Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Di Natale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Di Natale. Mostra tutti i post

martedì 13 gennaio 2015

DOPO LA DOPPIETTA NEL DERBY: EVVIVA TOTTI, MALGRADO IL SELFIE


Ma sì, viva Totti! Chi se ne frega se dopo aver deciso un derby corre sotto la curva Sud, si fa consegnare il suo iphone, si scatta un selfie davanti alla sua tifoseria per immortalare l'ennesimo magic moment di una carriera infinita, e in tutto questo l'arbitro Orsato si astiene dall'estrarre un cartellino giallo che, in passato, non è stato risparmiato ad altre esultanze assai meno sopra le righe? No, non c'è ironia in quel che dico, davvero. La mia opinione sul Pupone è spesso emersa da alcuni articoli scritti su questo blog, ed è un'opinione a metà del guado: impossibile, cioè, non riconoscerne la grandezza tecnica, lo spessore indiscusso di simbolo sportivo; altrettanto impossibile dimenticarne le lacune caratteriali, intese sia come inadeguatezza sostanziale ai grandi confronti internazionali, sia come eccessi consumati sul terreno di gioco (dallo sputo a Poulsen, Euro 2004, al fallaccio su Balotelli nella finale 2010 di Coppitalia). 
SIPARIETTI - Però, questa volta, forse non è il caso di cercare troppo il pelo nell'uovo. E' vero, a Totti è stato concesso un vistoso strappo alle regole (non il primo: dopo un altro gol in un altro derby, andò a sostituirsi a un cameraman a bordo campo per riprendere la sua curva....), e poi in quello stadio certi episodi bislacchi non sono una novità: che dire di Florenzi che va a baciare la nonna in tribuna? Tutto molto bello, affettuoso e commovente, per carità, ma un minimo di rigore e morigeratezza in più a partita in corso non guasterebbero, al di là di quanto scritto nei regolamenti. Dire che in passato certe cose non accadevano, che il massimo della trasgressione post - gol poteva essere l'urlo madrileno di Tardelli, non è nostalgia fine a se stessa, ma un dato di fatto, e tuttavia non è forse vero che oggi il pallone non è più sport ma soprattutto show, e come tale deve nutrirsi anche di certi siparietti che fanno schizzare alle stelle audience tv e contatti web? 
INDULGENZA - Tutto ciò precisato, ecco, oggi si può essere un po' più indulgenti: Totti ha 38 anni suonati, alla sua età molti celebrati campioni sono già in pensione agonistica da un po'. Lui, invece, è salito in cattedra in una stracittadina fra le più difficili: perché vedeva confrontarsi due compagini insediate stabilmente nei quartieri altissimi della classifica; perché la sua Roma, da un po' di settimane a questa parte, non è propriamente una corazzata inaffondabile e ha tenuto la linea di galleggiamento anche grazie a più di un episodio fortunato; perché, infine, i giallorossi si erano venuti a trovare sotto di due reti, il che in un derby è sempre un fardello pesantissimo. 
VETERANO DA ELOGIARE - Il numero dieci della Lupa ha preso per mano compagni in debito d'ossigeno ed è diventato l'hombre del partido, per usare la definizione che venne dedicata a Pablito Rossi ai tempi di Spagna '82: due gol decisivi, da bomber consumato, il secondo con una splendida mezza girata sotto misura. Di calciatori longevi, in tempi recenti, ne abbiamo visti parecchi, sopratutto nelle nostre desolate lande pallonare, ma nessuno, forse neanche il Del Piero delle ultime stagioni juventine, ha saputo essere così incisivo e decisivo anche in età avanzata, e anche nei match più impegnativi e delicati. Per questo, stavolta Totti merita l'elogio pieno. Del resto, che sia impastato di classe pura e di personalità non è scoperta di oggi: e non può valere per lui, o può valere solo in parte, ciò che ho più volte scritto a proposito di altri bomber stagionati che animano la Serie A di questi sventurati anni Dieci. Se, infatti, gente come Toni e Di Natale può continuare ad essere risolutiva anche grazie all'enorme regresso qualitativo fatto registrare dal nostro massimo campionato, il discorso - Pupone è del tutto diverso: rispetto ai veterani appena citati, rispettabilissimi campioni, il romanista sta diverse spanne sopra. 
INCOMPIUTO - Mi piace sottolinearlo, dopo non avergli risparmiato critiche: Totti è un patrimonio del nostro football, per quanto detto finora e perché rimane davvero l'ultima bandiera in un calcio in cui i colori, il campanile, il senso di appartenenza, il legame con la piazza hanno perso importanza, e si va a giocare per il club che offre di più, anche se si chiama, chessò, Anzhi. Certo, rimane anche la sensazione di un patrimonio che non ha dato tutti i frutti che poteva: grandissimo sul territorio nazionale, poche volte il giallorosso ha saputo davvero ergersi a protagonista fuori dei confini. A parte il sontuoso Europeo del 2000, la generosa ma limitata partecipazione al trionfo mondiale azzurro del 2006 (complice però il grave infortunio patito pochi mesi prima contro l'Empoli) e qualche luminaria in Champions (gol al Real, recente prodezza a Manchester), il resto è stato un corollario di occasioni mancate. Anche per questo, Francesco mi ha spesso fatto arrabbiare: perché poteva essere il nostro Cristiano Ronaldo di inizio secolo, poteva regalare alla sua Roma e all'Italia trofei di prestigio, e invece si è limitato spesso a un piccolo cabotaggio dorato. Ma oggi non è tempo di critiche. Sì, viva Totti senza ironie (non troppe, almeno...), e pazienza per quel selfie e per quel cartellino mancato. 

martedì 2 settembre 2014

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO - SECONDA PARTE: DAL MILAN AL VERONA

