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domenica 13 marzo 2016

IL NUOVO GUERIN SPORTIVO: COSA VA E COSA NON VA



Settimane di cambiamenti radicali, in casa Guerin Sportivo. Il primo, autenticamente epocale, è stato il ripristino, a partire dal numero attualmente in edicola, della testata storica: Guerin Sportivo, per l'appunto, con tanto di guerriero armato di penna - staffile. Da fine 2009, da quando cioè la rivista aveva dovuto affrontare il traumatico ma obbligato passaggio da settimanale a mensile, il marchio che appariva in copertina era un freddo e asettico "GS", con la scritta per esteso "Guerin Sportivo" visibile a malapena sotto. L'altro cambiamento è avvenuto nella stanza dei bottoni: c'è un nuovo direttore, con Alessandro Vocalelli che è subentrato a Matteo Marani. Evento non di poco conto: il giovane Marani era in sella dall'inizio del 2008, nientemeno; una reggenza lunga in generale, ma un autentico record per il giornale in questione, quantomeno relativamente al periodo dal 1975 in poi, ossia da quando il "vecchio guerriero" ha assunto il formato magazine moderno: da allora, solo Italo Cucci ebbe una "resistenza" analoga, sette anni abbondanti, dal '75 all'82. 
Una svolta doppiamente significativa, dunque, che merita un'analisi articolata, con focus sui più e i meno. Perché è vero che solo sulla lunga distanza si potranno apprezzare appieno le caratteristiche della nuova linea editoriale, ma qualcosa emerge già fin da ora, e sono convinto, forte di un'esperienza quasi trentennale da lettore del Guerin, che gli aggiustamenti di rotta, se ci saranno, saranno minimi. Volendo cominciare con qualche "puntura di spillo", si potrebbe partire proprio dal ritorno della testata storica. Intendiamoci: sono felicissimo, strafelice, di rivedere in prima pagina, a caratteri pieni, la scritta "Guerin Sportivo", e sarei proprio curioso di sapere se esiste qualche lettore che abbia apprezzato la dicitura "GS", perché in questi sette anni io non ne ho conosciuti, né dal vivo né sul web, eppure gli scambi di idee fra noi guerinetti non sono mancati... 
TESTATA STORICA: ANDATA E RITORNO - Però non capisco una cosa, ed è senz'altro colpa mia. Quando si attuano innovazioni così radicali, direi traumatiche, come fu il cambiamento di testata nel 2009, alla base ci sono senz'altro ragioni di marketing: forse il "vecchio nome" era considerato troppo legato al passato, nella fattispecie a un passato che stava probabilmente portando alla scomparsa della rivista (il cambio di periodicità, per quel poco che ci è dato sapere, andrebbe considerato alla stregua di un salvataggio, che scongiurò il peggio e allungò la vita del periodico). Ebbene, cos'è cambiato, in questi ultimi mesi, al punto di poter tornare a quel passato? La testata "GS" non è mai stata troppo amata, ma per quali motivazioni il nome storico oggi avrebbe riconquistato il prestigio che nel 2009 non gli veniva più riconosciuto? Mistero. La mia opinione è che il Guerino poteva tranquillamente conservare la sua... identità anagrafica, e con essa in questo settennato avrebbe anche guadagnato qualche lettore in più, facendo leva sulla tradizione. Ma io di marketing non so nulla.
IL "GS" ERA UN BEL GIORNALE - Ho trovato un tantino inelegante il saluto di Italo Cucci su Facebook, segnalatomi dall'amico Paolo, altro guerinetto DOC: "Il GS è andato in pensione, è tornato il Guerin Sportivo". In realtà il GS è sempre rimasto il Guerin Sportivo, nella forma e nella sostanza: Marani l'ha diretto con mano ferma, gestendo il delicato passaggio da settimanale a mensile, e l'ha riempito di contenuti interessantissimi, confermandone e rafforzandone la dimensione di miglior pubblicazione calcistica attualmente sul mercato italiano, con diverse lunghezze di vantaggio sulle concorrenti. Spazio al vintage ma senza nostalgismo fine a se stesso, e un viaggio continuo nei meandri del pallone moderno, con inchieste mai banali: gli ultimi due numeri completi, usciti a novembre e dicembre 2015 (i primi due del 2016 erano in versione ridotta, per via di alcuni allegati che da sempre portano a una riduzione tecnica della foliazione del giornale) presentavano, fra gli altri servizi, un'analisi tattica delle venti di A, un'inchiesta sui vivai italiani e un reportage sullo spinoso caso Nocerina. Il tutto all'insegna di un elevato livello qualitativo. Dimenticarlo sarebbe ingeneroso. 
IL PASSATO VISTO DA CUCCI - Proprio il ritorno di Cucci è uno degli elementi che destano maggiori perplessità. La premessa, ovviamente, è il rispetto assoluto per questo personaggio totem della storia del Guerin, giornale che rinnovò e rivoltò come un calzino nella seconda metà dei Settanta portandolo a livelli di diffusione sensazionali. Gli è stata affidata la rubrica della posta, che in questo primo numero affronta attingendo ampiamente ai suoi trascorsi nel mondo del calcio. Bello, ma forse sarebbe meglio non abusarne, perché alla lunga la figura del "decano saggio", del "padre nobile", può stancare: "Il Mancini che ho visto nascere a Bologna e crescere a Genova", "rammento cosa successe a Sivori quando attaccò Heriberto Herrera in un'intervista rilasciatami per 'Stadio' " e addirittura un Boskov che fece esordire Totti "anche per farmi un piacere". Un modo un po' egocentrico di guardare al bel tempo che fu: il Guerino è specialista nella riscoperta e valorizzazione del passato, e lo sa fare in maniera decisamente più stimolante, ad esempio attraverso la meravigliosa storia del calcio italiano di Carlo F. Chiesa, le interviste di Nicola Calzaretta (questo mese a Mario Corso) e le retrospettive di Alec Cordolcini (in questo numero l'ultima URSS di alto livello, quella di Lobanovski), tre pilastri che non dovranno assolutamente venir meno nel Guerin del futuro prossimo. 
COSA VA - Per il resto, in linea generale, non c'è da strapparsi i capelli come avevano paventato molti lettori, a giudicare dai messaggi allarmati letti in questi giorni sulla pagina Facebook del Guerin e sul sito - blog ufficiale. La grafica risulta più moderna e brillante, c'è un interessante servizio sugli stipendi della nostra Serie A (mentre forse si poteva approfondire un po' meglio il discorso sui migliori Under 20 del globo),  i ritratti di Pogba e Hamsik sono sostanzialmente ben fatti, la cosa più riuscita è forse l'intervista a Giampaolo. A proposito del fuoriclasse francese della Juve: c'è anche un suo poster allegato. Ritorniamo ai misteri del marketing: nel 2016 ci sono ancora ragazzini che appendono in camera il "manifesto" (così si diceva una volta)  dei campioni preferiti? E' una domanda, chiariamo, perché io la risposta non la posseggo, ma qualche dubbio ce l'ho. Comunque ci può stare, il poster, finché non toglie pagine alla rivista (come a volte avviene per iniziative del genere). Discreta nel contenuto testuale, ma povera di foto, la presentazione del campionato argentino. In tema di foto, da segnalare che le immagini delle partite di Serie A inserite nelle "Pagine gialle", la sezione dedicata al riepilogo dei risultati dei campionati, paiono scelte con maggior cura e soprattutto sono più grandi rispetto ai "francobolli" della gestione Marani. 
COSA NON VA: TROPPE... CURVE - Inconcepibili, invece, le otto pagine dedicate a Melissa Satta, con tanto di richiamo in copertina della fanciulla a figura piena. L'unico "merito" sportivo di costei sarebbe quello di essere compagna di Boateng. C'è chi, anche in questo, ha ravvisato un piacevole ritorno ai fasti del passato: le belle figliole furono protagoniste assolute, in prima pagina e all'interno, proprio dei Guerin diretti da Cucci, soprattutto il primo (1975 - 1982) e l'ultimo (1996 - 1998). Oserei dire che i tempi sono cambiati, e il ricorso alla beltà femminile per incrementare l'appeal di un giornale di sport lo trovo ben poco glamour e un tantino triste, figlio di concezioni obsolete, fuori dal tempo. Del resto, persino nel bel libro del compianto Paolo Facchinetti "Un secolo di Guerino", uscito nel 2012 in occasione del centenario della rivista, si sottolineava tale aspetto con qualche perplessità: "Le donne di Cucci. Aveva sempre pensato che potessero essere il condimento giusto per dare sapore allo sport, e nella sua terza direzione esasperò questa convinzione. Forse, con ciò che mostrava Internet ormai a portata di molti, le 'guerinette' sembravano come i vecchi calendarietti regalati dai barbieri, e non avevano più tanta presa sui lettori smaliziati... E a chi a un certo punto aveva qualcosa da obiettare, Cucci rispondeva sbrigativamente: 'Ho spiegato mille volte che un tocco di bellezza femminile, in questo giornale pieno di uomini in mutande, ci sta bene. C'è sempre stato. Con le solite proteste dei moralisti' ". 
VIVA FEDE, VIVA "GLI ALTRI SPORT" - Ebbene, mi iscrivo anch'io al partito dei "moralisti" (termine spesso abusato, per uscire da contrasti di opinione che sarebbe invece interessante approfondire): il tocco femminile, in questo numero del Guerino, c'è già, ed è rappresentato dal bel servizio dedicato a Federica Pellegrini. Ecco, viva le donne sul Guerin, se sono le donne che tengono alto il nome dello sport, e non solo di quello italiano. Oltretutto, lo spazio dedicato a Fede segna anche una riapertura del vecchio guerriero alle discipline extracalcistiche, che nel mensile erano di recente sparite ma che sul Guerino ci sono quasi sempre state, anche se in misura sempre più ridotta dagli anni Novanta in poi, e che sarebbe bello tornare a rivedere costantemente, magari con servizi mirati su personaggi, squadre ed eventi. Mentre le pagine oggi dedicate alla Satta potrebbero essere un domani sfruttate per approfondimenti sul calcio estero, che era un cardine del giornale di Marani e che risulta invece un po' ridimensionato, a parte il duello Messi - Cristiano Ronaldo che, per carità, è anche ben sviluppato, ma il football mondiale propone una miriade di spunti assai meno banali. E Il Guerino è sempre stato nemico della banalità. 
COSA SI PUO' FARE - Questo è quanto. Fermo restando che ogni tanto un cambio di timone ci vuole, perché anche le migliori direzioni di giornale finiscono con il logorarsi e appiattirsi (in effetti di recente le novità latitavano), confido in qualche aggiustamento di rotta (del resto lo stesso Cucci iniziò la sua ultima avventura da direttore dedicando uno sproposito di pagine ai suggerimenti per i pronostici sportivi, e poi tornò saggiamente sui propri passi), nel recupero di qualche collaboratore che ha illustrato il GS di Marani con servizi di ottimo spessore (Gardon, Del Bianco), nell'imprescindibile ripristino della rubrica sulle novità librarie (la cui eliminazione definitiva rappresenterebbe un neo gravissimo), nel potenziamento del sito, che negli ultimi mesi è migliorato ma, parere mio, continua a languire, soprattutto con la comparsa sporadica di pezzi non in linea con la tradizione del periodico, per spirito, contenuti, qualità (l'ultimo, quello sulla "maledizione del Palermo": meglio stendere un pietoso velo). Io, poi, vorrei più esteri, più approfondimenti tecnico - tattici, più attenzione ai giovani nostrani, ma ogni lettore ha un suo giornale ideale e mettere d'accordo tutti non è semplice. Un auspicio: recuperare appieno Carlo F. Chiesa, confinato alla pur impegnativa storia del calcio italiano. Chi, come me, legge il Guerin da tempo immemore, sa quale importanza abbia avuto il suo apporto nel periodo 1986 - 1996. 

