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mercoledì 11 aprile 2018

IMPRESA ROMA IN CHAMPIONS: UN INVITO ALL'OTTIMISMO. IL CALCIO ITALIANO DEVE SMETTERLA DI PIANGERSI ADDOSSO...


E così, per una sera ci siamo ritrovati ad esser (quasi) tutti romanisti. Perché il calcio italiano ha bisogno anche di imprese come quella giallorossa, per uscire dal pericoloso impasse in cui staziona da quando si è ritrovato escluso dai Mondiali prossimi venturi. La clamorosa qualificazione ai danni del super Barcellona ha un significato che va oltre il risultato del campo, di per sé strepitoso. E' una lezione salutare per tutto il football di casa nostra: un invito a smetterla di piangersi addosso, a darci un taglio con questo inferiority complex che ci attanaglia da troppi anni e che fa accettare con rassegnazione sconfitte considerate pressoché inevitabili. 
CRISI TECNICA? SI', MA... - Di Francesco e i suoi ragazzi ci hanno invece detto che "si può fare". Il pallone tricolore è in crisi? Nessuno lo nega. E' un movimento che ha tanti problemi, e qui sul blog è stato scritto un'infinità di volte; è un sistema-calcio sicuramente in soggezione, sul piano dell'organizzazione, delle risorse finanziarie, del talento puro, del livello tecnico complessivo, rispetto ad altri Paesi. Tanto ancora bisogna fare per venir fuori da questo buco nero, ma il punto di partenza non possono essere le lamentazioni alla Fabio Capello, che in un'intervista di pochi giorni fa si è sentito in dovere di dichiarare che "mancano elementi di grande livello, mancano i talenti, è difficile fare bene con giocatori mediocri". Non c'era bisogno di scomodare l'ex tecnico di Milan, Roma e Real Madrid per sentirsi ripetere tali banalità, ma le sue parole sono anche emblematiche del modo sbagliato in cui, da più parti, si sta approcciando questa crisi. 
MEGLIO LA FILOSOFIA DI CONTE CHE QUELLA DI CAPELLO - Sì, perché viviamo una fase storica di chiaro  ribasso qualitativo degli atleti a disposizione dei vari club e delle rappresentative nazionali, ma non siamo stati rasi al suolo come da più parti si cerca di fare intendere. Ci stanno davanti Spagna, Germania e Inghilterra, ma non siamo precipitati a livelli di modestia calcistica assoluta, non siamo la Finlandia, l'Ungheria o la Scozia, con tutto il rispetto. Abbiamo ancora qualche risorsa di classe, e allenatori che sul piano della genialità strategica, oggi, hanno ben poco da invidiare ad altri referenziati mister di fuorivia. Con una guida tecnica all'altezza, con materiale umano buono pur se non eccezionale, con applicazione, impegno e ferrea volontà, quasi nessun traguardo è precluso. Piuttosto che quelli di Capello, meglio seguire gli insegnamenti di Conte, che alla guida di una Nazionale senza campionissimi, due anni fa, sconfisse sonoramente le superpotenze Belgio e Spagna e mancò di un soffio l'ammissione alle semifinali di Euro 2016.
CAPOLAVORO ROMA - La Roma ha messo a segno un autentico colpaccio, che però non era una mission impossible come la grande maggioranza degli esperti riteneva. Il team capitolino aveva le potenzialità per centrare un 3-0 casalingo, perché è squadra che ha nelle sue corde certe imprese: ricordiamo i quattro punti su sei sottratti al Chelsea nella prima fase, e ricordiamo anche la gara di andata al Nou Camp, in cui la Lupa fu vittima soprattutto della sfortuna (due autoreti!) ma dimostrò di potersela se non altro giocare. Il retour match dell'Olimpico è stato un capolavoro, sotto tutti i punti di vista: i giallorossi hanno saputo aggredire con continuità ma senza lasciarsi prendere dalla foga, hanno reso pressoché inoffensiva la manovra azulgrana, ricevendo una spinta supplementare dal sollecito gol dello strepitoso Dzeko, gigante dai piedi buoni che con la sua mole, i suoi movimenti sincronizzati al secondo e precisi al millimetro, ha messo da solo in ambasce la retroguardia catalana. In terza linea, Manolas ha giganteggiato con una serie di salvataggi provvidenziali, effettuati dopo aver siglato, con una perfetta deviazione su corner, il gol del trionfo, e Allison ha trasmesso ai compagni una costanze sensazione di sicurezza assoluta. Ma anche la sparuta pattuglia tricolore si è ben distinta: De Rossi non ha sprecato un pallone, Florenzi ha corso per tre ma con lucidità, e quando è subentrato anche El Shaarawy si è mostrato più vivo che mai, costringendo alla paratona Ter Stegen su un'azione che avrebbe potuto anticipare il 3-0. Poi, certo, anche gli avversari sono parsi decisamente al di sotto del loro standard: ma, da sempre, per poter ribaltare un pronostico non basta far tutto bene, è anche necessario che chi ti sta davanti sbagli qualcosa o sia in giornata storta. 
BASE DI PARTENZA - Sorpresa? Sì, certo, ma, lo ripeto, fino a un certo punto. Il nostro campionato ha club che possono tirare fuori queste grandi prestazioni sulla scena internazionale: lo sta facendo la Lazio, pur nella dimensione ridotta dell'Europa League, lo hanno fatto negli anni passati il Napoli e la Juventus, la quale stasera si troverà davanti un ostacolo davvero proibitivo, ma che il Real Madrid lo ha meritatamente battuto ed eliminato nella semifinale Champions del 2015, e che nella passata stagione ha strapazzato il Barça di Messi, proprio come ha fatto la Roma, arrivando a giocarsi la seconda finale di Coppacampioni in tre anni. Se questa volta ai bianconeri ha detto male in Europa, è semplicemente perché la vecchia guardia è in declino, e nel telaio non sono stati inseriti quegli apporti qualitativi e di freschezza che le avrebbero consentito di puntare a un'altra campagna europea di primo piano. Ma il calcio italiano tiene ancora orgogliosamente le posizioni. La Roma ci ha detto che non è più tempo di pessimismo, di rimuginare all'infinito sulla nostra inferiorità: qualche cartuccia da sparare l'abbiamo ancora. L'impresa di Dzeko e compagni è un invito a crederci di più, a non rassegnarsi: non risolve i problemi del football nostrano, ma può essere una buona base di partenza per recuperare entusiasmo e per lavorare più alacremente alla risoluzione dei nostri guai. E allora, per una volta, "grazie Roma". 

lunedì 1 giugno 2015

BILANCIO DELLA SERIE A, SECONDA PARTE: SAMP, TORO E PALERMO OK, GIOVANI AZZURRI ALLA RIBALTA, L'INTRAMONTABILE TONI

                                 Toni: ha scoperto l'elisir dell'eterna giovinezza calcistica
                                       
A proposito di Europa: chi sarà la terza rappresentante tricolore nell'ex Coppa UEFA? Non dovesse andare chi l'ha meritato sul campo, ossia il Genoa, dietro regna sovrana la confusione. La Sampdoria è la prima pretendente in virtù del suo settimo posto, ma c'è una norma che parla chiarissimo (è a pagina 3 del regolamento della manifestazione, per chi volesse toccare con mano): per partecipare, occorre non essere stati coinvolti direttamente o indirettamente, a far data dal 27 aprile 2007, in attività volte ad influenzare il risultato di incontri nazionali o internazionali. E i blucerchiati, nel 2012, sono stati deferiti per responsabilità oggettiva e presunta in merito all'affaire Guberti per Bari - Sampdoria dell'anno precedente, uscendo dal procedimento non per assoluzione, ma patteggiando una condanna di un punto di penalizzazione e 30mila euro di ammenda. Il problema esiste, non a caso la UEFA ha chiesto chiarimenti in merito alla Federcalcio italiana: e il fatto che nel 2014 il Toro sia stato invece regolarmente ammesso alla competizione (oltretutto da ripescato per il caso Parma), nonostante il coinvolgimento in analogo problema "giudiziario", non implica in automatico che l'errore, se di errore si è trattato, debba essere ripetuto una seconda volta. 
SAMP E TORO, PIU' ALTI CHE BASSI - Tornando alle cose di campo, proprio Samp e Toro, così come il Palermo, sono state altre protagoniste positive del torneo, oltretutto sostanzialmente inattese, anche se i loro risultati li hanno colti percorrendo strade di gioco diverse dalle compagini citate nella prima parte di questa analisi: meno fioretto e più sciabola, in estrema sintesi. Per tre quarti di torneo i blucerchiati hanno addirittura respirato aria di Champions, troppa grazia, ma nel valutare il loro cammino pesa enormemente il crollo finale, una sola vittoria nelle ultime dieci gare, undici punti di vantaggio dilapidati nei confronti dei "cugini": un'involuzione che non può essere spiegata solo con la forzata rinuncia all'ottimo Eder, che però è evidentemente pesata tantissimo. I granata sono stati più altalenanti, "spargendo" lungo il cammino le fasi "up" e quelle "down": eccellente in particolare la prima parte del ritorno, con imprese importanti (vittoria a Milano con l'Inter e in casa col Napoli, derby conquistato dopo tempo immemorabile), poi forse ha pesato la fatica del doppio impegno, con le belle prove europee al cospetto di Athletic Bilbao e Zenit San Pietroburgo a compensare ampiamente le piccole amarezze interne. 
NESSUNO IN... VACANZA ANTICIPATA - Il Palermo ha spiccato il volo sulle ali dello straordinario Dybala, fuoriclasse in pectore, e non ha mai veramente mollato i pappafichi: nel finale, arbitro della lotta salvezza, ha perso con l'Atalanta, ma si è riscattato vincendo a Cagliari. A tal proposito, mi piace sottolineare un altro aspetto positivo di questo torneo: nessuno, in dirittura d'arrivo, ha davvero sbracato come troppo spesso è accaduto in passato. Pur con qualche fisiologica pausa dovuta al calo di motivazioni, grosso modo tutti han fatto il loro dovere fino in fondo, e l'hanno dimostrato o con risultati effettivi o con prestazioni gagliarde (penso a quella dell'Udinese a Roma, o dell'Empoli con la Samp). Neanche il disastrato Parma ha smobilitato, e anzi ha accumulato un discreto tesoretto sottraendo punti anche a rivali quotatissimi. 
I MIGLIORI AZZURRI E AZZURRABILI - Italiani alla ribalta, si diceva, giovani e meno giovani. Il rendimento elevatissimo di Florenzi e la sua versatilità lo collocano fra i potenziali titolari inamovibili della Nazionale, così come Parolo, splendido tuttofare del centrocampo, una delle chiavi della stagione monstre laziale assieme a Candreva, ormai giocatore di statura internazionale così come lo juventino Bonucci, che giganteggia in difesa e partecipa anche alla costruzione; confortanti conferme sono giunte da Darmian, che già era stato uno dei pochi a salvarsi dal disastro di Brasile 2014. Detto nella prima parte di Rugani e Valdifiori, altri elementi definitivamente acquisiti alla causa azzurra sono Bertolacci e Soriano, di cui ho già ampiamente tessuto le lodi in passato, e restando in casa Samp dovrebbe a breve sfondare anche Romagnoli, mentre il guardiano rossoblù Perin, fin da adesso, potrebbe prendere in qualsiasi momento il posto di Buffon fra i pali della rappresentativa (ma l'ostinato Gigi vuole imitare Zoff e disputare il Mondiale 2018 a 40 anni suonati).
 Paloschi ha tirato fuori dal cilindro un campionato superlativo, elemento cardine della tranquilla salvezza del Chievo: è definitivamente recuperato al grande calcio, e la convocazione per lo stage dell'Italia conferma che può essere utilissimo alla causa di Conte, in un momento in cui le punte "azzurrabili" segnano drammaticamente il passo. Scendendo.. d'età, Gabbiadini ha convinto all'esordio in una grande, Berardi ha di nuovo messo insieme un buonissimo bottino di gol (mentre Zaza è stato troppo intermittente), sono emersi Zappacosta (laterale completo), Baselli e Cataldi; Pavoletti, che non è più di primo pelo, è stato la grande sensazione del finale di stagione genoano, e Bonaventura ha navigato con maestria nel mare in tempesta di un Milan quasi allo sbando.  
TONI IL SEMPITERNO - Di Luca Toni si è detto tutto il bene possibile: per quanto mi riguarda rimane una riserva, che è poi la stessa che accompagna le ripetute prodezze sotto rete di altri due "vecchiacci" (detto affettuosamente) come Totti e Di Natale (ma anche del redivivo e meno reclamizzato Maccarone), ossia il fatto che il calo qualitativo della nostra massima serie abbia allungato la carriera a molti stagionati bomber di qualità, consentendo loro di aver vita relativamente facile in maglie difensive slabbrate e poco talentuose (basti vedere il numero elevatissimo di gol complessivo delle ultime stagioni, "vendemmiate" che non sono quasi mai sinonimo di calcio di pregio). Ma certo ci vogliono anche classe, quella classe in possesso di gente cresciuta in un football italiano più competitivo, applicazione in campo e negli allenamenti, in poche parole professionalità: Toni è risorto nel 2012 dopo un quadriennio oscuro che lo aveva quasi collocato fra gli ex, merita solo un plauso incondizionato. 
DELUSIONI - Come detto in precedenza, la delusione più nobile e grottesca è stata quella romanista, mentre lo stesso Napoli non può certo dirsi soddisfatto della propria temporada. Bocciatissime le milanesi: Inter senza progetto tecnico e aggrappato a sporadiche giornate sì, alle alterne lune di Guarin e alla costanza di fromboliere di Icardi; insufficiente l'apporto di Mancini, dal quale ci si aspettava un quid in più atteso invano fino alla fine; inspiegabile l'involuzione di Ranocchia, lontano anni luce dai tempi baresi. Più misteriosa, ai miei occhi, la crisi del Milan, il cui organico lo poneva assolutamente in grado di conquistare quantomeno un posto in Europa League. Coraggioso l'investimento sul "prodotto interno lordo" in una fase di diffusa esterofilia: detto di Bonaventura, Destro fra alti e bassi ha confermato di saper comunque vedere la porta, mentre non ha convinto Antonelli (grave errore lasciare Genova). Nel finale si è rivisto un positivo El Shaarawy, un ragazzo che deve essere assolutamente recuperato in pieno per il bene di tutto il calcio tricolore, perché ha numeri da potenziale fuoriclasse. 
Nonostante l'impennata finale (quattro vittorie su quattro), inserisco a malincuore fra le delusioni il Sassuolo, perché credo che dai neroverdi sia lecito attendersi molto: lo dicevo già l'anno scorso, l'ho ribadito quest'estate, per qualità di organico quella di Di Francesco è rosa da medio - alta classifica, invece nel girone di ritorno è andata incontro a una profonda involuzione e ha trovato la salvezza matematica (per quanto nei fatti già scontata) solo col successo di Cesena. Zaza, che aveva iniziato alla grande anche in azzurro, ha poi conosciuto una stagione problematica, ma anche lui è un patrimonio del nostro calcio e va atteso con fiducia. (2 - FINE). 

