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sabato 5 febbraio 2022

SANREMO 2022, GARA COVER: MORANDI VINCITORE INELEGANTE. SPLENDIDA INTESA EMMA-MICHIELIN, LA SORPRESA MATTEO ROMANO, MA LA SERATA E' DA RIPENSARE (ED ABOLIRE)


Proseguendo sulla via dei paragoni calcistici intrapresa ieri, e riprendendo un'espressione molto usata in ambito "pallonaro", possiamo dire che nelle annate buone ti gira tutto bene e tutte le ciambelle riescono col buco, e così accade perfino, rientrando nell'arengo festivaliero, che venga fuori una gara cover perlomeno decorosa. Nulla che faccia gridare al miracolo, intendiamoci, ma una manciata di performance degne di nota le abbiamo viste, e non è poco per una serata che, nel passato recente, ha spesso regalato mediocrità e cadute di tono. 
LE "COVER" DI MORANDI - Certo, continua a sfuggire la ratio del meccanismo di competizione introdotto da Amadeus, in base al quale questi rifacimenti vanno ad influire sul concorso degli inediti. Lo si è ripetuto all'infinito in questi anni, ma la considerazione è adesso quantomai d'attualità, visto l'esito della sfida di ieri: Gianni Morandi si è imposto, ben coadiuvato da Jovanotti, con un medley che comprendeva due evergreen del suo sconfinato repertorio. Ora, premesso che ciò non è vietato dal regolamento, mi è parsa una mossa quantomeno inelegante. Lo spirito della serata cover, se proprio va inserita in cartellone (per me no, ma ci ritorneremo magari in sede di consuntivo), è quello di mettere alla prova gli artisti partecipanti con qualcosa di diverso dalla loro produzione, con capolavori epocali magari lontani dalle loro corde e non facilissimi da eseguire. Sennò, tanto vale far portare a tutti le loro hit storiche, ma sarebbe una corsa impari, perché la quasi totalità dei cantanti selezionati quest'anno non può (ovviamente) vantare l'elenco di successi di Gianni; però, ad esempio, sarebbe stato curioso vedere gli esiti conclusivi, se Sangiovanni avesse portato "Malibù" o Rkomi uno dei pezzi coi quali ha disseminato il suo 2021 di certificazioni platino FIMI.
FORZATURE - Nulla contro Morandi, e teniamo come punto fermo l'assoluta buona fede sua e dell'organizzazione, ma, insomma, non va bene; così come non andava bene l'àncora di salvezza benevolmente lanciatagli dalla Rai, dopo la diffusione in rete di un cospicuo spezzone di "Apri tutte le porte" con settimane di anticipo sull'inizio della kermesse. All'epoca non scrissi niente né qui né sui social, ma oggi non si può non rilevare come il comunicato con cui l'azienda "salvò" l'artista di Monghidoro (che aveva ammesso lui stesso la propria colpa) fu abbastanza improbabile, facendo leva sui suoi problemi di salute. Ecco, io comprendo benissimo la real politik, la necessità di fare comunque di tutto per mantenere in cartellone questo artista, per rispetto alla sua carriera, perché la canzone funziona e perché comunque è uno che porta seguito, audience, simpatia e interesse, ma il troppo stroppia. 
Tutto ciò, sorvolando anche su un Jovanotti duettante in concorso e rapidamente convertito in superospite di giornata: toccante e ben impostata la sua parentesi, con poesia declamata e il presentatore dietro di lui a disegnare su un banco di scuola, ma inopportuna perché si trattava di un co-concorrente a tutti gli effetti; un siparietto del genere sarebbe andato bene se, come qualche anno fa, la serata cover avesse rappresentato un happening a sé, senza andare a incidere sulla vera gara. 
TELEVOTO MAL CALIBRATO - Insomma, una serie di scivoloni non da poco, ai quali aggiungerei una ulteriore pecca del regolamento, ossia la chiusura del televoto immediatamente dopo l'ultima esibizione. Così, ovvio che il povero Tananai, già partito ad handicap, si sia ritrovato per l'ennesima volta in fondo alla graduatoria: vero che si potevano votare tutta la serata, ma si trattava comunque di esibizioni inedite, che andrebbero viste e soppesate prima di giudicarle, e le ultime in scaletta hanno avuto poco tempo a disposizione per recepire i voti di chi magari, favorevolmente colpito, aveva deciso in extremis di inviare le proprie preferenze. 
ABOLIRE! - Un'altra ragione, una delle tante, per archiviare definitivamente questo corpo estraneo del Festival, cosa che, temo, potrà accadere solo con un nuovo direttore artistico. Riconvertire questa quarta sera in ciò che è stata per diversi anni, ossia la serata dedicata alle Nuove Proposte, quest'anno ingiustamente cancellate dalla kermesse di febbraio e relegate a un evento singolo pre natalizio: credo sia l'unica via, e sarà una garanzia per il futuro di Sanremo, che non può pensare di restare sempre ad alti livelli senza coltivare adeguatamente il suo settore giovanile. 
BENE MATTEO-MALIKA, EMMA-FRANCESCA, NOEMI, TRUPPI - Le performance, dicevamo: fra le migliori in assoluto, a sorpresa, quella di Matteo Romano con Malika Ayane in "Your song". Merito di entrambi, ma con mezzo voto in più per il ragazzino, che in questo Festival ha sfoderato una dimestichezza col palco imprevedibile, e che si è trovato a meraviglia con Malika, in una splendida fusione di voci: non è un caso che l'interprete di "Virale" abbia fatto un bel balzo in classifica generale, avvicinandosi addirittura alla Top 10. Eccellenti anche Emma e Michielin, la chimica (termine molto in voga a  Sanremo '22) fra le due è stata assoluta in "Baby one more time". Molto a proprio agio Noemi, con la sua calda vocalità piena di feeling, in "You make me feel like a natural woman", trascinante la "Live and let die" offerta dalle Vibrazioni con Sophie and the Giants e Vessicchio, raffinato ma tutto sommato prevedibile il trio Truppi - Pagani - Capossela (che strano effetto vederlo al Festivalone)  nel loro tributo a De André ("Nella mia ora di libertà"). 
LA CREATIVITA' DEI RAPPER - Quelli che fino a ieri erano i due battistrada, Elisa e la coppia Mahmood-Blanco, hanno confermato la loro buona ispirazione con versioni di notevole calibro, e tutto sommato rispettose degli originali, di "What a feeling" e "Il cielo in una stanza"; ragguardevole il morbido arrangiamento dance di "Be my Baby" della Rappresentante di Lista con Cosmo, Margherita Vicario e Ginevra. Della truppa rap ho apprezzato più che altro lo sforzo compositivo compiuto nell'arricchire con versi propri i testi degli evergreen: non le trovo intrusioni sgradevoli e penso anzi che spesso diano a queste hit nuovi colori, nuove parole per esprimere gli stessi concetti coi linguaggi di oggi: nulla di blasfemo, insomma. 
MANO TESA DI AMADEUS ALLO SPAURITO GRIGNANI - Abbastanza straniante il duetto Sangiovanni-Mannoia, due mondi davvero distanti che non si sono incontrati appieno in "A muso duro", qualche incertezza nell'esecuzione di "Cambiare" da parte di Arisa e Aka 7even, piacevoli Ranieri e Nek ("Anna verrà"), tenerezza mista a tristezza per un Grignani palesemente non a fuoco con la sua "La mia storia fra le dita" che ha penalizzato più che aiutato Irama: il bravo cantautore ha bisogno di un reset per ritrovare serenità e brillantezza, la prima mano gliel'ha tesa proprio il direttore artistico, invitandolo a passare più spesso dalle parti dell'Ariston. 
PODIO SICURO PER GIANNI. SORPASSO IN VISTA? Hanno vinto Jova e Gianni, come detto, e quest'ultimo stasera difficilmente resterà fuori dal podio, sulle ali del televoto che, da solo, deciderà la prima parte della gara (ma facendo media con le precedenti votazioni, attenzione). Mi schiero palesemente e auspico che, nel rush finale a tre, le altre giurie, e lo stesso televoto, equilibrino la situazione a favore di quelle che continuo a ritenere le due proposte di gran lunga più meritevoli di tutto il lotto, ossia "Brividi" e "O forse sei tu". 
BRAVA MARIA CHIARA! - Per il resto, la serata non ha avuto grossi spazi per intermezzi più o meno graditi, deo gratias: e allora, tributiamo il giusto applauso a Maria Chiara Giannetta, rivelazione o conferma, ma comunque ottima partner di Amadeus, più presente e con più sostanza rispetto alla Muti e alla Cesarini (Drusilla Foer fa corsa a sé). Spigliata, totalmente a proprio agio, abile e divertente nello sketch con Maurizio Lastrico (pace fatta con Ama dopo il piccolo "scazzo" dell'anno scorso legato allo spot della Regione Liguria) basato su titoli e parole di canzoni trasformate in dialogo fra amanti: idea non nuova, ma da nessuna parte sta scritto che non si possano ripetere trovate del passato magari aggiornandole, arricchendole e, in definitiva, migliorandole. 

domenica 7 marzo 2021

SANREMO 2021: LA VITTORIA DEI MANESKIN È UNA DELLE PIU' CLAMOROSE DEGLI ULTIMI 40 ANNI. IL FESTIVAL CHIUDE IN CRESCENDO E LASCIA AI POSTERI UN GRUPPETTO DI BELLE CANZONI

A pensarci bene, era persino ovvio. Il Festivalone più fuori dall'ordinario di tutti i tempi non poteva che esprimere un verdetto spiazzante, pazzesco, sopra le righe, al di là di ogni pur ardito pronostico. Alle 2 e 30 di notte trionfano i Maneskin: seguo il Festival da quasi quarant'anni e, fatte tutte le dovute valutazioni e distinguo per ognuna delle edizioni, penso di poter dire che siamo di fronte a una delle vittorie più clamorose, più di quella di Mahmood, sui livelli di Tiziana Rivale e Jalisse, quanto a imprevedibilità. Certo, Damiano e compagni sono cresciuti nella considerazione di tutti fin dalla prima esibizione, non hanno sbagliato una performance, ma potevano tutt'al più essere accreditati del ruolo di principali outsiders, perché ben altri erano i favoritissimi e loro non potevano essere considerati nel gruppo, a maggior ragione in quanto esponenti di un genere musicale che in Riviera ha sempre raccolto pochissime soddisfazioni.

C'ERA DI MEGLIO - In linea generale, fa sempre piacere quando a chiudere in testa la maratona ligure è un'espressione del mondo giovanile, perché testimonia del fatto che Sanremo mantiene intatta la propria vitalità, vuole sempre e comunque guardare avanti, ignorando chi invece è rimasto inspiegabilmente ancorato agli anni Ottanta-Novanta e auspicherebbe una kermesse costruita sui cantanti mito di quel periodo, oggi fuori mercato e lontani dai gusti di chi spende davvero per fruire del prodotto musicale. Il discorso cambia un po' se guardiamo invece all'aspetto meramente qualitativo: personalmente ritengo che il pacchetto-canzoni del Festival numero 71 offrisse decisamente di meglio. Alla fine, scremando e sacrificando pezzi gradevolissimi, ero giunto a una terna di miei preferiti: Irama, Rappresentante di lista e Malika Ayane, con opzioni aggiuntive per Arisa e Colapesce-Dimartino; i motivi del mio apprezzamento per le loro composizioni li ho già ampiamente illustrati nei post di questa settimana, e non mi pare il caso di ripetermi. 

A IRAMA E' MANCATA L'ATMOSFERA LIVE - Nessuno di loro è giunto a toccare con mano la possibilità di vittoria: poteva avere qualche chance in più l'elettrodance europea di Irama, il quale però alla lunga ha pagato il modesto impatto televisivo della registrazione della prova generale, lo stesso filmato mandato in onda per tre sere. All'Ariston pesa anche, sull'esito della competizione, la performance live, che può mutare da una serata all'altra non tanto come caratteristiche della messa in scena (se andiamo a vedere, l'esibizione di ogni cantante rimane grosso modo la stessa da martedì a sabato, anche sul piano della gestione registica), ma come modo di porsi sul palco da parte del singolo interprete, sulla base del mood del momento. In soldoni: l'rvm trasmesso in loop ha mostrato un Irama padrone assoluto della situazione, da artista consumato, quasi gigione in certi atteggiamenti, sicuro di sé al punto da rasentare una positiva arroganza (nel segno di una delle sue recenti hit estive...); immaginiamo cosa avrebbe potuto fare con lo stimolo della diretta tv e con l'adrenalina di una gara in pieno svolgimento. Un peccato: nelle condizioni in cui ha dovuto operare, ha obiettivamente raggiunto il massimo traguardo. 