martedì 23 dicembre 2014

SUPERCOPPA AL NAPOLI: DAL "FREDDO" DI DOHA UN MESSAGGIO DI SPERANZA PER IL CALCIO ITALIANO

                                            Higuain, protagonista assoluto in Qatar

L'annus horribilis del calcio italiano si è concluso con un messaggio di tiepida speranza, giunto fin dal lontano Qatar. Certo, la Supercoppa Tim, vinta ieri sera dal Napoli al culmine di una lunghissima sequenza di calci di rigore, non è propriamente un trofeo in cima alla lista dei desideri di calciatori, allenatori, dirigenti e tifosi (anche se, per questi ultimi, qualche dubbio viene, visti i caroselli per le strade partenopee...). Ma è una competizione che ha una sua discreta dignità, soprattutto tecnica, anche se non è mai completamente decollata: dal 1989 a oggi ha dovuto subire cambi di sede, di formula (una volta si giocava in casa della vincitrice dello scudetto) e di periodo dell'anno in cui viene disputata (ha "assaggiato" praticamente tutte le quattro stagioni). Talmente negletta da essere ormai considerata roba da esportazione: ospitarla in Italia non conviene più, meglio monetizzare con i petrodollari di un ricchissimo emirato, con l'auspicio che l'evento funga anche, un minimo (ma proprio un minimo), come volano promozionale per il nostro football ultra - decadente. 
GELO - Un intento, quest'ultimo, riuscito solo a metà: la cornice in cui si è disputata la gara è stata da apoteosi della tristezza. Nemmeno 15mila spettatori e vuoti sugli spalti del piccolo impianto di Doha, pubblico che definire freddo è un eufemismo: saranno anche stadi dotati di tutti i comfort (persino l'aria condizionata), ma pensare che fra meno di otto anni il Mondiale potrebbe disputarsi in strutture così poco ricettive e in un'atmosfera così rarefatta immalinconisce enormemente: continuo a sperare in un cambio di sede (i tempi organizzativi ci sarebbero), ma so che si tratta di una pia illusione. L'operazione export può invece considerarsi riuscita sul piano meramente calcistico: Juventus - Napoli è stata una bella sfida, dai risvolti incoraggianti, nel senso che se almeno la metà delle partite della nostra scalcinata Serie A offrisse il medesimo livello qualitativo, beh, allora potremmo dire che non tutto è perduto, che ci sono ancora margini per una ripresa del movimento in tempi sufficientemente brevi. 
BUONI CONTENUTI TECNICI - Al di là della vivacità mostrata dalle due contendenti, dei ritmi quasi sempre sufficientemente alti, dell'altalena di emozioni, a lasciare buone sensazioni sono stati soprattutto i contenuti tecnici del confronto: torinesi e campani hanno sciorinato buona proprietà di palleggio e discreta ispirazione nell'impostazione di manovre efficaci, con una buona percentuale di precisione. Certo, non sono mancati gli svarioni: il pasticcio difensivo che ha dato il là al primo gol di Tevez è stato, per dire, da manuale dell'anticalcio, un black out ampiamente in linea, del resto, col trend non propriamente esaltante della terza linea azzurra in questa prima metà di stagione. Errori che, più in generale, vanno messi in conto in un momento involutivo del pallone tricolore, ma per una volta gli aspetti positivi sono stati, mi è parso, nettamente preponderanti: un piccolo circolo virtuoso che ha coinvolto anche il pool arbitrale, protagonista di una prova senza sbavature: ci voleva, dopo certi orrori recenti, in primis l'imperdonabile Banti che, in Genoa - Roma, ha fornito un saggio esemplare di come non si debba dirigere una partita, per quantità e qualità di errori decisivi e totale disagio nel gestire con autorevolezza una situazione calda ma non caldissima. 
PRODEZZE INDIVIDUALI - Torniamo a Doha: un match piacevole, si diceva, che nessuna delle due squadre avrebbe meritato di perdere, ed è stato giusto che a decidere sia stata la crudele giostra dei rigori di spareggio (lotteria inattendibile, non mi stancherò mai di ripeterlo). Prima, c'erano state fasi di gioco alterne, ora la Juve ora il Napoli a dominare, occasioni da gol e grandi prodezze individuali: quella migliore non si è concretizzata (il delizioso tocco di Higuain andato a infrangersi sul palo), ma di assoluto rilievo è stata anche la parata di istinto di Buffon sullo stesso Pipita, nei supplementari, poco prima che l'argentino siglasse il 2 a 2 con una rete da opportunista vero, rubando il tempo ai difensori bianconeri e cogliendo l'attimo come il Pablito Rossi '82. Detto delle prodezze di Rafael, in partita e soprattutto sui penalty finali, Callejon ha sbagliato molto (anche un gol clamoroso a tu per tu col portiere) ma è parso sempre nel vivo del gioco e capace di tenere sul chi vive la retroguardia della Signora; nelle file dei campioni d'Italia, oltre a un Tevez indiavolato, Pirlo ha giostrato da par suo finché è stato in campo mentre è parso un po' in ombra Vidal, lento a entrare in partita, utile come recupera - palloni ma assai meno esplosivo e incisivo di come lo ricordavamo. 
TEATRO INADEGUATO - Tutto sommato, però, più che i dettagli della partita conta il quadro complessivo. Rimarrà negli archivi uno spettacolo più che decoroso, senza isterismi  e senza condizionamenti delle "giacchette gialle": lontanissimo il ricordo della precedente Juve - Napoli di Supercoppa, nel 2012, altra bella gara rovinata da un arbitraggio da matita blu; lontano anche il ricordo della penultima finale di Coppa Italia, quel Lazio - Roma dal gioco modesto e continuamente spezzettato, fotografia spietata della nostra decadenza. Insomma, una piccola strenna, un minuscolo ma solido mattoncino da cui ripartire per riconquistare competitività e credibilità: ed è stato un peccato che un tale concentrato di emozioni e buon football sia andato in scena in un teatro di provincia, anzi, della periferia dell'impero calcistico. Le esigenze del portafoglio, certo: ma il calcio italiano l'appeal lo ritroverà non solo migliorando le proprie espressioni di gioco, ma riportando il pubblico nostrano negli stadi della penisola, stadi possibilmente nuovi, ammodernati, senza più lacci e lacciuoli per il tifo sano e senza più la feccia degli estremisti da curva. Utopie pre natalizie? 

venerdì 5 settembre 2014

LA NUOVA ITALIA DI CONTE: CON L'OLANDA UN SUCCESSO CHE VALE. SORPRESA: GLI AZZURRI SANNO ANCORA GIOCARE A CALCIO

                                         Immobile: ha aperto le marcature a Bari

La notizia più clamorosa giunta ieri sera dal San Nicola di Bari? Gli italiani sanno ancora giocare a pallone. Una piacevole riscoperta, dopo due partite mondiali, quelle con Costa Rica e Uruguay, da bollino rosso per la pochezza (direi anzi nullità) delle prestazioni, e dopo due stagioni in cui la Nazionale ha troppo spesso balbettato un calcio timido, mediocre, impreciso. Aggiungiamoci le granitiche certezze sparse a piene mani da troppi sedicenti esperti, secondo i quali i giovani di casa nostra non trovano più spazio nei nostri club semplicemente perché gli stranieri sono più forti. Lo si è visto poche ore fa, in effetti, quanto scarsi siano quei pedatori senza arte né parte che rispondono ai nomi di Immobile e Zaza, protagonisti di una serie di assolo e di duetti da poesia del football: la loro è stata, tutto sommato, la risposta più efficace, e sicuramente più elegante delle sonore pernacchie che meriterebbero certi soloni. 
RIVOLUZIONE CONCETTUALE - E già: ci voleva proprio, una ripartenza così. Ne aveva bisogno il Club Italia, ne avevamo bisogno tutti noi che, a vario titolo, gravitiamo attorno al movimento calcistico tricolore: nulla di che, intendiamoci, perché gli impegni con i tre punti in palio devono ancora arrivare, ma una iniezione di fiducia sostanziosa, e la rassicurazione sul fatto che non tutto sia perduto, che il serbatoio azzurro conserva ancora delle risorse di qualità a cui attingere. Il cambio di rotta portato da Antonio Conte è stato più che altro concettuale: il listone dei convocati, la formazione stessa scesa in campo poche ore fa, strizzavano palesemente l'occhio al disastroso gruppo che aveva lasciato il Brasile fra sacrosanti improperi di pubblico e critica. 
Ma sono cambiati spirito, idea di gioco, approccio alla gara: la plastica dimostrazione di come possa incidere profondamente, a volte, un avvicendamento alla guida tecnica. Un nuovo allenatore può davvero causare sconvolgimenti in positivo: ricompattare uno spogliatoio diviso, restituire motivazioni a giocatori che parevano già appagati, togliere certezze ad altri che credevano di aver diritto al posto per meriti acquisiti nel passato, individuare nuove soluzioni tattiche in grado di aumentare il potenziale di un team che si credeva avesse già toccato l'apice del rendimento. In pochi giorni, l'ex trainer della Juve ha quantomeno gettato basi credibili per questa rivoluzione.
SUCCESSO VERO - Il successo sull'Olanda è un successo che vale: perché i Tulipani, a parte Vlaar e Robben, si sono presentati con la formazione che ha centrato la medaglia di bronzo Mundial, e perché il 2 a 0 è maturato quando ancora le due compagini erano in parità numerica. Sappiamo ancora giocare a pallone, si diceva in apertura: dopo aver ammirato alcuni scambi in velocità e di prima dalla trequarti in su, tutti effettuati, quasi sempre, con proprietà di palleggio e precisione millimetrica, vien davvero da pensare che l'ultimo anno e mezzo di gestione prandelliana sia meritevole di entrare in un qualche trattato di psicologia applicata al calcio: non ce li siamo sognati, certi momenti di gioco sconfortanti, nei quali i nostri baldi rappresentanti manifestavano impacci imbarazzanti nella gestione della palla, controlli e passaggi imprecisi, incapacità di saltare l'uomo, lacune gravissime nei fondamentali. Certo, i problemi ci sono, ma l'impressione è che quando è il progetto complessivo a non funzionare, chi scende in campo dia davvero il peggio di sé, anche al di là dei propri oggettivi limiti. 
AGGRESSIVI E VELOCI A TUTTO CAMPO - La prestazione barese è stata una chiara indicazione di ciò che potrebbe essere la nuova Italia: una squadra aggressiva (e la nostra lo è stata finché la condizione fisica l'ha sostenuta), capace di attaccare a pieno organico (visti i difensori spesso in posizione avanzata, per partecipare attivamente alla costruzione), coraggiosa in certe situazioni di gioco, agile e mobile, capace di manovrare con rapidità per tagliar fori la difesa avversaria. Tutto troppo bene, ma il banco di prova, per quanto amichevole, era di assoluto valore, e certe indicazioni non possono essere fallaci. De Rossi, a parte l'impeccabile trasformazione del rigore, è stato il califfo della zona di mezzo, efficacissimo nelle due fasi, Bonucci è tornato a fare ciò che le sue qualità gli consentono: difendere e far ripartire l'azione con proprietà, dando il là all'impostazione, e non è un caso che il gol di Immobile sia nato da un suo lungo e preciso lancio. Ranocchia e Astori  tempisti e concentrati, con poche sbavature, mentre Darmian e De Sciglio, che ad occhio e croce dovrebbero essere titolari nel ruolo per diverso tempo, devono migliorare come continuità di spinta ma quasi sempre si son fatti trovare pronti se chiamati in causa in proiezione offensiva. E la coppia d'attacco ha regalato momenti di calcio oggettivamente squisito: peccato per Zaza, che avrebbe meritato la soddisfazione personale del gol, negatagli da Cilessen e da un eccesso di confidenza nel chiudere quel meraviglioso contropiede condotto assieme allo scugnizzo del Borussia Dortmund. 
INSERIRE ALTRI GIOVANI - In Norvegia già la musica sarà diversa, quantomeno per ritmi e intensità di gioco che i nostri saranno chiamati a sostenere: ma iniziare in siffatta maniera il nuovo percorso può risultare fondamentale, accresce la fiducia e la voglia di far bene. Poi, certo, il futuro dovrà forzatamente far leva su un maggior numero di nomi nuovi: non è con Quagliarella e Giovinco, tanto per dire, che potremo approdare a Euro 2016, e gente come Florenzi, Verratti, Destro ed El Shaarawy dovranno assolutamente trovare spazio, mentre in retroguardia si spera in un rilancio di Ogbonna; gli altri giovani (che ci sono, come avevo eloquentemente evidenziato in questo post dei tempi del Mundial) dovranno essere messi in condizione di giocare il più possibile nei club, ma su questo punto la mia fiducia è relativa, e allora ritorno su un mio vecchio pallino: il CT dovrebbe "forzare" la mano in tal senso, dando spazio nelle sue convocazioni anche a ragazzi che trovano pochi spiragli in campionato. Come fece Prandelli dopo Euro 2012, con le chiamate di Perin e De Sciglio. Ma ci sarà tempo per discuterne. La nuova Italia c'è, sembra esserci: un'Olanda quasi titolare non si batte mai per caso. 

martedì 29 luglio 2014

LA CORSA ALLA FIGC: MA NON SI PUO' PROPRIO FARE A MENO DI TAVECCHIO?