                                               Saviola, colpaccio dell'Hellas

MILAN - Il vero colpo potrebbe essere Pippo Inzaghi, mentalità vincente, profilo basso, giusto approccio a una realtà complessa e frustrata da anni di insuccessi. Per il resto, mercato che non sempre ha seguito logiche tecniche individuabili. Si è lasciato partire Balotelli (sulla gestione del caso mi sono già ampiamente espresso in questo post) sostituendolo con un Torres che da tempo ha perso lo smalto dei primi, formidabili anni di exploit internazionali, anche se per far bene in un contesto dimesso come la Serie A basta anche l'ultima, sbiadita versione del niño. Si è inseguito un Biabany che non è da grande squadra, e una volta sfumato ci si è buttati a pesce su Bonaventura, ottima scelta, elemento in grado di dare alla manovra offensiva un notevole quid di imprevedibilità, però si è lasciato andare Cristante, uno dei centrocampisti più interessanti della nouvelle vague di casa nostra. Ne risulta comunque un equilibrato mix fra italiani e stranieri: in attesa del fondamentale recupero di Montolivo, si punta con decisione su De Sciglio, Poli ed un El Shaarawy che vuole riprendere la sua vertiginosa ascesa, bruscamente interrotta un anno fa, mentre Diego Lopez fra i pali, Alex dietro e Menez sulla trequarti sono acquisti magari non di primissimo piano, ma in grado di portare un certo miglioramento alla caratura complessiva dei quadri rossoneri. 
NAPOLI - Stranieri, solo stranieri, fortissimamente stranieri. Ma mezze figure, in rapporto alle ambizioni partenopee, mentre il povero e spaurito Insigne si sente sempre più solo e incompreso e De Laurentiis sembra più intento a disfare che a costruire. Un mercato all'insegna dell'attendismo ha prodotto l'uscita immediata dalla Champions, rovinosa sotto diversi aspetti, se ne sono andati elementi magari non fenomenali ma di sicura utilità come Behrami, Dzemaili e Pandev, mentre risulta inspiegabile la rinuncia a Reina, andato a scaldar la panchina al Bayern. Dei nuovi arrivi, nessuno sposta sensibilmente gli equilibri e incrementa il valore della rosa: Koulibaly e De Guzman non sono dei campioni. Rimane un buon Napoli, aggrappato soprattutto al ritorno in forze di Maggio, al "cervello" di Jorginho e alla solita, pimpante banda di incursori (Hamsik, Callejon, Mertens), oltre che al cacciatore di gol Higuain, ma il divario con le primissime della classe non è stato colmato, anzi...
PALERMO - Non è stata una campagna acquisti esaltante. Troppe scommesse esotiche e movimenti di scarso rilievo sul fronte interno. Meglio aggrapparsi agli eroi che hanno fatto il vuoto in Serie B: Sorrentino e Munoz, Daprelà e Morganella, Vazquez e Dybala, il bomberino Belotti e quel Bolzoni che vuole finalmente dimostrarsi califfo della zona nevralgica anche nella massima categoria. Mantovani e Rigoni sono degnissimi professionisti ma non aggiungono granché, Bamba e Makienok degli emeriti sconosciuti, mentre è partito Hernandez che poteva essere un notevole asso da calare sul tavolo della lotta per la sopravvivenza. La sensazione  è che i tempi del Palermo scheggia impazzita della A siano lontani. 
PARMA - Il pasticciaccio UEFA è stato una mazzata, avendo di fatto vanificato il lavoro di un anno intero. Difficile rialzarsi, e in effetti il mercato ne ha risentito pesantemente. Se pensiamo che il vero colpo è stato trattenere Biabany, inspiegabilmente salito al rango di oggetto del desiderio milanista nell'ultimo giorno di mercato, le prospettive non sono allegre. Gravissima la perdita di Parolo, meno drammatica quella di Amauri, importanti le conferme di Mirante, Acquah e dei nazionali Paletta e Cassano, che in azzurro hanno trapanato l'acqua ma che nel contesto di casa rappresentano discrete garanzie, Poi tante, troppe scommesse: gli eterni incompiuti Santacroce e De Ceglie, Belfodil reduce dalla doppia fallimentare esperienza di Inter e Livorno, un Lodi enormemente ridimensionato dopo la brutta parentesi genoana. Ci si aggrappa al realismo e all'arguzia di Donadoni. Basterà? 
ROMA - Partenza alla grande, con due arrivi che, nel depresso mercato nazionale, possono senz'altro considerarsi dei gran colpi: Astori, che a ventisette anni e mezzo è ancora considerato un "emergente" ma che nella Capitale ha l'ultima possibilità per limare i difetti del suo gioco e mostrarsi difensore affidabile come i suoi mezzi tecnici e fisici gli impongono; e Iturbe, il giocoliere che ha mandato in visibilio per un anno i tifosi del Verona. Poi il rallentamento: Ashley Cole giunge in Italia dopo aver ampiamente già dato il meglio di sé, Emanuelson è una seconda linea, mentre dietro, per supplire alla partenza di Benatia, invece di responsabilizzare Romagnoli si sono andati a pescare Manolas e Yanga - Mbiwa, oltre ad altri presunti fenomeni esteri. Comunque il potenziamento, seppur lieve, rispetto alla scorsa stagione c'è stato, il che vuol dire che questa è una Roma da scudetto. De Sanctis, De Rossi e Totti non arretrano di un millimetro, Gervinho e Pianjc sono elementi di statura mondiale, Florenzi e Destro vogliono smaltire la delusione del mancato Mundial e inserirsi stabilmente nel giro azzurro. In Curva Sud si divertiranno.

