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venerdì 25 marzo 2022

DISASTRO ITALIA, IL PEGGIORE DI SEMPRE: CAMPIONI EUROPEI E FUORI DAL MONDO. MA CAUSE E COLPE VANNO CERCATE ALL'INTERNO DI QUESTO GRUPPO AZZURRO

 Tante cose senza senso, in queste ore surreali. Come la graduatoria degli scempi azzurri storici. Interessa davvero a qualcuno sapere cosa sia stato peggio fra Corea '66, Svezia '17 e Macedonia '22? A parte che non ci vuole davvero una grande scienza... Senza risalire a ere calcistiche geologiche, quattro anni fa andò fuori dal Mondiale una Nazionale mediocre, con veterani sul viale del tramonto, giovani promettenti ma non ancora sbocciati, elementi senza spessore internazionale, un improbabile ensemble guidato da un trainer non all'altezza del compito; ieri ha alzato bandiera bianca la squadra campione d'Europa, escludendo il nostro movimento dal consesso iridato per la seconda volta consecutiva, fatto mai accaduto prima, di una gravità inaudita, ça va sans dire. 

IL PUNTO PIU' BASSO - Il fondo, mi pare palese, è stato dunque toccato a Palermo, ma non è questo il punto, non è della medaglia d'oro dei disastri, che mai nessuno toglierà ai Mancini boys, che qui dobbiamo discutere. Occorre invece capire il perché, e non è facile. Mi stomacano le immancabili grida di dolore sulle nefandezze del sistema calcio italiano: grida che si ripresentano periodicamente da oltre 15 anni, diciamo dal post trionfo del 2006, per nefandezze che nel mio piccolo denuncio e sottolineo su questo blog più o meno dal 2011. Ho perso io, e conta poco, ma hanno perso anche i grandi organi di stampa, che evidentemente non hanno impiegato tutte le energie necessarie per spingere i vertici a riforme e rivoluzioni veramente sostanziali. E però, oggi, questo conta fino a un certo punto, perché il percorso recente della nostra Rappresentativa dice altro. 

SENZA SENSO APPARENTE - Se il fallimento del 2017 fu in qualche modo "telefonato", prevedibile, nell'aria, questo pare senza una logica palese, quantomeno per chi ha davvero seguito, studiato, analizzato l'attività degli azzurri da quando il Mancio è salito sulla tolda di comando. Non date retta a chi parla di gruppo modesto e di massicce, determinanti dosi di fortuna ad accompagnare i successi colti fino all'estate scorsa: o ha poca memoria, o scarse capacità di valutazione. L'Italia 2018-2021 è stata qui raccontata con dovizia di particolari, e non è male fare un ripassino: una squadra tecnicamente di buonissimo livello, capace di dare del tu alla palla, di manovrare in agilità e scioltezza con grande precisione ed efficacia, di aggredire l'avversario tenendo costantemente l'iniziativa, di creare palle gol e di concretizzarne una buona parte. Ci stropicciavamo gli occhi di fronte a un team straordinariamente prolifico sotto porta come poche altre volte in passato, nonostante la mancanza di punte di autentica caratura europea. 

BUONA SQUADRA, EURO MERITATO. E POI? - L'apice del rendimento, probabilmente in anticipo sui tempi, è stato raggiunto in occasione dell'ultimo Euro, vinto assolutamente con merito, nonché con l'ovvio aiuto di un pizzico di buona sorte che sempre accompagna le grandi conquiste (prima o poi qualcuno dovrà trovare il coraggio di affrontare un'analisi critica su come ci aggiudicammo il Mondiale '82, totem intoccabile come la mamma e Garibaldi). Nessun dubbio è lecito, dunque, sul valore assoluto di quel Club Italia, non la compagine più forte del lotto ma la più "in palla" nel momento giusto (come anche quella dell'82, per l'appunto). Lì c'è stato un errore di valutazione globale, che ha coinvolto tutti, dal cittì alle penne più autorevoli, fino al sottoscritto, il quale pensava che con la rosa di Euro 2021 fosse possibile, se non aprire un ciclo di successi, restare quantomeno su ottimi livelli per parecchi anni: perché i vecchietti sono pochi, ci sono diversi elementi validi nel pieno della maturità e qualche giovane di talento da far crescere. 

APPAGAMENTO E MANCATO RINNOVAMENTO - Il punto, forse, è proprio quest'ultimo; il giorno dopo la gloriosa serata di Wembley avevo scritto: "Questa Italia è all'inizio della sua parabola, ben lungi dal potersi sentire appagata (guai, guai!). Dovrà essere svecchiata in alcuni (pochi) tasselli, ha titolari in grado di reggere sul piano internazionale ancora per un po' di anni, ha giovani elementi già nella rosa dei 26 (Bastoni, Locatelli, Pessina, Castrovilli, Raspadori) e altri rimasti momentaneamente a casa, per scelta tecnica (Kean, Cragno, Gianluca Mancini, Lazzari, Romagnoli) o per infortunio (Sensi, Zaniolo, Lollo Pellegrini), per tacere di altri virgulti in fase di salita dall'Under (Tonali, già provato nella Maggiore, e Scamacca, i primi nomi che mi vengono in  mente)". Ecco, è accaduto tutto ciò che non doveva accadere: l'appagamento è arrivato precocemente, troppo precocemente, e il moderato rinnovamento non è avvenuto. 

MANCINI COME IL PEGGIOR BEARZOT - Da settembre in poi, la reattività di Mancini è stata pericolosamente simile a quella di Bearzot nella stagione post Mundial spagnolo.  Si è legato mani e piedi ai suoi fedelissimi, al gruppo storico che l'ha portato ai vertici, maledetta gratitudine. Nel maggio '83, per la gara con la Svezia, ultima spiaggia per riacciuffare una qualificazione europea ormai compromessa, il Vecio non trovò di meglio che rimettere in campo la formazione del Sarrià, già prostrata da una sequela di pareggi e sconfitte, con gli esiti che tutti gli appassionati conoscono. Ecco, la sensazione è che l'ex Bobby gol a Palermo avrebbe fatto lo stesso, ossia schierare lo stesso undici di Wembley, se non ci fossero state le indisponibilità forzate di Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini (poi subentrato) e Chiesa. Che poi l'assenza più pesante, in questi mesi, è stata quella di Spinazzola: anche in questo caso, chi può si vada a vedere le partite del triennio, per comprendere quale peso abbia avuto lo sfortunato terzino romanista nell'elevato rendimento tenuto dalla nostra Selezione. 

LA DECADENZA DI JORGINHO, INSIGNE, IMMOBILE - Refrattario a qualsiasi cambiamento, il nostro trainer, eccezion fatta per la gara casalinga con la Lituania (sai che coraggio), non a caso dominata in attacco da Kean e Raspadori. Nulla è cambiato, da novembre a marzo: il solito Emerson timido (persino Biraghi avrebbe probabilmente inciso di più su quella corsia), un Jorginho da troppo tempo marginale nella tessitura di gioco, per tacere dei rigori scellerati, un Insigne fuori fase, poco ispirato e lento, e un Immobile quasi irritante nella sua pochezza offensiva. Non sono stati fulmini a ciel sereno, ma scenari tecnici e tattici ben noti, a cui il coach non ha saputo porre rimedio. Perché il problema dei giovani, ossia dei ricambi dei titolarissimi, esiste, ma è un problema che, ahinoi, riguarderà soprattutto la prossima generazione di calciatori: per quella al momento in sella, le risorse di classe non mancano, pur se non sovrabbondanti, ed erano comunque più che sufficienti per mandare a casa senza difficoltà una Macedonia piccola e catenacciara, a patto di saperle usare con destrezza. Perché, ad esempio, cosa c'è di meglio di "svezzare" gli emergenti mettendoli alla prova in una gara decisiva e però, al contempo, ampiamente alla portata come quella del Barbera?

Invece abbiamo mandato al massacro i pretoriani. Che, come scrissi l'estate scorsa, non dovevano assolutamente sentirsi appagati, perché erano solo all'inizio di un percorso che si annunciava ricco di soddisfazioni, e invece sono precocemente sfioriti, hanno staccato la spina mentalmente, sono calati fisicamente, hanno perso convinzione e sicurezza ed è gravissimo, perché un'impresa come quella continentale avrebbe dovuto accrescerne la fame, la personalità e, di conseguenza, la capacità di imporsi e di fare risultato anche in circostanze difficili, fattore che invece è totalmente mancato in questa terrificante seconda parte delle eliminatorie mondiali. 

IMPOTENZA - La gara siciliana è stata emblematica: è vero, come in molti si affannano a scrivere oggi, che l'Italia ha dominato, ma è stato un dominio sommamente sterile. Seriamente, quante palle gol veraci, clamorose, nitide avete contato? Direi che stanno ampiamente sulle dita di una mano. Berardi, protagonista di una stagione esemplare col Sassuolo, è stato inevitabilmente anche il più pericoloso, il più incisivo, il più continuo al tiro, ma la mira è mancata totalmente, e il gol fallito nel primo tempo su pasticcio difensivo avversario è da doppia sottolineatura blu. Immobile solo una volta è andato alla conclusione in maniera discretamente insidiosa, e nella ripresa ancora Berardi ci ha provato due volte dalla distanza e una con una girata sotto misura; possiamo aggiungere un destro di poco alto da parte di Raspadori e un bel diagonale di Pellegrini, due che dovevano essere dentro fin dall'inizio, tanto per dire. Oltre a questo, un florilegio di tiri ritardati, abbozzati, oppure deboli e prevedibili: scarsa reattività, scarsa velocità di pensiero e di esecuzione dal centrocampo in su. Lacune che, ripeto, erano palesi anche in autunno: il fatto di non avervi messo una pezza con ben quattro mesi a disposizione inchioda il Mancio alle sue responsabilità, che onestamente mi paiono evidenti. 

LA RETORICA DEL CARRO E DEL "IO STO CON" - Qui entra in scena anche la disfatta della critica, di certa critica. Quanti danni ha fatto quella ormai lontana battaglia fra pro e contro Bearzot, culminata con l'epopea del Mundial '82, quando si cominciò a parlare di "carro dei vincitori" e amenità simili! Una retorica insopportabile, quella del carro su cui non si può salire se non sei "pro" fin dall'inizio, e quella del "io sto con Tizio" a prescindere da tutto. Per me non funziona così. Parlo per esperienza personale, quella scritta "nero su bianco" su questo blog da undici anni a questa parte: sono stato da subito con Mancini non per ragioni di simpatia umana, ma per quanto scritto all'inizio, ossia per aver visto giocare la sua Nazionale e averne colto in tempi non sospetti le enormi potenzialità, tanto da poterne agevolmente prevedere il buon rendimento all'Euro 2020 (la vittoria finale quella no, non poteva prevederla proprio nessuno). Allo stesso modo, ero stato immediatamente scettico su Ventura, un po' perché il suo curriculum parlava chiaro, un po' perché fin dalle sue prime uscite era parso lampante che fosse inadeguato al compito, per scelte strategiche e di uomini; ed ero stato con Prandelli perché per due anni fece un po' quel che ha fatto, con ancor più convinzione, Mancini, prima dell'improvvisa involuzione post Euro 2012 che mi fece lanciare chiari segnali d'allarme sulle non esaltanti prospettive del suo progetto, poi puntualmente arenatosi in Brasile. 

Così, dallo scorso autunno ho fotografato il declino dei campioni d'Europa e le incertezze e i tentennamenti del cittì, di fronte a una situazione che stava palesemente degenerando. Sono sceso dal carro? Certo che no, semmai il contrario: ho cercato di portare il mio modesto contributo per scongiurare un disastro che stava prendendo lentamente forma quasi nell'indifferenza generale. L'avessero fatto anche altri, forse in questo triste 25 marzo 2022 non staremmo recitando il de profundis per un ciclo che poteva portarci molto in alto e che invece si è esaurito prematuramente. 

