un gruppo di chiara marca italiana e prevalentemente giovane, in un torneo malato grave di "esterofollia". Colombi o Cragno in porta, Capuano e Murru in difesa, Crisetig a reggere le fila della manovra nel mezzo, Longo in avanti accanto alla bandiera Sau. E poi ci sono sempre i pilastri Rossettini, Daniele Conti e Ibarbo. Non sarà facile, anche per l'integralismo tattico del boemo che non conosce mezze misure e coltiva da sempre una sola idea di gioco, ma chi ama davvero il football tricolore, quello vero, non può che augurare ai sardi di poter festeggiare, a maggio, la permanenza nella massima categoria. 
CESENA - Fra arrivi e partenze, il quadro tecnico non sembra cambiato di molto rispetto a giugno. Il livello, cioè, è più o meno lo stesso della marcia cadetta impreziosita dalla promozione all'ultimo tuffo, ma la Serie A è tutta un'altra cosa, anche se l'avvio è stato incoraggiante. Le certezze si chiamano Cascione, eclettico centrocampista settepolmoni di incommensurabile importanza tattica, e Marilungo, che vuole dimostrare di essere un bomber valido anche per la Serie A, dove ha sempre deluso dopo i promettenti esordi in maglia Samp. Leali è un'esponente della rifiorita scuola di portieri italiani, Lucchini rinsalderà la terza linea, Renzetti approda finalmente alla categoria cui sembrava predestinato ai tempi degli esordi giovanili nel Genoa, Camporese e D'Alessandro potrebbero essere acutamente rimpianti. Sarà sofferenza fino all'ultimo. 
CHIEVO - Come l'Atalanta, cambio di strategia: mercato movimentato dopo l'immobilismo pressoché assoluto di dodici mesi fa. Anche qui, discreta fiducia ai giovani made in Italy: ci sono i vicecampioni d'Europa Under 21 Bardi (che però deve far dimenticare certe amnesie della passata stagione) e Biraghi, c'è un Bellomo dai piedi raffinati e capace di alzate d'ingegno di gran pregio ed efficacia in fase conclusiva. Altri acquisti di notevole peso: Gamberini è un difensore di qualità che ha praticamente perso un anno (a Genova) per acciacchi fisici: se recuperato appieno, è un puntello importante, così come il tuttofare Izco e come uno Schelotto che deve ancora trovare la sua autentica dimensione e adeguata continuità (nelle giornate buone, è da grande squadra), Birsa da comprimario ha fornito discreti sprazzi nel Milan. In avanti Maxi Lopez è un salto nel buio (alla Samp solo l'acuto nel derby, poi il vuoto), senza Thereau il peso della ricerca del gol rischia di finire solo sulle spalle di Paloschi, comunque ormai sufficientemente solide. Se Corini trova l'alchimia giusta, la salvezza potrebbe essere meno problematica del previsto. 
EMPOLI - Sarà tremendamente dura restare a galla, diciamolo subito, eppure, spulciando nella rosa, qualche valore autentico si trova: la difesa, ad esempio, schiera Rugani e Bianchetti, fra i pochi difensori italiani "in erba" di reale prospettiva (del secondo ricordiamo uno splendido Europeo in Israele, l'anno scorso). Nel mezzo la scommessa è Guarente, centrocampista solido e qualitativo smarritosi fra gravi problemi fisici e troppi cambi di casacca, mente Laxalt, emerso gagliardamente dalla tormentata stagione bolognese, sa già cosa voglia dire lottare al calor bianco dei bassifondi. E in prima linea ci sono pur sempre Tavano e Maccarone, che però nel tempo si sono consacrati come bomber più da B che da A. Insomma, si ballerà di brutto, ma se gli azzardi della dirigenza andranno a segno, hai visto mai...
FIORENTINA - Gli ultimi movimenti in entrata, Kurtic e Richards, sono di secondo piano, non certo ciò che ci si aspetta da una grande che aspira a un ulteriore salto di qualità. I veri acquisti sono le conferme di pezzi da novanta come Cuadrado (soprattutto) e Borja Valero, mentre il tocco in più dovrebbe essere il ritorno a pieno regime di Mario Gomez e Giuseppe Rossi, la coppia d'oro del calciomercato 2013 di fatto mai vista vista in campo, se non a sprazzi. E per Pepito le premesse sono tutt'altro che incoraggianti: bisogna forse rassegnarsi ad averlo a disposizione solo part time? Anche i viola si sono consegnati alla più deteriore esterofilia: fra troppi nomi improponibili e di dubbia utilità (e valore) segnaliamo un Marin che vuole riportare indietro le lancette e tornare elemento di spessore internazionale, il Basanta terzino di grande applicazione visto nell'Argentina del Mondiale, e poi il talento cristallino di Bernardeschi, che dovrà sgomitare parecchio per ritagliarsi un posto al sole. In estrema sintesi, nessuna crescita effettiva, il valore del roster è grosso modo lo stesso, l'assalto alla dirigenza Champions rimane un sogno legittimo ma presenterà le medesime difficoltà del torneo chiusosi a maggio.