                                              Astori, rinforzo per la Roma

SAMPDORIA - L'arrivo del pittoresco Ferrero faceva presagire chissà quali sfracelli, ma colpi a sensazione non ce ne sono stati, né potevano esserci, perché non siamo di certo di fronte a un emiro dalle illimitate disponibilità finanziarie. Comunque ingressi ben mirati: Viviano dovrebbe aver risolto il problema del portiere, anche se è reduce da una lunga inattività, il citato Romagnoli, Cacciatore (impeccabile a Verona) e un Silvestre in cerca di rivincite innervano una difesa già competitiva in De Silvestri, Gastaldello e Regini: l'addio inevitabile a Mustafi dovrebbe essere ben assorbito. Nel mezzo, da verificare la tenuta di Marchionni e di Palombo, ma l'effervescenza di Obiang e Soriano dovrebbe essere una garanzia, così come, dalla trequarti in su, il movimento e la potenza di tiro di Gabbiadini e la prolificità di Eder. Attesa per Bergessio, che però deve essere opportunamente assistito. Compagine da salvezza tranquilla. 
SASSUOLO - L'anno scorso ha sofferto fin quasi alla fine solo per aver buttato due mesi, con l'incomprensibile parentesi Malesani. Protagonista nel mercato di gennaio, protagonista di questa sessione estiva: Consigli è un portiere da leccarsi i baffi, Vrsaljko e Peluso esterni bassi da media - alta classifica, Taider porta personalità e dinamismo nel mezzo, e ci sono sempre Paolo Cannavaro, Brighi, Missiroli, Berardi, Sansone e Zaza. Con un gruppo, così, puntare a salvare la ghirba pare quasi riduttivo.  
TORINO - Povero Toro, verrebbe da dire: ha perso i due principali artefici della cavalcata culminata con la rocambolesca qualificazione UEFA "a tavolino", i nazionali Immobile e Cerci, e a sostituirli sono arrivati Amauri e Quagliarella. La differenza balza agli occhi: l'italo - brasiliano non ha mai brillato né per continuità né per grande prolificità, il napoletano ha iniziato col piede giusto ma, nel complesso, il paragone con i due illustri predecessori è improponibile. C'è però ancora Darmian, fra i più positivi della disastrosa spedizione azzurra in Brasile, è arrivato Molinaro che ha fatto bene, a Parma, nella stagione del ritorno in Italia, bravo a coprire e a inserirsi in avanti, mentre merita fiducia Benassi, tempra, cervello e buone intuizioni in avanti. Le sicurezze sono Padelli (ma la chiamata in Nazionale mi sembra un premio eccessivo), Glik, Moretti ed El Kaddouri.  Se Ventura vuole, come si spera, tenere fede al doppio impegno, ripetere l'ultimo campionato sarà dura, ma l'Europa deve essere onorata. Per lo spirito granata e per il ranking italico... 
UDINESE - Il solito porto di mare, la solita infornata di stranieri sconosciuti e sul cui valore solo il tempo potrà dire qualcosa. Inutile persino citarli. Persi Basta e Pereyra, è entrato Thereau, attaccante da sfide salvezza che irrobustirà il reparto avanzato, aggrappato alle alterne lune di Muriel e, come ha testimioniato la prima giornata, al sempreverde Di Natale, che marcia verso quota duececento gol. Fra i pali attesi ulteriori progressi da Scuffet; Hertaux e Danilo non dovrebbero tradire, Kone è un centrocampista svelto di testa e dai micidiali inserimenti. L'incognita è in panchina: finita la lunga era Guidolin, saprà il giovin Stramaccioni mantenere intatte filosofia e tranquillità ambientale che hanno fatto la fortuna dei friulani in questi anni dorati? 
VERONA - Spiace constatare come anche l'Hellas abbia sposato la linea dell'esterofilia più spinta. Solo Toni, nella formazione titolare, dovrebbe tenere alta la bandiera del calcio italiano. Per il resto, inevitabilmente perso Iturbe, i gialloblù hanno piazzato in dirittura d'arrivo il colpo Saviola: certo, non è come averlo preso sette - otto anni fa, ma a certi livelli la differenza è ancora in grado di farla, eccome. In pratica, un furetto d'attacco che dovrebbe garantire un altro torneo più che tranquillo agli scaligeri: aggiungiamoci un altro vecchietto terribile come Marquez, dominatore della retroguardia per carisma, classe e doti agonistiche, e avremo una formazione magari non freschissima nei suoi punti cardine ma potenzialmente in grado di recitare ancora il ruolo della mina vagante. Colpi così hanno fatto passare in secondo piano gli arrivi del tuttofare Lazaros, di Brivio, di Tachtisdis e di Nené, che pure un discreto contributo dovrebbero portarlo alla causa. (2 - FINE). 

martedì 19 giugno 2012

EURO 2012 - DIARIO EUROPEO: ITALIA AVANTI SENZA GLORIA, CERCASI KILLER INSTINCT


                                         Cassano e Balotelli, i match winner con l'Eire

Certo che è davvero frustrante. Dopo aver costruito, con tanta fatica e poca brillantezza, una preziosissima vittoria, senza tuttavia riuscire a darle le proporzioni auspicate, ci si ritrova a dover soffrire le pene dell'inferno anche dopo il triplice fischio, nel timore che dall'altro campo giunga notizia del gol che ti condanna al... volo di ritorno. E' quanto accaduto ieri all'Italia: ed è quanto accade a chi, nel calcio, si mette nelle condizioni di non dipendere più soltanto dai propri risultati. 
Ecco: frustrante, prima ancora che da cardiopalmo, è la definizione ideale per la serata polacca di ieri. E dunque, al netto dell'euforia a caldo, è giusto non lasciarsi prendere la mano dai trionfalismi: archiviato con legittima soddisfazione il superamento del primo turno, che in manifestazioni come l'Europeo è sempre un traguardo di tutto rispetto (e che rappresenta comunque un netto miglioramento rispetto al disastro Mondiale del 2010), è giusto dire che la compagine azzurra è andata avanti senza gloria, fra pochi chiari e molti scuri. 
Si è rivista una delle peggiori versioni della Nazionale, una versione a cui purtroppo siamo abituati da anni e anni di prestazioni ossessivamente simili: quasi ogni volta che i nostri prodi si trovano a dover affrontare formazioni oggettivamente modeste e comunque chiaramente inferiori alla nostra, ma solo un poco tignose tatticamente e fresche atleticamente, il loro motore prende a girare in folle, i riflessi si annebbiano, la manovra diventa arruffata e involuta, vengono a mancare la velocità di esecuzione e le intuizioni per scardinare le non irresistibili linee nemiche. 
TARA EREDITARIA - E già. Quante volte l'abbiamo visto, il medesimo film "ammirato" durante Italia - Eire? E' una... tara ereditaria, c'è poco da fare: per carità, se il bilancio azzurro complessivo mette comunque sull'altro piatto della bilancia quattro titoli mondiali e una buonissima continuità storica a livello di risultati, ci si può accontentare; ma è, lo ripetiamo, frustrante vedere una squadra dotata come la nostra non riuscire a far valere la propria superiorità nei confronti di avversari, nella fattispecie gli irlandesi, che nella circostanza hanno confermato la loro pochezza in fatto di classe e uno schematismo tattico elementare e prevedibile, gettando nella mischia solo un agonismo sopra le righe e una voglia di riscatto che ha contribuito alla "bambola" iniziale dei nostri. 
La prima mezz'ora di Poznan è stata in effetti avvilente: a tratti, è parso di intuire lo stesso, disastroso approccio all'impegno decisivo che ebbe l'ultimissima Italia di Lippi, quella dello scempio Mondiale contro la Slovacchia. Per fortuna, questa squadra ha più qualità complessiva e più carattere, e ne è uscita fuori senza danni: ma accostarsi con tale leggerezza mentale alla sfida "dentro o fuori" (addirittura con occasionissima immediata per Doyle, giunto a pochi passi da Buffon) conferma una mancanza di personalità, agli alti livelli, che del resto è anche lo scotto da pagare al decadimento internazionale del nostro calcio: molti dei ragazzi in campo ieri hanno avuto, coi loro club, pochissimi confronti ad altissimo livello, e anche questo conta. 
BALZARETTI, FINALMENTE! - Comunque, passata la buriana, gli uomini di Prandelli si sono riassestati e hanno praticato un calcio quantomeno razionale, anche se certamente non da applausi. Il ritorno alla difesa a quattro, da me lungamente auspicato, ha provocato all'inizio qualche ovvio scompenso, dopo una preparazione all'Europeo quasi interamente incentrata sullo schieramento a tre con De Rossi perno centrale; la ricomparsa di Balzaretti nel ruolo di esterno sinistro basso, un ripescaggio che ho invocato per ancor più lungo tempo, ha rappresentato un autentico toccasana per la squadra. Il palermitano, l'ho ripetuto all'infinito, è stato uno degli azzurri più continui e incisivi nel biennio, l'averlo messo da parte per utilizzare, fuori ruolo, il debuttante assoluto Giaccherini, che ha fatto il suo ma non ha certo brillato, non è stata una genialata: la sua prova di ieri, fatta di corse a perdifiato sulla fascia, recuperi e un continuo proporsi in appoggio (anche con qualche tentativo di tiro non fortunatissimo) ha confermato le mie sensazioni.

