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venerdì 29 gennaio 2021

VERSO SANREMO 2021 (?): CARO AMADEUS, MOLLA TUTTO. ANALISI E POSSIBILI RIMEDI ALLO STALLO FESTIVALIERO

Caro Amadeus, ascolta il tuo cuore, segui l'istinto che, ieri mattina, ti ha portato a esporti così pesantemente sul Sanremo prossimo venturo. Abbandona la nave: normalmente è considerato un atto di criminale viltà, in questo caso sarebbe di estremo coraggio e assoluta coerenza. Non ti meritano, non meritano il tuo entusiasmo e la tua disperata ricerca, nonostante tutto, di creare un'isola di parziale serenità in un'Italia che il Covid ha prima drammaticamente fiaccato sul piano della salute e delle vite umane, e poi crudamente imbarbarito su quello sociale, culturale e morale, un degrado che è essenzialmente il punto attorno a cui ruota tutta questa triste, abnorme, incredibile vicenda. Molla tutto, e poi magari torna tra un anno, da salvatore della patria. 

GLI ERRORI DI AMADEUS E LE POLEMICHE STRUMENTALI - Provocazione sì, ma neanche tanto. Perché cadono le braccia. Il Festivalone, si sa, è visto da molti (molti?) come un orribile mostro responsabile di ogni disastro della nazione, anzi la matrice stessa del male assoluto. Un catalizzatore di istanze "anti", "contro": c'è chi lo cavalca perché è alla disperata ricerca di visibilità, i famosi "morti di fama" di cui ho avuto esperienza diretta in una mia lontana gita in loco nei giorni della kermesse; c'è chi non vede l'ora di sbarazzarsene più o meno dal 1951, anno della sua nascita. Costantemente sotto attacco, per motivi quasi sempre futili, e spesso, come in queste settimane, pretestuosi e strumentali. 

Passa la voglia, a combattere coi mulini a vento. Nel 2021, con un tatto e un'eleganza da rimarcare, per timbrare il cartellino del "dalli al Festival" hanno messo in mezzo la pandemia e la conseguente crisi economica. Che finezza! I fatti sono noti e non è compito mio ricapitolarli, quanto tentare di rifletterci su. Amadeus è partito con eccessivo ottimismo, sposando subito la causa del "Festival della rinascita", del ritorno alla normalità a tutti i costi. Che non potesse essere così era chiaro quantomeno dai primi bagliori dell'autunno, quando si è presentata la seconda ondata, e sempre più evidente a ridosso del Natale, allorché si è cominciato a bisbigliare prima, vociferare dopo, di terza ondata. Così come era risaputo che la campagna vaccinale avrebbe avuto bisogno di tempo per produrre i suoi benefici effetti, un po' per le caratteristiche dei vaccini stessi, un po' per i rallentamenti tecnici e burocratici incontrati nel nostro Paese. 

Di fronte a questo stato di cose, era d'obbligo programmare un Sanremo d'emergenza, un evento essenziale e rigoroso, che sapesse intrattenere e divertire senza sbilanciarsi verso la solita grandeur delle ultime edizioni. E soprattutto, mettendo in doveroso preventivo l'assenza del pubblico. Su quest'ultimo aspetto, il direttore artistico si è incaponito oltre ogni misura, e sugli spettatori in sala rischia ora di "impiccarsi": nella situazione in cui siamo era da accettare, da subito, di dover pilotare una kermesse a spalti vuoti, come tutti i tornei sportivi che si stanno svolgendo tranquillamente da diversi mesi a questa parte. 

LA REALTA' PARALLELA DELLA CLOACA SOCIAL - Ecco, qui finiscono secondo me le colpe dell'anchorman, e inizia il delirio. Un delirio social, innanzitutto: l'alzata di scudi contro l'eventuale presenza di pubblico (pagato, non pagante) in sala all'Ariston è, ne sono convinto, una protesta nata e sviluppatasi al 99 per cento sul web, e quindi di valore infimo. Perché, è ora di gridarlo forte e chiaro, i social sono una discarica a cielo aperto (salvo rare eccezioni, si capisce), la cloaca dell'opinionismo più becero, superficiale, retorico, populista, moralista, il regno dell'ignoranza più arrogante e strafottente, la ultraminoranza fin troppo rumorosa. Se l'anno scorso alla Rai avessero dovuto dare retta alle campagne di Facebook e dintorni, Junior Cally (ricordate?) sarebbe stato escluso dalla gara. Non è successo e il rapper ha potuto fare i suoi passaggi promozionali in Riviera, che sono filati via come acqua fresca. Perché i social non sono la realtà, ne rappresentano solo un minuscolo spaccato, il peggiore, quello dei perdigiorno, degli odiatori seriali e dei sotuttoio a vanvera. E un'azienda seria, quale la Rai è, non può permettersi di seguire la peggiore "pancia" del Paese. Accettarne gli scombiccherati e sgrammaticati diktat creerebbe un precedente pericolosissimo per tutto il mondo dello spettacolo. Lo ha già colpevolmente fatto con la surreale sospensione di Detto Fatto per quello sgangherato e innocuo sketch sulla "spesa sexy", ma in questo caso l'errore sarebbe enormemente più grave e, forse, irreparabile. Si finirebbe con l'agire sempre sotto ricatto pseudo-morale. 