                                              Lestienne: baby belga del Genoa

GENOA - Per la prima volta dopo anni, il Grifone si presenta ai nastri di partenza con un gruppo storico rimasto impermeabile alle lusinghe del mercato: Perin, Burdisso, De Maio, Marchese, Antonelli, Bertolacci, Sturaro (di fatto già juventino), il recuperato Kucka e un Antonini purtroppo fermo ai box garantiscono la continuità di spirito e di spogliatoio rispetto a un'ultima stagione discreta, a parte il crollo negli ultimi due mesi. Gravi le rinunce a Matuzalem, anima del centrocampo, e all'insostituibile bomber Gilardino, ma la campagna acquisti ha portato nomi di assoluto interesse, fra elementi con una buona esperienza in Serie A, stranieri temprati da battaglie in tornei esteri di primo piano e giovani, locali e di fuorivia, dai piedi educatissimi: la difesa sarà rinsaldata dal fiorentino Roncaglia, Rosi è un laterale basso dal rendimento costante, Rincon un centrocampista di granito con una lunga militanza in Bundesliga, Perotti ha classe e guizzi mentre si dice un gran bene del belga Lestienne, esterno in grado di rifinire e di segnare. Merita fiducia Ragusa, giovane di buona tecnica e molto incisivo dalla trequarti in su, mentre l'eredità di Gila è sulle spalle di Matri e Pinilla, non male, dopotutto. La salvezza non dovrebbe essere in dubbio, nonostante il terribile calendario di partenza possa creare qualche scompenso psicologico, in caso di ripetuti rovesci (il primo, immeritato, è già arrivato). 
INTER - Pare una compagine più solida, equilibrata e logica, se confrontata al cantiere aperto della stagione 2013/14. Ci sono discrete certezze in tutti i reparti: in retroguardia Handanovic sarà protetto da un Ranocchia più sicuro e continuo e da un Vidic il cui approdo in Italia mette un po' di tristezza, se si pensa che era oggetto del desiderio dei nostri club almeno dal 2005, ma che è comunque difensore inappuntabile. C'è il versatile Medel pronto a dare il massimo in copertura, senza dimenticare le discese dell'esuberante D'Ambrosio, mentre nel mezzo Hernanes può fornire un contributo eccellente nelle due fasi e Kovacic è atteso alla definitiva esplosione. In attacco è forse mancata la ciliegina sulla torta (poteva esserlo Borini): Icardi e Palacio garantiscono una discreta messe di gol, mentre Osvaldo è tuttora da ricostruire, mentre è stato frettolosamente premiato con una convocazione in Nazionale senza alcuna motivazione logica. 
JUVENTUS - Il terremoto Conte è stato destabilizzante solo in parte, perché la sensazione netta è che fosse nell'aria da tempo. Allegri si ritrova a guidare una Signora senza grossi miglioramenti rispetto all'ultimo torneo: il declinante Evra, Pereyra, Romulo e Morata spostano poco a livello interno, nulla una volta varcati i patrii confini, mentre lo zoccolo duro italiano comincia a essere minato dall'età e dagli acciacchi in Buffon, Barzagli e Pirlo. Ci si affida alle sicurezze Bonucci, Chiellini, Marchisio, Vidal e Pogba, nonché ai puntuali gol di Tevez e Llorente, ma per il definitivo salto di qualità verso la gloria europea ci vuol altro. 
LAZIO - Protagonista del mercato. E' riuscita a portare in Italia uno dei migliori difensori di Brasile 2014, l'olandese De Vrij, eppure l'impresa, clamorosa di questi tempi, non ha avuto il risalto adeguato. Centrocampo poderosamente rinforzato con l'inesauribile Basta e con il nazionale Parolo, costruttore e finalizzatore, formidabile uomo ovunque. E ci sono ancora le garanzie offerte da Lulic, Ledesma, Biglia (ringalluzzito da un Mondiale di buona grana), un Klose che setaccerà le ultime pepite dalla sua dorata carriera, e il guastatore Candreva, animato da una poderosa voglia di riscatto dopo l'amara esperienza sudamericana. L'esordio non è stato felice, ma il team di Pioli può andar lontano, sperando che il pubblico seppellisca l'ascia di guerra. (1 - CONTINUA). 

DOPO IL CALCIOMERCATO: ITALIA COLONIZZATA. FRA I GIOIELLINI AZZURRI SOLO BONAVENTURA SALE DI GRADO

                                             Bonaventura: farà grande il Milan? 