LO STRANO PERCORSO DI MICHIELIN E FEDEZ - Una volta... rasi al suolo i miei favoriti, nel terzetto finale avrei puntato su un'affermazione del duo Michielin-Fedez, con una "Chiamami per nome" che è partita col freno a mano tirato ma che alfine si è imposta come pezzo di grande presa radiofonica, del tutto in linea con il pop di questi anni Venti, un prodotto abilmente confezionato e destinato a fare il vuoto nelle chart. Curiosa storia, quella sanremese di questi ragazzi: sono entrati papi (a bocce ferme, prima dell'inizio, i favoriti erano loro), sembravano essere usciti cardinali ma, sotto la possente spinta del televoto, sono rientrati nel conclave rivierasco respirando nuovamente aria di successo pieno. In tema di sorprese, abbastanza inatteso anche il "crollo" di Ermal Meta. Intendiamoci, non per sua responsabilità, ché anzi ha regalato in finale un'esibizione di assoluto spessore, tecnicamente ineccepibile ed emozionalmente vivida. Visto che ieri avevo parlato di un Ermal come l'Inter attualmente in fuga in Serie A, rimanendo in ambito calcistico si potrebbe paragonare ciò che è avvenuto stanotte alla clamorosa rimonta scudetto della Lazio sulla Juventus nel 2000: solo che in quel caso furono i bianconeri a cedere di schianto, laddove il trionfatore (in coppia con Moro) del 2018 ha fatto tutto quello che doveva e poteva, compresa la capacità di mettere d'accordo demoscopica e orchestra e "tenere botta" nelle votazioni via sms, ma non è bastato. 

COSA RESTERA' - Alle corte: non hanno vinto i migliori, parere personalissimo. Succede, e ce ne faremo una ragione. In "Zitti e buoni" i Maneskin portano se non altro una spruzzata di rock certo ingenuo, basico, da studenti alle prime armi, ma comunque sincero e genuino, sporco, graffiato, puro, laddove l'unico precedente di medaglia d'oro sanremese del genere, quello di Ruggeri nel '93 con "Mistero", virava verso tonalità decisamente più ammorbidite. Ad ogni modo faranno breccia anche loro, nelle heavy rotation e nelle classifiche di vendita reali e digitali, assieme a una buona decina di pezzi: nel gruppetto di prevedibili successi di Sanremo 2021 metto il podio ufficiale dell'edizione, i miei preferiti prima elencati, e ci aggiungo i teneri Coma_Cose, una Gaia dal buon impatto scenico, quel Fulminacci che raccoglie l'eredità dei nostri migliori cantautori "de borgata", con la sua capacità di pennellare a parole stralci di semplice vita quotidiana, la martellante rabbia di Willie Peyote, l'estro immaginifico di Gazzè, persino una Madame che è stata forse la più avanguardista di tutti i 26 Campioni, riuscendo a dimostrare che si può cantare l'amore, il nuovo amore, quello giustamente vissuto in totale libertà dai ragazzi d'oggi, con linguaggio ultracontemporaneo, con sonorità futuribili, ma anche con felici contaminazioni fra rap e classicismo italico, senza dover totalmente tradire le proprie origini. 

I CLASSIC: PROMOSSI CON RISERVA - C'è poi tutto il discorso riguardante la truppa dei "classic", i veterani: certo fa un po' effetto chiamare così gente come Renga, Arisa, Annalisa, Noemi, lo stesso Meta, segno inequivocabile che, ahimé, il tempo passa inesorabilmente. Francesco rappresenta un caso a sé, e mi ripeto: non so se fosse in precaria forma vocale o se si stia appannando con l'avanzare dell'età, ma la sensazione, netta, è che il brano scelto non fosse del tutto nelle sue corde; non esaltante ma nemmeno brutto, difficilissimo da eseguire, con continui salti tonali, una montagna russa, ardua da affrontare anche per un campione dell'ugola come lui, se non si è al top della condizione. Di Ermal scrivevo ieri che una sua affermazione avrebbe aggiunto poco o nulla all'albo d'oro festivaliero e alla sua carriera, e lo confermo. Più in generale ho sottolineato nei giorni scorsi che nessuno di questi nomi a noi familiari ha voluto rischiare, andando fin troppo sul sicuro. Esaurita la parte critica, non posso non rilevare come, in ogni caso, le opere da loro portate in concorso siano, alla fine, tutte ben cesellate. In particolare le tre primedonne hanno saputo impreziosire le loro canzoni con interpretazioni ricche di pathos; menzione d'onore per il crescendo vocale e orchestrale di "Glicine" della rossa Veronica, ma tutti i brani in questione spiccano per l'eleganza del vestito, per la classe complessiva, nessuno di loro ha il dono dell'immediatezza ma alla fine entrano nelle orecchie e nel cuore. Insomma, più rispetto della tradizione che banalità. 

AUDITEL GIU', AUDITEL SU - E dunque, il bilancio squisitamente canoro del Sanremo 71 è da considerarsi, di primo acchito, positivo. Come detto ieri, non so se migliore o peggiore dell'anno passato, questo solo il tempo potrà dirlo e comunque richiederebbe una valutazione approfondita e complessa, nella quale non poco inciderebbero le inclinazioni personali (leggasi: gusti soggettivi). Di certo c'è che proprio la musica, le canzoni in competizione, è ciò che più resterà dell'edizione appena conclusa. Dello spettacolo nel suo complesso abbiamo già detto molto. Si può aggiungere che il secondo Festivalone targato Ama-Fiore si è dimostrato più forte di chi lo dava per morto già mercoledì; parlando esclusivamente di Auditel, dopo un avvio tremendamente difficile c'è stata una risalita lenta e costante, culminata con una finalissima che ha dato risultati di tutto rispetto: 13 milioni di spettatori nella prima parte, quasi 8 nella seconda, media non molto lontana dai 10; sui grandissimi numeri, siamo grosso modo in linea con la finale di tredici mesi fa, con flessione contenutissima. 

IL SENSO DELL'AUDIENCE E LA CHIUSURA MENTALE - Si è chiuso in bellezza, quindi, e proprio sulle ali di un dato incoraggiante è giusto dire (farlo mercoledì o giovedì sarebbe parsa un'arrampicata sugli specchi per giustificare l'insuccesso) che continuare a parlare di audience catodica, oggi, ha un senso relativo. Tantissime persone, i giovani soprattutto, ma non solo (l'ho fatto anch'io a volte, in questi giorni) hanno ormai a disposizione modalità alternative di fruizione delle produzioni tv, tramite le piattaforme web che consentono anche di vedere solo stralci di spettacolo, scegliere le parti e le esibizioni che maggiormente interessano. Di tutto questo, oggi, va tenuto conto. Lo sanno i pubblicitari, credo, e in futuro faranno le loro valutazioni in merito, dovrebbero cominciarlo a capire anche i giornalisti, di settore e non, che continuano a vivere coi santini dell'audience e dello share appesi al pc. Aggiornatevi, ragazzi. Se poi  una certa fascia di pubblico ha deciso aprioristicamente di non seguire la manifestazione perché non conosceva diversi nomi del cast, ecco, di questo la direzione artistica non ha colpa alcuna: la chiusura mentale verso il nuovo è un problema culturale che riguarda l'intera visione personale della vita, e che meriterebbe ben altri approfondimenti. Nel piccolo microcosmo festival, io mi tengo il continuo rinnovamento dei ranghi attuato dagli anni Dieci in maniera via via più consistente e deciso, con apertura a realtà periferiche del mercato discografico, ma ricchissime di talento e idee. Ne coglieremo presto i frutti. 

FORMULA AMA-FIORE: COSA HANNO SBAGLIATO - Come annunciato ieri dal diretto interessato, non ci sarà un Amadeus numero tre (anche se oggi in conferenza stampa c'è stata una parziale marcia indietro, forse più formale che altro, su sollecitazione dell'ad Salini...). Lo capisco ed è giusto così: l'anchorman ha sfoderato un coraggio nella selezione dei brani in concorso di cui, lo si capirà presto, gli dovremo essere grati a lungo. Minore elasticità ha mostrato nella costruzione complessiva dello spettacolo, a partire dalla cocciutaggine, rimasta intatta dal 2020 al 2021, nel voler insistere sulla durata spaventosamente dilatata delle serate, accettabile per la finalissima, molto meno per le prime puntate. E poi la formula dell'accoppiata con Fiorello non può essere ripetuta per una terza volta consecutiva: a tratti ha mostrato la corda anche in questa settimana, e più di tanto non si può raschiare il fondo di un pur ricco barile. E' stato tutto troppo uguale da un anno all'altro, anche certi ospiti italiani, anche la trovata della squadra di copresentatrici femminili. 

IO TIFO SERENA ROSSI - Su quest'ultimo punto, la nuova direzione artistica (se nuova sarà, a questo punto) dovrà, secondo me, fare una scelta di campo ben precisa, netta. Perché alla fine il buttare sul palco donne in in gran numero può quasi sembrare un contentino, un rispetto delle quote rosa fin troppo ostentato, un fare mucchio, riservando però a tutte spazi limitati. Ebbene, non conta la quantità, ma la qualità: dodici anni dopo Antonella Clerici, sarebbe ora di tornare ad affidare il comando della kermesse ligure a una donna. Certo, la Hunziker ha avuto un ruolo preminente nel 2018, ma era tutt'altro che sola, con presenza ingombranti come quelle di Baglioni e Favino. Ammetto che si tratti di una mia piccola fissa, ma la figura ideale ce l'abbiamo già, davanti agli occhi, e la si è vista anche ieri sera, pur se per un minutaggio troppo breve. Serena Rossi è una show girl completa e matura, sa presentare, intrattenere, recitare, cantare, potrebbe tranquillamente reggere sulle spalle anche da sola la conduzione del colosso Festival, secondo me. Il nome caldo di questi giorni è Alessandro Cattelan, da almeno due lustri promesso sposo di Sanremo, ma che non ha l'esperienza di prime serate Rai (altra cosa, diciamo pure un altro mondo rispetto alle pay tv), esperienza che può già vantare la prossima protagonista di "Canzone segreta". La quale a parer mio merita di essere la prima scelta. Avremo modo di riparlarne. 

LE COSE DA SALVARE E L'ASSENZA DEL PUBBLICO - Chiusura con piccole chicche extra-gara da salvare di questa faticosa settimana: tutti i momenti di sensibilizzazione sulla crisi del comparto cultural-spettacolare (non sono mancati, potevano essercene anche di più); la sigla delle prime due serate cantata da Amadeus e Fiorello su composizione in stile musical di Rocco Tanica (perché non utilizzarla per tutta la durata della rassegna?); la canzone-parodia di Fiore-Vasco sui pensionati; alcune ospitate non banali, come quelle di Enzo Avitabile, Dardust, l'attuale Re mida del pop italico, di Umberto Tozzi che accanto ai classicissimi ha proposto successi meno scontati come "Dimentica dimentica", e i due angoli nostalgia animati prima da Cinquetti, Leali e Marcella, e questa notte da Fogli, Vallesi e Zarrillo, un'idea da riproporre ampliata e riveduta in futuro, magari con una serata ad hoc. Rimarrà una frase, anche, tratta dal testo dei vincitori: "Parla, la gente purtroppo parla, non sa di che cazzo parla", applicabile a tante sciocchezze social lette in queste settimane sul festival, e colpevolmente alimentate anche da alcune testate giornalistiche che, ai miei occhi, hanno così perso ogni credibilità. 

