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mercoledì 17 luglio 2019

17 LUGLIO 1994: ITALIA SECONDA NEL MONDO, OVVERO ELOGIO DI UNA SCONFITTA

                    Pagliuca e Taffarel abbracciati prima della lotteria dei rigori a Pasadena (foto Guerin Sportivo)

17 luglio 1994: a Pasadena, l’Italia perde ai rigori la finale mondiale col Brasile.  Fermi tutti, mi si potrebbe dire: stiamo qui a celebrare una sconfitta? Non esattamente. E' frutto di una mentalità profondamente sbagliata pensare che, chi non arriva sul gradino più alto del podio di una competizione sportiva, sia un perdente sempre e comunque. A parte il fatto che c'è una bella differenza fra l'arrivare secondi, settimi o diciottesimi, ma piazzarsi fra le prime quattro in un torneo iridato (o comunque in una grande competizione internazionale) è da considerare in assoluto un risultato di grande prestigio: la Germania, per fare un esempio, ci sopravanza nella classifica assoluta "all time" di Coppa del Mondo proprio grazie ai suoi numerosi piazzamenti, nettamente superiori ai nostri, a parità di titoli vinti. E dunque, l'argento azzurro a USA '94 fu un traguardo di rilievo, che confermò la posizione di preminenza planetaria del nostro movimento calcistico in quegli splendidi anni Novanta, un'età dell'oro che oggi sembra così lontana ma che auspico non sia irripetibile, per il football made in Italy. 
IL MONDIALE PIU' STRANO - Fu un Mondiale particolare, unico, curioso, drammatico. Il primo disputato in un Paese pressoché privo di tradizioni calcistiche, per cominciare. Il primo coi tre punti in palio per la vittoria. Drammatico per le condizioni ambientali scandalose, fra caldo asfissiante e umidità opprimente, in cui i calciatori furono chiamati a battersi, a rischio della loro stessa salute. Fattore quest'ultimo che, a maggior ragione oggi a mente fredda, deve indurre a valutare con benevolenza certe prestazioni sottotono da parte dei nostri rappresentanti così come di altre selezioni. Fu, infine, il Mondiale bello e maledetto di Maradona, presentatosi tirato a lucido, trascinatore di un'Argentina a trazione interiore che nelle prime due gare sembrava in grado di far saltare il banco, e poi messo fuori causa da un controllo antidoping, con susseguente, sollecita eliminazione della Selecciòn da parte della brillantissima Romania di Hagi, Raducioiu, Petrescu e Munteanu. 
LA GRIGLIA DI PARTENZA - Sul piano strettamente tecnico, a parte la citata Argentina che in verità non godeva di molta considerazione alla vigilia, avendo stentato penosamente per conquistare il pass (Australia battuta di misura nello spareggio), la griglia di partenza delle favorite vedeva nelle prime file le tre grandi classiche, ossia Germania (campione in carica), Italia e Brasile, e la Colombia unanimemente accreditata come probabile sorpresa dopo lo 0-5 inflitto nelle eliminatorie a Batistuta e compagni. Scivolò fra le outsider l'Olanda, sempre valida ma priva del lungodegente Van Basten e di un Gullit reduce da una stagione super con la Sampdoria, mentre c'era attesa attorno alla Norvegia, giustiziera dell'Inghilterra nelle qualificazioni, alla rivoluzionata Spagna poco bella e molto concreta di Javier Clemente, e alla Nigeria tutte stelle (Amokachi, Amunike, Yekini, Finidi, Okocha...) che pareva in grado di poter finalmente realizzare il sogno di una squadra africana nelle semifinali. Partivano nelle retrovie Svezia e Bulgaria, nonostante il merito di aver estromesso la Francia: sarebbero invece entrambe giunte fino in fondo. 
