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giovedì 21 gennaio 2016

LE MIE RECENSIONI: "QUO VADO?" E IL POLIEDRICO TALENTO DI ZALONE


Poche storie: Checco Zalone ci sa fare. Le considerazioni sociologiche e le analisi filosofiche lette in queste settimane a proposito del travolgente successo di "Quo vado?", sbanca - botteghini già entrato negli almanacchi della cinematografia, possono tranquillamente lasciare spazio a quest'unico, lapalissiano dato oggettivo. Ci sa fare, Checco, perché è semplicemente il miglior talento comico emerso in Italia dall'inizio del secolo in corso. Talento vuol dire anche poliedricità, che per un comico significa saper centrare l'obiettivo del far ridere operando su "palcoscenici" tra loro radicalmente diversi, come possono essere la televisione e il cinema: direi che quasi nessuno, negli ultimi quindici - venti anni, vi sia riuscito come lui. Soprattutto, il percorso dal piccolo schermo al teatro o al mondo di celluloide ha impietosamente messo a nudo i limiti artistici di molti cabarettisti, troppo frettolosamente issati al ruolo di fuoriclasse a tutto tondo. Di nomi ne sono stati fatti anche qui su "Note d'azzurro", in passato: inutile tornarci sopra, sarebbe un'inutile crudeltà.
La classe di Zalone, invece, risalta ancor di più dopo ogni sua avventura cinematografica. In fondo, i capisaldi di una buona commedia leggera non sono molti, per quanto difficili da realizzare: capacità di portare allegria ma anche qualche spunto di riflessione, eliminare i tempi morti, la cadute di tono, e limitare al massimo le strizzatine d'occhio al repertorio più becero e trash, perché, senza ipocrisia e falso perbenismo, qualche piccola volgarità qua e là può anche starci, ma il troppo stroppia. Elementi che in "Quo vado?" (regia di Gennaro Nunziante) sono presenti in quantità persino insperata. Checco riesce a elevare all'ennesima potenza i pregi già evidenziati dal precedente "Sole a catinelle": la tensione comica non cala praticamente mai, ma senza sguaiataggine, senza il gusto della battuta fine a se stessa. C'è una sceneggiatura solida, un messaggio da portare avanti, sviluppare, "sfruculiare". C'è il legame con la realtà attuale, vista con occhi allegri e scanzonati, ma anche amaramente disincantati: c'è la capacità di sorridere sulle distorsioni della società moderna senza però buttare tutto in vacca, e anzi inducendo a pensare. C'è intelligenza, insomma, e scusate se è poco. 
Zalone maneggia con leggerezza ma ottima padronanza argomenti "pesanti", sostanziosi, ispidi e infidi: e coglie nel segno. La disoccupazione in età non più verdissima in "Sole a catinelle", mentre nell'ultima produzione le tematiche sono più di una, c'è tanta "ciccia", direbbero a Roma: non solo il mito tricolore del posto fisso, attorno al quale ruota tutto, ma anche mentalità retriva, discriminazioni,  lacune culturali del popolo italiano messe in relazione alla maggiore apertura di altre nazioni (nella fattispecie, la Norvegia). E ridere con garbo e gusto di tali "buchi neri" della nostra società civile è il modo migliore per smontarli, per metterne a nudo la negatività. 
Non è solo comicità, a ben vedere: è ironia tagliente, diciamo pure satira. Satira "mascherata", meno diretta di quella, ad esempio, di Maurizio Crozza, ma ugualmente efficace. Satira all'italiana, certo, non corrosiva come certi picchi d'oltrefrontiera, ma con una sua dignità. Ho citato Crozza perché, con Zalone, è attualmente il miglior esponente su piazza di questo genere artistico. Mettere in ridicolo uno spaccato d'Italia per condannarlo e spingerci (non insegnarci, per carità: solo spingerci) ad essere un po' migliori; è, in fondo, quello che faceva anche il Paolo Villaggio di Fantozzi, anche se in maniera più grezza e caricaturale; e pensando a quel precedente il rischio, per Checco, è uno solo: finire col ripetersi fino allo sfinimento, in una stanca parodia di se stesso. Ma non credo  farà questa fine: Luca Medici è un attento osservatore e lettore delle miserie del presente, che riesce a sintetizzare e trasformare in celluloide con freschezza ed efficacia. E la recente rinuncia all'ospitata sanremese dimostra che sa anche gestire bene la sua popolarità: dietro la scusa della presenza pagata con soldi pubblici (il Festivalone, credo, si autofinanzia abbondantemente attraverso una marea di prestigiosi sponsor) c'è probabilmente il desiderio di non sovraesporsi. 
Detto tutto questo, si è già spiegato come il successo  di "Quo vado?" voli più alto di tante amenità lette ultimamente, come la fin troppo capillare presenza della pellicola nella sale della Penisola (nessuno punta pistole alle tempie degli italiani per costringerli ad andare al cinema a vedere un dato prodotto, e nel periodo delle feste natalizie le alternative tutto sommato non mancavano). Sul film in sé, poco altro da aggiungere: la figura di Zalone è assolutamente centrale, è quella del classico mattatore, ma, come un Maradona che veniva esaltato da un Napoli di altissimo livello tecnico, "Quo vado" funziona perché, oltre a un'impalcatura narrativa solida, attorno al deus ex machina c'è un cast azzeccato, dalla giovane e dolce Eleonora Giovanardi (la partner Valeria) alla statuaria, angolosa e pur affascinante Sonia Bergamasco (la terribile dirigente ministeriale Sironi); è il trio delle meraviglie che rende quasi pleonastico il cameo di Lino Banfi: con tutto il rispetto per il veterano pugliese, la sua presenza non porta alcun valore aggiunto. Su una cosa occorre esser netti, in chiusura: anche solo accostare le produzioni di Zalone alla serie infinita dei cinepanettoni significa avere le idee ben poco chiare. Non è possibile alcun paragone: sono proprio due generi cinematografici diversi, e non parlo solo di qualità, ma dell'essenza stessa delle opere, del modo di concepirle e strutturarle.   

