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mercoledì 21 novembre 2018

VERSO SANREMO 2019: PUBBLICATO IL REGOLAMENTO. A FEBBRAIO SARÀ GARA A GIRONE UNICO


Con la pubblicazione del regolamento sul sito ufficiale, la marcia di avvicinamento a Sanremo 2019 entra nel vivo. È arrivata la conferma, nero su bianco, di ciò che il direttore artistico Claudio Baglioni aveva già annunciato e ampiamente illustrato fin dalla scorsa estate. Il Festivalone cambia volto, dunque, per l'ennesima volta nella sua quasi settantennale storia: da rilevare, però, che non ci troviamo di fronte a novità assolute, quanto al ripescaggio di formule vincenti del passato, in parte rivedute e corrette per l'occasione. Vale per lo sdoppiamento della kermesse con una ribalta autunnale riservata agli emergenti, un'invenzione di Pippo Baudo che risale agli anni Novanta; e vale per quanto accadrà dal 5 al 9 febbraio prossimi. 
Si torna al listone unico di concorrenti, questa l'innovazione: concorso fra ventiquattro cantanti, ventidue big più i due giovani vincitori della rassegna che andrà in scena a dicembre. Non accadeva dal 2004, è accaduto solo due volte negli ultimi quarant'anni. Eppure, si tratta del format base con cui la kermesse rivierasca è nata, è cresciuta e si è affermata. Le edizioni del boom di popolarità e di vendite discografiche, quelle fra il '64 e il '71, si svolsero tutte secondo questo canovaccio, ma con una differenza sostanziale rispetto a ciò che avverrà nel Festival numero 69: all'epoca, c'era gara senza esclusione di colpi fin dalla prima serata, c'erano le eliminazioni. Vedettes italiane e straniere rischiavano da subito di essere sbattute fuori, e in effetti molti nomi eccellenti dovettero mandar giù bocconi amarissimi: da Celentano a Modugno, da Cher a Marianne Faithfull, i delusi non si contavano, in quegli epici Sanremo all'arma bianca. Era una formula che piaceva al pubblico televisivo dei tempi, appassionato di lotte canzonettistiche allo spasimo, era verosimilmente poco amata dagli artisti ma evidentemente gradita agli industriali della musica, i quali altrimenti non avrebbero fornito ogni anno agli organizzatori i nomi più prestigiosi presenti sul mercato. 
Oggi, invece, niente eliminazioni: in ventiquattro partiranno e in ventiquattro arriveranno. È il marchio di fabbrica della gestione Baglioni: accadde infatti anche nell'ultima edizione, quando tutti i partecipanti giunsero fino alle due competizioni conclusive (venerdì i giovani, sabato i "grandi"). Da buon cantautore italiano, categoria da sempre refrattaria alle gare, una volta chiamato a dirigere la più importante ha voluto da subito "ammorbidirne" i contorni, riducendo al minimo i rischi di brutte figure per i partecipanti. E va detto che ci ha visto giusto: molti temevano un tracollo di audience, dopo anni in cui la platea italiana si era abituata a sfide serratissime, a un Sanremo estremamente competitivo, pur con varie sfumature; invece, la kermesse 2018 è stata un successo televisivo. La delusione è semmai venuta dal riscontro commerciale delle canzoni in lizza, tutt'altro che esaltante. Riscontro che personalmente mi ha sorpreso, in quanto ritenevo e ritengo tuttora di buon livello qualitativo il pacchetto di proposte presentate quest'anno all'Ariston.
Se, dunque, sul piano del gradimento catodico il buon Claudio dovrebbe essere in una botte di ferro, sarà invece chiamato a lavorare di cesello per scovare opere in grado di imporsi anche a manifestazione conclusa. Rispetto all'ultima edizione firmata da Carlo Conti, trionfante sia sul piccolo schermo sia nei negozi di dischi reali e virtuali, la prima dell'artista romano si è contraddistinta per un cast più variegato, multiforme, aderente ma non troppo al gusto corrente: c'erano alcuni dei divi del momento, come Meta - Moro, Noemi e Annalisa, ma anche veterani da tempo un po' fuori dal grande giro commerciale, penso a Barbarossa, ad Avitabile o ai Decibel, e proposte di alto taglio autoriale come quella del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico. Quest'anno occorrerà probabilmente fare meglio i conti con l'attuale realtà discografica italiana, il che vorrà dire ad esempio aprire le porte a qualche rapper, ma non solo. 
Già, perché il panorama musicale del Bel Paese è oggi molto più ricco di quanto si creda, se si ha la buona volontà di non fermarsi al mainstream e all'heavy rotation radiofonica. C'è una nicchia affollatissima di ragazzi da tempo sulla breccia con produzioni di notevole livello. Qualche nome? Ce ne sono tantissimi, ma mi piace citare Patrizia Laquidara, Paolo Simoni, Erica Mou, Zibba, Antonio Maggio, Simona Molinari, Chiara Dello Iacovo (tutti passati dal vivaio sanremese in tempi più o meno recenti, fra l'altro), gente che ha ampiamente dimostrato di saper fare musica D.O.C., che ha il suo giro di fans e di serate, ma che rischia di rimanere confinata a vita in un limbo lontano dai riflettori delle grandi platee. E Claudio Baglioni ha la personalità, il coraggio, gli orizzonti culturali per dare una chance anche a qualcuno di loro, oltre ai soliti noti. Il girone unico, in tal senso, rappresenta un'opportunità unica per fare un Sanremo diverso, più ricco di tendenze canore, più "democratico".  