Meno male che questa doveva essere l'estate in cui porre le basi per il rilancio del vivaio nostrano. Certo, a parole, come sempre. Perché a calciomercato finalmente chiuso un elemento balza agli occhi, ben più dei colpi annunciati e mai realizzati ("Falcao non va alla Juve": ma va?) e dei pedatori d'oltrefrontiera spacciati per fenomeni: solo uno dei "ragazzi italiani", inserendo in questa categoria quei calciatori giovani o ancora relativamente giovani facenti parte del "giro azzurro", è stato oggetto di vero interesse da parte dei nostri club di vertice. Stiamo parlando di Giacomo Bonaventura, gioiellino dell'Atalanta, sulle cui tracce si è lanciato in extremis il Milan (nei giorni precedenti c'era forse stato un timido tentativo dell'Inter), abile a battere in poche ore la concorrenza del Verona. Spiace per gli orobici,  ma per "Jack" è il giusto premio: ha già dimostrato, soprattutto nell'ultima stagione, di meritare ampiamente una chance di primo livello, prolungarne ulteriormente l'anticamera in una "media" sarebbe stato delittuoso, considerato che il trequartista ha già 25 anni, non è quindi propriamente un fuoriclasse in sboccio. 
GIOVANI AI MARGINI - E già: Bonaventura, e poi il vuoto o quasi: ci sarebbe da citare Bernardeschi, al quale auguro tutto il bene possibile, ma che per il momento sembra destinato a partire dalle retrovie nella Fiorentina (felice di essere smentito, nel caso). Gli altri prodotti rampanti di casa nostra sono rimasti ai margini del mercato. La "pista Borini" attribuita all'Inter si è volatilizzata nel giro di un paio di giorni, dei 23 della rosa azzurra in Brasile il solo Parolo (comunque un ventinovenne) ha cambiato casacca restando nel nostro Paese (dal Parma alla Lazio). I tanti virgulti in cerca di affermazione si sono trovati di fronte una freddezza generalizzata: Baselli è ancora a Bergamo, Berardi e Zaza (quest'ultimo neo nazionale) trascineranno il rinforzato Sassuolo a una presumibilmente facile salvezza, Gabbiadini sarà ancora un punto di forza della Sampdoria dove però difficilmente avrà ulteriori opportunità di crescita e di miglioramento, e dove oltretutto è stato raggiunto da Alessio Romagnoli, uno dei difensori più promettenti dell'ultima covata made in Italy, giovanotto che la Roma ha pensato bene di "esiliare" proprio quando avrebbe potuto rischiare puntando (anche) su di lui per colmare il vuoto lasciato da Benatia. E meno male che il Genoa ha resistito alla corte di Bologna e Catania per Antonino Ragusa, che è arrivato a potersi giocare l'occasione della vita in Serie A e invece rischiava di essere immediatamente dirottato al piano di sotto, per un esiziale e inutile prolungamento di gavetta. 
PIENI DI STRANIERI - Mi ero ripromesso, quest'estate, di salvare sul mio pc le immagini delle home page dei quotidiani sportivi italiani, giorno per giorno, per documentare lo sconsolante andamento del mercato. Non ce l'ho fatta, lo sconforto ha preso il sopravvento, ma fidatevi: le prime pagine online erano costantemente piene di improponibili nomi stranieri che solleticavano l'appetito delle nostre grandi. Purtroppo molti di questi appetiti si sono poi tradotti in reali acquisti (o prestiti: di soldi ne girano sempre meno). 
Il quadro è allarmante: in questi mesi sono approdati nell'ex Bel Paese quasi ottanta nuovi stranieri (e parliamo solo di massima serie). Non male, se pensiamo agli alti lamenti levatisi dopo la sconfortante spedizione Mundial pilotata da Prandelli. Che ci sia da rinforzare la rosa o da coprire un buco, si punta invariabilmente sul mercato d'oltrefrontiera, il nostro vivaio e le nostre serie minori sono ormai sistematicamente ignorati. 
COMAN SI', CRISTANTE NO - Fra i club di primo piano, Napoli e Fiorentina sono avviati a superare l'Inter, quanto a esterofilia: trovare un "azzurrabile" fra le loro fila è impresa ai limiti dell'impossibile, tanto che mi viene persino da capire (ma non giustificare) il crescente nervosismo di Insigne, un concentrato di classe pura non valorizzato a dovere sotto il Vesuvio. E nelle retrovie si è adattato persino il Verona, in cui il solo italiano destinato a partire titolare sembra essere lo stagionatissimo Toni. Il tutto mentre la squadra guida del nostro scalcinato movimento, dicasi la Juventus, pur avendo in giro per la Penisola diversi talenti in rampa di lancio (il già citato Berardi, ad esempio) preferisce affidarsi a un Under 21 francese, Coman, ovviamente subito titolare alla partenza del campionato. E lo stesso Milan, "benemerito" per l'acquisto di Bonaventura, dirotta però in Portogallo un'altra grossissima speranza del nostro football, Cristante.
Questo è un altro punto dolente: i giovani stranieri sembrano sempre più pronti dei nostri. Secondo alcuni perché, semplicemente, sono più forti. Ovviamente è una favoletta, e io, scusatemi, non ci sto più: la scuola italiana è da sempre una delle più prolifiche e competitive, la differenza rispetto al passato è che c'è meno pazienza verso i nostri babies, e che soprattutto gli spazi per loro si sono drasticamente ridotti, anche nei settori giovanili. I motivi di questo ossessivo, patologico rivolgersi al mercato di fuorivia sono più economici che tecnici, è chiaro. Lo dimostra il fatto che invece, all'estero, al "prodotto italiano" ci credono ancora: hanno lasciato la compagnia Balotelli, Immobile e Cerci (povero Toro...), oltre al Cristante di cui si è appena detto. 
CI VUOLE UN ESEMPIO DA SEGUIRE - Resta il fatto che se qualcuno non comincia a dare l'esempio, in un momento oltretutto favorevolissimo per una ripartenza in grande stile dei vivai, è notte fonda, e quella che ho definito in un precedente articolo "deriva ungherese", cioè il rischio che il nostro calcio declini repentinamente e irrimediabilmente come accaduto a quello magiaro, è davvero dietro l'angolo. In tal senso, meritano il massimo sostegno squadre come Cagliari, Genoa, Sampdoria, Sassuolo, che continuano a puntare su un forte nucleo nostrano (ma anche il solito Milan, via, unica fra le big con diversi azzurri di prospettiva in rosa), mentre mi aspettavo sinceramente più coraggio dal nuovo CT Conte, magari con una convocazione spiazzante tipo quella post Euro 2012 di Prandelli, che chiamò "pivellini" come Perin e De Sciglio, a corto o all'asciutto di esperienza in Serie A. Se poi stiamo ad aspettare il neo presidente federale Tavecchio stiamo freschi: vedremo quali saranno i suoi provvedimenti salvacalcio (dei quali, a quasi un mese dall'elezione, ancora non vi è traccia nemmeno a parole): il rischio di trovarci di fronte a un simil Renzi (tante chiacchiere e zero fatti) è concreto. Vedremo. 

martedì 20 maggio 2014

SERIE A 2013/14, IL BILANCIO: QUATTRO SQUADRE QUASI "EUROPEE", MA IL DECLINO TECNICO CONTINUA. NON CI RESTA CHE IL MONDIALE...