                                    Albertini: candidato più credibile di Tavecchio

E se, alla fine, l'orripilante scivolone dialettico di Carlo Tavecchio (su una buccia di banana, è proprio il caso di dire) si rivelasse una mano santa, mettendo fuori gioco il più improponibile dei candidati alla guida della Federcalcio? Il 71enne lombardo, che sogna di prendere in mano le redini del pallone tricolore in uno dei momenti più critici della storia del nostro football, si è attirato le ire di... tutto il mondo, tranne che della maggioranza dei grandi elettori del Palazzo pallonaro. Si è pronunciata perfino la Comunità Europea, mentre la FIFA ha inviato una lettera in via Allegri chiedendo ufficialmente l'apertura di una indagine sulle parole pronunciate dal suddetto (Opti pobà e dintorni...). La FIFA è l'organismo che governa il calcio planetario: sarebbe come se contro un sindaco di una città italiana, colto in fallo per qualsivoglia motivo, prendessero posizione il Presidente della Repubblica e/o il Presidente del Consiglio. In un "Paese normale" (espressione abusata, ma mai come in questo caso calzante a pennello) tale primo cittadino dovrebbe togliere le tende nel giro di poche ore, al massimo pochi giorni; allo stesso modo, in un calcio normale, il Tavecchio dovrebbe prendere atto delle (giustificate) perplessità della Federazione internazionale, nonché dell'insostenibilità della propria posizione, e farsi da parte. 
IL PAESE NORMALE - In un Paese e in un calcio normale, già: ma la normalità, l'Italia e il suo pallone, l'hanno persa di vista da tempo. Tavecchio viene "messo sotto osservazione" da parte dell'ente a cui un domani, se diventasse gran capo della FIGC, dovrà far riferimento e rendere conto, ma lui continua imperterrito per la sua strada, e la grande maggioranza dei presidenti di A lo segue in questa folle avventura. Nulla di strano, in fondo: dinamiche viste e riviste nel triste Parlamento nostrano. L'impazzimento di questa sventurata nazione è ormai fuori controllo: e, si badi, non sto parlando di moralità, ché lezioni di questo genere non mi sento in grado di darne a chicchessia, ma di una banale questione di opportunità; diciamo addirittura, usando un parolone, di senso delle istituzioni. Basterebbe anche solo il problema della "forma", pur se potrebbe sembrare un esercizio di vuota ipocrisia: però chi aspira ad occupare un ruolo politico (sì, politico) di primissimo piano deve avere quantomeno la capacità di esprimersi in maniera appropriata, pesando le parole e i concetti, contando fino a dieci prima di profferire frasi infelici, manifestando una sensibilità superiore a quella della "gente comune". Dovrebbero essere le basi del mestiere, di un mestiere in cui spesso la forma è anche sostanza. 
MENTALITA' - Ma ovviamente c'è di più: ripeto, nessuna lezioncina morale, ma semplicemente la constatazione di un modo di parlare e di pensare vecchio (nel senso deteriore del termine), che poteva essere tollerato al massimo fino agli anni Settanta, quando nessuno trovava sconveniente che fin dalle scuole elementari certi bambini usassero termini come "handicappato" o "gay" a guisa di insulto: modi di approcciarsi alla realtà che oggi andrebbero considerati fuori dal mondo e dal tempo. La nostra civiltà aspira all'eguaglianza, al superamento di ogni tipo di discriminazione, e lo sport dovrebbe essere il più convinto portabandiera di questa istanza. E chi, da domani, sarà chiamato a guidare il più seguito, il più popolare degli sport, dovrà avere una forma mentis più aperta e contemporanea, ciò che non mi pare traspaia dal già celeberrimo discorso di Tavecchio, che fornisce la chiave di lettura più superficiale e odiosa a un problema indubbiamente esistente, quello dell'importazione selvaggia di calciatori stranieri di modesto livello che hanno finito per riempire anche i nostri vivai. 
PROGRAMMI - Il ricambio ai vertici federali, in una gravissima fase congiunturale che ha portato a un brusco ridimensionamento dell'italico football, rappresenta un problema serio e delicatissimo, tale da non poter tollerare certi incidenti di percorso. Sarebbe piuttosto necessario parlare di programmi, quello del presidente della Lega Dilettanti e quello del suo competitor, Demetrio Albertini. I punti cardine, generici come in ogni manifesto elettorale che si rispetti, accomunano i due rivali: riforma e snellimento dei campionati professionistici e valorizzazione dei virgulti dei nostri settori giovanili. Entrambi puntano su un rilancio in grande stile del Settore tecnico di Coverciano, Tavecchio vagheggia le Academy in stile francese e tedesco, mentre l'ex centrocampista di Milan e Nazionale spinge per l'istituzione delle squadre B (modello spagnolo) e sulla presenza di almeno dieci ragazzi del vivaio nelle rose delle prime squadre. I progetti di Tavecchio non sembrano, dunque, tanto più arditi, convincenti e articolati di quelli dell'ex vicepresidente federale, certo non al punto di giustificare la massa di voti che sembra dover convergere sul candidato nell'occhio del ciclone: ma la sensazione è che tutto questo conti, e conterà, ben poco. La questione è eminentemente politica, i soliti intrecci di appoggi e di alleanze che da decenni zavorrano le nostre istituzioni, non solo quelle sportive, portando a un eterno immobilismo. 
CLASSE DIRIGENTE DA PENSIONARE - E' perfino inutile soffermarsi troppo sul presunto "curriculum" di Tavecchio, sui suoi precedenti... inciampi con la giustizia elencati minuziosamente in un recente articolo del Fatto Quotidiano: l'interessato ha inviato una lettera di smentita e precisazioni al direttore del giornale Padellaro, missiva che linko qui affinché ognuno possa farsi la propria idea. Il problema di fondo è che si tratta comunque di un personaggio fin troppo discusso, mentre il calcio italiano avrebbe bisogno di uomini (e donne) dal passato e dal presente immacolati, senza comportamenti o atti ufficiali che possano anche solo dare adito a sospetti, che possano minarne la solidità politica. Uno come Albertini? Può essere (anche se il sottoscritto auspica da anni un commissariamento, che sarebbe pur sempre una benedizione), comunque sempre meglio del suo rivale, esponente esemplare della classe dirigente italiana cristallizzatasi nell'ultimo trentennio, una classe dirigente da pensionare ma che in pensione non ci va mai, impermeabile a ogni tempesta, attaccata a ogni poltrona e a ogni candidatura, che non molla la presa nemmeno di fronte agli infortuni più clamorosi, nemmeno davanti alle pubbliche perplessità e riserve manifestate da chi sta più in alto. E già, perché la citata lettera della FIFA non è una mera operazione di facciata: potrebbe comportare, in caso di "ascesa" di Tavecchio al più alto scranno di via Allegri, ulteriore perdita di credibilità e di peso internazionale del nostro movimento calcistico, perché il dirigente LND entrerebbe nel massimo consesso con un notevole handicap di partenza: con quale autorevolezza potrebbe poi difendere i nostri interessi? 

giovedì 3 luglio 2014

RECENSIONI "MONDIALI": "LA GRANDE PASSIONE", UN BRUTTO FILM PER UN DIMENTICABILE OMAGGIO AL CALCIO E ALLA FIFA


Giorno di pausa Mondiale, ieri, fra gli ottavi e i quarti di finale. Serata estiva non troppo calda. Ti piazzi davanti alla tivù e ti sintonizzi su Rai Uno per goderti, in mancanza di partite, "La grande passione", un film di recente uscita (regia di Frédéric Auburtin) dedicato alla storia della FIFA e quindi, in definitiva, al racconto dello sviluppo e dell'affermazione del calcio in ogni angolo del pianeta, dal 1904 in poi. Promettente, e poi il cast è di prim'ordine: Gérard Depardieu, Tim Roth, Sam Neill le punte di diamante. Ti aspetti un meritato tributo, un po' agiografico e un po' critico, ma comunque ben confezionato, al percorso ultracentenario dello sport che più di ogni altro ha saputo catalizzare oceaniche passioni, travalicando i confini agonistici per assumere un deciso rilievo sociale. Arrivi alla fine con una sola domanda a martellarti le meningi: perché il cinema continua a trattare così male il football? Perché svilire una tematica dalle infinite potenzialità narrative con un'opera così raffazzonata? 
CATTIVO CINEMA - Negli ultimi anni una svolta positiva c'era pur stata: il grande schermo aveva omaggiato l'universo del pallone con due piccoli gioielli, "Il miracolo di Berna" (intenso affresco attorno all'inatteso trionfo tedesco occidentale nella Coppa del Mondo '54, lo recensii qui) e "The game of their lives" (sull'incredibile vittoria della Nazionale statunitense ai danni dell'Inghilterra, nel 1950). Ma questa pellicola rimanda indietro l'orologio e rischia perfino di cancellare i passi avanti compiuti. "La grande passione" non rende un buon tributo all'epopea del calcio mondiale: è, semplicemente, un esempio di cattivo cinema, a partire dall'impostazione generale per finire a dettagli in apparenza secondari che, però, già dicono molto sulla qualità complessiva dell'operazione, sul rigore storiografico con cui è stata realizzata. Esempio: se la "credibilità fisica" degli attori ha una sua pur minima importanza, ecco, scegliere il colosso Depardieu per affidargli la parte del "padre" dei Mondiali, Jules Rimet, nella realtà uomo dalla corporatura tutt'altro che debordante (anzi), significa già partire col piede sbagliato. 
SCRITTURA DISOMOGENEA - Fosse solo quello il problema. Mi rendo conto che racchiudere in un film di due ore scarse una vicenda lunga oltre un secolo, e fittissima di episodi clamorosi e controversi, sia impresa improba per chiunque, ma una via di uscita c'è sempre, sol che si voglia trovarla: ci si può focalizzare su una determinata fase storica, e sarebbe stato ad esempio interessante raccontare solo le gesta dei pionieri, dalla fondazione della Federazione internazionale fino all'organizzazione del primo torneo iridato, ma queste sono scelte editorial - creative che spettano a chi il film lo scrive. Però, se si opta per una narrazione onnicomprensiva, è doveroso realizzarla in maniera meno grossolana, superficiale, disomogenea. Sì, "La grande passione" è una pellicola "squilibrata" nella costruzione: troppi passaggi storici epocali liquidati in poche battute o addirittura ignorati, e lungaggini inenarrabili, di converso, sulla FIFA dell'era moderna, con le sue lotte di potere e i suoi scandali veri o presunti. Più politica che calcio, il che è già una scelta programmatica discutibile, perché comporta l'abbattimento del possente effetto poetico che un prodotto del genere avrebbe invece nel suo Dna. 
MONDIALI IGNORATI - Due film diversi, slegati fra di loro, sembrano quasi convivere (a fatica) in quest'opera: la prima parte, come detto, potenzialmente potrebbe risultare la più fascinosa, evocativa, financo romanzesca, ma tutto scorre via come in un riassunto frettoloso e poco curato. I primi vent'anni di esistenza della Federazione di fatto cancellati, nemmeno un cenno alle vicende agonistiche della prima Coppa del Mondo (si passa dalla costruzione dello stadio Centenario di Montevideo direttamente alla premiazione dei campioni uruguaiani), saltate a pié pari le altre due edizioni degli anni Trenta, se non per un odioso riferimento alla kermesse del '34 ospitata dall'Italia: "L'avete organizzata per ragioni di propaganda, non certo per passione sportiva", dice Rimet rivolto al dirigente italiano Ottorino Barassi: e quando quest'ultimo afferma "comunque l'Italia l'ha vinta", il presidente FIFA gli ribatte: "No, ve ne siete appropriati"... Dialogo assolutamente improbabile, una venatura politico - ideologica che in un simile contesto assume i contorni di una forzatura, anche perché l'argomento (rapporto fra calcio e fascismo, organizzazione di quel torneo e svolgimento dello stesso) è talmente articolato e complesso (ne ho parlato qualche settimana fa sul mio blog, in due post, qui e qui) che, o lo si affronta seriamente, oppure si lascia perdere e si passa oltre. Del tutto ignorate anche le rassegne iridate dal 1954 al 1962 (gli anni della grande Ungheria, della nascita del mito Pelè e del dominio brasiliano, robetta di nessun valore, insomma). 
POCO PASSATO, TROPPO PRESENTE - La sensazione, col passare dei minuti, è che si corra a perdifiato per liquidare quanto prima la parte di storia "antica" (mentalità diffusa in tanti ambiti comunicativi: del passato frega poco, meglio dedicarsi ai tempi recenti e all'attualità, che intercettano un'audience maggiore), e che non si veda l'ora di affrontare le tematiche geopolitiche e finanziarie della FIFA contemporanea: la sfida fra l'antico presidente Stanley Rous e Joao Havelange, l'entrata in scena di Sepp Blatter, che diventa in breve il protagonista assoluto del film, il ruolo dell'Adidas, l'apertura ai Paesi del cosiddetto Terzo mondo calcistico, in primis l'Africa (dell'Asia, chissà perché, non viene fatto cenno alcuno), passaggio fondamentale nel lungo cammino della Federazione internazionale, passaggio che però "La grande passione" affronta omettendo un evento storico, il più decisivo in questo senso, ossia l'allargamento del Mondiale, in occasione di Spagna '82, da 16 a 24 squadre, modifica regolamentare adottata proprio per aumentare il numero di partecipanti fuori dal giro delle due culle del football, Europa e Sud America.
GLI INTRIGHI DELLA FIFA - Viene passata al setaccio la gestione Blatter con occhio indagatore, ma la sceneggiatura sembra muoversi maldestramente tra volontà accusatrice e benevola assoluzione, butta lì sospetti di manovre losche e giri strani (talmente gravi da poter portare il potente dirigente svizzero in galera, viene detto) ma non lascia intendere compiutamente quali siano queste malefatte di rilevanza penale, e anzi alla fine tutto si stempera mentre viene celebrata la rielezione al vertice FIFA dell'astuto Sepp, per poi chiudere in gloria con lo stesso Blatter che decreta, fra scene di entusiasmo, l'assegnazione del Mondiale 2010 al Sudafrica. Della serie: abbiamo iniziato raccontando con toni romantici i primi passi dello sviluppo mondiale del football, però per pochi minuti sennò poi il pubblico si annoia, abbiamo lungamente divagato puntando su non meglio precisati torbidi intrighi di palazzo e tentando di realizzare una pellicola di denuncia, dopodiché, oops, in dirittura d'arrivo ci siamo ricordati che in fondo l'intento del film era celebrativo (o no? Per la verità non si è capito) e allora era giusto finire con il primo Mondiale africano, emblema della totale universalità raggiunta dal pallone, ormai diffuso nei cinque continenti. Mah. 
IL CALCIO MERITA DI PIU' - Fosse stato il tema di un liceale, avrebbe seriamente messo a repentaglio la promozione del ragazzo. In questo brodo indistinto, un pizzico di retorica a buon mercato: le parentesi che, a mo' di intervallo fra un'era calcistica e l'altra, mostrano un gruppo di ragazzini alle prese con la classica partitella su un campetto sterrato, con l'unica bambina del plotone che resta insofferente in porta per tutto il film salvo poi abbandonare arbitrariamente i pali, impossessarsi del pallone e, manco fosse Aristoteles in "L'allenatore nel pallone", dribblare compagni e avversari fino a realizzare un gol che al confronto Maradona era un dilettante. Come a dire: ora il calcio è veramente di tutti perché coinvolge anche "l'altra metà del cielo". Vero (fino a un certo punto: purtroppo il "pallone in rosa" deve ancora decollare in molti Paesi, si pensi a come è bistrattato da noi), peccato che in tutto il film alla questione venga dedicata solo una mezza battuta del solito Blatter: "Per lo sviluppo del football, ora dobbiamo dedicarci anche alle donne": stop, finita lì. E peccato che il racconto di questa raggiunta universalità sia stato proposto puntando l'obiettivo più su politica e affarismo legati al calcio (con tutti i risvolti negativi del caso) che sulla faccia pulita di questo sport, sui campioni, le grandi squadre e l'entusiasmo popolare. Tornando alla domanda di cui sopra: l'intento dell'opera era celebrativo o di denuncia? La sensazione è che si dovesse fare una scelta di campo, una sola cosa fatta bene, invece se ne son fatte due male, cucinando un minestrone di difficile digeribilità: superficialità storiografica, imprecisioni, discorsi iniziati e mai portati a termine, spirito critico che rimane a metà del guado. La fascinosa leggenda del calcio, ma anche i suoi lati oscuri, meriterebbero di più e di meglio. 