"O TUTTI O NESSUNO", QUINDI NESSUNO - Certo, poi non si può negare che, quest'anno, la protesta sia parzialmente uscita anche dagli schermi dei computer e degli smartphone. E chi la sta portando avanti non ci sta facendo bella figura. Il concetto "L'Ariston non deve aprire perché i teatri e i cinema sono chiusi da un anno" è aberrante. "O tutti o nessuno" è un modo di pensare che personalmente mi fa ribrezzo. "O tutti o nessuno, quindi nessuno", diceva tempo fa Pippo Chennedy, del resto un noto maitre à pénser. Un'eguaglianza sociale al contrario, una corsa al ribasso e al minimalismo che conduce direttamente al disastro socioeconomico. Avessi impostato la mia vita professionale su questo principio, avrei trascorso gli ultimi vent'anni in sciopero costante. Non è così che funziona, soprattutto in una fase storica particolarissima come quella che stiamo vivendo: non è applicando il "se non lavoro io non deve lavorare nessuno" che usciremo da questo cul de sac. Ben vengano degli spiragli, ben venga la possibilità che viene data a qualcuno di ricominciare a lavorare, occasione che potrebbe poi fungere da apripista per altri. Il settore dello spettacolo è pressoché fermo da un anno: vogliamo che continui a restare impantanato per un malinteso senso di parità di diritti (che nella fattispecie sarebbe l'eguale diritto a fare la fame)? Quelli che invocano rispetto per chi è rimasto disoccupato, quale rispetto mostrano per chi, in quella settimana, potrebbe finalmente uscire dalla lunga inattività cominciando a dare ossigeno a se stesso e a tutto il comparto? Troppo comodo vedere sempre le cose dal proprio punto di vista. "If I were in your shoes" è un motto sconosciuto dalle nostre parti, e non c'è nulla di più disgustoso dell'egoismo travestito da solidarietà. 

VALORIZZARE IL PRODOTTO NEL RISPETTO DELLE REGOLE - La Rai e l'organizzazione di Sanremo hanno fatto quello che dovevano: percorrere ogni strada praticabile per portare almeno una quota di spettatori in sala e, quindi, una parvenza di normalità in un contesto che normale non è. Si sono comportati come moltissimi italiani in questi dodici mesi: approfittare di ogni minimo pertugio offerto dai vari DPCM per riappropriarsi di spazi che erano stati sottratti loro dal virus, e farlo anche dando interpretazioni molto, molto forzate delle norme. L'ente tv di Stato ha tentato, sta tentando in ogni modo di valorizzare il suo evento di punta, anzi l'evento per eccellenza, quello che porta milioni di euro di pubblicità e genera introiti utili, anche, per il sostentamento di altri progetti editoriali meno sfarzosi ma comunque importanti. Onestamente, non riesco a fargliene una colpa: qualsiasi azienda agirebbe così, a meno di non voler produrre in perdita e andare quindi incontro a una rapida bancarotta. 

SANREMO E ARISTON SONO TV - L'idea della bolla sulla nave è parsa bislacca da subito, soprattutto perché di difficilissima realizzazione medica, quella dei figuranti pagati era del tutto fattibile e lecita in quanto, l'ho scritto sui social e lo ripeto anche qui, il Festival non è un semplice spettacolo teatrale, è uno show televisivo a tutto tondo che viene incidentalmente ospitato in un teatro: aspetto, quest'ultimo, che oltretutto almeno da un paio di lustri è visto con fastidio, dato che si vorrebbe creare una location ad hoc per la manifestazione, uno spazio più ampio e più in linea con le moderne esigenze spettacolari. In quella settimana, l'Ariston è un set tv in senso pieno, totale, assoluto, anche più di altri set tv tradizionali. Luzzatto Fegiz lo definì il tal modo, set televisivo per l'appunto, già nel '78, pensate un po'. E la trasformazione del Festivalone da semplice gara canzonettistica a show catodico venne sancita e deprecata da Gianni Borgna, lo storico per eccellenza della kermesse, nella sua "L'Italia di Sanremo", opera pubblicata a fine anni Novanta. Aspetto "catodico" che quest'anno, va da sé, risulterebbe ulteriormente accentuato, per ragioni contingenti. 