martedì 9 gennaio 2018

VERSO SANREMO 2018: CONFERENZA STAMPA DELUDENTE, PER UN PUZZLE CON TROPPE TESSERE MANCANTI


Il Sanremo dei misteri continua a percorrere la sua tortuosa strada. Dopo la lunga attesa per la nomina del direttore artistico "post contiano", dopo il sospiratissimo rinnovo della Convenzione Rai - Comune giunto solo in chiusura di 2017, oggi è andata in scena, dal casinò della cittadina ligure, una conferenza stampa surreale. Un incontro con i rappresentanti dei media che doveva essere un po' il vernissage ufficiale del 68esimo Festival, ma che al tirar delle somme ha grosso modo lasciato le cose come stavano. 
Nulla di nuovo sotto il sole, quasi tutto noto (di quel "quasi" parleremo tra breve). Ciascuna delle cose dette questa mattina da Claudio Baglioni e compagnia era di dominio pubblico da giorni, se non da settimane: già sicuri nelle vesti di padroni di casa Michelle Hunziker (di ritorno dopo undici anni, si spera più matura e convinta rispetto a quel pulcino spaurito che deluse ampiamente al fianco di Baudo) e Pier Francesco Favino, già ampiamente conosciuti dagli addetti ai lavori il meccanismo di gara e le novità relative alle giurie e all'abolizione delle eliminazioni (il regolamento è online da tempo sul sito della kermesse), già visti e stravisti i tre spot tv con protagonisti alcuni celebri anchorman festivalieri del passato (Pippo Baudo, Fabio Fazio, Carlo Conti, impegnati in strambi colloqui col cantautore romano). E dunque per che cosa, di grazia, i giornalisti sono stati convocati oggi? Bastava un comunicato stampa... O no?
Spesso, in passato, l'appuntamento con la conferenza "ufficiale" di gennaio è servito a regalare primizie e anticipazioni sulla manifestazione e sul suo contorno: soprattutto qualche notizia boom sui nomi di artisti italiani e stranieri chiamati a esibirsi fuori concorso.  Invece, nada de nada. Gli ospiti? "Abbiamo diramato degli inviti", è stato detto. Laura Pausini, Sting, Liam Gallagher?  "Sono nomi che confermiamo tutti - ha affermato Baglioni - vediamo se li confermano anche loro", cioè i cantanti stessi. Come dire che i contratti, probabilmente, devono ancora essere chiusi. Assolutamente nulla, poi, è trapelato sui format del Pre-festival (la breve striscia tv che da qualche anno precede le serate della gara) e del Dopofestival, se non con la precisazione che quest'ultimo dovrebbe, negli auspici, diventare uno spazio defatigante per gli artisti in concorso, dove fare musica senza animi infiammati né accese polemiche. Chi lo animerà, chi ne sarà l'anfitrione, non ci è dato saperlo. Persino il Festival propriamente detto potrebbe avere altre figure aggiunte a fare gli onori di casa sul palco, ha lasciato intuire Baglioni... Chi? Mah! 
I comici? Ci saranno, e già era stato detto. Le star hollywoodiane? Vade retro, ed è giusto così perché, nel novanta per cento dei casi, il loro apporto qualitativo al Festival è sempre stato di scarsissimo peso (poche le eccezioni, ricordo ad esempio una bella intervista di Baudo a Sharon Stone nel 2003), ma anche questo "niet" il buon Claudio lo aveva anticipato in tempi non sospetti. E allora, di che si è parlato stamane? Tanta teoria, tanti scenari che colpiscono la fantasia (il Festival "come una tela bianca" da dipingere sera dopo sera, "l'immaginazione al Festival" cinquant'anni dopo "l'immaginazione al potere" di sessantottiana memoria); insomma, l'impegno di fare bene come per le squadre di calcio che, conclusa la campagna acquisti, si apprestano a iniziare il campionato. Solo che, qui, la campagna acquisti è lungi dall'essere completata, troppi aspetti della struttura spettacolare dell'evento sono ancora aleatori. 
L'unica vera novità emersa è rappresentata dalla "regola di ingaggio" che verrà applicata nella convocazione degli ospiti canterini d'oltrefrontiera: "Dovranno venire a cantare e suonare qualcosa con una matrice italiana", ha spiegato il direttore artistico. Lodevole da un certo punto di vista, per scongiurare il mero passaggetto promozional - commerciale e spingere gli ospiti a portare qualcosa di più corposo e impegnativo, ma in tal modo potrebbe restringersi il campo dei divi pop disposti a venire in Riviera; l'ideale sarebbe una via di mezzo, ossia consentire loro di fare sia l'autopromozione sia l'omaggio al Bel Paese (e probabilmente, azzardo io, sarà così, anche se non lo si è capito molto bene da quanto è stato detto in conferenza). Lodevole il proposito di salvaguardare ed esaltare l'italianità dell'evento, ma se il Sanremone ha raggiunto le vette attuali è stato anche grazie alle innumerevoli presenze di grandi figure della musica mondiale venute a proporre le loro opere, non dimentichiamolo mai. 
Si è intuito che ci sarà meno glamour, ossia meno lustrini e ingredienti da mega-super show, contrariamente a quanto spesso è accaduto in passato: la musica dovrà essere al centro di tutto, frase peraltro ripetuta come un mantra già alla vigilia di tante edizioni più o meno recenti (e promessa spesso mantenuta, checché se ne dica, ad esempio nell'ultimo triennio, nel quale si è cantato tanto senza per questo tradire l'aspetto spettacolar - televisivo del carrozzone). Insomma, per il momento la rassegna non ha ancora un aspetto ben definito, e ci si domanda se non fosse il caso di aspettare ancora un paio di settimane, prima di convocare questo incontro con la stampa: 15 giorni in cui mettere le firme su qualche contratto e fornire un quadro più esauriente della struttura di Sanremo 2018. Di buono c'è che, a quanto è stato detto, gli introiti pubblicitari (25 milioni di euro) hanno già coperto il costo della kermesse (poco più di 16 milioni), alla faccia di chi dice che "il Festival lo pagano gli italiani con il canone". 

giovedì 12 ottobre 2017

IL REGOLAMENTO DEL FESTIVAL DI SANREMO 2018: BAGLIONI ABOLISCE LE ELIMINAZIONI. ARMA A DOPPIO TAGLIO: FUNZIONERA' SE ARRIVERANNO I GRANDI NOMI


Con la pubblicazione del regolamento sul sito ufficiale, avvenuta ieri sera, la preparazione di Sanremo 2018 entra nella sua fase calda, ed era anche ora, mi permetto di aggiungere. Il format del Festivalone non presenta, relativamente alla struttura della gara, novità sconvolgenti e rivoluzionarie, nel senso di cose mai viste prima nella ormai lunghissima storia della rassegna. Ci sono però modifiche sostanziali rispetto alle consuetudini degli ultimi anni. La mano del neo direttore artistico Claudio Baglioni si è fatta sentire, senza dubbio, e le innovazioni da lui portate potrebbero risultare assai più incisive di quanto si sia ora indotti a pensare. 