ANCORA MANCINI? SI' MA... - E già: cosa ci attende adesso? La situazione è estremamente complessa. Mancini potrebbe benissimo rimanere, per quanto mi riguarda. Il disastro della seconda qualificazione iridata fallita, oltretutto contro un competitor di terza fascia (che ha vinto con un tiraccio della domenica, l'unico scagliato verso Donnarumma, diciamo anche questo), pesa come un macigno, e presumibilmente potrebbe portare l'ex fuoriclasse della Samp a decidere autonomamente di farsi da parte, però i meriti accumulati nel suo primo triennio sono epocali, e non parlo solo dell'aver riportato in Italia un titolo europeo che mancava da oltre cinquant'anni, un'eternità. Ha fatto molto di più, ha lanciato segnali importantissimi dando fiducia a giovani che inizialmente faticavano a trovare spazio anche nei club, ha puntato sul dominio del gioco e sulla tecnica, ha svecchiato l'immagine di un calcio italiano che può conseguire risultati anche percorrendo le vie dello spettacolo e della vivacità offensiva, non solo quelle della prudenza. 

SOLO GLI INVESTITORI STRANIERI POSSONO SALVARE IL NOSTRO CALCIO - Un cambio di mentalità che purtroppo il movimento ha recepito solo in minima parte, e qui può tornare valido il discorso sui massimi sistemi. E' di pochi giorni fa l'amara considerazione del cittì dell'Under 21, Nicolato, sullo scarsissimo spazio riservato ai giovani nelle squadre di A. Ma è roba vecchia, lo ripeto: discorsi che si facevano già nel 2010, e qui sta tutta la tragicommedia del calcio italiano, che si è condannato a lustri di marginalità internazionale non prendendo nessuno dei provvedimenti necessari per cercare almeno di iniziare la risalita. Perché non c'è solo la Nazionale che non volerà in Qatar (ammesso e non concesso che quel Mondiale si giochi, visti gli scenari internazionali di guerra); ci sono anche i nostri club zeppi di stranieri che puntualmente, da dodici anni a questa parte, recitano in Europa il ruolo delle comparse. Ma non è neanche più utile sottolineare tutto ciò, è solo una stanca litania destinata a rimanere inascoltata. Sì, ho perso le speranze. Solo gli stranieri, parlo in questo caso di imprenditori, possono salvarci: a Genova, sponda Genoa, si sta tentando di lanciare un progetto calcistico serio, organizzato, razionale, di matrice tedesco-americana: l'auspicio è che nel nostro calcio barzelletta approdino sempre più investitori come i 777 rossoblù. Ma tutto questo, ribadisco per l'ennesima volta, c'entra poco e nulla con il ko palermitano, le cui cause sono all'interno del gruppo azzurro, non nel sistema calcio Italia. 

NAUSEA AZZURRA - Per quanto mi riguarda, e mi scuso per questa ennesima digressione personale, in questo momento nei confronti della Nazionale ci sono più rabbia e nausea che voglia di ricominciare. Sono stanco e penso che staccherò la spina azzurra per un bel po'. Non mi appassiona l'Intercontinentale con l'Argentina, mi interessa poco e niente la Nations League, trovo persino frustrante l'idea di dover inseguire un altro Europeo, il Mondiale nordamericano del 2026 è troppo lontano, e non so se avrò le forze e l'energia critica per seguire questa ennesima ricostruzione del Club Italia che nemmeno doveva esserci, viste le premesse estive. 

venerdì 3 settembre 2021

MONDIALI 2022: L'ITALIA SI INCEPPA CON LA BULGARIA. COSA E' MANCATO? IL KILLER INSTINCT E IL PIGLIO DA CAMPIONI D'EUROPA. PREOCCUPARSI SI', MA NON TROPPO

 Niente da fare. Proprio non ci si riesce a smarcare dalla maledizione agostano-settembrina che grava da anni sulla nostra Nazionale. Non si scappa: alla prima uscita stagionale o non si vince, e a volte si perde persino, o si vince ma giocando in maniera deludente quando non invereconda (ricordo un Cipro-Italia e un Italia-Malta da far accapponare la pelle...). Inutile dire che per ieri sera sarebbe stata di gran lunga preferibile questa seconda soluzione, perché non era una partita qualsiasi e perché i due punti persi rischiano di pesare parecchio, sulla strada verso Qatar '22. Se e quanto peseranno effettivamente, lo sapremo a breve, domenica sera per l'esattezza, dopo il confronto di Basilea, che delicato lo era già di per sé e che adesso è diventato delicatissimo. Vogliamo fare due conti? Per arrivare al Mondiale basteranno venti punti, ossia basterà ripetere nella seconda parte del girone quanto è stato fatto nella prima: ma venti punti vuol dire prenderne almeno quattro alla Svizzera. Qualsiasi altra soluzione ci esporrà a rischi enormi: lotta punto a punto e incerta fino alla fine, decisione alla differenza reti, secondo posto e gironcini di spareggio. E' innegabile che siamo più forti degli elvetici, ma lo siamo anche dei bulgari, eppure...

DOV'ERA L'AUTOREVOLEZZA DEI CAMPIONI? - La premessa, cruda ma realistica, era doverosa. Non posso negare di essere profondamente deluso: non possiamo ricadere nell'errore di sbagliare le gare da non sbagliare, non ora, da campioni d'Europa. Se c'è un'eredità del trionfo di Wembley che dobbiamo conservare e mettere a frutto, è la riconquistata autorevolezza internazionale, che porta con sé quel pizzico di mestiere utile a risolvere a nostro favore anche le sfide più intricate nelle serate meno propizie. Ecco, questo quid in più, il piglio dei vincitori, a Firenze non si è visto, ed è la cosa che più mi preoccupa, oltre al risultato. Certo, di qui a lasciarsi andare al disfattismo più nero ce ne passa, perché le chance di arrivare primi al traguardo del gruppo permangono ancora intatte. Oltretutto, la partita di ieri non lascia particolari inquietudini sul piano della prestazione collettiva: in fin dei conti, si è visto il solito Club Italia targato Mancio. Una compagine che ha menato le danze dall'inizio alla fine, ha aggredito, ha cercato di stanare l'avversario con fitte trame, a volte troppo fitte, e ha concluso più di una volta pericolosamente. 

TANTE OCCASIONI, POCHISSIMA LUCIDITA' - Parliamoci chiaro: gli azzurri nulla avrebbero rubato portando a casa l'intera posta. Prima e dopo il sinistro vincente di Chiesa, Insigne due volte e Immobile erano andati vicini alla segnatura, e nella ripresa ci sono state altre occasioni per Chiesa, Barella, Ciro, più altre situazioni di potenziale pericolo nell'area dei rossi. In tutto questo, Iliev ha trovato il pari sull'unica incursione offensiva bulgara autenticamente pericolosa, ma favorita da una grave incertezza in ripiegamento di Florenzi. Per il resto, il copione avversario è stato il medesimo di tanti nostri oppositori dell'ultimo triennio: difesa stretta e spazi intasati, con qualche ripartenza più dimostrativa e di alleggerimento che effettivamente in grado di far male. 

Della difficoltà a far gioco contro retroguardie chiuse a catenaccio abbiamo più volte detto ed è inutile ritornarci. La giustificazione, peraltro, vale relativamente, riguardo al match di poche ore fa, perché, come detto, alla resa dei conti i ragazzi di Mancini qualche spiraglio per cercare la porta l'hanno trovato. Ma se su otto palle gol più o meno nitide ne concretizzi soltanto una, non hai poi diritto a recriminare molto se non riesci a fare bottino pieno. Cos'è mancato, dunque? In primis, ma non solo, la cattiveria in fase di finalizzazione, problema già più volte emerso in passato e che pareva esser stato parzialmente risolto durante l'Europeo. Non è stata una questione di appagamento: questa Azzurra non può essere appagata, non può compiere lo stesso, malinconico percorso dei campioni di Spagna '82 perché, al contrario di quegli eroi indimenticabili, questi sono in maggioranza elementi ancora nel pieno della vigoria psico-fisica, molti di loro sono giovani se non giovanissimi, e quindi più che mai affamati. 

LA PRECARIETA' FISICA HA INCISO - Ha un bel dire il cittì che lo stato fisico dei giocatori non c'entra, che stavamo bene: la condizione atletica c'entra eccome, a inizio settembre, con una preparazione brevissima e con due sole gare di campionato alle spalle. E la condizione lacunosa incide sulla lucidità, quella che dovrebbe darti la freddezza e la precisione necessaria per non sbagliare gol e assist determinanti. Immobile e gli altri hanno sparato ripetutamente sul portiere: è stato bravo ma non fenomenale, il buon Georgiev; più che di sue prodezze, nella maggior parte dei casi parlerei, appunto, di mira difettosa dei nostri. Perché fare gol infierendo su certe modeste difese di casa nostra è un discorso, riuscirci a livello internazionale, perlopiù districandosi a fatica in fortini munitissimi, è un altro. 

MANOVRA LENTA E TROPPO ELABORATA - Non è stato solo questo, ci mancherebbe. La partenza dell'azione è stata visibilmente e ripetutamente a velocità da moviola, consentendo agli orientali di disporsi opportunamente sul terreno, e la manovra di approccio e rifinitura, fra trequarti e area, è stata spesso troppo elaborata, sono mancate intuizione e velocità di pensiero per mettere palla dentro e per smarcarsi al momento giusto. E non sempre si son presidiati i sedici metri bulgari come si doveva: esempio lampante il cross rasoterra di Emerson che, nel finale, ha attraversato tutta l'area piccola senza che nessuno appoggiasse in rete, proprio perché nessuno era in posizione ideale. Anche queste défaillance sono il prodotto, credo, dello scarsissimo minutaggio ancora nelle gambe e nella testa dei nostri. Non fossimo campioni continentali, e quindi col dovere di volare al di sopra degli alibi, potremmo dire che non siamo stati favoriti dal calendario, visto che di fatto ci giocheremo l'accesso ai mondiali nel mese per noi meno propizio, quello delle figuracce anche contro le scartine, mentre la Svizzera disputerà ben cinque dei suoi otto match da ottobre in poi: ma tant'è. 

VERRATTI IN OMBRA, JORGINHO SUPER - Assenza di killer instinct a parte, dunque, i tre di punta hanno tutto sommato fatto parecchio, quanto a vivacità e iniziative: lo stesso Immobile, tornato bersaglio preferito di critica e tifosi già dai quarti dell'Europeo, ha comunque triangolato con Chiesa nell'azione del gol. Dei subentrati, Raspadori ha trovato un guizzo in un'area affollatissima e il tiro gli è stato ribattuto in corner, Berardi si è acceso a intermittenza ma si è anche trovato addosso mezza difesa bulgara, manco fosse Maradona; e, non essendo appunto Diego, non poteva dribblare tutti ed entrare in porta col pallone... A centrocampo Jorginho ha dato l'anima, toccando un'infinità di palloni e alimentando incesantemente l'azione, meno a fuoco e meno incisivo è parso Verratti, discontinuo ma generoso Barella, utile al solito anche in copertura. 