ITALIA RICCA DI TALENTO, SENZA MANCIO MA CON SUPER BAGGIO - L'Italia era l'Italia di Arrigo Sacchi, in sella dall'autunno 1991. Sull'onda lunga del suo Milan spettacoloso e pigliatutto, i tifosi attendevano una Nazionale in grado di ripercorrere suppergiù le stesse orme, anche grazie a un serbatoio di giocatori assai ampio e di grandissima qualità, nulla a che vedere col ristretto bacino in cui può pescare oggi il pur abile Mancini. Proprio il Bobby gol sampdoriano chiuse con la selezione poco prima del Mondiale, dopo una grigia prova in amichevole coi tedeschi, mentre il suo ex gemello del gol Vialli, pur riprendendosi in extremis da un grave infortunio che gli aveva fatto saltare larghissima parte della stagione, non riusci a convincere il cittì a portarlo negli States. Era comunque una selezione "tutte stelle": basti pensare a Pagliuca, Maldini e Baresi in retroguardia, Albertini e Donadoni in mezzo al campo, e poi lui, il Pallone d'oro in carica, Roby Baggio da Caldogno, pronosticato come possibile uomo del Mondiale in stile Maradona '86. Le cose non andranno proprio così ma... quasi. Altri elementi di grande affidamento erano Costacurta, che aveva superato gli impacci delle prime uscite in azzurro, il terzino destro Benarrivo, splendido stantuffo sulla fascia, il mediano Dino Baggio, mortifero nelle sue incursioni in avanti di testa e di piede, Nick Berti, anche lui risorto dalle ceneri di un infortunio e protagonista di un finale sprint con l'Inter, e il redivivo Massaro, che dai tempi di Bearzot non vedeva più la rappresentativa, detto "Provvidenza" per aver tolto più di una volta le castagne dal fuoco al Milan con gol puntualissimi e decisivi.
PERCORSO ACCIDENTATO - Il cammino della truppa di Sacchi verso l’atto conclusivo fu accidentato, sofferto, non privo di momenti fortunati ma anche di agguati della cattiva sorte bellamente superati. Passammo il primo turno tramite ripescaggio rientrando fra le quattro migliori terze, aiutati dalla formula allora in vigore: costò cara la sconfitta all'esordio con l'Eire, poi al successo sulla Norvegia riuscimmo a far seguire solo un pari col Messico, in un girone equilibratissimo in cui tutte le squadre finirono a quota quattro. Negli ottavi, pur giocando mediocremente, ci salvammo all’ultimo tuffo da un’immeritata sconfitta con la Nigeria, trovatasi in vantaggio su insolito errore difensivo del grande Maldini e poi regolata nei supplementari (e nonostante un’assurda espulsione inflitta a Zola), il tutto con la firma di un Roby Baggio fin lì deludentissimo e improvvisamente risorto dalle proprie ceneri come il Pablito di Spagna '82. 
POCO BEL GIOCO - Facemmo poi fuori la Spagna grazie all’asse vincente “baggesco” Dino – Roberto, con coda di polemiche per via di una gomitata di Tassotti a Luis Enrique in piena area italiana nel finale, non sanzionata dall’arbitro sul campo ma poi punita dalla Fifa con una lunga squalifica al difensore del Milan, che chiuse lì la sua esperienza in azzurro anche perché non più di primo pelo. In generale, nel nostro percorso di bel gioco se ne vide poco: contro la Norvegia fino all’espulsione di Pagliuca e alla conseguente sostituzione del Codino (con inevitabile assalto polemico della critica a Sacchi), poi fu vittoria di cuore e di orgoglio; nel primo tempo con gli iberici, prima di una ripresa in trincea; e nei primi 45 minuti della semifinale con la Bulgaria, quando la Nazionale sacchiana toccò il suo apice spettacolare così come lo toccò Baggino, splendido trascinatore e autore della doppietta decisiva. Una partita, quest'ultima, che si poteva vincere con scarto ampio e che invece provocò qualche brivido nella seconda frazione, con un 2-1 che comunque premiò la compagine più meritevole. 