martedì 20 maggio 2014

SERIE A 2013/14, IL BILANCIO: QUATTRO SQUADRE QUASI "EUROPEE", MA IL DECLINO TECNICO CONTINUA. NON CI RESTA CHE IL MONDIALE...

                          Vidal e Tevez esultano dopo uno dei tanti gol juventini in stagione 

Per fortuna che c'è il Mondiale. E già: non ci resta che attendere Brasile 2014 come una boccata d'aria pura, per lasciarci alle spalle una stagione calcistica nostrana fra le più buie che io ricordi. Dodici mesi fa, in sede di bilancio della Serie A 2012/13, scrissi che, pur in un quadro di diffusa recessione tecnica, non erano stati compiuti ulteriori passi indietro: qualche squadra capace di praticare un buon football si era vista, ed era persino emerso un piccolo drappello di giovani virgulti italiani, a indicare una inversione di tendenza dopo anni di ottuso ostracismo ai prodotti del nostro vivaio. Insomma, pur senza gridare al miracolo, poteva essere una buona base per avviare una risalita verso livelli qualitativi più consoni alla tradizione del pallone tricolore. 
Ebbene, a malincuore debbo dire che l'auspicio è rimasto lettera morta. Il massimo campionato 2013/14 va in archivio lasciandoci in bocca l'amaro sapore di un'involuzione ulteriormente accentuatasi, ancora più grave se si pensa alle stuzzicanti premesse estive del torneo. Ricordate? Nell'ex torneo più bello del mondo avevano nuovamente fatto capolino alcuni top player di fuorivia, gente come Higuain, Mario Gomez, Tevez e persino Llorente, inizialmente sottovalutato. Non molto, ma un piccola iniezione di classe che pareva poter un po' risollevare le sorti dell'italico spettacolo calcistico. 
A QUANDO LE 18 SQUADRE? - Non è accaduto, e ci si sente francamente impotenti, soprattutto per la cecità delle istituzioni sportive di fronte a una crisi che appare senza uscita, se è vero che l'annata di club appena archiviata ha segnato pure il sorpasso nel ranking UEFA da parte del Portogallo, cioè di un Paese che fino a un lustro fa aveva sempre patito una atavica soggezione nei nostri confronti. Solo oggi si è registrata la prima, timida apertura del presidente di Lega Beretta a un ripensamento degli organici dei campionati. Perché la riduzione della Serie A almeno a 18 squadre è ormai un provvedimento non più rinviabile: troppe partite senza senso, troppe compagini che tirano i remi in barca una volta raggiunta la salvezza, offrendo prestazioni da bollino rosso. Ma soprattutto un livello tecnico complessivo tendente sempre più al ribasso: sia detto senza offesa per nessuno, ma squadre come Bologna e Livorno non dovrebbero aver diritto di cittadinanza nella Serie A di una grande potenza pallonara: talmente povere di talento che, allo stato delle cose, faticherebbero a trovar gloria persino in cadetteria. Così come non è molto consolante che un'Inter in una delle versioni più dimesse della sua storia, con tanti campioni al capolinea e una marea di mezze figure, sia riuscita ad issarsi fino al quinto posto, giungendo addirittura a minacciare il quarto della Fiorentina. 
STANDARD EUROPEI - Per carità, non tutto è da buttare: le prime quattro classificate hanno sostanzialmente onorato il football, non ci hanno fatti vergognare di essere calciofili italiani. Juventus, Roma, Napoli e Fiorentina, con le dovute differenze di impostazione, praticano un gioco di buona fattura, gradevole esteticamente ma al contempo efficace: un calcio, soprattutto, vicino ai canoni internazionali più in voga. Sono le squadre che più di altre stanno lavorando per colmare il gap che ci separa dalle migliori espressioni europee, attraverso un'organizzazione tattica moderna e versatile, ritmi elevati, costante iniziativa, giocatori eclettici. Magari i campioni bianconeri un po' meno delle tre damigelle d'onore: perché alcuni "mostri sacri" si avvicinano al passo d'addio, per raggiunti limiti di età, e lo stesso Conte ha tergiversato fino a ieri prima di firmare la conferma, roso dal dubbio che con quel gruppo sia impossibile fare di più, e che rinnovarlo con gente di spessore non sarà facile, visti i chiari di luna finanziari. 
DIFFUSA MEDIOCRITA' - Dietro queste dignitosissime espressioni tecniche, però, si è visto il nulla o quasi: detto dell'Inter formato minimalista, nessuna delle cinque squadre in lizza fin quasi alla fine per l'ultimo posto in Europa League, ad eccezione del Parma, ha mostrato particolari luminarie, solidità complessiva ed equilibrio, e il fatto che fra queste cinque vi fosse il Milan peggiore degli ultimi vent'anni è un'ulteriore testimonianza delle generale modestia di questo torneo. Sul fondo, poi, un pianto: quota di sopravvivenza bassissima, nessuna matricola in grado di opporsi efficacemente ai colossi di vertice, che contro di loro han fatto bottino pieno o quasi, una lunga gara a ciapanò che ha inevitabilmente premiato il Sassuolo, l'unico club che, per organico, avrebbe avuto persino i mezzi per mettersi al riparo con ben altro anticipo. E poi, tutta la terra di mezzo, i "senza obiettivi" di cui si è detto, e che annacquano le ultime giornate col loro tirare a campare in attesa della nuova stagione.  Insomma, un'edizione della Serie A destinata a lasciare poche tracce nella memoria collettiva. Chiuso il quadro generale, mi limito dunque a qualche "pennellata" critica, mettendo in fila squadre e personaggi più significativi.

                                 Immobile: capocannoniere e potenziale "uomo mundial" 