                                                 Balzaretti, finalmente titolare

MAL DI GOL - Nella fase centrale del match e nei minuti finali al galoppo si è vista un'Italia decente, che però continua a soffrire il mal di gol. Pure contro i mediocri e nervosi ragazzoni del Trap, una fatica boia a concludere con efficacia verso la porta, anche quando, dopo gli inceppamenti iniziali, si sono alfine trovati gli spazi per colpire: Di Natale ci ha provato due volte sotto misura ma è stato sempre contrato in extremis, e una terza ha dato un saggio  della sua classe con un destro da posizione decentrata salvato sulla linea. Cassano, al secondo tentativo di testa dopo quello con la Croazia, ha fatto centro, ma poi tutti han ripreso a cincischiare, a non affondare i colpi con cattiveria, e le idee hanno latitato paurosamente. 
CENTROCAMPO "IN FOLLE" - Non ha girato il centrocampo, solitamente assai più propositivo e produttivo: il solo De Rossi si è sfiancato per tre, Marchisio non ha sfoderato il consueto dinamismo e la prontezza negli inserimenti, Thiago Motta è parso lento e avulso dal gioco, Pirlo stanco e poco preciso ("semel in anno", e non parliamone più...). L'ingresso nel finale di Diamanti ha portato freschezza e tonicità per un lavoro più che altro di quantità, di "legna", necessario in una nuova fase di sbandamento azzurro culminata nella punizione - quasi gol di Andrews, ma il contributo di genio e fantasia sulla trequarti è stato impalpabile. Il 2 a 0 è arrivato solo in chiusura, grazie a un Balotelli che, prodezza a parte, ha trovato davvero una serata fortunata, in quanto avrebbe potuto aver sulla coscienza la nostra eliminazione: pensate se quel 3 a 0 fallito per egoismo e precipitazione (tiro in porta invece di servire lo smarcatissimo Bonucci) fosse giunto in contemporanea al pareggio croato a Danzica? 
CRESCERE - Insomma, voliamo bassi, e voglio dirlo dopo aver ripetutamente, in questi mesi e nelle ultime settimane, formulato attestati di fiducia a Prandelli e al suo gruppo. Non è con l'atteggiamento psicologico, col piglio caratteriale, con l'approccio tattico di ieri che potremo far strada a Euro 2012. Ma abbiamo ritrovato un assetto più funzionale, e riportato alla ribalta elementi che non meritavano di star fuori. Il futuro immediato è legato a due fattori, più di altri: crescita di testa, ossia mettere gli artigli e sfoderare quella personalità in rilievo che ti permette di gettare il cuore oltre l'ostacolo anche in condizioni di difficoltà, e  raddrizzare la mira, perché una grande squadra non ha bisogno di creare cinque o sei opportunità o di... operare laboriose manovre di approccio prima di far centro, e nemmeno si fa scrupolo di piazzare il colpo del ko. 
Ecco un altro tasto dolente: dall'inizio dell'avventura di Prandelli alla fine delle qualificazioni, raramente si era vista un'Italia attendista, tesa a lucrare sul vantaggio minimo: in questo Europeo invece a tratti lo sta facendo, magari indotta dagli eventi, ma lo sta facendo. E le riesce male, proprio perché non ha la forma mentis e le caratteristiche tecnico - tattiche per farlo: deve dunque ritrovare per intero, e non solo per metà gara come si è visto in Polonia, il gusto per il gioco propositivo e di iniziativa, che è più nelle sue corde. Ma per ritrovarlo deve appunto trovare la crescita spontanea di cui si è fatto cenno sopra.
CROAZIA, GIUSTO COSI' - Detto questo, e confermate le mie sensazioni circa la... repulsione degli spagnoli per biscotti e dolciumi vari, onore alla Croazia, che ha fatto quanto era nelle sue possibilità per sgambettare gli iberici. Due occasionissime per Modric e Perisic nel secondo tempo, un rigore reclamato non a torto da Mandzukic, ma anche un deciso complesso di inferiorità (comprensibile, ci mancherebbe) al cospetto di una Spagna che, va detto, ha tenuto pallino pur giocando al 50 per cento delle proprie possibilità, con una manovra ragionata in vecchio stile danubiano e affondo numerosi ma non accompagnati dalla necessaria cattiveria nelle conclusioni: meno palle gol del solito, ma prima della rete di Navas, Iniesta, Torres, Silva e Fabregas erano stati assai insidiosi. 
Non c'è comunque dubbio che, nell'arco dei tre incontri, l'Italia abbia meritato più dei biancorossi il passaggio ai quarti: perché ha giocato senza paura al cospetto dei campioni euromondiali, e ha dominato per oltre metà gara gli stessi croati, prima di ritrarsi davanti a Buffon cadendo vittima più delle proprie insicurezze che dell'accresciuta incisività avversaria. Giusto così, insomma. 