                          Vidal e Tevez esultano dopo uno dei tanti gol juventini in stagione 

Per fortuna che c'è il Mondiale. E già: non ci resta che attendere Brasile 2014 come una boccata d'aria pura, per lasciarci alle spalle una stagione calcistica nostrana fra le più buie che io ricordi. Dodici mesi fa, in sede di bilancio della Serie A 2012/13, scrissi che, pur in un quadro di diffusa recessione tecnica, non erano stati compiuti ulteriori passi indietro: qualche squadra capace di praticare un buon football si era vista, ed era persino emerso un piccolo drappello di giovani virgulti italiani, a indicare una inversione di tendenza dopo anni di ottuso ostracismo ai prodotti del nostro vivaio. Insomma, pur senza gridare al miracolo, poteva essere una buona base per avviare una risalita verso livelli qualitativi più consoni alla tradizione del pallone tricolore. 
Ebbene, a malincuore debbo dire che l'auspicio è rimasto lettera morta. Il massimo campionato 2013/14 va in archivio lasciandoci in bocca l'amaro sapore di un'involuzione ulteriormente accentuatasi, ancora più grave se si pensa alle stuzzicanti premesse estive del torneo. Ricordate? Nell'ex torneo più bello del mondo avevano nuovamente fatto capolino alcuni top player di fuorivia, gente come Higuain, Mario Gomez, Tevez e persino Llorente, inizialmente sottovalutato. Non molto, ma un piccola iniezione di classe che pareva poter un po' risollevare le sorti dell'italico spettacolo calcistico. 
A QUANDO LE 18 SQUADRE? - Non è accaduto, e ci si sente francamente impotenti, soprattutto per la cecità delle istituzioni sportive di fronte a una crisi che appare senza uscita, se è vero che l'annata di club appena archiviata ha segnato pure il sorpasso nel ranking UEFA da parte del Portogallo, cioè di un Paese che fino a un lustro fa aveva sempre patito una atavica soggezione nei nostri confronti. Solo oggi si è registrata la prima, timida apertura del presidente di Lega Beretta a un ripensamento degli organici dei campionati. Perché la riduzione della Serie A almeno a 18 squadre è ormai un provvedimento non più rinviabile: troppe partite senza senso, troppe compagini che tirano i remi in barca una volta raggiunta la salvezza, offrendo prestazioni da bollino rosso. Ma soprattutto un livello tecnico complessivo tendente sempre più al ribasso: sia detto senza offesa per nessuno, ma squadre come Bologna e Livorno non dovrebbero aver diritto di cittadinanza nella Serie A di una grande potenza pallonara: talmente povere di talento che, allo stato delle cose, faticherebbero a trovar gloria persino in cadetteria. Così come non è molto consolante che un'Inter in una delle versioni più dimesse della sua storia, con tanti campioni al capolinea e una marea di mezze figure, sia riuscita ad issarsi fino al quinto posto, giungendo addirittura a minacciare il quarto della Fiorentina. 
STANDARD EUROPEI - Per carità, non tutto è da buttare: le prime quattro classificate hanno sostanzialmente onorato il football, non ci hanno fatti vergognare di essere calciofili italiani. Juventus, Roma, Napoli e Fiorentina, con le dovute differenze di impostazione, praticano un gioco di buona fattura, gradevole esteticamente ma al contempo efficace: un calcio, soprattutto, vicino ai canoni internazionali più in voga. Sono le squadre che più di altre stanno lavorando per colmare il gap che ci separa dalle migliori espressioni europee, attraverso un'organizzazione tattica moderna e versatile, ritmi elevati, costante iniziativa, giocatori eclettici. Magari i campioni bianconeri un po' meno delle tre damigelle d'onore: perché alcuni "mostri sacri" si avvicinano al passo d'addio, per raggiunti limiti di età, e lo stesso Conte ha tergiversato fino a ieri prima di firmare la conferma, roso dal dubbio che con quel gruppo sia impossibile fare di più, e che rinnovarlo con gente di spessore non sarà facile, visti i chiari di luna finanziari. 
DIFFUSA MEDIOCRITA' - Dietro queste dignitosissime espressioni tecniche, però, si è visto il nulla o quasi: detto dell'Inter formato minimalista, nessuna delle cinque squadre in lizza fin quasi alla fine per l'ultimo posto in Europa League, ad eccezione del Parma, ha mostrato particolari luminarie, solidità complessiva ed equilibrio, e il fatto che fra queste cinque vi fosse il Milan peggiore degli ultimi vent'anni è un'ulteriore testimonianza delle generale modestia di questo torneo. Sul fondo, poi, un pianto: quota di sopravvivenza bassissima, nessuna matricola in grado di opporsi efficacemente ai colossi di vertice, che contro di loro han fatto bottino pieno o quasi, una lunga gara a ciapanò che ha inevitabilmente premiato il Sassuolo, l'unico club che, per organico, avrebbe avuto persino i mezzi per mettersi al riparo con ben altro anticipo. E poi, tutta la terra di mezzo, i "senza obiettivi" di cui si è detto, e che annacquano le ultime giornate col loro tirare a campare in attesa della nuova stagione.  Insomma, un'edizione della Serie A destinata a lasciare poche tracce nella memoria collettiva. Chiuso il quadro generale, mi limito dunque a qualche "pennellata" critica, mettendo in fila squadre e personaggi più significativi.

                                 Immobile: capocannoniere e potenziale "uomo mundial" 