PROBLEMI SULLE FASCE, DA SFRUTTARE MEGLIO LO STATO DI GRAZIA DI CHIESA - Ci si aspettava di più da Cristante, troppo timido negli inserimenti, e doveva entrare prima Pellegrini: probabile che i due romanisti trovino maggiore spazio già in Svizzera, essendo anche più rodati di altri per via degli impegni in Conference League. Palmieri ha corso e tentato spesso l'incursione, ma l'efficacia di Spinazzola è tutt'altra cosa ed è un'assenza che stiamo scontando pesantemente, anche se molti sembrano essersene dimenticati. Perplessità sull'utilizzo di Florenzi, non solo per l'errore che ha portato all'1-1 ma per una generale insicurezza palesata in varie fasi di gioco: le alternative sul versante destro non mancano, e Di Lorenzo dovrebbe comunque essere la prima scelta, come da indicazioni dell'Europeo. Comunque, su con la vita: tra tanta paura, restano ancora molte certezze. La prima, valida da tre anni, è che non andremo a Basilea a fare bieco attendismo ma cercheremo di giocarcela, e ciò è di grande conforto. La seconda è che abbiamo un Chiesa ancora "caldo" dopo gli splendori di Wembley, e in crescita continua: non approfittare del suo stato di grazia sarebbe delittuoso. 

sabato 3 luglio 2021

EURO 2020: IL CRASH TEST BELGIO SUPERATO A PIENI VOTI, L'ITALMANCIO FRA LE PRIME QUATTRO SENZA SNATURARSI. PRODEZZE DA TOP PLAYER PER BARELLA, DONNARUMMA E INSIGNE, TRISTEZZA PER SPINAZZOLA

 Le prime parole non possono che essere per Leonardo Spinazzola, uno dei top player in assoluto di un Europeo che non potrà concludere, lui che più di tutti avrebbe meritato di giocarselo fino all'ultimo istante dell'ultimo match. Un infortunio che si preannuncia grave, giunto in maniera beffardamente banale al culmine di uno di quegli slanci di generosità agonistica che sono nel Dna di questo ragazzo talentuoso e fragilissimo. E di Spinazzola c'è stato tanto pure nel trionfo di Monaco di Baviera, anche se non nella maniera a cui ci aveva abituati: meno esplosività "spacca difese" nella spinta sulla fascia, anche se la sua presenza in appoggio all'attacco è stata al solito costante, ma un più sostanzioso apporto in copertura, come richiesto dal copione tattico assunto ben presto dalla gara, con la chicca di un provvidenziale e fortunato salvataggio quasi sulla linea su tocco di Lukaku. Poi, quando il laterale romanista stava finalmente cominciando a cercare con più insistenza l'incursione di forza, approfittando dei maggiori spazi concessi da un Belgio alla ricerca del pari, ecco il maledetto crac. 

IL CRASH TEST PIU' DURO - Così, un'ombra di tristezza si è depositata sulla serata più bella e intensa del calcio azzurro dai tempi del disastro svedese dell'autunno '17. Chi scrive, è risaputo, mai ha nutrito dubbi sull'efficienza e sulla validità dell'ItalMancio, ma è certo che ieri sera si sia compiuto il passaggio definitivo dalla polvere agli altari. Era il crash test più duro, senza se e senza ma. Perché poi, alla fine, di super squadroni non è che ce ne siano tantissimi, in giro per il Continente. Non lo era la Francia iridata, quantomeno non più a livelli siderali, essendo stata spazzata via con pieno merito dall'intraprendente Svizzera di Petkovic, una delle "signore nessuno" che, secondo tanti pseudo esperti da bar sport, abbiamo affrontato in questo triennio; non il Portogallo, che non ha mai convinto in questo torneo, per tacere di una Germania in fase di passaggio  generazionale. Forse può esserlo l'Inghilterra, che però, se arriverà in fondo alla kermesse, lo avrà fatto giocando quasi sempre in casa, a parte il quarto di questa sera a Roma, vantaggio non da poco. Come dire, Europeo itinerante ma non troppo, e non certo per i sudditi di Sua Maestà. E insomma, non è che si possano incontrare squadroni un giorno sì e l'altro pure, come pretendevano gli incontentabili critici della nostra Azzurra... 

L'ITALIA NON SI E' SNATURATA - Rimaneva il Belgio, dunque, capofila del ranking FIFA, quindi una delle migliori selezioni al mondo. Esame tostissimo, per noi, e superato a pieni voti. Sempre che qualche ipercritico non abbia da eccepire sul come è stato superato. Certo sarebbe stato assurdo pretendere un'Italia al comando della sfida e in controllo assoluto come da piacevole tradizione della gestione Bobby gol, perché a volte ti trovi davanti squadre non attendiste, e anzi capaci di prendere per prime il pallino e di sprigionare luminarie offensive che è arduo contenere. Ma neanche di fronte al colosso belga la nostra Nazionale si è snaturata, se non in minima parte nei momenti di più acuta sofferenza, quando gli uomini di Martinez hanno spinto con vigore e continuità, diciamo nelle fasi iniziali dei due tempi e poi nel caotico arrembaggio conclusivo. Gli azzurri non si sono mai chiusi, non hanno mai fatto mucchio di fronte ai sedici metri, hanno accettato la sfida in campo aperto guadagnandosi gli spazi e i tempi per dispiegare la loro consueta manovra ariosa, elaborata, ieri confermatasi più che mai arma vincente da non mettere da parte mai, perché consente di alzare il baricentro, allentare la pressione avversaria e giostrare sempre vicini all'area altrui. 

VERRATTI DI ROTTURA, LE PRODEZZE DI BARELLA E INSIGNE - Uno stile di gioco che calza a pennello ai nostri, perché sostenuto dall'ormai nota precisione di tocco e di palleggio che anche in questa occasione, salvo poche sbavature causate dalla tensione, non è venuta meno, consentendoci pure uscite dalla zona difensiva in velocità ed assoluta disinvoltura. Detto del lavoro oscuro dello sfortunato Spinazzola, anche Di Lorenzo ha fornito il solito contributo di peso in retroguardia, a parte il rigore su Doku che tuttavia è stato concesso, mi pare, con un  pizzico di generosità; Bonucci e Chiellini si sono espressi su standard da Juve contiana e allegriana, e a proteggere il reparto ha dato una grossa mano un Verratti persino ruvido, a tratti, e che come spesso gli capita ha offerto il meglio di sé in fase di "rottura". Ma non solo, perché da un suo lancio  a rimettere il pallone in area, dopo che la difesa si era arrangiata alla bell'e meglio su Immobile, è scaturito lo splendido assolo di Barella, che è sgusciato di forza fra due difensori per poi scaraventare di potenza in rete il pallone dell'1-0. Sono elementi di acclarata statura internazionale, dribblano e saltano l'uomo come i campioni di un tempo, questi ragazzi: lo ha fatto anche Insigne, che si è bevuto in scioltezza Tielemans sulla trequarti per poi bucare Courtois con uno dei suoi tiri a giro a lunga gittata; il solito movimento, lo scarto a destra e la conclusione, tutto come da spartito mandato a memoria, lo si diceva anche di Robben, ma sono gesti tecnici che, se eseguiti bene, risultano difficili da disinnescare, anche se ripetuti all'infinito. 

MAI PASSIVI, E DONNARUMMA DECISIVO - Lo stesso Insigne sta nitidamente emergendo in questo Euro 2020 per il lavoro a tutto campo a sostegno dei reparti arretrati, mentre il neotitolare Chiesa ha giocato soprattutto in avanti e, nel primo tempo, ha avuto anche l'occasione per far male con una fiondata di destro dal limite e, prima ancora, con un tiro deviato che per poco non sorprendeva il lungagnone guardiano dei Diavoli Rossi. Nella ripresa ci ha provato al volo anche Spinazzola su assist dell'ispirato Insigne, altri potenziali pericoli sono rimasti in abbozzo ma spesso il pallone ha danzato nei pressi o all'interno dell'area belga. Sempre vivi, attivi e reattivi, insomma, con Jorginho un po' più sottotraccia del solito ma intraprendente nell'inserirsi in prima linea (e su di lui poteva starci un rigore, non nitidissimo esattamente come quello su Doku). Il numero di occasioni create non si è incrementato, stavolta, soprattutto per via della serata no di Immobile, che col suo incaponirsi in certi tentativi solitari ha palesato una certa mancanza di lucidità, dovuta forse a un serbatoio di energie che comincia a essere in riserva. 

Poi, come detto, ci sono state le inevitabili concessioni alla possanza del gioco belga: nel primo quarto di partita Donnarumma ha tolto le castagne dal fuoco due volte su Lukaku e una su un De Bruyne che ha confermato appieno la sua classe, con accelerazioni che hanno messo in ambasce il nostro reparto di mezzo come raramente era capitato fino a oggi. Nel secondo tempo, come detto, un pizzico di buona sorte col rocambolesco salvataggio di Spinazzola a due passi dalla linea (ma almeno, come si dice in questi casi, era al posto giusto nel momento giusto...), e col solito Lukaku che non è riuscito a toccare di testa un cross di Chadli radente la porta, quindi l'assalto finale di Mertens e compagni del tutto inconcludente e contenuto senza nemmeno troppo affanno. 

BELGIO SCONFITTO MA FORTE - E' stato quel che si dice un bell'incontro, perché trame di grana buona e giocate di pregio si sono fuse con il clima di acre battaglia agonistica che ha per lunghi tratti imperversato. Acre ma corretta, giova dirlo. Il Belgio non esce ridimensionato da questo confronto, tutt'altro: ha trovato sulla sua strada una rivale giovane in molti suoi uomini ma già credibile, organizzata, con un progetto di gioco moderno e sbarazzino e con individualità di assoluto spessore, al di là delle ormai risibili sottovalutazioni di certa critica ma soprattutto, spiace dirlo, di larga parte del pubblico. Non ho più voglia di polemizzare, ciò che avevo da dire sull'argomento l'ho scritto in lungo e in largo qua e sull'unico social che frequento: posso solo aggiungere che provo tristezza per chi ha scoperto l'Italia di Mancini solo a Monaco, perché si è perso tante gioie precedenti, tante partite godibili e prestazioni brillanti. Perché negarsi l'effimera felicità dello spettacolo calcistico per il puro gusto di fare i bastian contrari e i contestatori a tutti i costi? 

ABBIAMO GIA' VINTO - La terra di Germania ci è stata di nuovo propizia, come nel 2006: peccato che stavolta sia stata solo una toccata e fuga. Ora, come scrisse Italo Cucci sul Guerino all'indomani di Italia-Brasile 1982, "non vorrei che gli azzurri fossero come me: felici e paghi". Già, perché per me l'Europeo è già vinto, non solo moralmente (alle vittorie morali non ho mai dato troppo peso nemmeno al Festival di Sanremo) ma sul piano meramente sportivo. Dopo essere entrata fra le prime otto d'Europa, ora la nostra Azzurra si ritrova fra le prime quattro, un traguardo splendido che nessuno con un minimo di raziocinio avrebbe potuto pretendere da Jorginho e compagni, alla vigilia. Nel 2017 avevamo toccato il fondo della ultracentenaria storia di questa gloriosa rappresentativa, ora abbiamo di nuovo una Nazionale competitiva ai massimi livelli, che può permettersi persino il lusso di sognare ciò che io per primo, da sempre estimatore del lavoro di Mancini e dei suoi ragazzi, non osavo nemmeno chiedere a questo Club Italia. Con la Spagna, a Wembley, si potrà benissimo perdere, perché quella di Luis Enrique è compagine fresca, coraggiosa e ricca di piedi buoni, proprio come la nostra. Ma non è più la mitica Roja 2008-2012, se è vero che stava per essere disinnescata dalla Svizzera già castiga-Francia. Ci possiamo provare, ancora una volta, senza assilli e senza pressione. 

lunedì 21 giugno 2021

EURO 2020: FUNZIONA ANCHE L'ITALBRASILE. CONTRO IL GALLES VERRATTI CALIFFO, PESSINA BRACCIO ARMATO. MA E' MANCATA LA SPINTA SULLE FASCE, CHIESA A PARTE

E così anche Italia 2, o ItalBrasile che dir si voglia, si è ritagliata il suo spicchio di gloria in questo Europeo. Credo sia stata la Nazionale più audace, come scelta dell'undici iniziale, mai messa in campo nelle nostre partecipazioni alle fasi finali continentali e iridate. Perché anche Zoff nel 2000 e Conte nel 2016 diedero ampio spazio alle seconde linee nella terza gara, ma non si giocavano più nulla, essendo certi di qualificazione e primato nel girone, laddove ieri c'era ancora da capire in quale ottavo di finale saremmo andati a finire. 