FORMAZIONE TIPO... O QUASI - La gestione azzurra di Arrigo Sacchi è rimasta nella storia soprattutto per il gran numero di giocatori convocati e utilizzati e il conseguente, continuo mutare delle formazioni. A Usa ’94, strada facendo, la nostra Nazionale aveva tuttavia trovato un’inquadratura di massima, con Tassotti (o Mussi), Costacurta, Maldini e Benarrivo schierati davanti a Pagliuca (che per due partite e mezzo aveva lasciato il posto a Marchegiani, a causa della citata espulsione coi norvegesi), nonché Apolloni efficacissimo difensore aggiunto, capace di ritagliarsi molti spiccioli di gloria nell'avventura americana; a centrocampo Dino Baggio, Berti, Albertini e Donadoni, con Conte prima alternativa, qualche apparizione di Evani, e Signori spesso sacrificato lontano dalla porta (una delle principali contestazioni mosse al CT); attacco con Roby Baggio e Casiraghi o Massaro, con pochi sprazzi per Zola. 
Qualche episodio fortunato, dicevamo, come il fallo non sanzionato di Tassotti su Luis Enrique o un possibile rigore per la Bulgaria in semifinale, ma anche tanta scalogna, vedasi la lesione del menisco che tolse quasi subito di mezzo Baresi, leader carismatico della difesa e della squadra, l’espulsione incredibile di Zola con la Nigeria, per finire con l’infortunio del Divin Codino in semifinale, che lo costrinse a disputare la sfida conclusiva a scartamento ridotto; e andrebbe anche citato, come già accennato, il contesto climatico proibitivo in cui l’Italia si trovò quasi sempre a dover giocare, arrivando quasi “cotta” al confronto con un Brasile più fresco. Per il team di Carlos Alberto Parreira, percorso senza grossi patemi: vinto il primo girone su Russia, Camerun e Svezia, più di una difficoltà a smontare il dispositivo difensivo statunitense negli ottavi, fino al diagonale vincente di Bebeto, sfida combattutissima nei quarti con l'Olanda, che rimontò con Jonk e Berkamp le reti del duo Romario - Bebeto, prima che l'ex Genoa Branco decidesse la contesa con una punizione delle sue. In semifinale, di nuovo la Svezia, lungo assalto risolto dall'immancabile acuto dell'asso Romario.
FINALE NOIOSA - La finalissima del “Rose Bowl”, davanti a circa 100mila spettatori, fu senz’altro una delle meno spettacolari di sempre. L’Italia recuperò a tempo di record Kaiser Franz, che sostituì lo squalificato Costacurta. Nel quadro di un incontro bloccatissimo sul piano tattico, fu prevalentemente la Seleçao a fare la partita, ma le occasioni per passare non ci mancarono, e capitarono sui piedi di Massaro e del "menomato" Roby Baggio (due volte). Colossali opportunità anche per Romario, Bebeto e Mauro Silva, sul cui tiro Pagliuca si fece sfuggire il pallone che terminò sul palo, baciato poi con gratitudine dal portiere blucerchiato in procinto di passare all'Inter. Finì 0-0, soluzione ai rigori per la prima volta nella storia delle finali iridate: dei nostri a segno solo Evani e Albertini, mentre gli errori di Baresi, Massaro e Baggino diedero agli auriverdes il quarto titolo, che venne dedicato ad Ayrton Senna, tragicamente scomparso a Imola poco più di due mesi prima. Per il calcio italiano, un "argento" che fa comunque curriculum. 