ELIMINAZIONI AL BANDO - Permane la suddivisione in due gironi, Campioni e Nuove proposte; i primi dovrebbero essere venti (come si era stabilito l'anno scorso, quando poi lievitarono a ventidue), i secondi saranno otto, scelti con le identiche modalità delle ultime edizioni. La svolta, rispetto al passato recente, è che non ci saranno più eliminazioni: tutti i cantanti che inizieranno il Festival, in entrambe le sezioni, lo porteranno a termine, arrivando fino a venerdì (i giovani) e fino a sabato (gli artisti affermati). Non è una rivoluzione, dicevamo, perché è già avvenuto diverse volte nel cammino di Sanremo: le ultime due furono nel 2003, un'edizione targata Baudo, bella ma non fortunata sul piano degli ascolti tv, e nel 2004 di Tony Renis, quando però esisteva un listone unico di ventidue concorrenti, senza distinzioni di età o anzianità di carriera.
E' in questa scelta che emerge nitidamente la linea editoriale di Baglioni, il quale si fa in un certo senso portavoce di tutta una categoria. Non si dice da tempo immemore che l'élite dei cantautori italiani (ma non solo loro) ha sempre guardato con sospetto il Festival proprio per l'esasperazione del concetto di competizione? Ebbene, arriva un cantautore, uno dei più prestigiosi, prende le redini del carrozzone e limita sensibilmente la gara, che per quanto riguarda i Big sarà in pratica confinata alla sola serata finale, riservandosi per le quattro precedenti un solo momento di pathos: al termine della terza, quando verrà resa nota una classifica parziale dei venti brani sulla base delle votazioni raccolte con le prime esibizioni (tutti insieme la prima sera, dieci la seconda, altri dieci la terza). 
FELICI GLI ADDETTI AI LAVORI - L'idea del buon Claudio è stata semplice: salvaguardare comunque l'essenza del Festival, che senza concorso canoro non avrebbe ragione di esistere, diventerebbe un'altra cosa senza più alcun legame con la tradizione, ma comunque attenuarne l'impronta fortemente agonistica. L'obiettivo dichiarato è quello di rendere Sanremo simile ad altri eventi di cultura popolare come, ad esempio, i festival del cinema e i festival letterari; una "evoluzione", quest'ultima, di cui si parla da più di quarant'anni, e proposte in tal senso furono lanciate già all'inizio dei Settanta, quando si cercava di trovare strade alternative per un evento che cominciava a manifestare i segnali di una profonda crisi. Una svolta in senso "alto" da tempo e da più parti auspicata, e che ora si concretizza, almeno sulla carta: a occhio e croce saranno strafelici cantanti, discografici (e infatti la FIMI ha già esternato la sua soddisfazione) e critici giornalistici. Bene per le prime due componenti, perché senza artisti e senza industria di settore la kermesse non si può fare se non rinunciando a una buona fetta di qualità, trascurabile il terzo aspetto, perché la sensazione è che molti commentatori abbiano sempre preteso da Sanremo un qualcosa che non è mai stato nel suo Dna. 
RICORDARSI L'ESSENZA LEGGERA DEL FESTIVAL - Questo è un punto dolente: Sanremo è sfida tra cantanti, è leggerezza, è quel pizzico di glamour che non guasta mai: ma nelle maglie di un canovaccio prettamente commerciale, volto a spingere il mercato e il successo dei partecipanti, a lanciare e rilanciare carriere, ha spesso e volentieri saputo trovare lo spazio per proposte originali e di ottimo livello compositivo. La mini-rivoluzione made in Baglioni rischia di farne un evento che piace solo agli addetti ai lavori e meno al grande pubblico. E non credo aiuterà il peso enorme, direi eccessivo, attribuito dal regolamento alla giuria della sala stampa, che voterà tutte e cinque le serate. Non sono nemmeno convinto che i vertici della Rai abbiano sposato in toto questo cambiamento, ma non potevano neanche opporsi più di tanto: hanno voluto fortemente il cantautore romano, e ora... se lo tengono, con tutte le sue ferree convinzioni. Del resto, lo ripetiamo, una struttura di gara come quella che vedremo a febbraio Sanremo l'ha già avuta, a grandi linee, ed è sopravvissuto: oltre alle edizioni citate, ce ne sono state altre in cui le eliminazioni prima della finalissima hanno riguardato solamente la sezione dei volti nuovi, il che non è che regalasse poi tutta questa gran suspense al pubblico, interessato soprattutto alla sfida fra i grossi nomi. 
SALVARE L'AUDIENCE COI GRANDI NOMI - Il problema è che, eccezion fatta per le ultime due rassegne allestite da Fabio Fazio (2013 e 2014), dal 2009 in poi la competizione è stata un must della manifestazione, a volte ferocissima come nel quadriennio di Gianmarco Mazzi (2009-2012), che portava in finale solo dieci big, altre volte più annacquata come sotto la gestione Conti, quando alla serata conclusiva si sono comunque presentati sempre sedici partecipanti. Ecco perché l'azienda di viale Mazzini deve mettere doverosamente in preventivo un calo di ascolti: il popolo dei teleutenti si abitua infine ai cambiamenti, ma ha bisogno di tempo. Un tale handicap sarebbe compensato solo dalla presenza, in concorso, di una manciata di personaggi di altissimo profilo, e questo è l'altro obiettivo, più velato ma neanche tanto, che Baglioni si è posto: una competizione più serena e meno stressante, con l'effetto - vetrina amplificato (tutti in finale, quindi passaggi televisivi a go go), dovrebbe sciogliere le riserve di cantanti che all'Ariston non si sono mai fatti vedere, o l'hanno fatto di rado, magari come ospiti. Non parlo, si badi bene, solo del cantautorato storico, ma pure di tanti recenti protagonisti delle hit parade. Un contributo in tal senso dovrebbe darlo la seconda innovazione, forse la più importante per un innalzamento del tono qualitativo dello show: il limite di durata dei brani è stato portato a quattro minuti, decisamente più umano dei tre e mezzo per i Campioni e dei tre per i giovani in vigore l'anno scorso. 
MUSICA AL CENTRO: MENO SOVRASTRUTTURE INUTILI? - In sintesi, meno lacci e lacciuoli e più "spazi di manovra" per chi volesse mettersi alla prova in Riviera. Un messaggio lineare e diretto, quello dell'autore di tanti evergreen della canzone italiana: "Hanno voluto un cantautore alla guida del Festival, e allora la musica sarà al centro del Festival", ha dichiarato ieri al Tg1. Lo speriamo,  e se ciò dovesse portare anche a un taglio di ospiti inutili e fuori contesto, ben venga. Tutto questo giustifica anche la scelta dell'abolizione della serata delle cover, che ormai, del resto, da almeno un paio di anni mostrava pericolosamente la corda, senza dimenticare che dopo l'isolato exploit di Nek con "Se telefonando" nel 2015, nessun'altra riproposizione di pezzi celebri ha saputo ottenere analogo consenso. Meglio allora il ritorno all'happening dei duetti che, con l'appeal garantito dalla presenza di Baglioni e con quello, auspicabile, di nomi di gran richiamo in concorso, potrebbe portare sul palco una buona dose di star e di performance d'effetto, tali da rivitalizzare la serata più tradizionalmente fiacca della settimana ligure. 