JUVENTUS - Merita l'elogio pieno per il tris consecutivo, impresa di assoluto rilievo anche in un torneo svalutato come il nostro, ma accostarla ad altri squadroni del passato sa di bestemmia, e lasciamo stare il formidabile quinquennio 1930 - 1935, per favore. Se il metro più attendibile per valutare l'autentico valore del nostro football è il rendimento internazionale (e lo è), il team di Conte è rimasto più o meno sui livelli dell'anno passato (eliminato ai quarti di Champions nel 2013, fuori in semifinale di EL poche settimane fa). Se in un contesto interno di pieno decadimento aggiungi al tuo arco frecce puntute come Tevez e Llorente, è chiaro che per avversari già modesti non ci sia più partita. Ma, come detto sopra, il trionfo è in parte ingannevole e nasconde tremori da fine impero: difficile che la Juve di Buffon, Barzagli e Pirlo possa inseguire obiettivi europei, c'è da mettere a punto un nuovo progetto e la ripartenza potrebbe essere più difficile di quanto si pensi. 
FIORENTINA - Montella chiede rinforzi perché teme che questa squadra abbia dato fondo a tutte le proprie risorse, eppure è una compagine che ha dovuto correre ad handicap. Il cammino 2013/14 era stato costruito su fondamenta ben precise, ossia il duo d'attacco Gomez - Rossi: il primo non si è praticamente visto, il secondo, dopo un girone di andata da fromboliere, è stato cancellato da un altro grave infortunio, prima di ricomparire nelle ultime tre giornate, a giochi fatti, più che altro per mettere minuti nelle gambe in vista di un Mondiale non più chimerico. Che Viola sarebbe stata, con i due a dialogare là davanti? Fra un Borja Valero sempre più anima della squadra, costruttore e finalizzatore, un Pasqual che si è ripreso la Nazionale a cui, ai tempi di Lippi, pareva predestinato, e un Cuadrado in forma... iridata (uno dei pochi fuoriclasse espressi dal torneo), mi piace segnalare il piccolo ma significativo contributo (anche di gol) portato da Joaquin, ex grande promessa del calcio spagnolo quando ancora la Roja era lontana dal dominare il globo. 
PARMA - Nella lunga e affollata rincorsa all'Europa League, ha vinto alla fine la compagine più meritevole perché più continua, solida, ricca di talento puro (ben distribuito in ogni zona del campo), capace di abbinare praticità e una discreta dose di spettacolo. Cassani ritrovato, Paletta entrato a furor di popolo nel giro azzurro, Parolo formidabile centrocampista moderno, capace di correre e tessere gioco, di impostare e di concludere, Cassano ancora in grado di regalare lampi accecanti. 
VERONA - Un ritorno alla ribalta da applausi, dopo anni nelle retrovie calcistiche nazionali. Girone di andata a ritmi forsennati, poi un netto calo (coinciso con la cessione del regista Jorginho, futuro nazionale italiano: solo un caso?) e una parziale ripresa in dirittura d'arrivo. Toni ha spremuto probabilmente le ultime stille di talento e di reti dal suo bagaglio di campione, allettato anche da una prospettiva mondiale che per alcuni mesi è parsa più di un sogno, Iturbe è un fantasista vecchio stampo, di quelli capaci di "far venire giù lo stadio" con giocate in punta di fioretto, Cacciatore si è scoperto difensore fra i più efficaci a livello nazionale, l'eclettico Romulo punta la prua verso Brasile 2014.
MILAN - Temporada fallimentare, e non può bastare l'impennata finale con Seedorf in panchina (impennata più di risultati che di gioco) a cancellare le tante brutture viste prima. Difesa non all'altezza e lo si sapeva, ma rendimento inaccettabile di molti big anche negli altri reparti. Montolivo sottotraccia, dopo una stagione piuttosto brillante, Honda non pervenuto, Balotelli a tratti indisponente, eppure spesso decisivo in zona gol, a far capire fin dove potrebbe arrivare, questo gigante perennemente imbronciato e in guerra col mondo, se solo riuscisse a limare un tantino il suo carattere e ad avviare una maturazione non più differibile. Nel corso dell'ultima giornata, col Toro sotto a Firenze e il Parma che non riusciva a sbloccare contro il retrocesso Livorno, i rossoneri parevano addirittura poter agganciare in extremis il treno europeo, ma sarebbe stato francamente troppo. 
GENOA - Opinione strettamente personale, non raggiunge la sufficienza perché, dopo aver regalato alcune prestazioni di buonissima grana (su tutte il successo sull'Inter, il pirotecnico pari di Firenze e la sfortunata gara con la Juve), ha troppo presto tirato i remi in barca, addirittura quando la salvezza non era ancora stata matematicamente raggiunta. In tal modo ha offerto spettacoli desolanti e perso il derby della supremazia cittadina che, ad un certo punto, pareva avere saldamente fra le mani, e che comunque era alla portata, sulla scorta di una caratura complessivamente superiore ai blucerchiati. Ultimi due mesi da 4 in pagella, che fanno media col 7 abbondante del resto del campionato: 5,5 e ringraziare. Purtroppo, al momento, la Serie A non dura solo trenta giornate, e va onorata fino alla fine.  
SASSUOLO - Una... battaglia personale vinta, quella che ho combattuto per i neroverdi fin da questa estate e ancor più dopo il mercato di gennaio, dal quale il club di Squinzi era uscito enormemente potenziato, avendo aggiunto classe ed esperienza a un telaio già tutt'altro che disprezzabile. Non fosse stato per la sciagurata parentesi Malesani, ormai non più adatto ad allenare ad alto livello, la salvezza sarebbe probabilmente arrivata prima. E' una squadra ricca di mezzi tecnici ed economici, che già fin da ora si candida a mina vagante del prossimo torneo. E se Berardi trova continuità, può rischiarare il nuvoloso orizzonte del calcio nostrano: ha guizzi da fuoriclasse vero.
I MIEI UOMINI PIU' - Chiudo con i miei personaggi copertina, escludendo a priori quelli già strombazzatissimi da stampa e tv. Perin e Scuffet, la reattività e la calma olimpica, portieri azzurri del futuro; Bonucci, difensore che spinge, costruisce e segna; Parolo, uomo - squadra di cui ho già scritto sopra; Florenzi, giocatore universale, moderno, tuttofare, capace di coprire, attaccare e segnare: Prandelli, perché l'hai lasciato a casa? Callejon e Mertens, formidabili guastatori - incursori dalla strepitosa prolificità sotto porta, decisivi nella... carica dei 104 gol napoletani in stagione; il capocannoniere Immobile, attaccante vecchio stampo, uno che vive solo per il gol e che cerca la porta appena intravede uno spiraglio, riflessi fulminei, opportunismo, fiuto per il fondo della rete. Ed è anche in stato di grazia, uno di quei giocatori che vanno assolutamente portati al Mondiale, come jolly dell'ultimo momento, specialità tutta italiana.  