giovedì 5 luglio 2018

RUSSIA 2018: FLASHBACK SUGLI OTTAVI. BELGIO COL FIATONE, SPAGNA IN DECLINO, FRANCIA E BRASILE QUASI AL TOP


La caduta degli dei, si potrebbe intitolare il secondo capitolo del romanzo di Russia 2018. Già la prima fase aveva offerto la clamorosa sorpresa dell'eliminazione dei campioni in carica tedeschi, battuti da Messico e Corea del Sud e addirittura ultimi nel loro girone. Gli ottavi hanno seguito il solco: fuori Argentina, Spagna e Portogallo. Un nutrito drappello di favoriti raso al suolo, nel segno di un Mondiale controcorrente: per trovare un andazzo simile, occorre risalire fino al discusso torneo del 2002, quando caddero immediatamente le due maggiori indiziate per la conquista del titolo, la Francia detentrice e l'Argentina (oltre ai quotatissimi lusitani), e le seguì a stretto giro di posta l'Italia di Totti e Vieri, Maldini e Buffon, martoriata dalle direzioni arbitrali e penalizzata da certe scelte discutibili di coach Trapattoni.
FRANCIA - ARGENTINA NELLA STORIA - Francia - Argentina è stata una di quelle partite destinate a restare nella storia della Coppa del Mondo. Senza scomodare paragoni ingombranti come quelli con Italia - Germania Ovest '70 o Italia - Brasile '82, per spettacolarità, livello tecnico, altalena di emozioni può senz'altro reggere l'accostamento con la famosa Belgio - URSS del 1986, altro 4-3. Nella sfida che ha aperto gli ottavi, i transalpini hanno compiutamente mostrato, per la prima volta in questa rassegna, il loro strepitoso potenziale, mix micidiale di atletismo, classe e rapidità. Mbappè ha risolto quasi da solo la gara in chiave offensiva, con due gol che ne hanno evidenziato agilità e velocità di esecuzione, e ancor prima procurandosi il rigore dell'1-0 con una vertiginosa fuga a capovolgere il fronte del gioco. Contro una simile corazzata, l'Argentina è rimasta a galla fino alla fine grazie a prodezze dei singoli (strepitoso il tiro dalla distanza di Di Maria per l'1-1) e un pizzico di fortuna (deviazione di Mercado su sinistro telefonato di Messi), ma in realtà il match è stato costantemente nelle mani degli europei. Per il team di Sampaoli, la conferma a quanto qui si era scritto pochi giorni fa: il successo sulla Nigeria aveva solo mascherato gli enormi problemi di una squadra priva di una visibile linea di gioco e aggrappata alle alterne lune dei suoi solisti. 
BELGIO OK COL FIATONE, GIAPPONE VICINO ALLE GRANDI - In quanto a gol ed emozioni forti, non ha scherzato neppure Belgio - Giappone. In questo caso si può scomodare un precedente storico meno nobile di quelli prima citati, ma estremamente calzante: la sfida con l'Italia in Confederations 2013. Anche allora, i nipponici si portarono su un inatteso ma meritatissimo 2-0, poi subirono, a cavallo tra le due frazioni, la rapida rimonta azzurra fino al 3-2 ma riuscirono ancora a pareggiare, prima di incassare in extremis il colpo del ko da Giovinco, così come in extremis, e per di più su un contropiede (condotto in maniera vorticosa e magistrale) hanno ceduto le armi qualche sera fa.
Ingenui all'epoca e ingenui oggi, i giapponesi, che comunque sono una realtà: il talento c'è, l'organizzazione pure, se riusciranno ad acquisire malizia e capacità di gestire i momenti topici in certe sfide ultimative, potranno davvero aspirare a qualcosa di più concreto. Resta comunque la grande impresa dei belgi, risalti dallo 0-2 al 3-2 in quella che sembrava la classica serata storta. Come già dimostrato a livello di prima fase, la squadra di Martinez pratica il calcio offensivo più efficace e prolifico, per capacità realizzativa ma anche per produzione di occasioni da rete. I rischi corsi contro gli asiatici hanno fatto suonare un campanello di allarme che dovrebbe portare Fellaini e compagni a una maggiore attenzione in fase di copertura. Al momento, ritengo i francesi e i Diavoli Rossi i più autorevoli candidati al titolo, ma questi ultimi se la dovranno vedere col Brasile...
IL BRASILE C'E' - Già, la Seleçao. Contro il Messico ha marciato in folle per tutto il primo tempo, irretita da un avversario messo in campo in maniera eccellente, capace di praticare una manovra anche stilisticamente pregevole ma inguaribilmente leggero nei sedici metri finali, ciò che per l'ennesima volta l'ha privato del traguardo dei quarti, raggiunto solo nelle due rassegne giocate sul terreno amico ('70 e '86). Una volta sbloccato il risultato con Neymar, i pentacampioni hanno legittimato la vittoria costruendo altre tre palle gol nitide e trovando il meritato raddoppio con Firmino. E' un Brasile che ha qualche difficoltà a concretizzare la gran mole di gioco costruita, ma che mostra un atteggiamento sempre propositivo e pare soprattutto compagine equilibrata, con un centrocampo in cui quantità e qualità sono ben miscelate e una difesa che non è più preda delle terrificanti amnesie di quattro anni fa. Manca di continuità nell'arco dei novanta minuti, e ha quel Neymar che regala giocate sontuose ma anche atteggiamenti irritanti: col Belgio sarà una splendida sfida, ed è un peccato che una delle due già domani debba lasciare la compagnia.