RISCHIO CALCOLATO - Avevo pronosticato un turn over esteso a quattro, massimo cinque elementi. Mancini invece ha esagerato e rischiato, ma ha fatto ancora centro. Non bisogna cadere nella retorica dei "ventisei titolari": non è così, non lo è mai stato nemmeno per le rappresentative azzurre più forti, quotate e ricche di classe del passato, e osservando certe prestazioni singole nella nostra ultima uscita romana sono apparse ancora più chiare, nitide, indiscutibili le gerarchie dettate dal cittì all'inizio di questa avventura: lo vedremo tra breve. Il discorso è diverso e più articolato: in questi tre anni, il trainer che ha raccolto la disastrosa eredità di Ventura ha saputo ampliare oltre ogni previsione il bacino degli azzurrabili. Ha cioè creato un gruppo allargato di uomini buoni per tutte le occasioni, in grado di subentrare a chi gioca di più senza che la qualità complessiva della manovra ne risenta più di tanto, portando a volte qualcosa di meno, a volte qualcosa di più sul piano della classe individuale, ma sempre qualcosa di diverso e comunque utile al funzionamento del meccanismo generale. 

TANTI AZZURRABILI - Ha dato minuti in campo ed esperienza internazionale a tanti giovani,  l'antico Bobby gol, accelerandone così lo svezzamento e avvicinandoli al grado di maturazione di tanti pari età stranieri che, al contrario di loro, avevano già in curriculum anni di battaglie ad alto livello. Anche Prandelli aveva trasformato il Club Italia in un gruppo open, chiamando nel suo quadriennio una settantina di giocatori, potendo però contare su un tasso di talento nel complesso inferiore; non lo aveva fatto Conte, che prese semplicemente atto dello scarsissimo spazio dato dai club ai ragazzi in sboccio e puntò sull'usato sicuro, con tanti veterani e pochi emergenti, per un progetto di squadra che ci diede notevoli soddisfazioni all'Euro 2016 (le memorabili vittorie su Belgio e Spagna) ma che si rivelò a cortissimo respiro, senza una prospettiva che permettesse di guardare oltre il torneo francese. 

PRIMI BILANCI - Perdonate questa lunga digressione storica, che ho fatto per due motivi. Il primo, per sottolineare un ulteriore merito del Mancio, ossia quello di aver creato un listone di giocatori da Nazionale assolutamente credibile, in cui non ci sono intrusi e tutti sono funzionali, e di averlo fatto quasi dal nulla, dovendo agire in un contesto, quello della nostra Serie A, che non vuole mollare la presa sulla propria perniciosa esterofilia. Il secondo, perché a primo turno trionfalmente concluso si può già mettere sul tappeto un abbozzo di bilancio di questa esperienza. Prematuro? Forse, ma è il caso di non galoppare troppo con la fantasia, e posso dirlo dall'alto dell'ottimismo e della fiducia che ho sempre riposto, ricambiato, in questa Selezione. Sabato sera a Wembley troveremo Austria o Ucraina, due rivali contro le quali avremo i favori del pronostico ma che hanno tutti i mezzi per metterci in difficoltà: e si sa che nelle fasi a eliminazione basta davvero poco, un errore, una caduta di tensione, un attimo di appannamento, per mandare tutto a ramengo. Succede, nel caso farebbe male, ma non cancellerebbe quanto di buono realizzato finora dai nostri. Il futuro è di questa Italia, e non lo dicono solo i risultati, pur nella loro eloquenza. Avremo modo di ritornarci. 

MINOR COMPATTEZZA, BUON PALLEGGIO - ItalBrasile, si diceva, per via dei tre oriundi in campo. Non la vedremo più, credo, un'Azzurra così, ma che bello avere la conferma di essere tornati competitivi sui massimi palcoscenici, al punto di poter momentaneamente abbandonare l'undici base senza accusare scompensi esiziali. Nel 2016, per dire, la rivoluzione della terza gara portò a una sconfitta con la modesta Irlanda, condita da una prova oltremodo grigia. Certo non è stata una compagine compatta, armoniosa ed equilibrata come nelle versioni ammirate contro Turchia e, soprattutto, Svizzera. Qualche momento di scollamento, qualche attimo di comunicazione difficoltosa fra i reparti, con conseguente diminuzione della fluidità di manovra, ma è fisiologico quando una formazione improvvisata e inedita deve trovare rapidamente l'intesa sul campo. Col trascorrere dei minuti molti tasselli sono andati al loro posto, non si sono viste l'eleganza e il pregio estetico delle tessiture che la vera Italia sa offrire, il ritmo è stato leggermente più ridotto, ma sono rimasti intatti spirito di iniziativa, capacità di aggredire e di portare avanti il pallone con precisione di tocco e sufficiente rapidità, l'autorevolezza complessiva nel saper imporre la propria superiore caratura. 

TANTE OCCASIONI, POCO SOSTEGNO DAI TERZINI - Le palle gol questa Nazionale le costruisce sempre, e il pomeriggio dell'Olimpico non ha fatto eccezione: nel primo tempo due bei diagonali di Belotti e Chiesa, poi la volée di Pessina per il vantaggio e una "puntata" dello stesso atalantino che per poco non fruttava il raddoppio, nella ripresa un palo di Bernardeschi su punizione e altri due tentativi di Belotti, il primo con grande risposta di Ward. E' tantissimo, se pensiamo che alla manovra di attacco è sostanzialmente mancato l'apporto della spinta degli esterni bassi. Torniamo a quanto detto inizialmente sulle gerarchie imposte da Mancini: visti all'opera Toloi ed Emerson, si capisce perché i titolarissimi del momento siano Di Lorenzo e Spinazzola; timido il bergamasco, discontinuo il londinese negli sganciamenti: voglio dire, due elementi affidabili, ma, almeno attualmente, non esplosivi come i compagni citati (in attesa del rientro di Florenzi), non in grado di tamponare e ribaltare l'azione diventandone protagonisti. Stesso discorso per Belotti: che si è sbattuto come al solito, ha cercato spazi, se li è guadagnati ed ha concluso quando ne ha avuto la possibilità, ma ormai da qualche mese non ha il killer instinct che ha invece provvidenzialmente ritrovato l'amicone Immobile. 

VERRATTI C'E', PESSINA SENZA TREMORI - Meno scompensi si sono avvertiti nel settore di mezzo, perché i titolari d'occasione Pessina e Verratti hanno fatto anche più di quello che ci si attendeva. Senza paure, senza braccino da grande ribalta l'ex veronese: abbiamo detto del suo gol e del secondo tentativo mancato di un soffio, e in entrambi in casi a metterlo in posizione di sparo è stato il califfo del Paris Saint Germain, che al suo ritorno ha subito lasciato intendere di poter incidere pesantemente nel prosieguo della kermesse. E' stato lui il vero "pilota" della squadra; mentre Jorginho, che Iddio ce lo conservi, faceva da collante ricreando l'equilibrio giocoforza smarrito in una formazione rivoltata come un calzino, Marco giocava un'infinità di palloni, alzava il baricentro, affondava, tentava persino qualche conclusione, non certo la sua specialità. E azionava Pessina, come detto: continuiamo a scoprire centrocampisti che segnano, una cooperativa del gol che è forse l'arma più imprevedibile e difficile da disinnescare per i nostri avversari. 

LI RIVEDREMO - La mancanza di intesa ha portato qualche sbandamento in terza linea, e sono arrivati così ben tre rischi per Donnarumma, cosa mai accaduta nelle uscite precedenti: un'inzuccata di Gunter di poco alta e un mezzo scempio al volo di Bale, in entrambi i casi l'ex milanista avrebbe potuto fare ben poco, mentre ha saputo disinnescare un affondo di Ramsey favorito da un'incertezza di Acerbi, che in azzurro ha fornito in passato prove assai più rassicuranti. Più efficiente e sicuro è parso invece Bastoni, uno dei pilastri designati dell'Italia post Europeo. In avanti, Chiesa è stato premiato come migliore in campo dall'Uefa con generosità forse eccessiva, ma è comunque sempre stato vivo, pieno di iniziativa, al servizio dei compagni, pur con i soliti problemi di mira al momento di concretizzare: senz'altro più in partita rispetto all'altro laterale Bernardeschi, questo è pacifico. Basta così: Italia Due-ItalBrasile ha chiuso gloriosamente la sua breve esperienza. Ma statene certi: alcune di queste seconde linee le ritroveremo protagoniste più avanti, nella speranza che il torneo si prolunghi per noi il più possibile. In tal caso, Verratti, Pessina e Chiesa saranno tutt'altro che comparse.

lunedì 29 marzo 2021

BULGARIA - ITALIA 0-2: AZZURRI UN PO' APPANNATI, MA IL GRAN FINALE FA BEN SPERARE

Anche il tabù bulgaro è crollato, eppure, alla fine, resta soprattutto il rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato. Fa rabbia rivedere quel magnifico quarto d'ora finale giocato di gran carriera, con occasioni a ripetizione e il terzo gol più volte sfiorato, e ripensare invece a quanto accaduto fino al magnifico raddoppio di Locatelli. Alle corte: l'Italia tornata in campo in queste qualificazioni mondiali non è stata, finora, la stessa ammirata fino all'autunno scorso. Personalmente, il timore di una metamorfosi in negativo l'avevo covato già in occasione della precedente interruzione, quella causata dal drammatico lockdown 2020. Anche all'epoca la ripresa dei nostri dopo la lunga sosta, nell'impegno fiorentino con la Bosnia per la Nations League, fu tutt'altro che brillante, e la cosa, in misura maggiore, si sta ripetendo in questa settimana. 

I PERCHE' DI UN APPANNAMENTO - Fisiologico, forse: per una squadra ancora in formazione, in sboccio, educata a un calcio di offesa e non di attesa, tenere sempre il... fuoco acceso è fondamentale; quando la filosofia è quella di manovrare e far girare palla in velocità e con assoluta precisione tecnica, i sincronismi vanno costantemente allenati, perché la nostra rosa non ha ancora alle spalle anni e anni di esperienza che le possano consentire di giocar sempre a memoria, di riallacciare immediatamente i fili di discorsi troppo a lungo interrotti. Questa può essere una delle chiavi di un appannamento a proposito del quale, tuttavia, mi sento di essere ottimista: il team del Mancio, per quanto ancora giovane e in parte immaturo, non deve già più dimostrare alcunché sul piano della qualità delle espressioni di gioco: sa dare del tu alla palla, sviluppare azioni avvolgenti ed efficaci, creare, concludere; tornare a ritrovarsi e ad allenarsi con continuità non potrà che riavvicinare questi ragazzi alle precedenti misure. Poi, certo, sono tanti altri i fattori che possono portare a certe prestazioni: ci sta la fatica per una stagione in pratica senza soluzione di continuità con la precedente, che si era chiusa ad agosto, non dimentichiamolo; ci sta il periodo negativo, o la semplice giornata no, di elementi sul quale solitamente si punterebbe ad occhi chiusi, tipo Verratti e Barella, ieri sera piuttosto opachi, e stiamo parlando di due dei nostri uomini di maggior spessore internazionale, che proprio per questo difficilmente ci offriranno altre delusioni. 

CATENACCIO SENZA RITEGNO - Dulcis in fundo, ci sono poi gli avversari. L'ho scritto già dopo Parma: quelli toccatici nel raggruppamento iridato, ben lungi dall'essere fenomenali, sono comunque rivali del tipo che il Club Italia ha sempre sofferto: fisicamente tenaci, ben organizzati, e soprattutto chiusi a riccio. La Bulgaria ha fatto per lunghi tratti un vero e proprio catenaccio d'altri tempi: se non si è al top della brillantezza, difficile trovare varchi in una difesa bassissima e serrata, che sa solo chiudere ogni varco, distruggere, senza preoccuparsi di creare. Perché poi, se andiamo a vedere, pur nel grigiore espresso dai nostri per un'ora abbondante, i rischi corsi sono stati pochissimi, mentre da parte azzurra la pressione non è mai mancata, anche se la maggior parte delle occasioni è giunta solo a raddoppio realizzato. 

MENO BELLI, MA SEMPRE PROPOSITIVI - Il bilancio finale parla di un rigore generoso (procurato e trasformato da Belotti) e di un altro piuttosto netto non concesso (per fallo sullo stesso Belotti), di un palo colpito dal torinista (con successiva ribattuta sparata alle stelle), dello splendido 2-0 su tiro a giro di Locatelli dopo bellissima combinazione Insigne-Verratti, e di tre occasioni assai ghiotte mancate dal subentrato Immobile nella parte conclusiva del match, senza tralasciare un altro paio di discrete opportunità capitate nella prima frazione ad Acerbi e Chiesa. Non male, se vogliamo, per una partita che ci ha visti a lungo in difficoltà nella costruzione, di fronte alla muraglia eretta dai locali. La cosa può in fondo essere interpretata come un segnale positivo: la nuova Italia sa vincere anche quando non tocca i suoi massimi livelli di rendimento, sa fare di necessità virtù, sta acquisendo un minimo di concretezza in più, vitale nei periodi di scarsa vena. 