JUVENTUS - Merita l'elogio pieno per il tris consecutivo, impresa di assoluto rilievo anche in un torneo svalutato come il nostro, ma accostarla ad altri squadroni del passato sa di bestemmia, e lasciamo stare il formidabile quinquennio 1930 - 1935, per favore. Se il metro più attendibile per valutare l'autentico valore del nostro football è il rendimento internazionale (e lo è), il team di Conte è rimasto più o meno sui livelli dell'anno passato (eliminato ai quarti di Champions nel 2013, fuori in semifinale di EL poche settimane fa). Se in un contesto interno di pieno decadimento aggiungi al tuo arco frecce puntute come Tevez e Llorente, è chiaro che per avversari già modesti non ci sia più partita. Ma, come detto sopra, il trionfo è in parte ingannevole e nasconde tremori da fine impero: difficile che la Juve di Buffon, Barzagli e Pirlo possa inseguire obiettivi europei, c'è da mettere a punto un nuovo progetto e la ripartenza potrebbe essere più difficile di quanto si pensi. 
FIORENTINA - Montella chiede rinforzi perché teme che questa squadra abbia dato fondo a tutte le proprie risorse, eppure è una compagine che ha dovuto correre ad handicap. Il cammino 2013/14 era stato costruito su fondamenta ben precise, ossia il duo d'attacco Gomez - Rossi: il primo non si è praticamente visto, il secondo, dopo un girone di andata da fromboliere, è stato cancellato da un altro grave infortunio, prima di ricomparire nelle ultime tre giornate, a giochi fatti, più che altro per mettere minuti nelle gambe in vista di un Mondiale non più chimerico. Che Viola sarebbe stata, con i due a dialogare là davanti? Fra un Borja Valero sempre più anima della squadra, costruttore e finalizzatore, un Pasqual che si è ripreso la Nazionale a cui, ai tempi di Lippi, pareva predestinato, e un Cuadrado in forma... iridata (uno dei pochi fuoriclasse espressi dal torneo), mi piace segnalare il piccolo ma significativo contributo (anche di gol) portato da Joaquin, ex grande promessa del calcio spagnolo quando ancora la Roja era lontana dal dominare il globo. 
PARMA - Nella lunga e affollata rincorsa all'Europa League, ha vinto alla fine la compagine più meritevole perché più continua, solida, ricca di talento puro (ben distribuito in ogni zona del campo), capace di abbinare praticità e una discreta dose di spettacolo. Cassani ritrovato, Paletta entrato a furor di popolo nel giro azzurro, Parolo formidabile centrocampista moderno, capace di correre e tessere gioco, di impostare e di concludere, Cassano ancora in grado di regalare lampi accecanti. 
VERONA - Un ritorno alla ribalta da applausi, dopo anni nelle retrovie calcistiche nazionali. Girone di andata a ritmi forsennati, poi un netto calo (coinciso con la cessione del regista Jorginho, futuro nazionale italiano: solo un caso?) e una parziale ripresa in dirittura d'arrivo. Toni ha spremuto probabilmente le ultime stille di talento e di reti dal suo bagaglio di campione, allettato anche da una prospettiva mondiale che per alcuni mesi è parsa più di un sogno, Iturbe è un fantasista vecchio stampo, di quelli capaci di "far venire giù lo stadio" con giocate in punta di fioretto, Cacciatore si è scoperto difensore fra i più efficaci a livello nazionale, l'eclettico Romulo punta la prua verso Brasile 2014.
MILAN - Temporada fallimentare, e non può bastare l'impennata finale con Seedorf in panchina (impennata più di risultati che di gioco) a cancellare le tante brutture viste prima. Difesa non all'altezza e lo si sapeva, ma rendimento inaccettabile di molti big anche negli altri reparti. Montolivo sottotraccia, dopo una stagione piuttosto brillante, Honda non pervenuto, Balotelli a tratti indisponente, eppure spesso decisivo in zona gol, a far capire fin dove potrebbe arrivare, questo gigante perennemente imbronciato e in guerra col mondo, se solo riuscisse a limare un tantino il suo carattere e ad avviare una maturazione non più differibile. Nel corso dell'ultima giornata, col Toro sotto a Firenze e il Parma che non riusciva a sbloccare contro il retrocesso Livorno, i rossoneri parevano addirittura poter agganciare in extremis il treno europeo, ma sarebbe stato francamente troppo. 
GENOA - Opinione strettamente personale, non raggiunge la sufficienza perché, dopo aver regalato alcune prestazioni di buonissima grana (su tutte il successo sull'Inter, il pirotecnico pari di Firenze e la sfortunata gara con la Juve), ha troppo presto tirato i remi in barca, addirittura quando la salvezza non era ancora stata matematicamente raggiunta. In tal modo ha offerto spettacoli desolanti e perso il derby della supremazia cittadina che, ad un certo punto, pareva avere saldamente fra le mani, e che comunque era alla portata, sulla scorta di una caratura complessivamente superiore ai blucerchiati. Ultimi due mesi da 4 in pagella, che fanno media col 7 abbondante del resto del campionato: 5,5 e ringraziare. Purtroppo, al momento, la Serie A non dura solo trenta giornate, e va onorata fino alla fine.  
SASSUOLO - Una... battaglia personale vinta, quella che ho combattuto per i neroverdi fin da questa estate e ancor più dopo il mercato di gennaio, dal quale il club di Squinzi era uscito enormemente potenziato, avendo aggiunto classe ed esperienza a un telaio già tutt'altro che disprezzabile. Non fosse stato per la sciagurata parentesi Malesani, ormai non più adatto ad allenare ad alto livello, la salvezza sarebbe probabilmente arrivata prima. E' una squadra ricca di mezzi tecnici ed economici, che già fin da ora si candida a mina vagante del prossimo torneo. E se Berardi trova continuità, può rischiarare il nuvoloso orizzonte del calcio nostrano: ha guizzi da fuoriclasse vero.
I MIEI UOMINI PIU' - Chiudo con i miei personaggi copertina, escludendo a priori quelli già strombazzatissimi da stampa e tv. Perin e Scuffet, la reattività e la calma olimpica, portieri azzurri del futuro; Bonucci, difensore che spinge, costruisce e segna; Parolo, uomo - squadra di cui ho già scritto sopra; Florenzi, giocatore universale, moderno, tuttofare, capace di coprire, attaccare e segnare: Prandelli, perché l'hai lasciato a casa? Callejon e Mertens, formidabili guastatori - incursori dalla strepitosa prolificità sotto porta, decisivi nella... carica dei 104 gol napoletani in stagione; il capocannoniere Immobile, attaccante vecchio stampo, uno che vive solo per il gol e che cerca la porta appena intravede uno spiraglio, riflessi fulminei, opportunismo, fiuto per il fondo della rete. Ed è anche in stato di grazia, uno di quei giocatori che vanno assolutamente portati al Mondiale, come jolly dell'ultimo momento, specialità tutta italiana.  

lunedì 11 novembre 2013

DANIELE CONTI E IL SUO BIMBO, LA MIGLIORE RISPOSTA ALLO SCEMPIO DI SALERNO


Il capitano del Cagliari Daniele Conti che, dopo aver segnato il secondo e decisivo gol contro il Torino, invece di sfoggiare tatuaggi volgari e deturpanti, esultanze bislacche, balletti a mimare l'ultima trashata pop, semplicemente corre verso il figlioletto a bordo campo e lo abbraccia. Una boccata d'aria pura, l'immagine pulita del calcio che vorremmo, poche ore dopo lo scempio di Salernitana - Nocerina. Ecco perché, nonostante tutto, il pallone sopravvive: perché riesce sempre a darci un motivo per crederci ancora, per continuare a seguirlo, anche quando tutto sembra crollare, quando lo squallore e l'impresentabilità sembrano destinate a prendere il sopravvento. 
ESCALATION - Aggrappiamoci a Conti padre e figlio, dunque, che in pochi secondi ci hanno dato una lezione esemplare di come il calcio dovrebbe essere sempre vissuto. Invitiamo le televisioni, la Lega, la FIGC a utilizzare quelle immagini come spot per il prossimo campionato. Non è molto, ma sarebbe un piccolo segnale da cui ripartire per rivoltare il nostro football come un calzino. Dopodiché, è chiaro, il calcio italiano avrebbe bisogno di ben altro. Quanto accaduto a Salerno turba, sconvolge ma non sorprende. Perché chi conosce questo mondo sa che certe cose sono destinate a succedere, prima o poi. Questa stagione ha portato con sé l'ennesima escalation di brutture, a partire dai cori anti Napoli sui quali persino firme prestigiose hanno trovato il modo di eccepire e di fare odiosi distinguo. E il tira e molla sulla "discriminazione territoriale", come se non fosse razzismo tout court anche quella, è stato imbarazzante... Troppo buonismo, troppa tolleranza nei confronti di un fenomeno sul quale io ho da sempre un'idea piuttosto netta e radicale: i gruppi ultras dovrebbero essere sciolti d'autorità, perché, a parte sparute eccezioni, rappresentano il male del calcio, alla stessa stregua delle scommesse clandestine, degli impianti inadeguati, della gestione economica fallimentare, dell'esterofilia che ammazza i vivai e degli arbitraggi non all'altezza, ovviamente il tutto con gradazioni diverse. 
CALCIO SENZA PROTEZIONE - Come si è arrivati a questo stato di cose? Le frange estreme del tifo hanno preso possesso degli stadi, soprattutto in certe realtà periferiche, ma non solo, se si pensa a quanto accaduto due anni fa durante Genoa - Siena o, ancor peggio, nel 2004 in occasione di un assurdo derby romano, quando un manipolo di esaltati ottenne il rinvio del match diffondendo una notizia priva di fondamento (uccisione di un bambino) alla quale venne dato più credito che non alle rassicurazioni delle forze di polizia. Con tali precedenti, inevitabile che si arrivasse all'intimidazione diretta dei giocatori e alla costrizione di non scendere in campo per evitare "guai peggiori", perché il sistema è minato dalle fondamenta. Rattrista che certi alti esponenti del nostro movimento calcistico, ieri come ai tempi dei fatti di Marassi, si siano scagliati contro l'arrendevolezza dei giocatori (a Genova la consegna delle maglie, a Salerno la farsa degli infortuni in serie). Brutte immagini, certo, ma che deviano l'attenzione dai problemi principali, i veri guasti da cui originano scempi simili.
Queste autorità non se le pongono mai certe domande? Non viene loro il dubbio che, se gli atleti si comportano in tal modo (deprecabile, per carità), è perché non si sentono più adeguatamente protetti dai vertici del calcio e dello Stato, e sono, insieme ai supporters "veri" e genuini, le prime vittime di un ambiente inquinato da queste componenti "malate" che troppo terreno hanno guadagnato? Ci sono troppe cose che non funzionano sul piano della gestione della sicurezza e dell'ordine pubblico, se alla fine della fiera i "peggiori", DASPO o non DASPO, tessere o non tessere, curve chiuse o curve non chiuse, hanno sempre il pallino in mano e fanno il bello e il cattivo tempo. 
FERMARE IL PALLONE? NO... - C'è chi dice che per arginare questa deriva occorrerebbe fermare il calcio per qualche anno. Ovviamente è impossibile: il pallone non è fatto solo dai giocatori che scendono in campo, attorno ad essi c'è una vera e propria industria, c'è un indotto sterminato, un apparato grazie al quale lavorano e campano, legittimamente, tantissime persone. All'estero, soprattutto in Inghilterra, sono riusciti a porre parziale rimedio al fenomeno "in corso d'opera", continuando cioè a mandare avanti la baracca anche in circostanze obiettivamente drammatiche, come ai tempi del dopo Heysel: chiudere tutto sarebbe inutile e porterebbe pericolosi effetti collaterali. C'è anche chi dice che allo Stato convenga convogliare ogni domenica le frange peggiori del tifo e della società negli stadi e attorno ad essi, per esercitare su di esse un controllo più efficace. Va da sé che, se così fosse, si tratterebbe di una clamorosa ammissione di sconfitta e di impotenza. 
CAMBIARE I VERTICI - La verità è una sola: in questo momento, anzi da un bel po' di anni, non abbiamo in Italia istituzioni calcistiche e politiche all'altezza. Vi fossero, come vi sono in quasi tutti i Paesi europei di primo piano, prenderebbero di petto il problema, caccerebbero a pedate "giuridiche" i teppisti dagli stadi e restituirebbero gli impianti agli appassionati veri e sani, punendo anche società e giocatori che intrattengono con questi individui rapporti troppo stretti. Perché in certe situazioni occorre il pugno duro, qui invece si va avanti a palliativi che hanno come unico effetto quello di ringalluzzire (e incattivire) ancor di più gli ultras. Ma, ripeto, se non cambiano i volti di chi comanda il baraccone calcio e la nazione Italia le cose sono destinate a rimanere così. E allora, lo ripetiamo, aggrappiamoci agli esempi costruttivi, ai Conti senior e junior, alla purezza dei loro abbracci. E' pochissimo, ma se tutti si comportassero come lui, forse, a lungo andare la positività avrebbe la meglio sull'odio ultras, scaccerebbe i mercanti dal tempio. Sarà utopia, ma se stiamo ad aspettare nuovi dirigenti e nuovi politici... 