BILANCIO DELLA SERIE A, PRIMA PARTE: FINALE SPETTACOLO GRAZIE ALLA CORSA EUROPEA. JUVE, LAZIO, GENOA, EMPOLI E FIORENTINA LE SQUADRE PIU' "BELLE"

                                 Parolo, uno degli artefici della splendida stagione laziale

Ma sì, alla fine questa Serie A 2014/15, nata in abiti dimessi dalle ceneri del Mondiale brasiliano e sviluppatasi lungo sei - sette mesi all'insegna della povertà di gioco e di emozioni, senza pathos in testa come in coda, specchio fedele della relativa modestia del movimento calcistico italiano, ha trovato in dirittura d'arrivo nuove risorse vivificatrici. Il rush finale ha proposto un campionato nuovo, vestito (quasi) a festa: lotta serrata per la conquista di un posto nelle due manifestazioni europee, espressioni di gioco imprevedibilmente brillanti da parte di alcune compagini (non tutte di primissimo piano), qualche giovane rampante offerto alla causa azzurra prossima ventura e, di converso, un ultra - veterano scatenatosi in zona gol fino ad artigliare il trono della classifica marcatori. 
RILANCIO EUROPEO - Insomma, in sede di bilancio della "temporada" appena conclusasi, non c'è di che lamentarsi più di tanto, visti i chiari di luna. E a nobilitare il torneo, a renderlo più credibile agli occhi di esperti ed appassionati, è arrivato anche il risveglio nelle Coppe: l'ottimo cammino di Fiorentina e Napoli fino alle semifinali di Europa League (con grossissimi rimpianti per i partenopei: la finale era ampiamente alla portata) e soprattutto la splendida cavalcata della Juventus fino all'ultimo atto di Champions, hanno dimostrato che il nostro football è sì malato, ma non ridotto così male secondo il messaggio che in troppi vogliono lasciar passare (qualcuno parla della Serie A come fosse la lega finlandese, con tutto il rispetto: suvvia, tornate sulla Terra...). 
Finale brioso, si diceva, due mesetti godibili a compensare la totale prevedibilità della corsa scudetto, con Madama troppo superiore agli avversari, ulteriormente rafforzata da una rinnovata dimensione internazionale, e la bagarre salvezza risoltasi in maniera sollecita, anche qui per evidente disparità di forze: Cesena non attrezzato per la massima categoria, Parma alle prese con ben più gravi problemi, Cagliari raso al suolo dalla mancanza di una chiara bussola tecnica (Zeman sì, Zeman no, Zeman... ripristinato, Zeman di nuovo via), con "anziani" non più all'altezza e non in grado di far da chioccia a prospetti interessanti ma mandati allo sbaraglio. 
LAZIO TERZA, MA ARGENTO "MORALE" - Non è il caso di fare pagelle e pagelloni, altre firme ben più quotate e preparate ci penseranno ed è inutile intasare l'offerta di articoli di tal genere; segnalo, a tal proposito, l'ottimo lavoro dell'amico Gianni Gardon, a questo link. Mi limiterò, come l'anno passato, a qualche flash su squadre e protagonisti parsi più meritevoli. Corsa europea entusiasmante, si diceva, anche se a vivacizzarla è stata, va detto, l'inconstanza di squadre che non sono mai state in grado di assumere un andatura lineare su livelli elevati. Penso a Roma e Napoli, innanzitutto. Può sembrare paradossale inserire i giallorossi fra le delusioni del torneo, visto il secondo posto artigliato quasi in extremis: a chi storce il naso di fronte a questa valutazione, consiglio di dare un occhio al rendimento del team di Garcia da dicembre in poi. Roba da mettersi le mani nei capelli: per lunghe settimane la Lupa è stata una nave che imbarcava acqua senza sosta, con difficoltà insormontabili nel produrre una manovra appena apprezzabile, vittima di debolezze mentali e di una campagna acquisti invernale da matita blu (incredibile che qualche buontempone avesse considerato positivi gli acquisti di Ibarbo e di Doumbia). 
Riguardo ai partenopei, che fossero usciti indeboliti dal mercato estivo era stato ampiamente sottolineato, e per una volta il campo ha fornito inappuntabili riscontri tecnici ai giudizi sulla carta. Amnesie difensive, alti e bassi ingovernabili, rendimento inaccettabile con le medio - piccole (sconfitte con Chievo, Udinese, Palermo, Torino, Verona, Empoli, per non parlare dei tanti pareggi, in ultimo quello col Parma già retrocesso e in enormi guai societari). La speranza Champions coltivata fino all'ultimo è stata sostanzialmente un cadeau della Lazio, che ha parzialmente tirato il fiato in dirittura d'arrivo (sconfitte interne con Inter e Roma), ma che nello spareggio del San Paolo ha colto il giusto premio alla sua straordinaria stagione, in cui per continuità, solidità, piacevolezza e qualità di manovra avrebbe anzi meritato la medaglia d'argento dietro agli inarrivabili bianconeri. 
QUELLE CHE HANNO DATO SPETTACOLO - Il discorso sulla Lazio introduce quello sui "vincitori morali" della stagione, ossia sui club portatori di aria nuova e inebriante, fautori di un gioco di alto spessore. Candreva e compagni, certo, mentre non mi fa certo velo la passione tifoidea se nel gruppo metto il Genoa, lo splendido Genoa che, pur cambiando in parte volto fra andata e ritorno, si è mantenuto su alti livelli di rendimento e sciorinato sovente, soprattutto negli ultimi due mesi, un football di caratura quasi europea, aggressivo e ad alti ritmi, inizialmente tendente troppo al ricamo per poi trovare gradatamente la dovuta efficacia sotto porta. Ha colto un sesto posto che è fra i migliori risultati del dopoguerra, e si è ripreso la supremazia cittadina (quarta volta dal ritorno in massima divisione), traguardi che nessuno potrà togliere al Grifo: rimane il nodo della effettiva partecipazione all'Europa League, appesa al filo di ricorsi e controricorsi cavillosi, talmente intricati che entrare nel dettaglio sarebbe ingiusto nei confronti dei miei pochi lettori, non essendo il sottoscritto a conoscenza di ogni aspetto della vicenda. 
LE MAGAGNE EUROPEE DEL GRIFO - Han voluto invece entrare nel dettaglio tanti, troppi giornalisti, diffondendo notizie incomplete quando non palesemente infondate, e palesando una crassa impreparazione in campo giuridico. Sconcerta e amareggia, in tal senso, soprattutto l'atteggiamento ostile di larga parte dell'informazione locale, critica e distruttiva a prescindere nei confronti del sodalizio rossoblù. C'è chi, dalle colonne di un giornale in gravissima difficoltà (si parla di imminente chiusura: del resto, se la qualità media dell'informazione è questa...), ha addirittura avuto l'ardire di sostenere che questa storia sia probabilmente peggiore di quella della "valigetta" (ossia il controverso illecito di Genoa - Venezia 2005, tralasciando il fatto che la fantomatica "valigetta" di Preziosi di fatto non sia mai esistita, altra invenzione giornalistica). Vada come vada, rimane il grave passo falso iniziale della società (la licenza UEFA doveva essere ottenuta subito), ma i chiarimenti sul processo di risanamento dei conti del Genoa (forniti dalla dirigenza e dal legale Grassani) meritano fiducia, e i continui accostamenti al caso Parma sono del tutto arbitrari. 
EMPOLI E VIOLA DA APPLAUSI - Tornando alle "belle" della Serie A, altra citazione è di diritto per l'Empoli: un collettivo perfettamente organizzato, col gusto del gioco offensivo, grazie anche a un centrocampo e ad esterni martellanti. E anche qui, come per il Genoa, gran ritmo, elemento imprescindibile per farsi strada nel pallone d'oggidì. Sarri ha lanciato sulla ribalta  che conta Valdifiori, cervello fino, ottimo orchestratore della manovra giunto fino alla Nazionale; Rugani non ha patito l'impatto con la massima categoria, e l'azzurro dovrebbe conquistarlo a strettissimo giro di posta; Tonelli, Verdi, Pucciarelli e l'eterno Maccarone si sono espressi su standard di eccellenza. Bene tutto sommato anche la Fiorentina, nonostante quel breve ma disastroso black out primaverile che ha prodotto ben quattro sconfitte consecutive, di cui due in casa con Verona e Cagliari. Colpa del logoramento fisico e mentale causato dal cumulo di impegni? Di certo, quando la Viola ha girato al massimo delle potenzialità è parsa una delle squadre più piacevoli da guardare: gioco di pregio, pochissimi palloni sprecati grazie all'abbondanza di piedi buoni, manovra avvolgente e agile, costante iniziativa: unico limite, emerso in maniera lampante soprattutto in EL, la scarsa concretezza. Troppo pochi i gol rispetto alla mole di lavoro creata. Alla fine, comunque,sono arrivate la conferma europea e addirittura un quarto posto, col Napoli scavalcato sul filo di lana: ed è in fondo positivo che a rappresentare l'Italia nella seconda coppa continentale siano i due team arrivati quasi in fondo all'ultima edizione, è un segno di continuità, con la possibilità di riprovarci con una maggiore abitudine alle incognite di questa competizione non amatissima dalle nostre parti. (1 - CONTINUA). 