lunedì 25 settembre 2017

VERSO SANREMO 2018: BAGLIONI "ANIMA IN GIOCO", DIRETTORE ARTISTICO E "CAPITANO CORAGGIOSO" SUL PALCO

                                              Baglioni "firmerà" Sanremo 2018

E' stato un "parto" lungo e laborioso, forse persino doloroso, anche se non sapremo mai tutto ciò che è accaduto in questi mesi nelle segrete stanze Rai fra dubbi, ansie, trattative più o meno sfiancanti. Di certo c'è che la notizia è finalmente ufficiale: Claudio Baglioni sarà "l'anima in gioco" di Sanremo 2018, per parafrasare il titolo di un suo album del '97 (legato, non a caso, alla sua prima esperienza da personaggio tv, "Anima mia" con Fabio Fazio): direttore artistico e "capitano", com'è stato definito dal comunicato di viale Mazzini, della squadra che animerà sul palco dell'Ariston il Festivalone numero 68. Più che capitano, direi "capitano coraggioso", in onore a un'altra più recente passeggiata del prescelto sul piccolo schermo, quella accanto al collega Morandi. 
L'INUTILE CORSA ALLO SCOOP SANREMESE - Negli ultimi giorni era quasi diventato un segreto di Pulcinella, ma solo ora c'è la notizia, ossia l'incarico con tutti i crismi. Da settimane i media italiani erano in preda a una fregola da scoop francamente sproporzionata e fuori luogo: si è arrivati al fatidico titolo "manca solo la firma", espressione che viene sovente usata negli articoli dedicati al calciomercato per descrivere fantomatici trasferimenti di campionissimi destinati poi a sfumare in extremis. Se l'annuncio, il fatidico "habemus Baglioni", è arrivato solo oggi, nell'ultimo lunedì di settembre, significa che non tutto era così scontato, che ci sono stati diversi particolari da limare e mettere a punto, e soprattutto, ritengo, più di una remora da parte del cantautore romano, per la delicatezza dell'impegno e per il fatto di doversi cimentare anche come padrone di casa di un evento catodico colossale, esperienza inedita per lui. Sempre meglio questi sfiancanti rumors, comunque, rispetto a quelli messi in circolo da chi aveva dato per certo il quarto Festival targato Carlo Conti, notizia del tutto improbabile (il diretto interessato aveva detto e più volte ribadito che stavolta Sanremo era fuori dai suoi programmi) puntualmente ripresa e rilanciata da un'infinità di testate. No comment. 
GRAVE RITARDO - Sanremo 2018 trova dunque il suo deus ex machina alle soglie del mese di ottobre, con un ritardo che rimane grave, incomprensibile e solo parzialmente giustificabile dai tempi lunghi con cui si sta pervenendo alla firma della convenzione fra l'ente tv di Stato e il Comune ligure, documento fondamentale per lo svolgimento della manifestazione. Per carità, si sapeva benissimo che la successione all'anchorman toscano sarebbe stata complessa e da gestire coi piedi di piombo, alla luce degli ottimi risultati conquistati in termini di audience e, tutto sommato, anche sul mercato discografico; ma proprio per questo, la patata bollente Festival era da prendere di petto già pochi giorni dopo la fine dell'ultima edizione, per preparare in tempo utile una soluzione "forte", in grado di reggere il confronto con un così ingombrante passato. 
La soluzione è stata forse trovata, perché il nome è di notevole impatto, ma intanto si son perduti mesi preziosi; e non sono io a dirlo, visto che il direttore generale Rai Mario Orfeo affermò a fine giugno, in occasione della presentazione dei palinsesti Rai autunnali: "Su Sanremo stiamo cominciando a lavorare adesso". Già troppo tardi all'epoca, e nel frattempo son trascorsi altri novanta giorni. Rimangono quattro mesi per lavorare sulla rassegna, in programma dal 6 al 10 febbraio: sarebbero stati considerati pochi già per un Festival anni Ottanta o Novanta, figurarsi oggi, con la manifestazione che è diventata un evento kolossal, una produzione che va ben oltre la mera passerella di canzoni inedite e che richiede dunque un allestimento lungo, accurato, certosino, irto di difficoltà. 
PIU' DEFILATO RISPETTO A MORANDI - E' dunque il momento di mettersi al lavoro. Sul piano della competenza in tema di sette note e di spettacoli musicali, non sono lecite riserve sul professionista prescelto. Le perplessità su Baglioni riguardano semmai il citato ruolo di "capitano", sul palco, di un drappello di presentatori - copresentatori - collaboratori vari, ancora tutto da definire; perché in molti hanno fatto paragoni con un altro cantante che ha recentemente indossato i panni di cerimoniere al Festival, ossia Gianni Morandi, ma va ricordato che quest'ultimo aveva comunque in curriculum già numerose esperienze da conduttore, addirittura fin dagli anni Settanta ("10 Hertz" e "Rete Tre", per gli appassionati vintage). Più scarno, da questo punto di vista, il background dell'autore di "Avrai", "La vita è adesso", "Tu come stai" e tanti altri evergreen: proprio per questo è stato ribadito che non sarà lasciato solo "on stage"; non lo fu neanche Morandi nel 2011 e nel 2012, ma in questo caso il ruolo del buon Claudio potrebbe essere ancora più defilato, diciamo da coordinatore, con maggior spazio per "animali da televisione" da scegliere accuratamente. Chi saranno? Tocca aspettare fino a gennaio: ci attendono dunque settimane di esclusive, notizie bomba, anticipazioni che dureranno lo spazio di un pomeriggio. 
GRANDE INVENTORE DI MEGASHOW - Ampie garanzie Baglioni dovrebbe fornirle come organizzatore, nel senso più ampio che è possibile dare a questa carica: sia sul piano dell'impostazione dello spettacolo (ricordo un suo maestoso e scenografico concerto allo stadio Olimpico di Roma), sia sul piano della scelta degli artisti, pensiamo ad esempio al festival "O' scià" che ha allestito per un decennio a Lampedusa, con la partecipazione di nomi di primo piano dell'ambiente musicale. Ora c'è da vedere il meccanismo di gara che adotterà, e anche in questo caso ci sarebbe parecchio da eccepire su come il progetto Sanremo 2018 è stato fin qui gestito dalla Rai. Il grande ritardo nella nomina del direttore artistico è stato preceduto dall'avvio della "pratica" Sanremo Giovani, con la pubblicazione del regolamento e il via libera alle candidature. Regolamento che ricalca pressoché fedelmente quello adottato lo scorso anno da Carlo Conti. E se Baglioni avesse invece voluto rivoluzionare il volto della competizione, magari addirittura unificando le due categorie, o creandone altre, o riformando le modalità di svolgimento della  tenzone fra i volti nuovi? 
Proprio la sezione delle "nuove proposte" avrebbe necessitato di un ripensamento complessivo, visti i risultati non esaltanti delle ultime edizioni (a parte gli exploit di Francesco Gabbani ed Ermal Meta, rondini che non fanno primavera). Invece, almeno per il momento, questa parte di Festival rimane immutata, anche se nulla vieta che a febbraio i giovani selezionati possano entrare in gioco con modalità differenti rispetto al recente passato. 
I BIG: 22 O MENO? - Per quanto concerne i Big, o Campioni che dir si voglia, tanti gli aspetti da chiarire: rimarranno 22 come l'ultima volta? Dal mio punto di vista sarebbe auspicabile, perché i migliori Sanremo della storia hanno visto sfilare un numero consistente di interpreti affermati, e soprattutto in questa fase congiunturale (col mercato del disco in contrazione, la crisi del settore e via dicendo) è utile allargare il più possibile una vetrina così prestigiosa, dando visibilità a tanti artisti, che siano in decollo, già consacrati o in cerca di rilancio. Il triennio appena trascorso ha dimostrato che l'affollamento di partecipanti non crea disagio o crisi di rigetto presso il pubblico. 
In questo senso, Conti aveva riallacciato i fili con una delle epoche d'oro del Sanremone, il decennio ottantiano con i suoi cast sovente pletorici; prima del suo arrivo sulla tolda di comando, la tendenza era stata invece quella di un cospicuo sfoltimento dei ranghi, operato sotto l'egida di personaggi addentro il mondo della discografia come Gianmarco Mazzi, Morandi e Mauro Pagani: 14 big e non di più. Il timore è che Baglioni, anche lui addetto ai lavori, possa seguire la stessa strada, nel segno del motto "meglio la qualità che la quantità", anche se la storia sanremese racconta che cartelloni più snelli non scongiurano il pericolo di mettere in pista composizioni di modesto livello. 
FRA CLASSIFICHE E "NICCHIA" - La sua particolare sensibilità musicale dovrebbe invece consentirgli di compiere una selezione equilibrata, in grado di portare in concorso canzoni di spessore a prescindere dalla popolarità di chi le propone. Qualcosa di simile, tanto per intenderci, al lavoro realizzato dal citato Pagani, assieme a Fabio Fazio, per le edizioni 2013 e 2014, quando accanto a nomi da classifica come Renga, Arisa, Noemi, Modà, Ferreri, Mengoni, Malika, vennero inseriti artisti tutt'altro che mainstream, da Simona Molinari ai Perturbazione, da Giuliano Palma a Riccardo Sinigallia e ai Marta sui Tubi. E' pur vero che Sanremo ha recuperato una certa solidità sul piano commerciale, sotto la gestione Conti, attraverso dei cast schiettamente pop, glamour, con poco spazio per le proposte di nicchia: basta dare un'occhiata alle certificazioni oro e platino FIMI e alle visualizzazioni in streaming di tanti brani presentati in concorso dal 2015 al 2017... Il nuovo "capitano coraggioso" dovrà dunque muoversi in bilico fra il coraggio di scelte "alte" ma poco consumistiche e la necessità di spingere sia gli ascolti televisivi sia le vendite dei dischi reali e digitali.  