venerdì 21 marzo 2014

CALCIOITALIA ALL'ANNO ZERO: DISASTRO EUROPA LEAGUE, NON CI RESTA CHE LA JUVENTUS

                                      Per Pirlo altra punizione "divina": Fiorentina ko

Cadono come mosche. In quella che, negli auspici, doveva essere la stagione del riscatto italiano in Europa League, il contingente nostrano si ritrova già ridotto ai minimi termini. A ottavi di finale completati, ossia quando i giochi veri devono ancora cominciare, resta in corsa solo la Juventus, la cui qualificazione non può oltretutto essere parametro attendibile circa la competitività internazionale dei bianconeri, essendo giunta, e con non poca fatica, ai danni di un'altra compagine tricolore, la Fiorentina. Per il resto, il battaglione dipinto come agguerritissimo è stato polverizzato da una concorrenza tutt'altro che irresistibile, assumendo le patetiche sembianze di una improbabile armata Brancaleone. Fuori già nel turno precedente la Lazio, estromessa (una sconfitta e un pari) dal modestissimo Ludogorets, del quale il Valencia si è poi disfatto senza soverchie difficoltà; fuori, come detto, i viola di Vincenzo Montella, che pure sono considerati i fautori della manovra dal tasso estetico e qualitativo più elevato della nostra Serie A; ultimo della tremenda serie, fuori il Napoli, incapace di venire a capo di un Porto dalle misure tecniche non certo eccezionali. 
SEMPRE PEGGIO - Un disastro, un disastro pressoché assoluto. Da anni cerchiamo pazientemente, nelle pieghe delle competizioni europee per club, un segnale che possa far sperare in un'inversione di tendenza. E i segnali ogni tanto arrivano, per la verità: in Champions League, l'anno scorso, ci fu il discreto percorso della Juventus, arresasi al Bayern nei quarti dopo brillanti affermazioni su Chelsea e Shakthar; e i partenopei di Benitez, sempre nel torneo più importante, pochi mesi fa si sono resi protagonisti di un turno preliminare per certi versi esaltante, ma sfortunatissimo. Ma si è trattato di exploit del tutto effimeri, che sono stati, anzi, il preludio a ulteriori passi indietro. L'Europa League continua ad essere una manifestazione inspiegabilmente ostile ai colori italiani: non ci resta che la Juve, e la Vecchia Signora ha a questo punto il dovere morale di puntare dritta alla finalissima, non solo perché ad ospitarla sarà il suo stadio di casa. Vincere l'ex Uefa, precisiamolo, non basterebbe a cancellare anni e anni di figuracce ed eliminazioni delle nostre spaurite portacolori, ma porrebbe comunque un freno a una caduta che sembra inarrestabile, e potrebbe fungere da esempio per un diverso approccio, nel futuro, a questa competizione. 
LA CRISI PIU' GRAVE - Fiorentina semifinalista nel 2008, eliminata ai rigori dai Rangers di Glasgow: da allora, nessun club italiano si è più spinto così avanti in Europa League. Uno scempio, un'offesa a un palmarés nemmeno tanto datato, che racconta di un football tricolore a lungo dominatore nel torneo, in qualche caso addirittura con finalissime "fratricide". Spesso, negli ultimi anni, son stato io il primo a dire che nel calcio esistono i cicli vincenti e quelli di recessione, che una fase più o meno prolungata di appannamento può capitare a ogni nazione, ma qui si sta esagerando. I tempi si allungano e l'uscita dal tunnel, invece di avvicinarsi, si allontana sempre più. Il calcio italiano è ridotto a provincia dell'Impero europeo: in entrambe le manifestazioni, le semifinali e spesso persino i quarti ci sono negate sistematicamente. E' una crisi più grave di quelle attraversate in altre epoche dal nostro movimento (fine anni Settanta - primi Ottanta, fine anni Novanta - primi Duemila), perché il tempo non gioca a nostro favore:  i tre Paesi guida corrono a ritmi elevatissimi,  e nella classifica Uefa hanno accumulato su di noi dei vantaggi abissali; altre nazioni un tempo in soggezione nei nostri confronti sono ora in crescita continua: una di queste è il Portogallo, e il fatto che il Porto abbia appena eliminato il Napoli è un'ulteriore brutta notizia per il nostro ranking, sempre più esangue. 
E' una crisi grave e pericolosa perché, per quanto causata da fattori in buona parte noti da anni, sembra lasciare indifferenti i padroni del vapore. E, al contrario di quanto accaduto in occasione di altre congiunture a noi sfavorevoli, questa volta i difetti sono endemici e radicalizzati, non facili da estirpare in tempi brevi: la precarietà dell'organizzazione complessiva e della tenuta economica del sistema, lo spazio sempre più esiguo concesso ai giovani del vivaio nazionale, l'impoverimento tecnico degli organici con conseguente calo qualitativo del gioco sono vulnus eliminabili solo attraverso interventi strutturali ed un cammino lungo e doloroso, del quale peraltro non è ancora stato dato il calcio d''inizio.
Non sarebbe nemmeno giusto sorvolare sulla posizione di subalternità economica del nostro calcio nei confronti di Germania, Spagna e Inghilterra, perché in fondo è anche quella una colpa: istituzioni e dirigenti non hanno saputo cogliere i radicali mutamenti di questo sport, mettere mano a strutture organizzative e modalità operative che in breve si sono rivelate obsolete, e i nuovi investitori si sono rivolti altrove, laddove un tempo l'Italia era il Bengodi del pallone. Ma per il momento non parliamone, e pensiamo agli aspetti più strettamente tecnici, prendendo come paradigma proprio il match del canto del cigno napoletano, stante, come detto in apertura, l'inattendibilità del derby italiano Fiorentina - Juve come unità di misura dello spessore internazionale dei nostri club.