sabato 16 maggio 2015

CALCIO ITALIANO IN "RIPRESINA": A BERLINO UNA JUVE DAL CUORE TRICOLORE

                                   Tevez e Morata: punte straniere di una Juve azzurra

Ma allora c'è stata o non c'è stata, la rinascita del calcio italiano di club nelle competizioni europee? D'accordo, l'impresa della Juve, che però non ha commosso chi, appunto, sostiene che il pallone tricolore sia solo e soltanto la Vecchia Signora, e dietro di lei il vuoto più o meno assoluto. E poi gli ultimi flash lasciatici in eredità dalla settimana di Coppe  hanno immortalato la resa senza condizioni della Fiorentina e, soprattutto, il disastro Napoli, fiaccato dall'ultracatenaccio ucraino e dalla propria insipienza, tattica e di gioco.
Tuttavia, penso che non sia proprio il caso di fare gli schizzinosi. Veniamo da un lustro di raccapricciante oscurantismo, illuminato solo, un anno fa, da un una semifinale di EL raggiunta dalla solita Armata bianconera, che però sembrò più che altro una colossale occasione mancata, visto che la finale si sarebbe giocata proprio nello stadio di casa dei pluricampioni d'Italia. Possiamo pure parlare di "ripresina", mutuando un ipocrita termine usato spesso in passato da certi nostri politicanti, ma, fatta la dovuta tara alle amarezze del giovedì appena trascorso, non si può non considerare positivo il bilancio di questa annata. Un quadriennio di fallimenti continentali, si diceva, e la Nazionale di Prandelli rasa al suolo dal disastro brasiliano: per il football di casa nostra si trattava dell'anno zero, e in realtà non si intravedevano neppure le premesse di una risalita, visto che l'estate 2014 ci aveva proposto eventi non propriamente edificanti, come l'elezione di Tavecchio al soglio FIGC e i nostri club che avevano ripreso la consueta razzia di mezze figure sul mercato estero, ignorando i migliori prospetti indigeni.
Così, questa stagione 2014/15 è sbocciata come un fiore nel deserto: soprattutto perché le nostre società hanno finalmente compreso quanti danni abbia provocato al movimento (leggasi: crollo nel ranking UEFA) l'aver snobbato per troppo tempo l'Europa League. Modus operandi fondato oltretutto su una convinzione sostanzialmente errata, ossia che puntare sul trofeo internazionale potesse causare sonori crolli sul fronte interno. Cosa avvenuta rare volte in passato, e magari per motivi del tutto diversi (la Samp passò dai preliminari di Champions all'EL e infine alla Serie B per altre questioni, ad esempio), mentre quest'anno abbiamo assistito al brillante comportamento del Torino, spintosi fino agli ottavi di EL e, fino a una settimana fa, baldanzoso e in lizza per un nuovo piazzamento europeo. 
Abbiamo portato cinque nostre rappresentanti agli ottavi della seconda coppa, e due fino alle semifinali: il derby conclusivo a Varsavia era alla portata, ma l'illusione svanita non deve far dimenticare quanto di buono fatto in precedenza. E ricordiamo che la Fiorentina, nella semifinale col Siviglia, ha giocato per un tempo, il primo dell'andata, completamente alla pari coi quotatissimi rivali, pagando però a carissimo prezzo un difetto già evidenziato nei turni precedenti: l'incapacità di concretizzare l'enorme mole di gioco e di occasioni create; può andarti bene contro la Dinamo Kiev, ma contro gli spagnoli paghi pegno. Riguardo al Napoli, la doppia semifinale è stata in fondo lo specchio di una stagione balorda, nata male e sviluppatasi lungo sentieri tortuosi: una squadra indebolita rispetto all'annata precedente, che ha proceduto a strappi ma senza mai trovare una apprezzabile continuità, infine arenatasi contro lo scoglio di un Dnipro nettamente inferiore sul piano della classe pura, ma tatticamente impeccabile (e chiuso a doppia mandata), nonché motivatissimo. Contro compagini che fanno tale densità difensiva risulta difficile manovrare in maniera fluida e creare costante pericolosità, ma di certo i partenopei ci hanno messo del loro, mostrando prevedibilità, lentezza, imprecisione. Un vero peccato, e tuttavia va tenuto a mente che, nonostante le lacune del team di Benitez, alla fine a decidere la qualificazione è stata anche una clamorosa svista arbitrale, visto il gol in offside degli ucraini al San Paolo.
Il mancato raggiungimento della finale di EL è stato ampiamente compensato dall'incredibile cavalcata juventina nella Coppa regina. Anche perché l'approdo a Berlino di Tevez e compagni è assai più sintomatico di una parziale ripresa (ripresina, appunto) del nostro asfittico football dopo le magre degli ultimi anni: Napoli e/o Fiorentina all'atto conclusivo dell'ex UEFA avrebbero avuto effetti benefici sul ranking, senza però dire alcunché sullo stato di salute del nostro movimento, trattandosi di compagini che puntano quasi esclusivamente su elementi di fuorivia, La Signora, invece, ha un cuore prettamente italiano, un nucleo azzurro di veterani (Buffon, Pirlo, Chiellini), di gente "a metà del guado" (Bonucci, Marchisio), più un giovanissimo come Sturaro che è risultato fondamentale nel match di Torino col Real Madrid, dando sostanza al reparto di mezzo e sfoderando una inattesa personalità. La qualificazione della compagine di Allegri è stata nel complesso meritata: al Bernabeu ha dato perfino l'impressione di aver fatto il colpo senza attingere al pieno delle proprie potenzialità, ha ben contenuto le Merengues, che hanno sprecato un discreto numero di palle gol ma anche corso più di un rischio. Peccato che una tale impresa sia stata macchiata dall'atteggiamento di Morata, che ha realizzato due gol pesantissimi fra andata e ritorno senza esultare, rovinando così parzialmente i due momenti più belli della sua finora breve carriera in omaggio al'ottusa consuetudine del "rispetto per la ex squadra". 
Ma tutto passa in cavalleria di fronte all'obiettivo centrato. Né si può dire che contro il Barcellona non vi siano chances per la nostra rappresentante, perché in partita singola può accadere di tutto. Tornando al consuntivo stagionale, se la squadra che esprime il meglio del prodotto interno lordo calcistico approda alla finale di Champions vuol dire che una crescita vi è stata; se altri due club, pur zeppi di stranieri, hanno sfiorato l'atto conclusivo di EL, va apprezzato il cambio di mentalità nell'approccio alla seconda competizione continentale, a dimostrazione che i continui fallimenti degli ultimi anni non sempre (anzi, quasi mai) erano stati dovuti a una effettiva inferiorità delle nostre squadre al cospetto di quelle estere. Dopodiché, certo, la strada è ancora lunga, e tante le soluzioni da adottare affinché questi exploit non si rivelino effimeri. Soluzioni che sono state già indicate più volte in questo blog, e sono comunque sotto gli occhi di tutti: visto che qualcosa si è mosso, è forse tempo di essere un po' più ottimisti e di auspicare un'autentica inversione di tendenza. Intanto, il ranking ha ripreso parzialmente a sorridere: non può piovere per sempre. 

venerdì 20 marzo 2015

IL CASO ROMA: LA SQUADRA GIALLOROSSA SI E' SFALDATA A DICEMBRE, QUATTRO LE PARTITE - SVOLTA

                                         Rudi Garcia: non sa più che pesci pigliare... 

Cosa diavolo sta accadendo alla Roma? Difficile comprenderlo per chi, come il sottoscritto, non vive quotidianamente l'ambiente giallorosso. Non ho dunque né risposte né soluzioni, ma non si può non rimarcare il fatto che la parabola di questa disastrata "grande" in ambasce rappresenti pressoché un unicum, nella storia della nostra Serie A. Fateci caso: il percorso di De Rossi e compagnia ha un che di schizofrenico, del tutto insolito per quelle compagini d'alta classifica che, in linea di massima, sempre si contraddistinguono per un rendimento costante su buoni livelli: inizialmente bella o quantomeno concreta, poi, da lungo tempo, brutta, perdente, inghiottita da un buco nero tecnico, eppure incredibilmente ancora aggrappata a un secondo posto che mai è stato così bugiardo. Presentatasi ai nastri di partenza agostani come la più autorevole candidata a rivaleggiare con la Juve per lo scudetto, fino ai primi di dicembre ha marciato, in campionato, su ritmi elevatissimi, superando anche le secche (più psicologiche che tecniche) in cui era andata a impantanarsi dopo la caduta della sesta giornata allo Stadium torinese (con contorno di vittimismi assortiti), e, in apparenza, persino il terribile knock out patito in Champions League dal Bayern, a domicilio (1-7). 
QUATTRO GARE SCHOCK - Tutto più o meno liscio fino a fine novembre, diciamo fino al rotondo 4 a 2 imposto all'Inter, poi si è spalancato il baratro. La svolta della stagione in quattro partite chiave, equamente divise fra Europa e Italia: in Coppacampioni, il suicidio di Mosca, col gollonzo del pari incassato contro il Cska allo spirare del match e compromissione del passaggio del turno, ufficializzata nella successiva dimostrazione di impotenza all'Olimpico col Manchester City, trionfatore senza nemmeno soffrire tanto. In patria, prima il rischio - crollo in casa col Sassuolo (che ebbe di che lamentarsi della direzione di gara) scongiurato in extremis, poi la discussa e immeritata vittoria di Genova sui rossoblù, con contorno di inaccettabili, sesquipedali e decisivi svarioni arbitrali: una sfida, quest'ultima, che ha inciso negativamente sulle sorti di ambedue le compagini. Quella di Gasperini, pur mantenendosi su una decorosa linea di galleggiamento, non è più riuscita a toccare i vertici di rendimento del primo terzo di torneo (complice anche una incomprensibile ostilità delle giacchette gialle, oltreché per innegabili responsabilità interne al Grifone), ma ad avere la peggio, alla lunga, è stato proprio il gruppo di Garcia. 
SECONDI CON RENDIMENTO DA ZONA SALVEZZA - Da quei giorni di fine 2014, la Roma è diventata Rometta. Dapprima sorretta da abbondanti dosi di buona sorte (ricordate il passaggio di turno in Coppa Italia contro l'Empoli?), alla fine non ha trovato più alcunché a cui aggrapparsi. La qualità della manovra è precipitata a livelli da bassifondi, e il ruolino di marcia è diventato specchio fedelissimo di questa involuzione. Ed ecco il paradosso: nonostante il rendimento imbarazzante mostrato all'indomani del citato "poker esiziale" di partite, la Roma si trova tuttora al secondo posto in campionato. Eppure, a vederla oggi, sembra una squadra che per espressioni di gioco, consistenza, approccio mentale alle gare, ha tutte le stimmate del team da retrocessione - salvezza risicata. E' in un tunnel, qualcosa di più di una crisi passeggera: l'incapacità di battere il Parma fantasma, la lunga sequela di pareggi anche in impegni alla portata, la resa senza condizioni di fronte a Sampdoria e Fiorentina, sono la spia di qualcosa di serio, di non facilmente estirpabile. Se gli unici lampi di luce di questi mesi sono stati la vittoria di Rotterdam (contro un Feyenoord modesto, che faceva paura solo per l'ambiente infuocato) e la doppietta - selfie di Totti nel derby, c'è poco da stare allegri. 
SMARRITA LA BUSSOLA TECNICA - Tutto incomprensibile, si diceva, perché nella stagione 2013/14 sembrava esser stato avviato un circolo virtuoso, un ciclo che nel giro di due - tre anni avrebbe potuto portare alla conquista di qualcosa di concreto. E invece la bussola tecnica sembra esser stata smarrita: scarsa fiducia ai giovani, ovviamente soprattutto agli italiani (Destro non è un fenomeno, ma poteva ancora tornare utile, per non parlare del promettente Romagnoli dirottato alla Samp), acquisti stranieri un tanto al chilo (e certi "esperti" hanno avuto il coraggio di parlare di "rinforzi" a proposito degli arrivi di Ibarbo e del mistero Doumbia), declino improvviso di certi totem che parevano inaffondabili (De Sanctis e soprattutto De Rossi) ai quali non sono stati trovati adeguati ricambi, e, alla fine, il solito aggrapparsi all'eterno Totti, della cui longevità io stesso ho tessuto le lodi pochi mesi fa, ma che a livello di allori autentici, ossia di apporti decisivi al raggiungimento di traguardi "da toccare con mano", non sposta più alcunché da almeno una decina d'anni. In tutto questo, Garcia sembra aver perso il controllo del gruppo, mai pare in grado di azzeccare la mossa vincente, di indirizzare una gara con un'idea tattica o col cambio giusto al momento giusto. Così, la Roma è fuori da tutto, o quasi: niente Champions, niente Europa League, niente scudetto e niente Coppitalia, spettacoli da Serie B su tutti i campi: quale miracolo potrà tenerla in corsa per il secondo posto? 