Sanremo è un video-spettacolo (a carattere musicale) che si svolge in un teatro, esattamente come I soliti ignoti al Delle Vittorie e come "La musica che gira intorno", da poco conclusosi al Teatro 1 di Cinecittà. Quest'ultimo è stato un evento senza pubblico "pagato" ma il pubblico (figurante) poteva averlo ("Potevano scegliere l’opzione di qualche spettatore sparso in sala, ma mi dava un’impressione ancor più spettrale", ha dichiarato la presentatrice Fiorella Mannoia), come l'ha avuto X Factor poche settimane fa e come è espressamente previsto dall'ultimo DPCM. Il tweet con cui ieri il ministro Franceschini ha sparigliato le carte evidenzia una scarsissima conoscenza dell'apparato Festival e delle dinamiche televisive, sorprendente da parte di una personalità di alto profilo istituzionale. E chi protesta, e con ragione, per lo sbarramento delle sale oltre ogni limite accettabile, non deve andare a Sanremo, ma a Roma, chiedendo magari dello stesso Franceschini, hai visto mai.  

LE STRANE FRONDE INTERNE - Ci sarebbe poi da parlare dalla singolare fronda anti Festival di una emittente tv genovese, quindi ligure: un po' come se una testata locale tifasse per la retrocessione o il fallimento di Genoa e Sampdoria. Cosa peraltro impossibile perché sulle squadre di calcio campano tutte le reti regionali, con trasmissioni su trasmissioni. Siamo all'autolesionismo per la ricerca di pochi e sparuti consensi (o telespettatori). E poi ci sono certi nobili attori teatrali che alzano scandalizzati le loro grida di dolore, ma lo fanno attuando inaccettabili distinguo, parlando con disprezzo delle "kermesse mediatiche", e quindi disprezzando (se ne rendono conto?) le centinaia di persone che lavorano alla realizzazione delle stesse e gli artisti che nella kermesse mediatica in oggetto avranno finalmente l'occasione, dopo un anno di stop, per cantare dal vivo, far sentire le loro opere a un pubblico vastissimo. Già, il rispetto richiesto da tutti, mentre per chi Sanremo dovrebbe animarlo, per cantanti, musicisti, lavoratori dietro le quinte, rispetto non ce n'è mai, tantomeno quest'anno, loro sono i paria della società culturale e spettacolare. Uno snobismo intellettualoide che non è nuovo, da certe parti, e che alla diffusione della cultura ha apportato solo danni, da sempre. 

IL FESTIVAL E GLI ALTRI TEATRI - Sorvoliamo su chi invoca l'annullamento della manifestazione per rispetto alle vittime del Covid e per la drammaticità del momento: certo, chiudiamoci in casa con le persiane abbassate e i balconi listati a lutto, mentre il campionato di calcio continua allegramente e gli schermi tv ci portano costantemente in casa le immagini gioiose, spesso sopra le righe, di spettacoli e spettacolini, quiz e rubriche leggere varie. E poi, diciamocela tutta, paragonare Sanremo, con tutto il suo enorme apparato, all'attività di una qualsiasi sala cinematografica o teatrale è follia retorica e moralista. Nemmeno in Alice nel paese delle meraviglie si arriverebbe a tale limite di assurdità: un Mondiale di calcio non conta quanto il torneo giovanile del campetto sotto casa mia. Può sembrare socialmente odioso ma è solo realistico, è così che il mondo gira, più o meno dalla notte dei tempi. 

Nessun evento spettacolare italiano è paragonabile a quello ligure, nemmeno lontanamente. Il Festival ha un peso specifico storico, artistico, popolare, mediatico che merita rispetto e un trattamento adeguato, non un egualitarismo posticcio che può guadagnarti i consensi dei superficiali ma, alla lunga, nuocerà a tutti. Perché se Sanremo muore, al di là del buco finanziario che si aprirebbe in Rai (poi magari aumenteranno il canone per rimediare alla fuga degli sponsor, e allora li vorrò vedere, i contestatori), viene meno uno degli ultimi palcoscenici di rilievo internazionale per i musicisti italiani, soprattutto quelli emergenti. E viene meno la più possente macchina promozionale esistente per rilanciare un settore in crisi profondissima. Le centinaia di artisti, giovani e affermati, che hanno fatto domanda di partecipazione per  accedere a questa edizione sono la testimonianza più vivida, lampante, inequivocabile della centralità e dell'importanza di questo appuntamento per chi di musica vive e vorrebbe tornare a vivere, il resto sono chiacchiere. Fermate la vostra medievale furia iconoclasta, finché siete in tempo. 