                                Benitez: questa volta il suo spessore europeo è stato inutile

LE LACUNE DEL NAPOLI E DEL NOSTRO CALCIO - Il Napoli, dunque: al netto della generosità e dell'impegno mostrati, la partita del San Paolo è stata una specie di piccolo disastro. Il gioco, innanzitutto: lontano parente di quello che gli azzurri avevano sciorinato in certe sfide autunnali di Champions, condite di rapidità, verticalità della manovra, alti ritmi, precisione nel palleggio e sfruttamento delle fasce. Che Higuain e compagni siano in fase involutiva dall'inizio del 2014 è cosa nota, ma non rappresenta un'attenuante: se vuoi far strada in Europa, quello mostrato contro Arsenal e Borussia Dortmund è lo standard di prestazioni a cui al giorno d'oggi devi forzatamente attenerti: se te ne allontani anche solo di poco, sei fregato anche confrontandoti con realtà tecnicamente normali come il Porto (nelle cui file, per dire, decisivo è stato Quaresma, che in Italia trapanò l'acqua non molto tempo fa), perché le squadre italiane non dispongono delle sovrabbondanti risorse di classe delle grandi del Continente: se Higuain non inquadra la porta, se Insigne si batte con operosità ma senza trovare il guizzo del genietto, se Hamsik finisce addirittura ai margini, cosa rimane?  
In Europa, ancor più che in campionato, la cattiveria sotto rete è vitale: il Napoli di ieri sera e di Oporto le sue occasioni le ha avute, alcune anche clamorose, ma solo una ne ha concretizzata, mentre i portoghesi, nel momento topico dell'incontro, ne hanno piazzate due chiudendo i conti. Ancora: la squadra italiana ha retto, sul piano fisico, un'oretta scarsa, poi si è afflosciata, davanti a rivali sempre più ringalluzziti. Prandelli l'aveva detto all'indomani della mortificante (per noi) amichevole di Madrid con la Spagna: il calcio nostrano, in questo momento, sta scontando un preoccupante gap atletico nei confronti di altri movimenti. In Europa i ritmi sono sostenuti, se non sei in grado di reggerli o chiudi i conti prima (e il Napoli poteva farlo) o rischi di lasciarci la ghirba: una condanna senza appello per un football, il nostro, che fino a una decina di anni fa veniva considerato un esempio in tema di preparazione fisica.
Anche il fattore campo, un tempo vanto del pallone nostrano, sta perdendo consistenza: persino in momenti storici in cui i nostri club si trovavano in soggezione qualitativa rispetto ai rivali esteri, giocare in casa ne moltiplicava le risorse e consentiva, qualche volta, di porre rimedio a capitomboli esterni, ora non ci riesce neanche più quello... L'ho già scritto in passato: allo stato delle cose, le squadre italiane non hanno speranze contro gli esponenti dei tre campionati "monstre", mentre con le altre possono vincere così come possono perdere: insomma, non vi son più certezze, la nostra autorevolezza internazionale si è volatilizzata, siamo intrappolati in un limbo di mediocrità in cui una squadra turca, per quanto di primo piano, può spianare il rullo compressore della Serie A per poi uscire negli ottavi di Champions dopo essere stata presa a pallonate dal Chelsea... Triste, molto triste. 
EUROPA LEAGUE SOPPORTATA - Su tutto, permane un problema di mentalità: già dalla laboriosa qualificazione ai danni dello Swansea, il Napoli è parso subire l'Europa League, più che interpretarla come un appuntamento importante: una pausa in attesa di una nuova Champions da vivere, si spera, da protagonisti. Così fosse, è stato un approccio sbagliatissimo: il Napoli non è il Milan, e una caratura europea si costruisce per gradi, passando anche attraverso tappe intermedie.
Giocarsi questa delicata sfida senza Hamsik, per quanto in un momento di scarsa forma, e senza il guastatore Callejon è stato un mezzo suicidio. In nome di che cosa, poi? Un ipotetico secondo posto in campionato sarebbe importante soprattutto per le casse societarie, ma la personalità internazionale, l'abitudine ai confronti europei te le costruisci solo giocandone il più possibile, di questi confronti, sennò rischi di far la fine dell'Udinese, che ogni anno si qualificava per le coppe per poi uscirne quasi sempre subito. Il risultato? Competitività fuori dai confini rimasta ai minimi termini e nessun beneficio per il ranking. Tutto ciò per dire che, in questo particolare momento, tutti dovrebbero capire che una lunga marcia in Coppa sarebbe importante più di un piazzamento in campionato. Dopodiché, attendo sempre che qualcuno mi spieghi la necessità di dover scegliere fra Serie A ed Europa League, laddove all'estero, nei Paesi calcisticamente seri, questo dubbio amletico non se lo pone nessuno: la... figlia della Coppa Uefa è onorata da tutti come è giusto onorarla, negli ultimi anni l'han vinta, fra le altre, il Chelsea (di Benitez), l'Atletico Madrid due volte, il Porto (sic!). Tutti stupidi e noi gli unici furbi, certo. 

sabato 1 febbraio 2014

IL CALCIOMERCATO DI GENNAIO: SASSUOLO SUPER FRA TANTE FALSE "BOMBE". HERNANES IL VERO COLPO

                                    Osvaldo alla Juve: non propriamente un "colpaccio"

Sassuolo dominatore del mercato di gennaio. Succede anche questo, nel decadente calcio italiano d'oggidì, in profonda crisi tecnica e finanziaria. E tuttavia non è il caso di prorompere nel classico "chi l'avrebbe mai detto?". Che la società di patron Squinzi fosse una delle poche ad avere i mezzi economici per movimentare un po' le trattative invernali era cosa risaputa, hanno stupito casomai la mole e la qualità degli acquisti effettuati. Per il resto, mi sento di eccepire sull'entusiasmo manifestato ieri sera, a compravendite concluse, in alcune trasmissioni specializzate: non mi è parsa una campagna trasferimenti memorabile. A chi sostiene che raramente si fosse vista in passato una finestra di gennaio così ricca di colpi (?), vien fin troppo facile ricordare cosa accadde appena dodici mesi fa, con il Milan che si prese Balotelli e la Fiorentina che investì su Pepito Rossi. 
QUALI COLPI? - Questa volta, certo, ci sono stati diversi movimenti interessanti, hanno cambiato casacca molti buoni giocatori, ma nessun nuovo arrivo mi pare in grado di spostare in maniera determinante certi equilibri consolidati, di poter dare una svolta radicale alla stagione delle nuove squadre di appartenenza. Alcuni esempi: Osvaldo, Matri e Nainggolan possono essere considerati dei "colpi" di mercato? A parer mio no: l'italo - argentino rientra in Italia dopo mezza stagione inglese ai limiti del disastroso, fra pochi gol e poco edificanti eccessi caratteriali, un quadro sconfortante che non può non metterne in dubbio la convocazione per i prossimi Mondiali. Approda in una Juve dove troverà una concorrenza, quella di Tevez e Llorente, che al momento appare francamente insuperabile: se poi teniamo conto che in bianconero sono rimasti Vucinic, Quagliarella e Giovinco, che con tutti i loro limiti non son certo gli ultimi arrivati... 
Matri è stato preso perché la Fiorentina si è vista azzerare dalla malasorte il poderoso rafforzamento estivo della prima linea, rappresentato da Mario Gomez e dal citato Rossi; è il classico buon attaccante mai del tutto esploso ai livelli che gli si pronosticavano agli esordi: farà i suoi gol, ne ha già infilati due al Catania, ma la coppia di bomber originaria era un'altra cosa, diciamocelo. Infine, Nainggolan: centrocampista di notevole livello, uomo di sostanza e di piedi discretamente educati, eclettico, ma non certo un fenomeno epocale, se è vero che anche nella Nazionale belga non rappresenta uno dei punti di riferimento, anzi; sarà semplicemente una buona alternativa tecnica e tattica per una Roma peraltro già ricchissima di opzioni di livello. 
BRAVA INTER - Potremmo continuare: Jorginho è un elemento valido e di prospettiva, un centrocampista di fosforo e personalità che potrebbe persino avere un futuro azzurro, dopo Brasile 2014, ma forse non è l'uomo di peso che serviva al Napoli per colmare il gap venutosi a creare con chi lo precede in classifica, mentre rimane inspiegabile l'ostracismo decretato a Cannavaro, la cui partenza ha reso ancor meno italiana una squadra che ha purtroppo intrapreso la medesima strada esterofila di tanti, troppi club di vertice del nostro football.
Probabilmente, fra le grandi, le cose migliori le ha fatte l'Inter, che del resto ne aveva un bisogno feroce: il laterale D'Ambrosio è stato una delle sensazioni della prima parte di torneo, tanto da essere accostato persino alla Nazionale, ed Hernanes è uno dei pochi campioni di fuorivia ancora presenti nel nostro Paese, uno in grado di innalzare decisamente il tasso di classe di un complesso tutt'altro che eccelso, da questo punto di vista. Discrete le operazioni del Milan, ma non è proprio il caso di lasciarsi andare a facili entusiasmi, perché ancora una volta la dirigenza rossonera non è intervenuta con decisione sull'unico reparto che aveva necessità di radicali modifiche, ossia la difesa: è arrivato il solo Rami, auguri a Seedorf... E per il resto, tutto da valutare, per diversi motivi, l'impatto del fantasista marocchino Taraabt e di un Essien in fase calante, mentre Honda può fare sicuramente bene, ma per lui vale il discorso fatto poco sopra per i vari Nainggolan e Matri. 