mercoledì 27 marzo 2013

L'ITALIA DOPO MALTA: L'ENNESIMA GOLEADA MANCATA E LA SUGGESTIONE TOTTI

                                                   Esultanza azzurra a Malta

Fino agli anni Novanta, un risultato e una prestazione della Nazionale come quelli di ieri sera a Malta avrebbero destato scandalo e indignazione, presso la stampa specializzata. I lettori più... anziani ricorderanno l'impressionante coro di critiche che si sollevò dopo una vittoria, identica nel punteggio, del non ancora leggendario team di Bearzot in Lussemburgo nel 1980, e quello ancor più virulento in seguito a uno striminzitissimo 2 a 1 colto proprio a Malta a fine 1992 dagli uomini di Arrigo Sacchi. Altri tempi, davvero. Del resto, io stesso avevo intitolato uno dei primissimi articoli di questo blog "Le goleade non fanno per noi": mi riferii, all'epoca, al deludente, e per certi versi imbarazzante, 1 a 0 firmato da Cassano (oltretutto in dubbio offside) sul terreno dei semidilettanti delle isole Far Oer. 
IDIOSINCRASIA - Quel post lo potrei riscrivere oggi, pressoché identico. E' ormai acclarato che la nostra massima rappresentativa abbia una naturale idiosincrasia alle vendemmiate contro le compagini di basso livello. Quasi una tara ereditaria. Mentre le altre grandi d'Europa non perdono occasione, giustissimamente, per infierire su avversarie tecnicamente in ambasce (ultimo esempio, l'8 a 0 dell'Inghilterra a San Marino), i nostri prodi si limitano al compitino, allo stretto indispensabile per portar via i tre punti e, nella fattispecie, proseguire relativamente tranquilli la marcia di avvicinamento al Mondiale brasiliano. 
L'Italia, negli ultimi vent'anni, ne ha giocate un'infinità di partite del genere, contro formazioni modestissime. I critici si sono rassegnati e prendono atto, accettando persino dichiarazioni oltremodo discutibili come quelle che il cittì Prandelli rilasciò alla vigilia del match di andata coi maltesi a Modena (guarda caso, altro risicato 2 a 0): "Fare tanti gol non mi è mai piaciuto: preferisco vincere segnando poche reti, ma giocando bene". Quasi una giustificazione preventiva alla cronica incapacità dei nostri di far breccia nelle maglie, serrate quanto si vuole ma non certo insuperabili, di queste generose rappresentative che, nonostante gli innegabili progressi tecnici e soprattutto tattici, rimangono sostanzialmente impresentabili ad alto livello internazionale. 
NULLA OFFENSIVO - Il problema è che l'Italia non solo non riesce a goleare, ma nemmeno a giocar bene. E' vero che sfoderare del buon calcio è difficile contro compagini toste e copertissime, ma stiamo parlando di Malta, con tutto il rispetto. La prova dei nostri al Ta' Qali è stata di una povertà tale da doverci far arrossire. Lentezza esasperante nella manovra (emblematico l'atteggiamento di Pirlo che, nonostante il controllo non proprio asfissiante dei rivali, non ha saputo regalare una verticalizzazione o un passaggio illuminante degno della sua fama), a tratti permeata di una insopportabile sufficienza, errori banali in appoggio, scarsa o nulla incisività in avanti. Due gol e un paio di buone occasioni (sinistro dalla distanza di Balotelli, incursione di Montolivo con pallonetto sopra la traversa) nella prima frazione, il vuoto spinto o quasi nella ripresa, eccezion fatta per una bella progressione di Abate chiusa però con un cross fiacco. E produrre il nulla in attacco in 45 minuti, contro una squadra come quella di Pietro Ghedin, è francamente roba da far accapponare la pelle, così come rischiare l'inverosimile nelle prime battute, dal rigore neutralizzato da Buffon alla traversa, entrambe le occasioni firmate da Mifsud. 
COMPITINO - Queste cose penso di poterle dire in tutta libertà, perché "Note d'azzurro" è sempre stato vicino alla Nazionale di Prandelli, sottolineandone in tempi non sospetti i progressi, le belle prove, le qualità che in molti hanno scoperto in colpevole ritardo. Una prestazione come quella di poche ore fa sarebbe allarmante, ma in questo caso credo che le preoccupazioni vadano un po' stemperate. Si è visto infatti, in maniera piuttosto palese, che le difficoltà di manovra dei nostri sono state indotte da un approccio mentale totalmente sbagliato, e non da limiti di gioco. In parole povere, mi è parso di cogliere la palese volontà di non strafare, di limitarsi al compitino: pesava ancora lo stress mentale e atletico del durissimo, e gratificante, impegno col Brasile, mentre già bussa alle porte il turno di campionato anticipato al sabato di Pasqua. Non è il massimo della maturità, ma nel serratissimo calcio di oggi è diventato un atteggiamento comprensibile, e allora via così: sappiano però, gli azzurri, che non sempre ti gira bene, non sempre i rigori si riescono a neutralizzare anche se ci si chiama Buffon e non sempre ci sarà un Balotelli in stato di grazia, capace di trasformare in gol la quasi totalità dei pochi palloni che gli capitano sui piedi. 
DA GINEVRA LA SQUADRA DEL FUTURO - Questa settimana azzurra lascia comunque frutti importanti: il più concreto è rappresentato dai tre punti maltesi, buonissimi per la classifica nel girone. E tuttavia, sono i paradossi del calcio, la sfida più importante tra le due affrontate è risultata quella senza alcuna posta in palio. Non era scontato, nonostante l'avversaria fosse il Brasile: i nostri erano infatti reduci da un'altra amichevole di lusso, quella contro l'Olanda, affrontata con ben altro spirito, e che su queste pagine non mi astenni dal condannare. Contro la Seleçao è stata invece gara vera, senza ritrosie e calcoli al risparmio che spesso emergono, più o meno inconsciamente, in partite di questa natura. E i nostri, l'abbiam già scritto qui, hanno superato l'esame più terribile a pieni voti, mostrando gioco, atteggiamento, personalità e mentalità da grande squadra, consacrando il talento di Supermario e lasciando intravedere le notevoli potenzialità di De Sciglio e Cerci. Un ricordo che non verrà certo annacquato dalla scialba prova della Valletta.

                                 Totti con Del Piero: coppia d'oro azzurra del passato                                         

TOTTI? PENSIAMOCI BENE... - La Nazionale del futuro è quella di Ginevra, e non ha certo bisogno di aggrapparsi alle suggestioni di un malinconico ripescaggio di Totti. Che in Brasile arriverebbe a 38 anni suonati, carico di usura e di acciacchi pregressi, un giocatore che non è quasi mai stato autenticamente decisivo per le sorti azzurre neppure nel suo periodo di maggior fulgore agonistico, ossia nella prima metà del decennio scorso, con la sola luminosa eccezione del'ottimo Europeo del 2000, roba che ormai si perde nella notte dei tempi dei ricordi. Un giocatore di valore assoluto ma sostanzialmente sopravvalutato: gli unici anni in cui ha goduto di autentica considerazione internazionale sono stati proprio quelli compresi fra il 2000 e il 2004: nel frattempo, però, era già arrivato il deludente Mondiale coreano, seguito dall'orrido Euro 2004, gettato via con lo sputo a Poulsen. Da allora, tante prodezze nel cortiletto di casa, ossia in un campionato italiano sempre meno competitivo, e sostanziale calma piatta fuori dei confini. In più, tanti gesti discutibili che non rientrano propriamente nel cliché del campione immenso ammannitoci nelle ultime settimane dalla stampa, anche da quella più insospettabile, come lo stimatissimo Guerin Sportivo. 
Oltre a questo, Totti è uscito volontariamente dal giro della Nazionale, più o meno sei anni fa: non è un reato e verosimilmente in quel momento aveva i suoi buoni motivi per fare delle scelte: era reduce da un infortunio gravissimo, che superò a malapena poco prima del vittorioso Mondiale in Germania, e gli va senz'altro riconosciuto che all'epoca forzò i tempi di recupero proprio per non mancare l'appuntamento con la kermesse iridata; ma la Nazionale mantiene ancora un valore che va al di là, molto al di là di quello di una normale squadra di club, e da essa non dovrebbe essere concesso fare dentro e fuori secondo le proprie esigenze. Rifletta su questo Prandelli, ricordandosi che nel suo gruppo esistono già le risorse offensive per fare un torneo più che dignitoso in Sudamerica, e ricordando che proprio questo nostalgismo a oltranza, questo voler ritornare costantemente sui miti del passato, sull'usato neppure più tanto sicuro oltreché bolso, ha rappresentato per anni un freno enorme alla crescita della Nazionale. Un immobilismo che proprio la brillante e futuribile gestione azzurra dell'ex tecnico fiorentino ha spazzato via con ottimi risultati. Tornare al passato, in questo caso, non sarebbe affatto un progresso, oltre a rappresentare una contraddizione programmatica. 

sabato 9 marzo 2013

IL CALCIO DELLA CASTA: LA FARSA GENOA - MILAN E' SOLO LA PUNTA DELL'ICEBERG

                                   Ballardini, trainer di un Genoa tartassato dagli arbitri

Chissà se e quando arriverà il giorno in cui, finalmente, il tifoso italiano medio troverà il coraggio di porsi la fatidica domanda: vale ancora la pena seguire un campionato - farsa? Perché oggi sta toccando al povero Genoa, ma la ruota della persecuzione, prima o poi, gira per tutte le squadre: beninteso, tutte le squadre medio - piccole. In questo, la nostra Serie A rappresenta lo specchio più tristemente fedele di un Paese in sfacelo materiale e morale, raso al suolo dall'inettitudine e dall'arroganza di una casta di pochi eletti, un'oligarchia che si è arricchita alle spalle di un popolo sempre più povero, sempre più in difficoltà, privato di qualsiasi speranza in un futuro migliore. Fateci caso, un quadro desolante applicabile in tutto e per tutto anche all'italico football: c'è una casta formata dalle cinque squadre metropolitane, le milanesi, le romane e la Juve, a cui tutto è concesso e a cui la strada è sempre e comunque spianata, e c'è il popolo dei piccoli club sempre più distante dai "ricchi" per potenzialità economiche, sempre più tartassato, sempre più ridotto al ruolo di fastidiosa comparsa. E, per continuare a esercitare il proprio predominio senza fastidi, questa odiosa élite si avvale della premurosa collaborazione di una classe arbitrale avvilente, nella sua crassa inadeguatezza tecnica e di personalità. 
GIA' DA PECHINO... - Ripeto: non è una questione di vittimismo tifoideo. Perché se oggi nell'occhio del ciclone c'è il bel Genoa di Ballardini, nel passato è toccato a qualcun altro e domani toccherà ad altri ancora. Personalmente, su questo blog avevo denunciato l'esistenza di un problema arbitrale ormai fuori controllo in tempi assolutamente non sospetti: quest'estate, dopo l'orrido spettacolo in Mondovisione fornito dalle nostre "giacchette nere" in occasione della Supercoppa fra Napoli e Juventus, in quel di Pechino. Mentre tutti i media, o quasi, spararono a zero sui partenopei, rei di avere antisportivamente disertato la premiazione, io preferii concentrarmi su una gestione arbitrale assolutamente inaccettabile, che aveva chiaramente indirizzato l'esito del match mettendo i bianconeri in posizione di favore. Qualcuno mi diede persino del "becero", sulla base dell'ottuso dogma per cui le giacchette nere non vanno toccate in quanto rappresentano comunque la componente più sana del sistema, mentre le magagne sono altre. Già all'epoca specificai di non avercela con la Juventus in particolare, poiché la sudditanza psicologica va  a vantaggio, a turno, di tutte le grandi, nessuna esclusa. Ciò che è accaduto in quest'ultima settimana lo dimostra in maniera fin troppo cruda. 
GENOA TARTASSATO - Fino a qualche mese fa, il Genoa era la squadra zimbello del nostro campionato: perdeva, meritatamente, partite in serie, giocando un calcio di infima qualità e facendo sembrare dei colossi anche compagini di totale modestia tecnica, come il Chievo, che sbancò Marassi con irrisoria facilità, o la Samp di Ferrara, che si aggiudicò un derby inguardabile, o il Cagliari, che era in caduta libera e che invece proprio dal successo in rimonta sui liguri trasse linfa per risalire la classifica fino a mettersi nell'attuale posizione di relativa tranquillità. Poi, è successo che il Grifone si sia poderosamente rinforzato nel mercato di gennaio, abbia cambiato provvidenzialmente guida tecnica e sia quindi diventato, finalmente, una squadra di calcio, un gruppo compatto capace di giocare un football quantomeno discreto, di battersi col furore agonistico necessario per le lotte nei bassifondi, di sfoderare una concretezza che gli ha consentito di inanellare una bella striscia di risultati positivi. Ebbene, come era giusto riconoscere l'ineccepibilità dei continui rovesci rossoblù fino alla fine della gestione Del Neri, oggi non si possono chiudere gli occhi sugli scempi arbitrali che hanno costretto Borriello e compagni ad uscire a mani vuote da due partite giocate largamente meglio degli illustri avversari, Roma e Milan. 
ARBITRAGGI DA MATITA BLU - Quella dell'Olimpico, domenica sera, doveva essere la partita di Totti che raggiungeva Nordahl, e c'è da dire che il direttore di gara, Gervasoni, nulla ha fatto per impedirglielo: il rigore con cui il Pupone ha potuto celebrare il suo record di cartapesta dovrebbe essere proiettato nei corsi di formazione per arbitri, come esempio lampante di errore da matita blu. Di contorno, altre decisioni sesquipedali, dall'espulsione burla di Ballardini a quella eccessiva di Kucka, la cui sola colpa è stata quella di reagire alla provocazione del solito Totti, campione sopravvalutatissimo, perché per essere fuoriclasse veri occorre anche essere irreprensibili sul campo, e la carriera del 10 romanista è piena di episodi non proprio edificanti, dallo sputo a Poulsen al fallaccio su Balotelli in una finale di Coppa Italia. 
A seguire, poche ore fa, la farsa del Ferraris: quando ci si vede negare  almeno tre rigori solari, diventa totalmente inutile qualsiasi disquisizione tecnica. E qui una fetta significativa di colpa l'hanno anche i media: perché parlare della concretezza del Milan sotto porta e della scarsa incisività del Genoa, delle belle parate di Abbiati, del palo Di Bovo, di Pazzini che segna con una gamba sola, insomma raccontare la partita come se fosse stata "normale", significa nascondere la realtà di un match che, ancora una volta, è stato deciso dall'arbitro, nella circostanza il signor Damato, e non dai giocatori. Un match falsato, con una delle due contendenti che non è stata messa in grado di giocarsi le proprie chance alla pari con gli avversari. 
PROBLEMA ARBITRALE - Ripeto, non parlo di congiure: il Genoa è solo la vittima occasionale, ma non si può continuare a chiudere occhi e cervello sul fatto che, fra le innumerevoli magagne del football tricolore, ci sia anche una "squadra" di fischietti totalmente inadeguata. Attenzione, non adombrerò mai alcun tipo di sospetto sulla presunta malafede di questi signori, perché non sono abituato a parlare senza prove concrete e schiaccianti: ma una certezza c'è, granitica, ed è rappresentata dal livello bassissimo dei nostri arbitri, anche se qualcuno continua ancora oggi a propalare la favoletta dei "fischietti italiani migliori al mondo", uno dei tanti stupidi mantra inculcatici fin da bambini, come quello, risibile, del "i torti e i favori a fine stagione si compensano per tutti". 
I nostri arbitri sono impreparati tecnicamente (certo, non li aiuta un regolamento sempre più intricato, ma c'è da dire che è il loro lavoro, sono pagati per quello, per studiarlo per benino e applicarlo di conseguenza in campo...) e soprattutto impreparati psicologicamente: incapaci di reggere alla pressione, odiosamente esercitata anche attraverso i media, dei club più potenti, oppure affetti da inguaribile protagonismo, spinti dall'irrefrenabile desiderio di salire in cattedra e di ergersi a primattori di una vicenda agonistica che dovrebbe vederli, invece, solo discreti ma equi custodi delle tavole della legge calcistica: in ogni caso,  sono dei deboli, e i deboli non devono avere la possibilità di gestire partite del campionato italiano di serie A. Ma finché si continuerà a glissare sull'argomento e a parlare del Genoa - Milan di turno come fosse stata una partita "ordinaria", decisa da prodezze ed errori dei giocatori, saremo sempre allo stesso punto. Intanto gli stadi si svuotano: credete davvero sia solo colpa della crisi economica o dell'inadeguatezza degli impianti? O non sarà che non ha più senso spendere soldi, tanti soldi, per assistere a spettacoli privi di qualsiasi credibilità regolamentare e in cui la legge non è più uguale per tutti? 