L'OSSESSIONE DELLA DIFFERENZA RETI - Un doppio 2-0 nelle prime due uscite mondiali: pretendere di più era forse azzardato. Non mi è piaciuta la fase di approccio a questa prima trasferta da parte di certa stampa specializzata, cioè la richiesta quasi pressante di segnare caterve di gol per rinsaldare la differenza reti. E' un fattore senz'altro rilevante, ma che non può diventare già adesso un'ossessione: vedremo magari a metà percorso come saremo messi, ma non è affatto detto che questo girone si risolverà sicuramente in base al conteggio delle segnature. I tre punti devono essere sempre e comunque il risultato principale da perseguire: personalmente, per come si stava sviluppando la storia della sfida, a Sofia mi sarebbe andato bene anche l'1-0 maturato nella prima frazione. 

SPINAZZOLA, ACERBI, LOCATELLI E BELOTTI: OK - Tabù crollato, si diceva in apertura: la Bulgaria in casa propria è sempre stata off limits per noi, quindi eviterei di dare per scontata una vittoria che non lo era affatto, nonostante l'attuale situazione di precarietà qualitativa degli eredi di Stoichkov, Penev e compagni. E comunque i novanta minuti di ieri hanno offerto anche spunti positivi: a partire da uno Spinazzola indiavolato sulla sinistra, continuo nella spinta, arma offensiva aggiunta, titolare indiscutibile del ruolo in questo momento, con buona pace di Emerson; Acerbi si è confermato solido puntello al centro della retroguardia e abile negli inserimenti sui calci piazzati, Sensi si è battuto con generosità ma scarsa precisione, però va salvato visti anche gli attuali limiti fisici, Chiesa è un po' cresciuto alla distanza senza però riuscire a dare autentica efficacia alla sua azione sulla destra. Di Verratti si è detto: prova nel complesso deludente, ma con due lampi accecanti, il lancio che ha portato al palo di Belotti e lo zampino decisivo nella rete di Locatelli, il quale col suo ingresso ha fornito un cospicuo contributo di idee e freschezza nel mezzo. Riguardo al gallo torinista, non è al meglio e si vede, eppure ha trovato il modo di lasciare un segno decisivo nel punteggio: al top della condizione, non avrebbe fallito il tap-in dopo il palo, ma è sempre lì, pronto a far sportellate in mezzo all'area. Rimango comunque dell'idea che, nell'attesa di Zaniolo, la nostra produttività in prima linea crescerebbe enormemente con un adeguato impiego del Kean attuale. 

venerdì 26 marzo 2021

ITALIA-IRLANDA NORD 2-0: BENE IL RISULTATO, GIOCO COSI' COSI'. GLI ATTEGGIAMENTI PRUDENTI E AL RISPARMIO NON FANNO PER QUESTA NAZIONALE

 Si doveva vincere e si è vinto. Sicuramente banale, ma non scontato, visto che negli occhi ci sono ancora gli imbarazzanti impacci patiti dalla Francia contro l'Ucraina, con i campioni del mondo incapaci di far valere la loro nitida superiorità di talento e avvitati in un gioco modesto e monocorde. E che dire della Spagna, bloccata sul pari interno dalla Grecia, medesima sorte toccata a Griezmann e compagni? Non erano scogli insormontabili, quelli sui quali si sono arenati i due colossi europei, così come, in linea tecnica, non lo era per noi l'Irlanda del Nord. Ma i britannici, come gli altri avversari che ci attendono nel raggruppamento, rappresentano quel tipo di squadra, tosta fisicamente e rognosa tatticamente, contro cui la nostra rappresentativa da sempre soffre le pene dell'inferno. 

UN'AZZURRA... CONTRO NATURA - Prendiamoci dunque questi tre punti, e pazienza se nella mente rimangono quei secondi 45 minuti che, andando a memoria, hanno offerto il peggio della gestione Mancini, escludendo le prime timide uscite nella Nations League 2018, ormai preistoria calcistica. Leziosità fine a se stessa, ritmi bassi, prudenza immotivata che ha portato a un abbassamento eccessivo del baricentro, col risultato di aver concesso tre-quattro occasioni pericolose a una compagine dalle risorse offensive enormemente limitate. Insomma, tutta una serie di atteggiamenti assolutamente antitetici ai principi ispiratori del nuovo corso del Club Italia. E nel marasma della ripresa non potevamo farci mancare, naturalmente, l'ossessione della  "costruzione dal basso a tutti i costi", che ci è costata alcuni svarioni difensivi malamente sfruttati dai verdi. Ora che anche lo stesso cittì ha sottolineato, nel dopo gara, come non sia necessario legarsi mani e piedi a questa formula, forse ci sarà un minimo di rinsavimento. Fin dai tempi di Sacchi, gli estremismi tattici non hanno mai portato da nessuna parte: e di questa arma strategica, per quanto redditizia in determinate circostanze, non dovrebbe abusare a maggior ragione l'Azzurra attuale. Che ha nel pacchetto di mezzo il suo punto di forza, un insieme di elementi dai piedi buoni, dal palleggio sopraffino e dalla notevole visione di gioco, e che quindi deve cercare di far partire da lì la fase d'impostazione della manovra, appoggiandosi casomai sugli esterni bassi e alti, che ad esempio nella serata di Parma hanno offerto più di uno spunto positivo. 

COSTRUIRE NEL MEZZO - E' stato un esperimento, certo, favorito anche dal fatto che il risultato era stato sostanzialmente messo in cassaforte già nella prima frazione. Ed è comunque importante provare nuove idee, ricercare fonti e strade alternative per la costruzione dell'azione, per dare ulteriori brio e imprevedibilità a un atteggiamento comunque già spiccatamente propositivo. Ma l'anima del gioco azzurro, lo ribadisco, resta lì, in quella che una volta veniva chiamata "zona nevralgica". Certo, poi qualcosina cambia se non puoi contare su Jorginho e Barella, ossia su due dei giocatori di maggiore statura internazionale del gruppo. Locatelli, comunque, ha tenuto saldamente in mano le redini della squadra, prima di appannarsi nella ripresa come gran parte dei compagni, e Lorenzo Pellegrini ha ben giostrato da trequartista in appoggio diretto al trio d'attacco. Senza i due big di cui sopra, tuttavia, la tessitura è apparsa più "spiccia", essenziale, meno fine e metodica.

BERARDI SUPER - Gli spunti migliori in fase d'attacco, come detto, sono arrivati dalle corsie esterne. Da un'iniziativa di Florenzi è nato il perentorio affondo di Berardi che ha fruttato il vantaggio, mentre per realizzare il raddoppio Immobile si è involato sulla sinistra su lancio di Insigne, freddando l'incerto Peacock-Farrell. Berardi sta vivendo il momento migliore della carriera, o forse, ed è quanto ci auguriamo, si è finalmente assestato sugli ottimi standard di rendimento che la sua classe gli impone: dai suoi piedi, altri due assist non adeguatamente sfruttati da Immobile e da Emerson, quest'ultimo non in serata di gran vena: meglio di lui, nello scarso minutaggio a disposizione, ha fatto Spinazzola, coraggioso e intraprendente negli affondo. Ripeto quanto già scritto in passato: al momento il posto di titolare sulla sinistra spetta al romanista. 

INUTILE GIOCARE AL RISPARMIO - L'intensa settimana di qualificazioni, che si estenderà fin quasi alla vigilia di Pasqua, somiglia tanto a una prova generale del format che i grandi club vorrebbero dare agli impegni delle rappresentative, concentrandoli in un unico limitatissimo spazio temporale, possibilmente a fine stagione. Anche il fatto di doversi sottoporre a tre impegni ravvicinati con punti pesantissimi in palio, cosa che di solito avviene solo nelle fasi finali di Mondiali ed Europei ma con un maggior margine di giorni di riposo fra una gara e l'altra, può avere indotto inconsciamente i nostri a rallentare nel secondo tempo, un rischio però non ben calcolato, visti gli spazi e le opportunità concesse agli irlandesi. Insomma, si poteva spingere con più tranquillità sull'acceleratore, anche perché è mia convinzione che la Nazionale attuale si trovi in una situazione invidiabile, quanto ad alternative da mettere in campo.

Già detto di Jorginho (al momento indisponibile) e Barella, c'è almeno un'altra buona decina di ragazzi che possono subentrare senza che il tono qualitativo del complesso e le espressioni di gioco ne risentano più di tanto. E parliamo di elementi, oltretutto, che stanno vivendo una stagione buona se non eccellente: il già citato Spinazzola ma anche Bastoni, Lazzari, Gianluca Mancini, Pessina, Soriano (splendida seconda giovinezza), un Chiesa che è stato fra i pochi a salvarsi nella fallimentare campagna Champions della Juventus, Grifo sempre efficace e decisivo in Germania, e quel Kean che è diventato elemento chiave del PSG e che presto, ritengo, diverrà quasi imprescindibile anche per il Mancio, in attesa del ritorno di Zaniolo, da non forzare. Insomma, abbiamo tante frecce al nostro arco, ecco perché il gioco al risparmio, come quello visto nella ripresa del Tardini, è assolutamente da evitare. E risulta anche controproducente, in quanto lontanissimo dalle corde e dallo spirito di questo Club Italia. 

giovedì 15 ottobre 2020

NATIONS LEAGUE: ITALIA IN DIFFICOLTA' CON L'OLANDA. CI SALVANO L'ASSE CHIELLINI - BARELLA E UN'OTTIMA TENUTA DIFENSIVA

Non si era mai vista così in difficoltà la Nazionale del Mancio, perlomeno da quando è diventata una squadra vera, ossia dalla trasferta in Polonia per la prima Nations League, gara qui pluricitata in quanto pietra angolare del processo di maturazione del nuovo Club Italia. Nella serata di Bergamo l'Olanda, a tratti, ci ha fatto veder le streghe, e in simili circostanze è sempre meglio guardare alla metà piena del bicchiere: non aver perso è un grande risultato e mantiene intatte le nostre speranze di artigliare il primato nel girone. 

Di più: pur in una situazione di notevole sofferenza, i nostri le hanno prese ma anche date, nel senso che, a fronte dei rischi corsi, hanno avuto almeno tre opportunità clamorose per conquistare l'intera posta, due delle quali, una per tempo, capitate sui piedi di Immobile, per il quale in azzurro continua a mancare il killer instinct laziale. La svolta negativa del match è coincisa proprio con la palla gol fallita da Ciro su perfetto assist di Verratti: dal possibile, e non immeritato, 2-0, si è passati all'1-1 nel volgere di una manciata di minuti, coi tulipani oggettivamente fortunati, visto che il pari di Van de Beek è stato propiziato da un rimpallo a centro area. 

Da quel momento, lo si è detto, Italia in ambasce, ma più per una situazione di imbarazzo tattico che per la classe degli avversari, visto che quanto a livello tecnico, a qualità dei singoli, le due rappresentative grosso modo si equivalgono, a parer mio. I problemi che affliggono il cittì sono noti, al di là delle contingenze della partita: Jorginho ha confermato di attraversare un periodo di scarsa brillantezza, Immobile ha sempre il "braccino" nei sedici metri finali, Chiesa continua ad essere troppo fumo e poco arrosto: qualche giocata la azzecca, ma non basta, e l'incisività in avanti è ancora una chimera. Come vivacità, come spirito di iniziativa, meglio il subentrante Kean, che però parte eccessivamente da lontano non riuscendo a diventare pericoloso in zona tiro. 