lunedì 11 giugno 2012

DIARIO EUROPEO: L'ITALIA NON TREMA CONTRO I GIGANTI SPAGNOLI

                                           Di Natale batte Casillas a Danzica

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: quella che si è fatta fermare sul pareggio da un'Italia ritrovata non è stata una piccola Spagna. Sì, forse non ancora nella pienezza delle proprie, tuttora immense, possibilità, ma comunque una signora Spagna, del tutto all'altezza del duplice alloro euromondiale che le cinge la testa. Una squadra dalla manovra avvolgente, direi quasi "tentacolare" nella sublime capacità di coprire capillarmente il campo nella sua interezza. Il "tiki taka" è sempre in funzione, talmente efficace da riuscire a scardinare le difese, prendendole quasi per... sfinimento, e arrivare nel cuore dell'area avversaria, e tuttavia non rappresenta un dogma inviolabile: le Furie Rosse (ancora accompagnate sugli spalti dal mitologico Manolo El Bombo...) sono anche in grado di velocizzare l'azione con verticalizzazioni improvvise e brucianti, frutto della millimetrica precisione nei lanci lunghi: su uno di questi, di Xavi, Iniesta, in chiusura di prima frazione, ha sfiorato il gol con una deliziosa conclusione di controbalzo.
INIESTA, SILVA E FABREGAS FENOMENI - Proprio Iniesta si è confermato l'elemento chiave della compagine di Del Bosque, ancora pericolosissimo nella ripresa con un maligno diagonale di sinistro che ha messo i brividi a Buffon; David Silva è stato un assistman sublime: fra le tante invenzioni, suo il passaggio per il gol del pari del sorprendente Fabregas, che da tempo, in consessi calcistici di questo rilievo, non si vedeva così continuo, aggressivo, ficcante negli inserimenti, tanto da risultare alla lunga il più incisivo dei suoi in fase conclusiva. Certo, la scelta di partire senza una vera punta di riferimento ha alla fine penalizzato la forza penetrativa degli iberici, che non a caso hanno notevolmente innalzato il loro livello di pericolosità con l'ingresso di Fernando Torres, le cui puntate in avanti, una sventata dal nostro portiere, la seconda malamente sciupata, sono state peraltro agevolate da un'Italia a quel punto in riserva di energie. 
DE ROSSI ANNI '30 - Ecco: se questa Spagna, poderosa ancorché all'80 per cento delle sue potenzialità, non è comunque riuscita a coronare con una vittoria il suo esordio a Euro 2012, gran parte del merito va pure ai nostri azzurri. Il passaggio alla difesa a tre si è rivelato tutto sommato funzionale, soprattutto grazie a un De Rossi leonino e capace di giostrare da vero e proprio centromediano metodista anni Trenta in versione aggiornata e un tantino più prudente, viste le circostanze tattiche, abile a chiudere sugli attacchi avversari e a rilanciare l'azione.
Più in generale, almeno fino alla mezz'ora della ripresa ci sono state grandissima compattezza e collaborazione nella fase di copertura, con raddoppi di marcatura e addirittura la formazione subitanea, nelle situazioni di rischio estremo, di autentiche... muraglie azzurre a fare argine agli spagnoli avanzanti. Buone trame a centrocampo, con Thiago Motta ordinato ancorché discontinuo e Marchisio versione gregario, ma travolgente in una sua percussione finale che l'ha portato a un passo dal gol. Su Pirlo la gabbia mobile spagnola ha avuto buon gioco, ma al nostro playmaker è bastato un lampo accecante, un break sulla trequarti con assist vincente per Di Natale, per lasciare il segno sulla partita.
DI NATALE E I BLACK OUT DI MARIO - Già, Di Natale: è entrato "morso dalla tarantola", indemoniato, e finalmente è riuscito a realizzare un gol pesante in una grande competizione internazionale (non fa testo quello, inutile, di due anni fa con la Slovacchia ai Mondiali): se lo meritava, e più tardi ha persino sfiorato un clamoroso bis al volo su calibratissimo assist di Giovinco. Questo per dire che, anche nel tempestoso e sofferto finale, i ragazzi di Prandelli non sono stati in totale balìa delle onde. E, più in generale, al cospetto di quella che rimane la squadra più forte del mondo l'Italia ha saputo produrre, in tutta la gara, ben otto palle gol, non molte meno di quelle dei giallorossi: nel primo tempo ci ha provato due volte un ficcante Cassano (più incisivo oggi che in tutto l'Europeo 2008, ultimo torneo per Nazionali a cui ha partecipato), poi Pirlo su punizione e Motta di testa; nella ripresa, oltre ai due tentativi di Di Natale (uno andato a buon fine), ci sono stati il descritto assolo di Marchisio e, soprattutto, la colossale opportunità fallita da Balotelli, trovatosi solo davanti a Casillas e quasi addormentatosi sul pallone. Saggia la sostituzione di Mario, gravato di un'ammonizione: giocare in dieci quell'infuocato ultimo quarto d'ora sarebbe stato, forse,  fatale. Resta il fatto che la punta del Manchester City ha ancora troppe pause agonistiche e mentali, eppure rimane un'arma formidabile, da rivedere nel momento in cui l'Italia sarà chiamata di nuovo a fare ciò che ha quasi sempre fatto in questi due anni, ossia comandare le operazioni, giocare un calcio d'iniziativa. 