Di quello che è da dimenticare, molto si è detto: su tutto si staglia l'assenza del pubblico in sala. Debbo dire che da casa l'ho percepita solo a tratti, merito di una scenografia che occupava lo schermo in tutto il suo spazio, di una regia accorta, di una proposta musicale, ribadisco, di grana buona e di due anfitrioni che, magari sbagliando qualcosa, magari segnando a tratti il passo, hanno fatto di tutto per far arrivare sui teleschermi allegria e spensieratezza. Ma per loro e per tutti gli artisti avere davanti quelle sedie vuote, per cinque e più ore a sera, dev'essere stato davvero avvilente. 

giovedì 4 marzo 2021

SANREMO 2021: IRAMA "SPACCA" E SI CANDIDA A SECONDO VINCITORE A DISTANZA DOPO IL VILLA DEL '55. BENE ANCHE MALIKA E RAPPRESENTANTE DI LISTA

 Dopo 66 anni, avremo di nuovo un vincitore di Sanremo "da remoto"? Nel '55 fu Claudio Villa, costretto a letto da un'influenza: nel corso della finale, la sua performance live fu sostituita dalla diffusione in sala dell'incisione di "Buongiorno tristezza". Questa volta potrebbe toccare a Irama, presente solo col filmato della (convincente) prova generale. Eventualità possibile, anche se non è il favorito numero uno, ma il terzo posto nella classifica demoscopica dei 26 Big al termine della seconda serata rende l'ipotesi tutt'altro che peregrina. Augurando al giovane cantante che lui e i suoi collaboratori escano indenni dall'incubo Covid, possiamo già parlare di una storia a lieto fine, quantomeno nel ristretto micromondo sanremese: da un'esclusione data ormai per certa, in punta di regolamento, al mantenimento in gara grazie alla mano tesa dal direttore artistico, fino al boom di consensi di ieri. Da parte mia, posso dire che sarebbe stato un peccato non vedere più in lizza "La genesi del tuo colore", una delle perle più pregiate del pacchetto di questa 71esima kermesse, ma ne parleremo più avanti. 

INSISTERE SULLA LINEA GIOVANE - Nel cuore della notte, prima della messa in onda dell'rvm di Irama, si sono esibiti in successione Random, Fulminacci, Willie Peyote e Gio Evan. Ecco, quello è stato il momento in cui ha fatto capolino l'effetto Sanremo '75, o anche '79, cioè una sfilata di concorrenti poco noti, se non ignoti, alla grande platea generalista. Ribadisco comunque la mia posizione in merito, con un paio di distinguo che esporrò a breve: lo svecchiamento e il rinnovamento del parco cantanti festivaliero, in atto da almeno un decennio, deve continuare, ed è stato giusto azzardare un cast così rivoluzionario, così distante dai canoni della kermesse ligure e dai gusti della platea over 40. Se in passato Sanremo come gara canora ha rischiato di implodere proprio per la refrattarietà quasi totale alla realtà musicale del Paese, le scelte artistiche di Amadeus rappresentano la miglior soluzione possibile per garantire una vita lunga e prosperosa alla manifestazione. 

Certi personaggi rappresentano, per talento e sostanza delle composizioni, il futuro della nostra canzone. Certo lanciarli in maniera così massiccia sull'ammiraglia Rai, nell'evento istituzionale per eccellenza, è un rischio, roba da equilibristi senza rete: ma è anche un investimento per l'avvenire, che darà frutti a medio termine e che, nel frattempo, deve mettere in conto un'emorragia di spettatori. Ecco, del discorso Auditel sanremese non ho mai parlato volentieri se non marginalmente, eppure, da che esiste "Note d'azzurro" avrei avuto ampiamente modo di inzupparci il biscotto, perché dal 2009 all'anno passato l'audience ha sempre visto trionfare Sanremo, con la sola eccezione del 2014, l'ultimo dei... quattro Fazio. Dodici anni di trionfi che rappresentano una discreta copertura assicurativa per l'avvenire del carrozzone rivierasco, e che consentono di parlare con serenità del flop di ascolti di questi giorni. 

FLOP AUDITEL: CAUSE E SOLUZIONI - Magari ci ritorneremo più dettagliatamente nel fine settimana, nelle giornate del bilancio. Ora posso solo fare alcune annotazioni. La prima: possibile che nessuno abbia pensato a quali danni avrebbe comportato andare in concorrenza con la Serie A, l'unico vero competitor in grado di sottrarre pubblico al colosso Sanremo? In passato ci pensarono e, semplicemente, saltarono la serata del mercoledì, anticipando la kermesse di un giorno. Non era difficile. Su tutto il resto si può discutere: d'accordo, la fronda anti festival, alimentata irresponsabilmente anche da alcune emittenti tv, ma spostare lo show ad aprile, maggio o giugno non avrebbe cambiato nulla. Perché la superficialità dei preconcetti non sarebbe stata scalfita, perché il populismo avrebbe trovato altri argomenti vacui per alimentare una pseudosolidarietà posticcia verso non si sa chi (o meglio, verso tutti ma non per chi lavora dentro e attorno alla macchina festival, loro sono dei paria della società che non meritano alcun riguardo, vero?). 

E poi comunque, in primavera, estate o autunno Sanremo 71 sarebbe stato sempre questo: stessa costruzione dello spettacolo, stesso cast di concorrenti e stesse canzoni in gara, stessi presentatori. E soprattutto niente pubblico in presenza, o forse poche decine di spettatori: quest'estate avremo Europei di calcio e Olimpiadi che si disputeranno nel metaforico gelo di impianti vuoti, e nessuno sta montando scioperi e boicottaggi per questo. Semplicemente, forse, è da rivedere la linea artistica riguardante il format televisivo dello spettacolo, e su questo ritorneremo. Ma la selezione di cantanti e canzoni no, è giusta quantomeno nell'idea di fondo e va portata avanti, al netto delle oscillazioni qualitative della proposta musicale, un anno meglio e un anno peggio, come è sempre stato. Con una postilla: focalizzarsi esclusivamente sul dato catodico ha senso, nel 2021, quando si può fruire qualsiasi prodotto tv, e quindi lo stesso Sanremo, anche in differita e attraverso innumerevoli piattaforme? 

GIO EVAN E RANDOM: ANCHE NO - Dicevo di un paio di distinguo riguardanti il cast dei Campioni. Perché ecco, va bene tutto, ma ad esempio Gio Evan è uno di quelli che, effettivamente, poteva davvero trovar posto fra le Nuove proposte. Musicalmente ha un background piuttosto scarno, la sua "Arnica" è anche un interessante sfogo autobiografico scritto con linguaggio attuale e realista, ma il cantante pare ancora un po' acerbo nel proporsi sul palco. Quanto a Random, ok la quota rapper, ma allora perché sceglierne uno che tradisce le radici per portare in concorso una canzoncina d'amore che mi aspetterei più da Zarrillo che da lui? Ecco, queste forse sono due caselle che potevano essere utilizzate diversamente: con un rapper che fa il rapper, e  con un altro veterano da affiancare alla spaurita Berti, andandolo magari a pescare nella galassia dei dimenticati anni Novanta, fra le varie Mietta, Nava, Alotta e compagnia. Mietta che fra l'altro, in occasione del recente Cantante mascherato, ha sfoderato una forma vocale e una poliedricità artistica davvero meritevoli dei migliori palcoscenici. Perché è stata dimenticata dallo showbiz? 

AYANE, IRAMA E RAPPRESENTANTE: TRIO SUPER - A proposito di Orietta Berti: d'accordo, fuori tempo e fuori mercato, ma prendiamo la sua presenza come un meritato tributo a un colosso della musica italiana, assente da troppo tempo dall'arengo sanremese quando molti suoi coetanei hanno occupato quasi manu militari quel palco nello stesso periodo. Comunque "Quando ti sei innamorato" è più pregevole, quantomeno, delle proposte presentate nelle sue ultime apparizioni precedenti, da "La barca non va più" a "America in", da "Futuro" a "Rumba di tango", brutta canzone, con tutto il rispetto per il compianto Giorgio Faletti. Più debole sul piano del prestigio dei nomi in gara, la seconda serata ha offerto però un miglioramento a livello di "immediata capacità impattante" dei pezzi. Balza fra i favoriti Malika Ayane, con un'opera ritmata e orecchiabile che prosegue il discorso intrapreso qualche anno fa con la bella e poco considerata "Stracciabudella", ottimi davvero i Rappresentante di lista, con un brano intenso, pienamente contemporaneo ma anche capace di non dimenticare certa buona tradizione italiana, e un ritornello che si ficca in testa. Sugli scudi, si è detto in apertura, anche Irama: la sua è una dance tesa, possente, persino inquietante in quel refrain "robo-metallizzato". In altri tempi si sarebbe detto "farà ballare l'Ariston": sarà per un'altra volta. 

GAIA E FULMINACCI DA SEGUIRE - Notevoli gli echi arabeggianti di una Gaia tutt'altro che banale, Fulminacci porta un cantautorato semplice, scarno ma sostanzialmente ben concepito e discretamente incisivo, Bugo ha abbandonato l'elettronica dell'accoppiata con Morgan ma suona ancora vintage, e tuttavia la sua "E invece sì" non ha pienamente convinto al primo ascolto, complice anche qualche difficoltà esecutiva di un artista interessante ma che non pare tagliato su misura per i live. Lo Stato Sociale ha gigioneggiato sul palco, la canzone rimembra Edoardo Bennato in certe parti, è ricca di fantasia e forse si avvicina di più al loro stile, rispetto a "Una vita in vacanza" che, benché caciarona, strizzava maggiormente l'occhio alla radiofonicità. Tanta carne al fuoco, forse troppa, nel polemico sfogo della "Mai dire mai" targata Willie Peyote, che comunque non passera inosservata, così come "Bianca luce nera" degli Extraliscio, commistione di stili di non facile digeribilità immediata. Infine, il capoclassifica del momento: Ermal Meta ha concepito una ballata elegante, ben scritta e struggente, anche se non brilla per originalità. E' il tipico prodotto della linea melodica sanremese, se giudicasse solo la demoscopica probabilmente vincerebbe a mani basse, ma...

SUPER ELODIE, MA PERCHE' SCHWAZER? - La gara dei giovani ha prodotto i quattro finalisti migliori: dopo Gaudiano e Folcast, ecco Wrongonyou e Davide Shorty. I più meritevoli, con qualche rimpianto per Greta Zuccoli, grande voce che ha pagato dazio con una proposta eccessivamente agée. Sul fronte della cornice, come sempre eccessiva e debordante (ecco un aspetto che andrà profondamente ritoccato in futuro), dato il giusto rilievo al Golden globe vinto dalla Pausini (traguardo storico, ricordiamocelo, conquistato da una ragazza partita da Sanremo) e all'omaggio a Ennio Morricone con la collaborazione del Volo, si è stagliata nitidamente su tutti Elodie. Oltre il fascino glamour e la sensualità c'è di più, ossia una performer a tutto tondo, che ha un bel futuro da presentatrice anche se preferirei continuare a vederla soprattutto nelle vesti di cantante. Il suo medley a incastro, con una sovrapposizione di pezzi di canzoni storiche da far venire il mal di testa, è stato geniale. Certo poteva evitare, all'una passata, la parentesi autobiografica con commozione incorporata, ma la si può perdonare, mentre difficile capire il senso della pur breve comparsata di Alex Schwazer, con una scelta di campo non richiesta e non dovuta da parte della tv di Stato. La vicenda non è ancora chiusa e ci sono molti aspetti da chiarire, lasciamo che la giustizia, sportiva e non, faccia il suo corso. Ottimo lo spazio nostalgia per i veterani Marcella, Leali e Cinquetti, trovata della... penultima ora. Un'idea da riproporre in avvenire, magari meno improvvisata e più strutturata in una serata ad hoc.

martedì 2 marzo 2021

SANREMO 2021 AL VIA DOPO UNA DRAMMATICA VIGILIA: FESTIVAL MADE IN ITALY E SPACCATO DELLA NUOVA CANZONE NOSTRANA. LEGGEREZZA CHE NON DIMENTICA LA TRAGEDIA

 Finalmente si canta. Siamo ai nastri di partenza del Festival più drammatico, surreale, straniante di sempre. La lunghissima vigilia è terminata, vivaddio. Tormentata come mai in passato, per motivi tremendamente seri ma anche per un eccesso di polemiche costruite su presupposti sbagliati, se non inesistenti. Avendo già sviscerato la tematica in maniera più che esauriente in questa sede, null'altro ho da aggiungere in merito. La mia scelta di campo l'ho fatta in tempi non sospetti, sono contento che il fronte dei favorevoli alla rassegna si sia nel frattempo arricchito di nomi prestigiosi e autorevoli, ma anche fossi rimasto da solo nulla sarebbe cambiato nel mio modo di vedere le cose. 