giovedì 7 febbraio 2013

BRUTTA ITALIA IN OLANDA: RIPARTIRE DAL "VECCHIO" BUFFON E DALLO SCRICCIOLO VERRATTI

                                Osvaldo: fra le poche note liete azzurre ad Amsterdam 

Possono bastare dieci minuti all'arma bianca per riscattare una partita che più grigia non sarebbe potuta essere? No, ragionevolmente no, anche se quel finale in cui gli azzurri han messo a ferro e fuoco l'area olandese è valso perlomeno a rompere l'incantesimo statistico, scongiurando in extremis la sesta sconfitta consecutiva in amichevole, un'onta francamente inaccettabile per la squadra vicecampione d'Europa pur trattandosi di partite senza nulla di concreto in palio. L'1 a 1 di Amsterdam soddisfa dunque le esigenze degli almanacchi, mentre rappresenta un passo falso clamoroso sul piano della qualità della prestazione, nonché su quello dell'immagine che, negli ultimi due anni, la Nazionale italiana ha saputo trasmettere al mondo intero. 
AZZURRI AI MINIMI TERMINI - Guai, in occasioni del genere, a farsi condizionare dal risultato positivo, e soprattutto dall'ultima impressione, quella lasciata dagli assalti finali alla porta Oranje, coronati dal gol gioiello di Verratti. Dieci minuti, o giù di lì, sono solo una debole fiammella accesasi in un'ora e mezza di buio pressoché totale. Parliamoci chiaro: una partita così brutta, l'Italia non la giocava probabilmente dagli albori dell'era Prandelli, penso ad esempio allo squallido 1 a 1 di Klagenfurt con la Romania. Non ha funzionato alcunché o quasi, e fino ai fuochi d'artificio sul filo del rasoio era emersa solo la grandezza di Buffon, uno a cui occorre solo augurare di percorrere fino in fondo l'identica parabola agonistica dell'illustre predecessore Dino Zoff: chi Iddio lo conservi ancora a lungo su certi standard, il buon Gigi, rimasto da solo per larga parte del match ad opporsi alle bordate olandesi: unico a tenerci in partita, sventando almeno tre palle gol, unico ad aver interpretato questa sfida col piglio giusto, il piglio del professionista che, ovviamente entro i limiti dettati dagli stimoli e dalla consistenza della posta in palio, non deve far distinzione fra impegno amichevole e incontro coi tre punti in palio. 
LE AMICHEVOLI SONO UN IMPICCIO? - C'è chi dirà che, nel pieno della stagione agonistica, col campionato che sta entrando nel vivo e la ripresa delle Coppe ormai alle porte, questi "test match" risultino più un impiccio che altro, per i calciatori. Storia vecchia, che l'ardore agonistico dell'Olanda ha smentito in corso d'opera e della cui infondatezza, del resto, gli stessi azzurri hanno dato dimostrazione più volte, anche in tempi recenti (ultimi esempi, le gare di Dortmund contro la Germania nel febbraio 2011, o contro la Spagna a Bari nell'agosto dello stesso anno, e persino quella di pochi mesi fa con la Francia a Parma, persa immeritatamente). Non esiste una regola in tal senso, se non quella che la concentrazione massima, per partite di questo genere, a volte è presente e a volte no. Dipende da tanti fattori, non necessariamente dalle distrazioni provenienti dai club. Resta il fatto che si è trattato di un'occasione buttata via, un autobus perso sulla strada della maturazione, del perfezionamento del profilo internazionale del gruppo. 
FALLIMENTARI - Quasi nulla ha funzionato, dicevamo, a partire da una difesa costantemente in affanno, più sul piano collettivo che su quello individuale: perché Astori, ad esempio, non ha fatto male, offrendo alcune chiusure effettuate con gran tempismo, ma è mancato il sincronismo nei movimenti di tutto il reparto. Centrocampo di carta velina, nel filtro come in fase di rilancio e impostazione, tanto che la costruzione del gioco d'attacco, per larghissimi tratti dell'incontro, semplicemente non è esistita. E la prima linea, soprattutto in Balotelli ed El Shaarawy, ha risentito di questa assoluta inconsistenza della manovra, rimanendo abbandonata a se stessa e affidandosi a sporadici spunti individuali quasi costantemente frustrati da una retroguardia arancione rimpolpata e rinvigorita, nemmeno lontana parente della banda del buco di Euro 2012. Più in generale, il modulo 4-3-3, per la verità piuttosto "spurio" visto il tridente atipico con Candreva, non mi pare il più funzionale per una rappresentativa cresciuta e consolidatasi percorrendo altre strade tattiche. Ma è stato l'atteggiamento complessivo sul terreno di gioco ad essere da squadra modesta, involuta, svogliata, priva di personalità: timorosi in ogni fase del gioco, i nostri, rinunciatari e remissivi, tanto da consentire più volte agli avversari di giungere senza contrasto fino ai limiti dell'area, dove Van Persie, Lens e compagni venivano poi affrontati senza decisione e con scarsa reattività. 
Insomma, una partitaccia che, oltre ai citati Buffon e Astori, di buono ha mostrato solo l'intraprendenza di Abate nelle sue sgroppate offensive, retaggio di un passato da esterno alto ai tempi dell'Under 21, inserimenti peraltro non supportati da adeguata precisione in fase di cross, e un Balotelli che, pur al 30 per cento delle proprie possibilità, è stato l'unico, nel desolante primo tempo, a minacciare la porta di Krul con un destro potente ma impreciso. Sugli altri, meglio stendere il classico velo pietoso. Poi, i i tanti cambi e la svolta, tardiva sul piano del gioco ma efficace ai fini del risultato: Florenzi ha portato intraprendenza e coraggio, Diamanti tanto movimento anche se, alla resa dei conti, poca lucidità e incidenza nulla in avanti, mentre Osvaldo e Gilardino sono andati a costituire una coppia estemporanea ma imprevedibilmente efficace, col romanista a sfiorare due volte la marcatura di testa e il bolognese a chiamare il portiere a una deviazione prodigiosa su tocco ravvicinato. 
GILA C'E'! - Gila non è il futuro di questa nostra Nazionale, ma la mini - prestazione di stasera è importante per la sua autostima, e rappresenta in fondo una sonora, simbolica rivincita nei confronti di chi troppo frettolosamente, alle prime avversità, appiccica etichette di "giocatore in declino" o "da pensione". Già nella disgraziata parentesi genoana, prima dell'infortunio, aveva mostrato la sua grandezza di centravanti completo, abile a far gol ma anche a giocare per i compagni, a tenere su la squadra, a creare varchi e fornire assist. A Bologna, pur in un contesto complessivamente modesto, si è ritrovato, dopodiché è chiaro che il domani azzurro passa principalmente attraverso Supermario, il Faraone e altri giovanotti, magari anche quel Borini appena riemerso da un lungo stop. Ma, dietro le quinte, lui c'è ancora, pronto per mortiferi blitz part time. 
VERRATTI, BATTESIMO DEL GOL - Da Amsterdam, Prandelli riporta in patria una sola, autentica gemma, il battesimo del gol di Verratti, talento purissimo che ancora fatica a uscire dal bozzolo in azzurro, che dispensa le sue geometrie con discontinuità (ma, del resto, con discontinuità viene utilizzato, e in spezzoni di gara non è che si possa sempre dare il meglio di sé, soprattutto quando si ricopre un ruolo così delicato), ma che non si risparmia e sa votarsi al sacrificio, se necessario, vista la capacità di far legna e interdizione. Un bel segnale, il suo sinistro morbido e chirurgico a fil di sirena, l'unico di una serata che non ha dato né lustro all'albo d'oro, né indicazioni importanti e definitive al cittì. Un'Olanda - Italia che, in definitiva, non aggiunge nulla al percorso di formazione del gruppo azzurro sulla strada di Brasile 2014. Un'occasione gettata alle ortiche, lo ribadiamo.
SPERIMENTARE - Forse è sbagliata la concezione di fondo: ai tempi della gestione Bearzot, c'era un famosissimo e bravo giornalista, Gualtiero Zanetti, che contestava il trainer perché, nelle amichevoli, schierava quasi sempre i titolari, gli stessi, noti e stranoti, che disputavano le gare ufficiali, da Zoff a Cabrini, da Scirea a Tardelli, da Causio a Paolo Rossi; la celebre prima firma del Guerin Sportivo (e opinionista della Domenica Sportiva) sosteneva che nei test match sarebbe stato più giusto sperimentare, cercare alternative valide ai mostri sacri della prima squadra. Ecco, forse ora come ora il criterio da seguire sarebbe questo. Si badi, non come regola aurea, ma adatta al momento storico, alla contingenza che sta vivendo la nostra selezione: all'alba del 2013, la Nazionale ha ormai una sua fisionomia sufficientemente definita, delineatasi in due anni e mezzo di gare ad alto livello e sublimatasi in un ottimo Europeo. E' una squadra che, per l'80 - 90 per cento della sua abituale formazione tipo, può tranquillamente reggere fino al Mondiale, necessitando solo di alcuni ritocchi e di un gruzzolo di "titolari aggiunti". Bene, si utilizzino allora questi test match in tal senso, dando ampio spazio alle attuali seconde linee: sugli esiti tecnici e tattici non garantiamo, ma lo spirito giusto per affrontare l'impegno non mancherà, e i subentrati di questa sera, con la loro voglia e la loro aggressività, lo hanno dimostrato in maniera inequivocabile. 

mercoledì 26 dicembre 2012

SERIE A, BILANCIO NATALIZIO: FIORENTINA E LAZIO SU, ROMA GIU', BOLOGNA FIORE NEL DESERTO DEI BASSIFONDI E...