                                     Cannavaro: poderoso rinforzo per il Sassuolo

SASSUOLO UBER ALLES - Meglio parlare del Sassuolo, allora: già l'estate scorsa aveva fatto molto per allinearsi ai valori tecnici della nuova categoria. La campagna di luglio e agosto è stata solo parzialmente sufficiente, ma ricordiamo che prima della recente serie negativa (interrotta solo dall'estemporanea prodezza col Milan) la squadra aveva mostrato brillantezza di gioco e raccolto risultati anche importanti, rimanendo aggrappata al treno salvezza. Ora, però, non può più nascondersi: con Ariaudo, Manfredini e la ciliegina Paolo Cannavaro a puntellare una retroguardia sempre troppo traballante, con Biondini, Brighi e Rosi a portare polmoni e cervello a centrocampo, con Sansone (ma perché il Parma l'ha dato via?) a fare la scheggia impazzita di una prima linea sontuosa, in cui Floccari è andato ad aggiungersi ai vari Berardi, Zaza e Floro Flores, beh, non conquistarsi la permanenza sarà molto molto difficile. Le incognite? Amalgama da ritrovare in fretta e furia e un cambio di panchina discutibile, perché Malesani è reduce dalla traumatica esperienza genoana e sembra aver perso le potenzialità vincenti dei primi anni di carriera. 
GENOA: BUONI ARRIVI E OTTIME CONFERME - Uno sguardo al resto della Serie A. Fra le compagini di "classe media", ha fatto molto bene il Genoa: Burdisso è senza alcun dubbio un rinforzo per la difesa, De Ceglie, motivato a dovere, può ritrovare il buon rendimento del passato juventino, Cabral non è un fenomeno ma porta se non altro una discreta esperienza internazionale e rende più coriaceo il reparto di mezzo. Perplessità su Motta, la cui carriera non è finora stata all'altezza delle fulgide promesse di gioventù, e sul ritorno di Sculli, in parabola discendente e uscito non certo bene dalla triste vicenda Genoa - Siena. 
Ma il vero colpo è stato tenere tutti i gioiellini di casa, in particolare Antonelli e Gilardino, accostati sistematicamente a tutte o quasi le grandi. Assurdo, poi, il trattamento mediatico riservato al centravanti azzurro: è stato dato quasi per certo al Bologna (immaginiamo il desiderio di Alberto di abbandonare la relativa tranquillità zeneise per andare in una squadra di modesto livello qualitativo e impelagata fino al collo in zona retrocessione), ricamando su problemi personali e fantomatiche rotture con l'ambiente rossoblù. La dimostrazione plastica di come il giornalismo in versione calciomercato sia un giornalismo inutile e anzi dannoso, che non fa onore alla professione e che dovrebbe essere proibito d'autorità. 
LE ALTRE: CALMA PIATTA O QUASI - Qualche buona entrata per il Chievo, con un Agazzi che potrebbe risolvere il problema del portiere (Puggioni non è mai stato una garanzia), Canini che in difesa ha più o meno fatto il suo ovunque sia stato (Genoa a parte) e Stoian che proprio dalla Genova rossoblù torna, dopo mezza stagione in cui non ha lasciato alcuna traccia: ma in passato a Verona aveva fatto bene e ritrovare il suo ambiente potrebbe aiutarlo. Del Parma, detto della incomprensibile rinuncia a Sansone, incuriosisce la nuova batteria di laterali, a destra Schelotto in cerca di rilancio e a sinistra un Molinaro  deciso a dimostrare di poter far bene anche da noi, dopo aver ben figurato in Bundesliga (che non è poco). 
Già scritto qualche settimana fa di Lodi al Catania, non so se al Livorno basteranno Mesbah e un Belfodil da ricostruire nel morale per tirarsi fuori dalle sabbie mobili, mentre Marquinho dovrebbe aumentare il ventaglio di soluzioni offensive di un Verona che però perde in solidità complessiva con la rinuncia a Jorginho. Per il resto, calma piatta o quasi: movimenti poco significativi per Atalanta, Cagliari, Sampdoria (Maxi Lopez è un'incognita grossa così, dopo un anno e mezzo da incubo), Torino (ma occhio a Tachtsidis) e Udinese, il Bologna si aggrappa ancora a Diamanti che continua a cantare e a portare la croce in un team  ancora a corto di argomenti in fatto di classe complessiva, la Lazio, mentre deve registrare la grave perdita di Hernanes, ha conquistato un Helder Postiga che ha spessore internazionale ma forse non è più quello di un tempo. Per la svalutata Serie A di oggi, però, potrebbe bastare, come il Kakà in versione ridotta del Milan attuale...