E tuttavia, giusto sottolinearlo, non sono mancati i motivi di consolazione. Tre nomi dalla cintola in su: Verratti, per il citato lancio ad Immobile e per aver saputo comunque dare ordine a un reparto di mezzo un po' sballottato, a costo di qualche scorrettezza di troppo in fase di copertura; Barella, ottimo sia in interdizione che in impostazione, scheggia in perenne movimento e autore del geniale passaggio in diagonale che ha mandato in gol Pellegrini; e Lorenzo, appunto, confermatosi incursore di vaglia e il cui contributo al lavoro offensivo è stato questa volta premiato da una meritata segnatura. Ma è naturale e confortante che, in una gara di notevole sofferenza come quella di ieri, le cose migliori siano arrivate dalla difesa. Per una squadra abituata a tenere pallino, ad aggredire, a giocare sempre col muso puntato verso la porta avversaria, un esame di sostanza per la retroguardia era necessario, e va detto che è stato superato tutto sommato a pieni voti. Perché, come detto, il gol del pari è stato favorito da circostanze anche fortuite, mentre altre situazioni spinose sono state risolte con efficacia, spesso anche senza guardare troppo alla forma, all'estetica.

Il calcio italiano, si sa, sconta da almeno un decennio la crisi della sua leggendaria vocazione difensiva, e quando è costretto in trincea deve spesso aggrapparsi a certi vecchi draghi. A Bergamo, ad esempio, è stata la notte di Chiellini, gagliardo come ai bei tempi, tempista e risoluto, decisivo nel tappare falle che potevano risultare esiziali. Attorno a lui un po' tutta la terza linea si è esaltata, e così abbiamo visto, ad esempio, Donnarumma sventare l'1-2 su un preciso diagonale di Depay. Da elogiare anche Spinazzola, che nel primo tempo stava cominciando a carburare e a offrire le sue consuete discese sulla sinistra, anche con una insidiosa conclusione verso Cilessen, mentre nella ripresa ha fatto risaltare le sue doti di contenimento dando un prezioso contributo per arginare le folate Orange. 

In sintesi, sull'asse Chiellini - Barella si è sostanzialmente retta la Nazionale vista poche ore fa: sono stati i più continui ed efficaci nelle rispettive zone d'operazione, i collanti di una formazione che in certi passaggi del match ha rischiato il naufragio ma, con notevole personalità, ha saputo rimanere a galla. Ora però occorre qualcosa di più: se permangono le difficoltà di Jorginho, si può dare spazio con più convinzione a Locatelli, anche ieri abbastanza in palla nel poco minutaggio avuto a disposizione. Per il resto, più che di uomini penso sia questione di condizione atletica e mentale: a novembre dovrebbe registrarsi una crescita e l'Azzurra potrà riappropriarsi delle misure di gioco che le sono consuete. La Nations League è un torneo giovane e forse di scarso appeal, ma dopo tanti anni a secco di trofei non possiamo rinunciare a cuor leggero alla possibilità di giocare in casa nostra la final four. 

lunedì 12 ottobre 2020

NATIONS LEAGUE: IN POLONIA UN'ITALIA DEPOTENZIATA DAL TERRENO E DA UN JORGINHO FUORI FASE. I REBUS DI UN ATTACCO POCO INCISIVO

Calma, ragazzi. Quando hai alle spalle un biennio di partite giocate in un certo modo, secondo uno stile ben definito, con una chiara linea tecnica, una gara come Polonia-Italia di ieri non può destare preoccupazione. Qualche perplessità magari sì, ma nessun allarmismo. Non è mai bello aggrapparsi a scusanti che esulano dalla classe e dal valore dei singoli, ma, caspita, fare calcio su un manto erboso (?) come quello visto a Danzica credo sia impresa ai limiti dell'impossibile. Per "fare calcio" si intende manovrare, costruire, trattare la palla con una certa padronanza. Ovvio che bisogna adattarsi a ogni situazione, ma su un campo di patate a rimetterci non può che essere la squadra più ricca di qualità, più propositiva, più portata al fraseggio.

CAMPO DI PATATE - Tutto questo andava detto, perché appiccicare etichette di mediocrità a determinati calciatori dopo novanta minuti così particolari, direi unici, è profondamente ingiusto. Proprio a partire dalla precedente trasferta polacca di Nations League, nell'autunno 2018, Mancini ha plasmato una rappresentativa dall'altissima capacità di palleggio, di tessitura precisa al millimetro, in grado di non sprecare che pochissimi palloni. L'Italia del Mancio è questa, quella dal gioco elegante e privo di sbavature che ha fruttato dieci vittorie su dieci match nelle qualificazioni europee e anche le goleade attese per decenni, ultima della serie il recente 6-0 in amichevole con la Moldavia - Moldova. Alle corte: tutti quei passaggi sbagliati, tutte quelle palle perse, difficilmente li rivedremo ancora da parte dei nostri. Così come è quasi matematico che Jorginho non commetterà mai più tutti quegli errori di misura, di tocco, di controllo visti poche ore fa: mai più, nemmeno se ci si mettesse d'impegno. 

IN MEZZO BRILLA SOLO VERRATTI - Che poi, al di là del terreno, l'italo-brasiliano sia incappato in una serata assai poco brillante è un altro dato di fatto, e apre il capitolo dei lati oscuri della prova di Danzica. Si è rivisto il trio di centrocampo teoricamente titolare, ma solo Verratti ha svolto appieno il suo compito, con buone intuizioni in fase costruttiva e il consueto apporto in copertura, mentre Barella, pur sufficiente, si è visto a tratti e, in particolare, non ha mostrato la risolutezza negli inserimenti sfoderata in altre circostanze. Più in generale, è stata un'Italia frenata da strane titubanze al momento di concludere, poco sbrigativa, più incline al passaggio in eccesso, alla rifinitura superflua, che alla battuta a rete. Limite grave soprattutto in certe gare, nelle quali il dominio della manovra non riesce ad essere continuativo. In effetti, sono stati i nostri a condurre le danze, come quasi sempre capita, ma spesso le loro trame sono state spezzate, vuoi per mancanza di precisione vuoi per le brutture del campo, consentendo ai padroni di casa veloci ripartenze, peraltro approdate a rari pericoli. Ne abbiamo contati due, sostanzialmente, neutralizzati da ottimi interventi difensivi: Emerson ad anticipare su Lewandoski nel primo tempo, e Acerbi che ha deviato di pochi millimetri la conclusione ravvicinata di Linetty, sventando una beffa in extremis che sarebbe stata inaccettabile. 

EMERSON OK, CHIESA NO - Dicevamo di Emerson: pur non sempre preciso, ha sostanzialmente convinto per spinta, buon contributo dietro e un paio di pericolosissime incursioni in avanti, che nella ripresa han fatto gridare al gol. Un suo colpo di testa in tuffo su traversone di Chiesa è finito di poco a lato, poi si è presentato solo davanti a Fabianski, venendo però sbilanciato da un difensore al momento di concludere. Rimango tuttavia del parere che, in questo momento, Spinazzola sia più affidabile per continuità, lucidità e perizia nelle giocate, ma, insomma, sul versante mancino di retroguardia siamo messi piuttosto bene, visto che anche Biraghi il suo lo fa sempre. Buona la prova di Florenzi, più che altro sul piano quantitativo, e discreto Pellegrini, il più attivo e propositivo sul fronte offensivo, ma con la macchia dei tre calci d'angolo sprecati. Chiesa rischia di diventare un problema: incredibile il gol sbagliato in avvio davanti alla porta, poche iniziative degne di nota, tanta confusione. Non è questo il Federico che avevamo conosciuto, rapido, sgusciante, abile nel saltare l'uomo: l'auspicio è che la Juve lo rigeneri e lo trasformi in un campione a tutto tondo, perché ne abbiamo bisogno. 

BUON KEAN E IL REBUS IMMOBILE - Meglio di lui, da subentrato, ha fatto Kean, all'inizio un po' indolente ma cresciuto col passare dei minuti: anche per il neo PSG, però, sono mancate cattiveria e determinazione, che possono arrivare giocando e facendo esperienza ad alto livello. Ancora una prova grigia, infine, da parte di Belotti, e il quadro non è migliorato con Caputo, nello scarso minutaggio avuto a disposizione. Problemi nei sedici metri finali, dunque, e il fatto che le palle gol più nitide della ripresa siano capitate su piede e testa di un difensore (le due citate di Palmieri) deve indurre a severa riflessione. Contro l'Olanda, l'occasione sarà quantomai propizia per lanciare con convinzione Immobile. Per l'ennesima volta: la Scarpa d'oro europea non può avere un ruolo marginale in rappresentativa, a costo di attuare qualche aggiustamento tattico che, peraltro, non porterebbe stravolgimenti radicali allo stile di gioco della squadra. 

mercoledì 12 giugno 2019

VERSO EURO 2020: L'ITALIA C'E', RIMONTA LA BOSNIA E SCIORINA UN INSIGNE DI SPESSORE INTERNAZIONALE

                                                 Verratti (foto Guerin Sportivo)

Ormai è ufficiale: l'Italia c'è, c'è di nuovo, è ritornata. Io per primo, nel precedente articolo di commento al trionfo in Grecia, avevo sottolineato l'importanza di non esaltarsi e di aspettare  test più probanti, per la giovane selezione di Roberto Mancini. Ebbene, il test impegnativo è arrivato, ed è stato superato con una brillantezza che, ad un certo punto della gara, pareva utopico auspicare. La Bosnia è squadra tosta, scaltra, di elevato tasso tecnico in numerosi elementi, non solo gli arcinoti Pjanic e Dzeko (Besic, Saric e Visca danno del tu al pallone). Per un'ora abbondante ha messo in grave imbarazzo i nostri, che tenevano pallino ma subivano ripetutamente la rapidità e la precisione delle ripartenze avversarie. In questo quadro tattico, il vantaggio ospite era stato quasi inevitabile: già Bonucci aveva salvato in scivolata su un inserimento di Visca, che poi forniva al centravanti della Roma un pallone comodo comodo per il tocco dello 0-1.
REAZIONE DI GIOCO, NON DI NERVI - Ma l'Italia ha saputo reagire, e lo ha fatto non di soli nervi, non solo attingendo a quell'orgoglio che è stato spesso, in passato, l'arma in più della nostra rappresentativa. Lo ha fatto cercando comunque di produrre gioco, nonostante un centrocampo che girava a scartamento ridotto grazie all'abilità dei bosniaci nel neutralizzarne le trame. Ha mantenuto una sua linearità di manovra, dapprima sofferta e spezzettata, poi via via sempre più "centrata", evitando assalti all'arma bianca che avrebbero, probabilmente, creato solo confusione e intasamento nell'area dei rivali. E' sintomo di una lucidità, di una consapevolezza nei propri mezzi che mai si erano palesate nella precedente gestione. Ed è merito di un gruppo di "piedi buoni" che stanno facendo dimenticare le imprecisioni e le incertezze di tocco cui negli ultimi anni ci eravamo tristemente abituati. 
L'INSIGNE CHE ASPETTAVAMO DA TEMPO - La sensazione è che questa giovane Nazionale sappia sempre cosa fare, e sia pronta a opporre le adeguate contromisure ad imprevisti e contrarietà. Così, nella prima ora di gioco, col pacchetto di mezzo sovente saltato dai rapidi tagli in avanti dei biancoblù, si sono rivisti i centrali di difesa alzare il baricentro e giocare in appoggio, in particolare con Chiellini che giungeva spesso fin sulla trequarti e sfiorava addirittura il gol del pari mancando di poco una deviazione ravvicinata su cross di Insigne (ripetendosi poi nel secondo tempo con una poderosa inzuccata respinta d'istinto dal portiere). Già, Insigne: se due indizi possono cominciare a fare una prova, la seconda prestazione super dopo quella di Atene dimostra che il partenopeo si è finalmente preso le chiavi della prima linea azzurra, riesce a dare libero sfogo al suo estro giostrando con efficacia per se stesso e al servizio dei compagni. Ha tirato fuori da ogni impaccio la squadra con la strepitosa rete dell'1-1 in avvio di ripresa, destro al volo di rara potenza sugli sviluppi di un corner, e ha poi continuato a martellare la retroguardia di Prosinecki, chiamando Sehic a un gran intervento su colpo di testa e poi appoggiando a Verratti il pallone per il colpo di biliardo che, in zona Cesarini, è valso la vittoria che ci avvicina ad Euro 2020. 
FINALE SPRINT DI VERRATTI: GIOCASSE SEMPRE COSI'... - Il talento e l'esperienza internazionale della stellina del PSG sono emersi alla lunga, dopo che l'aggressività bosniaca aveva a lungo costretto lui e i compagni di reparto a remare controcorrente. Nella zona nevralgica, il solo Barella ha retto la baracca nel momento peggiore, mostrando il suo volto di combattente che ne completa le doti propositive, ieri meno appariscenti rispetto alla trasferta ellenica; poi è venuto fuori Jorginho, con un gioco scarno ma fondamentale per ricreare equilibrio nel settore, e la chiusura, come detto, è stata tutta del "francese", che se giocasse sempre coi ritmi, la continuità, la precisione e la concretezza degli ultimi venti minuti sarebbe elemento di valore planetario. 
I MERITI DELLA DIFESA; BERNARDESCHI GIU' DI TONO - Pur stregati dall'ondata offensiva finale, che ha visto il fresco Belotti fornire un contributo di notevole spessore fisico e Insigne sfiorare persino il 3 a 1 in contropiede poco prima del triplice fischio, non dobbiamo però dimenticare il ruolo decisivo recitato dalla terza linea per larghi tratti di gara. L'atalantino Mancini ha un po' sofferto nel tenere a bada gli avanti bosniaci, in particolare un Dzeko indiavolato, un perno offensivo che farebbe la fortuna di rappresentative anche più qualificate. Del duo juventino si è detto, mentre Emerson è stato costretto dalle circostanze a rimanere quasi sempre rintanato dietro, essendo invece un laterale che dà il meglio di sé in fase di spinta; ma merita una citazione anche Sirigu, che ha sfoderato sicurezza assoluta e coraggio, come quando è uscito su Dzeko strappandogli il pallone coi piedi. Fra lui, Donnarumma e l'ottimo Meret dell'ultima stagione napoletana, ci troviamo ad essere più coperti nel ruolo di quanto ci aspettassimo, dopo l'addio di Buffon. In avanti, come detto, Insigne uber alles; per il resto, Quagliarella ha avuto un solo pallone giocabile nel primo tempo e l'ha scagliato verso la porta di destro, consentendo a Sehic di prodursi nella miglior parata della serata, mentre ha deluso Bernardeschi, che col centrocampo in crisi avrebbe dovuto prendersi maggiori responsabilità in chiave creativa. Ma sono dettagli; importanti, certo, ma di sicuro nulla di irrimediabile. E poi si è ritrovato il feeling con le vittorie, senza le quali il morale resta sotto i tacchi e di strada se ne fa poca. Avanti così. 