LA SOLUZIONE - Visto che sarebbe assurdo far morire un evento che, oltretutto, scoppia di salute, come attestano dati di ascolto, traffico web e introiti pubblicitari degli ultimi dieci anni, c'è sempre la via del compromesso, tanto praticata in Italia: venirsi incontro a metà strada e optare per un posticipo della rassegna, soluzione non ideale ma che a questo punto sarebbe davvero il minore dei mali. Ma è fattibile? L'irrigidimento su marzo non è solo un capriccetto da bimbi dell'asilo: dietro ci sono i programmi stilati da cantanti, case discografiche, management di artisti, gli impegni degli orchestrali e di tutti gli altri lavoratori, gli investimenti degli sponsor che sono stabiliti anche in base al periodo di messa in onda di una trasmissione. Un altro delirio è riuscire a ricomporre tutti i tasselli per mettere in cantiere uno slittamento (non di troppi mesi però, sennò tanto vale dire arrivederci al 2022). Ammesso e non concesso che ad aprile, maggio o giugno, e non oltre, la situazione sanitaria sia migliore di oggi. 

martedì 15 agosto 2017

SANREMO 2018: VERSO UN FESTIVAL DI TRANSIZIONE? BUIO ASSOLUTO SU CONDUZIONE E DIREZIONE ARTISTICA



Sanremo 2018 si farà in ogni caso, ma la sensazione, al momento, è che si tratterà di un Festival di passaggio, di transizione. Riflessione inevitabile, una volta constatato che, doppiata la boa di Ferragosto, ancora nessuna notizia utile è giunta da Mamma Rai sull'edizione 68 della kermesse. Si brancola nel buio quasi assoluto, e anche l'unico barlume di luce giunto in queste settimane, ossia la pubblicazione del regolamento della categoria Giovani, ha destato più sconcerto che sollievo: stupisce infatti che sia stato compiuto un passo così importante in assenza di un direttore artistico designato. A meno che un direttore artistico "ombra" già non ci sia... 
Il fatto è che tale regolamento ricalca, a grandi linee, quello dell'anno passato, tanto da aver fatto sospettare una riconferma, nel ruolo di deus ex machina dietro le quinte, del mattatore degli ultimi tre Festival, Carlo Conti. Difficile pensarlo, dopo aver letto una sua recente intervista rilasciata a Sorrisi & Canzoni, nella quale ha parlato in lungo e in largo degli impegni che lo attendono nella stagione tv 2017/18 (da Tale e Quale allo Zecchino d'oro passando per uno special su Pavarotti, fino al sogno di riportare la Corrida sul piccolo schermo) senza fare riferimento al Festivalone, se non dicendo, appunto, che sta passando un'estate più rilassata rispetto alle ultime tre, in cui pesava su di lui la responsabilità di Sanremo. E poi, che senso avrebbe l'aver già scelto un direttore artistico, anzi averlo confermato, senza annunciarlo? 
GIOVANI: COME L'ANNO SCORSO - La stranezza però rimane, perché con questo primo passo si è in pratica già fissata una continuità regolamentare col passato recente di Sanremo Giovani: e se la nuova "guida tecnica" della manifestazione avesse invece voluto cambiarne il meccanismo? Una modifica della gara delle Nuove proposte sarebbe stata auspicabile, oltretutto, visto che negli ultimi anni la categoria si è appiattita sul modello talent (giuria vip con promozioni e bocciature decretate in diretta) e ha faticato a lanciare e consacrare con continuità verdi talenti (lodevole ma isolata l'eccezione del 2016 con Gabbani e Meta, mentre Lele, vincitore pochi mesi fa, finora non ha lasciato grosse tracce). In sintesi: la questione "Nuove proposte" porta nella direzione di un Conti quarto, le dichiarazioni ufficiali e il silenzio della Rai indirizzano su strade radicalmente diverse. 