                                              David Silva, delizioso uomo assist

COSA C'E' DA FARE - Insomma, il pari ci sta tutto (mentre i rimpianti sono fuori luogo: il nostro vantaggio è durato troppo poco e lo sforzo prodotto da Xavi e compagni meritava il punticino) e non è il caso di fare troppo gli schizzinosi, disquisendo su limiti (assai pochi) e involuzione (al momento inesistente, più avanti chissà) della Spagna. Abbiamo ritrovato il gol e il risultato positivo, che mancavano da novembre, e lo abbiamo fatto nella circostanza più difficile. Nel contempo, non bisogna credere di aver risolto tutti i problemi, perché non è così: vanno perfezionati alcuni automatismi in difesa, il centrocampo dev'essere più continuo nella sua azione propulsiva e ricevere un apporto maggiore dalle fasce, dove oggi Maggio ha prodotto molto dinamismo anche se raramente è stato assistito dalla necessaria precisione, mentre Giaccherini si è un po' smarrito, dopo un avvio promettente. 
Vanno tenute nella debita considerazione le alternative, che a questa squadra non mancano: dietro, nell'attesa di Barzagli, scalpita Ogbonna, ai lati Abate e Balzaretti rappresentano valide armi di offesa e di difesa (soprattutto il palermitano, secondo me, avrebbe dato grandissima sostanza nella ripresa di oggi), e in avanti, sempre valida l'opzione Borini e aspettando il risveglio di Balo, si deve assolutamente studiare il modo di sfruttare il sacro fuoco che anima Giovinco e Di Natale, arrivati sin qui sulle ali di una stagione esaltante. 
CROAZIA ED EIRE - Ci attende la Croazia: vista stasera, è squadra dalla manovra vischiosa, che ne evidenzia la notevole caratura tecnica pur senza troppo indulgere a raffinatezze; gli uomini di Bilic, come la Russia (ma con meno qualità e continuità rispetto al team di Advocaat), vengono avanti a folate e con frequenza, concludono molto anche dalla distanza, sfruttano bene le occasioni; Modric e Srna paiono decisamente ispirati. Certo, il valore finora espresso va tarato su quello di un'Eire davvero sottotono: battagliera, certo, e anche un poco tartassata da arbitri (un rigore negato) e sfortuna (l'autogol del portiere Given per il 3 a 1) , ma è parsa perforabile in difesa e tutto sommato prevedibile in avanti, affidandosi eccessivamente alle palle alte e ai cross dalle corsie esterne, con pochissime variazioni sul tema. Ma in questi tornei le valutazioni possono variare da una partita all'altra, e lo stesso vale per l'Italia. 
Ecco perché non bisogna assolutamente adagiarsi sugli allori di questo buonissimo esordio: il successo croato rende la classifica insidiosa e pericolosamente simile, nei possibili sviluppi, a quella del disgraziato Euro 2004, con l'arrivo di tre squadre a 5 punti e il biscottone fra svedesi e danesi a farci fuori. Ma questa "Azzurra" pare decisamente più viva e "cazzuta" di quella bolsa e montata di otto anni fa, pur cedendole qualcosa sul piano del talento puro. Avanti con prudenza e con moderato ottimismo, dunque. 

venerdì 16 marzo 2012

L'ITALIA E LE COPPE, IL NOSTRO E' IL CALCIO DEL "QUASI"



In Europa, il nostro è diventato il calcio del "quasi". Prendete ciò che è accaduto nell'ultimo turno di Coppe: l'Inter "quasi" a un passo dal capovolgere lo 0 a 1 dell'andata, in vantaggio a pochi minuti dal termine e con la prospettiva concreta di giocarsi quantomeno i supplementari, e invece, zac, gol del Marsiglia in pieno recupero e addio sogni di gloria. Oppure l'Udinese, ieri: pare proibitivo rimontare lo 0 a 2 maturato in Olanda, ma una partenza lanciatissima porta in pochi minuti i friulani ad annullare lo svantaggio, grazie a una doppietta dello straripante Di Natale: come dire pari e patta e, in più, la possibilità di giocare quasi tutto l'incontro in superiorità numerica. L'impresa sembrerebbe "quasi" completata, ma niente da fare: i bianconeri si afflosciano ben presto, e prendono il gol mazzata da un Az Alkmaar che nel secondo tempo potrebbe addirittura pareggiare, se Helm non calciasse alle stelle un penalty. Ancora: 24 ore prima, il Napoli è "quasi" a un passo dalla storia, ossia dalla sua prima qualificazione ai quarti di Champions: in casa Chelsea, tiene orgogliosamente testa, dopo averla battuta al San Paolo, a una delle squadre più forti del Continente, che le è superiore per classe, esperienza ai massimi livelli e potenzialità finanziarie, la trascina fino ai supplementari, ma poi le speranze svaniscono, perché Ivanovic fa 4-1 e spegne i sogni partenopei. Oddio, anche il Milan, la settimana prima, aveva... "quasi" rischiato di farsi buttare fuori dall'Arsenal dopo aver vinto 4 a 0 all'andata: sarebbe stata un'impresa al contrario degna di restare negli annali, ma, per fortuna dei rossoneri, è rimasta incompiuta. O meglio, "quasi" compiuta. 
FRUSTRANTE - Insomma, a questo ci siamo ridotti: a celebrare delle "quasi" imprese, che svaniscono a un passo dal concretizzarsi e che al tirar del somme, per quanto si cerchi di indorare la pillola, rimangono quello che sono nella sostanza, ovverosia delle sconfitte. Triste, per il nostro football, che deve accontentarsi di queste mezze soddisfazioni, queste amare e frustranti vittorie di Pirro, mentre gli altri continuano a correre e ci  lasciano a distanze sempre più siderali. 
Certo, poi bisogna fare gli opportuni distinguo, evitare di generalizzare,  analizzare caso per caso. All'Inter, ad esempio, questo turno di Coppa è capitato fra capo e collo nel momento peggiore non solo della stagione, ma anche della sua storia recente, fra una squadra che sta declinando vertiginosamente dopo i fasti mourinhani, giovani anche bravi ma coinvolti nello sbandamento totale e un allenatore che non pare in grado di governare il timone col realismo e la concretezza che situazioni del genere richiederebbero; eppure il Marsiglia, oltre ad essere tecnicamente inferiore, non è che stesse tanto meglio, alla luce delle tre sconfitte consecutive in campionato. L'Udinese, certo, merita elogi perché, ogni qual volta si presenta in Europa League, tenta di onorarla, eppure trovarsi in una posizione di così grande vantaggio, tattico e psicologico, dopo pochi minuti di gioco dovrebbe partorire qualcosa di ben più gagliardo del "topolino" visto nei 75 minuti successivi al secondo gol. Meno colpevole di tutti è forse il Napoli, per i motivi già detti, ma anche qui resta la sgradevole sensazione che non tutto sia stato fatto per completare l'impresa, fra tentennamenti difensivi (frutto comunque della non eccelsa caratura della terza linea) ed errori di mira in attacco da parte di cecchini solitamente infallibili.