SPAGNA: CONCLAMATA DECADENZA - Ha deluso la Croazia, dopo le luminarie del primo turno. La Danimarca, squadra poco più che discreta, ne ha spento gli estri ed ha anzi tenuto lungamente pallino, nella seconda parte di gara. Anche in una serata grigia, Rakitic e compagni hanno comunque avuto la grande chance per chiudere l'incontro, ma Modric ha sbagliato il penalty procurato da Rebic, andando ad affiancarsi a gente come Maradona, Zico, Platini, Donadoni e Baggio nella galleria dei super che, ai Mondiali, hanno fallito l'occasione dagli undici metri. Nella giostra finale dei rigori, i croati l'hanno spuntata, proseguendo con qualche certezza in meno verso il confronto coi padroni di casa russi, che hanno eliminato senza scandalo la sopravvalutata Spagna. Ridendo e scherzando, la Roja non vince più alcunché dal 2012, trionfo continentale sull'Italia di Prandelli. Da allora, tacendo della Confederations Cup 2013 persa in finale col Brasile, due Coppe del Mondo e un Europeo disputati, un'eliminazione al primo turno (Rio 2014) e due agli ottavi (Euro 2012 e 2016), quindi in fasi sostanzialmente precoci delle manifestazioni. Un ruolino di marcia che non giustifica più l'atmosfera di grandeur costruita attorno alla Selecciòn, e che riporta casomai all'antica tradizione spagnola di essere "perdente di successo": fino al 2006 le Furie si presentavano ai grandi appuntamenti nel ristretto drappello dei favoriti, ma poi facevano puntualmente le valigie in anticipo, non andando mai oltre i quarti e fermandosi talvolta anche prima (celebre l'esclusione immediata da Francia '98 per mano di Nigeria e Paraguay).
Così come per la Germania, che dopo otto anni era ancora aggrappata ai Neuer, Muller e Ozil, affiancati da poche novità, la Spagna si regge essenzialmente sugli ultimi reduci dell'età dell'oro, Ramos e Piqué, Basquets e Iniesta, protagonisti di un tramonto prolungato, che pur sempre tramonto rimane; i giovani sono bravi, uno di loro, Isco, è addirittura eccezionale, ma ricostruire immediatamente una squadra supervincente non è impresa di tutti i giorni, a maggior ragione se si torna a insistere su un tiki taka imbolsito e fine a se stesso, che produce solo uno sterile possesso palla e si riduce a una pallida imitazione dell'autoritario atteggiamento tattico della gloriosa Spagna euromondiale. La fusione tra vecchio e nuovo non è riuscita, insomma, e alla Russia è bastata una paziente e orgogliosa difesa per disinnescare il fucile iberico, peraltro caricato a salve. 
LA SVEZIA OLTRE I PROPRI LIMITI -  I padroni di casa non sono gran cosa, ma con l'entusiasmo e la spinta del fattore campo possono regalare ancora qualche sorpresa, sorpresa che invece non mi aspetterei più dalla Svezia. Gli scandinavi hanno davvero fatto il massimo entrando fra le prime otto, il che non cambia il giudizio su di loro già espresso dai tempi del playoff con l'Italia (che comunque non è stata eliminata da una scartina, almeno questo va sottolineato): squadra tecnicamente da 6 - 6,5, non di più; consapevole dei propri limiti, aggrappata a un atteggiamento tattico rigidamente prudente, un assetto di contenimento che neutralizza attacchi anche reputati e che consente qualche controffensiva mortifera, fin qui sfruttata magistralmente. La fortuna c'è stata (ottavo con la Svizzera deciso da un autogol), ma è bilanciata dal rigore clamoroso negatole con la Germania. Tuttavia, affrontando i gialloblù, per l'Inghilterra c'è un'occasione unica di ritornare finalmente fra le prime quattro al mondo.
BELL'URUGUAY, MA SENZA CAVANI... - I sudditi di Sua Maestà hanno finora brillato solo a sprazzi con la Tunisia e nell'allenamento con Panama, deludendo moltissimo nel mediocre confronto coi colombiani: ma hanno un buon impianto di gioco. un attacco ispirato in Kane, e un portiere rivelazione, Pickford, decisivo coi cafeteros. D'ora in poi devono però convincere pienamente. In prospettiva avrei dato più credito all'Uruguay del commovente maestro Tabarez, ai suoi veterani ringalluzziti che hanno consentito ai nuovi (Laxalt, Bentancur, ecc) di inserirsi positivamente in un meccanismo già perfettamente oliato. Ben coperti alle spalle, Suarez e Cavani hanno mostrato cose meravigliose contro il Portogallo: il primo eccellente uomo ovunque della prima linea, capace di creare e concludere, il secondo implacabile finalizzatore con soluzioni mai banali. L'infortunio di quest'ultimo toglie diverse chances alla Celeste, destino crudele perché si tratta di una delle migliori realtà finora ammirate, in un Mondiale che ha proposto tante conferme ma poche autentiche novità agli alti livelli. Comunque mai dire mai, Godin e compagni hanno sette vite.