RITARDO - E' un Festival misterioso, dunque, dai contorni ancora molto, troppo vaghi. Per quanto mi riguarda, siamo davanti a un ritardo grave e incomprensibile. I cari vecchi patron del tempo che fu, dico gente come Vittorio Salvetti (che a Techetechetè chiamano Enzo, ma vabbè...), Gianni Ravera e Adriano Aragozzini, dicevano spesso che per fare un bel Sanremo occorrerebbe cominciare a lavorarci dal giorno dopo la fine dell'edizione precedente. Forse esageravano (ma anche no: chi meglio di loro conosceva le difficoltà di allestimento dell'evento?), e tuttavia non si può nemmeno esagerare nel senso opposto. Negli ultimi anni, in piena estate, le linee guida del Sanremo successivo erano già definite: si conosceva il nome del direttore artistico-padrone di casa, si conoscevano perlomeno i tratti salienti del meccanismo di gara. Bisogna risalire alla doppia gestione Gianmarco Mazzi - Gianni Morandi (2011-2012) per trovare una designazione effettuata dopo l'estate: in entrambi in casi l'ufficializzazione arrivò nel mese di ottobre. 
Questo per dire che siamo ancora in tempo ad evitare un'organizzazione trafelata, ma occhio, perché le settimane volano e sfogliare la margherita troppo a lungo potrebbe essere dannoso; non sta certo a me ricordare quanto complessa sia la macchina Festival: non si tratta solo di scegliere canzoni, ma occorre scrivere una "sceneggiatura" per chi sarà chiamato a condurlo, invitare ospiti di prestigio che siano in qualche modo emblematici della "linea editoriale" stabilita per l'evento, e vedettes internazionali che vanno prenotate per tempo. 
I GROSSI CALIBRI - Eccoci dunque al tema dei temi: chi avrà in mano le redini del Sanremone, nel febbraio prossimo? Febbraio oppure marzo, beninteso, perché se i tempi organizzativi si allungano uno slittamento dell'evento sarebbe eventualità da non scartare. Al di là delle dichiarazioni di facciata, teniamoci come parzialmente plausibile l'ipotesi di Conti gran manovratore lontano dalle luci di scena, forte di un triennio sanremese di altissimo profilo. Riguardo al nodo - presentatori, l'idea del duo Mika - Virginia Raffaele rimane al momento la più affascinante, in quanto foriera di un Festival diverso, originale, controcorrente, di impronta marcatamente giovanile. Lo showman libanese ha dichiarato che non ci sarà, ma anche in questo caso è opportuno aspettare: si fa presto a cambiare idea. Fra i due grossi calibri tv ancora proponibili per la kermesse ligure ci sono ovviamente Paolo Bonolis e Fabio Fazio. Più probabile il secondo (fresco di contestato passaggio a Rai 1) del primo, che è legato a filo doppio alla concorrenza e ha comunque detto che gli piacerebbe guidare un Festival più innovativo e spiazzante, magari lontano dall'Ariston, in un'arena più ampia e con maggiori potenzialità spettacolari. 
NO A GILETTI - Il passaggio di Massimo Giletti a La7 ha evitato il rischio di una sua conduzione con Piero Chiambretti, "rumor" rivelato da Alessandra Comazzi della Stampa: deo gratias. Trovo che le caratteristiche del Giletti anchorman siano del tutto incompatibili con il Dna dell'evento Sanremo, mentre Chiambretti di Festival ne ha fatti fin troppi (contando anche i Dopofestival) senza mai innalzare il livello qualitativo di quegli show. Sempre da tenere d'occhio l'opzione Maria De Filippi: già "in prestito" da Canale 5 l'anno scorso, potrebbe ripetersi stavolta come "primadonna", chissà... Vanno tenuti in debita considerazione i giovani rampanti: pochi, purtroppo. Il vivaio italiano dei presentatori sembra essersi inaridito. In Rai l'unico nome spendibile è quello di Federico Russo, dall'esterno potrebbe arrivare Alessandro Cattelan: si tratterebbe di scommesse come quella che fece Ravera a suo tempo su Claudio Cecchetto. Al momento, peraltro, paiono candidature meno forti di altre. 