venerdì 13 marzo 2015

CHAMPIONS ED EUROPA LEAGUE: DAL PSG ALLA FIORENTINA, IL CALCIO DI CLUB HA SMARRITO IL LEGAME COL TERRITORIO


Mercoledì scorso, ottavi di Champions League a Stamford Bridge, Chelsea contro Paris Saint Germain: blues con due soli inglesi in campo (i centrali difensivi Terry e Cahill), ospiti con un unico francese (il centrocampista Matuidi). Ieri sera, ottavi di Europa League, derby italiano (e sottolineo "italiano") fra Fiorentina e Roma:  solo che gli italiani, nei due undici iniziali, erano appena due (due su ventidue!), ed entrambi nelle file giallorosse, De Rossi (ben presto uscito di scena) e Florenzi. Ecco, questo è, a grandi linee, il calcio di club degli anni Dieci, perlomeno ai piani più alti. Anzi, tanto perché sia chiara da subito la mia posizione, non è calcio, non lo è più. 
MULTINAZIONALI - Questi tornei continentali, soprattutto il più prestigioso per censo e.. giro di miliardi, hanno in cartellone spettacoli di altissimo livello tecnico, sovente una delizia per gli occhi. Ma si tratta, appunto, di spettacolo: il football autentico, nella sua essenza originaria e genuina, è un'altra cosa. Siamo quasi alla logica "globetrotters": pochi potentati economici hanno dapprima creato una élite di super società pressoché impenetrabile (si guardino vincitori e protagonisti di Champions degli ultimi quattro - cinque anni), e ne hanno poi trasformato i roster in "all stars", con campioni e campionissimi prelevati da ogni parte del mondo, ma quasi sempre stando alla larga dai vivai locali. Un PSG o un Chelsea potrebbero tranquillamente operare, giocare e avere sede a Dubai, a Mosca o in qualsiasi altra parte del globo: Londra e Parigi c'entrano poco, quasi nulla. 
CAMPANILISMO E LEGAME COL TERRITORIO - L'essenza del calcio, si diceva, sta anche, per me soprattutto, nella sua rappresentatività nazionale, nel legame e nell'identificazione col territorio. Che non è provincialismo, ma capacità di alimentare un po' di sano campanilismo nel tifoso ma anche nel calciatore, di rinsaldare il senso di appartenenza a un luogo: sono sentimenti che, declinati in senso positivo (alla larga cioè da eccessi di sciovinismo) hanno decretato nel Novecento il successo di ogni sport, e soprattutto l'oceanico favore popolare coagulatosi attorno al football. 
Personalmente sono uno che, pur coltivando una moderata nostalgia per certi aspetti di un mondo calcistico che non c'è più, ha sempre voluto guardare avanti, cercando il buono pure nelle tante, troppe novità che dal Duemila in poi hanno caratterizzato l'evoluzione di questa disciplina. Ma accettare il progresso non significa farsi andar bene tutto: in compagini come il Chelsea e il Paris Saint Germain, o come la Fiorentina e la Roma di ieri sera (ma mettiamoci anche l'Inter o il Napoli, per restare in ambito EL) la rappresentatività nazionale non esiste, il legame col territorio è stato buttato alle ortiche. E quindi si sono sradicate e rinnegate le radici stesse del fenomeno calcio.
GLOBALIZZAZIONE NEFASTA - Spogliatoi in cui si parlano dieci o più lingue, accozzaglie di calciatori di formazione diversa, nessun autentico collante morale a tenerli insieme, se non i contratti, peraltro assai volatili: non più atleti ma grigi professionisti, che vanno dove ti offrono di più, si chiami anche Anzhi, e chissenefrega se il prestigio del club è inesistente, basta che paghi bene. Danni di una globalizzazione male interpretata e portata agli eccessi, che non si può applicare a tutto: il calcio ha, ebbene sì, una propria valenza culturale, che consiste anche nella salvaguardia e nella valorizzazione della "produzione" locale. Incredibile che, dalla sentenza Bosman in poi, nessun fine giurista abbia trovato qualche machiavellico dispositivo per dare contorni concreti a questo rilievo culturale, e arginare la deriva della circolazione indiscriminata di atleti. 
PIU' ITALIA NEL PSG - Un trionfo nella seconda coppa continentale di una delle compagini nostrane (il Torino devo purtroppo escluderlo, per i suoi mezzi limitati) è certo auspicabile per alimentare il nostro esangue ranking UEFA, ma non sarebbe in alcun modo un termometro attendibile dello stato di salute del pallone tricolore, di cui esse non sono espressione. Il livello di un movimento calcistico, sul piano strettamente tecnico, si misura innanzitutto dalla capacità del vivaio nazionale di produrre elementi di valore, per poi portarli a rapida e proficua maturazione, e non certo dalle illusorie affermazioni di pittoreschi ensemble di brasiliani, croati, sloveni, greci e ivoriani. Idem, ovviamente, nel caso di un trionfo in Champions del PSG, per il quale siamo anzi al paradosso: significherebbe poco o nulla per il football transalpino (così come nulla significò per noi quello dell'Inter straniera nel 2010), mentre sarebbe un segnale interessante per l'Italia, visto che nella squadra di Laurent Blanc militano ben tre azzurrabili, assai più di quelli che è possibile rintracciare in molte realtà di vertice della nostra Serie A. 
ARISTOCRAZIA IMPENETRABILE - I club dell'élite internazionale, si diceva, hanno ormai dato vita a un'aristocrazia impenetrabile, nella quale è pressoché impossibile entrare per spontaneo progresso tecnico (se non in maniera sporadica), ma solo dotandosi di proprietà facoltose, russe o arabe purché immettano nelle casse societarie abbondante liquidità. Atletico Madrid e Borussia Dortmund sono luminose eccezioni, l'augurio è che lo possa essere la Juventus, la quale peraltro, negli anni della piena maturità del suo gruppo di nazionali azzurri (dei Buffon e dei Barzagli, dei Bonucci, dei Chiellini e dei Pirlo), ha dimostrato di non poter andare oltre un determinato limite. 
SCOUTING STRABICO - In questa gruppuscolo ormai destinato a spartirsi la Champions per molti lustri, oltreché a dettar legge nelle rispettive patrie, si è anche perso il concetto di scouting: perché non ci vuole particolare fiuto  di mercato per andare a pescare in giro per il mondo il Verratti o il Diego Costa, il Pastore o l'Azpilicueta, il Courtois o il Thiago Silva. Il lavoro di scouting rimane invece un lodevole punto di forza delle società di seconda fascia europea, quindi di quasi tutte le italiane qui citate, ma, ripetiamo, non si vede perché questa operazione "scova talenti" debba essere indirizzata pressoché esclusivamente verso l'estero. Dicono che i giovanissimi di casa nostra costino troppo: ammesso e non concesso che sia del tutto vero, ci sarà pure un modo per porre un tetto, anche se mi rendo conto che ben poco si può fare, dopo essersi dotati di una presidenza federale impresentabile e votata al totale immobilismo. Ma non sono convinto che sia tutto qui il problema, e prima poi anche questo ostracismo al "prodotto interno lordo calcistico" dovrà essere chiarito, una volta per tutte. 
NON CI RESTANO CHE LE NAZIONALI... - Qualche firma prestigiosa ritiene che le competizioni per rappresentative nazionali abbiano ormai ampiamente perso fascino e appeal, a tutto vantaggio della Champions League e, più in generale, proprio dei tornei fra club. Non è vero (basti pensare alla copertura giornalistica, agli spettatori in loco e attraverso i media vecchi e nuovi, alla passione ma anche al giro di soldi che Mondiali ed Europei continuano a generare): alla luce di quanto scritto sopra, sono proprio quei tornei l'ultimo baluardo a difesa del DNA più autentico e genuino del pallone. Le Nazionali e le loro sfide ridanno vigore al campanile e al senso di appartenenza, al patriottismo sano, e danno la misura più realistica del livello qualitativo di un movimento, dei suoi progressi e dei suoi passi indietro. Quelli di Champions e di Europa League sono solo scontri fra "all stars": emozionanti, gradevoli, ma senza "sugo" storico e di prospettiva. Quasi delle "americanate"... 