martedì 15 agosto 2017

SANREMO 2018: VERSO UN FESTIVAL DI TRANSIZIONE? BUIO ASSOLUTO SU CONDUZIONE E DIREZIONE ARTISTICA



Sanremo 2018 si farà in ogni caso, ma la sensazione, al momento, è che si tratterà di un Festival di passaggio, di transizione. Riflessione inevitabile, una volta constatato che, doppiata la boa di Ferragosto, ancora nessuna notizia utile è giunta da Mamma Rai sull'edizione 68 della kermesse. Si brancola nel buio quasi assoluto, e anche l'unico barlume di luce giunto in queste settimane, ossia la pubblicazione del regolamento della categoria Giovani, ha destato più sconcerto che sollievo: stupisce infatti che sia stato compiuto un passo così importante in assenza di un direttore artistico designato. A meno che un direttore artistico "ombra" già non ci sia... 
Il fatto è che tale regolamento ricalca, a grandi linee, quello dell'anno passato, tanto da aver fatto sospettare una riconferma, nel ruolo di deus ex machina dietro le quinte, del mattatore degli ultimi tre Festival, Carlo Conti. Difficile pensarlo, dopo aver letto una sua recente intervista rilasciata a Sorrisi & Canzoni, nella quale ha parlato in lungo e in largo degli impegni che lo attendono nella stagione tv 2017/18 (da Tale e Quale allo Zecchino d'oro passando per uno special su Pavarotti, fino al sogno di riportare la Corrida sul piccolo schermo) senza fare riferimento al Festivalone, se non dicendo, appunto, che sta passando un'estate più rilassata rispetto alle ultime tre, in cui pesava su di lui la responsabilità di Sanremo. E poi, che senso avrebbe l'aver già scelto un direttore artistico, anzi averlo confermato, senza annunciarlo? 
GIOVANI: COME L'ANNO SCORSO - La stranezza però rimane, perché con questo primo passo si è in pratica già fissata una continuità regolamentare col passato recente di Sanremo Giovani: e se la nuova "guida tecnica" della manifestazione avesse invece voluto cambiarne il meccanismo? Una modifica della gara delle Nuove proposte sarebbe stata auspicabile, oltretutto, visto che negli ultimi anni la categoria si è appiattita sul modello talent (giuria vip con promozioni e bocciature decretate in diretta) e ha faticato a lanciare e consacrare con continuità verdi talenti (lodevole ma isolata l'eccezione del 2016 con Gabbani e Meta, mentre Lele, vincitore pochi mesi fa, finora non ha lasciato grosse tracce). In sintesi: la questione "Nuove proposte" porta nella direzione di un Conti quarto, le dichiarazioni ufficiali e il silenzio della Rai indirizzano su strade radicalmente diverse. 
RITARDO - E' un Festival misterioso, dunque, dai contorni ancora molto, troppo vaghi. Per quanto mi riguarda, siamo davanti a un ritardo grave e incomprensibile. I cari vecchi patron del tempo che fu, dico gente come Vittorio Salvetti (che a Techetechetè chiamano Enzo, ma vabbè...), Gianni Ravera e Adriano Aragozzini, dicevano spesso che per fare un bel Sanremo occorrerebbe cominciare a lavorarci dal giorno dopo la fine dell'edizione precedente. Forse esageravano (ma anche no: chi meglio di loro conosceva le difficoltà di allestimento dell'evento?), e tuttavia non si può nemmeno esagerare nel senso opposto. Negli ultimi anni, in piena estate, le linee guida del Sanremo successivo erano già definite: si conosceva il nome del direttore artistico-padrone di casa, si conoscevano perlomeno i tratti salienti del meccanismo di gara. Bisogna risalire alla doppia gestione Gianmarco Mazzi - Gianni Morandi (2011-2012) per trovare una designazione effettuata dopo l'estate: in entrambi in casi l'ufficializzazione arrivò nel mese di ottobre. 
Questo per dire che siamo ancora in tempo ad evitare un'organizzazione trafelata, ma occhio, perché le settimane volano e sfogliare la margherita troppo a lungo potrebbe essere dannoso; non sta certo a me ricordare quanto complessa sia la macchina Festival: non si tratta solo di scegliere canzoni, ma occorre scrivere una "sceneggiatura" per chi sarà chiamato a condurlo, invitare ospiti di prestigio che siano in qualche modo emblematici della "linea editoriale" stabilita per l'evento, e vedettes internazionali che vanno prenotate per tempo. 
I GROSSI CALIBRI - Eccoci dunque al tema dei temi: chi avrà in mano le redini del Sanremone, nel febbraio prossimo? Febbraio oppure marzo, beninteso, perché se i tempi organizzativi si allungano uno slittamento dell'evento sarebbe eventualità da non scartare. Al di là delle dichiarazioni di facciata, teniamoci come parzialmente plausibile l'ipotesi di Conti gran manovratore lontano dalle luci di scena, forte di un triennio sanremese di altissimo profilo. Riguardo al nodo - presentatori, l'idea del duo Mika - Virginia Raffaele rimane al momento la più affascinante, in quanto foriera di un Festival diverso, originale, controcorrente, di impronta marcatamente giovanile. Lo showman libanese ha dichiarato che non ci sarà, ma anche in questo caso è opportuno aspettare: si fa presto a cambiare idea. Fra i due grossi calibri tv ancora proponibili per la kermesse ligure ci sono ovviamente Paolo Bonolis e Fabio Fazio. Più probabile il secondo (fresco di contestato passaggio a Rai 1) del primo, che è legato a filo doppio alla concorrenza e ha comunque detto che gli piacerebbe guidare un Festival più innovativo e spiazzante, magari lontano dall'Ariston, in un'arena più ampia e con maggiori potenzialità spettacolari. 
NO A GILETTI - Il passaggio di Massimo Giletti a La7 ha evitato il rischio di una sua conduzione con Piero Chiambretti, "rumor" rivelato da Alessandra Comazzi della Stampa: deo gratias. Trovo che le caratteristiche del Giletti anchorman siano del tutto incompatibili con il Dna dell'evento Sanremo, mentre Chiambretti di Festival ne ha fatti fin troppi (contando anche i Dopofestival) senza mai innalzare il livello qualitativo di quegli show. Sempre da tenere d'occhio l'opzione Maria De Filippi: già "in prestito" da Canale 5 l'anno scorso, potrebbe ripetersi stavolta come "primadonna", chissà... Vanno tenuti in debita considerazione i giovani rampanti: pochi, purtroppo. Il vivaio italiano dei presentatori sembra essersi inaridito. In Rai l'unico nome spendibile è quello di Federico Russo, dall'esterno potrebbe arrivare Alessandro Cattelan: si tratterebbe di scommesse come quella che fece Ravera a suo tempo su Claudio Cecchetto. Al momento, peraltro, paiono candidature meno forti di altre. 
I "NON PRESENTATORI" - Dopodiché, rimangono due bacini in cui pescare: quello dei presentatori estemporanei e non convenzionali e quello degli "aziendalisti" Rai, per usare due definizioni di grana grossa. Nel primo gruppo figurano quelle candidature di nomi d'eccezione che ogni tanto fanno capolino ma raramente si concretizzano: dai fratelli Fiorello a Laura Pausini, fino a Massimo Ranieri, proposto nei giorni scorsi da Marino Bartoletti, uno che di canzoni e di Sanremo se ne intende. Personaggi che non nascono  o che non sono solo presentatori, ma che in tali vesti si sono più volte messi alla prova con successo notevole quando non travolgente (ricordiamo in particolare il sabato sera di Rosario Fiorello,"Stasera pago io", a inizio secolo). 
GLI "AZIENDALISTI" - Il secondo gruppo è formato dai grandi professionisti targati Rai, quelli a cui non è mai stata data una chance all'Ariston e che forse la meriterebbero: Facciamo tre nomi e non ci sbagliamo: Milly Carlucci, che ha in curriculum la lunghissima esperienza alla guida di "Ballando con le stelle"; Fabrizio Frizzi, umile, mai troppo appariscente, mai invadente, ma sempre impeccabile in tutte le sue conduzioni, e negli ultimi tempi anche più sciolto davanti alle telecamere rispetto alla prima fase della carriera; dulcis in fundo, Amadeus, di questo trio il più papabile: nel 2017 iper-utilizzato dalla rete, vanta anche una notevole competenza in ambito discografico, e poi di rassegne canore se ne intende (chi ha la mia età lo ricorda sul palco del Festivalbar). 
Quest'ultimo potrebbe dire la sua anche in tema di direzione artistica, mentre per altri, fra quelli qui citati, si porrebbe il problema della nomina di un esperto che sovrintenda in primis alla selezione dei Big (il Mauro Pagani della situazione, già al fianco di Fazio) e poi all'allestimento dello spettacolo televisivo nel suo complesso (come quel Gianmarco Mazzi che dal 2004 al 2012 ha firmato a vario titolo diverse edizioni di Sanremo, il più delle volte con pieno successo). Non mi pronuncio su Pippo Baudo, nome che periodicamente ritorna, soprattutto in queste fasi di "trono vacante": ribadisco di non ritenerlo più in grado di guidare il Sanremone, sia per impegno organizzativo (troppo oneroso per un ultraottantenne) sia per comprensibili difficoltà nel restare in linea con un gusto musicale che è profondamente cambiato dalle sue ultime apparizioni all'Ariston. 
TRANSIZIONE FISIOLOGICA? - Insomma, come si vede la confusione è grande sotto il cielo, ed è  inquietante che ancora a fine giugno, in sede di presentazione dei palinsesti autunnali, il direttore generale Rai Mario Orfeo abbia dichiarato: "Su Sanremo stiamo cominciando a lavorare adesso". Capisco benissimo che la successione di una grande figura come Conti sia problematica, ma proprio per questo la faccenda andava affrontata da subito con piglio deciso, per pervenire a una soluzione entro l'inizio dell'estate.
Ecco perché allo stato attuale (poi può sempre comparire il "big name" che mette tutti d'accordo) penso a un probabile Festival di passaggio; ogni tanto succede, la storia della kermesse dimostra che è fisiologico, soprattutto dopo periodi contrassegnati da conduzioni e direzioni artistiche in qualche modo epocali. Ricordate le due edizioni seguite al primo triennio targato Baudo (1994 - 1996), quelle con Mike Bongiorno e Vianello? Due edizioni rassicuranti, da navigazione a vista, senza fremiti di novità (a meno di non voler considerare tale il Chiambretti vestito da angelo). Ecco, nessuna sorpresa se dovesse accadere qualcosa del genere nel 2018. Fa parte del gioco. E poi vuol dire poco: bastano una manciata di buone canzoni, una rivelazione di prospettiva, una conduzione comunque brillante, qualche ospite che lascia il segno, e Sanremo porta comunque la pagnotta a casa... 