venerdì 22 giugno 2018

MONDIALI 2018: ARGENTINA SULL'ORLO DEL BARATRO, MESSI PIU' VITTIMA CHE COLPEVOLE, SAMPAOLI NON ALL'ALTEZZA


Cominciamo dai freddi numeri. Scorrendo all'indietro la storia dei Mondiali, fino alla prima volta in cui venne messa in palio l'attuale Coppa FIFA (Germania 1974), un'unica squadra è riuscita ad approdare alle semifinali dopo aver conquistato un solo punto nelle prime due gare: la miglior Turchia di tutti i tempi, quella di Sudcorea - Giappone 2002. Questo per dire che per l'Argentina, dopo lo 0-3 di Niznji Novgorod, le probabilità di sfangarla non sono moltissime ma esistono, specie in un girone, dietro alla mattatrice Croazia, abbastanza equilibrato, con innumerevoli combinazioni e ipotesi di classifica finale, anche a prescindere da ciò che accadrà oggi fra Islanda e Nigeria. Non tutto è perduto, dunque, sul piano statistico e matematico; dopodiché, il campo ha mostrato una realtà ben più amara. Per la Selecciòn sarà più facile affrontare i croati che non gli islandesi, dicevano molti esperti alla vigilia: contro una compagine che non gioca un calcio difensivo, i sudamericani potranno manovrare in spazi larghi e trovare più agilmente la via della rete. 
Profezie scritte sulla sabbia. Ieri sera è andata in scena una delle versioni più dimesse di sempre della Nazionale biancoceleste. E buttare la croce addosso a Messi, pulcino bagnato, è esercizio crudele e gratuito: ormai appurato che non è un novello Maradona, cioè uno in grado di prendere per mano i compagni nei momenti più difficili e di trascinarli quasi da solo oltre l'ostacolo, onestà vuole che si getti uno sguardo anche a ciò che gli è stato costruito attorno. E qui entra in scena il buon Sampaoli, cittì dal look bizzarro e discutibile (l'ascendente sui calciatori dipende in parte anche dal modo in cui ci si pone e ci si presenta, e il responsabile di una rappresentativa così importante dovrebbe attenersi a criteri di eleganza e sobrietà antichi ma sempre validi). 
La sua Argentina è una squadra senza un'idea di gioco, e sembra aver smarrito anche quello slancio agonistico che la sorreggeva nei momenti più bui, vedasi un Mascherano ormai agli sgoccioli e non più collante tattico e caratteriale della formazione. Un undici tenuto in vita da qualche sporadica giocata dei migliori solisti: solo che chi è in grado di fornirle,  queste scosse elettriche, rimane troppo spesso ai margini. E' il caso di Higuain e Dybala: solo al loro ingresso in campo si è vista qualche trama d'attacco plausibile e insidiosa: poca roba, certo, ma con un minutaggio così ridotto, e in un contesto così precario, fare di più era difficile. L'ostracismo decretato ai due juventini è incomprensibile: sono pur sempre gli uomini di punta di un club che, negli ultimi due anni, ha ottenuto una finale di Champions sfiorando poi la semifinale nel modo che sappiamo. Prima del loro ingresso in campo, l'unica vera palla gol per i sudamericani era giunta su un pasticcio difensivo avversario, con Perez a calciare fuori praticamente a porta vuota. 
Sampaoli ha incassato una lezione di calcio non dissimile da quella che toccò al nostro Ventura nel settembre scorso al Bernabeu. La Croazia attuale somiglia molto all'Italia campione del 2006: compagine organizzata ed equilibrata, capace di difendere e di soffrire per poi sprigionare un gioco d'attacco a volte bello a vedersi, quasi sempre tremendamente efficace: facile, del resto, quando si hanno in rosa tanti piedi buoni, in primis quelli di Modric, uomo-squadra superbo (ciò che Messi non è e non sarà mai), capace di tessere gioco e di concludere con spunti individuali folgoranti. Non mi sorprenderei di trovare i biancorossi in semifinale, ma dovranno mantenere questo standard di rendimento. Ieri, sono stati facilitati da un'Argentina in profonda crisi tecnica, con un trainer che non ha ancora trovato la quadratura del cerchio tattico e che punta su uomini inadeguati alla ribalta mondiale (Caballero, Salvio, Perez, Acuna, Meza...). E che, come i suoi predecessori Pekerman e Maradona, non è riuscito a ideare una formula per valorizzare al massimo la Pulce: l'unico ad andarci molto vicino fu Sabella, che infatti nel 2014 si giovò di diversi gol e giocate decisive di Leo per portare una Selecciòn più operaia che spettacolare fino all'atto conclusivo. 