domenica 24 marzo 2019

VERSO EURO 2020: FINLANDIA BATTUTA, E' L'ITALIA DI BARELLA, BERNARDESCHI E KEAN, MA QUAGLIARELLA DEVE ESSERE TITOLARE


Ci sono partite che sarebbe ingiusto valutare solo in base al risultato e alla prestazione collettiva. Quella di ieri sera dell'Italia è stata tutt'altro che scintillante, al netto delle esaltazioni sopra le righe di certi cronisti, ma ha comunque lanciato segnali importanti, per il futuro prossimo e a medio termine. E' un'Azzurra che ha voltato definitivamente pagina, che ha sposato con decisione la linea verde senza però trascurare l'esperienza. A Udine, è stata soprattutto l'Italia di Barella, Bernardeschi e Kean, tre ruoli chiave che hanno trovato tre interpreti nel fiore della gioventù e già pienamente convincenti, ma anche di Quagliarella, uno di quei "vecchietti" fondamentali più che utili, perché possono essere, a un tempo, chioccia e arma in più. 
CONTRO IL CATENACCIO - Performance non brillantissima, si diceva; ma vedendo una Finlandia che per settanta minuti e oltre ha fatto catenaccio puro, arroccandosi in retroguardia, appiattendo la linea di centrocampo su quella difensiva, tornava alla mente un vecchio adagio calcistico: per giocare bene bisogna essere in due. Già: difficile fare del buon calcio contro avversari che badano solo a chiudere i varchi e a distruggere le trame altrui, ancor più difficile se si è una formazione in sboccio, in fase di costruzione, ancora non pienamente rodata e con diverse lacune da colmare. Oltretutto, quello del Friuli è stato in pratica un nuovo inizio: si tornava in campo dopo ben quattro mesi, una pausa agonistica assurda, che impone la necessità di rivedere il calendario internazionale per restituire qualche spazio in più alle rappresentative. 
PUNTARE SU QUAGLIARELLA, IN ATTESA DEI NUOVI - Ci eravamo lasciati a novembre con una squadra che aveva magicamente ritrovato un gioco plausibile, la capacità di manovrare in scioltezza e financo con eleganza, e che pagava però dazio a una scarsa efficacia al momento di finalizzare. Dopo tanto tempo, non era facile riallacciare subito le fila del discorso, e il campo lo ha confermato: il team di Mancini è stato in effetti meno pimpante, rapido, continuo e avvolgente in fase di costruzione, anche se l'impronta del cittì, tattica e di mentalità, si è comunque palesata. In altre parole, l'atteggiamento è sempre propositivo, ma è mancata l'incisività dalla trequarti in su, lo spunto in grado di abbattere la muraglia finnica.
LA LEZIONE DELL'ITALIA DI VICINI - Il problema rimane l'attacco: in attesa di recuperare Chiesa e di lanciare il meritevole Cutrone (che ha il gol nel sangue), era forse il caso di ricorrere subito a Quagliarella, che nello scarso minutaggio a disposizione ha confermato di attraversare una evidente seconda giovinezza, toccato dalla grazia: un colpo di testa neutralizzato da una prodezza del portiere, una staffilata di destro che ha scheggiato la traversa. Non avremo mai la controprova, ma fosse stato schierato dall'inizio si poteva forse realizzare un punteggio insperato. E' l'uomo che ci serve, in questo preciso momento storico, per superare le naturali difficoltà di certi elementi alle prime armi e ancora in imbarazzo sui grandi palcoscenici, e non sarebbe certo una sconfessione del progetto giovani che caratterizza l'attuale gestione azzurra: negli anni Ottanta Azeglio Vicini, nel periodo di rinnovamento del Club Italia dopo il fallimento di Messico '86, lanciò sì tanti talenti della sua Under 21, ma in avanti, nell'attesa che Vialli e lo stesso Mancini raddrizzassero la mira, si affidò al veterano Altobelli, che lo ripagò a suon di gol risultando decisivo nella qualificazione ad Euro '88. Lezioni da non dimenticare...
IMMOBILE: POCHI LAMPI - Senza il doriano, la prima linea ha vissuto delle accelerazioni di Kean, che nel secondo tempo ha sbagliato anche due assist importanti ma è costantemente stato nel vivo dell'azione, si è fatto sempre trovare pronto agli inserimenti e ha siglato con merito il primo gol "millennial" dell'Italia su cocciuta iniziativa di Immobile, peraltro l'unica vera alzata di genio del laziale, che per il resto si è mostrato poco lucido e poco ficcante come troppo spesso gli accade in rappresentativa. Continuo a pensare che non sia la soluzione ideale per l'attacco: oltre ai nomi prima citati, è da auspicarsi una risalita delle quotazioni di Belotti, in fase di ripresa dopo esser stato alle prese con una stagione assai complicata.
BERNARDESCHI ANIMA OFFENSIVA - Godiamoci anche Bernardeschi, plastico esempio di come l'esperienza a livello europeo sia fondamentale per uscire dal guscio e dare concretezza a doti tecniche già di prim'ordine. Lo juventino è stato il principale animatore delle offensive italiane, dai suoi piedi è partita l'azione del primo gol, suoi i due assist per le occasionissime di Quagliarella, e si era anche guadagnato un rigore piuttosto netto non visto dal direttore di gara... Dietro di lui, un Barella già califfo del centrocampo, positivo in interdizione e in rilancio e pronto ad andare al tiro (è toccato a lui sbloccare il risultato, con una conclusione dalla distanza deviata da un difensore). Nel triangolo della zona nevralgica, non altrettanto convincenti sono apparsi Verratti, sufficiente ma nella solita versione tricolore "minimalista", e Jorginho, che non è stato in grado di dare ordine alla manovra, commettendo anzi alcuni errori anche banali. Discreta prova del pacchetto di retroguardia, peraltro non eccessivamente sollecitato: Piccini (giusta conferma per un buon giocatore "dimenticato" all'estero troppo a lungo) si è mostrato sempre "sul pezzo" e ha anche sfiorato un bel gol al volo su traversone di Kean, Biraghi è partito col freno a mano tirato per poi aumentare la sua pressione sulla fascia sinistra, ma senza esagerare: ci si attende da lui maggiore coraggio nelle incursioni. 