MA QUALE RINASCITA! - Materiale buono per i dibattiti post fallimento, per capire i problemi e studiare il da farsi per il futuro. Adesso, rimane la realtà di un calcio italiano che, a livello di club (aspettiamo non senza tremori la prova della Nazionale a Euro 2012), non è in grado di andare al di là del "quasi". Non è un semplice divertissement linguistico, il mio: è anzi grave e sconsolante constatare come le nostre rappresentanti, anche impegnandosi a fondo, anche gettando nella contesa tutte le energie e tutte le risorse disponibili, non possano andare al di là di onorevoli eliminazioni, fatte salve le rondini che non fanno primavera come l'Inter di due anni fa  (in attesa di vedere cosa riuscirà a fare il Milan col Barça). 
In soldoni: il nostro è diventato un football povero e limitato, e lo si sa da tempo, ma il dramma è che non ci si sposta in avanti di un millimetro, non si fanno progressi: chi quest'anno vaneggiava di calcio italico in ripresa, con tre rappresentanti agli ottavi di Champions e una in quelli di EL, avrebbe fatto meglio a rinfrescarsi la memoria, per verificare che rispetto alle ultime stagioni non è poi cambiato granché: l'anno scorso, parlando della CL, Milan e Roma fuori agli ottavi, Inter non oltre i quarti; nel 2010 Fiorentina e Milan out agli ottavi e Inter clamorosamente campione (l'eccezione alla regola); nel 2009 Roma, Inter e Juve tutte fuori gioco agli ottavi; nel 2008, Milan e Inter ancora incapaci di andare oltre gli ottavi, Roma ferma ai quarti. Le statistiche non mentono: al momento, per la media delle nostre partecipanti, fatti salvi rarissimi exploit (anzi, solo uno, quello dell'Inter di Milito, nel periodo di tempo preso in esame), la soglia è quella, e sembra diventata invalicabile. 
DISASTRO EUROPA LEAGUE - Ancor peggiore il discorso per l'Europa League - Coppa UEFA, vera cartina di tornasole della nostra nuova e modesta dimensione qualitativa: nel medesimo arco temporale preso in esame per la competizione principale, troviamo una Fiorentina arresasi solo in semifinale nel 2008 e ancora una Udinese arrampicatasi fino ai quarti nel 2009, poi il buio: nel 2010 l'italiana in posizione più avanzata è la Juve, che si arresta agli ottavi, l'anno scorso è il Napoli, che addirittura non supera lo scoglio dei sedicesimi, e dell'avventura friulana targata 2012 si è già detto. Cartina tornasole, perché in EL si esibisce la classe media dei vari tornei nazionali, quella che misura meglio di ogni altro parametro la salute di un movimento calcistico, visto che i Top club fanno quasi ovunque gara a sé, rappresentano una sorta di élite a parte. E le classi medie spagnole, tedesche e financo portoghese (un po' meno quella inglese, nella stagione in corso) in questo torneo sono avanti anni luce rispetto alla nostra, da diverso tempo.
CRISI SENZA SBOCCHI? - Uno scempio, una desertificazione di risultati che ha tantissime motivazioni, dal ridotto potenziale economico dei nostri club all'invasione di stranieri di medio - bassa qualità, i quali (non mi stancherò mai di ripeterlo) hanno fatto precipitare il livello qualitativo del nostro campionato; dalla scarsa attenzione al vivaio nostrano all'obiettivo vuoto generazionale della nostra scuola in alcuni ruoli chiave, soprattutto difensivi; da una contaminazione tattica che ci ha fatto perdere la nostra unicità di "strateghi del rettangolo verde" a  problematiche di natura organizzativa che riguardano tutta la struttura del nostro calcio e non solo le singole società, per concludere con la mentalità, che porta a snobbare l'impegno in Europa League adducendo scuse tutto sommato puerili, perché il logorio psico - fisico e l'impossibilità di recuperare per gli impegni "interni" ci sono per le nostre squadre come per quelle degli altri paesi leader in Europa, che invece questa competizione continuano a onorarla. 
Cose di cui si discute da anni, ma si continua a far poco o nulla per cambiare. E' qualcosa di più e di peggio di una congiuntura calcistica sfavorevole, come tante ne abbiamo avute in passato e come tante ne hanno avute anche Spagna, Germania e Inghilterra: qui il problema è sistemico, i guasti sono talmente profondi che difficilmente potranno portare a una folgorante ripresa nel breve, a meno di un aiuto esterno sotto forma di un calo evidente delle grandi del Continente, che ci consenta di riguadagnare qualche posizione; del resto, se a livello di ranking UEFA in questa stagione siamo riusciti a limitare i danni (per il momento...) lo si deve, più che a un'impennata del nostro rendimento (come si è visto, sostanzialmente simile a quello, modesto, del passato recente), proprio al rallentamento di altre Nazioni, Francia in testa. Insomma, un crollo verticale di un movimento, il nostro, che fino ai primi anni Duemila rappresentava un esempio per il mondo intero: scelte sbagliate, politiche suicide e retrive, ci hanno fatto entrare in un tunnel di cui non si intravede l'uscita. Il tunnel del "quasi", degli eterni perdenti fermati a pochi passi dal successo, un po' come la Nazionale scozzese ai Mondiali degli anni Settanta e Ottanta, o quella spagnola di sempre, fino ai recentissimi exploit; il tunnel dei tifosi che non possono più esultare, ma si trovan sempre costretti a dire: "Grazie lo stesso, è stato bello finché è durato". Carino, ma la storia del calcio tricolore pretende qualcosa di più. 