venerdì 15 giugno 2018

MONDIALE RUSSIA 2018: SUPER RONALDO SALVA IL PORTOGALLO, 3-3 STRETTO PER LA RISORTA SPAGNA


Alla prima serata di gala del Mondiale russo, i protagonisti più attesi non steccano, Portogallo e (soprattutto) Spagna onorano la ribalta più prestigiosa regalando al pubblico un 3-3 da applausi. In un torneo iridato non è scontato che ciò accada: ne ho visti tanti di match di cartello deludere largamente le aspettative, soprattutto nelle prime giornate di gara, quando la tendenza, soprattutto da parte delle grandi squadre, è quella di giocare al risparmio conservando le energie per un cammino prevedibilmente lungo. E invece, tatticismo, chi era costui? La girandola dei gol inizia quasi subito, con il rigore (generoso) conquistato e trasformato da Ronaldo, e finisce con un'altra prodezza del Fenomeno (appellativo che merita lui come lo meritava il Ronaldo precedente, quello brasiliano), quando ormai la partita sembrava aver preso decisamente la via spagnola. 
SPAGNA SUPERIORE, ISCO FUORICLASSE - Nel mezzo, tante cose da raccontare. Con una sensazione su tutte, credo destinata a rafforzarsi col passare dei giorni mondiali: la Spagna è sempre forte. O meglio, lo è di nuovo, perché nelle ultime fasi finali affrontate, Brasile 2014 ed Euro 2016, aveva sostanzialmente trapanato l'acqua, mostrando di essere alla fine di un ciclo. Ebbene, "quel" ciclo è finito, sì, ma si è rigenerato risorgendo sulle medesime radici: molti protagonisti sono scesi dal palcoscenico, ma altri veterani hanno saputo mantenere un rendimento costante e mettere la loro sapienza calcistica al servizio dei nuovi arrivati.
Quel che si definisce una rivoluzione intelligente: Roja nuova per metà e forse più, ma coi suoi totem che non rappresentano le uniche ancore di salvezza a cui aggrapparsi, perché se Sergio Ramos continua a giganteggiare in difesa e Busquets a lavorare palloni su palloni, e se Iniesta accende con più frequenza del previsto i fari della sua classe purissima ma stagionata, il vero perno della Selecciòn è uno dell'ultima covata, quell'Isco che già ci aveva fatto piangere lacrime amarissime nel settembre scorso al Bernabeu. Siamo di fronte a un fuoriclasse autentico, un costruttore e un ispiratore dal palleggio finissimo, dal tocco preciso al millimetro: strappargli la palla è pressoché impossibile, le trame offensive iberiche poggiano in larga parte su di lui, e bene è andata ai portoghesi, se questa sera non è quasi mai riuscito a liberarsi al tiro: l'unica volta che l'ha fatto, con una volée di sinistro, è stata traversa piena.... Attorno ad Isco, comunque, una squadra che sa di nuovo imporre il suo dominio assoluto sul gioco, con un giro palla fitto e avvolgente ma in grado di assumere velocità micidiale, perché accompagnato sempre dalla massima perizia. 
Una Spagna fresca e sbarazzina che ha saputo ispirare un Diego Costa fino a stasera raramente travolgente in Nazionale: se il gol dell'1-1 se l'è costruito praticamente da solo, con un'insistita azione tutta di potenza (e forse anche con un falletto), il secondo lo ha visto finalizzare sotto porta un perfetto schema su punizione battuta da David Silva. grazie anche alla torre dell'onnipresente Busquets. 
SOLO RONALDO - Poi, ha trovato il gol uno dei "gregari" della squadra (ma ce ne sono davvero, di gregari, fra le Furie Rosse?), e che gol! Una bordata al volo di destro dalla distanza, che ha mandato in Paradiso Nacho e la Spagna. Da quel momento, la gara è parsa saldamente nelle mani di Ramos e compagni, che hanno mostrato di avere un'idea di gioco e di saperla sviluppare con efficacia. Se dall'altra parte non ci fosse stato CR7, avrebbero vinto, e sarebbe stato un verdetto del tutto legittimo. Ma, per l'appunto, c'era lui, che la partita l'ha pareggiata praticamente da solo: si è procurato un rigore, diciamo così, fortemente voluto e lo ha realizzato, ha assistito impotente e arrabbiato agli errori di Guedes, che ha sprecato due contropiede favorevolissimi, poi, dopo il primo acuto di Costa, ha riportato avanti i suoi con un sinistro dal limite e con la decisiva complicità di De Gea, che in questa sua apertura mondiale ha ricordato lo Zubizzarreta di Spagna - Nigeria '98. 
MOLTO DA RIVEDERE NEL PORTOGALLO - Nella ripresa i campioni d'Europa non sono pressoché esistiti: incassato un uno - due da k.o. nella parte iniziale del tempo, sono rimasti in balìa della superiorità spagnola, non dando mai l'impressione di poter cogliere il pari, fin quando Ronaldo si è preso un fallo poco fuori area e ha azionato il suo destro malefico beffando De Gea. Ecco perché è finita pari: perché Fernando Santos ha a disposizione il cinque volte Pallone d'Oro. Siamo di fronte a una dipendenza persino più spiccata di quella che aveva l'Argentina '86 nei confronti di Maradona. Oltretutto, il Portogallo sembrava voler gestire il sollecito vantaggio con un semplice "difesa e ripartenza", ma quando i citati errori in contropiede hanno fatto saltare il piano, la squadra non è sembrata avere valide strategie alternative.
Questo per dire che il risultato finale non rispecchia la disparità di valori vista in campo, e deve destar preoccupazione in campo lusitano, perché i fenomeni possono vincere o pareggiare da soli alcune partite, ma per fare bene in un torneo ci vuole un impianto di gioco ben definito, ci vogliono un collettivo funzionante e giocatori in grado di esprimere appieno il loro potenziale: giocatori che il Portogallo ha, visto che la finale dell'Europeo francese l'ha vinta in pratica senza il suo "dio". Ma alcuni degli elementi visti stasera non sembrano avere il peso necessario per fare i titolari in un Mondiale. 