mercoledì 13 febbraio 2013

SANREMO 2013, PARTENZA IN MINORE: CROZZA SOTTOTONO E POCO EASY LISTENING

                                  Marco Mengoni: ha aperto il Festival con sicurezza

Sanremo 2013 è partito in punta di piedi. Sì, d'accordo, la contestazione a Maurizio Crozza: in realtà una tempesta in un bicchier d'acqua. Come negli stadi calcistici italiani, dove gli ultras sono in netta minoranza ma riescono puntualmente a farsi notare più degli altri per becerume e maleducazione, così all'Ariston sono bastate la paturnie di due - tre esagitati logorroici con tanto fiato in gola per far credere che, contro il comico genovese, si stesse scatenando chissà quale tempesta. Ci ritorneremo, ma va sottolineato come sia stato questo non irresistibile momento di televisione l'unico a regalare qualche brivido autentico. Sì, perché l'avvio del Festivalone è parso decisamente in minore: quasi quattro ore di spettacolo (esagerate, come al solito: quei contenuti potevano benissimo essere concentrati in un tempo più ristretto, tagliando almeno 60 minuti) filate via senza lasciare traccia, come l'acqua di sorgente. 
LO SHOW - L'avevo scritto ieri: non è stata felicissima la distribuzione dei quattordici Big nelle prime due serate. Tutti o quasi tutti i grossi calibri, i nomi più popolari e quelli più forti commercialmente, sono stati dirottati sulla puntata di mercoledì. Questa sera vedremo in lizza, fra gli altri, i Modà, Elio, Malika, Cristicchi. La differenza rispetto al cast del debutto balza agli occhi. Forse si è fatto troppo affidamento sul dato storico   secondo il quale il vernissage può contare in ogni caso su di una platea sconfinata, a prescindere dal nome dei cantanti, e verosimilmente si puntava molto sul sicuro effetto traino garantito da Crozza. Il quale ha solo in parte giustificato la grande attesa.
Il grande showman ha fatto il suo, senza strafare: par condicio rispettata in pieno, qualche battuta e qualche sketch riciclati dalle sue più recenti apparizioni su Rai Due e su La7 (forse perché è stato chiamato in extremis e ha avuto poco tempo per preparare qualcosa di inedito: ma nessuno lo obbligava a presentarsi, se si trattava solo di timbrare il cartellino...). Strano che un istrione come lui si sia trovato in palese difficoltà di fronte agli insulti iniziali: mi sarei aspettato qualche risposta salace ai contestatori, del tipo, chessò, "ditemi quando avete finito il vostro show, così poi posso cominciare il mio", o qualcosa del genere... La goffa protesta ha dimostrato prima di tutto che molti, in Italia, non hanno ancora ben chiaro il significato della parola "satira". Se poi la satira sia un format comico adatto al festivalone è valutazione del tutto soggettiva: per me ci può stare, per altri è avulsa dal contesto e tende a distrarre da tutto il resto: ma non è lo stesso effetto che avevano avuto le osannate performance di Benigni e Celentano, solo per restare agli esempi più recenti? Il fatto che poi dimostrazioni di pubblica insofferenza come quella inscenata ier sera giungano costantemente da esponenti o simpatizzanti della medesima fazione, dovrebbe indurre a più di una riflessione su quanto certi personaggi abbiano invelenito il clima sociale del Paese negli ultimi anni, ma non è questa la sede e quindi soprassediamo. 