I "NON PRESENTATORI" - Dopodiché, rimangono due bacini in cui pescare: quello dei presentatori estemporanei e non convenzionali e quello degli "aziendalisti" Rai, per usare due definizioni di grana grossa. Nel primo gruppo figurano quelle candidature di nomi d'eccezione che ogni tanto fanno capolino ma raramente si concretizzano: dai fratelli Fiorello a Laura Pausini, fino a Massimo Ranieri, proposto nei giorni scorsi da Marino Bartoletti, uno che di canzoni e di Sanremo se ne intende. Personaggi che non nascono  o che non sono solo presentatori, ma che in tali vesti si sono più volte messi alla prova con successo notevole quando non travolgente (ricordiamo in particolare il sabato sera di Rosario Fiorello,"Stasera pago io", a inizio secolo). 
GLI "AZIENDALISTI" - Il secondo gruppo è formato dai grandi professionisti targati Rai, quelli a cui non è mai stata data una chance all'Ariston e che forse la meriterebbero: Facciamo tre nomi e non ci sbagliamo: Milly Carlucci, che ha in curriculum la lunghissima esperienza alla guida di "Ballando con le stelle"; Fabrizio Frizzi, umile, mai troppo appariscente, mai invadente, ma sempre impeccabile in tutte le sue conduzioni, e negli ultimi tempi anche più sciolto davanti alle telecamere rispetto alla prima fase della carriera; dulcis in fundo, Amadeus, di questo trio il più papabile: nel 2017 iper-utilizzato dalla rete, vanta anche una notevole competenza in ambito discografico, e poi di rassegne canore se ne intende (chi ha la mia età lo ricorda sul palco del Festivalbar). 
Quest'ultimo potrebbe dire la sua anche in tema di direzione artistica, mentre per altri, fra quelli qui citati, si porrebbe il problema della nomina di un esperto che sovrintenda in primis alla selezione dei Big (il Mauro Pagani della situazione, già al fianco di Fazio) e poi all'allestimento dello spettacolo televisivo nel suo complesso (come quel Gianmarco Mazzi che dal 2004 al 2012 ha firmato a vario titolo diverse edizioni di Sanremo, il più delle volte con pieno successo). Non mi pronuncio su Pippo Baudo, nome che periodicamente ritorna, soprattutto in queste fasi di "trono vacante": ribadisco di non ritenerlo più in grado di guidare il Sanremone, sia per impegno organizzativo (troppo oneroso per un ultraottantenne) sia per comprensibili difficoltà nel restare in linea con un gusto musicale che è profondamente cambiato dalle sue ultime apparizioni all'Ariston. 
TRANSIZIONE FISIOLOGICA? - Insomma, come si vede la confusione è grande sotto il cielo, ed è  inquietante che ancora a fine giugno, in sede di presentazione dei palinsesti autunnali, il direttore generale Rai Mario Orfeo abbia dichiarato: "Su Sanremo stiamo cominciando a lavorare adesso". Capisco benissimo che la successione di una grande figura come Conti sia problematica, ma proprio per questo la faccenda andava affrontata da subito con piglio deciso, per pervenire a una soluzione entro l'inizio dell'estate.
Ecco perché allo stato attuale (poi può sempre comparire il "big name" che mette tutti d'accordo) penso a un probabile Festival di passaggio; ogni tanto succede, la storia della kermesse dimostra che è fisiologico, soprattutto dopo periodi contrassegnati da conduzioni e direzioni artistiche in qualche modo epocali. Ricordate le due edizioni seguite al primo triennio targato Baudo (1994 - 1996), quelle con Mike Bongiorno e Vianello? Due edizioni rassicuranti, da navigazione a vista, senza fremiti di novità (a meno di non voler considerare tale il Chiambretti vestito da angelo). Ecco, nessuna sorpresa se dovesse accadere qualcosa del genere nel 2018. Fa parte del gioco. E poi vuol dire poco: bastano una manciata di buone canzoni, una rivelazione di prospettiva, una conduzione comunque brillante, qualche ospite che lascia il segno, e Sanremo porta comunque la pagnotta a casa... 