martedì 4 aprile 2017

LA PROPOSTA DI MOGOL, LAVEZZI, MUSSIDA E SALERNO: RIFORMARE IL FESTIVAL DI SANREMO. PROGETTO CON PIU' CONTRO CHE PRO


Negli ultimi giorni ha avuto ampia diffusione sul web una "proposta di riforma" del Festival di Sanremo. L'iniziativa, rilanciata da diversi siti specializzati, è stata elaborata da un gruppo di storici autori e musicisti, mostri sacri della canzone nostrana, e verrà portata avanti anche attraverso una petizione rivolta alla Rai, al Comune rivierasco e al Ministero dei Beni Culturali. In estrema sintesi, il punto chiave di tale progetto è il seguente: mettere in concorso venti canzoni di autori italiani, scelte da una commissione formata da esperti di provata esperienza e professionalità, e in un secondo momento assegnare tali pezzi ad altrettanti interpreti proposti dalle case discografiche (sia major sia indipendenti). 
LA CANZONE CHE LANCIA IL CANTANTE - Gli ideatori di questa "bozza di riforma" sono Mario Lavezzi, Franco Mussida, Mogol e Alberto Salerno, veterani che non hanno certo bisogno di presentazioni. Su quali basi nasce? La constatazione che ultimamente il fulcro dell'universo festivaliero sia più la figura dell'interprete che il pregio della proposta canora in sé; a ciò non sarebbe estraneo un eccessivo peso delle case discografiche: "Oggi, nella compilazione della rosa dei concorrenti - hanno dichiarato i promotori dell'iniziativa - intervengono le case, costringendo la direzione artistica a rispettare equilibri che non necessariamente hanno a che fare con la validità della proposta. E, in secondo luogo, si privilegia il personaggio, e non la canzone". Un modus operandi in cui il livello qualitativo dei brani passerebbe in secondo piano. 
A monte di tutto, un presunto dato di fatto che vedrebbe nella rassegna ligure un contenitore televisivo di grande successo, ma in cui la musica non avrebbe più la centralità di un tempo. E per restituirle centralità, secondo questa proposta, occorre tornare a valorizzarne l'essenza, ossia le opere di qualità; proprio come nel Sanremo dei primordi, in cui era la canzone, se ben scritta, a lanciare il cantante, e non viceversa. 
PROPOSTA ANACRONISTICA? - Certo, l'idea in sé per sé merita rispetto, e non solo perché portata avanti da autentici fuoriclasse della musica tricolore. Sono degni di nota l'importanza che viene ancora attribuita alla ribalta sanremese e il desiderio di migliorarne la credibilità artistica, ma la sensazione è che lo si voglia fare con una proposta che pare fuori dal tempo e un tantino sganciata dalla realtà. Per una marea di ragioni. 
Innanzitutto è bizzarro che tale presa di posizione si manifesti all'indomani di un triennio sanremese, quello griffato Carlo Conti, contraddistintosi proprio per un riavvicinamento della kermesse agli standard degli anni d'oro, quelli in cui era in primis una rassegna musicale e solo in seconda battuta uno spettacolo ad uso catodico: abbiamo avuto una crescita esponenziale del numero di Campioni in competizione (passati dai quattordici delle gestioni Morandi e Fazio ai venti del 2015/2016 fino ai ventidue di quest'anno), i giovani riportati in "prime time" dopo anni di esibizioni a notte fonda, un meccanismo di gara ad eliminazione che ha comunque consentito l'ascolto dei pezzi un minimo di due volte per ogni big, anche per quelli usciti per primi di scena, con vetrina promozionale garantita dunque a tutti. Ci sono state edizioni, in passato (penso alla primissima di Fazio, nel '99, o a quella di Panariello nel 2006), in cui davvero la tenzone canora si perdeva, immersa nelle esibizioni di arte varia di uno show dilatato a dismisura e riempito di troppi elementi extra; ma pensiamo anche a certi Festival a cavallo fra prima e seconda decade di questo secolo, che portavano appena una decina di cantanti alla serata finale, per dire... 
IL FALLIMENTO DELL'ESPERIENZA '75 - La proposta delle venti canzoni da abbinare successivamente agli interpreti pare fuori tempo massimo anche sul piano di un'analisi storica del Festival: la presentazione del "pacchetto completo" cantante - canzone, in sede sanremese, è un dato di fatto acquisito dal 1972 (non a caso l'anno in cui venne dismessa la caratteristica doppia esecuzione di ciascun pezzo), ed è un modus operandi del tutto ovvio, per quella che è stata l'evoluzione della discografia e del mercato. L'unica volta che si azzardò un ritorno all'antico simile a quello proposto in questi giorni fu nel 1975: prima la scelta delle opere da ammettere alla competizione, poi successivo abbinamento coi cantanti.
Un tentativo di slegarsi dagli interessi dell'industria musicale che ebbe effetti nefasti: le principali aziende discografiche boicottarono la rassegna, il cast fu composto in larga parte da artisti giovani, debuttanti, semisconosciuti o di seconda schiera. Le vendite dei vinili scesero ai minimi, nessun nome nuovo emerse nitidamente, la kermesse rischiò seriamente l'estinzione. Ebbe bisogno di anni per rimettersi in piedi e riconquistare l'antica gloria: lo potè fare, piaccia o meno, solo grazie al ritorno a una stretta partnership con le case e al definitivo pensionamento del motto anni Cinquanta "prima la canzone, poi il cantante", che era dunque ampiamente superato già quattro decenni fa. Quando ancora, oltretutto, non avevano sfondato i cantautori, che oggi sono una realtà di primissimo piano del panorama pop e che non sarebbe facile collocare, in una gara così concepita. Certi inquietanti precedenti dovrebbero indurre a maggiore prudenza, così come altre esperienze sanremesi traumatiche, ad esempio quella del 2004, del Festival di Tony Renis organizzato senza la collaborazione delle major dell'epoca.
E poi: sicuri che, attualmente, nelle selezioni delle canzoni si tenga conto più del personaggio che della proposta? Il cast dell'ultima kermesse è stato molto coraggioso e spiazzante, in tal senso, con tanti nomi non notissimi al grande pubblico, mentre molti veterani ogni anno vengono esclusi, pur essendo volti in grado di bucare lo schermo della tv generalista.
CASE DISCOGRAFICHE IN PRIMO PIANO DA DECENNI - Sorprende anche che si levi alto, oggi, il coro dei lamenti contro lo strapotere delle case discografiche, che a  Sanremo hanno un peso decisivo da tempo immemore, coi suoi pro e i suoi contro. Sui contro non posso pronunciarmi granché, non essendo dentro i meccanismi artistici e "politici" che presiedono alla scelta di cantanti e canzoni per il Festival (scelta che però, per quel che posso intuire dall'esterno, è molto più corretta e trasparente di quanto spesso certi ipercritici vogliano lasciare intendere); i pro sono stati diversi: presenza in Riviera di qualche grosso nome autentico, di cantanti in declino che si son potuti rilanciare, di giovani mandati in orbita (a volte fino a diventare star internazionali), di personaggi di media visibilità che hanno potuto così tenere a galla carriere non esaltanti ma dignitose, e di un gruzzolo di belle canzoni diventate evergreen. Non molto, evidentemente, ma neanche pochissimo.
SUCCESSO E QUALITA'? QUEST'ANNO CI SON STATI... - Oltretutto, anche il messaggio di fondo che sembra di leggere nel lancio di questa petizione è abbastanza discutibile: la proposta di un ritorno della qualità musicale, come se quanto ascoltato negli ultimi anni all'Ariston fosse in larga parte materiale di basso livello. "Pochissimi ricordano, stagione dopo stagione - dicono i "riformisti" - le canzoni che hanno partecipato al Festival, se non addirittura quelle che hanno vinto". 
Anche in questo caso mi par di ravvisare scarso tempismo: dire ciò poche settimane dopo un Sanremo da cui ha preso il volo un tormentone destinato a diventare epocale ("Occidentali's karma"), in cui si è definitivamente consacrato uno dei cantautori emergenti di maggior talento (Ermal Meta), in cui si è rilanciato un ragazzino che pareva bruciato verde (Michele Bravi), in cui si sono avute piacevoli conferme (Moro) e riscoperte (Turci), ecco, pare un po' intempestivo. Ed è anche un po' contraddittorio: perché forse è vero in parte, come dicono, che "i brani che a fine anno ottengono maggior successo quasi mai passano dall'Ariston" (ma credo che a fine 2017 si avranno riscontri diversi: Gabbani è già triplo platino, per dire...), ma se il metro dev'essere il successo discografico, beh, fra i dischi record dell'ultimo lustro ci sono quelli del buon Fabio Rovazzi o, in ambito internazionale, Psy col suo "Gangnam Style". Musica di pregio? Parlare di qualità  nel panorama leggero è argomento scivoloso e troppo esposto ai gusti e alle propensioni soggettive; allo stesso modo, è innegabile che se un singolo lanciato da Sanremo non sfonda in classifica, non vuol dire necessariamente sia brutto: su questo blog, in passato, ho dedicato più di un articolo ai "gioielli sanremesi" rimasti nascosti, belle canzoni non baciate da una fortuna commerciale che avrebbero meritato. 
LAVORARE SULLE STRUTTURE ESISTENTI - In definitiva: il Festivalone, l'ho sempre scritto anche qui, è ben lungi dall'essere la manifestazione musicale perfetta. Ma non è neanche giusto ignorarne i progressi recenti, o vagheggiare rivoluzioni organizzative che snaturerebbero totalmente l'evento, trasformandolo in un'altra cosa. Perché Sanremo ha bisogno dei personaggi, del glamour, della leggerezza. Sanremo "è pop". La musica italiana in generale è forse scaduta di tono nell'ultimo decennio (ma secondo me è in fase di netta ripresa), però il problema non è all'Ariston: è nella ricerca di nuovi ragazzi di valore, affidata in massima parte ai soli talent show con tutti i loro limiti, e nella carenza di autori. Lavezzi e colleghi si concentrino su queste ultime lacune, in prima istanza: il miglioramento del Sanremone verrà poi di conseguenza. Se un difetto si vuol trovare nelle scelte artistiche di Conti, può essere l'eccessiva presenza di interpreti "mainstream" e la scarsa considerazione per quelli di nicchia (che però forse non si sono neanche candidati, chi lo sa). Da questo punto di vista, il duo Fazio - Mauro Pagani del biennio 2013-2014 aveva fatto davvero un bel lavoro, portando alla ribalta gente come Sinigallia, Giuliano Palma, i Perturbazione, Bloody Beetroots, Frankie Hi NRG, Simona Molinari, realizzando un Festival davvero "open". La dimostrazione che si può cambiare marcia e alzare il tiro senza dover necessariamente stravolgere le strutture esistenti. 