LE CANZONI - Confermate le sensazioni della vigilia. Festival "alto" ha significato anche selezionare brani di impatto tutt'altro che immediato. I verdetti finali della doppia giuria sono stati però assolutamente fedeli alla  più consolidata tradizione della kermesse rivierasca: premiati i pezzi dalla linea melodica più convenzionale, quelli più morbidi e soffusi, rispetto alle proposte maggiormente vivaci e ritmate. Mengoni, che ha aperto la serata senza tradire la minima emozione, si avvale comunque di due composizioni dal ritornello destinato a farsi ricordare, mentre il duo tutto pop - jazz - swing Molinari - Cincotti ha fornito la performance col miglior impatto visivo, grazie a due brani ben congegnati, "colorati", orecchiabili e trascinanti. Con Gualazzi siamo su un piano cantautorale di alto profilo, fin troppo raffinato per una rassegna di musica leggera: di primo acchito le sue sembrano due composizioni di spessore notevolissimo, elaborate e complesse: riusciranno a far breccia nel cuore degli ascoltatori prima della fine della manifestazione? Non ci giureremmo... 
Daniele Silvestri porta avanti il suo brano più impegnato, "A bocca chiusa", e lascia a piedi un divertissement che ricorda un po' troppo da vicino il suo più grande successo di sempre, "Salirò", Maria Nazionale e i suoi autori non hanno saputo rinfrescare la più classica tradizione partenopea come, ad esempio, era stato in grado di fare Nino D'Angelo, le cui proposte sanremesi di inizio Duemila (ricordate la superba "'A storia 'e nisciuno"?) erano più avanti di queste datatissime "Quando non parlo" ed "E' colpa mia". Piuttosto convincenti Marta sui Tubi, che ben coniugano sperimentalismo e orecchiabilità non banale, da riascoltare Chiara Galiazzo, che prosegue la gara col pezzo più "radiofonico" dei due, ossia "Il futuro che sarà". Ma mai come quest'anno le impressioni del primo ascolto sono aleatorie e destinate ad essere riviste, magari in meglio, strada facendo: un provvisorietà di giudizio, lo ribadiamo, dovuta al distacco dall'easy listening che era invece stato il marchio di fabbrica (gradito) del Festival 2012. Perché ora come ora, ad esempio, non si intravedono motivi destinati all'immortalità, anche se le stimmate della canzone di respiro internazionale potrebbero venir fuori dalle due proposte firmate Gualazzi. 
I PRESENTATORI - Nota lieta della serata, la conduzione a due Fazio - Littizzetto è filata via senza intoppo alcuno. La coppia è ultra - collaudata, e i due si sono mossi con perfetto sincronismo, intesa totale e abilità da consumati animali da palcoscenico: e la maniera in cui Fabio ha gestito l'incidente - Crozza in diretta lo dimostra ulteriormente. Anche qui nulla di nuovo: lo schema è arcinoto per chi segue questa curiosa "coppia di fatto" a "Che tempo che fa", la pacata ironia di lui a mitigare lo  sferzante sarcasmo di lei (per quanto un po' ingessato dalla liturgia sanremese), ma non era affatto scontato che il meccanismo funzionasse anche su quel pianeta televisivo - spettacolare a sé stante che risponde al nome di "Festival della canzone italiana". 
POLITICA - Gli agitatori in servizio permanente effettivo (e i soliti giornali...) hanno ravvisato nell'intervento di Crozza lo sconfinamento "elettoral - propagandistico" del festivalone. Non accorgendosi che il vero atto politico della serata è stato rappresentato dalla duplice ospitata di Marco Alemanno, compagno di arte e di vita degli ultimi anni di Lucio Dalla, e soprattutto dei due gay in procinto di sposarsi all'estero. E che messaggio politico è stato, quest'ultimo! Un qualcosa di rivoluzionario, altroché, e forse anche, diciamolo, un po' fuori contesto artisticamente: la pagina più "faziana" dell'intero primo atto sanremese, qualcosa che ci saremmo aspettati di vedere più a "Vieni via con me" che all'Ariston, ma se Sanremo 2013 può servire in qualche modo anche a veicolare una spinta alla maturazione civile del popolo italiano (e di chi lo governa), beh, ben venga, no?