giovedì 20 ottobre 2011

SANREMO: COME SARA' IL MORANDI BIS?

Dunque, tocca di nuovo a Morandi. Il padrone di casa del Festival di Sanremo sarà ancora lui. In attesa di vedere come sarà composto il gruppo di lavoro col quale il Gianni nazionale condividerà questa esperienza, ecco qualche valutazione in libertà. 
E' decisamente una scelta in controtendenza rispetto agli standard delle ormai numerose "gestioni Mazzi". I Festival svoltisi sotto l'egida dell'attuale direttore artistico si sono sempre contraddistinti per il vorticoso, continuo ricambio dei presentatori. Di più: non si trattava soltanto di cercare ogni anno un diverso anchorman (o anchorwoman), ma di trovare un personaggio e un'idea di conduzione e di spettacolo sempre nuova, sempre originale, sempre spiazzante anche solo rispetto all'anno precedente. Nulla di male, direte voi: l'effetto novità dev'essere alla base di ogni spettacolo televisivo. Certo, ma il Festival di Sanremo è uno spettacolo sui generis: almeno per noi nostalgici, il festivalone rimane essenzialmente una rassegna canora, una passerella competitiva di cantanti più o meno noti e più o meno giovani, una vetrina per la musica italiana. Tale dovrebbe essere anche oggi, anzi, a maggior ragione, essendo rimasto in pratica l'unico spazio televisivo di un certo spessore dedicato alla promozione della canzone leggera di casa nostra. E tuttavia, tocca accettare il fatto che, da quando la Rai ne cura direttamente l'organizzazione, e ancor più nell'ultimo decennio, l'aspetto spettacolare, le caratteristiche di show di matrice... catodica abbiano preso il sopravvento sulla tenzone canzonettistica. 
Quando Sanremo era veramente Sanremo, non era necessario cercare ogni anno una formula di conduzione diversa e sorprendente: potevano esserci dieci edizioni di seguito con Bongiorno o con Baudo, tanto ciò che contava era il contenuto musicale. Se proprio qualcosa di originale doveva essere inserita nello spettacolo, occorreva cercarla nell'allestimento del cast degli artisti in gara, andando ad esempio a pescare qualche nome distante dagli standard festivalieri. Ecco, la scelta effettuata quest'anno, cioè quella di confermare il mattatore del 2011, potrebbe anche essere incoraggiante in questo senso: meno tempo e meno risorse da impiegare per la scelta di un nuovo padrone di casa (anche se c'è da mettere insieme il suo gruppo di lavoro sul palco, collaboratori e collaboratrici, ma quello è il meno, se così si può dire), e più energie da rivolgere alla composizione di un cast di concorrenti qualitativo e in grado di reggere, da solo o quasi, la sfida dell'audience, anche alla luce di un regime di austerity economica della tv pubblica che, come già si era intuito l'anno passato, renderà assai difficile l'arrivo in forze di costosissime guest stars d'oltrefrontiera. 
Il cast, dunque. Da comporre pazientemente cercando di prendere il meglio delle ultime tre edizioni targate Mazzi, e colmando i buchi neri emersi. L'ultimo triennio della rassegna, che ha visto oltretutto un prepotente rilancio in termini di ascolti televisivi, si è caratterizzato in primis per una cospicua valorizzazione del vivaio sanremese: c'è stato il lancio di artisti di spessore come Arisa, Malika Ayane, Karima, Simona Molinari, Irene Fornaciari, Nina Zilli e Raphael Gualazzi (quest'ultimo addirittura secondo all'ultimo Eurofestival), e c'è stato il coraggio di proporre tanti giovani virgulti, sbocciati in un recente passato sul palco dell'Ariston, anche nella categoria regina del Festival, quella dei Big, fatto avvenuto in maniera massiccia nel 2010, con la partecipazione dei vari Cristicchi, Moro, Sonhora, Povia e le già citate Arisa e Malika. E se nell'ultimo anno sono ricomparsi volti un po' logori (un po' tanto, a dire il vero) come Al Bano e Patty Pravo, è anche vero che Morandi e il suo staff si sono riscattati portando a gareggiare cantautori solitamente allergici alle gare canore, come Vecchioni e Battiato (pur se quest'ultimo con una presenza piuttosto distaccata e sussiegosa e con la rimasticatura di un suo vecchio successo, cosa che personalmente non gli perdono). 
Ecco, questi sono i cardini su cui impostare l'allestimento di un buon "cartellone" per Sanremo 2012. Cercando al contempo di non ripetere gli errori commessi: la gara delle Nuove proposte relegata a orari impossibili e quasi clandestina, in mezzo ai vari momenti di spettacolo; il ricorso, cui si accennava poc'anzi, a cantanti, ci si consenta, passati di cottura, che sarebbero parsi fuori tempo massimo già in un Festival degli anni Ottanta, non dico nel Duemila. Tra l'altro, questa illimitata apertura di credito ai vari Leali, Zanicchi e Patty Pravo ha invece tolto spazio vitale a quella che io chiamo la generazione di mezzo, tutti quei cantanti saliti alla ribalta negli anni Novanta e agli inizi di questo secolo, i vari Di Cataldo, Vallesi, Groff e Salemi che avrebbero avuto, e hanno, tanto bisogno della kermesse rivierasca per mantenersi in quota. Ecco, la speranza è che fra poco più di quattro mesi si trovi un po' di spazio anche per loro.
Dovrebbe invece ridursi l'influsso dei talent, obiettivamente pesantissimo ed eccessivo nelle ultime edizioni.  Amici non ha proposto di recente alla ribalta sensazionali rivelazioni (casomai c'è da vedere se Alessandra Amoroso, talento vero, accetterà finalmente di mettersi in gioco all'Ariston), non si sa ancora quale impatto potrà avere X Factor nella nuova versione "satellitare", anche perché arriva subito dopo il clamoroso fallimento (dove il termine fallimento risulta riduttivo...) del suo erede targato Rai, Star Academy, chiuso per disperazione dopo tre puntate. E un ultimo consiglio: allargare, anche di poco, la schiera dei cantanti in gara (magari portando i Big da 14 a 16) e il numero di concorrenti partecipanti alla finale: l'anno scorso solo in dieci arrivarono al sabato, troppo pochi, e la serata venne riempita con momenti di spettacolo che in realtà lasciarono un grande vuoto (Ranieri bravissimo, per carità, ma inspiegabile la sua esibizione fiume, essendo un artista già massicciamente presente nel corso dell'anno sulla tv pubblica). Perché, ad esempio, non riservare all'atto conclusivo anche la gara finale fra i giovani, che così potrebbero contare su un bel po' di visibilità in più? 