Il Sanremo numero 71 sarà un unicum, si dice. Lo spero sinceramente, anche se non ne sono più molto sicuro, alla luce dell'andamento sostanzialmente imprevedibile della pandemia e dell'inaccettabile lentezza della campagna vaccinale. E dunque, in una situazione del genere, l'auspicio è che possa essere se non altro uno show prototipo, un modello per tutti gli eventi spettacolari che verranno messi in scena nei prossimi mesi sul piccolo schermo e, sarebbe ora, nei teatri, in attesa di un'uscita dall'emergenza che ancora non si intravede all'orizzonte. Il protocollo sanitario ha creato attorno all'Ariston una bolla che, sulla carta, offre tutte le garanzie. Chi sta appollaiato sul trespolo nell'attesa quasi spasmodica del tampone positivo fa semplicemente pena, e ha evidentemente una vita molto triste. 

UN DISPERATO BISOGNO DI NORMALITA' - La mission della tv di Stato, ha ricordato ieri in conferenza stampa il direttore di Rai 1 Stefano Coletta, è sì informare, ma anche intrattenere con leggerezza. Del tutto refrattario all'idea di dovermi listare a lutto e chiudermi in casa in raccoglimento perenne con radio, televisione e pc spenti, per un malinteso senso di solidarietà posticcia, mi abbandono a questo disperato bisogno di evasione, in me tanto più accentuato in questo periodo, per questioni personali che vanno a sovrapporsi a quelle nazionali e mondiali. Già, un disperato bisogno di gioia e di normalità, seppur effimere; fame di una settimana di canzoni da poter vivere e raccontare comunque ai posteri. 

Sì, sarà strano, anzi straniante: sono sicuro che nessuno, sia chi seguirà da casa sia chi animerà l'evento on stage, perderà contatto con una realtà troppo cruda e incalzante per essere messa in un angolo; ma quando le luci si accenderanno sulla scintillante scenografia, per cinque serate tornerà la magia. "And It's gonna be so different when I'm on the stage tonight", cantava Frida degli Abba nella struggente Super Trouper: una frase che, tutto sommato, racchiude il senso di questo Sanremo 71. Ci sono il dramma e la tragedia, ognuno deve fare la sua parte, e gli artisti possono fare tantissimo tornando a cantare e suonare, facendoci rivedere spiragli di speranza e dando una poderosa spinta per la ripartenza di un settore in sofferenza. Questo non è ignorare il Covid, le sue vittime, il disastro economico, anzi: è voler almeno provare a dare un contributo per saltare l'ostacolo, un primo piccolo tassello per la ricostruzione e, fatto non trascurabile, per risollevare il morale di un popolo prostrato. 

SENZA PUBBLICO E' POSSIBILE - Un anno di tv ci ha dimostrato che, superati comprensibili imbarazzi iniziali, si può dare spettacolo anche senza pubblico. Abbiamo visto tanti varietà brillanti e luccicosi, eventi canori a vasta partecipazione, filati via lisci come l'olio. Non voglio farla passare come normalità perché, ovvio, così non è, ma si tratta dell'ultimo dei problemi, e non ci si dovrà scandalizzare per gli applausi finti, usati anche in passato a Sanremo per "mascherare" la proverbiale freddezza della platea festivaliera. Qualche impaccio in più potrebbe forse esserci per Fiorello: ricordo le prime puntate dell'one man show di Maurizio Crozza in lockdown, col comico genovese visibilmente a disagio a sfornare le sue battute davanti a seggiole vuote. Ma Rosario è talmente istrionico, geniale improvvisatore, che saprà tirare fuori il meglio anche da un quadro così emergenziale: già in questi giorni di approccio, nelle sue incursioni in varie trasmissioni televisive, si è mostrato in discreta forma. 

L'ORA (ANZI, LE ORE) DEL CHIACCHIERICCIO - Guardando a come è stato costruito, impostato e strutturato Sanremo 71, del resto, mi vien da pensare che non ci sarà tempo per avvertire momenti di vuoto e di freddezza. Personalmente non condivido la scelta di occupare militarmente le fasce di prima, seconda e terza serata per cinque giorni consecutivi, con venticinque ore complessive di trasmissione che, facilmente, diverranno ventisei, se non di più. Ma va dato atto all'organizzazione di aver fatto il possibile per riempire ognuna delle cinque puntate coprendo la più ampia gamma di gusti possibile. Fra conduttori, copresentatrici, battitori liberi (Fiore, appunto) e ospiti non cantanti, ci sarà un notevole chiacchiericcio, fatto apposta per tirare tardi, ma, al contrario di quanto avvenuto a volte in passato, soprattutto nel primo decennio di questo secolo, ciò non andrà a detrimento della musica, che è presente in maniera oltremodo massiccia, in termini di quantità e, credo, qualità. 

GOLDEN GLOBE E MOSTRI SACRI - Sarà la più grande celebrazione di sempre del made in Italy canoro, vista la scontata impossibilità di scritturare vedette straniere. Il parterre dei superospiti nostrani, presenza solitamente sgradita per via del "due pesi e due misure" che viene a crearsi con i concorrenti, quest'anno era imprescindibile, anche per andare nella direzione di quel "festival partecipato" che personalmente avevo auspicato fin dall'estate: partecipato sia in concorso che fuori. E se non altro, accanto ai soliti noti, offre qualche spunto degno di interesse: perché la Pausini torna, sì, ma lo fa per celebrare lo storico Golden Globe appena conquistato. Perché Diodato aprirà la kermesse con la sua canzone vincitrice di Sanremo 2020, diventata un inno alla speranza in questi dodici mesi cupi e duri. E perché ci saranno quelle vecchie glorie (senza offesa) da qualche anno sempre più distanti dalla gara: Gigliola Cinquetti, Marcella e Fausto Leali verranno a cantare alcuni loro successi del passato. Giusto così, perché la storia di Sanremo la fanno cantanti e canzoni in gara, e la gara ligure non poteva continuare in eterno a lisciare il pelo al pubblico di mezza età e oltre, proponendo oltre ogni logica personaggi ormai fuori da ogni discorso discografico. Pubblico che peraltro pare aver raggiunto il livello di saturazione, a giudicare dai recenti, clamorosi flop delle trasmissioni celebrative dedicate a Patty Pravo (prezzemolina di tanti festival recenti e dei palinsesti Rai in generale) e ai Ricchi e Poveri. 

LA NOSTALGIA HA STANCATO? - Un buon segno, sì, confermato indirettamente dal consenso che, invece, ha incontrato il progressivo svecchiamento del carrozzone rivierasco già in atto da almeno un decennio, pur se su presupposti via via diversi. Se direttori artistici come Gianmarco Mazzi e Carlo Conti portarono una ventata di freschezza facendo massiccio ricorso al vivaio sanremese e a quello dei talent show, Baglioni e Amadeus hanno deciso di scandagliare con coraggio i mondi rap, indie e della nuova musica in streaming, che ha creato idoli sconosciuti al popolo generalista ma apprezzatissimi in rete. Signori miei, tutto cambia, e la musica non può stare ferma: a chi protesta sui social parlando di cast di sconosciuti, di Nuove proposte travestite da Big, di assenza dei grandissimi nomi, è giunta l'ora di dire due paroline, senza illudermi che possano capire perché certe convinzioni sono difficili da scalfire.  

GUARDARE AVANTI - Orbene, i "grandissimi nomi", a Sanremo, in gara non ci vanno da almeno mezzo secolo. Quanto ai vostri/nostri idoli di gioventù, hanno avuto anni e anni di passaggi ripetuti, di occasioni più o meno sfruttate, ma ora hanno poco o nulla di nuovo e di valido da offrire; non si poteva continuare a fare Sanremo con i "Campioni" degli anni Ottanta, Novanta, Duemila. Avanti bisogna guardare, è vitale essere curiosi, affamati di novità, avere voglia di scoprire quanto fermento c'è nel sottobosco della canzone leggera tricolore. E se proprio non avete l'apertura mentale per compiere questi passi, beh, è legittimo, ma non giudicate ciò che non conoscete. E poi del resto funziona così, da sempre, è un automatismo mentale che proprio non si riesce a spezzare: negli anni Sessanta si rimpiangevano Achille Togliani e Giorgio Consolini contestando gli eccessi di Celentano e Little Tony; nei Settanta e negli Ottanta si rimpiangevano gli idoli Sixties guardando con sospetto all'innovazione (moderata) portata da Alice, Ruggeri, Mannoia ecc. Sempre, sempre a rimpiangere i tempi andati, che, guarda un po', sono sempre migliori di quelli che si stanno vivendo. E' un meccanismo pernicioso, un freno alla crescita culturale e musicale del paese che ha un solo nome: pigrizia mentale. 

CAST "FAMILIARE", NONOSTANTE LE APPARENZE - Nel dettaglio, il cast dei Big di Sanremo 2021 fornisce uno spaccato interessante e credibile, per quanto non esaustivo, della nuova canzone tricolore, di quello che, con buona pace dei nostalgici ad libitum, funziona oggi fra chi sull'ascolto di musica investe tempo, passione, denaro. Un cartellone che è sì fortemente innovativo e rivoluzionario, ma non al punto di lasciare di sasso il pubblico un po' più attempato. Se Orietta Berti è l'unica concessione ai "classic", c'è però un drappello di nomi divenuti ormai familiari anche per gli utenti in fascia "anta": Renga e Meta, Arisa e Annalisa, Malika e Noemi, tutti, fra l'altro, vincenti o piazzati in edizioni a noi vicine, quindi con solido palmarés e notevole repertorio. Nel gruppo dei volti, diciamo così, familiari, possono trovare posto anche l'estroso Gazzè, in pista ormai da fine anni Novanta, e, perché no, Lo Stato Sociale, "sdoganato" dal primo Festival baglioniano con un secondo posto a sorpresa e con la trovata scenica della "vecchia che balla", nonché Irama, principe delle hit parade estive. Ed è sicuramente una coppa da copertina quella formata da Michielin, seconda nel 2016, e Fedez, colpaccio di Amadeus. 

Aggiungiamoci Gaia e Maneskin, che si portano dietro l'enorme bacino di popolarità derivante dai talent, Bugo, per via del bagno di visibilità (non si sa quanto gradito) avuto l'anno scorso in seguito allo "scazzo" con Morgan, e tutto sommato Ghemon, raffinato artista già visto all'Ariston come concorrente e come duettante, senza contare Fasma che è perfettamente inserito nel meccanismo tipico del festival, arrivando dalla sezione giovani e promosso grazie a un maggior successo commerciale rispetto al vincitore di categoria Leo Gassman: nulla di diverso rispetto a quanto accaduto negli anni Ottanta a Marco Armani e Flavia Fortunato, e nei Novanta ad Alessandro Canino, Gerardina Trovato e Marina Rei, per fare solo qualche esempio. Al tirar della somme, una buona metà del cast non sarà assolutamente spiazzante, e renderà meno pesante lo sforzo di dover scoprire gli altri. Conoscendo e apprezzando buona parte di questi "nuovi" o presunti tali, posso dire che in linea di massima non ci sarà di che essere delusi e che, azzardo, possiamo ritenerci fortunati se il futuro immediato della canzone italiana è nelle loro mani, perché ci sono doti di scrittura, ricerca sonora e capacità di abbracciare la modernità senza abbandonare del tutto il solco della tradizione. Forse solo Madame e, in parte, Coma_Cose potrebbero risultare di difficile digeribilità, essendo persino oltre la contemporaneità e sconfinando nel futurismo canoro, ma non è detto. 