giovedì 2 ottobre 2014

LA JUVENTUS "EUROPEA" NON E' ANCORA SBOCCIATA. A MADRID NON ERA UNA MISSION IMPOSSIBLE

                                Bonucci: non può essere il solo creatore di gioco juventino

E' sempre la solita Juventus europea? Una doverosa premessa: non può essere la seconda partita della fase a gironi di Champions League a dare una risposta chiara e definitiva al quesito, però le antenne è meglio cominciare a drizzarle per tempo. Il test era discretamente probante: trasferta nella tana dell'Atletico Madrid, ossia la squadra sensazione delle ultime stagioni, capace di vincere una Liga e di arrivare a un minuto dalla conquista del più importante trofeo continentale, di raggiungere i vertici internazionali sbaragliando club ben più quotati e, soprattutto, più dotati finanziariamente. Il simbolo più efficace dell'abilità imprenditoriale e gestionale, della capacità di far quadrare i conti e di allestire formazioni competitive pur dovendo far le nozze coi fichi secchi (relativamente, si intende: stiamo pur sempre parlando di una società di primo piano di uno dei movimenti calcistici di punta del panorama mondiale). 
UN'ALTRA SQUADRA - Tuttavia, il nuovo Atletico, quello visto ieri sera al Calderòn, è tutt'altra compagine rispetto alla macchina perfetta che ha "quasi" dominato l'annata pre Mondiale: Courtois, Filipe Luis, Villa e Diego Costa sono giocatori che non si possono sostituire, in blocco, da un giorno all'altro; Griezmann e Mandzukic, certo, hanno buona caratura internazionale, Cerci deve ricostruirsi una verginità dopo il disastro brasiliano e non è ancora entrato nelle grazie di mister Simeone, il portiere Moyà e il laterale Ansaldi sono tutti da verificare agli alti livelli. Un cantiere aperto e nulla più, insomma: i colchoneros sono in quel limbo che attraversano, normalmente, le squadre che passano da una fase storica colorata di tonalità epiche a un "anno zero" carico di incognite. Una formazione "normale", terrestre, che se già non incantava con luminarie di gioco nei mesi del suo apogeo, ancor meno lo fa oggi, aggrappandosi a una manovra "minimalista", alle alchimie e alla garra del Cholo (vero deus ex machina del miracolo biancorosso) e a un "mestiere" che rimane, forse, l'unica eredità di peso della breve ma intensa "età dell'oro" chiusasi nel maggio scorso: quel mestiere che consente di farsi strada anche se latitano risorse di classe autentica in dosi massicce. 
OCCASIONE MANCATA - Tutto questo per dire che il viaggio sulle rive del Manzanarre doveva essere, per la Juve, qualcosa di meno terribile di quanto il censo dell'avversaria lasciasse prevedere. Anzi, al di là dello sconfortante curriculum europeo recente della Vecchia Signora, proprio gli uomini di Allegri potevano mettere sulla bilancia qualche titolo in più: meccanismi collaudati di un team che da tre anni domina in patria, mantenendo un nucleo fisso di giocatori arricchiti di volta in volta da pochi innesti; la ritrovata vena di Tevez fuori dall'Italia; la continuità tecnica che il nuovo trainer è riuscito a stabilire con la gestione Conte, testimoniata dall'avvio lanciatissimo (sei vittorie su sei fra campionato ed Europa); la malizia internazionale portata in gruppo da Evra, non a caso l'unico dei nuovi acquisti ad aver cominciato il match da titolare. Senza dimenticare che, se c'è una squadra italiana a cui l'esperienza sui grandi palcoscenici del football non manca, questa è proprio la Juve attuale: si parla tanto e giustamente, negli ultimi anni, di calciatori nostrani che non emergono perché i club di appartenenza fanno poca strada nelle Coppe, ma i vari Buffon, Chiellini, Bonucci, Marchisio e compagnia hanno sulle spalle una quantità considerevole di confronti europei (e mondiali), e in teoria non dovrebbero patire più di tanto il passaggio dalle modeste sfide interne a quelle ben più terribili al di là dei patrii confini. 
MANOVRA IMPROVVISATA - Gli esiti, invece, sono stati sconfortanti. Di fronte a un Atletico che giochicchiava, con rare accelerazioni e pochi affondo veramente incisivi, Madama non è riuscita a sfoderare quell'aggressività "contiana" e quella continuità di manovra che potevano certo consentirle di uscire imbattuta dal Calderòn. La partita è stata letteralmente consegnata nelle mani di un'avversaria che, per vincerla, ha fatto davvero il minimo sindacale. E' mancato il coraggio, ma non si è vista nemmeno un'apprezzabile idea di gioco: l'impostazione affidata a Bonucci può essere un'opzione, una delle tante, non l'unica autostrada tattica praticabile per la costruzione delle trame d'attacco. Il fatto che il 35enne Pirlo continui ad essere fondamentale, al punto che la squadra perde un buon 90 per cento di potenzialità offensive senza la sua tessitura, è sconfortante: in sua assenza, ieri sera, i vari Marchisio, Vidal e Pogba hanno offerto un contributo modestissimo e prevedibile in fase di impostazione e di spinta; soprattutto il francese è parso fin troppo "anarchico", accendendosi con qualche spunto velleitario ma dando poco o nulla al collettivo. E se, Bonucci a parte, il più attivo nel tentare di capovolgere il fronte del gioco è stato l'onnipresente Lichtsteiner, non c'è molto da stare... Allegri. 
NESSUN MIGLIORAMENTO - Insomma, la Juve europea sognata dai tifosi bianconeri, e auspicata da chi chiede un'Italia di nuovo protagonista nelle Coppe, sembra ancora di là da venire. Ha fallito un appuntamento alla portata, che poteva darle fiducia e credibilità per il prosieguo dell'avventura, e che le avrebbe consentito di mettere quasi fuori combattimento la rivale più temuta del girone; è rimasta invece la squadra di quindici giorni fa, che è in grado di battere il Malmoe ma che comincia a tremare e a mostrare la corda non appena il livello dell'avversario si alza anche di poco. Può bastare per superare il primo turno, forse, ma poi? 
MANCA IL GIOCO, NON LA PERSONALITA' - Nessuno pretende che questa Juventus possa già giocare ad armi pari con i Real Madrid e i Bayern (in effetti, non può), ma, per cominciare a salire qualche gradino nelle gerarchie, certe sfide dovrebbero essere affrontate con ben altro piglio. Il problema non è negli uomini (come caratura complessiva l'undici juventino di poche ore fa era superiore a quello spagnolo). Certo, l'impressione è che manchi un po' di convinzione, ma, ripeto, è un deficit psicologico che non può essere dovuto a scarsa personalità e malizia di elementi che, per esperienze pregresse, ne dovrebbero invece avere da vendere. C'è una carenza di soluzioni tattiche e di ritmo: la miglior Juve di Conte, in versione indiavolata, ieri avrebbe stroncato i colchoneros. E un canovaccio di gioco plausibile ed efficace, oltre a rendere più facile il lavoro sul campo, incrementa la convinzione nei propri mezzi. 

domenica 6 luglio 2014

MONDIALI DI CALCIO 2014: BILANCIO DEI QUARTI DI FINALE. ORA L'ARGENTINA FA PAURA: CON UN MESSI (E UN HIGUAIN) COSI'...

                                              Higuain: si è finalmente sbloccato

Cosa rimane, quando non mancano che sette giorni alla battaglia conclusiva, del Mundial delle outsider e dei Paesi emergenti? Nulla, assolutamente nulla, sul piano dei risultati concreti. A contendersi il titolo sarà un consesso di nobili del football planetario: tre Nazionali superdecorate (Brasile, Germania e Argentina, come dire dieci allori iridati) e un'Olanda che non ne può più di veder svanire i suoi sogni di gloria all'ultimo tuffo. Sarà anche il caso di cominciare a porsi qualche domanda, su questa Coppa 2014 che in molti, pochi giorni fa, avevano precocemente classificato come la migliore di sempre, bellissima, esaltante, di livello tecnico memorabile. Forse occorrerebbe mettersi d'accordo sui parametri adottati per azzardare tali valutazioni: le buonissime, a tratti ottime, espressioni di gioco della fase iniziale, indubbie ed encomiabili, non hanno certo rappresentato un unicum nella storia del Campionato del mondo: era già accaduto, in un passato anche recente (ricordo messe di gol e sfide elettrizzanti persino nel primo turno della deprecata edizione nippo - coreana del 2002, per dire), ma il "peso specifico" qualitativo di queste rassegne va misurato sul lungo periodo, e in particolar modo tenendo in massima considerazione l'andamento delle fase a eliminazione diretta, quella in cui emergono i valori veri. 
OTTAVI E QUARTI CON POCHI LAMPI - Ebbene, da quando sono cominciate le partite "dentro o fuori" sono diminuiti i gol e, soprattutto nei quarti, i momenti in cui si è giocato un football quantomeno pregevole. Non solo: l'accesso alle semifinali di quattro potenze assolute del pallone, se da un lato garantisce appeal stratosferico ai match in programma da martedì prossimo, dall'altro ha aperto due "crepe" nella credibilità di questa edizione del torneo, nella "buona fama" che aveva saputo crearsi: in primis, le "nuove grandi", fino agli ottavi portatrici del calcio più piacevole, moderno, propositivo, dinamico (Belgio e Colombia, ma anche Messico e Cile, fra le altre), sono state ridimensionate e cancellate dalla scena nel momento dell'esame di maturità, "quando i duri iniziano a giocare". Si era data una rilevanza storica eccessiva e prematura alle loro comunque incoraggianti prestazioni, ma alla fine è arrivata la "normalizzazione", che è poi il ritorno all'immutabile realtà di sempre: la caratura di "squadra mondiale" non si improvvisa, difficilmente sboccia d'incanto, ma va costruita nel tempo: in Coppa del Mondo contano ancora l'esperienza, la tradizione, l'abitudine a certi confronti e a un palcoscenico che è come... il Festival di Sanremo per un presentatore o un cantante: puoi far bene in altri ambiti anche prestigiosissimi, come la Champions League, ma la "FIFA World Cup" è un'altra cosa, una "bestia" a sé che può bocciare anche vedette di prima grandezza.
La seconda "crepa" è rappresentata dall'approdo ai confronti decisivi di compagini che, a meno di imprevedibili impennate in dirittura d'arrivo, difficilmente lasceranno un segno indelebile nella storia di questo sport. L'unica eccezione è forse rappresentata dalla Germania, di cui da queste parti ho più volte tessuto le lodi, anche se va detto che lo strapotere mostrato al debutto col Portogallo, nonché certe lampeggianti fiammate di calcio pimpante e aggressivo al cospetto del Ghana, hanno poi lasciato spazio all'appannamento contro l'Algeria e alla sapiente, ma priva di acuti, gestione del match contro i frizzanti ma innocui francesi.
ARGENTINA: PRIGIONE TATTICA PER GLI AVVERSARI - Però  la Nationalmannschaft rimane, delle magnifiche quattro, la più completa, organizzata, continua, ricca di alternative (strategiche e di uomini), la più affidabile come progetto di gioco. Del Brasile si è lungamente scritto ieri e anche prima. Dell'Argentina si può invece dire che, nel quarto contro il Belgio, ha offerto la miglior prova di un cammino non certo esaltante, quanto a brillantezza di manovra. Il che è tutto dire, perché i Diavoli Rossi sono stati neutralizzati grazie a una mirabile interpretazione tattica di Sabella e dei suoi uomini, senza però che lo spettacolo ne abbia tratto qualche giovamento. Messi è decisamente ispirato, e si vede: gli basta accendersi quattro - cinque volte in un match per mettere in ambasce gli avversari: ieri stava mandando in gol Lavezzi dopo pochi minuti, e sempre da lui è partita l'azione, poi rifinita da Di Maria, che ha infine riacceso la sopita vena di Higuain, abile a piombare su una palla vagante in area e a scaraventarla in rete di destro con riflesso fulmineo, per poi sfiorare il raddoppio in avvio di ripresa, quando ha colto la traversa dopo un mirabile spunto in velocità.  
Attorno al genietto blaugrana giostra la classica formazione operaia, che poco o nulla concede alla platea ma ancor meno agli avversari, asfissiandoli con una capillare copertura del terreno di gioco e inaridendone la fase creativa, con una gabbia dalle sbarre strettissime che rallenta e arresta le trame "nemiche" fin dalla trequarti, e soprattutto una difesa folta che ha in Garay un inesorabile pilastro ma che è anche di prim'ordine sul piano collettivo. Certo il Belgio ci ha messo del suo, fallendo il primo appuntamento con la storia (ne arriveranno altri, è la sensazione), ma non può essere stata solo una giornata storta ad annullare gli estri di Hazard, a rendere inoffensivi Lukaku e il bel Mirallas ammirato con gli States e a limitare l'ottimo De Bruyne, peraltro anche a Brasilia uno dei più attivi nel sostenere l'azione offensiva. Spente le fonti di gioco di Wilmots, a creare varchi alternativi per l'attacco han provato i laterali Alderweireld e Vertonghen, e non è un caso che dai cross di quest'ultimo siano arrivate due delle migliori palle gol degli europei, mancate di testa da Mirallas e Fellaini. Troppo poco, ad ogni modo, per scalfire il granitico monolite di Sabella, un capolavoro di perfezione organizzativa che di sicuro starà destando l'invidia di molti tecnici italiani...
OLANDA IN CALANDO, MA CON UN FUORICLASSE RITROVATO - A proposito di espressioni di gioco non esaltanti, anche l'Olanda è andata in calando dopo il folgorante avvio di Mundial: stenti penosi prima di far fuori il Messico; contro la Costa Rica, oltre un'ora di impacci prima di salire di tono nella seconda parte della ripresa e montare l'assedio, ciò che non ha scongiurato la soluzione ai calci di rigore. L'exploit dei Ticos risulta tremendamente difficile da valutare: nascita di una nuova vedette internazionale o effimera fiammata? Personalmente propendo per la seconda ipotesi, difficile che un Paese dalle così limitate risorse calcistiche (e di popolazione) e con una tradizione ai minimi termini possa spingersi più in là, in futuro. Pronto a fare il mea culpa, se avverrà il contrario, ma al di là dei loro meriti colossali, in questo torneo ai centroamericani sono girate bene molte cose, in primis scoprire "in loco" che il girone di ferro era in realtà di pastafrolla, fra un Uruguay a un passo dal declino, un'Italia impresentabile per motivi detti e ridetti su questo blog e un'Inghilterra leggerina, ancora all'inizio del proprio cambio generazionale. 
Tornando ai Tulipani, ora possiamo dire di aver visto quasi tutto ai Mondiali: ci mancava l'allenatore che si tiene buona una sostituzione e cambia il portiere poco prima dei rigori di spareggio, mettendo dentro uno specialista, o presunto tale. A colmare la lacuna storica ha pensato Van Gaal, e forse nessun altro avrebbe potuto farlo... Gli è andata bene, per acume, coraggio e fortuna: il "dodicesimo" Krul ha portato in semifinale i suoi con due parate. In precedenza, gli Oranje avevano a lungo marciato in folle, pur meritando ai punti la qualificazione per numero di opportunità create: due bordate di Sneijder si erano infrante sui legni della porta di Navas, Van Persie aveva manifestato una preoccupante involuzione fallendo alcune facili occasioni (clamoroso il pallone ciabattato nell'area piccola su cross dello stesso, indiavolato Sneijder, fuoriclasse ritrovato), ma poi si era visto negare un gol quasi fatto da un rocambolesco salvataggio sulla linea di Tejeda. Classe, ritmo e arguzia tattica non mancano all'Olanda per opporsi validamente alla Seléccion, ma lo avevamo detto anche del Belgio... Vedremo. 