giovedì 21 gennaio 2016

LE MIE RECENSIONI: "QUO VADO?" E IL POLIEDRICO TALENTO DI ZALONE


Poche storie: Checco Zalone ci sa fare. Le considerazioni sociologiche e le analisi filosofiche lette in queste settimane a proposito del travolgente successo di "Quo vado?", sbanca - botteghini già entrato negli almanacchi della cinematografia, possono tranquillamente lasciare spazio a quest'unico, lapalissiano dato oggettivo. Ci sa fare, Checco, perché è semplicemente il miglior talento comico emerso in Italia dall'inizio del secolo in corso. Talento vuol dire anche poliedricità, che per un comico significa saper centrare l'obiettivo del far ridere operando su "palcoscenici" tra loro radicalmente diversi, come possono essere la televisione e il cinema: direi che quasi nessuno, negli ultimi quindici - venti anni, vi sia riuscito come lui. Soprattutto, il percorso dal piccolo schermo al teatro o al mondo di celluloide ha impietosamente messo a nudo i limiti artistici di molti cabarettisti, troppo frettolosamente issati al ruolo di fuoriclasse a tutto tondo. Di nomi ne sono stati fatti anche qui su "Note d'azzurro", in passato: inutile tornarci sopra, sarebbe un'inutile crudeltà.
La classe di Zalone, invece, risalta ancor di più dopo ogni sua avventura cinematografica. In fondo, i capisaldi di una buona commedia leggera non sono molti, per quanto difficili da realizzare: capacità di portare allegria ma anche qualche spunto di riflessione, eliminare i tempi morti, la cadute di tono, e limitare al massimo le strizzatine d'occhio al repertorio più becero e trash, perché, senza ipocrisia e falso perbenismo, qualche piccola volgarità qua e là può anche starci, ma il troppo stroppia. Elementi che in "Quo vado?" (regia di Gennaro Nunziante) sono presenti in quantità persino insperata. Checco riesce a elevare all'ennesima potenza i pregi già evidenziati dal precedente "Sole a catinelle": la tensione comica non cala praticamente mai, ma senza sguaiataggine, senza il gusto della battuta fine a se stessa. C'è una sceneggiatura solida, un messaggio da portare avanti, sviluppare, "sfruculiare". C'è il legame con la realtà attuale, vista con occhi allegri e scanzonati, ma anche amaramente disincantati: c'è la capacità di sorridere sulle distorsioni della società moderna senza però buttare tutto in vacca, e anzi inducendo a pensare. C'è intelligenza, insomma, e scusate se è poco. 
Zalone maneggia con leggerezza ma ottima padronanza argomenti "pesanti", sostanziosi, ispidi e infidi: e coglie nel segno. La disoccupazione in età non più verdissima in "Sole a catinelle", mentre nell'ultima produzione le tematiche sono più di una, c'è tanta "ciccia", direbbero a Roma: non solo il mito tricolore del posto fisso, attorno al quale ruota tutto, ma anche mentalità retriva, discriminazioni,  lacune culturali del popolo italiano messe in relazione alla maggiore apertura di altre nazioni (nella fattispecie, la Norvegia). E ridere con garbo e gusto di tali "buchi neri" della nostra società civile è il modo migliore per smontarli, per metterne a nudo la negatività. 
Non è solo comicità, a ben vedere: è ironia tagliente, diciamo pure satira. Satira "mascherata", meno diretta di quella, ad esempio, di Maurizio Crozza, ma ugualmente efficace. Satira all'italiana, certo, non corrosiva come certi picchi d'oltrefrontiera, ma con una sua dignità. Ho citato Crozza perché, con Zalone, è attualmente il miglior esponente su piazza di questo genere artistico. Mettere in ridicolo uno spaccato d'Italia per condannarlo e spingerci (non insegnarci, per carità: solo spingerci) ad essere un po' migliori; è, in fondo, quello che faceva anche il Paolo Villaggio di Fantozzi, anche se in maniera più grezza e caricaturale; e pensando a quel precedente il rischio, per Checco, è uno solo: finire col ripetersi fino allo sfinimento, in una stanca parodia di se stesso. Ma non credo  farà questa fine: Luca Medici è un attento osservatore e lettore delle miserie del presente, che riesce a sintetizzare e trasformare in celluloide con freschezza ed efficacia. E la recente rinuncia all'ospitata sanremese dimostra che sa anche gestire bene la sua popolarità: dietro la scusa della presenza pagata con soldi pubblici (il Festivalone, credo, si autofinanzia abbondantemente attraverso una marea di prestigiosi sponsor) c'è probabilmente il desiderio di non sovraesporsi. 
Detto tutto questo, si è già spiegato come il successo  di "Quo vado?" voli più alto di tante amenità lette ultimamente, come la fin troppo capillare presenza della pellicola nella sale della Penisola (nessuno punta pistole alle tempie degli italiani per costringerli ad andare al cinema a vedere un dato prodotto, e nel periodo delle feste natalizie le alternative tutto sommato non mancavano). Sul film in sé, poco altro da aggiungere: la figura di Zalone è assolutamente centrale, è quella del classico mattatore, ma, come un Maradona che veniva esaltato da un Napoli di altissimo livello tecnico, "Quo vado" funziona perché, oltre a un'impalcatura narrativa solida, attorno al deus ex machina c'è un cast azzeccato, dalla giovane e dolce Eleonora Giovanardi (la partner Valeria) alla statuaria, angolosa e pur affascinante Sonia Bergamasco (la terribile dirigente ministeriale Sironi); è il trio delle meraviglie che rende quasi pleonastico il cameo di Lino Banfi: con tutto il rispetto per il veterano pugliese, la sua presenza non porta alcun valore aggiunto. Su una cosa occorre esser netti, in chiusura: anche solo accostare le produzioni di Zalone alla serie infinita dei cinepanettoni significa avere le idee ben poco chiare. Non è possibile alcun paragone: sono proprio due generi cinematografici diversi, e non parlo solo di qualità, ma dell'essenza stessa delle opere, del modo di concepirle e strutturarle.