mercoledì 5 ottobre 2011

AMARCORD: SERBIA - ITALIA DEL 2003, L'ILLUSIONE AZZURRA DEL TRAP

Serbia - Italia è una sfida quasi inedita. Chiariamo subito: di precedenti, con la vecchia Jugoslavia unita, ce ne sono a bizzeffe, quasi tutti storicamente significativi, alcuni di grandissima rilevanza (pensiamo solo alla doppia finale dell'Europeo '68 a Roma, l'unico finora vinto dagli azzurri). Ma, tutti lo sapranno però è sempre meglio ribadirlo, la mitica selezione plava, così come l'abbiamo conosciuta fino agli anni Novanta, era un'altra cosa: c'erano dentro serbi, croati, bosniaci, sloveni, macedoni, montenegrini, insomma, tutte le etnìe di quel martoriato Paese. Dal '91 in poi, in seguito ad eventi politici e bellici che sarebbe lungo e anche improprio rievocare in questa sede, le varie realtà hanno via via acquisito autonomia anche sportiva, prima la Slovenia e a seguire tutte le altre. 
La Jugoslavia, pur ridotta in pratica alle sole Serbia e Montenegro,  mantenne comunque il suo nome, anche calcisticamente, fino al 4 febbraio del 2003, e in tale veste iniziò le qualificazioni a Euro 2004: il confronto con l'Italia giocato a Napoli nell'ottobre del 2002, e chiusosi sull'1-1 (Mijatovic e Del Piero in gol, quest'ultimo con una deviazione avversaria), rappresentò di fatto l'ultimo confronto fra la nostra rappresentativa e quella slava. 
NASCE LA SERBIA - MONTENEGRO - Poco meno di un anno dopo, settembre 2003, gli azzurri trovarono in campo, per il retour match di Belgrado, la nuova rappresentativa della Federazione di Serbia e Montenegro. Ed è questo l'unico precedente ufficiale (ossia coi tre punti in palio) autentico fra le due squadre, al quale fece seguito, nel giugno 2005, un'amichevole disputata a Toronto, nell'ambito di una tournée della selezione di Lippi, e chiusasi sull'1 a 1 (Lucarelli a segno per noi). Si tratta comunque di due precedenti "spuri", perché ben presto anche i montenegrini acquisiranno totale indipendenza anche sui campi di football, e avranno proprio con noi uno dei primi confronti ufficiali, nell'ambito del girone eliminatorio per la Coppa del Mondo in Sudafrica. Ma questa è un'altra storia... 
LA SECONDA ITALIA DEL TRAP - Torniamo dunque a quel confronto di otto anni fa. Era la... seconda Italia targata Trapattoni. La prima, nata e cresciuta fra l'entusiasmo generale, aveva affrontato il Mondiale del 2002 nel ristretto novero delle grandi favorite, ma ne era uscita con le ossa rotte agli ottavi, per fattori esterni (alcuni arbitraggi furono effettivamente vergognosi, e il più scandaloso non fu certo quello famigerato di Byron Moreno nel confronto con la Sud Corea) ma anche interni, ossia rendimento nettamente sotto le attese di diversi protagonisti (in primis Totti, che doveva essere una delle grandi figure del torneo) e clamorosi errori e incertezze di gestione, da parte dei uno dei tecnici più vincenti nella storia del calcio italiano e internazionale. Insomma, si cadde dall'alto e ci si fece malissimo, tanto che la squadra continuò per mesi a portare i segni di quella traumatica esperienza: il dopo - Mondiale, apertosi con una sconfitta con la Slovenia già rievocata su questo blog, proseguì con un incerto avvio nelle eliminatorie europee culminato con la sconfitta in Galles. A quel punto, e si era nel tardo autunno del 2002, la qualificazione per il torneo continentale pareva compromessa, e la panchina del Trap, a cui il presidente federale Carraro aveva rinnovato la fiducia dopo la Corea (non si è mai capito se per convinzione autentica o per... mancanza di alternative immediate) terribilmente traballante. 
Fu a quel punto che ci fu una piccola svolta: il tecnico decise di smuovere l'ambiente aprendo le porte della squadra a giocatori non di primissimo piano, sul piano della militanza di club e dello spessore tecnico, eppure meritevoli di una considerazione che, fino a quel momento, era stata loro negata. A partire dall'amichevole novembrina con la Turchia a Pescara, ecco immessa nel serbatoio azzurro la benzina di gente come Nervo, Di Natale, Corradi, Legrottaglie, Perrotta, Camoranesi, Miccoli. L'intento di Trap era duplice: allargare la rosa dei giocatori con esperienza internazionale, e scuotere alcune grandi figure azzurre che, a partire dal Mondiale, sembravano essere sprofondate nel torpore, forse per mancanza di concorrenza. 
UN 2003 MEMORABILE - L'effetto fu dirompente: la squadra riacquistò brio, molti dei nuovi fornirono un contributo talmente sostanzioso da entrare in pianta stabile nel giro, e la loro presenza servì da stimolo ai vecchi (nel senso di militanza) azzurri, che ritrovarono motivazioni e rendimento. Ne nacque un 2003 sensazionale, con la bellezza di sette vittorie consecutive (una addirittura in Germania, con splendido gol di Vieri) e l'impetuosa risalita nel girone di qualificazione europeo, culminata con il trionfo milanese sul Galles (che aveva inizialmente preso la vetta grazie a una partenza strepitosa): tripletta di Inzaghi e prestazione scintillante, pochi giorni prima della trasferta belgradese. 
Gli slavi, dal canto loro, erano una delle delusioni della fase eliminatoria, essendo incappati in passi falsi incredibili (quattro punti su sei lasciati all'Azerbaigian!), e in quel momento avevano come unico, difficile obiettivo quello del secondo posto nel girone, che avrebbe dato loro l'accesso ai playoff. 
LA SFIDA DI BELGRADO - Ecco, è questo il quadro d'assieme in cui le due squadre, in quel settembre 2003, scesero in campo nel maestoso Marakanà, per la verità mezzo vuoto. Per la nostra squadra era e rimane uno dei campi tradizionalmente più ostici, eppure partimmo favoriti, sull'onda dello straordinario filotto di risultati di cui si è detto e del gioco scintillante mostrato coi britannici. 
La gara dei nostri deluse invece le attese, e rischiò di tramutarsi in un nuovo scivolone trapattoniano. I padroni di casa, consapevoli di essere all'ultimissima spiaggia, ci schiacciarono fin dall'inizio, e fu subito sofferenza. Centrocampo tagliato fuori, ma la difesa resse egregiamente e davanti c'era un Inzaghi in stato di grazia: dopo alcune occasioni fallite dai serbi, Pippo sfruttò un lungo lancio dalla retroguardia incuneandosi nella stranita difesa avversaria e freddando Jevric di sinistro. Quel gol cambiò la partita fino all'intervallo, l'Italia prese possesso delle redini del match, sfiorò il raddoppio con Vieri e si vide negare un rigore ancora sullo scatenato Superpippo. Ma nella ripresa i locali tornarono a caricare col sangue agli occhi, e gli uomini del Trap non riuscirono più a ripartire con i loro contropiede mortiferi: nel finale giunse dunque, meritato, il pari di Ilic.
LO "STELLONE AZZURRO" - Serviva a poco ai serbi, ma era anche un mezzo buco nell'acqua per l'Italia, che avrebbe rischiato di dover andare agli spareggi fra le seconde se non fosse giunto in aiuto il classico italico stellone: il Galles si fece clamorosamente fermare sul pari interno dalla Finlandia, in caso di vittoria si sarebbe presentato al turno finale (da giocare ancora in casa di fronte agli slavi ormai fuori dei giochi) con un punto di vantaggio sui nostri. Così non fu, nell'ultima gara l'Italia dispose con facilità dell'Azerbaigian a Reggio Calabria e volò in Portogallo. Dove il secondo fallimento, dopo quello coreano, consegnò alla storia azzurra Trapattoni come il peggior commissario tecnico del dopoguerra, in rapporto alla qualità del materiale umano avuto a disposizione.