venerdì 21 marzo 2014

CALCIOITALIA ALL'ANNO ZERO: DISASTRO EUROPA LEAGUE, NON CI RESTA CHE LA JUVENTUS

                                      Per Pirlo altra punizione "divina": Fiorentina ko

Cadono come mosche. In quella che, negli auspici, doveva essere la stagione del riscatto italiano in Europa League, il contingente nostrano si ritrova già ridotto ai minimi termini. A ottavi di finale completati, ossia quando i giochi veri devono ancora cominciare, resta in corsa solo la Juventus, la cui qualificazione non può oltretutto essere parametro attendibile circa la competitività internazionale dei bianconeri, essendo giunta, e con non poca fatica, ai danni di un'altra compagine tricolore, la Fiorentina. Per il resto, il battaglione dipinto come agguerritissimo è stato polverizzato da una concorrenza tutt'altro che irresistibile, assumendo le patetiche sembianze di una improbabile armata Brancaleone. Fuori già nel turno precedente la Lazio, estromessa (una sconfitta e un pari) dal modestissimo Ludogorets, del quale il Valencia si è poi disfatto senza soverchie difficoltà; fuori, come detto, i viola di Vincenzo Montella, che pure sono considerati i fautori della manovra dal tasso estetico e qualitativo più elevato della nostra Serie A; ultimo della tremenda serie, fuori il Napoli, incapace di venire a capo di un Porto dalle misure tecniche non certo eccezionali. 
SEMPRE PEGGIO - Un disastro, un disastro pressoché assoluto. Da anni cerchiamo pazientemente, nelle pieghe delle competizioni europee per club, un segnale che possa far sperare in un'inversione di tendenza. E i segnali ogni tanto arrivano, per la verità: in Champions League, l'anno scorso, ci fu il discreto percorso della Juventus, arresasi al Bayern nei quarti dopo brillanti affermazioni su Chelsea e Shakthar; e i partenopei di Benitez, sempre nel torneo più importante, pochi mesi fa si sono resi protagonisti di un turno preliminare per certi versi esaltante, ma sfortunatissimo. Ma si è trattato di exploit del tutto effimeri, che sono stati, anzi, il preludio a ulteriori passi indietro. L'Europa League continua ad essere una manifestazione inspiegabilmente ostile ai colori italiani: non ci resta che la Juve, e la Vecchia Signora ha a questo punto il dovere morale di puntare dritta alla finalissima, non solo perché ad ospitarla sarà il suo stadio di casa. Vincere l'ex Uefa, precisiamolo, non basterebbe a cancellare anni e anni di figuracce ed eliminazioni delle nostre spaurite portacolori, ma porrebbe comunque un freno a una caduta che sembra inarrestabile, e potrebbe fungere da esempio per un diverso approccio, nel futuro, a questa competizione. 
LA CRISI PIU' GRAVE - Fiorentina semifinalista nel 2008, eliminata ai rigori dai Rangers di Glasgow: da allora, nessun club italiano si è più spinto così avanti in Europa League. Uno scempio, un'offesa a un palmarés nemmeno tanto datato, che racconta di un football tricolore a lungo dominatore nel torneo, in qualche caso addirittura con finalissime "fratricide". Spesso, negli ultimi anni, son stato io il primo a dire che nel calcio esistono i cicli vincenti e quelli di recessione, che una fase più o meno prolungata di appannamento può capitare a ogni nazione, ma qui si sta esagerando. I tempi si allungano e l'uscita dal tunnel, invece di avvicinarsi, si allontana sempre più. Il calcio italiano è ridotto a provincia dell'Impero europeo: in entrambe le manifestazioni, le semifinali e spesso persino i quarti ci sono negate sistematicamente. E' una crisi più grave di quelle attraversate in altre epoche dal nostro movimento (fine anni Settanta - primi Ottanta, fine anni Novanta - primi Duemila), perché il tempo non gioca a nostro favore:  i tre Paesi guida corrono a ritmi elevatissimi,  e nella classifica Uefa hanno accumulato su di noi dei vantaggi abissali; altre nazioni un tempo in soggezione nei nostri confronti sono ora in crescita continua: una di queste è il Portogallo, e il fatto che il Porto abbia appena eliminato il Napoli è un'ulteriore brutta notizia per il nostro ranking, sempre più esangue. 
E' una crisi grave e pericolosa perché, per quanto causata da fattori in buona parte noti da anni, sembra lasciare indifferenti i padroni del vapore. E, al contrario di quanto accaduto in occasione di altre congiunture a noi sfavorevoli, questa volta i difetti sono endemici e radicalizzati, non facili da estirpare in tempi brevi: la precarietà dell'organizzazione complessiva e della tenuta economica del sistema, lo spazio sempre più esiguo concesso ai giovani del vivaio nazionale, l'impoverimento tecnico degli organici con conseguente calo qualitativo del gioco sono vulnus eliminabili solo attraverso interventi strutturali ed un cammino lungo e doloroso, del quale peraltro non è ancora stato dato il calcio d''inizio.
Non sarebbe nemmeno giusto sorvolare sulla posizione di subalternità economica del nostro calcio nei confronti di Germania, Spagna e Inghilterra, perché in fondo è anche quella una colpa: istituzioni e dirigenti non hanno saputo cogliere i radicali mutamenti di questo sport, mettere mano a strutture organizzative e modalità operative che in breve si sono rivelate obsolete, e i nuovi investitori si sono rivolti altrove, laddove un tempo l'Italia era il Bengodi del pallone. Ma per il momento non parliamone, e pensiamo agli aspetti più strettamente tecnici, prendendo come paradigma proprio il match del canto del cigno napoletano, stante, come detto in apertura, l'inattendibilità del derby italiano Fiorentina - Juve come unità di misura dello spessore internazionale dei nostri club.

                                Benitez: questa volta il suo spessore europeo è stato inutile

LE LACUNE DEL NAPOLI E DEL NOSTRO CALCIO - Il Napoli, dunque: al netto della generosità e dell'impegno mostrati, la partita del San Paolo è stata una specie di piccolo disastro. Il gioco, innanzitutto: lontano parente di quello che gli azzurri avevano sciorinato in certe sfide autunnali di Champions, condite di rapidità, verticalità della manovra, alti ritmi, precisione nel palleggio e sfruttamento delle fasce. Che Higuain e compagni siano in fase involutiva dall'inizio del 2014 è cosa nota, ma non rappresenta un'attenuante: se vuoi far strada in Europa, quello mostrato contro Arsenal e Borussia Dortmund è lo standard di prestazioni a cui al giorno d'oggi devi forzatamente attenerti: se te ne allontani anche solo di poco, sei fregato anche confrontandoti con realtà tecnicamente normali come il Porto (nelle cui file, per dire, decisivo è stato Quaresma, che in Italia trapanò l'acqua non molto tempo fa), perché le squadre italiane non dispongono delle sovrabbondanti risorse di classe delle grandi del Continente: se Higuain non inquadra la porta, se Insigne si batte con operosità ma senza trovare il guizzo del genietto, se Hamsik finisce addirittura ai margini, cosa rimane?  
In Europa, ancor più che in campionato, la cattiveria sotto rete è vitale: il Napoli di ieri sera e di Oporto le sue occasioni le ha avute, alcune anche clamorose, ma solo una ne ha concretizzata, mentre i portoghesi, nel momento topico dell'incontro, ne hanno piazzate due chiudendo i conti. Ancora: la squadra italiana ha retto, sul piano fisico, un'oretta scarsa, poi si è afflosciata, davanti a rivali sempre più ringalluzziti. Prandelli l'aveva detto all'indomani della mortificante (per noi) amichevole di Madrid con la Spagna: il calcio nostrano, in questo momento, sta scontando un preoccupante gap atletico nei confronti di altri movimenti. In Europa i ritmi sono sostenuti, se non sei in grado di reggerli o chiudi i conti prima (e il Napoli poteva farlo) o rischi di lasciarci la ghirba: una condanna senza appello per un football, il nostro, che fino a una decina di anni fa veniva considerato un esempio in tema di preparazione fisica.
Anche il fattore campo, un tempo vanto del pallone nostrano, sta perdendo consistenza: persino in momenti storici in cui i nostri club si trovavano in soggezione qualitativa rispetto ai rivali esteri, giocare in casa ne moltiplicava le risorse e consentiva, qualche volta, di porre rimedio a capitomboli esterni, ora non ci riesce neanche più quello... L'ho già scritto in passato: allo stato delle cose, le squadre italiane non hanno speranze contro gli esponenti dei tre campionati "monstre", mentre con le altre possono vincere così come possono perdere: insomma, non vi son più certezze, la nostra autorevolezza internazionale si è volatilizzata, siamo intrappolati in un limbo di mediocrità in cui una squadra turca, per quanto di primo piano, può spianare il rullo compressore della Serie A per poi uscire negli ottavi di Champions dopo essere stata presa a pallonate dal Chelsea... Triste, molto triste. 
EUROPA LEAGUE SOPPORTATA - Su tutto, permane un problema di mentalità: già dalla laboriosa qualificazione ai danni dello Swansea, il Napoli è parso subire l'Europa League, più che interpretarla come un appuntamento importante: una pausa in attesa di una nuova Champions da vivere, si spera, da protagonisti. Così fosse, è stato un approccio sbagliatissimo: il Napoli non è il Milan, e una caratura europea si costruisce per gradi, passando anche attraverso tappe intermedie.
Giocarsi questa delicata sfida senza Hamsik, per quanto in un momento di scarsa forma, e senza il guastatore Callejon è stato un mezzo suicidio. In nome di che cosa, poi? Un ipotetico secondo posto in campionato sarebbe importante soprattutto per le casse societarie, ma la personalità internazionale, l'abitudine ai confronti europei te le costruisci solo giocandone il più possibile, di questi confronti, sennò rischi di far la fine dell'Udinese, che ogni anno si qualificava per le coppe per poi uscirne quasi sempre subito. Il risultato? Competitività fuori dai confini rimasta ai minimi termini e nessun beneficio per il ranking. Tutto ciò per dire che, in questo particolare momento, tutti dovrebbero capire che una lunga marcia in Coppa sarebbe importante più di un piazzamento in campionato. Dopodiché, attendo sempre che qualcuno mi spieghi la necessità di dover scegliere fra Serie A ed Europa League, laddove all'estero, nei Paesi calcisticamente seri, questo dubbio amletico non se lo pone nessuno: la... figlia della Coppa Uefa è onorata da tutti come è giusto onorarla, negli ultimi anni l'han vinta, fra le altre, il Chelsea (di Benitez), l'Atletico Madrid due volte, il Porto (sic!). Tutti stupidi e noi gli unici furbi, certo. 