giovedì 11 agosto 2011

VERSO SANREMO 2012: IL TOTO-CONDUTTORI. CLERICI - MORANDI, PASSANDO PER FRIZZI E CARLUCCI

Piena estate e già si parla del prossimo Festival di Sanremo. Giusto così. Più volte, in passato, organizzatori e direttori artistici vari hanno sostenuto che, per mettere in piedi una rassegna di elevato spessore artistico e spettacolare, occorrerebbe iniziare a lavorarci addirittura un anno prima. Invece, spesso si arrivava all'autunno inoltrato che si era ancora in alto mare, e il grosso del lavoro organizzativo veniva effettuato nei mesi immediatamente precedenti la kermesse. 
Come al solito, il primo nodo da sciogliere è quello della conduzione. Voci autorevoli danno per certa la coppia Gianni Morandi - Antonella Clerici. I mattatori degli ultimi due Festival, campioni d'ascolto: una garanzia assoluta, nelle intenzioni Rai, per sbancare l'Auditel anche l'anno prossimo. Beh, non sempre, a livello televisivo, mettere insieme due o più pesi massimi significa sommarne aritmeticamente il seguito popolare e dunque il successo in termini di audience. La riuscita dipende da tanti fattori: la chimica che si crea fra i personaggi, il canovaccio spettacolare, più o meno originale, più o meno brillante, lungo il quale dovrà snodarsi questa conduzione "corale". Però è certo che, a tutt'oggi, la scelta della direzione artistica, se verrà confermata, sia inattaccabile, pur se, forse, poco coraggiosa. 
A proposito di coraggio: Paolo Bonolis, un Re Mida che ha toccato Sanremo per due volte trasformandolo in oro e che di certo prima o poi rivedremo sul palco dell'Ariston, ha recentemente spezzato una lancia in favore di Fabrizio Frizzi. Già: un grandissimo professionista, un fedelissimo Rai, uno che nella tv di Stato ha fatto tutta la gavetta, fin dai primi Ottanta. Personalmente, ritengo che il momento giusto per piazzarlo alla guida del Festival fosse negli anni Novanta, quando era davvero un anchor man di primissima fascia, protagonista dello spettacolo del sabato sera abbinato alla Lotteria Italia (Scommettiamo che?) e di altri show di grosso successo, come "Per tutta la vita", per non parlare di Miss Italia. Sfortunatamente per lui, quello fu il periodo del Sanremo targato Baudo: il Pippo nazionale faceva tutto, organizzava e conduceva; e, per dire la verità, lo faceva impeccabilmente e portando grossi risultati in termini di ascolti e di vendite di dischi. Casomai, suonò strano che, una volta tramontata la stella baudiana, la Rai avesse deciso di affidarsi a due conduttori Mediaset, Bongiorno prima e Vianello poi. Sorse poi l'astro di Fazio, mentre quello di Frizzi cominciò ad appannarsi, e non se ne parlò più. 
Oggi, il buon Fabrizio, dopo anni di lavoro "da mediano" (a sudare e a sacrificarsi in trasmissioni mattutine di ottima fattura, come "Cominciamo bene") ha risalito la china e, se non prima scelta, è tornato ad essere un conduttore di fascia alta: in particolare, il boom fatto registrare in questi anni con "I soliti ignoti" è stato un giusto premio alla sua tenacia, alla voglia di non mollare mai. Sanremo, dunque? Si potrebbe anche provare e non vi troverei nulla di male, anche se vedo Frizzi più come un conduttore da Festival tradizionali. Quelli di una volta, quelli che sono esistiti fino agli anni Novanta, appunto, quelli in cui il concorso canoro era ancora più importante del contorno e della conduzione. 
Oggi, purtroppo, non è più così, e lo sappiamo bene: i media discutono dei presentatori, degli ospiti non cantanti, della "fauna" spesso discutibile che gravita attorno alla manifestazione. I cantanti in gara sono l'ultima ruota del carro. E', quello del Duemila, un Sanremo che privilegia il glamour, e che richiede "padroni di casa" diversi dagli "officianti" di un tempo, padroni di casa che siano in grado di stupire, di far parlare di loro, di proporre uno show nello show. E' una linea editoriale che non condivido, ma al momento è così. Ecco, Frizzi con tutto questo non c'entra nulla, però potrebbe sorprendermi, oppure potrebbe dare un segnale forte riproponendo una conduzione sobria e tradizionale e rimettendo la musica al centro dell'attenzione. Una scelta che inizialmente non pagherebbe sul piano degli ascolti, ma che secondo me, alla lunga, gioverebbe alla salute e al futuro del Festival. Utopia, comunque, pensare che la Rai possa rinunciare alla "cassaforte Auditel" garantita dalla kermesse rivierasca percorrendo strade "culturalmente" un tantino più sofisticate.
Una giusta via di mezzo fra tradizione e modernismo sarebbe, secondo me, Milly Carlucci. Un'altra che di gavetta in Rai (e non solo) ne ha fatta tanta, che è passata attraverso varie fasi televisive riuscendo ad adattarsi e a crescere senza però snaturarsi. Oltretutto lei è davvero uno dei personaggi più vincenti degli ultimi anni di tv: con "Ballando con le stelle" ha fatto un boom che pochi preventivavano. Lei sa essere "glamour" e "ufficiale": a Sanremo troverebbe un giusto premio e un approdo naturale, una collocazione che ne esalterebbe ancor più le indubbie doti di "animale da palcoscenico". Forse non sarà per quest'anno, ma sono sicuro che prima o poi (più prima che poi) la bella Milly all'Ariston ci arriverà. 
CARLO CALABRO'