CHI VINCE? MICHIELIN E FEDEZ NOMI FORTI, MA... - Pronostici? Sulla gara non mi sento di farne. Ci troviamo alle prese con una di quelle edizioni in cui la canzone avrà un peso determinante, più del "peso" del nome dell'interprete. Ultimamente è successo spesso, in verità: nel decennio che ci siamo lasciati alle spalle, gli unici vincitori annunciati sono forse stati i soli Vecchioni, Volo e Meta-Moro. Certo, il collaudato duo Michielin - Fedez parte col vento in poppa, le pagelle giornalistiche seguite al preascolto dei brani, per quel che valgono, hanno un po' raffreddato gli entusiasmi attorno alla loro proposta. Vedremo, anzi, ascolteremo. Personalmente, sperando finalmente in una riscossa femminile, mi auguro un'affermazione di Malika ed Annalisa, con un occhio alle outsider Rappresentante di Lista e Coma_Cose. Fra i maschietti, punterei forte su Ermal Meta, che "sa come si fa" a Sanremo, meno su Renga, che nella sua ultima uscita rivierasca era parso un po' appannato, mentre si dice un gran bene della coppia Colapesce - Dimartino, di Aiello, di Fulminacci. E occhio allo Stato sociale, che dopo il primo assaggio potrebbero essere tornati per vincere. Fra i giovani "veri", in pole position metterei Gaudiano e il suo pezzo da pugno nello stomaco, per chi ha avuto l'occasione di ascoltarlo ad AmaSanremo nel tardo autunno scorso. 

COME RISPONDERA' IL PUBBLICO A CASA? - Altro tipo di pronostico, molto delicato, lo si potrebbe fare sulla resa Auditel del festival. Qui ancor di più è opportuno andarci coi piedi di piombo. Perché sulla carta potrebbe essere un'edizione da record, per la sua triste e auspicata unicità, per la situazione pandemica che costringe tutti a casa, ma anche, è ovvio, per gli innumerevoli spunti di interesse offerti sia dal lotto dei concorrenti che da quello degli ospiti. Ma ci sono tre incognite: la durata esagerata delle serate (passi per la finale, ma si farà notte già da stasera), la concorrenza del campionato di calcio (nel 2008 il Festival si fermò il mercoledì per non sovrapporsi alla disputa di un turno infrasettimanale di Serie A) e soprattutto la campagna di odio anti Sanremo che, per settimane, ha percorso innumerevoli pagine social. Io rimango del mio parere, e cioè che Facebook e compagnia siano il megafono di una esigua minoranza estremamente rumorosa e volgare, che sopperisce con i toni a un pauroso vuoto argomentativo che emerge da ogni rigo delle loro sgangherate tirate contro il festivalone. E tuttavia, anche solo parzialmente, il seme gettato potrebbe non essere caduto nel vuoto. Per questo ritengo che debba esser messo in preventivo un non marcatissimo calo negli ascolti, e che la conferma dei livelli del 2020 rappresenterebbe già un magnifico traguardo, in attesa di tempi migliori. Spero ovviamente di sbagliarmi. 

venerdì 27 novembre 2020

SANREMO 2021 O FESTIVALBAR DI SANREMO? I DUBBI SULLE DATE, COMPRENSIBILI FINO A UN CERTO PUNTO, E UN'ANALISI SUI BIG PAPABILI

 Sanremo 2021 è al momento un enorme punto interrogativo. In tempi di pandemia, probabilmente, non potrebbe essere altrimenti, ma un po' di magone e di preoccupazione ci sono. L'appuntamento, si sa, è per la prima settimana di marzo, ma nei giorni scorsi sono circolate con insistenza le voci di un possibile, ulteriore rinvio. Ulteriore perché, lo ricordiamo, negli ultimi anni il Festivalone era tornato nella collocazione storica di inizio febbraio, e lo spostamento di un mese rappresentava, nelle intenzioni degli organizzatori, la volontà di mettersi a... distanza di sicurezza dagli ultimi colpi di coda del Covid. Poi, certo, la situazione è peggiorata, ma la recrudescenza non è stata proprio un fulmine a ciel sereno. Si è trascorsa l'estate a discutere di seconda ondata, il quadro si è aggravato oltre le previsioni per tutta una serie di motivi che non sarebbe corretto esporre qui. Al di là di tutto, previsioni circa l'andamento di lungo periodo di questo flagello sanitario pare impossibile farne anche per gli esperti, e si naviga dunque a vista in tutti i campi. 

PALETTI - Dei paletti, dei punti fermi, è pero necessario mantenerli, perché in un quadro così fluttuante è doveroso ancorarsi a un minimo di programmazione. I principali tornei di calcio professionistici nazionali e internazionali, per fare un esempio a me caro, si giocano, pur con enormi limitazioni, con rinunce, con protocolli rigidi, con gli stadi vuoti, ma si va avanti anche in queste settimane così dure e angosciose per il Paese. Una rassegna canora è già qualcosa di diverso, per carità, ma è stata comunque apprezzabile la scelta della Rai di fissare con largo anticipo delle date e di tracciare una road map molto precisa e rigorosa, un percorso di avvicinamento che ruota essenzialmente attorno alla selezione delle Nuove Proposte tramite la trasmissione AmaSanremo, conclusasi ieri, e la finalissima del 17 dicembre al Teatro del Casinò rivierasco. 

MEGLIO MARZO O APRILE? - Tutto questo per dire che, ora come ora, i balletti e i tentennamenti attorno a un progetto già deciso mi sembrano fuori luogo, perché una data stabilita oggi potrebbe non essere più plausibile domani. Spostare la kermesse ad aprile, come in molti quasi esigevano? Sì, forse ad aprile la situazione sarà migliore rispetto a marzo sul fronte virus, anzi è possibilissimo sia così, ma potrebbe anche essere il contrario, potremmo stare meglio a marzo e peggio ad aprile, nella deprecata eventualità di una terza ondata di cui qualcuno comincia a sussurrare. Certo, nel frattempo è arrivata la gioiosa novità del vaccino (anzi, dei vaccini), ma, al di là dell'ottimismo forse eccessivo di certe cronache, sono tutti da verificare tempi e modalità di somministrazione. 

Il mio parere, già espresso nelle scorse settimane, è che Sanremo si "deve" fare: mai come in questo momento sarebbe determinante, quasi vitale, per far ripartire il mondo dello spettacolo e quello della discografia, che stanno pagando un prezzo esorbitante, direi drammatico, allo stop pandemico. Sul punto secondo me c'è stato un grave errore comunicativo di Amadeus, che tanti meriti ha accumulato finora nella sua gestione festivaliera ma che spesso incappa in disavventure verbali di non poco conto. Il direttore artistico ha iniziato la marcia di avvicinamento affermando di non voler pensare a un Sanremo in tono minore, dimezzato, ridimensionato. Ma dire così significa semplicemente salutare Sanremo 2021 e dare direttamente l'arrivederci al 2022. Perché nel 2021, perlomeno nella prima metà, non potrà esserci alcun evento spettacolare in forma "normale". Ecco perché, in teoria, aprile vale marzo. Anche con la rassegna spostata in primavera, ritengo dovranno comunque essere seguiti rigidi protocolli sanitari di sicurezza, non si potrà riempire totalmente l'Ariston, non si potrà consentire l'afflusso in massa di cittadini, turisti e addetti ai lavori nelle strade della località ligure. 

IL... FESTIVALBAR DI SANREMO? - Perché il punto dolente sta anche qui: un Festival senza pubblico, senza indotto, senza "casino" di contorno (un casino remunerativo per tante attività commerciali) sarebbe un Festival assai depotenziato. Se ci si illude che passando da marzo ad aprile la situazione cambierà radicalmente, come per magia, va bene tutto e, sia ben chiaro, io me lo auguro caldamente, ma, per l'appunto, temo sia un'illusione e nulla più. Forse solo una rassegna a ridosso dell'estate potrebbe rappresentare una soluzione con basi più solide. Certo, diventerebbe il Festivalbar di Sanremo, ma in un'epoca così assurda ci starebbe anche. Ciò che conta è l'ufficialità: il direttore di Rai 1 Claudio Fasulo prima, e Amadeus poche ore fa, hanno confermato la manifestazione nelle date previste, e il sindaco della città Alberto Biancheri ha sottolineato di non aver indirizzato a viale Mazzini alcuna richiesta di spostamento, contrariamente a quanto molte testate si erano affrettate a scrivere, ma è evidente che il quadro sia in divenire e imprevedibile.

PRONOSTICI DIFFICILI - Ha senso, alla luce di tutto ciò, cominciare ad azzardare pronostici sui possibili Big in gara, come da piacevole tradizione di questo periodo dell'anno? Non molto, direi. Anche qui, indicazioni contrastanti: in sede di presentazione di AmaSanremo, il direttore artistico si era detto soddisfatto perché a quel momento era arrivato più del doppio delle proposte ricevute dodici mesi prima alla stessa data, fra le quali c'erano anche i provini di qualche nome di rilievo. Poi, voci peraltro non confermate hanno parlato di pezzi scadenti e di nessun grosso calibro in lizza. Ora l'orizzonte sembra essersi di nuovo rasserenato: trecento le proposte arrivate sul tavolo di "Ama" e, parole sue, almeno cento "bellissime". Chi ci capisce è bravo. Proprio sul fronte dell'allestimento del cast, ça va sans dire, l'incertezza sulle date potrebbe risultare esiziale, perché pur in periodo di blocco o semi blocco, gli artisti e i loro entourage non possono fissare impegni da un giorno all'altro, devono sapere quando muoversi, avere un programma definito: non vanno lì a prendere semplicemente un microfono in mano, c'è dietro un'organizzazione lunga e complessa. 

I RITORNI E LE DONNE - In ogni caso, proviamo a dare qualche indicazione di massima, perché anche qui c'è una data ufficiale, impressa a chiare lettere sul regolamento: il 17 dicembre, giorno della selezione finale dei giovani, dovrebbe anche essere comunicato il listone dei Campioni, in teoria venti, ma nella realtà destinati a lievitare di qualche unità, secondo consuetudine. E dunque: come al solito, guardiamo a chi manca da parecchie edizioni e sarebbe tempo che tornasse. Da Malika Ayane a Francesca Michielin, da Ermal Meta a Fabrizio Moro tre anni dopo la loro vittoria in coppia, e poi l'estrosa Dolcenera, la raffinata Simona Molinari, e perché no una Emma che potrebbe pure rimettersi in gioco, visto che la sua ultima partecipazione in concorso (con annesso trionfo) risale al 2012. Tanti nomi femminili, come si vede, perché Sanremo 2021 dovrà necessariamente essere più "rosa" dopo le presenze ridotte delle ultime kermesse. A tal proposito, i grossissimi nomi, fra le rappresentanti della cosiddetta "altra metà del cielo", potrebbero essere Carmen Consoli o Gianna Nannini, mentre è arduo sperare in un ripensamento di Giorgia, tipica cantante da Festival, nata artisticamente all'Ariston ma che, nel tempo, ha sviluppato una certa idiosincrasia alle gare, e ho quasi perso le speranze per Alessandra Amoroso, ma quest'anno è così particolare che mai dire mai.... 

Poi ci sono Baby K. e Giusy Ferreri che, magari stanche della routine dei tormentoni estivi, potrebbero cimentarsi nelle più ovattate atmosfere invernali o primaverili, il che per la siciliana non sarebbe una primizia, ma casomai un tentativo di rivincita dopo troppe delusioni canore patite in Liguria. Il nome più gettonato, e non potrebbe essere altrimenti, è quello dell'ultima "amica" di Maria De Filippi, ossia Gaia. Il mio sogno? Levante, una delle vincitrici morali di Sanremo 2020, che torna con un pezzo ancora più forte di "Tikibombom" e conquista medaglia d'oro e consacrazione definitiva. Anche Elodie potrebbe provare a battere il ferro finché è caldo. 

I MASCHIETTI - Capitolo maschietti: detto di Meta e Moro, ovviamente separati, il nome relativamente nuovo potrebbe essere quello di Pago, mai visto al Festival ma rilanciato prepotentemente dall'ultima edizione di Tale e Quale Show. In quota cantautorato attendiamo speranzosi un ritorno di Samuele Bersani, ultima presenza nel 2012, del sofisticato jazz di Cammariere o di Niccolò Fabi, autore fra i più sensibili assente da tempo immemore dalla ribalta festivaliera, mentre c'è un Gianluca Grignani in cerca dell'ennesimo rilancio, così come Kekko Silvestre e i suoi Modà, fino a pochissimi anni fa dominatori delle classifiche, ma la musica pop consuma in fretta i suoi miti... Chissà che, a due anni dall'imprevedibile vittoria di "Soldi", non si riveda un Mahmood  la cui popolarità necessita comunque di una certa rinfrescata, mentre Rocco Hunt ricomparirebbe più maturo e sicuro di sé, dopo gli ultimi successi discografici in coppia con Ana Mena.  