giovedì 12 dicembre 2013

CALCIO ITALIA, DISASTRO CHAMPIONS, RESTA SOLO IL MILAN: ORA SI RISCOPRIRA' L'ODIATA EUROPA LEAGUE?

                           Sotto la neve di Istanbul è svanito il sogno Champions della Juve

Beffarda legge del contrappasso. Dopo aver ignobilmente snobbato per anni l'Europa League, considerata solo un fastidioso ostacolo alle imprescindibili sfide della Serie A, nel 2014 il calcio italiano dovrà riversare anima e corpo sulla "parente povera" della Champions League. In soldoni, Napoli, Juventus, Fiorentina e Lazio dovranno fare più strada possibile, e almeno una di esse arrivare fino in fondo e vincere la finale di Torino. E' un obbligo morale e tecnico, per tenere a galla la pericolante zattera del pallone tricolore, quasi totalmente cancellato dall'Europa dei grandi in una serata che resterà nella storia come una delle più nere di sempre per il nostro football.
JUVENTUS GAMBERO - Siamo di fronte, a questo punto lo si può dire, a qualcosa di assai peggiore di una prolungata congiuntura sfavorevole. Il rischio di un ridimensionamento epocale è dietro l'angolo. La distanza fra le grandi potenze continentali e il nostro scalcinato movimento sta diventando una voragine. La cartina di tornasole non può che essere il comportamento della nostra più prestigiosa rappresentante nel consesso internazionale, la Juve biscudettata e avviata a conquistare un tris che però, visto quanto successo a Istanbul, avrebbe uno sgradevole retrogusto agrodolce. Svaniti nel nulla i progressi fatti balenare nella stagione passata, quando i bianconeri ottennero vittorie di peso (un roboante 3 a 0 al Chelsea, dopo aver pareggiato a Londra, un successo in casa dello Shakhtar, doppia affermazione sul Celitc negli ottavi), e si arresero solo, nei quarti, al devastante Bayern Monaco della primavera scorsa, quello che mise a ferro e fuoco il Camp Nou per poi aggiudicarsi il trofeo. Sembrava un buon trampolino di lancio per una ulteriore risalita nei valori continentali, che doveva esser favorita dall'arrivo di un top player come Tevez, invece c'è stato un regresso netto, imbarazzante e, per certi versi, incomprensibile. 
LA STRANA TIMIDEZZA DEI CALIFFI AZZURRI - Le polemiche sulle condizioni atmosferiche e ambientali trovate in Turchia sono talmente gratuite da risultare fastidiose: è stato tutto il girone della Juve a essere scandaloso. Una squadra che vuole ben figurare in Champions deve battere il Copenaghen a domicilio, concretizzando almeno una delle innumerevoli palle gol costruite, e deve ottenere almeno quattro punti su sei contro un  Galatasaray che, sul piano della classe complessiva, non vale i torinesi, pur potendo contare su alcuni elementi di valore e di esperienza come Sneijder e Drogba.
L'eliminazione è ineccepibile, e rappresenta una bocciatura inattesa anche per il nucleo azzurro della Juve: inattesa perché i vari Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Marchisio e Pirlo in Nazionale non solo fanno sempre decorosamente la loro parte, ma risultano sovente trascinatori e sono stati spesso decisivi nei traguardi conquistati in questi tre anni dal team di Prandelli. Quando tornano in bianconero e vengono chiamati a far la voce grossa fuori dai patrii confini, diventano degli agnellini (sic!): la stessa cosa accadeva spesso a loro illustri predecessori, penso al gruppo bianconero dell'Italia di Bearzot, ai vari Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea e Tardelli che in Europa non brillarono affatto, prima di diventar campioni del mondo in Spagna e di poter accogliere fra le loro file fuoriclasse esteri come Platini e Boniek, coi quali fecero incetta di allori. Questo per dire che si tratta di una strana tara storica per la Vecchia Signora, senonché molti esponenti del citato blocco italiano, dopo il Mondiale dell'anno prossimo, cominceranno la loro parabola discendente, e dunque questa Champions League rappresentava forse la loro ultima occasione ad altissimi livelli. 
NAPOLI, CHE INGIUSTIZIA; MILAN IN TRINCEA - Certo, poi c'è il caso del Napoli: eliminazione che non fa un piega a termini di regolamento, ma moralmente inaccettabile: la squadra di Benitez ha tenuto alto il nome del nostro declinante football sia sul piano del gioco sia su quello dei risultati: quattro vittorie e due sconfitte, battuti in casa l'Arsenal e i vicecampioni d'Europa del Borussia, l'unica gara veramente sbagliata è stata quella di Londra ma, insomma, non si vede cosa dovessero fare di più i partenopei per passare: loro fuori con dodici punti, mentre la Juve, tanto per dire, ha rischiato di passare con sette, prima della rasoiata finale di Sneijder. Ha rischiato grosso anche il Milan, se quella rovesciata di Klassen all'ultimo secondo fosse stata più precisa di un paio di centimetri: i rossoneri si sono qualificati senza gloria, costretti a una battaglia in trincea contro un Ajax giovane e senza stelle, un atteggiamento solo in parte giustificato dall'inferiorità numerica causata dalla grave scorrettezza di Montolivo (il cui momento difficile, anche in azzurro, si sta prolungando pericolosamente): lo scintillante Milan europeo costretto a far mucchio dietro per salvare lo zero a zero, come le squadre italiane facevano fino ai primi anni Ottanta: tristezza assoluta, e consapevolezza che al momento un quarto di finale rappresenterebbe, per gli uomini di Allegri, un traguardo eccezionale. 
DIVARIO - Torniamo al punto di partenza: il divario con i club delle tre nazioni più potenti è sempre più ampio, al momento direi incolmabile. I motivi di questo crollo di competitività sono stati elencati più volte su questo blog, non voglio risultare stucchevolmente ripetitivo. Il problema contingente è che anche al cospetto di paesi nostri "pari" o inferiori, calcisticamente parlando, le squadre italiane faticano: per fare un esempio, la superiorità di Juventus e Milan nei confronti di Galatasaray e Ajax è evidente, ma non tanto schiacciante da consentire loro di giocare con autorità e onorare il pronostico favorevole.
Non ci sono più certezze, insomma: siamo arrivati a un punto in cui i club nostrani possono perdere con chiunque e vincere solo con qualcuno: l'emblema della decadenza. E allora, ripetiamo, non rimane che l'Europa League: il contingente azzurro, almeno in questo ambito, è di primo piano, e il messaggio è di quelli da non sottovalutare: per lavare i propri peccati, per ripartire da zero e ricominciare la scalata, l'Italia del calcio deve tornare ad apprezzare le piccole cose, nella fattispecie a dare il giusto rilievo all'odiata "coppa minore", come all'estero fanno da anni e con ottimi risultati in tema di ranking Uefa: riusciranno, i nostri scalcinati eroi, a immergersi in questa nuova e più spartana dimensione europea mettendo, una volta ogni due settimane, l'adorata e svalutata Serie A in secondo piano?  Stai a vedere che adesso si scoprirà che all'handicap della partita al giovedì si potrà ovviare con adeguati posticipi ad hoc... 

martedì 7 maggio 2013

JUVENTUS DI NUOVO LEADER DEL CALCIO ITALIANO. MA GLI SCUDETTI SON 29...