domenica 18 novembre 2018

NATIONS LEAGUE: PASSA IL PORTOGALLO MA L'ITALIA C'È, ECCOME. DIFESA SOLIDA E CENTROCAMPO DI LUSSO, MANCA IL BOMBERONE

                                                   
                                                                         Verratti, fra i migliori

Delusione? Suvvia, non scherziamo. Solo gli ottimisti a oltranza potevano sperare in un aggancio in extremis della final four di Nations League: il vero obiettivo di questo primo scorcio di stagione, per l'Italia, era la salvezza, ed è stato ottenuto brillantemente in Polonia. Non un'impresa da poco, se pensiamo ai balbettii di inizio torneo e se vediamo la fine che ha fatto la Germania, passata in pochi mesi dagli altari planetari alla polvere della Serie B europea. È ancora una Nazionale in cantiere, la nostra, e solo nell'ottica della ricostruzione in corso vanno interpretati i segnali giunti dalla sfida di San Siro col Portogallo (il quale anche in caso di sconfitta avrebbe poi avuto un bel match point contro Piatek e compagni). 
OCCASIONI A GO GO - Segnali positivi e bicchiere mezzo pieno, senza alcun dubbio. In settembre, i nostri ragazzi naufragavano a Lisbona dopo una recita all'insegna dell'impotenza offensiva e del disagio tattico: ebbene, sembra passato un secolo. Ieri sera, per un'ora abbondante, la squadra di Mancini ha confermato gli enormi progressi già emersi a Genova e in terra polacca. Il ritrovato gusto per il gioco manovrato, la precisione nel tocco di palla e nei passaggi, la volontà di tenere sempre e comunque pallino, di aggredire. I campioni d'Europa in carica sono stati totalmente in balìa degli azzurri: incapaci di imporre la loro classica ragnatela, impossibilitati a ripartire, costretti ad armare una mera difesa passiva. Ai punti, in quei due terzi di gara, la vittoria italiana è stata schiacciante, con occasioni in serie: Insigne dalla distanza ha chiamato Rui Patricio a una difficile parata, e sulla ribattuta Immobile ha calciato alto; Florenzi ha sfiorato il palo con un destro dal limite; ancora Immobile, splendidamente liberato davanti al portiere da Verratti, si è fatto respingere la conclusione dall'estremo portoghese; Bonucci di testa, su punizione di Insigne, ha mandato sull'esterno della rete; e dulcis in fundo, in avvio di ripresa, Chiesa ha mancato il bersaglio da pochi metri (tiro deviato in corner) dopo una bella combinazione Verratti - Biraghi. 
CENTROCAMPO DI QUALITÀ, INSIGNE OK, IMMOBILE DOUBLE FACE - Il problema del Club Italia del Mancio, a ben vedere, è tutto qui: manca il killer instinct, manca la capacità di finalizzare. Non è poco, sicuramente, ma il quadro complessivo pare decisamente roseo: incredibilmente roseo, direi, se si pensa a come eravamo ridotti. Il centrocampo, che aveva fatto naufragio nelle prime uscite stagionali, ha ormai trovato una buona quadratura: Verratti si è reso protagonista della sua prova più autorevole in maglia tricolore, impadronendosi delle redini del gioco e non limitandosi, come spesso gli è capitato, a dare il meglio in interdizione; accanto a lui, anche Jorginho è lievitato a ottimi livelli di rendimento, mostrando inoltre una personalità che raramente si era vista nelle sue apparizioni pre Chorzow; Barella si è confermato giocatore coraggioso e utile nelle due fasi, deve solo trovare continuità nell'arco dei novanta minuti.
Purtroppo, l'ottima tessitura del reparto di mezzo si è scontrata con l'evanescenza della prima linea, in cui il solo Insigne ha mostrato vivacità e intraprendenza (anche per lui, la migliore prestazione di sempre in rappresentativa), mentre Chiesa si è dannato l'anima con scarsi risultati (e a volte scarsa collaborazione dei compagni); quanto a Immobile, polveri bagnate come troppo spesso gli capita quando è chiamato a indossare la casacca nazionale: clamoroso, in particolare, il gol mancato in avvio dopo la staffilata di Lorenzino.
GAP FISICO - Oltre all'incapacità di pungere, il campanello d'allarme è giunto dal netto calo fisico dell'ultima mezz'ora, che ha consentito a un Portogallo fin lì annichilito di assumere il controllo delle operazioni arrivando persino a sfiorare un'immeritata vittoria, con un velenoso tiro di William Carvalho sul quale Donnarumma si è esibito in un intervento sensazionale, confermando il buon rendimento recente in azzurro. La scarsa resistenza atletica sulla lunga distanza è un limite che caratterizza molte formazioni nostrane nei confronti internazionali, da diversi anni a questa parte, ma ci si può lavorare, e del resto il problema del Meazza è stato a monte: cioè arrivare a quella fase finale col fiato corto, senza aver prima concretizzato l'enorme mole di pregevole lavoro svolto. 
DILEMMA OFFENSIVO: CUTRONE È LA SOLUZIONE? - Torniamo dunque al problema - base: non c'è il bomber, il Vieri o l'Inzaghi della situazione, capace di trasformare in gol anche la palla più sporca (fermo restando che un po' tutti debbono aggiustare la mira...). Con Balotelli di nuovo in... purgatorio, con Belotti che solo ora sta uscendo da un periodo opaco, con Immobile Dottor Jekyll e Mister Hyde, rimane da provare Cutrone, e fossimo nel cittì non staremmo più tanto a pensarci su: il ragazzino sciorina fiuto del gol e capacità realizzative fin dai primissimi passi mossi in Serie A, ha doti tecniche e sfrontatezza giuste per ben figurare anche in un contesto di elevata competitività. In alternativa, bisogna sperare in una "operazione Napoli", ossia inventarsi un fromboliere dal nulla come riuscì a Sarri con Mertens quando si vide privato di Higuain, suo naturale terminale offensivo, oppure creare una cooperativa del gol come fece Lippi con la sua Italia mondiale 2006. Operazioni difficili che richiedono tempo, applicazione ed esercitazioni ripetute: e il tempo è poco per questa Nazionale, che nel 2019 si vedrà proiettata nelle qualificazioni all'Europeo itinerante, un obiettivo che non possiamo mancare. 
PIU' CONFERME CHE SMENTITE - Detto questo, il paragone fra le due "delusioni milanesi" a distanza di un anno, Svezia e Portogallo, non regge, checché ne dicano certi commentatori: nel novembre 2017 eravamo azzerati, avevamo toccato il fondo. Oggi, l'opera di ricostruzione della selezione ha raggiunto un grado insperato: centrocampo qualitativo, difesa dal rendimento ottimale (con un Chiellini che ha onorato al meglio la sua centesima maglia azzurra), "movimentatori offensivi" in palla (non solo Insigne ma anche Bernardeschi, la cui assenza si è avvertita non poco contro i lusitani), occorre trovare chi la "sbatta" dentro. Ma il bicchiere, lo ripetiamo, resta mezzo pieno: l'Italia c'è, c'è di nuovo, e un mese dopo, contro un avversario più forte della Polonia, ha fornito più conferme che smentite. Guardiamo avanti con moderata fiducia. 

lunedì 15 ottobre 2018

NATIONS LEAGUE: IN POLONIA UN'ITALIA DA STROPICCIARSI GLI OCCHI. GIOCO DI GRANA FINISSIMA, MA URGE PESO IN ATTACCO


Da stropicciarsi gli occhi. Non è ancora giunto il momento di celebrare la rinascita della Nazionale italiana: la strada è lunga e occorre pazienza, lo ha sottolineato a più riprese lo stesso cittì Mancini. Però due indizi possono cominciare a fare qualcosa che si avvicina a una prova: se già nell'amichevole genovese con l'Ucraina si erano visti quarantacinque minuti di buone trame, aggressività e ripetuti pericoli per la porta avversaria, in un test più difficile e probante, quello di Nations League in casa della Polonia, ultimativo scontro salvezza, abbiamo assistito a una crescita ulteriore e persino insperata, nelle proporzioni. 
I BIDONI SONO ALTRI... - Piccolo promemoria: quella attuale, secondo molti esperti e appassionati (non secondo me, e il blog lo testimonia) è una generazione azzurra di scarti, scarponi, mezze calzette. Ebbene, non penso che calciatori di modeste qualità siano in grado di giocare gare come quella di Chorzow. Le squadre mediocri possono cavarsela, spesso ma non sempre, gettando il cuore oltre l'ostacolo, puntando su "garra" e applicazione ferrea delle consegne tattiche. Ma ieri sera in Slesia è accaduto qualcosa di diverso: ha preso forma un undici capace di far gioco, e di farlo bene. Da stropicciarsi gli occhi, sì: idee chiare e abilità nel metterle in pratica, precisione quasi assoluta nel tocco di palla e nei passaggi (cosa che in azzurro non si vedeva da anni, davvero), manovre in velocità condotte con disinvoltura e fluidità, un controllo del match pressoché costante, contro una Polonia che aveva le nostre stesse necessità di classifica, che giocava in casa e che è comunque una formazione già fatta e finita al contrario della nostra, e tuttavia si è vista costretta a difendersi a oltranza affidandosi a sporadici contropiede, nati spesso dai rari errori del nostro pacchetto di mezzo. 
CRESCITA ESPONENZIALE - Una squadra di calcio. Con una manovra razionale, lineare ma al contempo bella a vedersi. Sinceramente, alla luce del dignitosissimo materiale umano a disposizione, auspicavo sì un sensibile progresso a breve termine, ma non mi aspettavo di vedere così presto, in questa difficilissima gestione manciniana, espressioni di gioco a tal punto elevate. Poi possiamo dire tutto e il contrario di tutto per sminuire la prova dei nostri, come è tipico degli incontentabili tifosi e critici di casa nostra: potremmo ad esempio parlare della selezione biancorossa in parabola discendente già dal grigio Mondiale russo, e quindi non propriamente una potenza di primo piano del football europeo. Sarà, ma è la stessa rappresentativa che, senza strafare, ci aveva agevolmente bloccati a Bologna, sfiorando il trionfo. E allora, prendiamo almeno atto del fatto che la crescita è in corso, che i bagliori del Ferraris non erano fatti isolati e legati alla mancanza di una tangibile posta in palio. E aggiungiamo che per catalogare i Florenzi e i Verratti, i Chiesa e i Bernardeschi come mediocri, forse bisognerebbe attendere qualche prova ulteriore e sospendere il giudizio. 
RISOLTO IL REBUS DEL CENTROCAMPO? - Poteva finire zero a zero, certo: sarebbero rimaste l'amarezza per una vittoria sacrosanta mancata per questione di centimetri, ma anche la soddisfazione di aver finalmente cominciato a intravedere la luce in fondo al tunnel. Una cosa per volta: il rebus del centrocampo, per esempio, pare esser stato risolto, anche se il pallone può smentire domani quello che dice oggi. Il ritorno di Verratti e l'innesto di Barella hanno rivitalizzato anche Jorginho. Ciò vuol dire che il talento, soprattutto nel settore nevralgico, è importantissimo, ma non è tutto: perché ad esempio i Pellegrini e i Cristante visti a inizio stagione sono fior di virgulti su cui si potrà continuare a contare, ma la "chimica", l'alchimia giusta è sbocciata fra i tre che hanno occupato la fascia mediana nelle ultime due uscite. Sono tre ragazzi che posseggono personalità e che, ognuno in percentuali diverse, sanno abbinare qualità e quantità, sanno giocare di fino (e a Chorzow l'hanno fatto ripetutamente) ma anche mulinare la clava, e a tal proposito ha compiuto grossi passi avanti rispetto a Genova soprattutto il giovane cagliaritano, a tratti persino troppo deciso in interdizione. 
FLORENZI TORNA UNA SICUREZZA, BIRAGHI SI RISCATTA - Nelle retrovie, Bonucci e Chiellini hanno chiuso a doppia mandata la porta davanti a un Donnarumma sempre convincente nelle poche occasioni in cui è dovuto intervenire (due volte su Grosicki, sostanzialmente). Le due "chiocce" tengono caldo il posto per Rugani, Caldara e Romagnoli, che avranno modo di inserirsi con serenità in una compagine non più provvisoria ma già delineata in buona parte, e quindi ben sicura sulle proprie gambe. Sulle fasce, Florenzi è tornato una risorsa fondamentale per il Club Italia, davvero inesauribile nelle due fasi e puntuale negli inserimenti offensivi; meno continuo e preciso Biraghi, il cui gol finale in spaccata su corner "monda" comunque tutti i peccati. Già, il gol: se dovessimo giudicare solo sulla scorta delle ultime partite, sembra rimasto l'unico problema grave della selezione azzurra. In realtà altri aspetti sono da mettere a punto, ed è giusto essere preparati fin da ora ai probabili sbalzi di rendimento che potranno caratterizzare, com'è normale che sia, la maturazione di un gruppo giovane e non molto esperto a livello internazionale. Ma è un dato di fatto che, se non la metti dentro, in certe competizioni non si va lontano. Abbiamo dovuto aspettare il raro acuto di un terzino nei minuti di recupero per incamerare un successo che, ai punti, avevamo strameritato molto prima. 
LE OCCASIONI CI SONO, I GOL ARRIVERANNO - Ribadisco tuttavia quanto avevo scritto dopo l'Ucraina: creare occasioni, concludere a rete con frequenza, essere presenti nell'area avversaria in maniera sempre e comunque insidiosa, è un'eccellente base di partenza per costruire qualcosa di importante. E in Polonia l'Italia ha tirato pericolosamente con una frequenza che, al cospetto di avversari di una certa statura, non faceva registrare probabilmente dall'Europeo del 2016, dalle splendide sfide con Belgio e Spagna: nel primo tempo, ci hanno provato due volte ciascuno Jorginho e Insigne (con un legno a testa), e Szczesny, che già aveva sventato uno splendido diagonale del nostro italo-brasiliano, ha tolto dalla porta un'inzuccata di Chiellini e un destro di Florenzi, giunto al culmine di uno dei tanti scambi in velocità condotti dai nostri fra trequarti e sedici metri.
Nella ripresa, un tiro alto di Biraghi su traversone da destra e due tentativi di Bernardeschi, con un bel sinistro da fuori e, prima, con un colpo di testa da posizione favorevolissima su cross di Chiesa, mandato sciaguratamente a lato. Non vincere una gara così, con una tale messe di palle - gol, sarebbe stato da guinness dei primati... È bene che anche chi arriva da dietro sia incisivo sotto porta, come ha saputo fare il laterale della Fiorentina, ma gli attaccanti devono finalizzare. Il trio davanti ha confermato quanto di buono e di meno buono mostrato a Marassi: ottimo tourbillon, prontezza nel proporsi, caparbietà, ma manca ancora il killer instinct. Con un Vieri o un Pippo Inzaghi al centro, la vittoria avrebbe potuto assumere proporzioni clamorose. Vieri e Inzaghi non li abbiamo più, ma forse potrebbe bastare un Belotti nuovamente al top, o magari un Cutrone che, parere mio, è già da Nazionale maggiore...