GLI SCETTICI DEL FESTIVAL - Non dimentichiamoci di Michele Bravi, rivelazione del 2017 poi rimasto al palo per seri motivi personali, e di Bugo, che giustamente vorrebbe farsi risentire per bene e senza intoppi, dopo che la sua bella "Sincero" è stata oscurata dalla surreale diatriba con Morgan, perdonato a tempo di record dalla Rai tanto da diventare uno dei giudici di AmaSanremo. Qui i superbig potrebbero essere i Negramaro, mai più in concorso dopo la clamorosa bocciatura del 2005 ma appena usciti con un nuovo album, un Gigi D'Alessio sempre disponibile con Sanremo, Dodi Battaglia, che secondo le cronache ci aveva provato già due anni fa, irriducibili "scettici" del Festival quali Cesare Cremonini e Luca Carboni, o addirittura un Ultimo smanioso di "vendetta" dopo lo smacco del 2019, e ora campione assoluto delle classifiche. Novità assolute, ma non imprevedibili, sarebbero Tommaso Paradiso, ancora alla ricerca di una precisa identità canora dopo la fine dell'esperienza con The Giornalisti, e Fede senza il fidato Benji. L'amico Luca Valerio, conoscitore e attento analista delle cose sanremesi, mi suggerisce un'eventualità clamorosa, una réunion dei Pooh (magari senza utilizzare il marchio originario, solo con i nomi anagrafici) nel ricordo di Stefano: a mio parere sarebbe una presenza troppo ingombrante per la gara, per un sacco di motivi, principalmente sul piano emozionale, ma forse come superospiti... Vedremo. 

I FRESCHI DELUSI - Più riscatto che rilancio è quello di cui abbisognerebbero Arisa, Nek e Francesco Renga, presenti appena due anni fa ma con una partecipazione assolutamente al di sotto delle aspettative, per motivi diversi che furono qui analizzati all'epoca. Allo stesso modo, non è escluso che ci riprovi qualcuno già in lizza nel 2020 senza riscontri apprezzabili, penso a Giordana Angi, ad Alberto Urso o a Riki. Tornando al 2019, papabili Irama, nel frattempo divenuto protagonista delle chart soprattutto estive,  Shade e i Boomdabash, ottimi all'esordio sanremese. 

GIOVANI, INDIE, RAP - Il vivaio sanremese ha lanciato nell'ultima edizione, oltre al vincitore Leo Gassman, ragazzi di valore come Fasma e gli  Eugenio in via di Gioia. Altamente probabile che qualcuno di loro trovi spazio, minori possibilità per gli emergenti dei Festival precedenti, pur validi, come il multiforme Lorenzo Baglioni, Mirkoeilcane, Zibba, che pure sono artisti meritevoli e originali. Fra gli ex talent, possibili i tentativi di  Lorenzo Fragola, dei Kolors, o la prima volta dei Maneskin. Poi ci sono le due immense galassie delle indie e del mondo rap - trap, dalle quali Amadeus vuole sicuramente attingere a piene mani, nella speranza che arrivino proposte all'altezza. Fra i primi citiamo Calcutta, Fulminacci, Brunori Sas, Colapesce con Dimartino, La Rappresentante di lista, Gazzelle, Roberta Giallo, Patrizia Laquidara, Dente, Cristina Donà, Ginevra Di Marco. Fra i secondi, nomi mainstream come Emis Killa, Myss Keta, Ghali, Marrakash, Fred De Palma, Capo Plaza, Carl Brave, o emergenti già di gran successo come Tedua, Ernia, Tha Supreme, Madame. C'è di che sbizzarrirsi. 

I VETERANI E I DIMENTICATI - E come tralasciare l'immenso catino delle vecchie glorie, dei veterani? Per la verità, negli ultimi anni hanno giustamente avuto meno spazio anche perché, per troppo tempo, molti di loro (quasi sempre gli stessi) sono stati riproposti all'Ariston pur avendo ormai scarsissimo peso sul mercato (Al Bano e Patty Pravo, per dire).  Un nome un po' insolito da "ripescare" potrebbe essere quello dei Matia Bazar, in formazione rinnovatissima col solo "vecchio saggio" Fabio Perversi a tenere saldo il legame col passato, e ora portatori di un pop più fresco, radiofonico, immediato. Andando indietro nel tempo, perché non azzardare una presenza in gara dei ricostituiti Ricchi e Poveri, dopo la trionfale ospitata del febbraio scorso? Da anni auspichiamo la réntrée di Massimo Ranieri, ma è dura; il nome boom in questo campo sarebbe quello di Loretta Goggi, troppo poco presente nella storia di Sanremo, mentre ci sarebbe il solito esercito dei divi anni Novanta e primi Duemila, frettolosamente messi da parte dai circuiti mainstream ma ancora orgogliosamente in pista. Nomi sparsi, tutti plausibili: Lisa e Paolo Vallesi, i delusi dell'ultima edizione perché esclusi nonostante il buon viatico della vittoria a "Ora o mai più", lo show Rai dedicato ai cantanti dimenticati, e poi Francesca Alotta, Massimo Di Cataldo, Jalisse, Syria, Mietta, Silvia Salemi, Marina Rei, fino a Barbara Cola e Jessica Morlacchi, altre protagoniste dell'ultimo Tale e Quale. 

giovedì 16 aprile 2015

SANREMO 2015 NELLE CLASSIFICHE DI VENDITA: VOLO, DEAR JACK, NEK E FRAGOLA SUGLI SCUDI, GIOVANI NON PERVENUTI

                                                Nek: molto bene nelle charts

Bene i Big, non pervenute (o quasi) le Nuove Proposte. In parole poverissime, è questo il bilancio commerciale del Festival di Sanremo 2015, a due mesi dalla conclusione dell'evento. Un bilancio certo più dolce che amaro: molti dischi lanciati all'Ariston si son fatti dignitosamente largo nelle graduatorie di vendita e di download, ma il flop dei Giovani pesa, eccome, perché sul vivaio sanremese la gestione Conti aveva puntato molte fiches, in primis con il cambio di collocazione nella scaletta dello spettacolo, riportando cioè le esibizioni degli emergenti in "prime time", dopo anni di confinamento ad orari da vampiri. Ma torneremo più avanti su questo tasto dolente. 
BUONA PRESENZA NELLE CHARTS - Per il resto, si diceva, il quadro non può che essere considerato soddisfacente, Se i tempi delle hit parade invase in massa dai dischi rivieraschi sono lontani, e lo abbiamo detto più volte in questi ultimi anni, i Big protagonisti dell'ultima kermesse hanno saputo farsi valere, eccome. Quest'anno abbiamo preso in considerazione i dati della FIMI, ossia il "vangelo" delle vendite in Italia, e la Superclassifica di Sorrisi e Canzoni TV, anch'essa un totem da decenni. Il dato di rilievo è sostanzialmente il seguente: il verdetto delle giurie liguri è stato confermato dai consumatori, i ragazzi del Volo hanno sbancato anche nei negozi reali e virtuali. Non basterà a zittire i loro critici "a prescindere", di certo rappresenta un buon viatico in vista dell'ormai imminente Eurovision Song Contest viennese, per il quale gli esperti preconizzano loro una corsa di testa. 
FIMI - I vincitori del Festival  e i Dear Jack hanno presidiato pressoché costantemente la Top ten degli album più venduti, rispettivamente con "Sanremo grande amore" e "Domani è un altro film - Seconda parte", sostando a lungo nelle primissime posizioni. Si è fatta onore anche Annalisa con "Splende", mentre ha sorpreso favorevolmente l'iniziale exploit di Nesli ("Andrà tutto bene" il suo cd), la cui svolta schiettamente pop è stata evidentemente ben digerita dal suo pubblico, e gli ha consentito perfino di allargare il personale bacino d'utenza. A inizio marzo è uscito il disco di Nek ("Prima di parlare"), che si è subito attestato nelle zone altissime, mentre nelle settimane scorse è stata la volta di Lorenzo Fragola, entrato addirittura direttamente al primo posto con "1995". Complimenti. 
Si sono affacciati fra i primi dieci anche Marco Masini con "Cronologia" (una raccolta arricchita da alcuni inediti) e Malika Ayane con "Naif", mentre nelle posizioni di rincalzo (ho preso in considerazione solo quelle fino alla trentesima) sono riuscite a farsi parzialmente largo Chiara e Nina Zilli, peraltro su livelli inferiori alle attese. Ha invece piacevolmente stupito "Bianco e nero" di Bianca Atzei (che ha appena superato un delicato intervento chirurgico al cuore: in bocca al lupo!), per alcune settimane presente nei "dischi caldi" (così si definivano, un tempo, le posizioni dall'undicesima alla ventesima). Le Nuove proposte? sostanzialmente assenti, a parte un paio di comparsate (Caccamo in 29esima posizione, Amara in 30esima). 
CERTIFICAZIONI - Ma il vero asso pigliatutto delle classifiche è stata la compilation "Supersanremo 2015",  ininterrottamente in testa nella graduatoria dedicata, dall'uscita fino a oggi, pur non contenendo tutti i brani dei Big (mancano quelli di Britti, dei Dear Jack e della Atzei). La raccolta ha così, inevitabilmente, ottenuto la certificazione FIMI come "disco di platino", la stessa conquistata dal Volo, mentre al momento Nek e i Dear Jack devono... accontentarsi dell'oro. Sempre in ambito FIMI, la classifica dei singoli "Top Digital" ha rilanciato le azioni di Chiara, non brillantissima con l'album, mentre hanno ben figurato Il Volo, Nek, Annalisa e Fragola. 
SORRISI - La mitica Superclassifica del periodico milanese fornisce un quadro grosso modo identico: gli album del Volo e dei Dear Jack, nonché la compilation (Sorrisi non ha una chart a parte per questo genere di dischi) sono stati sempre in primissima fila, spesso sul podio, Nek ha scalato rapidamente la montagna una volta uscito nei negozi, si sono discretamente difesi Annalisa, Nesli e, un po' più indietro, Masini e Malika; anche qui, da registrare l'exploit della Atzei, nei primi venti fino a metà marzo. E fra i singoli, il solito pokerissimo: Volo, Nek, Annalisa, Chiara e Fragola, al momento l'unico sanremese a resistere fra i primi dieci. 