                               Klose, uno dei pochi fuoriclasse assoluti della Serie A

Serie A praticamente al giro di boa. La sosta natalizia giunge quando manca appena un turno alla conclusione del girone di andata, e c'è dunque materiale sufficiente per abbozzare un bilancio di metà stagione. Innanzitutto, la qualità del torneo. Nel complesso, mi pare che il livello tecnico generale sia rimasto sostanzialmente sulla stessa linea, non esaltante, degli ultimi campionati. Non vi sono stati ulteriori passi indietro, e vista la situazione attuale del football nostrano è già un buon risultato. E' vero, sono partiti verso lidi più remunerativi alcuni campioni di levatura internazionale, ma la grande notizia dell'anno è che ne stanno emergendo altri già in grado di non farli rimpiangere, sia sul piano della classe sia su quello del rendimento: il capofila di questo drappello di nuovi eroi del nostro asfittico calcio è senz'altro El Shaarawy, anima, braccio armato e trascinatore del dimesso Milan versione 2012/13. Dire che il ligure non stia facendo rimpiangere Ibrahimovic è perfin riduttivo, eppure proprio l'addio dello svedesone rappresentava la preoccupazione più rilevante per il popolo rossonero; i problemi del team di Allegri sono invece di altra natura, legati al brusco calo di rendimento di certi uomini su cui fino a ieri si poteva fare affidamento a occhi chiusi (l'irriconoscibile Boateng, oppure Nocerino, che solo nelle ultime settimane sta riemergendo da un preoccupante letargo) e sul depotenziamento sostanziale del reparto arretrato (a parte la confortante sorpresa dello scricciolo De Sciglio).
Ma dicevamo del livello tecnico globale: né meglio né peggio del passato, grazie soprattutto alle sei squadre che occupano le posizioni "europee" e a due provinciali "di lusso", Atalanta e Catania, posizionatesi nella "terra di mezzo", il mare della tranquillità del centroclassifica.  Il rendimento di queste "magnifiche otto" e il buon tasso qualitativo del loro gioco sta infatti compensando le brutture della "parte destra" della graduatoria, animata da compagini in caduta libera sul piano della classe dei singoli e della bontà della manovra praticata, tanto che, per loro, sarebbe più corretto parlare di serie A2, senza offesa.
ZONA EUROPA - Juve senza avversari, anche al di là delle già trionfali previsioni estive. L'assenza di un bomber di statura internazionale viene assorbita grazie alla produttività di un gioco collettivo martellante, che porta alla conclusione un po' tutti con grande frequenza (pensiamo alle incursioni spesso vincenti di Lichtsteiner, Vidal, Marchisio). E in avanti, comunque, i vari Vucinic, Quagliarella e Giovinco sono più che sufficienti per abbattere la fragile concorrenza nazionale. In generale, il blocco azzurro del club bianconero sta marciando a grandi passi verso le vette raggiunte da quello storico di fine anni Settanta - primi Ottanta, per carisma ed efficacia in campo; sulle differenze di classe fra i due "gruppi" il dibattito potrebbe essere infinito, non è nemmeno il caso di aprirlo... Insomma, pur essendo giusto (anzi, doveroso) sottolineare episodi scandalosi come quello di Catania, o altri che scandalosi lo sarebbero potuti diventare (contro l'Inter), è pacifico che la superiorità dei torinesi sul resto del lotto sia al momento abissale.
Dietro di loro, si gioca sostanzialmente a ciapanò, nel senso che nessuna è in grado di piazzare una serie positiva sufficiente ad avvicinare la vetta, ma vi sono meriti e demeriti. I meriti sono quelli di Fiorentina, soprattutto, e Lazio, che stanno facendo assai più di quanto è nelle loro possibilità. I viola sono stati anche fortunati, per le tante scommesse vinte sul mercato straniero (in tutti i reparti, da Roncaglia a Rodriguez, da Borja Valero a El Hamdaoui) e per il recupero di due italiani che, per ragioni diverse, parevano perduti per il grande calcio, Aquilani e Toni. Con gli opportuni aggiustamenti, potrebbe essere la squadra boom del futuro. La Lazio si giova di un centrocampo da scudetto, eccellente soprattutto in fase propositiva e nei mortiferi inserimenti dei vari Candreva e Mauri, e di un fuoriclasse come Klose, attaccante completo e inesorabile. Entrambe somigliano ala Juve nella capacità di giungere al gol attraverso molteplici strade offensive, la Viola è anche più piacevole a vedersi, mentre la Lazio sa fare punti, tanti punti, anche nelle giornate di non grande vena, attingendo al proprio serbatoio di concretezza e sfruttando le poche opportunità create, basti guardare l'ultima sfida con la Samp e quella precedente con l'Inter.
Proprio a proposito dei nerazzurri, che quella allestita quasi in.. austerità da Moratti non fosse compagine da lotta per il titolo era intuibile fin dall'estate, quindi non può essere considerata una delusione. Ha un organico da piazzata, non certo da vincente, e il brusco calo di rendimento giunto proprio dopo l'impresa di Torino, che aveva riaperto il campionato, testimonia anche l'inadeguata tenuta mentale del complesso. Più deludente, se vogliamo, il Napoli, ma è un discorso del tutto relativo, visto che comunque i partenopei son sempre lassù: l'incremento numerico della rosa è stato più quantitativo che qualitativo (Gamberini e Behrami a parte), Mazzarri continua a soffrire il doppio impegno (interno ed estero), che invece, per dire, Juve, Lazio e Inter sembrano aver imparato a gestire adeguatamente. Insigne cresce bene, ma è chiaro che non può essere lui, al primo anno di A, a far compiere il passo decisivo verso il traguardo scudetto, mentre l'attacco avrebbe bisogno di pedine alternative più valide del modesto Vargas (se si spengono Cavani e Hamsik è notte fonda), così come iniezioni ad alto tasso di competitività urgono anche per la terza linea.
La vera delusione del drappello di testa è la Roma, che sprigiona gioco a tratti piacevole, sa regalare partite memorabili sul piano delle luminarie offensive, ma è vittima di squilibri e ingenuità tattiche pericolosissime. Il solito Zeman, verrebbe da dire cadendo nella banalità, e allora spostiamo l'obiettivo sull'organico, che per qualità sarebbe in grado di poter competere con la Juve non dico da pari a pari ma... quasi. Il momentaneo fallimento, più che nell'approccio "emozionante" ad ogni gara, sta proprio qui, in una rosa che, sinora, ha espresso appena il 30 - 40 per cento delle proprie potenzialità.

                                         Peluso, uomo chiave dell'ottima Atalanta

IL MARE DELLA TRANQUILLITA' - Nella terra di mezzo c'è il Milan, di cui si è già parlato in apertura, in risalita come i mezzi tecnici gli consentono: mezzi peggiori rispetto a quelli degli anni scorsi, e tuttavia non certo deprimenti come in molti li avevano dipinti. Ma ben più dei rossoneri hanno finora tenuto alto il nome del gioco Atalanta e Catania: organizzazione ed equilibrio tattico e diversi interpreti che, per talento e incisività, meriterebbero di recitare in compagini di primissima fascia. Meno scoppiettante il Parma, che non ha più il Giovinco "settebellezze" della stagione scorsa, con inevitabili conseguenze sulla resa spettacolare che il fantasista in miniatura sapeva garantire a tutto il complesso, ma è costruito attorno a una difesa ultracollaudata e a un centrocampo eclettico e di gran sostanza. In avanti, Amauri fa il suo (non tantissimo, in verità, ma meglio di niente), è mancato alle attese il referenziato Pabòn mentre si stanno esprimendo su livelli del tutto inattesi Belfodil e il... meno reclamizzato dei due Sansone provenienti dalla cadetteria. E Parolo è di nuovo il califfo della zona nevralgica che aveva addirittura conquistato la Nazionale, nel suo primo anno di Serie A a Cesena. Sta infine riemergendo l'Udinese, al momento però lontana dalle vette di buon calcio (spettacolo, intensità, concretezza) toccate nell'ultimo biennio.
NEI BASSIFONDI - La spaccatura fra i... due lati della classifica non è tanto nei punteggi e nei distacchi ma, come detto, sul piano della qualità del gioco. Se davanti si vede un football tutto sommato ancora godibile, dietro c'è un panorama grigio assai, più grigio ancora che in passato. Lotta per la salvezza al ribasso: il Cagliari sembra aver perduto la spinta dei suoi storici "draghi", i vari Conti, Nainngolan e Cossu, artefici di tanti campionati nel segno della tranquillità. E il pasticciaccio Is Arenas, con molte gare giocate in un clima freddo e asettico con spalti deserti o quasi, di certo non aiuta...
Il Chievo ha trovato tre vittorie consecutive con un po' di fortuna (Roma) o profittando del momento più nero delle rivali (Genoa e lo stesso Cagliari), ma anche in questo caso le espressioni di gioco (mai eccelse in verità, ma comunque più che discrete) delle più recenti stagioni fanno capolino sempre più raramente. La Sampdoria, esaltata oltre ogni pudore dai media cittadini che straparlano di progetti a lungo termine, di isola felice e di stadi nuovi da costruire, è in realtà una squadra modestissima, con il buon Gastaldello a reggere quasi da solo le file di una difesa fragile, Obiang e Poli unici nel mezzo a cercar di parlare un linguaggio tecnico adeguato alla categoria, assieme a un Maresca che ha però regalato fin qui pochissime fiammate degne della sua fama un po' appannata, e l'evanescenza del reparto offensivo, con Eder (fisico di cristallo) e Pozzi che si confermano non all'altezza della A, Icardi bravino ma ancora acerbo e Maxi Lopez che fa dentro - fuori per motivi fisici e caratteriali.
Ancor peggio il Genoa, preda di un caos tecnico totale che, oltretutto, ha fatto sembrare molti elementi peggiori di quanto in realtà siano (l'ultima buona prova di San Siro lo conferma). In ogni caso compagine incompleta e mal costruita, che dovrà essere rivoltata come un calzino nell'ormai imminente mercato, puntellando soprattutto il reparto centrale difensivo e le fasce laterali tanto care a Delneri, invece di disquisire su partenze eventuali di Borriello e Immobile, fin qui i minori tra i tanti problemi emersi.
Il Torino è squadra che non ha del tutto espresso le sue potenzialità soprattutto offensive (Bianchi, Cerci e... l'altro Sansone: con questi tre elementi un decoroso centroclassifica dovrebbe essere alla portata, ma finora il loro apporto è stato di molto inferiore alle attese): una difesa rocciosa (rispetto alla media delle dirette rivali), nonostante i guai fisici che stanno tormentando il suo migliore elemento, Ogbonna, e la praticità di un gioco essenziale stanno cavando la squadra fuori dalle sabbie mobili. Involuto fortemente anche il Palermo, che del resto si è presentato ai nastri di partenza con tanti elementi già retrocessi l'anno scorso (Ujkani, Morganella, Von Bergen) e che ha conosciuto, negli anni, un progressivo depauperamento tecnico simile a quello del Genoa, all'insegna delle continue cessioni eccellenti surrogate da acquisti via via sempre meno azzeccati.
Meglio di tutti, là in fondo, è forse il Bologna:  manca di continuità, ha lacune grosse in difesa e anche nel mezzo, ma se in giornata riesce ad esprimere trame di tutto rispetto, grazie anche alle sollecitazioni di un Diamanti che è campione di statura europea e che, con tutto il rispetto per i felsinei, è sprecato in un simile contesto. C'è poi Gilardino che lontano da Genova (e ci avrei scommesso) ha ritrovato le misure di gioco che gli sono più consone, quelle di attaccante efficace sotto porta ma anche abile a manovrare, dialogare, creare spazi. Una sciccheria. Sarebbe un peccato se gli sforzi di tali geni del football e la buona impronta di gioco data da Pioli al complesso venissero vanificati dalla modestia complessiva dell'impianto, soprattutto relativamente alla retroguardia.