                               Esultanza juventina: un classico delle ultime due stagioni

Lo scudetto, il ventinovesimo (e già...), conquistato dalla Juventus è meritato? Solo un folle potrebbe rispondere di no, e non sarò certo io a fare il bastian contrario, per quanto su questo blog non sia sempre stato tenero nei confronti dei bianconeri (o meglio, nei confronti di un certo clima di "sudditanza psicologica arbitrale" che ne ha accompagnato, anche in questa trionfale stagione, più di una prestazione, come del resto è accaduto anche per il Milan, soprattutto nel girone di ritorno). Al di là dei numeri, la cui schiacciante evidenza già basterebbe a liquidare l'argomento, c'è molto di più. C'è una squadra che, "sul campo" (precisazione non casuale, lo vedremo dopo) si è definitivamente scrollata di dosso i fantasmi del passato recente ed è tornata ad essere la compagine guida di tutto il movimento calcistico italiano. 
JUVE AZZURRA - La Juve di oggi è la spina dorsale della Nazionale italiana, la selezione che meno di un anno fa ha conquistato l'argento europeo e che ora guarda con legittima speranza ai Mondiali brasiliani del 2014. Un blocco azzurro che, piaccia o no ai nostalgici del bel tempo che fu, ricorda molto da vicino quello che innervò, con risultati esaltanti, l'Italia di Bearzot fra il '78 e l'82. C'era in linea di massima più classe, all'epoca, forse è in parte vero: ma qualcuno è in grado di affermare che un Buffon o un Pirlo non avrebbero degnamente figurato in quella magica formazione, diventandone anzi degli autentici alfieri? O che Marchisio, per tecnica, personalità, eclettismo e doti atletiche, non abbia le potenzialità per ripercorrere le orme di un Tardelli? Sugli altri nazionali "torinesi", penso principalmente a Bonucci, Barzagli e Chiellini, si può discutere, e riconoscere che sì, certi paragoni sono effettivamente un po' azzardati (basta andare con la memoria a Cabrini e Scirea, per dire), ma non si può negare la loro efficacia, la loro affidabilità, la loro continuità di rendimento anche sul palcoscenico internazionale. 
VIVAIO NOSTRANO - Juventus squadra guida del nostro movimento, e nel senso più autentico del termine. Perché non lo è stata, ad esempio, l'Inter mattatrice dal 2007 al 2010, una multinazionale con pochi elementi prodotti dal vivaio nostrano. Il club bianconero ha scelto invece la strada di una spiccata italianità, l'unica praticabile, del resto, per cominciare a rivitalizzare un football, il nostro, che sarebbe stato destinato a rapida decadenza se le squadre di vertice avessero continuato a puntare su campioni (o presunti tali) di fuorivia, penalizzando sempre più i talenti tricolori. Ed è significativo che, su questa strada, si stia avviando anche il Milan, cui appartiene, non a caso, il secondo blocco azzurro in termini quantitativi, con i vari Abate, De Sciglio, Montolivo, Balotelli ed El Shaarawy ormai presenze fisse del gruppo plasmato da Prandelli. 
GIOCO DI INIZIATIVA - La Juve bicampione è l'immagine migliore, sul piano del gioco, di un calcio italiano che ha scelto di rinnovarsi nella continuità. Ossia di praticare un football di iniziativa, di aggressione, senza tuttavia trascurare i canoni classici della tradizione del nostro Paese, quelli di una attenzione assoluta alla fase difensiva, che invece si sta smarrendo in varie parti della penisola, vuoi per involuzione tattica, vuoi per crisi produttiva di talenti autentici nei ruoli della terza linea (lo dimostra il fatto che il nostro campionato è diventato ricchissimo di gol, da "sparagnino" che era un tempo, ma ciò non può essere considerato positivo in assoluto laddove buona parte di questi gol sono il prodotto di sesquipedali errori delle retroguardie). Anche in questo caso, il "messaggio" è partito dalla Nazionale, che dopo il disastro sudafricano si è reinventata su nuovi canoni di manovra, brillanti e coraggiosi nonché esteticamente più gradevoli, tante volte descritti ed esaltati su queste modestissime pagine. La Vecchia Signora, a partire dall'arrivo in panca di Conte, ha seguito il solco prandelliano e anzi lo ha allargato: quella del trainer pugliese è una compagine che macina gioco a mille, asfissia gli avversari e crea palle gol in serie: questo il marchio di fabbrica, anche se ultimamente tali consegne non sono state sempre rispettate alla perfezione, un po' per ovvio appannamento fisico (penso alle sfide con Palermo e, soprattutto, Milan) un po' per inferiorità nei confronti dell'avversaria, come in Champions League col Bayern. 
LA RIBALTA EUROPEA - L'eliminazione patita per mano dei tedeschi pone un quesito spinoso: perché sì, d'accordo, in Italia i bianconeri dominano e non in modo casuale o fortunato, ma fondando la loro superiorità, come si è visto, su... argomentazioni tecniche solidissime. Però il confronto con Robben e illustre compagnia è stato a tratti impietoso, con la nostra rappresentante che ha praticamente fatto solo il solletico ai debordanti oppositori. Il discorso sarebbe lungo e articolato: che il football italico di club stia perdendo costantemente posizioni in ambito europeo è evidente, e il dramma è che il tempo passa  e non si avvertono miglioramenti (anche quest'anno, come nella stagione passata, nessuna nostra squadra ha varcato lo scoglio dei quarti di finale). Dal team di Conte, però, per qualità di gioco e di interpreti (il cui valore internazionale, lo ripetiamo, è dimostrato dall'ottimo rendimento e relativi risultati in maglia azzurra), ci si sarebbe aspettati qualcosa di più, quantomeno la capacità di tenere maggiormente in equilibrio la sfida. Ma va detto che il Bayern attuale si pone su livelli stratosferici, e l'epocale passeggiata di salute contro il Barcellona euromondiale lo ha certificato. Sono convinto che la Juve attuale, temprata da questo anno di buona esperienza in Coppa, sempre più sicura dei propri mezzi e con l'aggiunta di non più di un paio di pezzi grossi dalla trequarti in su, potrebbe tranquillamente alzare l'asticella delle ambizioni. "Pezzi grossi" non significa fuoriclasse, attualmente irraggiungibili per l'asfittico mercato italiano, ma giocatori di livello in grado di incidere anche nelle competizioni internazionali: ce ne sono in giro, e si possono portare a casa senza spese folli.


29 SCUDETTI - Dicevo in apertura che, sul campo, la Signora si è liberata dei fantasmi... giuridici del passato recente, e ha messo la testa a cuocere senza vittimismi, dimostrando che la cultura del lavoro rimane la via migliore per il conseguimento dei successi più ambiti. Purtroppo non si può dire lo stesso di tutto ciò che attorno al campo juventino gira. Questo insistere sui "31 scudetti", oltre ad avere stancato, è intollerabile sul piano morale. Posso concedere che chi quei due titoli "maledetti" li vinse (calciatori e allenatore) abbia effettivamente il diritto di  continuare a sentirli propri, perché spese comunque energie fisiche e mentali enormi per centrarli (e non possono esservi dubbi... calcistici quantomeno sul secondo, quello del 2006, vinto dall'alto di una superiorità schiacciante, non dissimile da quella mostrata in questo 2012/13), ma tutte le altre componenti, tifosi e soprattutto dirigenti, che continuano ad avallare questo andazzo non hanno giustificazione alcuna, così come grida vendetta quello scudo con tre stelle e il numero 30 posto all'ingresso del nuovo impianto dopo il trionfo del 2012. 
Quasi tutte le più prestigiose società di calcio italiane, nel corso dei decenni, sono finite nel tritacarne della giustizia, a volte in maniera sacrosanta, altre volte con più di qualche dubbio, ma alla fine, magari obtorto collo, hanno accettato anche i verdetti più amari, si sono rimboccate le maniche e sono ripartite: penso al Milan del 1980, o al Genoa del 2005, ma gli esempi si sprecherebbero. Perché, dunque, insistere con questa ossessione che, oltre ad aumentare la bile del tifoso medio, non giova al clima generale del football nostrano, già sufficientemente avvelenato di suo? E perché la Federazione non prende una posizione veramente netta e risoluta, invece di regalare affabili dichiarazioni come quella del presidente Abete, che, ieri, ha affermato: "Sul numero degli scudetti, la Federazione è stata chiara anche in occasione del titolo vinto l'anno scorso". Suvvia, cosa vuol dire "è stata chiara"? Ci sono sentenze giudiziarie, ci sono revoche e annullamenti sportivi, i titoli sono 29, e da chiarire, caro Abete, non c'è proprio nulla. chi continua ad alimentare, silenziosamente o meno, questo equivoco, andrebbe duramente sanzionato: perché quando si continuano a fare orecchie da mercante alle (blande) reprimende dei vertici, solo le punizioni vere e severe (multe, squalifiche, ecc.) potrebbero portare sulla retta via. Lo potrà fare, forse, una Federazione più forte di quella attuale. La si attende da anni, anche attraverso un doloroso commissariamento, l'unico modo per sbloccare lo stallo in cui si è infilato il calcio tricolore. 

giovedì 29 marzo 2012

DOPO MILAN - BARCELLONA: I ROSSONERI E IL VECCHIO CALCIO ALL'ITALIANA




La prestazione di ieri sera del Milan contro il Barcellona è stata la sintesi ideale, temo, di tutto ciò che, in questo momento, il calcio italiano ai suoi massimi livelli può opporre alla più forte squadra del mondo. Difesa stretta, sofferenza, contenimento e contropiede, preferibilmente con lanci lunghi e alti a scavalcare il centrocampo e a cercare, nel caso specifico, Ibrahimovic, con la speranza che lo svedesone si inventasse qualcosa per sé o per i compagni. Un Ibra, detto per inciso, che ancora una volta ha mostrato di non essere particolarmente tagliato per queste sfide internazionali di grido: almeno si è sbattuto e ha fatto reparto da solo (Robinho non è esistito) ma i colpi risolutori, quelli che in definitiva tutti si aspettano da lui, sono ancora una volta mancati.
 Tutto qui, insomma: un football scarno, essenziale, poco spettacolare ma, alla luce dei fatti, estremamente concreto ed efficace, perché oltre il pareggio a reti bianche, davvero, contro questo Barça monstre era oggettivamente impossibile andare. Positivo? Negativo? Su questo blog ho già più volte fatto riferimento all'involuzione qualitativa della Serie A: il fatto che la squadra campione d'Italia e maggiore candidata a... succedere a se stessa si trovi costretta a fare le barricate contro i campioni d'Europa e del Mondo, quando fino a pochi anni fa (trionfatori in Champions nel 2007, ricordiamolo) i rossoneri erano abituati a giocare quantomeno alla pari, a viso aperto e senza timori reverenziali, contro tutte le corazzate del Continente, è una conferma di questo calo di competitività del nostro movimento. Non c'è da vergognarsene, almeno per il momento, perché riconoscere i propri limiti e gestirli, cercando al contempo di far fruttare al massimo le proprie doti, è esattamente ciò che bisogna fare per vivere dignitosamente nei periodi di "vacche magre". 
Non è lecito nemmeno il paragone con la sfida Inter - Barcellona di due anni fa: quella volta, si dice, una squadra italiana riuscì a disinnescare i fenomeni e a sbatterli addirittura fuori dalla Coppa. Ma, parere personalissimo, la compagine di Mourinho era più forte tecnicamente e più competitiva a livello internazionale rispetto al Milan di  oggi, mentre  i blaugrana solo successivamente hanno completato il processo di trasformazione da squadrone ad autentico dream team. Alle corte: oggi contro i catalani fare risultato è impresa ai confini della realtà, all'epoca era solo... difficile ma non impossibile. Chi ieri ha visto Iniesta e compagnia cantante menare le danze a San Siro, ha avuto l'esatta percezione di cosa significhi calcio spettacolo: manovre di sublime bellezza, doti di tocco e controllo di palla talmente superlative da rasentare la perfezione. E' mancato il gol,  agli ospiti, certo: capita, quando comunque l'avversario è tosto e arma una difesa paziente e attenta, oltretutto con l'aiuto di un pizzico di fortuna, sotto forma di rimpalli (sul pallone sfuggito ad Abbiati all'inizio) o di sviste arbitrali (c'era il rigore del primo tempo). Ma rimproverare qualcosa a Messi e compagni, relativamente a quanto fatto poche ore fa, significa non sapere apprezzare appieno la vera bellezza del football. 
Per tutto questo, il risultato colto dalla formazione di Allegri non può non essere archiviato con totale soddisfazione: uno zero a zero interno  è assai meno negativo di quanto si pensasse una volta: ti costringe sì a segnare fuori, ma non a vincere, a meno che non si voglia puntare dichiaratamente ai calci di rigore, come molte squadre sfavorite dal pronostico fanno (ma non credo proprio sia nel DNA del Milan, neanche di questo Milan più proletario). E ricordiamo che i rossoneri al Nou Camp ci hanno già pareggiato, con gol, nella fase a gironi, proprio al termine di una prestazione per tanti versi simile a quella di ieri: anche lì, tanta difesa, accentuata dal fulmineo vantaggio di Pato, e patimenti sulle poderose ed efficaci offensive dei fenomeni di Guardiola. Insomma, si può fare, ma se non accadesse non bisognerà recriminare più di tanto. 
Certo, poi bisognerà lavorare alacremente per colmare questo gap tecnico venutosi a creare coi principali movimenti calcistici europei (a proposito, vista la gagliardia dello scricciolo El Shaarawy? Ecco un punto di partenza possibile per ricostruire: giovani italiani di talento e carattere ai quali dare fiducia senza fermarsi ai loro primi errori): perché è vero che se il Barça, questo Barça, è in serata di grazia, non ce n'è per nessuno, nemmeno per il Milan euromondiale di qualche annetto fa, ma è altresì innegabile che alzando il tasso di classe e di competitività sarà possibile giocare anche queste sfide stellari con maggiore aggressività e propositività, ossia con le armi dei veri squadroni, di quelli che fanno la storia. Mentre le squadre operaie ballano, al massimo, una sola estate.