giovedì 16 febbraio 2017

FESTIVAL DI SANREMO: CHI PER IL DOPO CONTI? BONOLIS, DE FILIPPI, AMADEUS E ALTRE IPOTESI PLAUSIBILI


Sanremo 2017 è andato in archivio con un bilancio sostanzialmente positivo. Ottimi gli ascolti (in linea con le cifre d'oggidì, ovviamente: i 18 - 20 milioni di spettatori di un tempo sono ormai vette irraggiungibili), buono il livello qualitativo dello show, dignitosissima la proposta musicale. Il brano del trionfatore Gabbani ha in sé le stimmate di un tormentone che ci accompagnerà per diversi mesi e che potrebbe lasciare un segno profondissimo nella storia del pop nostrano; altre canzoni hanno mostrato notevole impatto e grande cantabilità, e a occhio e croce dovrebbero percorrere una lunga strada nelle chart. Però ora si apre una fase oscura, dalle prospettive non facilmente intuibili.
DA UN'ERA ALL'ALTRA - Il passaggio di consegne da un direttore artistico a un altro è sempre un momento delicato, per il Festivalone. In questo caso, però, più di altre volte: chi arriverà dopo Carlo Conti si troverà fra le mani una bella patata bollente. Non solo per i risultati contingenti di cui ho detto in apertura, che pure basterebbero a far tremare i polsi al successore: perché ad esempio, le tre volte che Baudo ha lasciato (1996, 2003, 2008), lo ha fatto dopo edizioni non particolarmente fortunate, quantomeno sul piano dell'Auditel, e chi ne ha preso il posto è dunque potuto partire "dal basso" per tentare di... guarire il malato; e anche Fabio Fazio arrivò in Liguria nel '99 all'indomani di un Festival, quello del trio Vianello - Pivetti - Herzigova, che ottenne una buona audience ma che trapanò l'acqua sul piano musicale; il savonese ebbe quindi carta bianca o quasi per cambiare pelle all'evento. 
SANREMO FUTURIBILE - Il triennio "contiano", si diceva, ha portato in dote alla kermesse ligure molto di più dell'immediato consenso popolare, e l'ho già spiegato in più di un articolo della settimana scorsa: il Festival è entrato finalmente in una nuova era, si è aperto al nuovo in tutte le sue sfaccettature, alla gioventù dei suoi protagonisti, alla contemporaneità nel modo di concepire lo spettacolo, alla tecnologia con lo sfruttamento delle più avanzate piattaforme digitali. Non si può tornare indietro, da una gestione come questa. Chi arriverà sul ponte di comando, dovrà avere prima di tutto il coraggio dell'umiltà, ossia riconoscere l'immenso lavoro fatto dal predecessore e cercare di non snaturare la macchina - Sanremo, che ha bisogno di ritocchi e aggiustamenti, non di sconvolgimenti. Perché la "formula Conti" ha prodotto un Sanremo quasi ideale, rispettoso della tradizione ma proiettato in avanti, aspetto quest'ultimo che è emerso particolarmente con l'edizione appena conclusa. 
DE FILIPPI? IDEA SUGGESTIVA MA DI ARDUA APPLICAZIONE - Eccoci dunque al punto: chi, dopo il toscanaccio? La scelta è meno facile di quel che sembri, il quadro intricato assai. Ad esempio, la tendenza degli ultimi anni, assolutamente condivisibile, è parsa quella di affidarsi a risorse interne Rai, di utilizzare il potenziale di idee e talento dell'azienda; tuttavia, proprio l'ultimo Festival ha visto schierarsi in palcoscenico, accanto al vero "gran cerimoniere", il volto simbolo della concorrenza Mediaset, nonché figura di grande rilievo e influenza anche nel mondo discografico, visto il ruolo centrale conquistato negli anni da "Amici", il talent griffato Maria De Filippi. 
Ergo, mai dare le cose per scontate. E a proposito di volti Mediaset, quella della stessa Maria è una ipotesi da prendere in considerazione, anche se affidarle il ruolo organizzativo più importante sarebbe un salto in avanti un tantino azzardato, da parte dell'ente tv di Stato: qualcosa di più di una semplice pax televisiva, un notevole stravolgimento delle consuetudini della concorrenza catodica. Senza contare poi che per Maria si creerebbe una situazione di notevole imbarazzo, visto che ormai la presenza in gara a Sanremo di giovani provenienti dal suo "vivaio canoro" è la normalità.
PERPLESSITA' SU BONOLIS - Si è parlato molto di Paolo Bonolis, che rimane una candidatura attendibilissima ma che personalmente mi lascia un po' perplesso. Vero, i suoi due Festival (2005 e 2009) sono stati due successi, entrambi storicamente fondamentali, perché giunti a resuscitare la kermesse dopo edizioni deludenti al punto da averne messo in discussione l'esistenza stessa. Nel frattempo, però, il popolare conduttore ha intrapreso una strada televisiva essenzialmente legata a un intrattenimento fin troppo leggero e caciarone: legittimo, ci mancherebbe, ma il Sanremo, per come è diventato in questi anni, avrebbe bisogno di qualcosa di più, o comunque di diverso. Da ricordare comunque che, in entrambe le occasioni citate, accanto a Bonolis fu presente la fondamentale figura di Gianmarco Mazzi: quest'ultimo gestì il Festivalone anche dal 2010 al 2012, e fu il primo a portare una decisa ventata di rinnovamento nell'obsoleto e stanco carrozzone rivierasco, a traghettarlo nel ventunesimo secolo, rinfrescando gli schemi dello show e favorendo il progressivo svecchiamento del cast di cantanti.