                                Giovanni Caccamo: lui e gli altri giovani non hanno sfondato

GIOVANI, DOVE SIETE? - Sanremo 2015 ha dunque aperto una significativa breccia nel mercato, ma rimane il buco nero delle Nuove Proposte. Un flop di queste proporzioni era difficile prevederlo, per quanto, personalmente, qualche dubbio l'avessi lasciato emergere già fin dall'analisi preliminare dei brani effettuata su questo blog: si era parlato, in estrema sintesi, di livello medio dignitosissimo, di alcuni pezzi davvero ben costruiti, moderni e orecchiabili che avrebbero potuto imporsi anche lontano dall'Ariston, ma si era anche detto che non vi erano guizzi di novità, operazioni coraggiose e un po' fuori dagli schemi del pop all'acqua di rose, come potevano esserlo lo Zibba, il The Niro o il Diodato dell'anno passato: buone produzioni, sì, ma che andavano ad affollare fasce già "intasate" di mercato, senza offrire alternative al mainstream che occupa le classifiche "manu militari". Mi autocito: "Un sostanziale rivolgersi a modelli di recente successo. Non è un modus operandi particolarmente produttivo, in generale: tentare di inserirsi in nicchie già sature è, di questi tempi, impresa disperata. Auguri a tutti, ma non sarà facile". Ecco, quindi, che il rischio di un rendimento inferiore alle attese poteva essere messo parzialmente in preventivo, per quanto la scarsa resa del pezzo vincitore, "Ritornerò da te" di Giovanni Caccamo, fresco e radiofonico al massimo, non può non lasciare esterrefatti. 
ABOLIRE LE NUOVE PROPOSTE? MAI! - Non è servito nemmeno lo spostamento di orario, con le esibizioni degli emergenti posizionate in apertura delle serate del Festival, ma anche qui si potrebbe dire che non basta una singola edizione di Sanremo per porre rimedio a un quinquennio assurdo, in cui il "vivaio" è stato trattato quasi come un ingombro, piazzato a... mezzanotte e dintorni, fra un'ospitata inutile e l'altra. Ci vorrà tempo per raccogliere i frutti di questo ritorno alle sane abitudini di una volta, che però da solo non basterà. Ovviamente, non va preso nemmeno in considerazione chi chiede di eliminare dal Festival la sezione Nuove Proposte, che si è quasi sempre dimostrata linfa vitale per Sanremo e per la musica italiana in generale (sfogliate gli almanacchi e andate a vedere i nomi che sono emersi da questa categoria: altro che abolirla...). 
SELEZIONE MODELLO TALENT? - Il ripristino della selezione autunnale lanciata da Baudo negli anni Novanta è progetto da portare avanti, ma da strutturare adeguatamente: quel periodo fu, per le Nuove proposte rivierasche, il più florido e prospero, il periodo in cui sbocciarono Giorgia, Bocelli, Irene Grandi, Carmen Consoli, Grignani, Silvestri, Di Cataldo e Paola & Chiara, solo per citarne alcuni. Ora, le gare televisive per cantanti in erba sono tutte modellate sul format "talent show", e la sensazione è che questo paventato "pre Sanremo 2016" non possa essere diverso. Però, occhio: "Destinazione Sanremo" dell'autunno 2002 fu proprio uno dei primi esperimenti di talent, e si risolse in un flop clamoroso, soprattutto perché sfornò, per il Festival 2003, una sezione Giovani nel complesso assai deboluccia (Dolcenera, Patrizia Laquidara, Daniele Stefani e pochissimi altri i nomi di spicco). E non è detto che oggi, col pubblico abituato a questo tipo di concorsi, la cosa possa funzionare meglio, proprio perché c'è un'offerta sovrabbondante in tal senso, mentre solo "Amici" ed "X Factor" hanno fin qui dimostrato di poter fare una credibile opera di scouting.
Ci si pensi bene, dunque; nel mio piccolo, posso dare un paio di suggerimenti: la categoria, più che abolita, andrebbe allargata, perché otto partecipanti rimangono una miseria. Allargarla non solo numericamente, però: ampliare lo spettro di generi rappresentato, dare un quadro il più completo possibile della produzione giovanile in Italia, non rivolgersi solo al pop da classifica e da radio private, dare uno sguardo al negletto mondo "indie", tornare a girare la Penisola, andando nei pub e nei mini - festival a visionare le esibizioni live di solisti e gruppi alle prime armi.  Cercare, scovare e proporre novità, non la solita minestra. 

domenica 15 febbraio 2015

FESTIVAL DI SANREMO 2015: IL PAGELLONE DEI VENTI "CAMPIONI"


Una finestra tra le stelle - ANNALISA: tenderà anche al convenzionale e al banale, l'autore Kekko Silvestre, ma non si può negare che attraversi un periodo di buonissima ispirazione, e a chi piacciono i Modà non può non piacere questo gradevolissimo brano dalla melodia accattivante, costruito con grande furbizia, immediato sia nella strofa sia nell'inciso. E il giovane talentino savonese lo interpreta con voce sicura e buona padronanza della scena. VOTO: 7,5. 
Il solo al mondo - BIANCA ATZEI: di... Kekko in Kekko, questa composizione pare invece un po' più deboluccia. E' un classicone sanremese senza slanci particolari, di quelli che, solitamente, nascono e muoiono sul palco dell'Ariston. Il ritornello a ugola spiegata non basta a far recuperare terreno, soprattutto se la voce è quella acerba, impersonale e poco convincente di Bianca. A proposito della quale rimarrà per sempre un interrogativo: in base a quale criterio è stata inserita nel girone dei Campioni? VOTO: 5. 
Adesso e qui (nostalgico presente) - MALIKA AYANE: etereo, soffuso, con un arrangiamento morbido, quasi accennato, per mettere maggiormente in risalto i (moderati) virtuosismi vocali dell'interprete italo - marocchina. E' un brano che esce alla distanza, pagando un po' anche un testo in certi passaggi ermetico, ma la frase "silenzi per cena" è già un cult sanremese. Buon crescendo sul finale. VOTO: 7,5. 
Vita d'inferno - BIGGIO & MANDELLI: occorre essere benevoli nei loro confronti. Hanno omaggiato Cochi e Renato con assoluta discrezione, senza la pretesa di volersi in qualche modo avvicinare ai mostri sacri. Non sarà stata un'alzata di genio alla Elio e le Storie tese, ma un divertissement sano e senza voli pindarici, godibile e arricchito da una giustamente ridondante coreografia in scena. Volgarità ridotta al minimo sindacale, revival di un cabaret che fu. VOTO: 6 +. 
Un attimo importante - ALEX BRITTI: Alex si è ripresentato su buonissimi livelli, dopo qualche anno di oscurantismo e di duetti non propriamente azzeccati. Nel pieno solco del suo stile, ha portato un pezzo carico di atmosfera, romantico, sognante e ricco di sonorità, con una soluzione testuale azzeccata (la ripetizione della frase "Guardami, toccami, stringimi") e spruzzate di chitarra rock. Un'opera più vivace e innovativa di altre del suo repertorio. VOTO: 7. 
Straordinario - CHIARA: il brano è strutturato con perizia, una melodia tradizionale riletta in chiave contemporanea, adatta ad esaltare i sempre più sicuri mezzi vocali della cantante veneta. Peccato, peccato davvero per quella sensazione di "già sentito" che accompagna, è innegabile, parte del refrain, e della quale già si è discusso ampiamente in questi giorni. Peccato perché quando ascolti una canzone nuova, la cosa più fastidiosa è avvertire echi che arrivano da lontano. Insomma, un'occasione parzialmente sprecata. VOTO: 6 di stima. 
Il mondo esplode tranne noi - DEAR JACK: perché rischiare? Reduci da trionfi oceanici nei palazzetti e nelle charts, le ultime creature "defilippiane" rimangono giustamente fedeli alla linea sfornando un motivo pop (con blande venature rockeggianti) che non brilla per originalità ma che tutto sommato emerge con dignità e vigore giovanile, in un contesto festivaliero che strizza l'occhio al bel canto d'antan. Il ritornello è fra i più azzeccati della rassegna. VOTO: 6,5. 
Io sono una finestra - GRAZIA DI MICHELE E MAURO CORUZZI: interpretazione sentita e sofferta da parte di Coruzzi, poetica ispirata, realistica e non banale quella con cui l'autrice ha dipinto questa storia di vita dolente ma non autocommiserativa. E' un tipo di duetto che a Sanremo in genere funziona, soprattutto se accompagnato dalla giusta intensità. VOTO: 6,5. 
Voce - LARA FABIAN: prima artista straniera in gara al Festival "in solitaria" dai tempi di Luis Miguel, ha forse pagato una popolarità relativa presso il pubblico nostrano e qualche difficoltà interpretativa con la lingua italiana. La canzone è di quelle, solenni e costruite su una voce possente, che tanto andavano negli anni Novanta: forse un po' retrò, ma sostenuta da una ritmica incalzante e, in definitiva, convincente. In finale non avrebbe sfigurato. VOTO: 6,5. 
Siamo uguali - LORENZO FRAGOLA: Immaturo per la ribalta più impegnativa del panorama leggero italiano, ulteriore dimostrazione di come passare, nel giro di pochi giorni, da X Factor a Sanremo sia un azzardo per tutti, o quasi (di Mengoni non ne nascono tutti i giorni). Il brano si regge su un inciso abbastanza trascinante, è una composizione tutto sommato "à la page", ma che non coinvolge fino in fondo e alla quale sembra mancare un guizzo particolare, una "trovata", per decollare del tutto. VOTO. 6-. 
Un vento senza nome - IRENE GRANDI: ha rischiato, l'Irek, portando un brano distante da una amplissima fetta del suo repertorio, un brano soft e riflessivo, di impatto non immediato ma di gran pregio compositivo ed eleganza, che esalta la versatilità e la maturità interpretativa dell'artista toscana, sempre più bella, oltretutto, ogni anno che passa. VOTO: 7+.
Sogni infranti - GIANLUCA GRIGNANI: peccato davvero per la vocalità ridotta al lumicino che ha in pratica "bruciato" la prima esibizione del cantautore. Dopo, è venuto fuori un pezzo assolutamente dignitoso, non troppo distante dalle migliori espressioni anni Novanta di questo tormentato cantante, una ballad dall'arrangiamento DOC ma con un testo più "corposo" e consapevole. Probabile che riesca a percorrere una buona strada lontano dall'Ariston. VOTO: 6,5. 
Grande amore - IL VOLO: stilisticamente datati, ma comunque non è un peccato proporre una linea melodica di stampo tradizionale e, in parte, nazionalpopolare. E' la canzone sanremese per antonomasia: crescendo rossiniano, grande apertura sul ritornello, amore a go go. E voci oggettivamente di grana sopraffina. Il merito è anche quello di aver rinverdito i fasti del filone pop lirico, un po' fermo a Bocelli dopo i tentativi ormai lontani di Alessandro Safina e Piero Mazzocchetti, risoltisi in clamorosi buchi nell'acqua. VOTO: 7 +.
Che giorno è - MARCO MASINI: è tornato sulla Riviera Ligure in forma smagliante. La canzone ha una struttura a metà strada fra il classico e il contemporaneo, c'è la sua impronta stilistica ma anche una ventata di freschezza portata dalla giovane Federica Camba, e una soluzione ritmica di gran presa, che parte dal refrain per impregnare ben presto l'intera composizione, diventandone il leit motiv. Sempre coinvolgente ed emozionante l'interpretazione live del vincitore di Sanremo 2004. VOTO: 8. 
Oggi ti parlo così - MORENO: forse il pezzo più schiettamente rap nella storia di Sanremo (per quanto il Festival non vanti un repertorio molto nutrito, relativamente a questo ambito musicale, e quindi pochi termini di paragone). Essenziale, anzi, "crudo e diretto", come ripete il ragazzino genovese in quell'inciso che si ficca subito in testa. Certo, il rap duro e puro è qualcosa di diverso, ma è segno di intelligenza riuscire a produrre un compromesso "in salsa festivaliera" che non mortifichi il genere d'origine e che, anzi, tragga il meglio dalla commistione con sonorità maggiormente leggere. VOTO: 7. 
Fatti avanti amore - NEK: con Britti, Masini, Irek e in parte Grignani, anche il buon Filippo ha saputo tenere altissimo il nome della generazione di mezzo, i ragazzi degli anni Novanta rientrati al Festival dopo un'assenza più o meno prolungata. E' sua la proposta più al passo coi tempi, assai più di quelle dei giovanissimi Dear Jack e Fragola, dance allo stato puro, martellante, per una canzone orecchiabilissima, costruita per volare negli airplay e per restare a lungo nella memoria. VOTO: 8. 
Buona fortuna amore - NESLI: questa ballata rock - mantica ha in fondo una sua validità, anche se ci mette un po' ad "arrivare". A lasciare perplessi è la metamorfosi dell'artista, che va a cercare collocazione nel già affollato universo dei cantanti pop, dove emergere è certo più difficile, di questi tempi, che come esponente rap e hip hop. Nesli è abbastanza credibile nei panni del rocker "addolcito", anche se come performer lascia francamente un po' a desiderare. Voto: 6+. 
Come una favola - RAF: il grande deluso, del quale si è già ampiamente parlato. Ascoltata e riascoltata, la canzone non è affatto male, siamo sinceri. Un suggestivo lentone per romanticoni, l'ideale nel periodo di San Valentino, pianoforte e archi a go go. Un pezzo sanremese con griffe d'autore, una di quelle composizioni che, in edizioni nemmeno troppo lontane, avrebbero sbaragliato il campo. A volte è questione di fortuna (le condizioni fisiche non l'hanno troppo aiutato), a volte dipende esclusivamente dai volubili umori delle giurie. Non è il caso di prendersela troppo. VOTO: 6/7. 
Libera - ANNA TATANGELO: un'altra melodia priva di fiammate innovative, ma tutto sommato ben confezionata, forse il brano più "da Festival" nell'architettura, stile assolutamente italiano. Canzone positiva e rasserenante, partenza su toni dolci e poi discreti slanci ritmici. VOTO: 6,5.  
Sola - NINA ZILLI: questa è la Nina che vogliamo! Alla larga da eccessive contaminazioni col pop all'acqua di rose, sicura di sé e fedele alle sue origini. Un blues - soul puro e ispirato, con orchestrazione eccellente e arrangiamento pieno di sfumature: l'opera più ricca e variopinta fra quelle ammesse in gara quest'anno. Voce piena e rotonda. Una canzone magari non facilissima da canticchiare, ma che si ascolta con enorme piacere. VOTO: 7,5. 