DA MAZZI A CECCHETTO, LE SCELTE POSSIBILI - Ecco, quella di Mazzi, manager contestato ma sempre vincente in Riviera, sarebbe una figura da prendere seriamente in considerazione, nonostante al termine della sua ultima esperienza, nel 2012, avesse detto di aver esaurito le idee applicabili al Festivalone. Ma in cinque anni si cambia e di idee possono esserne spuntate di nuove.... Oltretutto, risolverebbe un problema non da poco, quello di dover reperire un padrone di casa che possa occuparsi anche della direzione artistica, in particolare delle selezione di artisti e canzoni. Carlo Conti, e prima di lui Pippo Baudo, avevano i titoli per farlo, essendo uomini di musica oltre che di tv, ciascuno con la propria cultura e il proprio percorso. Ma non vedo nessun professionista in giro con caratteristiche simili: Federico Russo, forse, ma è un po' troppo giovane e inesperto per accollarsi il doppio ruolo (organizzatore e presentatore); l'identikit più attendibile, in tale ottica, sarebbe quello di Amadeus, che oltretutto nell'ultimo anno ha saputo ritagliarsi spazi sempre più ampi come anchorman di buona presa. Da tenere d'occhio... Tornando invece a personaggi chiamati ad esercitare unicamente il ruolo di direttore artistico, nomi interessanti potrebbero essere quelli di Mauro Pagani, Pino Donaggio (che l'hanno già fatto in passato) o, perché no, Linus e Claudio Cecchetto, più volte giurati di qualità all'Ariston (e Claudio anche presentatore del Festival per tre volte, all'inizio degli anni Ottanta).
NO A GILETTI. FRIZZI E I GIOVANI - Da escludere recisamente, per il ruolo di conduttore, Massimo Giletti: fa un altro tipo di televisione (che mi piace zero, ma non è questo il punto), lo vedo inconciliabile con la manifestazione ligure. Di Fabrizio Frizzi ho più volte scritto: il suo momento d'oro fu negli anni Novanta (col travolgente successo di "Scommettiamo che...", in coppia con Milly Carlucci), ma all'epoca le porte di Sanremo gli furono sbarrate prima dal lungo regno di Baudo, poi da scelte discutibili della Rai che preferì puntare su volti Mediaset come Mike Bongiorno e Raimondo Vianello. Negli ultimi anni ha acquisito spigliatezza e sicurezza, però continuo a vederlo poco adatto a gestire una macchina complessa come quella della rassegna canora: gli manca l'esperienza recente di un grosso show, a parte Telethon, che è sicuramente un impegno improbo ma ha caratteristiche del tutto diverse da Sanremo. Esperienza che invece possiede Milly Carlucci, grazie alla pluriennale guida di "Ballando con le stelle".
Tornando ai giovani, non è che ve ne siano molti in rampa di lancio: si è parlato prima di Federico Russo, il più vicino alla meta festivaliera (ne ha curato l'anteprima in occasione della recente edizione), poi ci sarebbero Alessandro Cattelan e il bravo Nicola Savino, mentre Mika, pur reduce dall'ottima affermazione col suo show su Rai 2, mi pare una candidatura al momento un tantino rischiosa. Fiorello? Grossissimo nome, inutile dirlo, ma con l'incognita di una certa idiosincrasia per il piccolo schermo, ove le sue apparizioni sono sempre centellinate, e per lo stesso Festival, dove, dopo la parziale delusione del 1995 (quando partì favorito per arrivare "solo" quinto), si è fatto vedere solo un paio di volte come ospite. E un istrione così sarebbe di certo uno spettacolo nello spettacolo, che però concentrerebbe tutta l'attenzione su di lui, sviandola dal concorso, ciò che invece Sanremo deve cercare di evitare.
BAUDO: PRO E CONTRO - Capitolo Baudo: da solo o abbinato ad altri, mi pare francamente da escludere. Come conduttore non lo vedo più in grado di reggere oltre venti ore di diretta in cinque giorni, più conferenze stampa e altri impegni collaterali; come direttore artistico... Beh, son passati nove anni dalla sua ultima comparsa in tale ruolo, e non fu un buon Festival, forse mai come in quel momento vicino alla sparizione, dopo il rischio corso negli anni Settanta.
Da allora, Sanremo è cambiato profondamente nella sua struttura di spettacolo, ed è cambiato il panorama pop italiano, con riflessi profondi anche sulla composizione del cast di partecipanti alla kermesse. Non sono sicuro che il Pippo nazionale possa essere in grado di recepire e fare propri tali profondi fremiti di rinnovamento: dal 2008 ad oggi ha fatto pochino, in Rai (non per colpa sua, sia chiaro, quanto per scelte editoriali), e quel poco lo ha visto nella trincea della difesa della "bella televisione che fu", come dimostra ampiamente la sua ultima "Domenica in...", all'insegna della nostalgia e dei canoni, rispettabilissimi, del varietà e dell'entertainment del passato.
Non è neanche detto che affiancargli co - organizzatori giovani e rampanti sia la scelta migliore, perché il Baudo degli anni più gloriosi (i Novanta) ha sempre gestito il colosso Festival in primissima persona, imprimendovi la sua firma a chiare lettere, mettendoci tantissimo di suo, come era giusto che fosse; poi, nelle sue ultime quattro edizioni (2002, 2003, 2007 e 2008) era tornato a farsi affiancare da una commissione di esperti per la selezione dei brani, mentre a livello televisivo quei Sanremo avevano comunque avuto un'impronta sostanzialmente classicheggiante, liturgica, da "Messa cantata", come lui stesso amava definirla. Ma come detto, dopo quanto accaduto in questi anni e soprattutto la settimana scorsa, non si può tornare indietro. Il che non vuol dire che non possa accadere, anzi: la storia di Sanremo purtroppo è stata spesso questo, un passo avanti e due indietro. Ma proprio ora che il Festivalone ha finalmente trovato una nuova dimensione e una precisa collocazione nel panorama musicale e mediatico nazionale, sarebbe un grave errore.

AGGIORNAMENTO: giusto per rendere esauriente questo primo quadro d'assieme, amici su Facebook mi suggeriscono come ulteriore alternativa il ritorno di Gianni Morandi. Certo plausibile, ma con qualche riserva: nel 2011-2012 rappresentava una stuzzicante novità in chiave di conduzioni sanremesi, e comunque era un cantante che poco tempo prima aveva dimostrato buona adattabilità al piccolo schermo (dopo altre felici esperienze in tal senso a cavallo fra gli anni Settanta e gli Ottanta). Oggi quella duplice spinta propulsiva non avrebbe più grosso peso. Altra cosa: Morandi da solo nel doppio ruolo o, come all'epoca, affiancato dalla rassicurante figura di Mazzi, citato in questo articolo? In ogni caso è una candidatura che ci sta, anche alla luce degli ottimi consensi di audience registrati a suo tempo, pur se, come presentatore, non mi fece delirare per l'entusiasmo. Vedremo.