SANREMO 2015, CRONACA DI UN TRIONFO ANNUNCIATO: VINCE IL VOLO IN UN FESTIVAL IN SALSA ANNI OTTANTA


Sanremo 2015 è stato un Festival in versione anni Ottanta, lo si è detto più volte. E' stato tale nello spirito, nella linea musicale, nello stile di conduzione. Quasi inevitabile, dunque, che lo fosse anche nella assoluta prevedibilità del verdetto finale. Già: proprio come in quella decade controversa, punteggiata da trionfi annunciatissimi sul palco dell'Ariston (dal Fogli dell'82 al trio Morandi - Ruggeri - Tozzi dell'87, per citare i due esempi più eclatanti), ieri sera il rituale della proclamazione dei vincitori ha alfine snocciolato il nome di gran lunga più gettonato, quello del Volo, la cui rincorsa verso la medaglia d'oro, partita già un minuto dopo l'annuncio del cast in dicembre, ha preso via via consistenza e incontrato strada facendo la crescente benevolenza di pubblico e critica, soprattutto dei media generalisti che hanno tirato la volata ai tre ex bambini prodigio sposandone la causa, a partire dalle celebrazioni della loro performance al concerto natalizio in Senato, davanti all'allora Presidente della Repubblica Napolitano. 
NEK A UN PASSO - Non che il pathos sia mancato, giusto in extremis. Il Volo ha prevalso col 39 per cento delle preferenze staccando Nek di soli quattro punti: decisivo, e anche questo era ampiamente in preventivo, l'incidenza del televoto, che ha spinto le tre creaturine di Antonella Clerici con un poderoso 56 per cento. E' un successo che non desta soverchie emozioni, ma che nemmeno fa scandalo, visto che "Grande amore" è pezzo assolutamente inserito nel solco della più pura tradizione rivierasca, ma con un arrangiamento comunque al passo coi tempi, di sicura presa, e sostenuto da una interpretazione oggettivamente mostruosa di questi ragazzi che del resto, se mietono successi intercontinentali, qualcosa varranno, a meno che all'estero non siano tutti rintronati e gli unici veri intenditori di musica leggera risiedano entro i confini del Bel (?) Paese; tutto ciò, al netto delle giuste considerazioni sul marchio "retrò" che si portano dietro, da non interpretare necessariamente in chiave negativa. Ma è tutta la classifica finale ad aver un suo senso compiuto, tale da non prestare il fianco a recriminazioni di sorta: qualche organo di stampa d'alto prestigio si è inventato, ieri sera, un Nek favorito, considerando quindi la sua medaglia d'argento una parziale delusione. Ovviamente le cose non stavano così, il buon Filippo è entrato nel novero dei papabili solo negli ultimi giorni, ma le sue reali quotazioni mai hanno avvicinato quelle del Volo: il secondo posto è anzi un risultato eccezionale, perché solitamente i pezzi a fortissimo impatto radiofonico ottengono fortuna e riconoscimenti quando il sipario del Festivalone si è già chiuso da giorni. 
CLASSIFICA LOGICA - Tutto o quasi, dicevamo, nella graduatoria conclusiva trova una sua logica: il terzo posto di Malika, partita lenta con un brano non immediato ma che si è lasciato scoprire, nella sua intima bellezza, passo dopo passo. Il quarto di Annalisa, che continua nel suo percorso di crescita e che ha servito con trasporto, intensità e professionalità la convincente composizione romantico - pop di Kekko Silvestre. E poi Masini sesto (poteva puntare al podio, ma la concorrenza era nutrita), Grignani che si è arrampicato fino all'ottavo, riuscendo a dare dignità a un pezzo che al debutto non aveva saputo valorizzare, complice una vocalità non all'altezza; ma anche il nono di Nina Zilli, con uno di quei magnifici virtuosismi musicali che da sempre, a Sanremo, rimangono intruppati nelle posizioni di centroclassifica. 
QUEI BRAVI RAGAZZI DEI NOVANTA - E' stato, tutto sommato, il Festival della riscossa di quella che io amo chiamare la "generazione di mezzo" della nostra canzone, i ragazzi nati e affermatisi negli anni Novanta. I nuovi veterani che hanno, si spera definitivamente, preso il posto di quelli spompatissimi dei Sessanta, già in larga parte fuori tempo vent'anni fa eppure tenuti artisticamente in vita, contro ogni logica discografica, fino ai Festival dell'altro ieri (Al Bano e Patty Pravo erano ancora in gara nel 2011, per dire). I Britti e i Grignani, i Raf e le Grandi, per tacere di Nek, si sono infine ripresi una ribalta che spettava loro di diritto, e, pur con diverse sfumature, l'hanno comunque onorata: chi rimanendo ostinatamente fedele a se stesso (su tutti Alex e Filippo), chi azzardando la svolta soft (Irene, che infatti ha faticato a far breccia), chi, come Raf, puntando su un classicone dolce e "sanvalentinesco" che non è giunto in tempo al cuore degli ascoltatori, ma che ha in fondo un suo perché, proseguendo il discorso intrapreso a inizio secolo con la più consistente "Infinito", e che non mancherà di far commuovere ed emozionare i suoi fans e, soprattutto, le sue fans. 
CANZONI DA FISCHIETTARE, MA ANCHE DA ASCOLTARE - Questo Sanremo numero 65 ha mostrato, a conti fatti, una proposta musicale di discreto pregio. Nulla davvero che faccia gridare al miracolo, ma un soddisfacente quantitativo di opere che hanno le potenzialità per farsi ricordare, quantomeno a medio termine. Sanremo della medietà, ma non in senso di... mediocritas: una rassegna da sette pieno, senza eccellenze ma anche senza obbrobri. L'orecchiabilità assoluta, quella da primo ascolto che è impresa difficilissima da mettere a segno, l'hanno centrata forse i soli Giovanni Caccamo e Nek, altri pezzi hanno avuto bisogno di ascolti più numerosi ma alla fine si sono imposti. Purtroppo, a Sanremo e dintorni domina da sempre il tormentone, un po' ottuso, della canzone che si deve per forza canticchiare il giorno dopo, sotto la doccia o facendosi la barba, per definirsi riuscita. Ma una canzone pop non è solo questo: è bello e giusto che ci siano brani "à la carte", pronti da fischiettare, ma c'è anche l'assoluta dignità di quelle composizioni che magari nessuno di noi canterebbe, e che però si fanno ascoltare volentieri. Al primo gruppo appartengono i già citati Caccamo e Nek, ma anche Masini, Annalisa, Moreno e il Volo; al secondo la Ayane, la Grandi e la Zilli: quando i pezzi di queste tre "prime donne" passeranno in radio, sarà sempre un piacere fermarsi qualche minuto a gustarli e ad apprezzarli.

                                                Annalisa: a un passo dal podio

GALA VINTAGE - Finalissima dal sapore vintage, come da linea editoriale impressa da Conti e dal suo staff di autori. Forse non è stato ricordato troppe volte in questi giorni, ma Sanremo 2015 è stato davvero il Festival del ritorno in primo piano della musica: già ampiamente esaltati nelle settimane scorse l'aumento del numero dei Big in lizza e la collocazione dei giovani in prime time, aggiungiamo qui che negli ultimi anni ci eravamo purtroppo abituati a serate conclusive spesso ridotte all'osso, quanto a numero di concorrenti. Se con Fazio si erano già fatti passi avanti (quattordici campioni in finale), dal 2009 al 2012 la gara del sabato aveva visto darsi battaglia appena dieci cantanti, con conseguenti salti mortali per riempire artificiosamente un gala che deve comunque occupare quattro ore di palinsesto.
ITALIANI IN GARA! - Ieri gli extra non sono comunque mancati: tanti ospiti come nei Festival più luccicanti. Di Sanremo 2015 si può dire che sia stata azzeccata la selezione delle vedettes internazionali, canore e non: Ed Sheeran è uno dei protagonisti della hit parade d'oggidì, e Will Smith (ieri con Margot Robbie) è un volto di Hollywood mai banale e sempre disponibile a fare spettacolo, al di là della mera promozione del film in uscita. I dubbi, casomai, sono aumentati sul versante degli italiani fuori concorso: se Ruggeri ha portato un poetico omaggio a Jannacci, Faletti e Gaber, scevro di retorica e malinconia, la performance di Gianni Nannini è stata obiettivamente di una mediocrità disarmante, con errori tecnici inconcepibili per una professionista di tale spessore: avesse sbagliato certi attacchi uno qualsiasi degli artisti in gara, sai i frizzi e i lazzi? Per quanto mi riguarda, il tormentone continua e continuerà, più martellante che mai: basta coi superospiti italiani, se vogliono venire, che vengano in gara, come ha fatto il buon Raf, uno che ha venduto milioni di dischi in giro per il mondo. 
RAI - MEDIASET, ZELIG UBER ALLES - Sanremo 2015 ha scritto un altro capitolo della pax televisiva Rai - Mediaset. Concorrenza berlusconiana quasi assente, come ormai da anni, e del resto conviene a tutti: perché ormai il cast dei cantanti rivieraschi è sempre più pieno di ragazzi di Amici (quest'anno la bravissima Annalisa, i Dear Jack, ma anche Nigiotti e Amara), ma non solo. Conti ha infatti attinto a piene mani da Zelig: i frizzanti Boilers ospiti fissi, e ieri, sorpresa in extremis a tarda ora, Marta e Gianluca, quelli dello "Speed date", protagonisti di uno sketch piacevolissimo, ben più di quello, tutto sommato banale, di Giorgio Panariello. Assieme a Virginia Raffaele e Luca & Paolo, hanno salvato il versante comico di un Sanremo che, per il resto, i sorrisi li ha strappati in altra maniera, ad esempio attraverso le estemporanee uscite della svampita Arisa. Ciò non significa che sia stato un Sanremo triste: le cupezze della ditta Fazio & Gramellini sono lontane, per fortuna. E' stato, semplicemente, un Festival centrato sulla musica, con poche variazioni sul tema. 
FESTIVAL IMMORTALE, VETRINA TV - Già, ma perché il Festival, verosimilmente, non morirà mai? Semplicemente, perché è vitale per la Rai tv. Lo si era già capito negli ultimi anni, ma chi in queste sere ha avuto la pazienza di guardare "tutto", non cambiando canale nemmeno durante gli intervalli, si sarà fatto un'idea ben chiara: il Sanremone è una fondamentale vetrina promozionale per una fetta consistente e importante del palinsesto dell'ente di Stato. Serve per promuovere fiction nuove di zecca ("Braccialetti rossi 2", "L'Oriana". "La freccia del sud" su Mennea), i nuovi spettacoli  ("Notti sul ghiaccio" e "The Voice"), persino film in prima visione ("Il principe abusivo", la settimana dopo l'ospitata all'Ariston di Siani), o a rilanciare prodotti interni un po' svalutati da una falsa partenza (l'improbabile "Forte forte forte").
Spot mandati a ripetizione per cinque sere, e passaggi anche all'interno del Festival stesso: quale trasmissione potrebbe mai sostituire una simile potenza di fuoco pubblicitario? Per tacere degli inserzionisti, che pagano felicemente fior di euro. Chiaro che il merito di questo colossale giro d'affari sia della manifestazione stessa, più in salute che mai, un caso da studiare: da 65 anni, pur fra alti e bassi, è sempre in testa alle preferenze del pubblico, non solo italiano. Mentre, televisivamente parlando, attorno a lei tutto muore o cambia, la rassegna ligure a volte si rinnova, più frequentemente ritrova le radici, a volte deborda verso lo show e altre ritrova la sua essenza canora, ma continua a tenere incollati davanti allo schermo milioni di telespettatori. Chi ne auspica la sparizione o il ridimensionamento vive, almeno per il momento, fuori dal mondo.